Atene contro Siracusa XXIII

A Siracusa, però, la notizia che stesse giungendo una spedizione di soccorso o non era nota, oppure, saputa la consistenza della flotta spartana, era stata, come da Nicia, estremamente sottovalutata, tanto che si era riunita l’assemblea cittadina, in modo da discutere sulle condizioni di pace che erano state avanzate dallo stratego ateniese.

Il quale, proprio per favorire l’accordo, come segno di buona volontà nei confronti della controparte, aveva rallentato i lavori di costruzione del bastione che avrebbe isolato la polis siciliana. Gilippo si rese conto che se si fosse raggiunto un qualsiasi compromesso, tutti i suoi sforzi sarebbero stati vani e Atene avrebbe ottenuto un successo politico.

Per cui manò in fretta e furia Gongilo, uno dei comandanti corinzi, ad avvertire gli assediati dell’arrivo della spedizione di soccorso: i siracusani, resosi conto sia dell’entità delle truppe, tutt’altro che trascurabile, e della loro vicinanza, si rincuorarono e decisero non solo di sospendere le trattative, ma di organizzare una controffensiva, accordandosi con il comandante spartano

Intanto i Corinzi che si erano staccati da Leucade con le altre unità procedevano a tutta forza, e Gongilo, uno dei comandanti corinzi, salpato ultimo con un solo vascello, toccò per primo Siracusa, anticipando di poco Gilippo. Colti i cittadini già sul punto d’indire un’assemblea per sciogliere il conflitto con un accordo, li fermò e riaccese il coraggio annunciando che il resto della squadra era già sulla rotta con a bordo Gilippo figlio di Cleandrida, inviato espressamente da Sparta per assumere la guida delle operazioni. I Siracusani si rincuorarono e con l’intera armata uscirono subito per accogliere Gilippo: le informazioni ormai lo davano per molto vicino.

Se a capo delle truppe ateniesi vi fosse stato Lamaco, il tentativo sarebbe probabilmente fallito; ma Nicia era troppo sicuro di sé o convinto del buon esito delle trattative, che si dimenticò di presidiare le Epipole, lasciando sguarnito proprio il sentiero in precedenza percorso dai suoi opliti: così l’attacco a tenaglia ebbe successo

Costui, occupata per via la piazzaforte sicula di Iete, giunse alle pendici delle Epipole in formazione da combattimento: scalando dal lato dell’Eurialo, per la strada già battuta dagli Ateniesi, puntò diritto con i Siracusani contro il muro di circonvallazione nemico. Il suo intervento era caduto giusto in mezzo a una fase dei lavori in cui gli Ateniesi, mentre avevano già dato gli ultimi tocchi, per sette o otto stadi, a un doppio baluardo che scendeva fino al porto grande, stavano ancora lavorando intorno a un breve tratto verso il mare, conclusivo dell’intera costruzione. Nel settore opposto alla muraglia, destinato a congiungersi con Trogilo sull’altro specchio di mare, le pietre erano già disposte a mucchi lungo la maggior parte del tracciato, mentre alcuni tronchi del muro erano lasciati in via di rifinitura e ad altri s’era già data l’ultima mano. Tanto rischio finiva per minacciare Siracusa.

Dopo il primo attimo di smarrimento, Nicia organizzò le sue truppe; Gilippo, abbastanza consapevole della difficoltà nell’affrontare il nemico, a sua volta cercò di proporre un compromesso, stavolta favorevole ai siracusani, dando la possibilità agli ateniesi di ritirarsi senza problemi in cinque giorni.

Gli Ateniesi, all’assalto fulmineo di Gilippo che alla testa dei Siracusani s’avventava contro di loro, dopo un attimo di smarrimento, riordinarono le schiere. Gilippo frenò l’armata a corta distanza e per voce di un araldo comunicò, qualora accettavano l’offerta, d’esser disponibile subito per discutere una tregua a patto che, presi con sé i propri materiali, nel termine di cinque giorni sgomberassero dall’isola.

Secondo la testimonianza di Plutarco, Nicia, ricevuta la delegazione spartana, la rispedì indietro senza una risposta, talmente sicuro dei propri mezzi da chiedere all’araldo se

«era per la presenza di un mantello e di un bastone spartano che le prospettive siracusane erano diventate così favorevoli all’improvviso da indurli a disprezzare gli Ateniesi»

Gilippo, vista la disorganizzazione e la mancanza di addestramento delle sue truppe, evitò di combattere; lo stesso fece Nicia, sia per cautela, sia per fare crollare definitivamente le possibilità di un dialogo con il nemico: così le truppe della spedizione di soccorso si accamparono al Temenite, l’altopiano che sovrasta il teatro greco.

Per citare Rampazzo

Questa prominenza ha avuto una importanza fondamentale nella storia di Siracusa da un punto di vista sia culturale sia militare e politico. Costituiva un caposaldo essenziale nella difesa della città ma soprattutto, un po’ per questa ragione un po’ per la stessa natura di prominenza un po’ perché molto ricca di acque e perciò anche ricca di vegetazione (almeno prima di monumentalizzarsi interamente). fu fin dai primi abitatori ritenuta un luogo particolarmente sacro. Temenos in greco, che vuol dire “santuario”, e quindi Temenite il colle.

Al tempo degli indigeni pregreci i Siculi c’era un cimitero; poi con i Greci preselo sede i culti di più divinità: Pan, le Ninfe, i Safili, gli Eroi (cioè i “Morti”, noi oggi diremmo i “Santi”), Artemide, Apollo, Dioniso, ma soprattutto le due divinità più care e venerate dai Greci di Sicilia, Demètra e Kore Persèfone (alla latina, Cèrere e Lìbera). Praticamente al culto di queste due dee apparteneva tutta la zona ma via via che il teatro aumentava di estensione, il loro santuario si formalizzava specialmente nell’area che sovrasta la terrazza superiore del teatro. Un santuario specifico delle dee era anche in basso, dove poi sorgeranno i vari impianti scenici del teatro.

