Minturnae (Parte II)

Ora, cosa visitare a Minturnae ? Il porto era per la città motivo di ricchezza e di vita, con i cantieri navali e con il commercio sui quali si basava l’economia della colonia. Oltre agli approdi in corrispondenza dei centri produttivi lungo il corso del fiume, esisteva un porto fluviale in corrispondenza della città, ed un porto marittimo in prossimità della foce del fiume Garigliano.

Il porto fluviale è attestato da una serie di strutture ancora oggi in parte visibili sulla sponda destra del fiume, identificate da Johnsonn come pertinenti al porto di età repubblicana, e confermate da Ruegg che attribuisce ad età imperiale altri moli da lui individuati sulle due sponde verso la foce. Il porto marittimo era presso la foce, in uno specchio d’acqua sulla sponda destra in connessione con l’area sacra, come è deducibile dal passo in cui Plutarco narra la fuga di Caio Mario, di cui ho parlato la settimana scorsa

L’arrivo delle navi nel porto marittimo, il trasbordo su battelli che risalivano il fiume e attraccavano ai moli del porto fluviale, lo scarico delle merci, avevano il punto di arrivo negli edifici urbani destinati al commercio ed alla distribuzione: le tabernae, il mercato, i magazzini.

Tabernae che erano concentrate nel Foro, che si presenta oggi nell’aspetto che ci è stato consegnato dallo sviluppo urbanistico subìto dalla colonia durante limpero: in origine, però, l’area doveva apparire più semplicemente come uno spazio chiuso da un triportico con botteghe, gravitante sul principale tempio cittadino, il Capitolium. Infatti, ad un livello inferiore rispetto a quello dei resti oggi visibili sono stati infatti rinvenuti brevi tratti murari pertinenti a fondazioni di vani ed alcune condotte per lo scolo delle acque, con andamento parallelo. Che si tratti delle tabernae colpite dal fulmine del racconto liviano, e quindi distrutte dall’incendio, è testimoniato dallo strato di carbone in cui sono stati ritrovati numerosi frammenti ceramici e molti pezzi informi di bronzo che dimostrano una evidente fusione. Questi ultimi, ed un gruzzolo di 61 monete, provano l’attività commerciale delle tabernae.

Il centro spirituale del Foro era invece il Capitolium, il corrispondente del tempio di Giove Ottimo Massimo a Roma. A imitazione di quello, anche a Minturnae si ha un tempio di tipo etrusco-italico, a tripla cella, costruito subito dopo il 191 a.c. Il tempio si trova nella parte sud del Foro repubblicano e confina con la via Appia, è rivolto a sud, dove c’era una scala di accesso al podio, alto circa 1,5 m, sul quale sorgeva il pronao formato da due file di colonne con ante.

La lunghezza delle fondazioni è di 18,70 m, mentre la larghezza è di 17,80 m, quindi quasi quadrato, corrispondente alle dimensioni di altri templi a triplice cella dello stesso periodo (tempio A di Pyrgi e capitolium di Cosa). Un incendio, dovuto ad un fulmine, di cui ho accennato prima, distrusse, nel 45 a.c., il primo Capitolium, che fu subito ricostruito, con podio più grande del precedente, da cui differiva anche per il materiale, la pietra di Coreno al posto del tufo, e per l’ordine architettonico corinzio al posto del tuscanico.

Il podio del secondo Capitolium fu realizzato inglobando quello precedente, che fu rinforzato sul lato posteriore con una fondazione in opus coementicium di m. 1,90 di larghezza. Poco dopo accanto al Capitolium fu costruito il tempio di Augusto, forse dedicato alla Dea alla Concordia. L’affiancamento delle due strutture suggerì una unica scalinata a sud per dare accesso ad entrambe, con uno spazio, largo m. 3,42, tra i podi dei due templi, che ebbero anche analogo rivestimento. Nel Capitolium era ospitato il pozzo sacro Bidental, dove venivano conservati gli oggetti colpiti da fulmini e quindi maledetti e intoccabili

