Akragas Arcaica

Se nei post precedenti, ho raccontato la storia di Agrigento, ampliando lo sguardo al resto della Sicilia greca, la cui storia è parecchio trascurata nella scuola italiana, ora provo invece a evidenziare la sua evoluzione dal punto di vista degli scavi archeologici. Questi ci dicono come Akragas, tra la seconda metà e la fine del VI secolo a. C. definisce le basi della sua urbanistica.

La città è infatti destinata a svilupparsi nell’ intera area della valle, dalle pendici della Rupe Atenea sin sotto la collina dei templi ed è già concepita secondo criteri evoluti, definiti da una scansione regolare degli spazi e della viabilità, che quasi sembra preannunciare le riflessioni di Ippodamo da Mileto. Il disegno urbano, infatti, risulta impostato su grandi arterie con orientamento Est-Ovest (plateiai del periodo greco ricalcate dai decumani romani) attraversate ortogonalmente da circa 30 stenopoi (i cardines di epoca romana) che si adattano alle pendenze del terreno mediante l’utilizzo di rampe e senza una sostanziale modifica di tracciato.

Il terminus ante quem per la datazione dell’impianto è costituito dal Tempio di Zeus Olimpio (480-460 a.C.) che vi risulta inserito, mentre il termine della seconda metà del VI sec.a.C. è basato sugli scavi stratigrafici nell’area del quartiere ellenistico-romano e su quelli praticati nel settore occidentale della collina dei templi. Un orientamento leggermente sfalsato presenta invece il quartiere di abitazioni databili già dal VI secolo (ma in uso sino al IV secolo a.C.) messo in luce dagli scavi Marconi nel settore nordoccidentale della valle.

Il nucleo di abitazioni presenta la particolarità di essere costituito da case o gruppi di case disposte a schiera, per lo più monocellulari, parzialmente ricavate nella roccia, caratterizzate dalla presenza di pozzi o cisterne e dall’utilizzo di spazi liberi comuni. Inoltre, a partire dalla metà del VI sec. a.C. si definisce il carattere sacro della collina dei templi che accoglie, ora, piccoli edifici e recinti sacri (santuario delle divinità ctonie e tempietto tripartito nel settore occidentale della collina, ad Ovest di porta V, tempietto arcaico sotto il tempio di Vulcano e, nel settore orientale, tempietto di Villa Aurea). E’ solo sullo scorcio del secolo, tuttavia, che l’assetto monumentale comincia a delinearsi con la costruzione del primo tempio periptero di Eracle sulla collina dei templi.

Se pure in assenza di dati archeologici certi, all’età di Falaride si deve far risalire la costruzione delle poderose mura di fortificazione, in parte tagliate nella roccia e in parte costruite. Dati inequivocabili fissano con certezza lo sviluppo dell’impianto nella seconda metà del VI secolo (deposito di consacrazione del 530 circa a.C. sistemato ai piedi delle mura là dove esse corrono a ridosso del santuario delle divinità ctonie; officine di coroplasti che si addossono nello stesso sito, all’esterno delle mura; tempietto arcaico di Villa Aurea che tiene conto della linea delle mura; infine, connessione del tracciato con la viabilità urbana concepita tra la metà e la fine del VI secolo a.C.). Si tratta, nel complesso, di un’opera notevole per estensione (ca. 12 km.) e chiarezza di tracciato lungo un perimetro approssimativamente rettangolare che segue la linea naturale di maggiore elevazione, la cresta delle alture e il margine superiore dei valloni.

La più antica tra le necropoli greche di Agrigento è coeva alla fondazione della città (ceramica mesocorinzia). Ubicata sulla collina di Montelusa ad Ovest della foce del fiume Akragas, risulta strettamente connessa non tanto al primo insediamento “urbano” entro i confini della città arcaica e classica, quanto piuttosto ad un emporion sorto alla foce del fiume destinato ad essere attivo sino ad epoca bizantina quale nucleo commerciale collegato con il porto.

Alla Akragas arcaica riportano invece le due necropoli “urbane” di San Biagio e di contrada Pezzino, rispettivamente lungo la riva destra del vallone omonimo ad oriente della città nel settore sudoccidentale della collina di Girgenti. In particolare, la “necropoli Pezzino” si
configura come la più ricca e vasta area di sepolture, destinata a svilupparsi nel corso del V secolo a.C. In epoca arcaica è utilizzata anche la necropoli di contrada Mosè, località ubicata ad alcuni chilometri ad Est della città, lungo la direttrice per Gela, forse da riferire ad un sobborgo da ricercare sulla sovrastante collina. La necropoli, che nel VI secolo a.C. aveva tombe costruite generalmente con tegole poste “alla cappuccina”, presenta il suo massimo sviluppo nel V secolo a.C.

Le nuove linee temporali di Loki

Per distrarmi dalle brutte notizie di oggi, invece di parlare di Palermo, magari terminerò a raccontare di Palazzo Mirto più tardi, oppure si passa alla prossima settimana, mi dedico a post più nerd. Per chi ha visto la seconda puntata di Loki, nel momento in cui la Variante bombarda la Sacra Linea Temporale con le cariche di reset, sui monitor della TVA iniziano a comparire svariate linee alternative, originate ognuna da un particolare punto Nexus che viene indicato su schermo

Phong Nha, Vietnam – 3 agosto 1522
Lisbona, Portogallo – 31 marzo 1492
Vormir – 23 aprile 2301
Thorton, USA – 25 ottobre 1551
Cookville, USA – 22 novembre 1999
Asgard, 16 febbraio 2004
Roma, Italia – 3 ottobre 1390
Sakaar, Tayo – 13 agosto 1984

Barichara, Colombia – 2 febbraio 1808
Parvoo, Finlandia – 14 luglio 1708
Ego – 27 dicembre 1382
Titano – 13 ottobre 1982
New York, USA – 21 settembre 1947
Tokyo, Giappone – 1 marzo 1984
Hala – 3 gennaio 0051
Kingsport, USA – 2 agosto 1999
Xandar – 24 settembre 1001
Pechino, China – 23 novembre 2005
Madrid, Spagna – 18 luglio 1903

Location ignota – 12 aprile 1887

Da amante delle Ucronie, ho cominciato a raccogliere qualche appunto su quello che potrebbe essere connesso ai Point of Divergence di queste nuove linee temporali. In particolare, per semplificarmi la vita, le ho suddivise in quattro categorie: legate a Loki, legate ai Guardiani della Galassia, legate ad altri eventi Marvel, legate alla storia reale.

Legate a Loki

Queste sono le più ovvie e banali: Asgard, 16 febbraio 2004 e Sakaar, Tayo – 13 agosto 1984 il pianeta del Gran Maestro, in cui è ambientato Thor Ragnarok. Piccolo dubbio che mi è venuto vedendo la puntata. Il dossier che Loki legge sul Ragnarok, che lo porta a ipotizzare come le Varianti si possano nascondere nei momenti antecedenti alle Apocalissi, cosa di cui non se ne rende conto, perché lo ha vissuto un’altra sua versione, non parla di quello del MCU, in cui gli Aesir, uso il termine della mitologia nordica, si salvano, evacuando il pianeta, ma di uno di un’altra linea temporale in cui sono tutti sterminati.

Ora dato che oltre alla Sacra Linea Temporale, deve esistere almeno quella legata alla Variante, non vorrei che questo Ragnarok si sia verificato nella sua Timeline, il che aumenta ulteriormente i dubbi sul ruolo e sulla missione della TVA

Legate ai Guardiani della Galassia

Sarò strano io, ma ho notato una serie di collegamenti tra la puntata di Loki e i Guardiani della Galassia, a cominciare dalla scena di combattimento nella tenda della fiera medievale, con l’accompagnamento musicale Holding out for a hero? di Bonnie Tyler del 1984, parte della colonna sonora di Footloose, film che rese famoso Kevin Bacon, colui che secondo Starlord è il più grande eroe della terra. Ricordiamo il dialogo tra lui e Gamora

Gamora: Io sono una guerriera, e un assassina. Non ballo.

Star-Lord: Davvero? Be’, sul mio pianeta esiste una leggenda sulle persone come te. Si chiama Footloose; parla di un grande eroe di nome Kevin Bacon, che insegna a una città piena di persone con un manico di scopa infilato nel culo che ballare… È la cosa più bella che ci sia!

Ora, citazione ai Guardiani ci sono anche nelle nuove linee temporali: Vormir – 23 aprile 2301, ricordiamo che la prima ad esservi sacrificata non è Vedova Nera, ma Gamora, Ego – 27 dicembre 1382, il Pianeta Vivente è il padre biologico di Star Lord, Titano – 13 ottobre 1982, patria di Thanos e se l’MCU rispetta i fumetti anche degli Eterni e Xandar – 24 settembre 1001, sede dei Nova Corp.

Di fatto, essendo queste le citazioni le più numerose tra quelle del MCU, ho l’impressione che possa esistere un legame, anche biologico, tra Star Lord, Gamora e la Variante

Legate a generici eventi Marvel

Il primo è New York, USA – 21 settembre 1947, che potrebbe essere la data del matrimonio tra Peggy Carter e Steve Rogers tornati indietro del tempo, l’altro Xandar – 24 settembre 1001, pianeta dei Kree, magari connesso a Capitan Marvel. Su alcuni forum reddit sostengono che il 12 aprile 1887 coincida con la data di nascita di Wolverine e che quindi l’evento nexus porti alla nascita dei mutanti, però concedetemi il beneficio del dubbio

Legate alla Storia Reale

Qui devo fare i complimenti ai sceneggiatori Marvel, che si sono sbizzarriti e si sono dimostrati delle menti malate, ben peggiori del sottoscritto.

Phong Nha, Vietnam – 3 agosto 1522

Per chi non conosce il Vietnam, Phong Nha è uno splendido parco nazionale della provincia centrale di Quảng Bình a 50 chilometri a nord della città di Dong Ho. Questo parco ha 300 caverne e grotte, per una lunghezza totale di 70 chilometri, di cui solo 20 sono stati esaminati degli scienziati vietnamiti.

Storicamente, quest’area apparteneva al regno del Champa, una sorta di federazione di tre o quattro principati, o province, abitati dai popoli di lingua Cham, ciascuno dei quali prendeva il nome da una regione storica dell’India, e godeva nel campo della politica interna di un’autonomia più o meno accentuata. Federazione che, per secolo, ha combattuto una quantità infinita di guerre con i Viet veri e propri e con i Khmer cambogiani. Nel 1471 l’imperatore vietnamita Le Thanh Tong, che era un eccellente amministratore e condottiero e guidava un esercito potente e ben organizzato, invase e mise a ferro e a fuoco il Champa: 60.000 Chăm vennero uccisi e 30.000 catturati come schiavi.

Risultato, una parte del regno fu ammesso all’Impero Viet, una parte fu diviso in tre signorie tributarie, Phan Rang, Phan Ri e Phan Thiet, i cui abitanti visto che Buddha li aveva abbandonati, lasciandoli nelle mani dei tradizionali nemici, decisero di convertirsi all’Islam. Proprio il 3 agosto 1522, a Phong Nha, si radunarono i rappresentati di queste tre signorie, per cercare di mettersi d’accordo per scatenare una Jihad con i Viet; cosa che, per la tradizionale litigiosità Cham, non si verificò. Magari, invece, la Variante, genera una sequenza di avvenimenti, tali da far scatenare e riuscire questa rivolta, con la nascita di un forte stato islamico in Indocina… Il che cambia notevolmente la storia dell’area: magari non si scatena la guerra del ‘Nam, Ho Chi Min non avrebbe interesse ad annettere un sultanato musulmano di cultura e lingua differente, e quindi l’equivalente del Vietnam del Sud rimarrebbe indipendente, avendo però una serie di problemi con lo sviluppo dell’integralismo musulmano

Lisbona, Portogallo – 31 marzo 1492

Molti siti americani, collegano questa data a Cristoforo Colombo: questo però implicherebbe un Point of Divergence differente, ossia la spedizione delle Indie finanziata dai portoghesi, invece che dagli spagnoli. Invece, la data è connessa a un evento molto più drammatico.
Quel giorno, Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia proclamarono il decreto dell’Alhambra, che rendeva obbligatoria la conversione degli ebrei dei loro domini alla religione cattolica, mentre disponeva l’espulsione e la confisca per coloro che non si fossero convertiti. Saputo questo, lo stesso giorno, a Lisbona, Giovanni II di Portogallo permise a circa 90.000 di loro di entrare nel suo regno e dietro il pagamento di una tassa di otto cruzados pro capite, gli concesse un permesso di soggiorno provvisorio di otto mesi, al termine del quale furono trasferiti nel Nord Africa, nell’Impero Ottomano e Roma. Magari la variante fa modificare la decisione del re, rendendo il permesso di soggiorno in Portogallo definitivo. Qui, se non convincono Sebastiano I del fatto che invadere il Marocco non sia poi un’idea così brillante, possono campare in santa pace sino al 1580, quando Filippo II di Spagna diviene re di Portogallo. Conseguenze, non avviene il boom economico ottomano, le finanze portoghesi sono ancora migliori rispetto alla nostra Time Line, e dato che nel 1580 gli ebrei migreranno in Inghilterra o negli altri paesi del Nord Europa, non nasceranno le comunità sefardite del Mediterraneo, per cui, la cucina romana sarà ben differente (niente baccalà, carciofi alla giudia e fiori di zucca)

Thorton USA – 25 ottobre 1551

Francisco Vázquez de Coronado era governatore della Nuova Galizia corrispondente agli attuali stati messicani di Jalisco, Sinaloa e Nayari che tra il 1540 e il 1541 organizzò una spedizione esplorativa alla ricerca della sette città d’oro di Cibola, sì, proprio quella del fumetto di zio Paperone, in cui si spinse sino al nostro Kansas. Strada facendo, lasciò una serie di missioni francescane, tra cui una a Thorton, che negli anni successivi, tra il 1550 e il 1551, scomparvero o per la carestia o perché eliminate dagli indigeni. Probabilmente, la Variante salva dalla distruzione almeno una di queste. Ciò implica una precoce iberizzazione degli indiani e una maggiore migrazione dal Messico: di conseguenza, in questa Time Line, gli USA diverranno uno stato a maggioranza linguistica spagnola e religione cattolica già negli anni Sessanta del Novecento, con tutti gli impatti politici e culturali.

I miei amici appassionati di Xmen, ma io non posso né confermare, né smentire, lo ricollegano anche a Andre Thorton, nemico di Wolverine, famoso per gli esperimenti sui mutanti di Arma X, il cui nome di battaglia deriva da quella località

Cookville, USA – 22 novembre 1999 e Kingsport, USA – 2 agosto 1999

Li metto insieme perché riguardano la TVA vera: al pubblico italiano questo acronimo dice poco, ma per il pubblico americano medio questa è la Tennessee Valley Authority, uno dei principali enti voluti da Roosevelt nel New Deal, una sorta di Cassa del Mezzogiorno per lo sviluppo del Sud degli Stati Uniti, che è utilizzata proverbialmente come sinonimo di carrozzone burocratico. Ente che esiste ancora, come una mega multi utility, per i romani, un’Acea sotto cura di steroidi: a Cookville, in quei giorni, la TVA vera inaugura un centro di ricerca per le energie alternative, mentre a Kingsport fonda una sorta di campus universitario privato. Magari la Variante interviene modificando la sequenza di avvenimenti che trasformano la Tennessee Valley Authority nella Time Variant Authority.

Scherzando, devo notare come gli sceneggiatori di Loki siano fissati con un certo presidente americano, data anche la citazione del “Franklin D. Roosevelt High School”…

Roma, Italia – 3 ottobre 1390

Il 1390, a Roma è anno del Giubileo, in cui, nonostante lo scisma d’Occidente, giungono nella città uno sproposito di pellegrini: ma questo, come impatta nella storia ? Il 3 ottobre, papa Bonifacio IX promulga una bolla che decreta due cose: oltre alle basiliche di S. Pietro, di S. Paolo e di S. Giovanni in Laterano, i pellegrini dovrannno visitare anche quella di S. Maria Maggiore, il che favorisce l’urbanizzazione dell’Esquilino, cosa che però agli sceneggiatori Marvel dubito interessi molto… Più impattante, a livello storico, è la seconda: l’indulgenza plenaria poteva venire lucrata anche da coloro che non potevano recarsi a Roma, purché pagassero una somma ai banditori che si trovavano in tutta Europa. Ciò porta al boom delle vendite delle indulgenze. Ora, se la Variante interviene, questo non si verifica, così Lutero non ha uno dei suoi principali argomenti propagandistici e di conseguenza, la Riforma ha un successo molto ridotto, simile al movimento hussita, e questo cambia drammaticamente la storia d’Europa negli ultimi cinquecento anni.