Tornando a Tucidide

Nel campo avversario la proposta cadde inascoltata, e con un silenzio colmo di sprezzo si licenziò l’araldo. Dopo quest’episodio le armate manovravano, inquadrate per battersi. Ma Gilippo, notando l’indisciplina nelle file siracusane e la difficoltà d’allinearle, fece spostare indietro i reparti, piuttosto verso il terreno aperto. Nicia, dal canto suo, non mosse le truppe ateniesi, ma attendeva, immobile, con il suo baluardo alle spalle. Quando Gilippo comprese che il nemico non desiderava avanzare, ritrasse le sue divisioni sul pianoro noto con il nome di Temenite, dove prepararono il bivacco.

Il generale spartano, sempre conscio dell’inferiorità dei suoi opliti, invece che accettare una battaglia campale, decise di adottare una strategia mordi e fuggi, per logorare il nemico

Il mattino dopo, muovendo il maggior numero dei suoi reparti, li appostò per il lungo di fronte alla muraglia ateniese, per impedire al nemico spostamenti difensivi in altri settori e lanciando una divisione all’assalto del Labdalo prese quel caposaldo: i prigionieri catturati durante quest’azione furono passati a fil di spada. Il forte non era visibile agli Ateniesi. Sempre quel giorno una trireme ateniese di vedetta all’accesso del porto grande fini preda dei Siracusani.

Gli scavi della Valle dei Templi di Agrigento

Nel XVIII secolo, in uno con l’istituzione della prima organizzazione di Stato del servizio di antichità in Sicilia, hanno inizio le prime ricerche archeologiche in Agrigento (scavi nell’area del tempio di Zeus e sgombero delle strutture con individuazione della pianta del tempio) e gli interventi di restauro dei monumenti (anastilosi del tempio di Giunone, restauro del frontone orientale del tempio della Concordia).

Una data importante, tuttavia, è il 1827, anno in cui viene istituita a Palermo la Commissione di Antichità e Belle Arti con giurisdizione su tutta
l’isola, sotto la presidenza di Domenico Lo Faso Duca di Serradifalco: nuovi interventi di restauro e ricerche di scavo furono così intrapresi (scavo del tempio di Demetra sulla Rupe Atenea, anastilosi delle quattro colonne dell’angolo Sud Ovest del tempio di Castore e Polluce). Nella
seconda metà dell’Ottocento, saggi di scavo in contrada San Nicola portarono alla luce la Casa del peristilio, mentre nuovi interventi di restauro interessarono il tempio della Concordia sotto la guida del Direttore alle antichità Francesco Saverio Cavallari.

Il XVIII secolo segna, tuttavia, anche l’inizio della sistematica devastazione delle necropoli agrigentine i cui corredi confluiti per lo più in collezioni private (famosa quella di Raffaello Politi e del Ciantro Giuseppe Paniteri) andranno presto ad arricchire le collezioni
archeologiche di numerosi musei stranieri.

Nel 1864, per merito di Giuseppe Picone, nasce il primo nucleo del Museo Civico che, dapprima ospitato nella cappella trecentesca del convento di san Francesco, sarà poi trasferito nei primi del XX secolo in piazza Municipio dove rimarrà sino alla sua chiusura. Nei primi decenni del XX secolo furono intraprese importanti ricerche (nel sito dell’emporion a San Leone, nei pressi del tempio di Giove dove venne in luce il sacello ellenistico) i cui risultati vennero pubblicati dal Gabrici nel 1925.

Tra il 1922 e il 1932 ha inizio un periodo particolarmente fecondo di ricerche e di studi. Sotto la reggenza di Paolo Orsi, a alle Antichità di Siracusa, ad Agrigento svolgerà la propria instancabile attività di archeologo Pirro Marconi. Grazie all’insigne archeologo e al sostegno finanziario del mecenate inglese capitano Hardcastle furono intraprese importanti ricerche che ancora oggi costituiscono un caposaldo di
conoscenza dell’archeologia agrigentina (ricerche al tempio di Demetra sulla Rupe, scavo dell’Oratorio di Falaride, saggi nella cella del tempio di Giunone, scavo del sacello di Villa Aurea, scavo del tempio di Esculapio e del santuario rupestre di San Biagio, scavo del tempio
di Zeus, imporatnte scavo nell’area del santuario delle divinnità ctonie ecc.).

Importanti interventi di restauro dei templi agrigentini saranno intrapresi sotto la guida di Giuseppe Cultrera che sarà Soprintendente alle Antichità della Sicilia tra il 1932 e il 1934 (restauro del Tempio di Giunone, della Concordia, del tempio di Esculapio). Nel 1939 viene istituita la Soprintendenza alle Antichità di Agrigento. Sotto la guida del soprintendente Goffredo Ricci, si avvieranno scavi nell’area della necropoli Pezzino che portarono al recupero dell’eccezionale vaso attico a figure rosse del Pittore di Kleophrades con la morte di Patroclo.

Dopo il periodo bellico, che comportò la sospensione delle ricerche, sotto la guida del Soprintendente Pietro Griffo, ha inizio la storia più recente delle ricerche archeologiche in Agrigento (scavi nell’area del quartiere ellenistico–romano, ricerche intorno al tempio di Eracle e nei pressi del Tempio di Zeus, area sacra di porta V, ipogeo Giacatello, necropoli paleocristiane, ekklesiasterion, necropoli di Villaseta ecc.) che ancora oggi si arricchisce di nuove importanti acquisizioni (scavi del ginnasio, del bouleuterion, della necropoli Pezzino, della necropoli sub divo, del santuario di Asclepio ecc.).

L’ultima tra le grandi scoperte è stata quella del Teatro, che non era citato dalle fonti antiche. L’unico accenno, risalente alla seconda metà del I secolo d. C., lo fa lo scrittore Sesto Giulio Frontino riteneva che nel 415 a. C., durante la spedizione ateniese in Sicilia, Alcibiade avesse effettuato i suoi discorsi contro i siracusani proprio nel teatro di Agrigento. Ma è certo che la base operativa degli ateniesi nella spedizione in Sicilia fosse stata Catania. Quindi, molto probabilmente, Frontino o i copisti a lui successivi, tramandarono un’informazione erronea.