Il trafficato asse della via Appia, dopo aver attraversato il centro politico, economico e sociale di Minturnae nel punto in cui si affrontano il foro repubblicano e quello imperiale, proseguiva verso ovest affiancato da una serie di ambienti con funzione commerciale. Costruiti in epoca adrianea in connessione con i quartieri residenziali, sono il segno della vitalità mercantile della città portuale che si preparava allora a vivere un nuovo splendore urbanistico. La fila di vani che si aprono sulla via costituisce infatti una serie di tabernae che scandivano il fronte stradale delle domus, proprio di fronte al portico di accesso al mercato, caratterizzando così questo tratto urbano della strada come luogo commerciale per eccellenza. Le murature in laterizio datano le strutture alla piena età imperiale. Sul ciglio della strada sono visibili i resti delle ampie soglie d’ingresso alle botteghe, con i solchi per la chiusura delle porte, ed -all’interno- le pavimentazioni in cotto tipiche degli ambienti di servizio. Ad una di queste tabernae si riferisce con buona probabilità il passo del Digesto da cui si ha notizia della produzione e vendita di latticini a Minturnae con il ricordo del negoziante di una taberna casaria che, per lavorare i propri formaggi, emetteva fumo che saliva fino al piano superiore… Insomma, la tradizione delle mozzarelle risale sino all’antica Roma.

L’articolato complesso edilizio, che si sviluppa a sud dell’Appia, è il mercato coperto della città, il macellum. All’edificio si accedeva mediante un monumentale ingresso ad arco che immetteva in un porticato parallelo alla via. Si offriva qui ai cittadini non solo un luogo riparato per gli incontri e le passeggiate, ma soprattutto uno spazio dove fare i propri acquisti: i vari ambienti che su di esso affacciavano erano destinati agli esercizi commerciali, che si svolgevano anche ai piani superiori, come testimoniano resti di scalinate.

Il suo schema compositivo, come a Puzzuoli, è del tipo a corte quadrata con tholos centrale. Lo stile evidenzia ed esalta alcune parti, come la monumentalizzazione del vestibolo principale della tholos e dell’esedra e la loro disposizione lungo l’asse maggiore dell’edificio, secondo un criterio prettamente romano. Al monumento si accede dall’ingresso principale, che immette nel quadriportico, un percorso coperto con volte a crociera intorno al cortile delimitato da 18 colonne con fusto di marmo bianco alte 4 m, con capitello corinzio asiatico, sormontate da archi a tutto sesto. La copertura, in struttura lignea, è realizzata ad impluvium con tegole in laterizio. Sul lato sud del quadriportico si trova l’esedra, con al suo interno i simulacri delle divinità protettrici del mercato. Nei lati lunghi vi sono due ingressi secondari, posti specularmente, mentre ai lati dell’ingresso principale vi è una doppia fila di tabernae con muro di fondo in comune, 5 aperte verso l’interno e 6 verso l’esterno. Queste ultime accedono al colonnato coperto lungo la via Appia.

La tecnica edilizia in opera mista dell’intero complesso fa risalire la sua costruzione al periodo adrianeo. I marmi delle colonne ed i capitelli del quadriportico testimoniano, invece, un nuovo intervento in età antonina, durante il quale Minturnae si colorò di nuove tonalità per lo sfavillio di marmi policromi. Tuttavia le linee planimetriche fanno ipotizzare che l’edificio si è inserito in un impianto urbanistico-architettonico precedente, costringendo i progettisti a creare ambienti di raccordo dal profilo irregolare.

Una città come Minturnae, ove ogni otto giorni si svolgeva come in altri centri il mercato per lo scambio di prodotti tra la città e il territorio, era ovviamente fornita di pesi e misure (pondera et metra) necessari alle attività commerciali, il cui valore era controllato dai magistrati della colonia come attesta, per il tardo I sec. a.C., l’iscrizione dei duoviri L. Gellio Poplicola e C. Caedicio. Per il II sec. d.C. un’altra iscrizione ricorda la donazione di una stadera, con relativi pesi, alla comunità minturnese da parte di Ermete servo o liberto imperale.