Barichara, Colombia – 2 febbraio 1808

Paradossalmente, siamo nel caso di troppa “Grazia Sant’Antonio”. Da una parte, i forum su Reddit in lingua spagnola che bazzicano, parlano di una misteriosa eruzione vulcanica, ma non ho trovato altre evidenze documentali; più concreta una rivolta anti spagnola di quel periodo, che per una sorta di effetto valanga, per colpa di uno sproposito di equivoci ed errori da parte dei sovrani iberici, porterà all’indipendenza della Nova Granada, che diverrà la nostra Colombia. Per cui, è probabile che la Variante con il suo intervento, rallenti il processo di indipendenza del Sud America, con i relativi impatti globali.

Parvoo, Finlandia – 14 luglio 1708

Questa è molto semplice, però dimostra una conoscenza storica interessante da parte degli sceneggiatori Marvel. A Parvoo, vi era lo stato maggiore di Carlo XII di Svezia, impegnato a pianificare la sua invasione della Russia di Pietro il Grande, che porterà alla sua rovinosa sconfitta alla battaglia di Poltova. Probabilmente, la Variante, cambia le intenzioni e i piani di Carlo XII: di conseguenza, la Seconda Grande Guerra del Nord avrà un esito differente. La Svezia continuerà a svolgere il ruolo di grande potenza del Nord Europa e non seguirà da inizio Ottocento in poi, una politica di neutralità; al contempo, la Russia, non fonderà San Pietroburgo, la capitale continuerà ad essere Mosca e sarà molto meno interessata alle vicende dell’Europa centrale e occidentale… Ad esempio, potrebbe non avvenire la spartizione della Polonia, oppure avverrà tra Svezia, Prussia e Austria.

Tokyo, Giappone – 1 marzo 1984

La data è probabilmente legata a uno delle più complesse vicende criminali del Giappone, il caso Gilco Morinaga. dove la Gilco, per chi non la conosce è l’azienda che ha inventato i biscotti Mikado. Per prima cosa, fu rapito il suo presidente, Katsuhisa Eza e fu richiesto un riscatto di un miliardo di yen e cento chilogrammi di lingotti d’oro. Tuttavia, tre giorni dopo, il 21 marzo, Ezaki riuscì a scappare dal magazzino dove era rinchiuso a Ibaraki, nella prefettura di Osaka.

I tentativi di estorsione alla Glico non terminarono con la fuga di Ezaki. Il 10 aprile, furono date alle fiamme delle macchine nel quartier generale della Glico. Il 16 aprile, un contenitore di plastica contenente acido cloridrico e una lettera di minacce indirizzate alla Glico fu trovato ad Ibaraki. Il 10 maggio, la Glico iniziò a ricevere lettere da una persona o un gruppo che si firmava “Il mostro dalle 21 facce” dal nome di uno dei criminali presenti nei racconti polizieschi del famoso scrittore Edogawa Rampo.

Il tizio dichiarò che aveva avvelenato alcune confezioni di caramelle Glico con cianuro di potassio. Quando l’azienda Ezaki Glico ritirò i suoi prodotti dagli scaffali dei negozi ebbe delle forti ripercussioni, con perdita di oltre 20 milioni di dollari e la perdita del posto di lavoro per 450 dipendenti part time, e il “mostro” minacciò di mettere i prodotti alterati in commercio. In seguito, il mostro dalle 21 facce minacciò altre aziende giapponesi e sbeffeggiò senza ritegno con lettere ai giornali la polizia. Solo a seguito del suicidio soprintendente Yamamoto della polizia della prefettura di Shiga, questi mandò una lettere di scuse e smise con i ricatti… Nel 2002, il personaggio dell’Uomo che ride in Ghost in the Shell: Stand Alone Complex fu ispirato al caso Glico-Morinaga. Probabilmente, la Variante vuole impedire il verificarsi di questi eventi

Pechino, China – 23 novembre 2005

Anche questo è molto banale: la data coincide con la scoperta del terzo caso, da parte delle autorità cinesi, del terzo caso di influenza aviaria. A differenza del Covid, a Pechino si agì con rapidità ed efficacia, impedendo la pandermia. Probabilmente, la Variante vuole invece farla scoppiare.

Madrid, Spagna – 18 luglio 1903

La data coincide con due avvenimenti: uno ludico, la prima partita seria dell’Atletico Madrid e diciamola tutta, dopo avere visto un Loki ciclista, vincitore del Tour de France, non mi dispiacerebbe vedere un Loki calciatore l’altra un poco più seria, la stipula dell’accordo di spartizione del Marocco tra Francia e Spagna, che non sarà mai digerito bene dal Kaiser Guglielmo II e sarà una delle tante concause della Prima Guerra Mondiale. Se la Variante non lo fa verificare, o fa accadere l’avvenimento in modo differente, magari la crisi dell’attentato di Sarajevo potrebbe risolversi in altro modo.

Ricordiamo che le spie italiane a San Pietroburgo, impegnate di solito bisbocciare tra bordelli e teatri, non solo fornirono a Salandra la conferma che la Russia sarebbe intervenuta in soccorso della Serbia se questa fosse stata attaccata dall’Austria, ma addirittura copia dei piani militari di invasione.

Il nostro ministro degli Esteri San Giuliano si premurò di diffondere l’informazione presso gli alleati, all’epoca facevamo ancora parte della Triplice Alleanza, e il 21 luglio 1914, l’ambasciatore a Vienna Giuseppe Avarna riferì la risposta di Berchtold: costui non «prestava soverchia fede» alle notizie che davano la Russia pronta ad intervenire e che semmai la Russia fosse intervenuta nel conflitto austro-serbo, l’Austria non aveva paura di affrontarla; inoltre Conrad, il generalissimo di Vienna, dando per l’ennesima volta testimonianza della sua ehm intelligenza, aveva affermato come i piani di invasione russi in mano agli italiani fossero dei clamorosi false.

Nonostante questo, Il governo italiano, invece di mandare al diavolo gli Asburgo, tentò un’ultima carta: il 25 luglio, al rifiuto serbo dell’ultimatum, assieme alla Gran Bretagna propose una conferenza di pace, che fallì per gli attriti tra Francia e Germania. Se la Variante li fa attenuare, la mediazione ha successo…

Per cui, la TVA ha parecchie, parecchie gatte da pelare…

La tomba di Agrippina

Come raccontato in un altro post, Baia fu lo scenario dell’omicidio di Agrippina, ordinato dal figlio Nerone: Tacito racconta inoltre che solo dell’imperatore i servi di Agrippina le avrebbero innalzato un modesto sepolcro, un semplice tumulo, sulla via di Miseno non lontano dalla villa di Cesare. Dall’erronea interpretazione della testimonianza dell’autore antico, la tradizione erudita settecentesca ed ottocentesca ha voluto credere che questa tomba coincidesse con i resti di un monumento di epoca imperiale che si trovano nella Marina di Bacoli, dalla pianta curva, che così fu definita la Tomba di Agrippina non tenendo conto dell’eccessiva vicinanza al mare e della lontananza della strada antica, oggi ripercorsa dal tracciato moderno e in posizione elevata.In realtà il monumento è un teatro-ninfeo, parte di un’imponente villa marittima che doveva estendersi fino alla cima della collina, andata distrutta e parzialmente inglobata nelle costruzioni moderne. L’impianto originario della struttura, un odeion ovvero un piccolo teatro di età augustea o giulio-claudia di cui si conservano solo i segni delle gradinate, fu trasformata in un ninfeo esedra tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C., probabilmente a seguito del parziale sprofondamento dovuto a fenomeni bradisismici.

Quel che resta, a seguito degli scavi che si sono succeduti dall’Ottocento in poi, è un’esedra con tre emicicli posti alla medesima quota ed uno inferiore,1,30 metri sotto il livello della spiaggia, con l’altezza dei vari corridoi varia tra i 2,7 e i 3,1 metri, con una larghezza compresa tra i 1,45 e 3 metri.

L’emiciclo inferiore (al quale si accede sulla sinistra) si qualifica come un corridoio semianulare, coperto da una volta decorata da riquadri in stucco, come le pareti vivacizzate di finestre e da nicchie curvilinee. Il corridoio inferiore immetteva in un altro ambulacro afferente alle altre strutture della villa. All’esterno, ancora oggi, si nota una scala centrale che conduceva all’emiciclo superiore, coperto da una volta rampante e con un prospetto scandito da finestre intervallate da tre porte ad arco. Ad esso si poteva accedere anche per mezzo di un’altra rampa di scale ubicata a sinistra, in un piccolo ambiente completamente disadorno e dalla pianta irregolare.

Nel secondo emiciclo vi erano due scale (oggi ne resta una sola) che conducevano alla parte superiore, dove si conservano i resti di una gradinata in opera reticolata(opus reticolatum). Infine vi è il terzo emiciclo che si colloca alle spalle del secondo ed è oggi privo della volta e di una parte del muro esterno mentre quello interno conserva ancora l’originaria scansione determinata da semicolonne con fusti e capitelli rivestiti di stucco. All’interno di questo semicerchio ci sono dei setti murari che suddividono il corridoio in vari piccoli ambienti ascrivibili alla ristrutturazione del II° secolo d.C. che contemplò, tra le altre cose, anche la creazione di una piccola cisterna raggiungibile mediante tre gradini dall’ultimo vano a destra.

La tecnica utilizzata per la costruzione è quella dell’opus reticolatum com ammorsature a tufelli rettangolari e ricorsi di laterizi. Le decorazioni lungo le pareti dei corridoi anulare (emiciclo inferiore) e assiale (dalla rampa principale di scale all’emiciclo superiore) della Tomba di Agrippina sono realizzate su intonaco a fondo bianco con incisioni rettangolari che creano l’effetto di un rivestimento a lastrine marmoree. Una successione di cornici in stucco e tracce di rilievi figurati sono presenti nella parte iniziale del corridoio assiale mentre in entrambi vi sono incisioni graffite nell’intonaco fresco che provocano dei pannelli bianchi di forma rettangolare che si alternano con ampiezza differente. Su una delle cornici del corridoio assiale è presente un fregio a kyma lesbio, di colore rosso-azzurro (secondo l’uso cromatico delle decorazioni monumentali a Pompei e nei Campi Flegrei), uno dei motivi che insieme all’anthemion costituisce il vocabolario decorativo abituale dei monumenti greco-romani. Mentre nel corridoio dell’emiciclo mediale il rivestimento è interamente scomparso (si notano solo dei resti di intonaco a sfondo giallo alla base), nel corridoio dell’emiciclo superiore si notano tracce di colorazione rossa su alcune bande di inquadramento. Si tratta di semicolonne (50 cm di diametro) in opera reticolata (poste a intervalli di 110 cm) rivestite da stucco bianco e sormontate da capitelli corinzi . Probabile che le semicolonne siano state rivestite in occasione delle successive fasi di risistemazione del sito archeologico.

La volta a botte del corridoio assiale, quello che attraversa tutti e tre gli emicicli, ha una superficie che è possibile dividere in due tratti. Il primo tratto (più lungo) è caratterizzato da pannelli rettangolari, di ampiezza differente e alternati, contenenti diverse forme geometriche, ordinate secondo uno schema a scompartimenti giustapposti e simmetrici. I pannelli sono legati tra loro mediante listelli in stucco bianco, ornati da un fregio ad ovoli senza lancette. All’interno dei pannelli più stretti ci sono esagoni e losanghe, all’interno di quelli più ampi e centrali ci sono un cerchio, un quadrato a lati concavi e di nuovo un cerchio. Il cerchio possiede al suo interno un ulteriore motivo decorativo. Ogni scompartimento, di qualunque formato esso sia, doveva ospitare al suo interno un rilievo figurato, non sempre identificabile oggi sia per l’usura del tempo sia per la frammentarietà delle immagini: grifi , rosette, figure femminili (distesa o fluttuante). Il secondo tratto (più breve) è incompleto di rivestimento all’inizio ma anche qui la superficie è caratterizzata da larghi pannelli rettangolari contenenti compartimenti quadrangolari definiti da cornici in stucco e collegati tra loro. Sono sempre visibili, seppur in maniera poco chiara, tracce di figure (amorini, cariatidi e altre immagini femminili) ma non forme circolari o esagonali

Ovviamente, la storia della tomba di Agrippina ha portato alla nascita di leggende sui fantasmi: nelle notti estive di luna piena vi apparirebbe un fantasma femminile, vestito di bianco all’antica, che pettina i suoi lunghi capelli usando il mare come specchio. Se qualcuno prova ad avvicinarsi, questa scompare lasciandosi dietro una scia di profumo.

Le Terme Antoniane

Continuando il nostro viaggio per le Terme dell’antica Roma, giungiamo alla penultima tappa, le Terme di Caracalla o Antoniane, dal nome completo del figlio di Settimio Severo: secondo un’ipotesi, alquanto contestata, fu proprio quest’ultimo a dare avvio alla costruzione di questo edificio. Tuttavia, i bolli laterizi confermano l’ipotesi tradizionale, con i lavori compresi tra il 212 ed il 216 d.C.

Questo non significa che con l’inaugurazione di Caracalla, le Terme fossero complete: sappiamo dalle fonti dell’epoca che sia Eliogabalo, sia Alessandro Severo, provvidero alla costruzione e decorazione del recinto esterno dell’edificio. Caracalla, per la costruzione delle sue Terme, destinate a un pubblico popolare, i residenti della I, II e XII regione augustea, ossia l’area densamente popolata tra Aventino e Celio, circa 400 m al di fuori dell’antica porta Capena e poco a sud del venerato bosco delle Camene, le antiche divinità oracolari della Roma arcaica.

Per l’approvvigionamento idrico delle terme nel 212 fu creata una diramazione dell’Acqua Marcia, chiamata aqua Antoniniana, che valicava la via Appia appoggiandosi sul preesistente arco di Druso. Le terme di Caracalla hanno i pavimenti alla quota di 23 m sul livello del mare; ma l’acqua poteva innalzarvisi fino a m. 39,65, in modo che, con questo dislivello di quasi 17 metri, potesse servire tutte le piscine, calde o fredde, dell’edificio.

Per la realizzazione del complesso fu necessario abbattere gli edifici preesistenti e sbancare un ampio settore della collina, colmando con la terra di risulta il lato opposto fronteggiante la via Appia. L’accesso al grandioso complesso fu garantito dalla via Nova, ampia strada probabilmente alberata. Vari lavori di restauro furono realizzati da Aureliano, Diocleziano, Teodosio e in ultimo dal re goto Teoderico. Polemio Silvio, fu funzionario presso il palatium imperiale prima del 438, autore del Laterculus, un calendario giuliano annotato per l’anno 449, che costituisce un tentativo di integrare il tradizionale ciclo festivo romano con le nuove festività cristiane, le le citava come una delle sette meraviglie di Roma, famose per la ricchezza della loro decorazione e delle opere che le abbellivano.

Come le altre terme romane, furono abbandonate a seguito del taglio degli acquedotti dovuti alla guerra gotica. Abbandonato e riutilizzato a varie riprese anche a fini abitativi (la parte centrale utilizzata come xenodochio, mentre l’area circostante fu usata come cimitero per inumazioni), l’intero complesso venne infine sfruttato come zona agricola, vigneto in particolare, ad uso di proprietari di ville vicine o di enti ed associazioni ecclesiastiche. Dall’abbandono nel VI secolo non venne però mai meno lo sfruttamento dei ruderi come cava per materiali anche di pregio (marmi e metalli) e per intere strutture (architravi, colonne, ecc.) da riutilizzare per l’edilizia di qualità: il duomo di Pisa e la basilica di Santa Maria in Trastevere contengono, ad esempio, strutture architettoniche prelevate dall’area termale. Da rilevare anche la prolungata presenza, nelle vicinanze, di calcare per la trasformazione in calce dei marmi pregiati.