Nel corso del tempo furono elaborate diverse ipotesi: ora, supponendo che la struttura teatrale fosse stata distrutta dai cartaginesi nel 406 a. C., quando conquistarono la città greca, ora, credendo che l’architettura del teatro fosse stata realizzata con materiali piuttosto deperibili, come il legno, ora, ritenendo che le testimonianze antiche sul teatro fossero andate perdute.

La prima testimonianza scritta, dopo quella di Frontino, sul teatro antico di Agrigento, oltretutto piuttosto concisa, risale al XVI secolo ad opera dello storiografo Tommaso Fazello, nel suo “De rebus Siculis Decades Duae”, il quale dichiarava “Ne riconosco a malapena le fondamenta”. Nel 1925 l’archeologo Pirro Marconi, deciso a svelare il mistero del teatro dell’antica Akragas, iniziò un’approfondita campagna di scavi con lo scopo e la speranza di portare alla luce qualche traccia della struttura teatrale. Ma Marconi, pur rinvenendo rovine di alcuni edifici, non ebbe la fortuna di trovare alcunché sul teatro.

Diversi decenni successivi, tra gli anni Ottanta e Novanta, si prospettò un nuovo piano di scavo nell’area di San Nicola ad opera di una squadra di specialisti del Politecnico di Bari.

Ed ecco che, nel settembre 2016, venne rinvenuto un elemento architettonico, una struttura in calcare: si trattava di un gradone della cavea superiore di un teatro. Finalmente, il teatro greco di Akragas era stato riportato, se non del tutto, alla luce. Gli spalti, secondo l’architettura greca, erano appoggiati sulla cavea rocciosa. Il teatro, risalente al IV secolo a. C., circa un secolo dopo, a seguito della conquista romana, venne ampliato, raggiungendo, probabilmente, un diametro di 95 metri.

Real Ponte Ferdinandeo

A inizio Ottocento, i Borbone si posero il problema di realizzare un ponte per facilitare l’attraversamento del Garigliano, sostituendo l’antica scafa, il barcone fluviale collegato ad una corda tra le due sponde. I motivi di tale decisione era fondamentalmente tre: la sempre maggior importanza commerciale dell’Appia, la valorizzazione degli scavi archeologici della città romana di Minturnae e la precoce industrializzazione dell’area del Liri, che sfruttando un cavillo della normativa fiscale napoletana, si era trasformata in una sorta di no tax area.

Lo studio di fattibilità fu così affidato a un importante e un poco bizzarro studioso napoletano dell’epoca, Carminantonio Lippi, il quale propose un’idea innovativa per 1818: la costruzione di un ponte sospeso in ferro. Per capirne il suo essere futuristica, ricordiamo come le prime esperienze, per tale tipo di infrastruttura, erano recentissime: negli USA James Finley brevettò un ponte sospeso con catene di ferro e costruì nel 1802 un ponte sul fiume Jacobs Creek, in Pennsylvania. Inoltre, il ponte di Union Bridge, che ne mostrò come tale tecnologia potesse essere adottata anche per strutture di grandi dimensioni, fu costruito l’anno successivo.

Per cui, gli ingegneri del Corpo borbonico di Ponti e Strade bocciarono l’idea, considerandola infattibile, retrograda, la paragonarono ai ponti tibetani: poi diciamola tutta, non è Carminantonio, che all’epoca stava sostenendo come Pompei ed Ercolano fossero state distrutte non dal Vesuvio, ma da un’alluvione, fosse il massimo della credibilità e dell’autorevolezza.

Dato che però i ponti inglesi realizzati con quella tecnica sembravano reggere, la questione cambiò rapidamente: per cui, nel 1825 l’ingegner Luigi Giura fu incaricato di progettare un ponte che seguisse le idee enunciate da Carminantonio. Per prima cosa, Luigi cominciò a girare per l’Europa per studiare progetti analoghi, capendone sia le debolezze, sia punti di forza.

Così, nonostante la vanterie neoborboniche, il Ponte sul Garigliano non è il primo in Italia di questo tipo, ma il terzo. Lo precedono infatti il ponte San Benedetto ,a Padova, sospeso su corde ordite a fila di ferro, lungo 26,80 metri e largo 3,75 m, costruito per opera del colonnello del Genio Anton Claudio Galateo per congiungere la riviera di San Benedetto con la strada del Patriarcato passando sopra al Tronco Maestro del Bacchiglione, che fu inaugurato il 10 agosto 1828. ma dovette essere in seguito ricostruito integralmente in stile liberty nel 1881 a causa del suo deterioramento per l’incuria e lo stato d’abbandono, e il ponte di Villa Paolona a Sesto Fiorentino, in località Quinto Alto, progettato dall’ingegnere Antonio Carcopino e realizzato nel dicembre 1828.

Il 14 aprile 1828 era già in grado di presentare il suo elaborato completo e dettagliato in tutte le sue parti compresi rilievi, i sondaggi del terreno ed il costo totale (chiavi in mano). Approvato dalla Direzione Nazionale delle strade e dei ponti, il re comandò l’avvio immediato delle gare di appalto che dovevano essere rigorosamente limitate a ditte e materiali delle Due Sicilie.

Il 20 maggio 1828 furono iniziati lavori e il giornale inglese The Illustrated London News espresse

“perplessità sulle capacità progettuali e costruttive dei napoletani e le sue vive preoccupazioni sulla sorte dei poveri sudditi, sicure vittime di questo vano esperimento di sprovveduti dettato solo dalla voglia di primeggiare”.

