Le Catacombe dei Cappuccini

Uno dei luoghi più cringe d’Italia sono le cosiddette catacombe dei Cappuccini di Palermo; quest’ordine nacque intorno al 1525, quando il frate francescano osservante Matteo da Bascio, ordinato sacerdote nella regione delle Marche, si convinse che lo stile di vita condotto dai francescani del suo tempo non era quello che san Francesco aveva immaginato. Egli desiderava ritornare allo stile di vita originario in solitudine e penitenza come praticato dal santo di Assisi; all’inizio, non è che i cappuccini se la passassero così bene, tanto da rischiare più volte la condanna per eresia. Non li aiutò neppure il fatto che uno dei loro Vicari Generali, Bernardino Ochino, figura interessantissima, che in punto di morte scrisse

Non ho mai voluto essere né un papista né un calvinista, ma solo un cristiano

aderisse alla Riforma Protestante. A Palermo l’Ordo Fratrum Minorum Capuccinorum si stabilisce nel 1534 e in quello stesso anno il senato della città accorda ai religiosi pro tempore di un terreno «extra moenia in contrada Dainisindi» comprendente l’antica chiesetta normanna di Santa Maria della Pace, per costruire il loro convento.

Pochi anni dopo, nel 1565 i Cappuccini riedificano la chiesa. I frati avevano già realizzato la chiesa, in realtà è un riadattamento dell’esistente edificio, più che di costruzione ex novo, adottando la pianta propria delle chiese cappuccine: una navata centrale con cappelle laterali intercomunicanti.

A quel tempo, i Cappuccini defunti venivano deposti in un’ampia fossa adiacente alla chiesa: questo poteva porre una serie di problemi igienici. Per i risolverli, i frati, invece di adottare il metodo tradizionale, ossia coprire i cadavere con quantità industriale di calce viva, decisero di approcciare il problema alla palermitana, pre trattando i corpi, togliendo loro le interiori e facendoli scolare dai liquidi.

Intorno al 1590, i frati si trovarono davanti a un problema imprevisto: a occhio, la fossa comune sembrava essere insufficiente per infilarvi nuovi cadaveri: per cui, si pensò di tirare fuori i vecchi scheletri, per infilarli in un ossario e fare così spazio.Però saltarono fuoei quarantacinque salme che tra lo stupore generale risultarono miracolosamente indenni dalle usure del tempo. Il fatto venne subito interpretato come segno di intervento divino, per cui nel 1599, quaranta di quei corpi furono trasferiti in una sepoltura scavata appositamente dietro l’altare maggiore della chiesa, e sistemati in nicchie poste tutte intorno alle pareti del primo corridoio.

L’aumento della richiesta, dai parte dei Palermitani di esservi seppelliti, portò due conseguenze: la prima è che gallerie furono scavate alla fine del XVI secolo in stile gotico con sottotitoli a volte a crociera ogivali costolonate e a volta ogivale; queste formano un ampio cimitero di forma rettangolare.Il primo frate ad esservi seppellito è tale Silvestro da Gubbio nel 1599, mentre l’ultimo ad esservi inumato fu frate Riccardo nel 1871; le catacombe crebbero sino a contenere 8000 corpi e 1252 mummie, quest’ultime allineate lungo le pareti.

Le mummie, in piedi o coricate, vestite di tutto punto, sono divise per sesso e categoria sociale, anche se la maggior parte di esse appartengono ai ceti alti, poiché il processo di imbalsamazione era costoso. Nei vari settori si riconoscono: prelati; commercianti e borghesi nei loro vestiti “della domenica”; ufficiali dell’esercito in uniforme di gala; giovani donne vergini, decedute prima di potersi maritare, vestite con il loro abito da sposa; gruppi familiari disposti in piedi su alte mensole, delimitate da sottili ringhiere simili a balconate etc.

Il secondo, un metodo industriale, chiamiamolo così, di conservazione dei cadaveri, che perfezionava quanto sperimentato dalle confraternite locali. I corpi esanimi venivano adagiati in una stanza apposita dove venivano privati degli organi interni; qui rimanevano per 8 mesi – 1 anno, per dare modo al corpo di perdere tutti i liquidi corporei ed asciugarsi. Una volta trascorso questo periodo i corpi venivano puliti con acqua e aceto, oppure nei periodi di pestilenze ed epidemie venivano immersi in arsenico o in acqua di calce. In seguito i corpi venivano riempiti con paglia, quindi rivestiti con le loro sontuose vesti ed esposti per dar modo ai loro cari di venir qui a far loro visita. I familiari vi si recavano per parlare col defunto, addirittura attraverso degli scritti storici si è venuti a conoscenza di alcune persone che venivano a mangiare in questo luogo per godere della compagnia del caro estinto.

Nelle Catacombe dei Cappuccini si conservano oltre ottomila scheletri e corpi mummificati, di tantissimi personaggi più o meno illustri, che qui trovarono riposo. Tra questi il garibaldino Giovanni Corrao (1863), il vescovo di rito greco Agostino Franco (1877), il pittore Giuseppe Velasquez ( 1827), lo scultore Filippo Pennino (1794), il presidente del regno Giuseppe Grimau (1755)

Sappiamo con esattezza che il cimitero venne chiuso nel 1880, e che dopo questa data vennero accolte soltanto altre due salme, in via del tutto eccezionale. Nel 1911 fu accolta quella di Giovanni Paterniti, viceconsole degli Stati Uniti, mentre nel 1920 giunse al cimitero dei Cappuccini il corpo della piccola Rosalia Lombardo, una bambina di soli due anni che era morta di polmonite. Proprio sul cadavere della piccola Rosalia, su insistente richiesta del padre, venne probabilmente realizzato il processo di imbalsamazione artificiale meglio riuscito al mondo e non a caso è proprio lei ad essere definita – non senza una tragica ironia – “la mummia più bella”.

Da analisi scientifiche compiute nel 2009 è emerso che, per l’operazione, Salafia utilizzò una miscela composta da formalina, per uccidere i batteri, alcool, che avrebbe contribuito alla disidratazione, glicerina, per impedire l’eccessivo inaridimento, acido salicilico, che avrebbe impedito la crescita dei funghi, e sali di zinco, che conferiscono rigidità. A chiunque visiti le “catacombe” dei Cappuccini il corpo della bambina apparirà ancor oggi perfettamente intatto, tanto da destare l’impressione che stia dormendo.

Nonostante il processo di mummificazione sia considerato uno dei migliori – se non il migliore – il corpo nel tempo ha presentato piccoli segni di decomposizione. È stato quindi necessario collocare la bara all’interno di una teca ermetica di acciaio e vetro, contenente azoto, tenuta alla temperatura costante di 20 gradi centigradi e con umidità del 65 per cento.

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