Le terme furono oggetto di scavo sin dal XVI secolo, quando, sotto il pontificato di papa Paolo III si rinvennero qui celebri statue, sopravvissute alle distruzioni medievali, che entrarono nella Collezione Farnese. L’ultima colonna di granito intera venne rimossa dalla “natatio” nel 1563 per essere donata da papa Pio IV al primo granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici, che la fece collocare al centro di piazza Santa Trinita a Firenze, dove divenne la colonna della Giustizia. Anche nel XIX secolo furono condotti nel sito numerosi scavi. Nel 1901 e nel 1912 furono liberati i sotterranei, lavoro che continuò nel 1938, quando si scoprì il mitreo, il più grande esempio conosciuto a Roma. Durante le Olimpiadi di Roma del 1960, le Terme di Caracalla ospitarono le gare di ginnastica. A causa del terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 l’edificio ha subito lievi danni

Dal 1937 la parte centrale delle terme è utilizzata per concerti e rappresentazioni teatrali all’aperto e in particolare per la stagione estiva dell’Opera di Roma. Da allora la stagione estiva dell’opera a Caracalla fu interrotta solo durante la guerra e negli anni 1993-2003, quando il sito venne restaurato e liberato dalle strutture fisse aggiunte per gli spettacoli. Gli spettacoli tuttavia ripresero dal 2003, in uno spazio meno critico dal punto di vista archeologico, con impianti teatrali più moderni e una platea ridotta a 3500 posti dagli 8000 tradizionali, e la stagione di opera all’aperto è tornata ad essere uno degli eventi fissi dell’estate romana.

Ovviamente, la Terme di Caracalla riprendono in grande la pianta inventata dagli architetti neroniani: un vasto recinto quadrangolare adibito a servizi vari racchiude un giardino e un corpo centrale contenente gli spogliatoi, le sale da bagno e le palestre. Nella sua più ampia estensione, recinto compreso, il complesso misura 337×328 metri (comprendendo le esedre si giunge a 406 metri di larghezza), con un corpo centrale di 114×220 metri (includendo la sporgenza del calidarium si arriva ad una lunghezza di 140 metri). L’orientamento del complesso, come nelle terme di Traiano, sfruttava al meglio l’esposizione solare, con il calidarium posto sul lato sud, illuminato da grandi finestre e sporgente dalla struttura principale come un avancorpo.

Il recinto esterno in corrispondenza della facciata nord-est (lato verso l’attuale viale delle Terme di Caracalla) era preceduto da un portico, di cui si conservano scarsissimi resti, dietro il quale si aprivano una serie di concamerazioni (celle comunicanti tra loro, parzialmente visibili) disposte su due piani a sostegno del terrapieno sul quale sorgeva il complesso. Tutta la parte anteriore del recinto, assieme a brevi tratti dei lati minori, era pertanto adibita a scopi commerciali e aperta verso l’esterno. Al centro della facciata nord-est doveva trovarsi un accesso monumentale provvisto di scalinata per introdurre i visitatori al piano del giardino.

Nei due lati minori del recinto, nord-ovest e sud-est, due grandiose esedre simmetriche contengono ciascuna una grande sala absidata, accessibile dal giardino tramite un colonnato, da cui si accedeva a due ambienti minori di forma diversa: il primo verso ovest a forma di basilica absidata riscaldata con ipocausto e l’altro verso est ottagonale, polilobato e coperto da una cupola su pennacchi non conservata. La funzione delle tre sale incluse in ciascuna delle esedre non è accertata.

Sul lato di fondo verso sud-ovest, dalla parte dell’attuale viale Guido Baccelli, il terreno era sostenuto da 64 celle comunicanti tra loro e su due piani, che costituivano una enorme cisterna d’acqua con una capacità massima di 80.000 litri, collocata nel punto terminale dell’aqua Antoniniana; davanti alla cisterna, al centro di questo lato si apre un’esedra rettangolare, munita di gradinate, alla cui base si svolgevano gare atletiche e agoni teatrali. Ai lati di tale sorta di mezzo stadio vi erano due sale absidate adibite probabilmente a biblioteche, delle quali si conserva solo quella di destra. Una passeggiata sopraelevata era addossata al recinto sul lato interno ed era probabilmente porticata. Lo spazio compreso tra il recinto ed il corpo centrale era occupato, come oggi, dalle aree verdi comprendenti un lungo xystus (camminamento coperto probabilmente da un pergolato).

Il corpo centrale è un blocco rettangolare di ambienti a pianta diversa; un avancorpo semicircolare sporgeva dal lato sud-ovest. La pianta riprendeva quella delle altre terme imperiali, in particolare quelle di Traiano, con le sale da bagno lungo l’asse centrale e le altre duplicate e disposte simmetricamente.

L’accesso avveniva tramite quattro porte sul lato nord-est: due immettevano nei portici che fiancheggiavano sui lati brevi la grande piscina, la natatio, decorata da quattro enormi colonne monolitiche in granito; la controfacciata presenta gruppi di tre nicchie sovrapposte su due piani, che contenevano statue; le altre due aperture verso l’esterno, presumibilmente gli ingressi principali, introducevano nei grandi vestiboli da cui si accedeva direttamente agli spogliatoi (al plurale apodyteria), posti nello spazio compreso tra i vestiboli e la natatio. Gli apodyteria, che conservano eleganti mosaici, erano su due piani collegati da una scala. Le due grandi palestre, poste simmetricamente lungo i lati brevi e accessibili sia dai vestiboli che dagli spogliatoi, hanno un cortile centrale (50×20 metri) originariamente chiuso su tre lati da un portico con colonne in giallo antico e copertura a volta. Sul lato interno il portico si apriva in un emiciclo con sei colonne sulla fronte che dava accesso al frigidarium; il lato opposto di ciascuna palestra, verso il recinto, mostra un grande ambiente centrale con abside, probabilmente destinato agli esercizi al coperto. Al di sopra dei portici delle palestre correvano grandi corridoi pavimentati a mosaico. Dal lato opposto delle palestre rispetto ai vestiboli si accedeva ad una sequenza di stanze riscaldate, tra cui la maggiore, affacciata a sud e con le pareti concave, fungeva quasi certamente da laconicum (sauna). Al termine della sequenza si giungeva al maestoso calidarium finestrato (parzialmente conservato), a pianta circolare con diametro di 34 metri e con molteplici vasche, coperto da una cupola sorretta da 8 poderosi pilastri, che fuoriusciva dal corpo centrale del complesso per permettere alla maggiore quantità di luce solare di penetrare all’interno.

Nell’area centrale del corpo di fabbrica erano altri ambienti muniti di vasche: il frigidarium, parallelo alla natatio e a pianta basilicale di 58×24 metri, coperto da tre grandi volte a crociera poggianti su otto pilastri fronteggiati da colonne di granito, era munito di vasche per l’acqua fredda (in parte conservate) e svolgeva anche una funzione di raccordo tra i vari settori delle terme, mettendo in comunicazione le due palestre, i portici che fiancheggiavano la natatio ed il tepidarium. Da qui provengono le due vasche di granito che furono riutilizzate per le fontane di piazza Farnese. Il tepidarium era un ambiente più piccolo e temperato, di forma irregolare e contenente ai lati due vasche.

Non stupisce che un edificio di queste dimensioni necessitasse di ambienti di servizio altrettanto estesi: tre sono i livelli nel sottosuolo delle Terme, oggi percorribili per circa 2 chilometri, mentre si stima che vi siano gallerie e condotti non più agibili per altri 4 chilometri. Questo era il cuore dell’edificio: gallerie nelle quali lavorava un vero esercito di schiavi. Alcuni studiosi stimano che per far funzionare le Terme ne servissero 9.000, di cui una buona parte era impiegata per produrre il calore necessario agli enormi ambienti termali. Se sopraterra tutto era finalizzato al benessere dei frequentatori – si calcola un’affluenza di circa 8.000 persone al giorno, suddivise in più turni – e l’ambiente, con altissimi soffitti, era ricco di marmi e statue, il sottosuolo assomigliava probabilmente ad un girone dantesco. Tonnellate di legna erano necessarie per alimentare 49 fra forni e caldaie: ogni giorno decine di carri si addentravano nei sotterranei, lungo le ampie gallerie carrabili, che fungevano anche da magazzino di stoccaggio, per scaricare enormi quantità di legname, circa 10 tonnellate al giorno.

Un ampio arco scandisce il punto di accesso a questo network di gallerie: la prima sala circolare cui si accede ha un grande pilastro centrale che crea una rotonda. L’ambiente all’interno del pilastro fungeva da punto di controllo per tutto il materiale in entrata, mentre la rotonda permettev a di regolare il traffico dei carri. Le gallerie hanno una copertura a botte, e la loro dimensione (6 metri di altezza per 6 metri di larghezza) le rendeva carrozzabili. Sono dotate di ampi e frequenti lucernai per l’illuminazione e il ricambio d’aria. Relativamente all’impianto idraulico,le grandi cisterne poste nel punto più alto del complesso termale contevano 10 milioni di litri d’acqua. Un reticolo di gallerie di dimensioni inferiori fu realizzato sia per il passaggio delle fistulae in piombo che trasportavano l’acqua a bassa pressione; Ulteriori gallerie poste ad un livello inferiore formavano l’impianto di smaltimento delle acque. Nei sotterranei trovano posto anche il famoso Mitreo, un mulino ad acqua ed un sistema per la regolazione delle acque.

Mitreo che è il più grande di Roma, databile poco dopo la costruzione delle terme (inizi III secolo d.C.), si compone di cinque ambienti comunicanti con il piano superiore attraverso una scala accessibile dall’esterno nei pressi dell’esedra di nord – ovest, attraverso una piccola porta. Attraversata la soglia marmorea, superato il vestibolo e altri ambienti di servizio, uno dei quali si presume sia stata la stalla dei tori da sacrificio, si giunge nella sala principale, la cripta sacrale, un’ampia stanza rettangolare con volte a crociera sorrette da pilastri in mattoni; lungo i lati due alti banchi con il piano inclinato verso la parete, i “praesepia”, dove sedevano i fedeli durante le cerimonie; nel pavimento, che conserva ancora la sua copertura originale di mosaico bianco con fasce nere, è interrata una grande olla fittile, chiusa da un anello in marmo, usata verosimilmente per i riti di abluzione.

Poco più avanti una grande e profonda apertura, normalmente utilizzata nei rituali mitraici per la “tauroctonia”, l’uccisione sacrificale del toro sacro, che secondo un identico schema iconografico, era affrescata al centro di ogni mitreo; in questo caso però la presenza di un cunicolo sotterraneo che metteva in comunicazione l’apertura alle attigue sale di servizio, ha spinto molti a supporre l’utilizzo della stessa per i riti del “taurobolio”, riconducibile normalmente al culto della Gran Madre, in cui il sacerdote, posto in una struttura sotterranea sovrastata da un piano perforato, inondato dal sangue del toro ucciso sopra di lui, si presentava ai suoi compagni nella fede purificato e rigenerato.

Numerose opere d’arte furono rinvenute nel corso degli scavi avvenuti in varie epoche, ma soprattutto nel XVI secolo. Citiamo per primo il famoso Toro Farnese, che rappresenta il supplizio di Dirce, con i figli di Antiope (Anfione e Zeto) che, desiderosi di vendicare gli insulti alla madre, hanno legato a un toro selvaggio la matrigna Dirce. Lo stesso soggetto è raffigurato anche in un affresco della casa dei Vettii a Pompei. Nella scena appaiono altri personaggi secondari, aggiunti nel ‘500 o nel ‘700: un cane, un bambino e una seconda figura femminile, quest’ultima raffigurante forse Antiope. Statua che alta circa 3,70 m, tratta da un unico blocco di marmo con base di 2,95 × 3,00 m del peso di 24 tonnellate, che è la più grande che ci è giunta dal mondo classico. Secondo Plinio il vecchio, fu realizzata dagli artisti di Rodi Apollonio di Tralle e suo fratello Taurisco, per poi entrare nella ell’incredibile collezione di sculture e opere d’arte di Asinio Pollione.

Il secondo è l’Ercole a ripso, conservato nella reggia di Caserta, così descritto da Ulisse Aldrovandi

«Hercole grande come colosso; sta ignudo et apoggiato in uno tronco con la spoglia del leone e del toro Marathonio, che egli ancho in su quel di Athena vinse; nel tronco sono affissi carcassi con le saette. A l’Hercole è stata fatta una testa moderna et una gamba»

L’eroe è raffigurato mentre si appoggia alla clava, sulla quale è drappeggiata la pelle del Leone di Nemea, un mostro invulnerabile inviato da Era per distruggere il dio, che nasconde dietro la schiena i pomi delle Esperidi. L’allusione è all’undicesima fatica di Ercole, che propose ad Atlante di reggere il cielo al suo posto purché gli portasse le mele di quel giardino. Alla base della clava è scolpita la testa del toro di Maratona, la cui cattura rappresenta la settima delle dodici fatiche di Ercole. Da questo toro e da Pasifae, regina di Creta, nacque il famigerato Minotauro. Il nucleo originale del gruppo scultoreo è ritenuto di età tardo adrianea ed è costituito da un blocco di marmo bianco a grana fina con ampie chiazzature grigio-azzurre e rosate.

La penultima è l’Ercole Farnese, una copia dell’originale bronzea creata da Lisippo nel IV secolo a.C. Sulla roccia, sotto la clava, è presente la firma del copista Glicone, scultore ateniese del II secolo d.C. L’eroe personificava il trionfo del coraggio dell’uomo sulla serie di prove poste dagli dèi gelosi. A lui, figlio di Zeus, era concesso di raggiungere l’immortalità definitiva. Nel periodo classico, il suo ruolo di salvatore dell’umanità era stato accentuato, ma possedeva anche difetti mortali come la lussuria e l’avidità. L’interpretazione che ne diede Lisippo rispecchiava questi aspetti della sua natura mortale e fornì all’eroe un ritratto al quale si guardò per il resto dell’antichità. Questa statua rappresenta Ercole, stanco al termine delle fatiche, che si riposa appoggiandosi alla clava, tenendo con la mano destra, dietro la schiena, i pomi d’oro rubati alle Esperidi.

L’ultima è il mosaico delle Terme, conservato nei Musei Vaticani. Nell’800 il nobile vicentino Girolamo Egidio di Velo, appassionato di archeologia, intraprese uno scavo archeologico nelle Terme di Caracalla, che gli consentì di riconoscere gli ambienti del corpo centrale delle terme, scoprendo anche due importanti pavimenti musivi: i mosaici furono oggetto di un contenzioso con lo Stato pontificio, concessionario dello scavo, che si concluse con la cessione dei mosaici in cambio di alcune sculture minori in deposito nei Musei Vaticani, ora esposte nel Museo naturalistico archeologico di Vicenza.

Il grande mosaico delle Terme proviene da una delle due grandi esedre semicircolari dei vasti cortili laterali, dove le tessere policrome disegnavano vari riquadri, alternativamente rettangolari (con figure intere) e quadrati (con busti), incorniciati da un motivo a treccia e dentelli. Non possediamo tutta la superficie, ma i resti sono comunque molto abbondanti. I soggetti sono atleti vittoriosi e figure di arbitri (togati, con in mano premi o le verghette che simboleggiano il loro ruolo). Gli atleti in particolare sono nudi e tengono in mano gli attributi della loro specialità sportiva (disco, pancrazio, ecc.) o i premi vinti (palme, corone, ecc.). Talora sopra la testa dei personaggi è scritto il nome.

Le figure atletiche sono rappresentate in modo realistico, evidenziando la poderosa muscolatura, anche le teste sono veri ritratti, resi con efficaci tratti fisiognomici, con tratti angolosi e brutali, gli occhi grandi, l’espressività intensa. Le capigliature sono rasate o a ciuffo. I colori più usati sono prevalentemente di tonalità bruna o bruno-rossastra, con contrasti violenti che sottolineano l’espressività delle figure.

Mosaico attribuito a una bottega attiva a Roma tra il 210 e il 230 e produsse anche i mosaici rinvenuti presso Porta Maggiore con soggetti simili, anche se alcuni storici hanno ipotizzato una datazione in occasione di un restauro che interessò il complesso termale agli inizi del IV secolo d.C.

L’ipogeo di via Dino Compagni

Come detto in precedenti post, i piani regolatori dell’Urbe, non riservarno la stessa tutela dell’Appia Antica alla via Latina, il cui consistente patrimonio archeologico fu letteralmente distrutto dell’urbanizzazione intensiva dell’area. Nel 1954, la stessa sorte stava per toccare all’ipogeo di via Dino Compagni; mentre si stavano realizzando le fondazioni di alcuni edifici residenziali, il terreno crollò e venne alla luce questa struttura sotterranea, ma i lavori andarono avanti. Solo in seguito, a lavori praticamente ultimati, il direttore dei lavori Mario Santa Maria, avvertì del ritrovamento la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, che con i Patti Lateranensi del 1929, aveva acquisito competenza anche sulle catacombe presenti nel territorio di tutto lo Stato Italiano.