In effetti a quella data i ponti sospesi in ferro avevano tutti un grosso problema legato alla flessibilità della lega ferrosa allora usata che li rendeva oscillanti ai grossi pesi ed al forte vento. Erano appena iniziati i lavori di sbancamento presso il Garigliano per realizzare le fondamenta delle quattro torri portanti, quando a Parigi, a causa del vento, crollò il ponte sospeso in ferro progettato dall’accademico Navier; a Londra venne chiuso il ponte Driburgh sul Twed e la stessa cosa avvenne in Austria. In pochi giorni in tutta Europa si levò un vespaio di critiche contro questo nuovo tipo di costruzione e il malcontento arrivò fino a Napoli dove il consiglio dei ministri del Re si espresse per la sospensione dei lavori. Il sovrano non si scompose e chiese a i suoi ministri

Ma voi siete ingegneri?”

Dinanzi al loro diniego, il re esclamò:

Lassate fa o’ guaglione”

Anche perché Luigi aveva capito che così capito che il punto debole di quel tipo di ponti consisteva non nella loro progettazione, bensì nell’eccessiva flessibilità della lega metallica utilizzata, che la rendeva troppo sensibile alle oscillazioni causate dal vento e dal peso. Se dunque forma e struttura del ponte erano nient’altro che il risultato quasi obbligato di una pur lunga serie di difficili equazioni matematiche, il problema
principale era quello di limitare la flessibilità del metallo.

Per risolvere il problema fece realizzare presso le fonderie calabre di Mongiana delle maglie ferrose fortemente nichelate, poi sottoposte ad uno speciale trattamento stirante eseguito con una macchina ad “asta tesa” da lui stesso inventata, che ne riduceva dell’80 % l’elasticità, a tutto vantaggio della rigidità richiesta in caso di sollecitazioni estreme.

Fatto sta che i lavori proseguirono, mentre il ventenne Ferdinando II succedeva al trono nel 1830. Il 4 maggio del 1832 il solito giornale inglese ipotizzava che il ponte fosse pronto, ma non fosse stato ancora collaudato per “timore del suo sicuro crollo”. Il 10 maggio 1832 Ferdinando II si presentò davanti alle torri di sostegno del ponte alla testa di due squadroni di lancieri a cavallo e 16 carri pesanti di artiglieria, colmi di materiali e munizioni.

Sulle due rive del Garigliano gli fanno ala ambasciatori, militari e una folla strabocchevole di gente proveniente dai centri vicini. Quando il sovrano si piazzò al centro del ponte con la sciabola alzata, si fece un gran silenzio; con voce ferma comandò agli uomini di passare il ponte più volte in ambo le direzioni, prima al trotto e poi al galoppo, infine alla carica; poi passarono i carri e le truppe. Il tutto seguito da un ricco pernacchione diretto all’ambasciatore inglese.

Il ponte ha una luce netta di 80,40 metri misurata tra gli assi dei piloni. Tenendo conto anche della lunghezza delle due rampe di avvicinamento che collegano i blocchi di ancoraggio delle catene con i piloni (ciascuna di circa 24 metri), il ponte ha una lunghezza complessiva di 128 metri. Il sistema di sospensione è costituito da due coppie di catene distanziate tra di loro 5,80 metri

Il 14 ottobre 1943 la campata fu minata in due punti e fatta esplodere dall’esercito tedesco, attestato lungo la linea Gustav e in ritirata verso Roma dopo l’armistizio. Tuttavia i piloni e le relative basi non subirono danni irreparabili e fu successivamente restaurato nel 1998, come esempio di archeologia industriale.

Stelle a Neutroni

Anche se presso il grande pubblico sono assai men rispetto ai loro cugini, i buchi neri, le stelle a neutroni solo altrettanto affascinanti. Sotto molti aspetti possono essere considerate come Le stelle di neutroni possono essere considerate di fatto dei relitti stellari,e ssendo che rimane di alcune stelle massive in seguito al collasso del loro nucleo e all’esplosione come supernove. Sebbene i numeri siano soggetti a qualche incertezza (e possano cambiare alla luce di nuove simulazioni al computer), si ritiene che il collasso gravitazionale del nucleo di stelle con masse tra le 8-10 e le 20-30 volte quella del Sole dia origine a stelle di neutroni, mentre stelle con masse superiori alle 20-30 masse solari formino buchi neri. Le stelle con masse inferiori a 8-10 volte quella del Sole danno invece origine alle nane bianche.

Le stelle di neutroni sono oggetti estremamente densi e compatti. Racchiudono una massa pari a poco più di quella del Sole (tipicamente 1.4 masse solari, la cosiddetta “massa di Chandrasekhar”) in una regione di soli 10-20 km circa di raggio (pari, all’incirca, alle dimensioni di una città). La densità all’interno di una stella di neutroni raggiunge dunque valori enormemente più elevati rispetto a quelli della materia nucleare ordinaria. A queste densità, la pressione all’interno della stella è tale che la materia collassa anche a livello atomico. Gli elettroni, che, in condizioni normali formano una “nube” attorno ai nuclei degli atomi (formati da protoni e neutroni), arrivano a fondersi con essi, formando neutroni. Da qui il nome ’stella di neutroni’. La densità media di queste stelle è pertanto di circa 700 milioni di tonnellate al centimetro cubo. Un pezzetto di questa materia delle dimensioni di una zolletta di zucchero peserebbe sulla Terra quanto alcune migliaia di grandi navi da crociere.

Le condizioni estreme alle quali si trova la materia portano le stelle di neutroni ad avere un campo gravitazionale e un campo magnetico estremamente intensi. Alcune stelle di neutroni (le cosiddette pulsar) emettono radiazione pulsata che permette di misurare con precisione la rotazione della stella attorno al proprio asse (con periodi di rotazione che variano da decine di secondi a millesimi di secondo).

