Atene contro Siracusa Parte XXIV

La tattica mordi e fuggi di Gilippo, come temporeggiatori, era finalizzata a guadagnare tempo, con due obiettivi: rallentare più possibile gli ateniesi nella costruzione del loro bastione e al contempo, proteggere i lavori dei contromuri siracusani. Il punto forse più importante da controllare per gli Ateniesi era il forte, chiamato più o meno impropriamente, di Syka. I Siracusani avevano lentamente iniziato a circondarlo con una serie di muri: il primo, senza forse un preciso obiettivo, ebbe per lo più un’azione di “contenimento”, impedendo l’accerchiamento della città; il secondo che passava a sud del primo, pur contenendo ancora una volta il muro avversario, tagliò la strada al muro ateniese verso sud (anche se gli Ateniesi, poco dopo la costruzione del secondo contro-muro, completarono la parte sud del loro muro e resero inefficace quello siracusano); un pericolo maggiore fu sicuramente dato dalla costruzione dell’ultimo muro ad ovest, che tagliò nettamente la strada al muro ateniese verso nord.

Per Gilippo era vitale che si completasse la sua costruzione senza troppi problemi, tanto che si arrischiò a tentare una cosa che i greci arrischiavano raramente, il combattere di notte.

Più tardi i Siracusani con gli alleati iniziarono l’erezione di un contrafforte semplice lungo una linea obliqua che partendo dalla cinta urbana s’inerpicava attraverso le Epipole, perché gli Ateniesi, se non riuscivano ad ostacolare la fabbrica, non fossero poi più in grado di completare la circonvallazione. Dall’altra parte gli Ateniesi, che avevano ormai condotto fino al mare il proprio muro, erano appena risaliti sull’altura, quand’ecco (il baluardo ateniese mostrava un punto vulnerabile) Gilippo con l’esercito, di notte, sferrò un urto proprio in quello spazio. Ma gli Ateniesi (si trovavano a bivaccare fuori, quella notte), come avvertirono, vibrarono il contrattacco: e quello, vedendo, ritrasse indietro con manovra rapida i suoi.

Anche se era stato un fallimento tattico, l’attacco notturno, il suo obiettivo strategico l’aveva raggiunto: Nicia invece che affrettare i lavori e isolare Siracusa con un blocco terrestre, decise di mettersi sulla difensiva e tentare l’approccio, assai meno efficace del blocco navale, occupando il capo di Plemmirio, da cui si poteva controllare l’accesso al Porto Grande e tentare una serie di raid su Ortigia.

In realtà fu una boiata colossale: perché gli equipaggi delle trirremi ateniesi, invece di vigilare in mare, furono impegnati nella costruzione di tre fortilizi, che fu estremamente faticosa e complicata, tanto che i rinforzi navali della Lega del Peloponneso sbarcarono senza troppo problemi nella polis sicialiana

Quindi gli Ateniesi elevarono la struttura in quel punto, riservandone a se stessi la vigilanza e distribuendo tra gli altri contingenti alleati i vari tratti della fortificazione che, d’ora in avanti, avrebbero guardato ognuno per proprio conto. Tra l’altro, a Nicia venne l’idea di fortificare il cosiddetto Plemmirio: è uno sperone che si erge in faccia alla città e con la sua prominenza rende angusta l’entrata al porto grande. Guarnendolo, prevedeva che l’afflusso di tutti i generi occorrenti sarebbe riuscito più comodo. Poiché le nuove basi d’attracco sarebbero state più a portata di mano per le unità che montavano la guardia all’accesso del porto siracusano, e gli Ateniesi non sarebbero più stati costretti, come ora, a staccarsi dalla profonda insenatura del porto per fronteggiare in mare aperto ogni minacciosa manovra delle squadre nemiche. Del resto l’interesse di Nicia tendeva ormai ad orientarsi su uno sviluppo navale delle operazioni belliche, poiché capiva che con l’intervento di Gilippo le loro speranze nella guerra terrestre si riducevano notevolmente. Allora fece eseguire al Plemmirio il trasporto di un’armata con la flotta ed eresse tre fortilizi dove fu riposta in gran parte l’attrezzatura bellica, mentre i legni da carico e i vascelli veloci vi avevano ormai trasferito i propri ormeggi. Sicché stavolta toccò alle ciurme d’iniziare una catena di tormenti. Per rifornirsi della poca acqua bisognava cercarla lontano; ogni volta poi che s’usciva a far legna, la cavalleria siracusana che dominava la regione abbatteva i marinai. I Siracusani infatti avevano distaccato un terzo della cavalleria nella roccaforte dell’Olimpico perché i reparti del Plemmirio non si spingessero troppo in fuori per danneggiare. Nicia aveva appreso che anche le altre navi corinzie si avvicinavano e spedì venti delle proprie unità a tenerle d’occhio, con il comando di dar loro la caccia nella zona di Locri, di Reggio e nei punti d’approdo della Sicilia.