La Pontificia Commissione affidò l’esplorazione di questa presunta nuova catacomba, che non appare ovviamente nei testi classici che ogni tanto cito, a uno dei suoi maggior esperti, il sacerdote gesuita Antonio Ferrua, che, nel 1940, fu chiamato da Pio XII a lavorare agli scavi della tomba di Pietro nella necropoli vaticana.

Paradossalmente Antonio, nonostante fosse un sacerdote, fu tra i principali critici degli studi di Margherita Guarducci, sul presunto ritrovamento delle reliquie di San Pietro, disputa che si trascinò sino al termine delle sua vita. Antonio, per esplorare questa presunta catacomba fece scavare un pozzo di 16 metri e, calatosi all’interno, oltre a rimanere a bocca aperta per le sue decorazioni, si rese conto degli ingenti danni provocati dai lavori sovrastanti: il crollo di parte degli intonaci, provocato dai pilastri di fondazione che avevano invaso alcuni ambienti, colate di cemento e danni prodotto da improvvisati tombaroli che avevano cercato di trafugare i dipinti staccatesi dalle pareti.

Nonostante tutto questo, dopo una lunga opera di recupero e restauro, iniziata il 2 novembre 1955 e terminata il 15 giugno 1956, ci si rese conto di tre cose: del fatto che, per le dimensioni, la struttura sotterranea era riconducibile più a un ipogeo diritto privato, scavato per ospitare le tombe di una o più famiglie imparentate tra loro, che a una catacomba vera e propria, del fatto che vi fossero sepolti sia cristiani e sia pagani e soprattutto della bellezza e ricchezza delle decorazioni pittoriche presenti che la romanista Leonella De Santis definì

Nei sotterranei l’atmosfera è magnetica, l’emozione è grande. I colori, luminosi, avvolgono il visitatore con caldi toni rossi, bruni e violacei, con chiare pennellate gialle, ocra, arancione e vibranti tocchi azzurri, verdi e grigi: le scene dipinte, oltre un centinaio, rimbalzano da una parete all’altra creando un caleidoscopio variopinto e variegato. A ragion veduta viene definita dagli studiosi la “pinacoteca del IV secolo”

A questo cimitero privato, in cui sono presenti circa quattrocento inumazioni, si trova ad una profondità variabile (tra i 12,92 e i 16,20 metri dalla quota di Via Dino Compagni) non si accede dall’antico ingresso, oggi ostruito da un edificio di recente costruzione, ma da una botola nel marciapiede all’altezza del civico 258, proprio all’incrocio con via Dino Compagni.

L’ipogeo è formato da due gallerie parallele di 30 metri, distanti circa 18 metri l’una dall’altra, tagliate perpendicolarmente da un corridoio di oltre 40 metri, intorno a cui si dispongono 14 ampi cubicoli forniti di camere, nicchioni ed arcosoli, ai quali sono collegati ambienti poligonali con camere dipendenti da ciascun lato. Elementi decorativi quali stucchi, colonne e modanature, particolarmente curati, sono distribuiti con una certa abbondanza.

Le maestranze che vi lavorarono non utilizzarono solo i vani principali per eseguire le loro opere ma, in un tripudio di colori e una varietà di soggetti che non ha eguali, utilizzarono pareti laterali e d’ingresso, colonne, timpani, architravi e zoccolature; ovunque sono dipinte ghirlande, fiori, genietti, uccelli, amorini ed animali; anche le volte degli ambienti non fanno eccezione, lavorate a cassettoni con mattonelle di varie figure geometriche. Benché non si conosca chi commissionò questa struttura, vista la totale assenza di epigrafi, sappiamo che la sua realizzazione, , avvenne durante quattro fasi comprese trail 320 e il 360 d. C. circa.

Dalla scala di accesso si accede ad una galleria su cui si aprono due cubicoli, decorati con scene del Vecchio e del Nuovo Testamento (la caduta di Adamo e Eva, Noè ubriaco, la cena di Isacco). In fondo a questa galleria, tramite scale, si accede ad altri due cubicoli, il primo dei quali con colonne agli angoli e volta a crociera; il repertorio figurativo delle pitture affronta temi del Vecchio Testamento che compaiono per la prima volta nelle catacombe, oppure presenta temi tradizionali affrontati con originalità. Tra questi una probabile rappresentazione del Diluvio Universale, Sansone che strozza il leone, il sogno di Giuseppe, Mosè salvato dalle acque, Adamo ed Eva insieme a Caino e Abele, il passaggio del Mar Rosso.

In una terza fase viene realizzata un’altra galleria, a metà circa della precedente, che conduce ad un vestibolo su cui si aprono altri due cubicoli. In uno di questi sono rappresentati temi pagani (la gorgone, la Tellus, elementi zoomorfi), mentre nell’altro, di forma ovale, sono presenti temi cristiani anche originali, come Sansone che uccide i Filistei con una mascella d’asino. Proprio questo cubicolo, con la sua particolare pianta ellittica che trova rari confronti nel panorama catacombale romano, viene da alcuni considerato una sorta di manifesto dell’arte del periodo costantiniano in cui, sul sostrato delle tradizioni precedenti, s’insinuano nuove idee dettate da un nuovo ordine sociale e spirituale. Da un altro vestibolo partono due gallerie, una con loculi e l’altra con scale che conducono a un pozzo.

Nella quarta e ultima fase viene realizzato un ambulacro in direzione ovest che conduce ad un vestibolo a pianta esagonale con colonne angolari e volta a vela. Su questo vestibolo si aprono due ambienti e due arcosoli. La galleria prosegue fino all’ultimo ambiente: un cubicolo quadrato con volta a botte e nicchie laterali, separato dagli ambienti precedenti da una transenna di marmo. Quest’ultima tomba si differenzia dalle altre per la presenza preponderante di marmi, per la solarità delle rappresentazioni, con serti di fiori e spighe e per la presenza in larga parte d’immagini femminili, tra cui spicca, nel sottoarco dell’arcosolio, quello di una giovinetta, forse la defunta, dai grandi occhi scuri ed i capelli raccolti dietro la nuca. Un altro vestibolo, chiuso da una transenna, conduce ad altri tre cubicoli, dove si alternano pitture con temi pagani (imprese di Ercole, Cerere) e scene del repertorio cristiano (i soldati che si giocano la tunica di Gesù, Giobbe con la moglie, la consegna della Legge).

Questa coesistenza di immagini crisitiane e soggetti desunti dalla vita quotidiana ed immagini simboliche, come le finte porte, aperte come rappresentazione dell’ingresso nella vita ultra terrena, e quadri, ispirati alla mitologia pagana, fanno datare il complesso proprio all’età di Giuliano l’Apostata.

Alcune di queste immagini restano a tutt’oggi di difficile interpretazione, come quella della cosiddetta “lezione di medicina o di filosofia”, in cui alcuni personaggi in tunica e pallio ne circondano un altro vestito come un filosofo greco, che mostra il corpo di un bambino sdraiato a terra. Questo dipinto fronteggia le rappresentazioni Uomini a mezzo busto con “rotuli” e codici, separati da cassette di “rotuli”: è evidente che questa decorazione ha voluto caratterizzare come intellettuali i defunti sepolti in questo ambiente.

La caduta di Carlo il Temerario e i suoi effetti sulla Svizzera

All’annuncio della disfatta borgognona di Morat, la Lorena si ribellò. Partigiani lorenesi si impadronirono di Vaudémont, dopodiché scacciarono le guarnigioni presenti a Arches, Bruyères, Saint-Dié, Remiremont e Bayon. Renato II li raggiunse a Lunéville, che fu presa il 20 luglio. Il 22 luglio, si arrese Épinal. Il giorno dopo Renato si recò a Friburgo per ottenere aiuti dagli svizzeri, bestia nera di Carlo il Temerario, ma ricevette solo la garanzia che i Confederati non avrebbero firmato una pace separata con la Borgogna.

Il 22 agosto 1476, alla testa di un esercito di 4.000-5.000 uomini, il duca lorenese pose l’assedio a Nancy, difesa da una guarnigione borgognona di 2.000 soldati, costituita da mercenari inglesi, comandati da Jean de Rubempré. Sfortuna volle che nessuno dei messaggi inviati da Carlo il Temerario, per annunciare l’arrivo dei soccorsi, giunse a Nancy: furono tutti intercettati dall’esercito lorenese. In capo ad un mese e mezzo gli inglesi, il cui capo era stato ucciso nel corso d’una sortita, stanchi di mangiare cani, costrinsero Rubempré a negoziare. La città aprì le sue porte il 7 ottobre ed il giorno successivo la guarnigione borgognona abbandonò Nancy per raggiungere il conte di Campobasso in Lussemburgo. Questi stava effettivamente radunando un esercito nel nord degli stati borgognoni.

Il 25 settembre il Temerario aveva lasciato Gex alla testa di un esercito di 10.000 soldati in direzione di Nancy. Il 9 ottobre Renato II lo attendeva sulla riva est della Mosella per impedirgli di attraversare il fiume, ma Carlo rimase su quella ovest e si diresse verso Toul ove, il 10 ottobre, si unì a Campobasso; quest’ultimo proveniva dal Lussemburgo al comando di 6.000 uomini. Il 16 ottobre i due attraversarono la Mosella e Renato, con i suoi 9.000 uomini, non poté far nulla per impedirlo e ripiegò su Saint-Nicolas-de-Port. Il 19 ottobre, su consiglio dei suoi capitani e con la certezza che Nancy avrebbe resistito a due mesi d’assedio, Carlo il Temerario si diresse in Alsazia ed in Svizzera per procurarsi dei rinforzi.

Il 22 ottobre il Temerario pose l’assedio a Nancy, difesa da 2.000 soldati, in maggioranza veterani di Morat. Il suo esercito si installò su una collinetta che sorgeva presso l’odierna piazza Thiers e si sistemò in prossimità della commenda ecclesiastica di Saint-Jean. I capitani borgognoni gli consigliarono vivamente di togliere l’assedio e di spostarsi a Pont-à-Mousson oppure a Metz, per riprendere l’offensiva in primavera, ma Carlo non diede loro retta.

I partigiani lorenesi tormentavano i borgognoni regolarmente e l’inverno fu rigido (400 borgognoni morirono assiderati la vigilia di Natale), così il morale delle truppe di Carlo I si abbassò e le diserzioni si moltiplicarono. Anche Campobasso disertò il 31 dicembre con 180 cavalieri. Ma gli assediati se la passavano ancora peggio: Nancy il 23 dicembre, si abbattevano i cavalli e si cacciavano cani, gatti e topi per nutrirsi. L’acqua gelò nei pozzi e si tolse il legno dalle coperture dei tetti per usarle come legna da ardere. Insomma, la città lorenese si stava trasformando in una sorta di Stalingrado del Quattrocento

Renato II, da parte sua, non rimase inattivo. La Confederazione Svizzera non desiderava intervenire, ma autorizzò il duca lorenese a reclutare 9.000 mercenari, cosa che egli fece finanziato da Luigi XI. 8.000 soldati alsaziani si unirono alle predette forze. Il luogo di raggruppamento degli eserciti fu fissato a Saint-Nicolas. Il 2 gennaio 1477 un distaccamento borgognone, inviato in esplorazione, fu sorpreso e fatto a pezzi. Il conte di Campobasso e le sue truppe si unirono alla Lorena il 4 gennaio. Si formò quindi un esercito di 19.000-20.000 uomini.

Il duca di Borgogna, apprendendo l’imminente arrivo dell’esercito di Renato II, prese posizione su un rilievo vicino Jarville-la-Malgrange. Nonostante la sconfitta di Morat, ove egli era stato attaccato sul fianco, Carlo trascurò di proteggere il suo lato destro, che si stendeva sul limitare del bosco di Saurupt.

La domenica del 5 gennaio, prima dell’alba, Renato II partì da Saint-Nicolas de Port; il suo esercito avanzò nella campagna lorenese ricoperta dalla neve. A Laneuveville alcuni suoi esploratori avvistarono una vedetta borgognona e la uccisero. Da quel momento in avanti il Temerario non ebbe più informazioni sull’esercito nemico in avvicinamento. Renato II ed i suoi capitani, in base ai rapporti degli esploratori, decisero di aggirare l’esercito borgognone attraverso il bosco di Saurupt, per poter attaccarlo sul fianco; allo scopo di ingannarlo, inviarono un piccolo reparto comandato da Vautrin Wisse lungo la strada da Nancy a Saint-Nicolas. Nonostante la copiosa nevicata che limitava fortemente la visibilità, gli esploratori alleati avevano compreso che un assalto frontale contro le posizioni di Carlo I sarebbe stato disastroso perciò l’avanguardia di circa 7.000 fanti e 2.000 cavalieri fu istruita ad attaccare da destra, mentre l’urto principale sarebbe arrivato dai circa 8.000 fanti (4.000 picchieri, 3.000 alabardieri e 1.000 uomini muniti di armi da fuoco) e 1.300 cavalieri del centro (il cosiddetto Gewalthut). Come accennato, fu infatti questa parte dell’esercito di Renato che si incamminò su un percorso di aggiramento del fianco sinistro borgognone. Una piccola retroguardia di 800 soldati muniti di armi da fuoco rimase come riserva.

Dopo una marcia di circa due ore i mercenari svizzeri sbucarono dai pendii boscosi dietro le posizioni nemiche e si disposero a cuneo. Il suono dei corni svizzeri echeggiò per tre volte ed i soldati caricarono verso le posizioni borgognone. L’effetto sorpresa fu totale e le sorti della battaglia furono segnate in pochi minuti. L’artiglieria cercò di puntare il Gewalthut, ma l’alzo non fu sufficiente. Josse de Lalaing subì il primo assalto, fu ferito gravemente e morì. Sebbene l’ala destra della cavalleria borgognona avesse tagliato fuori quella rivale, la massa della fanteria svizzera andò avanti con determinazione per impegnare a parte il quadrato della fanteria del Temerario, inferiore numericamente. L’avanguardia fece retrocedere l’ala sinistra borgognona e mise in fuga l’artiglieria. Appena Carlo I cercò di arginare l’avanzata del Gewalthut, trasferendo truppe dal fianco sinistro, il peso dei numeri schierati contro di lui divenne evidente e l’esercito borgognone cominciò a sfaldarsi.

Determinato fino alla fine, il Temerario con i suoi generali tentò invano di raccogliere le truppe in disfacimento, ma senza successo. La sua piccola compagnia fu infine circondata dagli svizzeri. Un alabardiere assestò un colpo mortale al duca di Borgogna colpendolo sull’elmo. Carlo I fu visto cadere, ma la battaglia rifluì attorno a lui. Jacques Galleotto, ferito, fuggì con le sue truppe lungo il fiume Meurthe, lo guadò a Tomblaine e scappò verso nord. Campobasso tenne il ponte di Bouxières-aux-Dames, a nord di Nancy, e massacrò i fuggitivi, limitandosi a non fare prigionieri se non le personalità importanti, fra le quali Olivier de la Marche. I difensori della città fecero una sortita e saccheggiarono il campo borgognone.

Solo l’indomani, su indicazione di Baptiste Colonna, un paggio del duca di Borgogna, il quale aveva visto cadere il suo signore vicino allo stagno di Saint-Jean, la salma di Carlo I fu ritrovata ed identificata. Il cadavere era sfigurato e mezzo divorato dai lupi; fu poi seppellito nella chiesa collegiata di Saint-Georges. Una croce fu eretta in seguito per segnare il luogo di morte del Temerario (l’odierna piazza della Croix de Bourgogne). Parimenti, nella Gran Via a Nancy, un’indicazione “1477” sul selciato indica il sito ove il corpo di Carlo I fu deposto prima di essere inumato.

Paradossalmente, se si esclude il prestigio ed il rispetto militare acquisito dalla Confederazione nelle guerre borgognone, la Confederazione non ebbe grandi guadagni dalle vittorie su Carlo il Temerario e, in particolare, non partecipò alla spartizione territoriale del ducato di Borgogna, la quale provocherà secoli di guerre tra Francia ed Asburgo. Nonostante questo, la vittoria ebbe impatti drammatici sulla Svizzera.