Dal punto di vista degli astrofisici, questi oggetti celesti portano più dubbi che certezze: ad esempio, come accennavo prima, quale sia la massima massa che una stella di neutroni può sostenere senza collassare a buco nero e di quanto sia inferiore al potenziale limite teorico, pari a tre volte quella del Sole. Altri grande dubbio è sulla loro effettiva struttura interna: A dispetto del loro nome, le stelle di neutroni, non sono costituite solo da questi e contiene al suo interno anche altre particelle, sebbene in quantità ridotte. Ci sono di certo altri costituenti degli atomi come i protoni e gli elettroni, e proprio questi ultimi, con altre particelle cariche leggere, sono in grado di produrre le enormi correnti elettriche necessarie a generare gli imponenti campi magnetici che osserviamo. Inoltre, è abbastanza chiaro che la struttura di una stella di neutroni debba essere caratterizzata da alcune zone, i cui spessori ci sono noti con una certa precisione.

Per citare Luciano Rezzolla, il direttore dell’Istituto di fisica teorica alla Goethe Universität di Francoforte e membro del comitato scientifico dell’Event Horizon Telescope (EHT), che ha realizzato la prima foto di un buco nero.

In una sorta di viaggio mentale, per prima cosa possiamo incontrare una sorta di atmosfera: una buccia sottilissima, di spessore non superiore al centimetro, composta da atomi estremamente pesanti e con una densità miliardi di volte superiore rispetto a quella terrestre. Per quanto estreme, le proprietà di questa atmosfera sono abbastanza chiare, e la sua fisica è relativamente ben testata, tanto che i fisici lo ritengono un elemento “noto”. Per quanto paradossale, l’unica parte di un oggetto con un raggio di una dozzina di chilometri che pensiamo di conoscere in dettaglio, a livello di proprietà, ha uno spessore di non più di un centimetro.

Muovendoci verso il centro, al di sotto dell’atmosfera troveremo quella che viene chiamata la crosta, vale a dire uno strato con uno spessore di circa uno o due chilometri, che contiene una serie di ioni pesanti – ossia con grande massa atomica – ma anche elettroni dall’energia estremamente elevata. È bene sottolineare che il termine “crosta” può esser fuorviante, in quanto si tratta in realtà di un materiale elastico e deformabile, simile piuttosto a una sostanza plastica estremamente densa. Parte della materia della crosta presenterà una struttura periodica e regolare in cui gli ioni sono a distanze precise e gli elettroni sono liberi di muoversi negli spazi lasciati vuoti. Questo tipo di struttura a reticolo è quello che incontriamo usualmente nei metalli e nei cristalli, ed è responsabile delle loro proprietà meccaniche.

Al di sotto della crosta – in uno strato che potrebbe estendersi per sei o sette chilometri – incontreremo quello che viene e definito il nucleo esterno; lì la densità raggiunge le migliaia o decine di migliaia di miliardi di grammi per centimetro cubo. Una densità enorme, ma non quella massima, che si incontrerà spostandosi verso la zona centrale, il nucleo interno, che ha anch’esso uno spessore di sei o sette chilometri. Le proprietà della materia nel nucleo interno rimangono sconosciute e rappresentano una sfida teorica eccezionale, con la quale i fisici nucleari si confrontano ormai da quasi quarant’anni.

La prima ipotesi è che le particelle siano compresse al punto di unirsi per formare le famigerate coppe di Coppie di Cooper, in cui si crea un legame che vince la forza elettrostatica repulsiva, in cui due diverse particelle si comportano come se fosse una di spin intero, 0 o 1 a seconda dell’orientazione di spin dei singoli costituenti. Pertanto le sue proprietà rientrano non più nel campo delle statistiche dei fermioni, ma di quelle dei bosoni. Di conseguenza, tale fluido potrebbe essere una sorta di superfluido, che scorre senza resistenze e dotato delle proprietà dei superconduttori.

La seconda ipotesi è quella della zuppa di quark: ora sebbene in natura esistano sei tipi di quark, la “materia normale” ne utilizza solo due tipi: quark up e quark down. I protoni contengono due quark up e un quark down, mentre i neutroni contengono due quark down e uno quark up. Gli altri quattro tipi di quark, nel nostro universo vecchio e freddo, possono esistere solo all’interno degli accelleratori di particelle. Le stesse condizioni si potrebbero replicare anche nelle stelle a neutroni, nel cui nuclei quark up e down ad alta energia possano scontrarsi per creare quark strani chesono molto più pesanti dei quark up e down, e in teoria tenderebbero a formare un nuovo tipo di nucleone noto come strangelets. Un semplice strangelet sarebbe composto da un quark up, un quark down e uno quark strano.

Però, dato strangelets sono molto più densi dei protoni e dei neutroni, il contatto tra i due “romperebbe” protoni e neutroni per creare più strangelets, per cui l’intera stella dovrebbe essere costituita da queste particelle strampalate: dato che non è cosi, quark normali e quark strani dovrebbero rimanere divisi, in un brodo cosmico.

La terza ipotesi è quella degli iperoni: particelle che possono essere create negli acceleratori mediante collisioni tra protoni o neutroni e mesoni. Essi sono però delle particelle effimere e decadono nuovamente in protoni o neutroni e mesoni in un tempo di circa un decimo di miliardesimo di secondo. Gli iperoni possono legarsi a protoni e neutroni formando dei nuclei esotici instabili chiamati ipernuclei il cui studio fornisce preziose informazioni sulla forza che agisce tra iperoni, neutroni e protoni.

Dentro ilnucleo di una stella di neutroni, come conseguenza dell’enorme densità e della natura fermionica di neutroni e protoni (che obbediscono al principio di Pauli, come gli elettroni nell’atomo), gli iperoni possono essere formati spontaneamente e restare stabili sostituendosi in parte ai neutroni e ai protoni, generando quindi una nuova forma di materia chiamata “materia iperonica”. La presenza degli iperoni nel core stellare ha però un effetto collaterale, che consiste in una significativa diminuzione della pressione all’interno della stella. La materia stellare diventa quindi più “soffice” e pertanto meno capace di opporsi alla compressione generata dalla forza di gravità. Come conseguenza di tutto ciò, la massa limite della stella, al disopra della quale si ha il collasso a un buco nero, diminuisce, ritornando così al primo problema, quello del limite di massa per non trasformarsi in un buco nero.