Ma ciò che lascia più colpiti i visitatori è il maestoso Teatro, ancora oggi utilizzato, costruito verso il I sec. d.c. in opus reticulatum e poi restaurato in laterizio. E’ diviso nei tre settori consueti della scaena, orchestra e cavea, ospitando oltre 4000 spettatori. Negli spazi sottostanti alla cavea è situato il Museo che accoglie statue acefale, sculture, ex voto, epigrafi, monete (ripescate nel vicino fiume) e numerosi reperti, rinvenuti nel secolo scorso a Minturnae, nel centro urbano di Scauri e nella zona di Castelforte. Nell’area circostante è visibile un tratto originale della via Appia (Decumanus Maximus), costruito in blocchi di lava basaltica. Nel suo retro se ne ammirano le poderose sostruzioni dove un tempo si alloggiavano le taberne per il ristoro degli spettatori o per lo shopping. Ne restano particolari architettonici in pietra calcarea e il portale sul retro con due colonne ai lati nella medesima pietra, che dà sull’antiquarium, un tempo ingresso ulteriore al teatro.

Al suo interno gli ambulacra conservano i cippi dedicatori ai personaggi famosi, che fossero imperatori, o benemeriti benefattori, o personaggi illustri o attori in gran voga. Restaurare o abbellire il teatro a proprie spese permetteva di avere una pubblicità perenne sotto gli occhi di tutti, e pure la gratitudine per uno dei massimi divertimenti dell’epoca, pubblicità indispensabile per chi volesse fare carriera politica e fosse a caccia di voti.

Sempre parlando delle attività ludiche, i complesso termale è situato a sud della via Appia, orientato verso est; si sviluppa alle spalle del Macellum, dal quale vi si accede attraverso un passaggio secondario, ma si pensa che il suo ingresso principale si rivolgesse sul Foro Imperiale, ad est. La pianta presenta uno sviluppo eccentrico, rispetto al restante tessuto urbano. L’esame delle tecniche di costruzione lascia intravedere una successione di interventi di ristrutturazione e di ampliamenti, che ha trovato la sua definitiva sistemazione in epoca adrianea, al di fuori degli schemi planimetrici classici.

Ne restano gli ambienti del calidarium, del tepidarium, con un sistema di suspensuræ, per il famoso riscaldamento a encausto, ben conservato, e del frigidarium. Sulle pareti sono ancora incastonati i tubuli, i tubi in terracotta a incastro, destinati a mantenere costante la temperatura interna, consentendo il passaggio dell’aria calda.

Tracce di combustione consentono di localizzare i vani delle fornaci che, date le proporzioni del complesso, dovevano essere più di una e localizzate in prossimità delle vasche laterali del calidarium. C’è ancora un’ampia vasca scoperta, la natatio, o piscina all’aperto, divisa in due settori, con pareti a gradinate e rivestimento in marmo locale, alimentata da un sistema idrico centrale.

La natatio probabilmente era delimitata da una palestra porticata, almeno sui lati sud e ovest, visti gli incavi sui basamenti per i perni di metallici su cui venivano collocate le colonne del porticato. Gli ambienti principali erano presumibilmente coperti con volte a botte o calotte semisferiche secondo l’uso dell’epoca. Accanto all’edificio, vi è la domus delle Terme perchè fornita di terme private, con pregiati mosaici a tessere bianche e nere. Con vasche per le abluzioni in laterizio rivestito di marmi, il complesso mosaico attesta figure di animali, piante, personaggi e contenitori di liquidi, con cornici geometriche tutto intorno. Altre domus presentano strutture in laterizio che accedono sulla strada pavimentata, con soglie in pietra calcarea. Le abitazioni sono di schema romano con impluvium ed atrio, con muri a sacco rivestite da mattoni o pietra calcarea in opus reticolatum.

A poca distanza dal centro abitato sono stati ritrovati resti molto antichi di un tempio in tufo che gli Ausonio Aurunci dedicarono alla Grande Dea Marica, edificato probabilmente attorno al IV sec. a.c., sulla riva destra-nord, in prossimità della foce del Garigliano, a circa 400 m. dal mare. Sulla sponda sinistra si estendeva invece il bosco sacro, il Lucus Maricae a lei dedicato, oggi la pineta di Baia Domizia.

Il tempio, molto frequentato anche in periodo ellenistico, era costruito con blocchi di tufo grigio provenienti dalle cave del a sud del monte Massico. Secondo le norme del rituale, tutto quello che veniva introdotto nel bosco non potesse essere asportato, e non era facile farlo perchè il bosco era allora circondato da una estesa e profonda palude. La Dea Marica era divinità della navigazione, dell’acqua e della luce, quindi anche protettrice delle partorienti, nonchè Dea delle guarigioni. Si sa che presso i suoi templi operavano gli oracoli e pure le ierodule, le sacre prostitute.