Per prima cosa, gli svizzeri diventano soldati molto ricercati in Europa; il servizio mercenario all’estero, nei secoli a venire, rappresenterà un elemento importante nell’economia dei cantoni confederati ma al contempo provocherà una considerevole emigrazione di mano d’opera, che rallenterà la crescita economica dell’area

Poi, alcuni membri della confederazione strinsero alleanze particolari, dette comborghesie, con città alsaziane e della Germania meridionale, a ovvio detrimento della stabilità interna. Infine, aumentarono i disordini nel Paese, causati da giovani veterani di guerra dei cantoni rurali, che si dedicavano a violente scorribande nelle città, tra cui la famosa «spedizione della folle vita»

Alcuni soldati urani e svittesi rientrati nelle loro terre e scontenti della spartizione del bottino, dopo la vittoria di Nancy, fondarono la cosiddetta Società della Folle vita. Durante il carnevale del 1477 si incamminarono verso la Svizzera occidentale con l’intento di esigere da Ginevra il pagamento della somma promessa, per la loro partecipazione alla campagna contro la Borgognaà

Alla spedizione si unirono più tardi anche soldati di ventura di altri cantoni della Svizzera centrale; il numero complessivo dei partecipanti è stimato attorno alle 1700 persone. L’impresa risultò particolarmente inopportuna per le autorità di Zurigo, Berna e Lucerna, che avevano in corso negoziati con la Francia e la Savoia e non volevano dare l’impressione di aver perso il controllo delle proprie truppe. Berna e altri cantoni confederai, così come le città di Ginevra, Basilea e Strasburgo, inviarono immediatamente dei loro rappresentanti agli insorti, che agli inizi di marzo, riuscirono a calmare i ribelli.

Così Ginevra dovette impegnarsi a versare subito ai Confederati 8000 dei 24’000 fiorini dovuti, mentre per la somma rimanente si ricorse a degli ostaggi. Inoltre la città dovette risarcire con due fiorini ogni partecipante alla spedizione, offrire a tutti ospitalità e una bicchierata e assumersi le spese degli inviati.

Per evitare il ripetersi di vicende del genere, Ginevra, Berna e Friburgo conclusero un trattato di alleanza e di autodifesa, cosa che provocò una serie di scontri diplomatici con i cantoni rurali. Il già fragile equilibrio tra gli stati rurali e quelli urbani minacciò di spezzarsi definitivamente quando i cantoni cittadini manifestarono l’intenzione di accogliere nella Confederazione due altre città-stato alleate, Friburgo e Soletta, cosa vista con grande preoccupazione dai cantoni rurali. La vecchia Confederazione era ormai divisa in due schieramenti contrapposti, con il rischio di disgregarsi e di precipitare in una guerra civile dalle conseguenze imprevedibili.

Durante la Dieta, un borghese di Lucerna, Heini (Heimo) Amgrund, rendendosi conto del pericolo, una notte si recò a piedi a Ranft da Nicolao della Flüe, un eremita che vivcva nella valle del Ranft, che diverrà santo e protettore della Svizzera, per chiedergli consiglio. Non si sa cosa disse San Nicolao, perché proibì di divulgare il suo messaggio al di fuori della cerchia dei delegati alla Dieta, ma, in qualche modo, riuscì a mediare tra le diverse posizioni, cosa che portò alla stesura dell’ «Accordo di Stans» o «Convenzione di Stans». Il 22 dicembre del 1481 tutti i cantoni apposero il sigillo alla Convenzione, giurando fedeltà al nuovo patto.

Tale accordo vietava di aggredire altri cantoni confederati o i loro alleati e obbligava al mutuo soccorso di un cantone aggredito. Inoltre, prevedeva il giudizio del malfattore da parte del cantone di origine o di quello in cui era avvenuto il delitto, il divieto di tenere assemblee comunali o di assembrarsi senza il consenso dell’autorità, il divieto di sobillare i sudditi di altri cantoni e l’obbligo di mutua assistenza tra cantoni nelle sollevazioni popolari, oltre ad imporre il rispetto della Convenzione di Sempach e della Carta dei preti. Per i cantoni vi era l’obbligo di dare lettura e di prestare giuramento alle tre convenzioni ogni 5 anni. Infine, da quel momento i bottini di guerra sarebbero stati spartiti proporzionalmente tra i cantoni.

Atene contro Siracusa XIX

Nonostante la retorica di Tucide, con il suo tentativo di dipingere Alcibiade come anima nera di Sparta, i lacedemoni ignorarono bellamente i suoi consigli: per prima cosa, scaricarono il peso della spedizione di soccorso ai corinzi e per salvare la faccia, si limitarono a spedire una sorta di consigliere militare, Gilippo, personaggio alquanto discusso.

Questo era figlio di uno Spartiate, Cleandrida, cacciato da Sparta per aver accettato denaro ateniese. La madre era probabilmente un’Ilota, il che faceva di Gilippo un mothax. Mothax in greco antico significa, più o meno, “ fratellastro”. I mothaches erano figli di uno Spartiate e di un’Ilota oppure figli di una famiglia spartiate diventata povera( e quindi incapace di sostenere, senza l’aiuto di un’altra famiglia, le spese dell’addestramento completo o della partecipazione ai sissizi del proprio rampollo ) o anche figli di Iloti o bambini orfani “ adottati” da famiglie nobili e cresciuti insieme ai figli naturali . Non facevano parte della schiera degli Homoioi, degli “Uguali”, vale a dire dell’aristocrazia al potere, anche se qualcuno veniva cooptato per meriti particolari. Formalmente erano considerati uomini liberi e prestavano servizio militare. Stando ad alcune fonti antiche, anche il più celebre Lisandro, il vincitore di Egospotami( 405 a.c.), era un mothax.

Tra l’altro, nonostante la vittoria a Siracusa, Gilippo, come suo padre, incontrò il suo declino in uno scandalo finanziario; incaricato da Lisandro di consegnare una somma di denaro ingente agli efori a Sparta, non poté resistere alla tentazione di arricchirsi e, una volta scoperto, andò in esilio, essendo stato condannato a morte durante la sua assenza.

Nel frattempo, ad Atene, le richieste di aiuto proveniente dalla Sicilia furono prese molto sul serio: così l’Ecclesia spedì sia denaro, sia questi benedetti cavalieri, per compensare lo svantaggio tattico nei confronti dei Siciliani

Fu questo, in sostanza, il discorso di Alcibiade. Gli Spartani premeditavano da tempo, già da sé, l’offensiva contro Atene, ma tentennavano, stavano all’erta se sorgesse un’occasione favorevole: quando però Alcibiade ebbe spiegato ogni dettaglio dell’impresa, riacquistarono fiducia e confidenza, certi di aver trovato la persona più indicata per questo tipo d’informazioni. Quindi stesero subito il piano per organizzare la testa di ponte a Decelea e la spedizione di primi contingenti, anche limitati, a soccorso della Sicilia. Assegnarono la direzione delle armate siracusane a Gilippo, figlio di Cleandrida, comandandogli di consultarsi con gli emissari Siracusani e coi Corinzi per dettare, in merito a un aiuto il più possibile sollecito ed efficace in Sicilia, le misure opportune, in base ai mezzi disponibili. Costui pretese subito che i Corinzi inviassero due navi ad Asine, e procedessero all’allestimento rapido di tutte quelle che si proponevano di associare alla spedizione, per tenerle pronte all’ancora, quando venisse l’ora di salpare. Concertati questi preparativi, i Corinzi si allontanarono da Sparta. Dalla Sicilia, frattanto, era giunta la trireme ateniese, fatta partire dagli strateghi con le richieste di denari e cavallerie. Gli Ateniesi ascoltarono il messaggio e decretarono l’invio della propria armata dei mezzi e dei cavalieri. Così declinava l’inverno, e con esso volgeva alla fine il diciassettesimo anno di questa guerra che Tucidide descrisse.

La prima fase del piano ateniese, forse concepito da Lamaco, prevedeva di creare terra bruciata attorno a Siracusa, terrorizzando i suoi alleati e devastando i campi di grano, in modo che la polis non potesse raccogliere le provviste per resistere a un lungo assedio: azioni che ebbero un ottimo risultato. A completare la soddisfazione dello stratega, fu l’arrivo dei rinforzi dall’Attica: trenta mercenari sciti, che fungevano da arcieri a cavallo, duecentocinquanta cavalieri appiedati, poiché era più semplice trovare i cavalli in Sicilia, famosa per i suoi allevamenti, e trenta talenti, pari circa a 600.000 euro, per coprire le spese della spedizione

All’apertura della primavera, nella stagione estiva dell’anno seguente, le truppe ateniesi di stanza in Sicilia levando le ancore da Catania veleggiarono di costa verso Megara di Sicilia, il cui territorio è occupato dai Siracusani, i quali, come ho già annotato, al tempo del tiranno Gelone ne avevano espulso gli abitanti. Effettuato uno sbarco gli Ateniesi distrussero le campagne e dopo aver aggredito, senza riuscire nell’intento, un fortino tenuto dai Siracusani tornarono sempre seguendo la costa con l’armata terrestre e la flotta, fino al fiume Teria. Ne risalirono la vallata devastandola e incendiando il grano. Vi fu inoltre uno scontro con una pattuglia sottile di Siracusani, di cui alcuni restarono sul terreno. Gli Ateniesi eressero un trofeo e si ritirarono verso la flotta. Tornarono navigando a Catania e dopo aver qui provveduto ai rifornimenti, puntarono con l’esercito completo su Centuripa, un borgo siculo e, dopo averlo costretto a trattare la resa si allontanarono, bruciando lungo il cammino il grano di Inessa e di Ibla. Giunti a Catania, vi incontrano i cavalieri in arrivo da Atene: duecentocinquanta uomini appiedati, ma forniti di equipaggiamento, poiché intendevano procurarsi sul posto le cavalcature. Seguivano trenta arcieri a cavallo. Inoltre trenta talenti d’argento

A riprova del fatto che gli Spartani, poco si curassero dei consigli di Alcibiade, invece di occupare Decelea, dichiararono guerra ad Argo: la vicenda, a cui Tucidide accenna di sfuggita ed è un vero peccato, perché molto interessante, vide inizialmente prevalere i lacedemoni, poi messi in fuga da un terremoto.

Nella medesima primavera gli Spartani, avviati per scagliare una offensiva contro Argo, s’erano già spinti fino a Cleoni, quando un terremoto suggerì la ritirata. A seguito dell’episodio degli Argivi, varcati i confini della Tireatide, regione loro limitrofa, rapinarono agli Spartani una cospicua preda, la cui vendita fruttò non meno di venticinque talenti. Poco più tardi (correva la stessa estate), il partito popolare di Tespia operò un colpo di mano contro le autorità al potere. L’intervento di Tebe sventò l’attentato. Quindi chi fu preso, chi riparò ad Atene.

Siracusa, dinanzi a tali notizie, temette che l’assedio ateniese potesse essere prossimo: Ermocrate si rese conto come la chiave della difesa fosse l’altopiano delle Epipoli, che costituivano per i nemici un ottimo punto di controllo e di comando per assediare la polis, cosa che poi convinse Dioniso il vecchio a fortificarlo. Così racconta la vicenda Diodoro Siculo

Sapendo che durante la guerra con Atene la città era stata isolata con un muro da un mare all’altro, [Dionisio] temeva, se si fosse trovato in un’analoga situazione di svantaggio, di avere precluso il collegamento con la campagna. Vedendo che la località detta Epipole era in una buona posizione naturale rispetto alla città di Siracusa, chiamò gli architetti e in base al loro parere decise che si doveva fortificare l’Epipole dove ora si trova il muro con sei porte (hexapyla). Questo luogo è rivolto a settentrione, tutto scosceso e inaccessibile da-l’esterno per la sua asperità. Volendo accertare la costruzione delle mura, radunò la popolazione della campagna, tra questa scelse circa sessantamila persone con i requisiti adatti e divise tra loro la zona da cintare con il muro. Assegnò poi un architetto ad ogni stadio, in ogni plethron mise un capomastro e al loro servizio duecento operai per ogni plethron, scelti fra la gente comune. Oltre a loro, innumerevoli altre persone cavavano la pietra grezza e seimilacoppie di buoi la portavano a destinazione

Strategia, tra l’altro, utilizzata anche per la costruzione delle mura repubblicane di Roma: Ermocrate non aveva il tempo materiale per erigere una fortezza, decise di fare presidiare l’area da 600 opliti, sotto il comando di Diomilo, contingente che avrebbe dovuto impedire l’accesso ai valichi e ai sentieri.

Quella stessa estate i Siracusani, informati che gli Ateniesi, disponendo ormai di un corpo di cavalleria, si accingevano di lì a poco ad attaccarli, calcolarono che se l’armata ateniese non riusciva ad assicurarsi il controllo delle Epipole, luogo a scarpate scoscese, direttamente a piombo sulla cinta urbana, non sarebbe stata impresa da poco per il nemico, sia pure vittorioso in uno scontro campale, cingere Siracusa con un baluardo per isolarla totalmente. Quindi si decise di sottoporre i sentieri d’accesso alle Epipole a vigilanza armata, per prevenire qualunque tentativo di scalata che il nemico potesse, inosservato, intraprendere per quei valichi: salita che, per altro, risultava impossibile se non attraverso quei passi. La località intorno, infatti, è tutta un rilevarsi di colline, digradanti a balze fino alla città, da cui si gode, su ogni piega del terreno, una visibilità perfetta: e il nome imposto dai Siracusani all’altura, Epipole appunto, si deve al fatto che sovrasta lo spazio circostante. Le milizie siracusane uscirono tutte all’aurora dirette alla prateria che si distende lungo il corso dell’Anapo (solo da poco Ermocrate e i colleghi avevano assunto il comando delle operazioni). Fu effettuata una revisione delle armi e si designarono anzitutto seicento opliti scelti, agli ordini di Diomilo, un fuoriuscito di Andro, allo scopo di presidiare i punti di salita alle Epipole e di star pronti a riunirsi per intervenire celermente dove si presentasse l’urgenza.

Purtroppo per i Siracusani, gli Ateniesi furono molto più veloci del previsto, organizzando uno sbarco notturno, occupando il promontorio di Tapsos: mentre i marinai erano impegnati nell’erigere un campo fortificato, la fanteria organizzò un raid verso le Epipole. Diomilo, invece di mantenere la calma, se avesse tenuto la posizione, difficilmente gli opliti attici avrebbero prevalso, ordinò l’assalto: sia per il buio, sia per la mancanza di coordinamento, l’attacco fu scomposto e confusionario e fu facile per gli Ateniesi, a ranghi compatti, prevalere sui nemici. Fu una disfatta: caddero trecento Siracusani, tra cui lo steso Diomilo e il resto delle truppe scapparono a gambe levate.

La mattina dopo gli Ateniesi tentarono un assalto alle mura, allo scopo di indurre i Siracusani a una nuova battaglia, ma questi rifiutarono: vista l’impossibilità di una nuova battagli campale, gli Ateniesi, cominciarono a costuire un caposaldo su Labdalo, l’estremo lembo delle Epipoli, da cui sarebbe partito il bastione destinato a isolare la polis siciliana

Ma a loro volta gli Ateniesi col favore della notte (il giorno seguente i Siracusani avrebbero fatto quella loro rassegna delle armi) senza dar nell’occhio, salpati da Catania, avevano già preso posizione con l’intera armata a Leonte una località così denominata a sei, forse sette stadi di distanza dalle Epipole. La fanteria era sbarcata, la flotta alle ancore a Tapso: è questa una lingua che si protende nel mare da uno stretto istmo, e dalla città di Siracusa è poco lontana sia a piedi che per nave. La marina ateniese, fortificato l’istmo di Tapso con l’erezione di pali, sospese l’attività. La fanteria invece non perse tempo e si gettò di corsa verso le Epipole iniziando, nella direzione di Eurialo, la salita prima che i Siracusani, notandoli, accorressero dalla prateria e dalla rassegna. Si precipitarono anche gli altri, a tutta velocità come ciascuno poteva, e tra loro anche i seicento di Diomilo: ma per raggiungere il nemico restavano da percorrere non meno di venticinque stadi dalla prateria dove si trovavano.Sicché, scomposti dalla corsa, urtarono contro la schiera nemica privi di un inquadramento regolare: e, naturalmente, disfatti sul terreno delle Epipole, i reparti siracusani ripiegarono verso la città. Ma Diomilo, e con lui non meno di trecento uomini, era caduto. Superato l’incidente gli Ateniesi elevarono un trofeo e resero, dietro una tregua, i cadaveri ai Siracusani. Il mattino seguente calarono direttamente verso la cinta: ma il nemico non reagiva. Così indietreggiarono e posero mano all’erezione di un caposaldo sul Labdalo, cioè sull’estremo lembo dirupato delle Epipole, rivolto a Megara per servirsene come deposito dell’attrezzatura e dei denari qualora si decidesse l’avanzata per battersi e per bloccare Siracusa con un bastione.