Il casale della Vaccareccia

Pochi lo sanno, ma quasi al centro di Roma, c’è una fattoria, specializzata nella vendita di formaggio di pecora. E’ il casale della Vaccareccia, nel parco della Caffarella-Appia Antica, a poche centinaia di metri dalla metro di largo dei Colli Albani. Questo perchè la Caffarella, nonostante sia adiacente a una delle zone a maggior urbanizzazione dell’Urbe è di fatto una delle aree verdi più grandi di Roma (132 ettari di verde pubblico) e tra i maggiori parchi urbani di Roma.

Il nome origina dall’unificazione delle tenute ivi preesistenti attuata nel ‘500 dalla famiglia romana Caffarelli. Tale famiglia negli anni precedenti si era ingrandita al punto da possedere un’enorme tenuta che si snodava da Roma ad Ardea lungo le vie Appia e Ardeatina all’interno dell’agro romano e includeva, oltre all’attuale parco della “Caffarella”, le tenute di Valle Lata, Tufetto, Carroceto, Campo del Fico e Casalazzara, acquisite con atto notarile il 30 marzo 1461 da Antonio Caffarelli che così le sottraeva alla potente famiglia dei Colonna, i quali però mantenevano Ardea e il dominio politico su tutto il Lazio meridionale e i suoi centri.

Proprio i Caffarelli, tra i il 1490 e il 1500 edificarono il casale della Vaccareccia, che risulta presente nella Mappa della Campagna Romana disegnata nel 1547 da Eufrosino della Volpaia per papa Paolo III; Eufrosino, che tra l’altro oltre ad essere un valente cartografo, fu anche inventore di strumenti scientifici e architetto militare.

Il casale è costituito da un insieme omogeneo realizzato dalla sovrapposizione di strutture di età diverse, tanto da inglobare una torre medievale , costruita nel XIII-XIV secolo con blocchetti di tufo parallelepipedi e scaglie di marmo. Questa,in origine, era molto più alta, per controllare tutta la tenuta fino alla Via Latina; presenta delle aperture al livello del primo e del secondo piano del casale, per cui, pur presentandosi attualmente completamente vuota all’interno, potrebbe essere stata utilizzata dopo la realizzazione del casale per il collegamento tra il piano superiore e gli ambienti inferiori interrati.

La Vaccareccia, nella parte superiore, presenta un bel portico su colonne antiche: di lì si può entrare nella casa dei contadini, col tetto a spiovente e la loggia del ‘500, in un unico corpo rinforzato da robusti muri di sostegno. La loggia si apre su una grande aia di circa 2.000 metri quadrati, essa è una splendida balconata panoramica sulla Valle.

Nel 1695 i Caffarelli vendettero il fondo ai Pallavicini, i quali, nel 1816, cedettero la proprietà ai Torlonia, che ristrutturarono la Vaccareccia (aggiungendo la grande stalla lungo uno dei lati dell’aia) e bonificarono il fondovalle per l’ultima volta. A testimonianza di questo, la facciata del casale è decorata con lo stemma di tale famiglia, che rappresenta una corona che sovrasta due comete

Una delle figlie di Alessandro Torlonia, Teresa, sposò il marchese Alessandro Gerini, figlio del senatore Gerino e nipote di Antonio, marchese fiorentino. Con il matrimonio della figlia dei Torlonia Alessandro Gerini ereditò una parte della fortuna Torlonia, Negli anni ’50 del secolo scorso convinse il fratello Carlo a permutare alcuni suoi terreni della Toscana con quelli della Caffarella. dove avrebbe voluto edificare 1.010.824 metri cubi di villette più altri 3.000.000 sull’Appia Antica. “Il costruttore di Dio” così era chiamato, riuscì ad influenzare anche il Comune di Roma che approvò il Piano Paesistico con queste cubature. Per fortuna la reazione degli intellettuali fu tale che indusse l’allora ministro dei Lavori Pubblici Giacomo mancini ha bloccare questo Piano.

Alla morte di Alessandro, avvenuta il 5 giugno 1990, si aprì il testamento e, fra lo sgomento dei parenti che faranno causa, si apprese che Alessandro lasciava una cospicua parte della sua eredità ad una fondazione ecclesiastica: la Fondazione Gerini, legata ai Salesiani con cui la famiglia era sempre stata in ottimi rapporti. Anche la Caffarella quindi divenne proprietà della Fondazione.

Nel 1985, prima un incendio e poi la nevicata del 6 gennaio danneggiarono parte del tetto del casale per cui risultava urgente il restauro che invece venne effettuato dalla Fondazione Gerini per la stalla. Nel 1988 il Comitato per il Parco della Caffarella raccolse 13.000 firme di cittadini che chiedevano l’esproprio della valle e le consegnò al Parlamento Italiano; quest’ultimo recepì la richiesta e, nel 1990, con la Legge per Roma Capitale d’Italia, venne destinata al Comune di Roma la somma di 26 miliardi di lire per l’esproprio della Caffarella. Però, solo nel 1994, con la Giunta presieduta dal Sindaco Francesco Rutelli, si avviò l’iter per l’esproprio della tenuta.

Così l’Ufficio Tutela Ambiente del Comune di Roma realizzò il Piano di Utilizzazione della Caffarella, atto propedeutico all’esproprio, indicante la destinazione di tutte le aree e dei casali; tale piano, che vide la partecipazione attiva del Comitato per il Parco della Caffarella, fu sottoscritto il 19 aprile 1996 dal Comune di Roma, dalla Regione Lazio, dal Ministero dei Beni Culturali, dall’Ente Parco dell’Appia Antica e approvato dal Sindaco con Ordinanza n. 486 del 24 giugno 1996. Il Parco dell’Appia Antica, allora presieduto da Antonio Cederna, vincolò la sua firma alla condizione che il casale centrale della valle, la rinascimentale Vaccareccia, venisse inserito nei piano di esproprio e destinato ad attrezzature per la fruizione del paesaggio agricolo e storico, in quanto la Caffarella doveva essere considerato un parco-campagna così come sollecitato dal Comitato.