I reperti ritrovati sono molti: diversi cippi, antefisse con la rappresentazione di Artemide persiana e di un satiro suonatore, oltre a varie iscrizioni. Contrariamente a quanti la definiscono una ninfa, Marica fu una delle principali Dee Madri del territorio marsico, apulo e lucano. Al tempio si affiancano altre strutture in blocchi irregolari di argilla cruda correlate con attività di tipo produttivo-artigianale (il santuario è uno dei centri di produzione delle terrecotte architettoniche derivate da prototipi greci, presenti anche nei templi di Satricum e di Pyrgi), Elemento chiave per la comprensione dei variegati aspetti del santuario è la connessione di questo con il porto marittimo, identificato da un approfondito studio geologico di dettaglio della zona tra il santuario e la foce, scalo particolarmente felice sulle rotte tra Africa, Sicilia, Spagna, bacino adriatico, Mediterraneo orientale.

L’area sacra connessa a quella portuale è quindi un santuario emporico e cosmopolita che si apre in età imperiale a nuovi culti (Giove Dolicheno, Elio Serapide, Iside e Dei Superi), mentre l’antica ninfa delle acque delle lontane origini, evocata dagli autori classici con la sua area consacrata circondata da querce, assume le sembianze di Venere (Afrodite pontia) o di Artemide protettrice dei naviganti..E forse è di una di queste divinità la statua bronzea su alto basamento (aedicula navalis o faro) rappresentata sulla “vignetta” del IX secolo che accompagna, nel Codice Vaticano Latino 1564, il passo di Igino gromatico relativo alla descrizione del territorio di Minturnae nel II sec.d.C.

Nell’area prossima al castrum e prospiciente la sponda del fiume è stato di recente scoperto e restaurato un esteso edificio con pilastri, molto probabilmente un settore dei magazzini (horrea) databili all’età imperiale, ove venivano depositate temporaneamente le derrate alimentari, in attesa di essere smistate nei mercati locali- Le strutture murarie, rinvenute a circa mt. 4,00 dall’attuale piano di campagna, consistono in lunghi ambienti rettangolari scanditi da una serie di pilastri quadrati, che sorreggevano l’ampia travatura lignea del tetto. Il pavimento dei vani, sotto cui scorrevano i drenaggi delle acque, era rivestito da un solido mattonato.

I magazzini della Minturnae imperiale sorsero su precedenti strutture tardorepubblicane, che possono essere identificate con un atelier per la produzione di anfore vinarie, come testimoniano i consistenti scarichi di contenitori del tipo Dressel 1 e 2/4. Il complesso edilizio era in stretta relazione sia con le adiacenti strutture portuali sul fiume che con la viabilità diretta verso il territorio vescino. L’abbandono dell’uso delle strutture come magazzino è inequivocabilmente indicato dall’impianto di un’area funeraria tardo-imperiale, caratterizzata da sepolture in grosse anfore africane

Infine, dalle sorgenti di Capodacqua iniziava l’acquedotto, che, dopo oltre 11 Km., si immetteva nella città di Minturnae attraverso la porta di accesso detta Gemina o Porta Roma. Il materiale utilizzato e la particolare cura posta nell’opus reticolatum lo datano alla prima metà del I sec. d.C. Costruito in “opus cementicium” con parametro in opera reticolata e conci di tufo e calcare, è tuttora visibile per gran parte del suo percorso e soprattutto nella parte prossima a Minturnae, in zona Archi-Virilassi, dove si conserva una serie ininterrotta di ben 120 arcate in fuga verso i colli. I pilastri, nella parte superiore, presentano rinforzi con un sottile strato di laterizio.

Gli spazi tra la linea degli archi e lo specus sono lavorati con decorazioni bicolori di forma varia: zig zag, losanghe, scacchiere, linee diagonali e parallele. Questa serie di decorazioni appare particolarmente curata nel sito contiguo alla città e, più ancora, in punti di snodo, forse, in prossimità delle “villae” suburbane e attraversamenti di strade. L’intradosso delle arcate era protetto da uno spesso strato d’intonaco ben conservato in più punti. Non è dato di accertare se l’acqua scorresse o meno a cielo aperto, in quanto la parte alta dello specus è in stato di degrado.

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