A rafforzare ulteriormente la posizione ateniese, arrivarono i rinforzi alleati, comprensivi di cavalli, tanto che il loro squadrone di cavalleria comprendeva seicento unità; di fatto, i Siracusani, avevano perduto il loro vantaggio strategico. Cosi rassicurati, gli ateniesi occuparono Sica e cominciarono ad erigere un nuovo capisaldo. Ermocrate si rese conto che la costruzione del bastione sembrava procedere in maniera assai più veloce di quanto si avesse immaginato: per cui, a malincuore, accettò di scendere a battaglia.

All’ulimo minuto, si rese però conto della disorganizzazione e del caos delle sue truppe e temendo di fare la fine di Diomilo, ordinò la ritirata, lasciando solo un distaccamento di cavalleria, per infastidire gli Ateniesi: ahimè l’arrivo dei rinforzi fece la differenza. Con gli opliti a fare da incudine e la cavalleria da martello, i Siracusani furono sterminati

Non molto dopo si presentarono a loro trecento cavalieri di Segesta e altri cavalieri in arrivo dai centri siculi, da Nasso e da altre località: un centinaio d’armati. Erano già sul posto circa duecentocinquanta cavalieri provenienti da Atene, per cui si procurarono le cavalcature parte da Segesta e da Catania, parte acquistandole. Sicché in complesso lo squadrone di cavalleria contava seicentocinquanta unità. Stabilito sul Labdalo un presidio, gli Ateniesi si misero in marcia per Sica e con grande rapidità fortificarono un caposaldo a pianta circolare. La velocità con cui la fabbrica si ultimava sorprese i Siracusani e si decise subito un’irruzione per interrompere i lavori. Gli eserciti già si affrontavano, manovrando
per ordinarsi alla battaglia, quando gli strateghi siracusani notando in seno alla propria armata lo scompiglio e la difficoltà di procedere a uno schieramento corretto, ordinarono di retrocedere verso la cinta. Rimaneva un distaccamento di cavalleria con il compito di proibire agli Ateniesi la raccolta del materiale e di staccarsi dal forte per un raggio troppo ampio. Ma bastò un reparto di opliti ateniesi fiancheggiato da tutta la cavalleria per travolgere al primo assalto i cavalieri siracusani. Dopo averne abbattuti alcuni, elevarono un trofeo a ricordo dello scontro equestre.

Le due guerre servili in Sicilia

Molti storici, specie anglosassoni, ipotizzano come il completamento della conquista siciliana abbia portato, nell’isola all’introduzione del latifondo tipo italico, cioè “industrializzato”, incentrato sul pascolo, sulla coltivazione degli alberi da frutto, degli ulivi e delle viti: latifondo che da una parte richiedeva un notevole quantità di capitali, per essere avviato, e che paradossalmente, richiedeva una quantità relativamente limitata di manodopera per essere coltivato.

Le fonti, come Catone, che la definisce

il granaio di Roma, la balia al cui seno si nutre il popolo romano”

confermate dall’archeologia, ci dicono qualcosa di differente: il latifondo siciliano, come in altri periodi della sua storia, era incentrato soprattutto nella coltivazione dei cereali. Questa richiedeva sì meno capitali, ma molti, molti più schiavi. Dato che l’Annona romana chiedeva sempre maggiori quantità, pagando sempre meno, gli imprenditori agricoli, per risparmiare, non potendo diminuire la mano d’opera, cominciarono a risparmiare sul loro mantenimento.

Ciò provocò un diffuso malcontento, dato che gli schiavi erano marchiati a fuoco, incatenati e gettati in prigioni oppure sottoposti a fatiche massacranti, forniti di scarso cibo e indumenti per coprirsi; per cercare di tirare avanti, questi, integravano il poco che gli davano i padroni con il brigantaggio, più o meno tollerato, come un male necessario.

A breve, però, la situazione diventò esplosiva: gli schiavi presero a riunirsi per bande, che iniziarono dapprima ad assaltare e saccheggiare casolari isolati nelle campagne, uccidendo chiunque gli si opponesse, in un secondo momento a prendere d’assalto i villaggi e poi le cittadine, seminando morte, terrore e distruzione.

Diodoro Siculo, nella sua opera Biblioteca Storica (tra il 34 e il 35 a.C.) è testimone storico autentico di quanto accadde e adduce espressamente la responsabilità di quanto accadde alla stoltezza e cecità dei padroni degli schiavi, ma anche alla presa di coscienza da parte di questi ultimi di quale sarebbe stata, comunque, la loro vita e che, quindi, era preferibile per loro tentare la sorte e vivere almeno per qualche tempo liberi e nell’abbondanza di cibo, piuttosto che ridotti in catene e destinati a rapida morte sicura.

La scintilla nel 136 a.C. si accese nei pressi di Henna (Enna), nelle tenute di un ricchissimo proprietario terriero, Damofilo, che trattava gli schiavi con grande crudeltà. Gli insorti decisero di eliminare il padrone e scelsero come loro capo Euno, schiavo originario dalla città siriana di Apamea, da tutti ritenuto mago e profeta poiché riceveva in sogno oracoli dagli dei ed era seguace della dea siriana Atargatis.

Questi, raccolti 400 schiavi armati alla meglio, giustiziò i padroni che si erano dimostrati più crudeli e adibì gli altri, riducendoli in catene, alla fabbricazione di armi per la rivolta. Acclamato re, organizzò la sua corte come un monarca elleno ed assunse il nome di Antioco. che essendo un nome frequente nella dinastia dei Seleucidi, per i siriani era una sorta di metafora della regalità. La vittoria nella città fece sollevare altri 6.000 schiavi della zona, che si dedicarono al saccheggio in grande stile dei latifondi. L’insurrezione si estese e il mandriano Cleone, dopo aver sollevato 14.000 schiavi nella zona di Agrigento, riconobbe Euno come re. I romani, che considerava la rivolta un problema d’ordine pubblico,
furono presi di sorpresa.

L’esercito ribelle espugnò Morgantina, Catania e Taormina e continuò ad aumentare, arrivando, sembra, a contare 200.000 uomini, sconfiggendo i pretori Manlio, Lentulo, Ipseo. A Roma, resosi conto che la questione stava sfuggendo di mano, decisero di mandare un paio di legioni, sotto il comando di Gaio Fulvio Flacco, per gli amici l’inutile, che non riuscì a tirare fuori il ragno dal buco. Addirittura non riuscì a impedire ai ribelli di mettere sotto assedio Messina, rischiando così di ributtare a mare i Romani.

Vista la situazione drammatica, il Senato cacciò a pedate Gaio Fulvio Flacco, e spedì altre quattro legioni, sotto il comando di Lucio Calpurnio Pisone Frugi, che riuscì a salvare i buddaci: ottomila schiavi morirono nella battaglia dello stretto per impedire l’ingresso in città dei Romani che, quando vi entrarono, crocifissero altre 8.000 persone, tanto per non farsi mancare nulla.

Tra l’altro, Pisone Frugi fu autore di Annales, un’opera in almeno 7 libri, che andava dalle origini fino alla sua epoca e che furono tra le fonti precipue di Tito Livio e Dionigi d’Alicarnasso. Il contenuto degli Annales (di cui restano una quarantina di frammenti) si proponeva di descrivere la pretesa onestà dell’epoca antica, contrapponendola alla contemporanea corruzione operante a Roma. Che si trattasse però di un’opera a tesi precostituite, lo dimostra il fatto che, durante l’anno del suo consolato, avvenne l’assassinio di Tiberio Gracco e che, nonostante l’estrema gravità del crimine (che tra l’altro violava il sacro obbligo dell’incolumità personale che s’accompagnava alla tribunicia potestas), egli e l’altro console non prendessero alcun provvedimento in merito.

Nonostante il successo, neppure Pisone Frugi, riusci a domare la ribellione: così, con un altro paio di legioni di rinforzo, fu sostituito da Publio Rupilio, che riuscì ad assediare parte dei ribelli a Taormina Essi riuscirono a difendersi a lungo, sopportando anche la fame, addirittura abbandonandosi al cannibalismo, poiché si cibarono dapprima dei bambini, poi delle donne, e, quindi, gli uni degli altri, e cedettero soltanto quando uno dei loro capi, Serapione, tradendo i compagni, lasciò prendere la roccaforte. Tutti gli schiavi catturati furono, come la legge romana statuiva, torturati e poi uccisi, in questo caso scaraventandoli dalle rupi del promontorio della città. Poco dopo il pretore Perperna avanzò su Haenna, dove si erano rifugiati Euno e Cleone: la città tornò nelle mani dei romani, che catturarono il re e uccisero il suo generale.

Ad Enna venne compiuta la più grande strage che la Sicilia antica ricordi, 20.000 cittadini furono trucidati, dopo una strenua resistenza, dentro il Castello di Lombardia, dove nel 1960, a rinnovata memoria, è stata collocata la lapide:

Duemila anni prima che Abramo Lincoln liberasse l’infelice turba dei negri, l’umile schiavo Euno da questa Sicana Fortezza, arditamente lanciava il grido di Libertà per i compagni suoi, il diritto affermando di ogni uomo a nascere libero ed anche a liberamente morire. Ricordando l’alta significazione del gesto, il Comune di Enna questo ricordo pose”.

Rupilio, comunque, dopo la repressione, comprese le ragioni della rivolta e promulgò leggi più umane per i siciliani. Così, nel 131 a.C., Roma concesse l’autonomia alla Sicilia con la “Lex Rupilia” e venne istituita una Corte speciale che avrebbe dovuto amministrare lo “jus gentium”.

Le riforme riconoscevano ai siciliani una distinta Nazionalità ed avevano lo scopo di rimettere nelle loro mani quella potestà di autogoverno e quell’esercizio delle antiche consuetudini locali, che Roma aveva negato. Ma il miglioramento delle condizioni economiche non venne,

“né poteva venire da una volontà politica di dominio, alla quale, per principio restò sempre estraneo il metodo della promozione sociale dei dominati”,

come giustamente osservò Valerio Massimo. Il malumore, riscoppiò nel 104 a.C. quando Roma era in difficoltà contro Cimbri e Teutoni: per compensare le perdite subite, il Senato autorizzò Gaio Mario a reclutare truppe ausiliare presso gli stati alleati, ma alcuni di questi risposero che non era possibile fornire alcun contingente, siccome i razziatori di schiavi, sempre molto attivi, avevano del tutto spopolato intere province dei loro territori, rapendo uomini liberi per venderli come schiavi, il che era prassi comune per lo schiavismo antico. Il Senato, contrariato da questi rapporti, decretò di fare un’inchiesta per accertare se e quanti cittadini liberi di stati alleati fossero stati razziati con la forza e venduti come schiavi, affinché fosse loro restituita la libertà.

Il propretore Licinio Nerva, che governava la Sicilia, accettò di jus dicere (decidere), com’era tra i suoi poteri, in questi processi, dando udienza a tutti quelli che, dichiarandosi ingiustamente detenuti come schiavi, rivendicassero lo stato libero. In pochi giorni centinaia di schiavi furono liberati. Gli altri, esclusi dai provvedimenti di manomissione, si ribellarono, sperando in un provvedimento di clemenza generale.

Perciò, accadde che numerosi e facoltosi latifondisti siciliani, proprietari d’intere folle di schiavi, protestarono presso il governatore provinciale per la sedizione che i suoi provvedimenti aveva seminato tra gli schiavi e riuscirono in un modo o nell’altro ad ottenere la cessazione di questi processi sullo stato degli schiavi che rivendicavano la libertà. A questo punto gli schiavi insorsero in massa e presso Alice iniziarono a compiere scorrerie e saccheggi, fortificandosi in un luogo ben munito. Licinio Nerva, dopo un primo tentativo d’assalto fallito, riuscì con uno stratagemma a espugnare la piazzaforte degli schiavi. Egli, infatti, indusse un certo Gaio Titinio, soprannominato Gadeo, ex condannato a morte, fuggitivo e dedito al brigantaggio, ad accattivarsi la simpatia degli insorti e poi ad aprire le porte della rocca ai romani. Parte degli schiavi fu trucidata, parte preferì gettarsi in un dirupo per scappare agli atroci supplizi che li attendevano come punizione.

Nerva ebbe appena il tempo di congedare le sue truppe che gli giunse la voce dello scoppio un’altra ribellione di schiavi. Perciò, il propretore si gettò all’inseguimento e poi all’attacco dei ribelli, pensando di sconfiggerli facilmente, ma questi, dopo aver raggiunto Heraclea Minoa, caposaldo degli schiavi fuggitivi, diedero battaglia al legato di Nerva, M. Titinio, che fu duramente sconfitto.

Il successo rafforzò le file dei ribelli, che raccolsero le armi dei soldati morti e molti altri schiavi fuggitivi, cui era giunta notizia della rivolta, raggiungendo il numero di 6000 unità. Nominarono loro capo e re un certo Salvio, che godeva di fama d’indovino, il quale ordinò di compiere scorrerie e saccheggi in tutta la Sicilia. Gli schiavi giunsero a stringere d’assedio la città di Morgantina, in cui aiuto accorsero le truppe regolari romane, che riuscirono in un primo momento a cogliere un parziale successo, ma che poi furono prese di sorpresa da un contrattacco dei ribelli che riuscirono a sbaragliarle completamente, anche perché Salvio aveva dato ordine di risparmiare i legionari che avessero gettato le armi e si fossero dati alla fuga (per questo molti soldati romani e alleati mobilitati preferirono fuggire).

In conseguenza della condotta dissennata e improvvisata della guerra, le file degli insorti crebbero ancora per il clamore destato dalle gesta del vero e proprio esercito che si era andato costituendo attorno Salvio. Posto di nuovo l’assedio a Morgantina, qui i padroni degli schiavi promisero loro che, se avessero combattuto contro gli insorti, sarebbero stati liberati. Essi effettivamente respinsero i ribelli, ma Nerva rinnegò la promessa dei padroni, rifiutandosi di jus dicere nei processi di Stato in favore degli schiavi cui era stata promessa la libertà.

Il comportamento di Nerva indusse a quel punto tutti gli schiavi a insorgere poiché era chiaro ormai che la rivolta era l’unica speranza di libertà. Perciò le file dell’armata di Salvio s’ingrossarono a dismisura. Contemporaneamente si ribellarono gli schiavi delle città di Segesta e Lilibeo, al comando di un certo Atenione, che giunse a cingere d’assedio Lilibeo stessa. Nel frattempo erano giunte delle truppe numidiche via mare in rinforzo ai romani, che colsero però solo un successo parziale contro gli schiavi fuggitivi.

Durante le operazioni di guerra, la Sicilia piombò nel caos e nell’anarchia, in quanto le campagne erano completamente sotto il controllo delle bande di schiavi che compivano saccheggi, razzie, massacri e stupri, mentre le città erano in balia di sé stesse, visto che non c’era più nessuna autorità capace di far rispettare le leggi. Perciò ognuno prese a commettere i crimini più efferati con la certezza dell’impunità.

Le truppe dei ribelli giunsero al punto di fondersi e coordinarsi, raggiungendo il numero di 60.000 unità e i loro capi decisero di fortificare Triocala (l’odierna Caltabellotta). A questo punto era chiaro a Roma che la situazione era sfuggita di mano a Nerva, per cui Lucio Licinio Lucullo, padre del vincitore di Mitridrate fu investito del comando di un’armata con il compito di spazzare via i ribelli. A Scirtea i due eserciti si affrontarono in una battaglia campale, che fu vinta dai romani, i quali uccisero circa 20.000 nemici. Lucullo, però, per indolenza o forse, come si disse, per corruzione, non sfruttò subito il vantaggio acquisito e anziché attaccare subito i ribelli, cinse d’assedio Triocala, dove fece una figura di peracottario

Nel 102 a.C. giunsero al Senato di Roma rapporti allarmanti circa l’indecisa e incapace condotta delle operazioni da parte di Lucullo, il quale, venuto a sapere che il pretore Gaio Servilio si accingeva con un nuovo esercito a invadere la Sicilia, ordinò ai soldati di distruggere tutti gli accampamenti, affinché anche il nuovo venuto fallisse il suo compito e, dunque, la sua colpa, agli occhi del Senato, fosse sminuita.

