Atene contro Siracusa XXI

Per affrettarne i tempi ed evitare un raid ateniesi, come nella volta precedente, i Siracusani tentarono due tattiche ben definite: la prima, per rendere più veloce la costruzione del tutto, sfruttarono in parte le fortificazioni di Gelone presso l’Acradina. In più, per rallentare i movimenti del nemico, costruirono il nuovo muro, in mezzo a una palude, il paradossalmente, fece più danni a loro, che al nemico, visto che i lavori procedettero a passo di lumaca.

In più, sottovalutarono lo spirito di iniziativa di Lamaco, che sotto molti aspetti, era fissato con azioni da “corpi speciali”, il quale si era trovato provvisoriamente unico comandante dell’esercito ateniese, dato che Nicia era stato messo fuori gioco da un attacco di di una congenita forma di nefrite di cui soffriva da tempo. Così Lamaco scelse un contingente di truppe leggere, probabilmente di peltasti, dato che la rapidità e il non avere i movimenti ostacolati dal fango erano doti necessari. Per cui, questa sorta di incursori, individuarono la porzione della palude in cui la superficie sembrava un poco più stabile delle altre, presero delle assi, costruirono in fretta e furia una passerella e all’alba, mentre i Siracusani dormivano, occuparono gran parte del muro.

Il giorno dopo gli Ateniesi erano già all’opera intenti a proseguire dalla cinta circolare la struttura difensiva in direzione del ripido burrone che sovrasta la palude, il quale da questo lato delle Epipole guarda verso il porto grande e la cui scesa declina proprio lungo la linea che tagliando il piano e la palude avrebbe consentito agli Ateniesi di prolungare al porto grande lo sbarramento di circonvallazione.

Allora i Siracusani uscirono e presero anch’essi a piantare una nuova palizzata attraverso la palude partendo dalla propria cinta. Di fianco scavarono anche un fossato per ostruire la direttrice del muro ateniese verso la marina. Ultimato il settore del baluardo fino al burrone, gli Ateniesi sferrarono un secondo assalto alla palizzata e al fosso siracusano ordinando contemporaneamente alla flotta di compiere il giro da Tapso al porto grande di Siracusa. All’alba calarono dalle Epipole alla piana e prendendo per la palude dove la melma era più consistente e il passo quindi più stabile, aiutandosi col gettare innanzi tavole e assi piane, su cui camminavano, al levar del sole avevano già occupato, in quasi tutta la sua estensione, la palizzata e la fossa: quel mattino conquistarono anche il resto.

Subito dopo, Lamaco fece schierare gli opliti, in modo da costringere Ermocrate allo scontro decisivo. All’inizio le cose si misero bene per gli Ateniesi: se l’ala destra siracusana tenne, la sinistra entrò in rotta e i suoi opliti scapparono in fretta e furia lungo le mura. Lo stratega, per chiuderli in trappola, scelse un contingente di trecento opliti veterani e li piazzò sul ponte dove i fuggitivi sarebbero stati costretti a transitare.

Però, sia per la forza della disperazione, sia per l’intervento della cavalleria, alla faccia dei sapientoni che ne negano l’utilità nella Grecia classica, i trecento furono travolti e accerchiati: a peggiorare il tutto, visto il successo, i fuggitivi si riorganizzarono e tornando indietro, attaccarono l’ala destra ateniese, stringendola in una morsa

Lamaco non perse la calma: spostò dall’ala sinistra, che probabilmente, a causa sempre della palude, aveva difficoltà a incrociare il nemico un reparto di arcieri cretesi, che tennero sotto pressione le fece intervenire le riserve, costituite dal contingente di opliti di Argo. Sfortuna volle che in tutte queste manovre lo stratega si trovasse isolato dal grosso dell’esercito; così fu assalito da un gruppo consistente di soldati siracusani e assieme a cinque o sei soldati cadde combattendo.

Nonostante questo, i Siracusani, in enorme difficoltà, cominciarono a ripiegare.

Esplose una battaglia in cui gli Ateniesi ebbero la meglio. I Siracusani schierati all’ala destra si disposero verso la città: quelli del fianco sinistro scamparono lungo la sponda del fiume. Con l’intenzione di ostacolarne il guado i trecento soldati scelti ateniesi accorsero di volo al ponte. I Siracusani in allarme (ma forti del nerbo di cavalleria schierato, in quella fase, al loro fianco) si volgono con prontezza contro questo corpo di trecento, li travolgono e assaltano il fianco destro ateniese. Sotto la violenta pressione anche la prima schiera dell’ala destra vacilla e si sfalda. Lamaco avvista il cedimento: preleva dalla sua ala sinistra un reparto modesto di arcieri, lo rinforza con gli Argivi e via di corsa. Ma valicato un canale e perso il contatto è annientato a fianco di cinque o sei del drappello che l’aveva seguito sull’altra sponda. I Siracusani sono rapidi a sottrarne i cadaveri oltre il fiume, dove nessuno li può più toccare. Poi, minacciati dal resto del fronte ateniese, sempre più vicino, ripiegarono.

