La vasca di Via Cesare Baronio

Fino al 1980, all’incrocio tra l’attuale Via Latina e la Via Cesare Baronio, si ergeva una brutta collinetta di terra, non si sapeva di che origine, che gli abitanti della zona avevano soprannominato “er montarozzo” perché tale appariva allo sguardo. Tutt’intorno ad esso girava una viuzza stretta, dove spesso parcheggiava mia mamma, quando andava a fare la spesa da quelle parti.

Nel 1981, mi pare, il Campidoglio decise di dare una ripulita alla zona e di ampliare via Baronio, per cui er montarozzo fu una sorta di vittima sacrificale al fine di adeguare e modernizzare la viabilità della zona. Così a sorpresa, saltò fuori una grande vasca romana.

Questa, a pianta rettangolare, ha in un angolo gli scalini per scendere all’interno, e nell’angolo opposto un pozzo per lo scarico dell’acqua. Le pareti sono in opus signinum, un conglomerato formato da scaglie di selce impastate nella calce magra ben allettata, caratteristico delle cisterne romane. Sono presenti anche tracce dell’intonaco di rivestimento in cocciopisto, ottenuto con laterizio triturato e impastato con calce e olio fino a diventare compatto e impermeabile; la superficie di rifinitura è fatta con polvere di marmo.

Al centro, quasi intatta, si vede la fontana, l’interno della quale è percorso da una serie di canalette in terracotta, di forma conico-elicoidale versava l’acqua in una serie di vaschette poste a quote diverse e comunicanti fra loro creando un effetto di piccole cascate. La tecnica di costruzione in opera reticolata e laterizio (la stessa del ninfeo di Egeria in Caffarella) consente di attribuire il complesso alla prima metà del II sec. d.C.

La vasca rappresentava un elemento decorativo e monumentale di una villa di età imperiale (I-II secolo) che si estendeva lungo la via Latina all’altezza del II miglio. Resti di una villa corrispondente a queste caratteristiche, dotata di impianti di approvvigionamento idrico e riscaldamento, venne rinvenuta alla fine del XIX secolo nei pressi delle attuali via Omodeo e via Luzio. Da alcune iscrizioni presenti sulle condutture idriche in piombo (fistulae aquariae) si è ipotizzato che la villa sia appartenuta al senatore Quinto Vibio Crispo, citato da Tacito
nella sua opera Dialogus de oratoribus, un testo dedicato all’arte della retorica. Tacito attribuisce l’enorme successo conseguito da Vibio Crispo alla sua grande eloquenza. Un successo che lo rese famoso in “tutto il mondo”, a tal punto, che il suo nome era noto nelle più “lontane parti della terra”, tanto quanto lo era nella sua città natale: Vercelli.

Ecco il brano di Tacito

Oserei sostenere che questo Eprio Marcello, di cui ho appena parlato, e Crispo Vibio (preferisco in effetti ricorrere a esempi moderni e di fresca data che a quelli del passato e dimenticati) godono nelle più lontane parti della terra di una notorietà non minore che a Capua o a Vercelli, dove si dice che siano nati. E questa notorietà non si deve ai duecento milioni di sesterzi dell’uno o ai trecento dell’altro, benché appaia credibile che siano giunti a tanta ricchezza grazie all’eloquenza, bensì proprio alla loro eloquenza. In effetti, l’essenza divina e il potere soprannaturale della parola ci hanno, in tutte le età, fornito molti esempi della fortuna a cui possono elevarsi gli uomini con la forza dell’ingegno; ma gli esempi ora citati sono vicinissimi a noi, e li possiamo conoscere non per averne sentito parlare, ma perché li abbiamo sotto gli occhi. Quanto è più bassa e spregiata la loro origine e quanto più sono notorie la povertà e le ristrettezze che li hanno circondati sul nascere, tanto più costituiscono un esempio di luminosa evidenza, valido a dimostrare i vantaggi pratici offerti dall’eloquenza del vero oratore. Perché, senza la raccomandazione dei natali, senza il solido sostegno della ricchezza, senza una moralità ineccepibile, entrambi, e uno dei due spregiato anche per il fisico, da molti anni sono ormai i più potenti

Contando che il valore di un sesterzio è pari a quello di un nostro euro, potete rendervi conto di quanto guadagnato come avvocato e oratore dal senatore in questione. Sappiamo che si trasferì a Roma ai tempi di Claudio, facendo una rapida carriera politica, diventando consul suffectus durante l’operato dell’Imperatore Nerone mentre nel ’68 d.C è nominato curator acquarum, responsabile della gestione degli acquedotti pubblici dell’Urbe.

Il potere di Quinto Vibio Crispo cresce ulteriormente sotto Vespasiano, di cui era grande amico, tanto che l’Imperatore lo utilizzò spesso e volentieri per mediare le dispute con il Senato, specie in materia fiscale. Diventa anche Proconsole d’Africa tra il 72 e 75 d.C. e due anni più tardi è nominato Legato dell’Imperatore per la riscossione delle imposte in tutta la Spagna. Nell’83 d.C ottenie il suo terzo e ultimo consolato, per poi ritirasi a vita privata e morire ultra ottantenne. Alla sua dipartita, la villa fu ereditata da un altro senatore, originario di Faenza, Tito Avidio Quieto ricoprì la carica consolare nel 93 e quella di governatore della Britannia romana nel 98 circa; alla sua morte, 107 d.C. la villa fu incorporata nel demanio imperiale.

La struttura sembra raffrontabile ad una natatio: i frequentatori potevano sedere presso l’acqua contenuta nella vasca,all’asciutto, sul bancone. In una fase successiva la vasca fu trasformata in un acquario con l’inserzione di tubuli fittili destinati a tane per pesci. Resta invece un mistero il modo in cui la fontana avrebbe ricevuto l’acqua, tenendo conto che l’unico acquedotto conosciuto che passava da queste parti (l’acquedotto Antoniniano) fu costruito 50-100 anni più tardi. Una indicazione può comunque venire dal ritrovamento di una cisterna all’interno della catacomba scoperta nel 1995 sul lato opposto di via Latina.

Il complicato sistema idraulico della fontana centrale sembra avere delle analogie con quello della “Meta sudante”, la grande fontana che si trovava di fronte al Colosseo, purtroppo rasa al suolo nel 1936: il nome “meta” deriva dalla forma conica dell’oggetto, simile alle mete dei circhi romani, “boe” attorno alle quali giravano le quadrighe in gara; la meta era detta “sudante”, perché l’acqua stillava come se la fontana “trasudasse”. Questa fontana che vediamo è oggi poi particolarmente importante in quanto costituisce un esemplare unico dell’edilizia romana

Un pensiero su “La vasca di Via Cesare Baronio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...