Servilio non fu migliore, perciò entrambi i comandanti romani furono processati davanti al Senato, che chiedeva conto della loro condotta nelle operazioni, e furono entrambi condannati all’esilio. Sotto il quinto consolato di Gaio Mario, il collega Manio Aquilio assunse il comando di un grande esercito consolare per stroncare definitivamente la rivolta.Nel corso di una battaglia in cui il console uccise personalmente Atenione in duello, le forze dei ribelli furono spazzate via. I superstiti subirono la caccia incessante di Aquilio, il quale continuò a decimarli, fino al punto che gli ultimi rimasti si arresero e furono mandati a Roma per combattere nel circo con le belve feroci. Ma qui essi sorpresero tutti e rifiutandosi di combattere con gli animali, preferirono uccidersi l’uno l’altro fino all’ultimo.

Palazzo Mirto (Parte II)

Passiamo ora al primo piano di Palazzo Mirto, dove erano gli ambienti di rappresentanza, disposti attorno ad un cortile pensile con una splendida fontana barocca e culminanti nel Salone del Baldacchino e nel Salone degli Arazzi. In quest’ultimo si svolgevano le feste e tutte le cerimonie ufficiali che scandivano la vita nobiliare e che tendevano ad esaltare l’eccellenza del casato Filangieri.

L’ingresso è arredato con cassoni siciliani e con due busti di nobili romani della manifattura del barone Malvica (sec. XVIII). Alle pareti i ritratti di due antenati, Giacomo Fardella, barone di San Lorenzo e Antonio Fardella I. Sul soffitto una pregevole pittura della fine del XVII secolo raffigurante Diana, la dea della caccia, e la ninfa Callisto. Ovidio (Metamorfosi II, 442-443) narra che Giove, invaghito di Callisto, assunse le sembianze della dea e giacque con l’inconsapevole ninfa rendendola gravida. Diana, accortasi della gravidanza, punì l’offesa alla castità trasformando Callisto in orsa e sguinzagliandole dietro alcuni cani, Giove mutò la ninfa in costellazione dandole visibilità nel cielo. Nella sala anche medaglioni in marmo con bassorilievi; alcuni, raffiguranti personaggi della casa imperiale augustea posti di profilo, qualcuno rielaborato secondo il gusto neoclassico.

Da qui si passa alla Stanza del Novelli, chiamta così per la presenza di un autoritratto del pittore barocco. Sul soffitto una curiosa pittura ottocentesca in cui i puttini, che rappresentano Eros e Anteros, guardano il mondo degli uomini affacciati da balconate fiorite. I due figli di Venere mostrano la loro diversa ma complementare indole: Eros, forte del suo ascendente sugli uomini, gioca a manovrarli come marionette tirate da fili, mentre Anteros contrasta il potere del fratello spezzandogli l’arco. Sulle consolles neoclassiche, alcune preziose porcellane napoletane e svizzere (Nyon). Alle pareti, i ritratti di due antenati della famiglia Lanza e una tela che raffigura Narciso.

La stanza successiva è il Salotto del Salvator Rosa, che prende nome alcuni piccoli oli, posti alle pareti, che imitano lo stile pittoresco, che mostra l’inadeguatezza dell’Uomo dinanzi alla Natura, del pittore napoletano, dalla vita avventurosa, che così descrivono i contemporanei

Salvatore fu di presenza curiosa, perché essendo di statura mediocre, mostrava nell’abilità della vita qualche sveltezza e leggiadria: assai bruno nel colore del viso, ma di una brunezza africana, che non era dispiacevole. Gl’occhi suoi erano turchini, ma vivaci a gran segno; di capelli negri e folti, li quali gli scendevano sopra le spalle ondeggianti e ben disposti naturalmente. Vestiva galante, ma senza gale e superfluità

Tornado alla sala, le decorazioni del soffitto, illustrano, tra finte cornici dorate, arcadiche vicende tratte dall’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Sulle porte drappi ricamati in sete colorate a motivi baroccheggianti del XVIII secolo, alle pareti due dipinti, “Il ritorno del figliol prodigo”e una “Allegoria della Musica”, copia di Trevi. Presenti inoltre due consolles settecentesche in legno dorato, di fattura napoletana, che sostengono piccoli vasi impero dalle eleganti miniature e porcellane cinesi. Altre porcellane orientali raffiguranti sei degli otto “Immortali” della religione taoista sono poste sopra due vetrine nel cui interno sono esposti oggetti facenti parte della collezione del principe: esemplari di antichi ventagli sono affiancati a rari ed eleganti esempi di porcellana in pasta tenera o in biscuit delle più famose manifatture europee, fra le quali celebre è porcellana di Meissen.

Tra gli oggetti presenti nel salotto si può ammirare una suggestiva mescolanza di generi: raffinati avori orientali, smalti policromi, vetri italiani e stranieri, ventagli, porcellane e orologi dai quadranti miniati, tale produzione risale ai secoli XVIII e XIX. La specchiera sopra il camino riflette un pregevole trittico ottocentesco di produzione francese composto da due candelieri e da un orologio a “vasotto” arricchito da fiori e ghirlande, a fianco le immagini allegoriche di Italia e Francia.

Da qui si può dare un’occhiata a una stanzetta, decorata con tempere neoclassiche, che nel tempo ha cambiato più volte destinazione d’uso: cappella, pensatoio per iniziati alla massoneria, teatrino. Da qui si va alla saletta dei reperti, frutto dalla copertura del vicolo del piano terra, la parete in conci di pietra rende evidente l’origine trecentesca di questa parte del palazzo. In questa stanza si conservano 91 reperti archeologici eterogenei per cronologia e tipologia. La provenienza è nota soltanto per pochi esemplari ritrovati nelle proprietà della famiglia o acquistati sul mercato antiquario, consuetudine questa degli aristocratici collezionisti del tempo. Si conserva in questa stanza anche un’anfora istoriata con la “strage dei Niobidi” prodotta a Urbino nella bottega Patanazzi (XVI sec.). Il prezioso oggetto fa parte dell’elegantissima farmacia di Roccavaldina (ME) ancora oggi ricca di 238 maioliche istoriate. L’anfora provienente dal corredo dell’aromatario Cesare Candia, come attesta lo stemma riprodotto sul collo del vaso, è stata acquistata sul mercato antiquario dalla Regione Sicilia. A queste si accompagnano vasi dell’antica Grecia e di Al Andalus. Accanto vi è il bagno, usato sino agli anni Ottanta del secolo scorso, in cui l’unica cosa notevole è la vasca neoclassica.

La sala successiva è quella della Battaglia di Cialdiran, tema rarissimo nell’arte Occidentale, che ebbe luogo il 23 agosto 1514 e terminò con la decisiva vittoria dell’Impero ottomano ai danni dei persiani Safavidi. Come risultato, gli Ottomani assunsero il controllo della metà orientale dell’Anatolia. Gli Ottomani avevano un esercito più numeroso e meglio equipaggiato, che superava la cifra di 100.000 combattenti, mentre i Persiani misero in campo un esercito i cui effettivi sono calcolati fra i 50.000 e gli 80.000. Lo shāh safavide Shāh Ismāʿīl I fu ferito e quasi preso prigioniero nello scontro. Nonostante la sconfitta, i Persiani riuscirono comunque ad arrestare l’espansionismo ottomano nei loro confronti. La battaglia mise fine anche a una serie di rivolte Alevi, setta sciita, in Anatolia.

La battaglia di Cialdiran dimostrò che le armi da fuoco costituivano un fattore decisivo nella condotta bellica. Prima di Cialdiran, l’esercito safavide (Qizilbash) aveva rifiutato di usare le armi da fuoco (al pari dei Mamelucchi in Egitto e Siria e di vari soldati nell’Occidente cristiano, come ricorda anche Ludovico Ariosto nell’Orlando furioso) in quanto esso riteneva l’uso delle armi da fuoco un modo di combattere vile e senza onore, dal momento che evitava il contatto corpo a corpo. L’esito della battaglia ebbe varie conseguenze. Forse la più significativa fu la fissazione di un confine tra i due Imperi, che è rimasto invariato fino ai nostri giorni, tra Turchia e Iran. Pur avendo vinto la battaglia, gli Ottomani preferirono rinunciare alla conquista della Persia ed indirizzarono la loro espansione verso l’Arabia e l’Egitto.

I Safavidi effettuarono drastici cambiamenti negli affari interni dopo la disfatta di Cialdiran. I Safavidi parlavano una lingua turca, ma, in seguito alla perdita dei loro territori anatolici che formavano la zona centrale del loro sostegno turco, cominciarono a imporre l’uso del Persiano. Anche la famiglia reale safavide si allontanò dall’estremistica, escatologica setta Alevi e abbracciò la Shīʿa duodecimana come religione ufficiale dell’Impero, essendo diventata la posizione dello Shāh, visto come Mahdi, incompatibile con la recente disfatta. La maggioranza sunnita dell’Iran fu costretta con la forza a convertirsi al modello sciita imamita dell’Islam, mentre coloro che rifiutarono tale imposizione dello Shāh (ad esempio la maggioranza dei Qizilbash) furono mandati a morte. Chiusa la parentesi storica, che però è interessante, perché è una pagina della Storia per noi italiani, torniamo alla descrizione della stanza, che espone un dipinto attribuito a Brueghel la quale raffigura, su rame, un’altra scena di battaglia.

Sulla parete opposta una “Flagellazione di Cristo” del XVII sec. Sul camino una decorazione di produzione francese in ormolu (bronzo dorato e mercurio) e porcellana blu di Sevres. Le due consolles intarsiate, in legno dorato, sorreggono due orologi di pregio. Un imponente orologio in tartaruga e bronzo, che mostra l’ora e le fasi lunari (Ant. Krets, Neustatt), è posto tra vasi cinesi a baluastro, e un orologio a lira di fattura romana (Vespasiani) è affiancato da vasi giapponesi a tromba. Il tavolo a impero con gambe a cariatide raffigura episodi tratti dalle storie di Ercole, gli episodi, nella fascia sottopiano del tavolo, sono realizzati con un intaglio in legno simulante il bronzo. Da osservare anche l’imponente lampadario ottocentesco con puttini e stemma dei principi in bronzo dorato, e pendagli in vetro sfaccettato. Completano l’arredo del salotto due stipi monetari in ebano e tartaruga, di produzione meridionale (Napoli o Palermo); uno dei due, risalente alla fine del XVIII secolo presenta una fattura particolare e raffinata con intarsi in madreperla graffita.

Il successivo salottino cinese, videnzia la moda delle atmosfere orientali diffusasi in Europa nel XVIII e XIX secolo. La moda delle “cineserie” si diffuse a Palermo in seguito all’arrivo, nel 1798, di Ferdinando IV di Borbone e della regina Maria Carolina, di cui è massima testimonianza è la Casina Cinese della Favorita. Le pareti in seta del salottino sono dipinte con scene di vita quotidiana orientale, sul soffitto personaggi eleganti passeggiano tra architetture esotiche, giardini e padiglioni. Tali decorazioni, oltre a un’indiscussa gradevolezza, mostrano come i pittori tardo-settecenteschi siciliani interpretarono i modelli orientali. Gli originali mobili a pagoda, in legno laccato, dai colori nero, rosso e oro palesano la relazione tra lo stile cinese e alcuni stili occidentali dal neogotico al neobarocco

Superata la stanza del portale, in cui s’intravede uno scorcio del palazzo cinquecentesco, si giunge al salottini giallo, con allee pareti “Cupido che fabbrica l’arco” del Parmigianino, e due ritratti di donna, uno di scuola italiana e un altro di scuola fiamminga. Sul soffitto un’allegoria in cui il Tempo indica alla Musa il tempio di Apollo mentre l’Invidia parla sottovoce alla Calunnia dalle grandi orecchie. La vetrina in tartaruga conserva oggetti collezionati dal principe: porcellane di Sperlinga, porcellane di Meissen, porcellane inglesi e francesi, un raro cinesino della produzione Bustelli a Nymphenburg, piccoli avori secenteschi e netsuke giapponesi. Il netsuke è un accessorio dell’abbigliamento giapponese realizzato in avorio, corallo, o in radice i più antichi. Nati per uso pratico ma raffinati ed eleganti, i netsuke si diffondono in occidente, in particolare nel XIX secolo, come oggetti da collezione. Imponenti i due comodini Luigi XVI, di fattura siciliana, e il tavolo da centro in scagliola simulante un marmo policromo ed un intarsio in pietre dure. Il tavolo è sostenuto da cigni monopodi e traverse a serpenti. Da notare l’orologio francese inserito in una cassa di porcellana ricca di fiori plastici in policromia firmata Jacob Petit, modellatore a Parigi negli ultimi anni del XVIII secolo.

Si passa poi al fumoir, ambiente dove i nobili palermitani andavano a fumare, con le pareti dell’ambiente sono rivestite con cuoio di Cordova ornato con rilievi su fondo argentato e dipinto con arabeschi in colore rosso e oro. Questo tipo di cuoio era utilizzato per assorbire il fumo. La lavorazione di questo materiale venne fatta per la prima volta nel medioevo nella città spagnola di Cordova, e si diffuse anche in Italia sino alla metà del XVIII secolo.

Al fianco, per par conditio, vi è il boudoir, il salottino delle dame, è arredato con una toeletta Luigi XVI in legno rosa con decorazioni in bronzo dorato di gusto rocaille, e placche ovali in porcellana dipinta. Dall’inventario del palazzo il mobile risulta dono della regina Maria Carolina. All’interno della toeletta un necessaire in cristallo e argento, di produzione francese, realizzato dai famosi argentieri parigini Regnard. Questi famosi argentieri, nei cui pezzi è inciso il nome, furono operosi tra il secondo e l’ultimo quarto del XVIII secolo. Il necessaire, porta inciso il monogramma PM, Principi di Mirto.

Qui si giunge a una delle salone principali del palazzo, il Salone degli Arazzi, originariamente alcova dei proprietari del palazzo, prende il nome dalle pareti decorate con sete ricamate di gusto neoclassico. In queste pregiate pareti sono rappresentati i miti di Venere e Adone ( in cui Venere colpita da una freccia di Cupido si strugge d’amore per lo splendido Adone che fugge da lei), Giove ed Io (in cui Io, sedotta da Giove, sarà oggetto dell’ira di Giunone che la trasformerà in giovenca e la costringerà ad annegarsi nel mare, che da lei verrà chiamato Ionio), Perseo e Andromeda (in cui Perseo, innamorato di Andromeda salverà la giovane da un mostro marino cui era sacrificata), ed Ercole ed Onfale (quest’ultimo è un dipinto su seta, che raffigura Ercole venduto alla regina Onfale che lo tiene come schiavo). Il salone è ulteriormente arricchito dal celebre mito di Amore e Psiche tratto dall’Asino d’oro di Apuleio e raffigurato in una mirabile opera che il Velasco riprende da Raffaello Sanzio. Il mito mira a delle verità morali di stampo platonico: solo con l’emancipazione dal corpo l’anima potrà raggiungere la felicità cui è destinata. Il cammino da percorrere per giungere a questo stato e a questa consapevolezza è pieno di ostacoli ma sarà Amore a risvegliare la mortale Psiche (dal greco psychè, anima) dal suo sonno permettendole di raggiungere il suo stato originario in cui libera dal “carcere del corpo” conosceva l’Iperuranio. La storia tra Amore e Psiche riempie i sopraporta dipinti e culmina nell’affresco centrale del soffitto che è circondato da un bassorilievo, a trompe l’oeil, con ondine e tritoni. L’arredamento è costituito da mobili in stile Luigi XVI: divani da parete, sedie, consolles, porte e ante dei balconi. Nell’ambiente si distinguono per pregio e per imponenza due bellissimi scrigni in tartaruga e tre orologi francesi. Nell’orologio posto sul camino i puttini personificano la Scultura e la Pittura, mentre nei due sulle consolles sono rappresentate le stagioni dell’Autunno e dell’Inverno e le figurazioni allegoriche della veglia e del sonno; in quest’ultimo sono da evidenziare le lancette a serpente. Nelle consolles anche eleganti candelabri realizzati con antichi vasi cinesi e giapponesi dalle montature francesi in ormolu. Da notare il pouf di gattopardesca memoria ricoperto da un drappo, ricamato in oro e sete policrome, risalente al XVII secolo. Il pouf si trova davanti un arazzo, ricamato anch’esso, che si pensa rappresenti un episodio della vita di Davide, il re che si spoglia e danza privo di vesti dopo la conquista dell’arca (II Samuele, 6). Contribuiscono a donare eleganza e prestigio a questo salotto il maestoso lampadario e le appliques in vetro di Murano.

