Il Cenotafio di Annia Regilla

Quando parlai del Tropio di Erode Attico, e della sua tenuta sull’Appia Antica, accennai alla vicenda giudiziaria in cui fu coinvolto, il presunto assassinio della moglie Annia Regilla: nonostante fosse assolto da questa accusa, più che altro per la sua amicizia con l’imperatore Marco Aurelio, le voci sulla sua colpevolezza continuarono a essere diffuse. Così, per cercare di smentirle, eresse nel Pago Tropio, all’altezza del nostro Parco della Caffarella, uno splendido cenotafio in onore della defunta, noto anche come “Tempio del dio Rediculo” in quanto nei secoli XVII-XVIII era ritenuto, interpretando Plinio, un tempio dedicato al dio protettore di coloro (rediculi) che ritornavano a Roma dopo essere stati a lungo lontani. Tale tempio è menzionato da Sesto Pompeo Festo che in un frammento cita un fanum Redicoli da collocarsi in un luogo imprecisato fuori Porta Capena. Il nome deriverebbe dalla tradizione secondo la quale in quel luogo Annibale, in procinto di attaccare Roma, avrebbe fatto marcia indietro allarmato da una visione sfavorevole. Una errata traduzione del testo pliniano nel Dictionary of the Greek and Roman antiquities (1698) scritto da Pierre Danet, abate e studioso francese, portò a ribattezzare l’edificio con il nome totalmente fuorviante di Aedicula Ridiculi, interpretazione poi ripresa e rilanciata dal Nibby.

In realtà secondo Tito Livio, Annibale ed il suo esercito si accamparono a nord a tre miglia da Roma sulle rive del fiume Aniene, mentre fu il Console Quinto Fulvio Flacco, che, provenendo dall’assedio di Capua , entrò a Roma dalla Porta Capena per disporre le sue truppe tra la Porta Esquilina e la Porta Collina (Porta delle Mura Serviane non più esistente) per difendere la città dalle truppe di Annibale. Comunque, ovviamente il Dio Redicolo proteggeva tutti i Romani in viaggio e non solo quelli che uscivano da Porta Capena prendendo la Via Appia.

La corretta attribuzione dell’edificio si deve invece al grande Rodolfo Lanciani, che lo identificò con il Cenotafio di Annia Regilla, grazie

di alcune epigrafi menzionanti la nobildonna e il suo sepolcro ritrovate in un’area compresa tra la basilica di San Sebastiano e il Mausoleo di Cecilia Metella.

L’edificio, a pianta rettangolare (m 8.3 x 12), è articolato, secondo lo schema consueto dei sepolcri “a tempietto” del II secolo d.C., su due piani: in quello inferiore, a cui si accedeva da una porticina sul lato Est, era situata la cella funeraria, mentre in quello superiore si svolgevano le cerimonie funebri. Dai disegni degli architetti rinascimentali, come Antonio da Sangallo, sappiamo che originariamente davanti alla facciata sul lato Nord si apriva un vasto pronao con quattro colonne, oggi non più conservato, che delimitava la gradinata di accesso al piano superiore. Una ricostruzione dell’architettura del monumento è presente anche nell’opera di Luigi Canina, della metà dell’800, sugli edifici antichi dei dintorni di Roma.

La porta che conduceva all’ambiente per le cerimonie, attualmente chiusa, è caratterizzata da un alto architrave con nicchia sovrastante, inquadrata da due colonne e da un timpano modanato. Il lato Est, il più visibile dalla valle, presenta una decorazione particolarmente ricca: la parete è scandita verticalmente da due semicolonne a fusto ottagonale con capitelli corinzi, profondamente incassate nella muratura, e da due lesene angolari che inquadrano al centro una finestra con architrave aggettante e, ai lati, due incassi rettangolari per le iscrizioni, non più conservate; orizzontalmente la parete è divisa da una ricca fascia a meandro, anch’essa realizzata in laterizio.

I lati Ovest e Sud riprendono, in maniera più semplice, lo schema decorativo delle facciate principali, con quattro lesene in laterizio rosso che scandiscono la parete, in cui si aprono tre finestre rettangolari con architrave. L’ambiente superiore, per le cerimonie funebri, è coperto da una volta a crociera, al centro della quale resta l’incasso circolare per un medaglione; sulle pareti si individuano le tracce degli stucchi e degli affreschi che le decoravano; il pavimento che divideva i due piani è totalmente crollato: ne restano soltanto tracce negli angoli.

Intorno al IX secolo l’edificio fu trasformato in oratorio cristiano, i cui affreschi decorano ancora l’interno, cosa che ne permise la conservazione. Un disegno di Carlo Labruzzi della fine del XVIII secolo ritrae l’edificio ancora in buono stato, utilizzato come fienile, e accanto ad esso un casale ed una torre. In prossimità del sepolcro è infatti tuttora localizzato un antico casale che ingloba i resti di un mulino, precedentemente usato come valca (dal termine longobardo “walkan”, “rotolare”) impianto per il lavaggio dei panni; dai documenti di archivio sulla peste del 1656 sappiamo che durante l’epidemia la valca fu eccezionalmente adibita al lavaggio delle coperte infette. La torre, oggi non più conservata, faceva parte del sistema difensivo della valle della Caffarella, che in età medievale era circondata da una serie di torri di guardia poste sui valichi del fiume Almone, di proprietà di singoli personaggi che si contendevano il controllo del territorio.

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