Ermocrate, dall’altro delle mura, approfittando del caos e non sapendo che gli Ateniesi erano provvisoriamente senza capi, ordinò una sortita, per rendere loro pan per focaccia: l’idea era di approfittare della situazione per distruggere parte della cinta d’assedio, ed effettivamente i Siracusani ci riuscirono in parte.

A salvare la situazione fu Nicia che nonostante il dolore, diede ordine di dare fuoco alle cataste di legna, che erano poste presso la palizzata: i Siracusani, per non finire dorati e fritti, allora si ritirarono. Per loro fortuna, con Lamaco morto, il suo piano per conquistare la polis siciliana, andò a farsi friggere.

Gli opliti ateniesi, invece di avanzare verso le mura cittadine, decisero di attaccare i soldati nemici che avevano effettuato la sortita: così quando la flotta ateniese violò il Porto Grande, i Siracusani, pur sconfitti, invece di essere chiusi in una tenaglia riuscirono a scappare in fretta e furia verso la polis

Intanto i Siracusani che si erano rifugiati entro la cinta, vedendo questi sviluppi dello scontro, ripresero animo e irrompendo all’esterno si riordinarono in formazione per contrastare il passo all’offensiva ateniese. Una loro divisione è in marcia per il fortino circolare in vetta alle Epipole, con l’intento di prenderlo, poiché lo si ritiene deserto. Conquistarono effettivamente radendolo al suolo, un tratto avanzato della cerchia protettiva lungo dieci pletri, ma per un’idea di Nicia la distruzione completa fu evitata. Egli, colto da una malattia, era rimasto nel forte. Quando comprese che per scarsità di forze gli sarebbe riuscito inattuabile ogni altro piano difensivo, dette ordine ai servi di incendiare le macchine e tutte le cataste di legname erette in prossimità degli spalti.

E il risultato fu quello atteso: le fiamme distolsero i Siracusani dall’avanzata e li convinsero a ritirarsi. Ormai infatti anche dalla pianura risaliva un corpo di soccorso ateniese, gettatosi subito sulle tracce di quegli aggressori. In quel momento, eseguendo l’ordine impartito la flotta in arrivo da Tapso faceva il suo ingresso nel porto grande. A quella scena i reparti impegnati sull’altura, imitati dal resto dell’esercito siracusano, calarono di gran carriera verso la città, rassegnandosi oramai a ritener fallito, per inferiorità di forze, il tentativo di sbarrare agli Ateniesi la strada verso il mare e verso un blocco completo della città.

Per cui, la flotta, invece di sbarcare i soldati, impose soltanto il blocco. Nonostante il fallimento tattico, le cose sembravano essersi messe bene per gli Ateniesi: il muro d’assedio potè proseguire nella costruzioni senza troppi problemi, le città italiche, convinte del successo di Nicia, erano uscite dalla loro neutralità e stavano fornendo viveri agli assedianti ed era arrivato un contingente di Etruschi, cosa di cui ho parlato in un altro post, provenienti da Tarquinia e guidati da Velthur Spurinna, che nelle vicende future dell’assedio, si comportarno molto meglio degli Ateniesi.

Inoltre, visto che i tanto anelati aiuti spartani non arrivavano e dato che Nicia aveva fama di essere propenso al compromesso, Ermocrate e gli altri esponenti del partito della guerra, che sino ad furono esautorati e sostituti da altri strateghi

Gli Ateniesi, conclusi gli scontri, elevarono un trofeo e restituirono ai Siracusani le salme dei loro caduti, ricuperando a propria volta il cadavere di Lamaco e dei suoi. Ormai s’era aperto un generale ricongiungimento delle forze ateniesi, terrestri e navali: e si prolungò, partendo dallo sprone roccioso delle Epipole, lo sbarramento fino al mare, cingendo così Siracusa con un doppio bastione. L’armata riceveva viveri da ogni punto dell’Italia. Molte genti sicule, che prima tentennavano, si presentavano a porgere la propria alleanza. Dalla Tirrenia comparvero tre navi a cinquanta remi. L’avvenire s’apriva lieto alle speranze. Poiché Siracusa non poteva intravedere la salvezza in una ripresa del conflitto: dal Peloponneso non c’era indizio di una riscossa, di una spedizione di soccorso. Sicché si infittivano, in seno alla stessa cittadinanza, ma anche con Nicia che, deceduto Lamaco deteneva il sommo comando, i colloqui tendenti a un accordo. Una posizione risolutiva non emerse: ma, umanamente, quella fase difficile la povertà di risorse e il sacrificio, ora più acerbo, dell’assedio esigevano un più intenso scambio di vedute con Nicia e conversazioni anche più approfondite dentro le mura. Dilagò il sospetto tra uomo e uomo, alimentato dalle attuali miserie. Gli strateghi sotto il cui comando s’era giunti a quelle disfatte furono deposti. S’imputò alla sorte infelice o al tradimento dei generali quella crisi: e altri furono eletti, Eraclide, Euclea e Tellia

Tutto è bene quello che finisce bene per gli ateniesi? No, perchè Nicia, cone le indecisioni, non era all’altezza di un militare esperto come Lamaco… Ucronicamente, possiamo chiederci come sarebbero cambiate le vicende dell’assedio, se questi fosse sopravvissuto

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