Da qui si va al Salone del Baldacchino prende il nome dall’arazzo con baldacchino posto al centro dell’ambiente, e raffigurante l’espugnazione della città persiana di Ariamaze per mano di Alessandro Magno. La frase ricamata sul vessillo: Pennas habent Alexandri milites (i soldati di Alessandro hanno le ali) fa riferimento ai trecento macedoni di Alessandro che nel 327 a.c., durante l’assalto di Ariamaze, diedero prova di coraggioso alpinismo. Il tema iconografico del salone del Baldacchino è stato realizzato da Elia Interguglielmi nel XVIII secolo e celebra le glorie e le virtù di Bernardo Filangeri. Gli affreschi rappresentano una complessa allegoria: sono raffigurate le quattro virtù cardinali, la Prudenza, la Fortezza, la Giustizia e la Temperanza e le idee del Bene, del Vero e del Bello (acquisibili rispettivamente mediante la Giustizia, la Filosofia la Teologia e la poesia) con le tre corrispondenti facoltà dell’anima: l’etica (la morale), la noetica (la conoscitiva) e l’estetica. Perseguendo tali virtù nel Tempo, raffigurato dall’immagine della Notte accanto a quella del gallo che rappresenta l’Alba, è possibile ottenere Pace, Prosperità, Abbondanza e Amore. Si ritiene che l’Amore sia raffigurato nell’affresco in cui la giovane donna ammantata stringe nella mano destra un ramo di mirto. L’albero di mirto infatti, oltre a riprendere il nome del possesso feudale dei proprietari del palazzo era sacro ad Afrodite e quindi propiziatorio per la casa dei giovani sposi, figurava il casto amore. I dipinti della volta rappresentano “Le fatiche di Ercole” e simboleggiano l’uomo che riesce a superare le avversità della vita raggiungendo, con il volgere delle stagioni (raffigurate nei riquadri), la gloria eterna. Questo concetto è espresso nella scena centrale che mostra l’apoteosi dell’uomo giusto che fa il suo ingresso tra gli eletti. L’arredo del Salone del Baldacchino è costituito da consolles e specchiere ottocentesche in stile Luigi XVI. Gli orologi neoclassici con carillon ad organo sono di produzione francese; sui gueridons impero candelabri di gusto rococò. Sul fortepiano le foto degli ultimi principi di Mirto.

Si può dare uno sguardo veloce al salotto Pompadour, con le pitture databili al XIX secolo. Sulle porte vedute di rovine alla maniera del Panini. Al centro della volta le Arti, personificate da bambini in vari atteggiamenti. Sul camino si può ammirare un elegante orologio neoclassico, in marmo e bronzo, con due figure allegoriche. Sulle consolles vasi cinesi e giapponesi. Il busto in marmo raffigura Vittoria Filangeri.

Nello studio, invece, vi sono dipinti a tempera che rappresentano le scene di amori tragici tratti dalle Metamorfosi di Ovidio e dalle Storie di Igino. Sulla parete d’ingresso: Il giudizio di Paride ed Elena e Paride, a destra Pan e Siringa, Enea e Didone, Apollo e Dafne e le due dee Minerva e Venere. Le scene sono inserite in un’elegante cornice dai colori tenui e delicati. Al centro del soffitto sono raffigurati Aurora e Cefalo, mentre nei pennacchi le quattro virtù cardinali: Giustizia, Fortezza, Temperanza, Prudenza. Nei tondi sono infine dipinti i quattro fiumi infernali: Stige, il fiume della concupiscenza, che priva la ragione della facoltà di discernere. Cocito, il fiume della disperazione, alimentato dalle anime dei dannati che incapaci di resistere alle avversità della vita si disperano anche nell’Ade. Acheronte, il fiume del peccato, colpevole di avere aiutato i Titani ribelli contro Giove. Il fiume Acheronte è scelto, in questo contesto, come simbolo del peccato contro l’ordine divino. In ultimo il Lete, il fiume che scorreva nei campi Elisi, le anime bevendo le sue acque dimenticavano la vita trascorsa. L’arredamento della stanza è costituito da due stipi siciliani in ebano e tartaruga, da un bronzo raffigurante Ercole e l’Idra, posto sul tavolo, e da un uno stipo con placche in avorio graffito.

Ne salottino di Diana, si può osservare la nicchia con la statua di Apollo. Questa nicchia girevole nasconde un passaggio segreto che conduce ad un’intercapedine ricavata nella volta del soffitto. Tale passaggio consentiva ai signori del palazzo di ascoltare le conversazioni che potevano destare il loro interesse senza essere visti. Sul soffitto è dipinta un’interessante allegoria che mira a descrivere come il mondo sensibile nasconda agli uomini la verità, fuorviandoli. I puttini, con le loro azioni, tendono a sottolineare proprio l’inganno dei sensi, il mondo delle apparenze che nasconde alle anime la verità. Il puttino con la maschera sottolinea questo fondamentale concetto filosofico. Il secondo puttino, gioca con delle bolle di sapone per far comprendere l’incertezza della fortuna nella vita terrena. I putti musici hanno invece il compito di risvegliare le anime alla virtù. Nelle pareti del salottino sono raffigurate la dea Giunone, che sostiene l’uomo nella sua rinascita, la dea Minerva, dea della saggezza, che ha il compito di sostenere gli eroi porgendo il suo aiuto nelle prove difficili, Venere che giustifica religiosamente l’impulso sessuale indirizzandolo verso la sacralità e la trascendenza, e Diana, sorella gemella di Apollo e dea della castità, protetta dal suo scudo contro le frecce d’amore. Nei quadrilobi tondi sono dipinte le arti: la Lirica, la Musica, la Scultura e la Pittura. In quest’allegoria sarà infine Apollo, il dio della purificazione, ad ispirare con le Arti quelle sapienti armonie, che consentiranno alle anime di allontanarsi dalle apparenze illusorie conducendole verso la conoscenza.

La porta d’ingresso della sala da pranzo è fiancheggiata da due alzate in alabastro con lo stemma dei principi di Mirto. Nell’intradosso della porta una porticina conduce alla cucina del piano inferiore. Nel soffitto, all’interno di una cornice, sono raffigurati gli stemmi nobiliari. Al centro gli stemmi Lanza-Filangeri celebrano le nozze di Vittoria Filangeri e Ignazio Lanza. Entrando sulla destra sono dipinti gli stemmi dei genitori della sposa, Filangeri e Pignatelli, nella parete sinistra gli stemmi dei genitori dello sposo, Lanza e Branciforte. Agli angoli si alternano gli stemmi di due famiglie imparentate con gli sposi, gli Alliata e i Reggio. Nella parete di fondo la tela riproduce il “Il Sacrificio di Isacco” (Gn 22). La sala da pranzo è arredata con severi mobili ottocenteschi dallo stile composito. Tali mobili custodiscono il servizio delle porcellane di Meissen del XVIII secolo con il caratteristico bordo a “brandenstein”, lavoro a paniere alternato a pannelli ornati di stelle. Il decoro del servizio “a insetti e uccelli” raffigura tutte le specie fino a quel tempo conosciute. Sulle angoliere rari esempi di porcellana in “pasta tenera” siglati Del Vecchio (Napoli).

Infine, la fontana del cortile, costruita intorno l’ultimo quarto del secolo XVIII. È situata per mancanza di spazio verde in un cortile pensile del piano nobile, dove delicate pittura a tempera vengono a simulare un hortus conclusus di tradizione medievale. La fontana è interamente realizzata con conchiglie, per le decorazioni sono stati utilizzati anche dei piccoli specchi che in determinate ore del giorno creavano dei suggestivi giochi di luce. Ai due lati della struttura delle voliere. L’imponente struttura celebra l’apoteosi del Signore, Bernardo Filangeri incorniciato da una ricca decorazione costituita da putti e ghirlande di gusto barocco e vasoni d’ispirazione tra il neoclassico e il neorinascimentale. Il Signore così è ricolmo di virtù, da ottenere a pieno titolo un posto in questo paradiso, raffigurato allegoricamente da numerosi simboli che ne circondano l’immagine.

Il Macellum di Pozzuoli

“Sorgevano dal terreno di una vigna in vicinanza del mare di Pozzuoli tre colonne di cipollino, le quali davano al luogo il nome di “Vigna delle trecolonne”

Così Antonio Niccolini nel 1846, sulla “Descrizione della gran Terma Puteolana, volgarmente detta Tempio di Serapide” descriveva l’inizio degli scavi del Macellum Magnum di Pozzuoli. Queste colonne, infatti, incuriosirono il re Carlo III di Borbone, ne ordinò uno scavo archeologico tra il 1750 e il 1756 e, al di sotto di molti metri di residui marini, trovò queste rovine romane, che, nel corso dei secoli, sono diventate il simbolo del bradisismo flegreo. Numerose, infatti, sono le immagini che lo ritraggono ora semi-sommerso dal livello del mare, ora completamente all’asciutto.

C’è anche da sottolineare, però, che l’acqua attualmente visibile al suo interno è dovuta alle precipitazioni e ad una sorgente termale situata al di sotto della struttura; fino agli anni 80, invece, si poteva assistere ad una reale e parziale sommersione (erano, infatti, gli anni maggiormente interessati dal bradisismo) e, andando a ritroso, si è scoperto che il livello dell’acqua è arrivato fino a 6,30 metri dal pavimento dell’edificio: infatti, se si osservano con attenzione le tre colonne più grandi, è possibile individuare i fori lasciati dai litodomi, i datteri di mare che vi si ancoravano quando l’acqua raggiungeva la sua altezza massima. Questi, analizzati attraverso indagini radiometriche sui gusci conservati all’interno delle cavità create nel marmo, testimoniano lo sviluppo del fenomeno a partire dalla fine del IV sec. d.C., periodo che coincise con l’abbandono del monumento che, nel secolo successivo, parzialmente interrato, lasciò il posto a una piccola necropoli, e con la generale decadenza dello scalo commerciale.

La fantasia degli scopritori fu colpita dal ritrovamento di una statua di Serapide, divinità che era stata introdotto in Egitto da Tolomeo I Lagide, primo sovrano della nuova dinastia macedone, nel tentativo di trovare un culto “mediano” che fosse accettabile per le varie anime della città multietnica di Alessandria, capitale del regno. Il culto maturò dallo sforzo ideologico di conciliare le esigenze monoteistiche della componente ebraica (anche se questa non gradiva le rappresentazioni antropomorfiche) molto numerosa nella città, con quelle tipiche della religiosità autoctona, associando al dio elementi caratterizzanti dei culti egizi, in particolare di quelli di Iside e Osiride, e allo stesso tempo rendendo la divinità accettabile anche presso la cultura greco-macedone (il ceto dirigente a quel tempo), giustapponendovi caratteri delle maggiori divinità olimpiche.

Questa statua attualmente esposta al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, rispettava in pieno l’iconografia definita ad Alessandria, dato che ritraeva il dio seduto in trono come giudice dei morti col capo coperto da un canestro di vimini e canne (calathos) simbolo di fertilità, mentre tende la mano al cane Cerbero. Sull’onda del clamore per i ritrovamenti a Ercolano e a Pompei, la scoperta puteolana fece ipotizzare la presenza di un Serapeion, menzionato nella lex parieti faciendo.

Ipotesi che durò a lungo: tra il 1816 e il 1818, altri scavi furono condotti sotto la direzione del canonico De Jorio, un erudito locale e dal famoso architetto Auguste Caristie. L’opera di quest’ultimo, membro dell’Accademia di Francia, è stata di fondamentale importanza per la conoscenza dettagliata di tutta la zona: infatti, egli ci ha lasciato ben 47 tavole nelle quali, per la prima volta, tutta l’area viene descritta con metodo scientifico. Queste tavole sono conservate nella Biblioteca della Scuola delle Belle Arti di Parigi e, costituiscono, tutt’ora, l’unica vera documentazione dell’area scavata. Tra il 1821 e il 1827, mentre l’ingegnere Niccolini apriva alcuni canali per impedire l’impaludamento della zona soggetta a bradisismo rinvenne nella parte Sud – Ovest del portico, al di sotto del pavimento marmoreo, resti di strutture e di un mosaico. Dopo l’intervento del Niccolini, tutta l’area si inabissò.

Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, la zona fu nuovamente interessata da altri interventi piuttosto invasivi: furono costruite delle vere e proprie abitazioni adibite a impianti termali al di sopra delle botteghe (“tabernae“). Poi, nel 1863, i resti furono invasi dall’acqua sorgiva e, a causa del diffondersi della malaria, furono parzialmente interrati. Gli inizi del ‘900 furono particolarmente decisivi per la comprensione delle funzioni dell’intera struttura: infatti, nel 1907, un altro studioso francese, il Dubois, riesaminando le strutture, riconosceva, per la prima volta, la tipologia edilizia del “macellum“, cioè un mercato alimentare, forse creato sul modello del macellum magnum eretto a Roma per volontà dell’imperatore Nerone.

Il monumento, dalle imponenti dimensioni (58 x 75 m), è costituito da un cortile quadrangolare scoperto, pavimentato con lastre di marmo proconnesio, circondato su tutti i lati da portici – certamente a due piani almeno sui lati lunghi – con colonne in granito grigio alte 6,11 m e del diametro di 80 cm e capitelli corinzi ornati da soggetti marini (conchiglie che contengono delfini), che inneggiano simbolicamente allo splendore della città dovuto al commercio marittimo. All’edificio si accedeva dal versante che prospettava al mare, in asse con una grande aula absidata sul lato opposto. Nell’aula, inquadrata da colonne in marmo cipollino dell’Eubea alte 14 m e con pavimento in opus sectile di marmi policromi, si aprivano tre nicchie, destinate al culto imperiale e agli dei protettori del mercato (genius macelli), tra i quali i gruppi con Oreste ed Elettra, Dioniso e il Fauno, attualmente esposti al Museo Archeologico Nazionale di Napoli., e il dio Serapide, in ragione della copiosa colonia di Alessandrini attestata a Puteoli. Al centro del cortile svetta una tholos (diametro di circa 18 m), struttura a pianta circolare in laterizio, sollevata di più di un metro dal piano pavimentale e circondata da 16 colonne corinzie in marmo rosa africano di oltre cinque metri, con al centro una fontana ottagonale. In origine, la fontana era coronata da un architrave istoriato che, insieme con altri pregiati elementi architettonici, fu riutilizzato dai Borbone per addobbare la Reggia di Caserta. Il collegamento con il piano esterno era garantito da quattro scalinate, tutte inquadrate da parapetti a foggia di delfino o mostri marini. Il portico esterno introduceva a una serrata serie di tabernae, le botteghe del mercato: sei sul lato dell’ingresso, quattro sul lato dell’aula absidata e undici per ognuno dei lati lunghi, disposte ad aperture alternate verso l’interno e l’esterno. Le botteghe che davano sull’esterno erano intonacate e dipinte, quelle invece sulla corte erano incrostate da marmi colorati. Due ampie latrine, collocate agli angoli del lato di fondo e dotate di impianti di scarico, testimoniano l’ampia frequentazione del complesso in età antica. Questi ambienti di servizio sorprendono per lo sfarzo dei rivestimenti pavimentali e degli arredi scultorei in marmo, tali da far pensare al momento della scoperta che si trattasse aule termali pubbliche.

La ricchezza del macellum era dovuta non soltanto alla decorazione architettonica e ai rivestimenti parietali e pavimentali, ma anche alla decorazione scultorea: intorno alla tholos, fra gli intercolumni e lungo gli assi delle colonne, vi erano basi di statue onorarie e puteali di marmo. La datazione del complesso risale all’età tardo-flavia (II sec. d.C.), vista l’iscrizione dedicatoria rinvenuta parzialmente, anche se dubbi permangono sul tipo di finanziamento, pubblico o privato, per la realizzazione dell’opera. Per l’aula con abside e per la tholos si è recentemente evidenziata una ristrutturazione in età severiana, per la presenza di una fistula (conduttura idrica in piombo) con iscritto il nome di Settimio Severo. Studi più recenti hanno poi sottolineato la posteriorità, rispetto al progetto originario, della tholos, inquadrabile nel III sec. d.C., successivamente ad altri interventi di restauro degli elementi della prima fase.

Nonostante lo stato di degrado al quale fu confinato dopo i fasti dell’età romana, il macellum catalizzò l’attenzione di studiosi anche stranieri, per il monitoraggio del fenomeno vulcanico tipicamente flegreo, come Chales Babbage e Charles Lyell, per il quale, post mortem, fu istituito l’omonimo premio attualmente testimoniato da una medaglia col simbolo del Macellum, che fu anche meta di viaggi romantici sulle tappe del Grand Tour: Carlo di Borbone, alla metà del’700 fece allestire in prossimità del sito un lapidarium, il primo in area flegrea, “a uso e diletto dei curiosi forestieri”.