Gilippo, visto che l’inerzia della battaglia stava orientandosi a suo favore, da buon spartano, decise di tentare la sorte con una battaglia campale: come tutti i lacedemoni, era convinto che questa si vincesse con gli opliti, sottovalutando il ruolo della cavalleria e della fanteria leggera. Così di buzzo buono, ordinò l’assalto generale, non tenendo conto i fanti pesanti siracusani fossero assai meno disciplinati dei sui compatrioti. In una situazione degna di Fantozzi, presi dall’entusiasmo, i suoi opliti ebbero la geniale idea di infilarsi in trappola da soli, incuneandosi tra i due muri ateniesi.

Per cui fu facile per Nicia sbarrare loro la ritirata e senza neppure schierare in campo i suoi opliti, scompaginare i nemici sotto una gragnola di sassi, di frecce e di giavellotti.

Mentre Gilippo proseguiva con la costruzione del muro attraverso le Epipole, impiegando il materiale che gli Ateniesi avevano raccolto per la propria fabbrica, manteneva costantemente in posizione, con uscite regolari, le schiere siracusane e alleate davanti al baluardo ateniese: e gli Ateniesi, a loro volta, si allineavano. Appena intravide il momento buono, Gilippo scatenò l’offensiva: accorciate le distanze, presero a battersi nello spazio tra i due muri laddove la cavalleria siracusana era inutilizzabile. Dopo che i Siracusani con gli alleati, disfatti, ebbero ottenuto dietro una tregua le salme dei caduti, e gli Ateniesi ebbero elevato un trofeo, Gilippo in un’adunanza di truppe non imputò ai combattenti la responsabilità dell’infortunio, ma a se stesso. Aveva incuneato troppo addentro, tra le superfici interne delle muraglie, le sue linee, privandole praticamente dell’appoggio, sia dei tiratori di giavellotto, che della cavalleria.

Gilippo, nonostante questa cappellata, si dimistrò un ottimo generale, a differenza di Nicia: invece di insultare pesantemente i suoi sottoposti, ne elogiò il coraggio e la buttò, come tradizione sul patriottismo e sulla contrapposizione Dori e Ioni, di si è tanto parlato… Poi, si mise di buzzo buono, a cercare di capire come utilizzare al meglio la sua cavallerie e le sue truppe leggere.

Ma ora si riprendeva con uno schieramento diverso. Li sollecitava a questa riflessione: per armamento non sarebbero stati inferiori al nemico, sicché in fatto di coraggio sarebbe stato inammissibile ch’essi, in quanto Peloponnesi e Dori, non si facessero un preciso dovere di piegare quegli Ioni, quegli isolani, quella massa eterogenea, e di spazzarla via dal paese.

L’occasione per rifarsi non tardò, anche perchè Nicia, per rendere inutili gli sforzi compiuti sino a quel momento, doveva bloccare a tutti i costi la costruzione del contro muro siracusano: nel concepire la battaglia, Gilippo, con un’intuizione geniale, introdusse una prima applicazione della tattica dell’incudine e del martello, in una manovra di accerchiamento compiuta da: truppe molto mobili, che attaccano i fianchi e il retro dello schieramento nemico e da truppe più statiche, che assalgono il nemico frontalmente.

I suoi opliti tennero impegnata l’ala destra ateniese, mentre i peltasti scompaginarono con i giavellotti l’ala sinistra, che fu poi travolta dalla cavalleria cartaginese: però per la presenza del muro, questa non potè completare l’accerchiamento, attaccando alle spalle l’ala destra nemica, che potè così ritirarsi. Il successo, oltre a fare morale, permise di terminare il contro muro siracusano, impedendo definitivamente il blocco della città

Dopo quest’esortazione, presentatasi la circostanza, li lanciò al secondo assalto. D’altra parte, Nicia e gli Ateniesi pensavano che seppure il nemico si mostrava poco incline al combattimento, era strategicamente indispensabile non permettere che quel muro traverso s’allungasse a fiancheggiare il proprio (poiché ormai il contrafforte siracusano per poco non sorpassava l’estremità della muraglia ateniese di circonvallazione: e se esso si protendeva ancora oltre, ostinarsi nella lotta fino alla vittoria sul campo o cedere immediatamente le armi avrebbero procurato agli Ateniesi l’identico esito). Quindi attaccarono le linee siracusane. Gilippo avanzò i suoi opliti, avendo però cura, prima di stabilire il contatto offensivo, di mantenere tra la sua armata e le strutture murarie uno spazio più ampio che nel primo assalto: i cavalieri e i tiratori di giavellotto furono schierati sul fianco ateniese nel piano in cui, verso l’aperta campagna, s’interrompevano le fabbriche del contrafforte e del muro.