Il primo esproprio, effettuato nel 1999 dalla seconda Giunta presieduta dal Sindaco Francesco Rutelli, interessò 70 ettari di Caffarella sparsi a macchia di leopardo nella valle ed alcuni monumenti, ma non la Vaccareccia. A seguito delle pressioni esercitate, finalmente la Vaccareccia venne vincolata ai sensi del Decreto Legislativo n. 42 del 22 gennaio 2004. Poiché solo la metà dei 26 miliardi di lire erano stati spesi dal Comune di Roma, il Comitato per il Parco della Caffarella sollecitò il nuovo sindaco di Roma Walter Veltroni ad effettuare un secondo esproprio che interessasse prioritariamente anche la Vaccareccia.

Il 3 marzo 2005 il Sindaco Veltroni firmava il decreto di esproprio della Vaccareccia, di due casali minori e di altri 40 ettari della valle. Per il completamento dell’esproprio però era necessario un fondamentale atto amministrativo: l’immissione nel patrimonio comunale dei beni, entro due anni dalla data di esproprio; senza l’immissione nella proprietà comunale, infatti, il casale della Vaccareccia, i casali minori e i terreni rischiavano di essere restituiti ai privati. Per evitare questo, si scatenò una corsa contro il tempo: il 28 febbraio 2007, il Comune di Roma tre giorni prima della scadenza dei termini che avrebbe consentito il ritorno della Vaccareccia ai privati, l’atto fu emesso.

Nello stesso anno, con ordinanza n. 886 del 9 novembre 2007, la Giunta Regionale destinò 2.500.000 euro per la sistemazione del casale e 300.000 euro per la realizzazione del progetto di restauro, cifra che la giunta Polverini, però, ridusse drasticamente. lasciando così i lavori incompleti. Oggi parte del complesso mantiene esclusivamente l’attività pastorizia con circa un migliaio di ovini e la produzione di formaggio pecorino gestito dall’Azienda Agricola “La Caffarella”, in attesa che il complesso venga totalmente recuperato.

I resti di Nesher Ramla

Sino a qualche mese fa, la storia evolutiva dei nostri cugini Neanderthal era abbastanza semplice e lineare: emersero tra i 250.000 e i 110.000 in Europa, per poi migrare in Medio Oriente intorno agli 80.000 anni fa, dove incontrarono i nostri antenati, con cui, in un periodo compreso tra un periodo compreso tra 50 e 60 mila anni or sono, si ibridarono, fornendo a seconda delle popolazioni, una percentuale variabile tra l’1% al 4%.

Poi i Neanderthal per motivi non chiari, ma connessi alla pressione evolutiva legata alla migrazione dei Sapiens Sapiens in Europa, si estinsero tra i 32.000 e i 22.000 anni fa, un battito di ciglia dal punto di vista geologico. Però, nelle ultime settimane, a causa di una serie di scoperte avvenute In Israele, la questione si sta complicando in maniera esponenziale.

Si tratta di poche ossa appartenenti a due diversi individui: parti di un cranio, una mandibola quasi completa con qualche dente, non lontani da strumenti in pietra e resti di animali come cavalli e daini che hanno aiutato i ricercatori a posizionare la scoperta, evolutivamente parlando, ritrovate in un sito a Nesher Ramla e datate tra 140.000 e 120.000 anni fa.

Queste ossa sembrerebbero possedere caratteri proto neanderthaliani: in più, la loro scoperta ha permesso di reintepretare i reperti individuati nelle grotte di Tabun, Zuttiyeh e Qesem, risalenti rispettivamente a 160, 250 e 400 mila anni fa; di fatto l’area geografica in cui vivevano gli antenati dei Neanderthal non si limitava alla sola Europa, ma si estendeva molto più ad est. Per cui, il loro processo evolutivo e relativeo migrazioni dovranno essere stati molto più complicati di quello che immaginavamo.

Probabilmente si saranno alternati episodi di deriva genetica, con la nascita di diverse varianti di Neanderthal, con episodi di rimescolamento, con migrazioni dall’Europa verso il Medio Oriente e viceversa. Uno degli autori della ricerca che ha permesso di identificare tali resti Israel Hershkovitz, del Dipartimento di anatomia e antropologia e del Shmunis Family Anthropology Institute della Sackler Faculty of Medicine dell’università di Tel Aviv, li ha poi confrontati con diversi fossili trovati in India e Cina. Ciò lo ha portato a formulare l’ipotesi, attualmente molto controversa, che oltre all’interscambio descritto in precedenza, ci sia stata anche una migrazione dei proto neanderthal verso est.

I resti di Nesher Ramla sono stati trovati in ina antica dolina in un’area frequentata dagli umani preistorici e dove probabilmente cacciavano bovini selvatici, cavalli e cervi, come si evince da migliaia di strumenti di pietra e dalle ossa di animali cacciati. Quello che colpisce è come questi strumenti siano molto simili a quelli associati ai gruppi di Sapiens Sapiens che vivevano nella stessa area. Anche se è difficile anticipare a tale epoca l’ibridazione, perchè la genetica dice ben altro, però ci indica come all’epoca ci fosse un continuo e inaspettato scambio culturale tra le due specie di umani.

Scherzando, israeliani e palestinesi, invece di scannarsi a vicenda, dovrebbero prendere esempio da Sapiens e Neanderthal.

Atene contro Siracusa parte XXII

Nel frattempo, Gilippo stava in viaggio per la Sicilia, a capo della spedizione di soccorso corinzia: strada facendo cominciò a ricevere le notizie dell’assedio di Siracusa, tutt’altro che incoraggianti, dato che passando di bocca in bocca erano state gonfiate: sembrava che la polis siciliana fosse stata completamente isolata e che fosse, per fame, prossima alla resa.