Nello scontro, i cavalieri piombarono sull’ala sinistra ateniese, loro diretta avversaria, e la dispersero: coinvolto nella rotta, anche il resto dell’esercito, sotto la pressione vittoriosa dei Siracusani fu violentemente inchiodato lungo la linea delle fortificazioni. Nella notte successiva, i Siracusani accelerarono i lavori al contrafforte e finirono col superare traversalmente l’estremità del baluardo nemico. Sicché gli Ateniesi non avrebbero più avuto facoltà d’interromperli e si vedevano definitivamente sottratta, anche nel caso di un trionfo campale, l’occasione di cingere completamente in avvenire la città nemica.

Il fatto che Siracusa fosse relativamente al sicuro, permise a Gilippo di lancire un’offensiva diplomatica, sia presso la Lega del Peloponneso, sia verso le altre città greche della Sicilia e dell’Italia, per ottenere rinforzi. In più, per rompere il blocco navale, a Siracusa si stava armando una flotta.

Nell’occasione, rifece capolino Ermocrate, che nonostante la stima di Tucidide, aveva parecchie responsabilità nei disastri precedenti, che incoraggiava i suoi concittadin, dicendo

«persino gli Ateniesi erano anche più dei Siracusani gente di terra, costretti a divenire marinai dai Persiani»

Dopo questi eventi, sfuggendo alla vigilanza ateniese, entrarono in porto le rimanenti dodici navi corinzie, ambraciote e leucadie (le dirigeva Erasinide da Corinto), le cui ciurme collaborarono con i Siracusani ad ultimare il contrafforte. Gilippo si mise in viaggio diretto ai vari centri della Sicilia per radunare forze terrestri e navali, e per attirarsi le simpatie di qualche città, sia tra quelle tiepide, sia tra quelle che fino a quel tempo non si erano volute interessare al conflitto. Inoltre nuove ambascerie siracusane e corinzie partirono per Sparta e Corinto, per ottenere il passaggio di truppe fresche, impiegando bastimenti mercantili o da carico o qualsiasi altro traghetto, poiché richieste analoghe di rinforzi erano avanzate pure dagli Ateniesi. Anche i Siracusani, infine, quipaggiavano una flotta e si addestravano al governo delle navi, nell’intento di provocare il nemico anche con quell’arma, e per ogni aspetto della guerra la confidenza era viva.

Al contrario, Nicia era parecchio preoccupato: da una parte era consapevole del fallimento del blocco terrestre, dall’altro, sapeva come il tempo lavorasse per il nemico, con la fame, la carenza di denaro e le malattie che logoravano le sue truppe. Per cui, spedì una relazione ad Atene, chiedendo o il ritorno in patria, cosa che preferiva, o l’invio di nuove truppe…

Nicia se ne avvide e scorgendo quotidiani progressi nell’armamento nemico, così diversi dagli stenti che affliggevano i suoi, spedì anche lui una missiva ad Atene. Anche prima assiduamente si preoccupava di far pervenire ad Atene rapporti dettagliati e completi, su ogni caso. Ma l’urgenza ora era più grave, poiché Nicia stimava inevitabile la disfatta, se non si provvedeva immediatamente al richiamo delle truppe o a un nuovo invio, cospicuo, di milizie. Però sospettando che i suoi corrieri, vuoi per inettitudine ad esprimersi, o per difetto di memoria, ovvero per tener calma la folla, introducessero nelle loro relazioni qualche particolare inesistente, stese un messaggio scritto, considerandolo il mezzo più efficace perché gli Ateniesi conoscessero il suo puro pensiero, intatto dalle improvvisazioni del corriere, e affinché sulla traccia della verità potessero deliberare. E i messaggeri salparono, recando con sé la lettera affidata e le istruzioni su ciò che dovevano ripetere a voce: quanto a lui, in rapporto alla posizione della sua armata, si faceva premura di attuare piuttosto una strategia difensiva, che correre, di propria volontà nuovi rischi.

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