Un altro, specie non godendo della fiducia della madrepatria, ricordiamo che Gilippo era sorta di reietto, figlio di un tizio che era stato spedito in esilio per corruzione: invece lo spartano, decise di cambiare piano strategico: creare una sorta di Lega delle principali polis della Magna Grecia. Lo scopo politico sarebbe stato di creare un contrappeso filo spartano al predominio ateniese in Sicilia, quello militare invece di isolare le truppe di Nicia dalla madre patria, di fatto rendendole inutilizzabili.

Inoltre il controllo del sud Italia, anche se non avrebbe risolto il problema dei rifornimenti di grano a Sparta, gli avrebbe messo a disposizione la possibilità di arruolare numerose truppe mercenarie. Tentativo che andò a vuoto, perché le città italiote, visto l’andamento dell’assedio di Siracusa, non avevano nessuna voglia di schierarsi contro Atene; più una pacca su una spalla a Gilippo e a Pitene, il comandante corinzio, non osavano dare.

Dato la iella non viene mai da sola, la flotta peloponnesiaca fu quasi affondata dalla tempesta. Per fortuna di Gilippo, non aveva davanti un Alcibiade, abile negli intrighi, o Lamaco, sempre pronto a menare le mani, ma il buon Nicia, abile nella mediazione, ma sul campo di battaglia, tutt’altro che acuto. Nicia, considerando trascurabile la minaccia della spedizione di soccorso spartana, non solo non decise di prepare le opportune difese, ma se le prese comoda nello spedire una flotta a presidio dello stretto di Messina, che avrebbe potuto impedire allo spartano di sbarcare in Sicilia.

Nel frattempo lo spartano Gilippo con la squadra di Corinto stazionava già nelle acque di Leucade, proponendosi di affrettare la corsa e gli aiuti in Sicilia. Ma poiché si moltiplicavano gli annunci allarmanti, ispirati tutti all’identica menzogna, che cioè Siracusa era ormai cinta da ogni lato con un blocco ferreo, Gilippo s’era messo il cuore in pace per la Sicilia. Tuttavia, sperando ancora di aggiudicarsi l’Italia, lui e Pitene da Corinto con una squadra di due vascelli spartani e due corinzi passarono a tutta forza lo Ionio puntando su Taranto, mentre i Corinzi sarebbero salpati a distanza, appena fossero armate, in aggiunta alle loro dieci navi, anche le due di Leucade e tre di Ambracia. Da Taranto Gilippo spedì anzitutto un messaggio a Turi memore del diritto di cittadinanza che il padre, in altri tempi, vi aveva goduto. Ma, fallita la prova d’indurla alla sua causa, tolse le ancore e cominciò il giro dell’Italia. Senonché, sorpreso nel golfo Terineo da un vento che lì usa levarsi spirando teso e violento da settentrione, venne trascinato in aperto mare e in grave difficoltà per un altro furioso fortunale attraccò nuovamente a Taranto. E fatte tirare in secco le navi più provate dalla bufera ordinò di ripararle. Quando Nicia apprese che Gilippo era in arrivo, non diede peso a quella sparuta flottiglia di navi, provando un sentimento simile a quello dei Turi e, pensando che l’avversario si avvalesse di una squadra attrezzata piuttosto per imprese corsare, non ritenne per ora necessaria una tattica difensiva.

Ora, per riparare la flotta, Gilippo e Pitene si erano appoggiate a Taranto, ma dopo qualche giorno, avevano ricevuto lo sfratto; per cui, cercando un punto d’appoggio si trasferirono a Locri Epizefiri, rivale di Rhegion, filo ateniese, per il controllo dello Stretto. E li, Gilippo ebbe notizie più precise su cosa diavolo stava succedendo in Sicilia, ossia che non solo il bastione ateniese era lungi dall’essere completato, ma era ancora possibile fornire rinforzi a Siracusa.

Per questo, con un raid improvviso, sfruttando il ritardo della flottiglia ateniese che doveva intercettarlo, Gilippo sbarcò a Imera e cominciò a organizzare la spedizione di soccorso, neppure tanto scarsa, perché a conti farsi, superava, tra opliti e truppe leggere, con un piccolo contingente di cavalleria, i 3500 soldati

Intanto Gilippo e Pitene da Taranto, quand’ebbero riparate le navi, veleggiando lungo la costa approdarono a Locri Epizefiri. Qui da informatori più fedeli appresero che Siracusa non era stata ancora cinta da un blocco totale: anzi comparendo con un’armata, per il momento era possibile penetrarvi attraverso le Epipole. Occorreva ponderare se convenisse tentare l’ingresso nel porto dal lato del mare, tenendo a man destra la Sicilia, oppure, conservando sempre la costa a sinistra, far vela anzitutto ad Imera, e adunando colà i rinforzi forniti da quella cittadina, e gli altri effettivi tratti dal resto del paese, porsi in marcia per la via di terra.

Prevale l’idea dello scalo a Imera, principalmente poiché nello specchio di Reggio non erano ancora comparse le quattro unità di vedetta che Nicia, in fondo, aveva stimato utile appostare, sapendo che Gilippo con la squadra stazionava a Locri Epizefiri. Così, anticipando questa flottiglia di vigilanza, compirono, dopo una fermata a Reggio, la traversata dello stretto fino all’approdo di Messina, e di lì passarono a Imera.
Trattenendosi laggiù indussero gli Imeresi a entrare in guerra al loro fianco, non solo aggregando contingenti propri, ma provvedendo alle armi per quanti, tra gli equipaggi della flotta, ne erano sforniti (a Imera le navi erano state tratte in secco). Avvertirono con un messaggio Selinunte che disponesse una mobilitazione generale, mandando incontro le
truppe verso una località fissata. Il contributo di un nerbo non poderoso fu loro promesso anche da Gela e da alcuni centri siculi cui aveva ispirato un entusiasmo tanto più vivo a collaborare la recente scomparsa di Arconide, un autorevole monarca di certe popolazioni locali solidale con Atene, unita alle voci correnti sull’audace ed energico sbarco di Gilippo da Sparta.

Quindi Gilippo, presi con sé tra i marinai e le truppe di bordo affidate a lui e a Pitane quanti erano in assetto di guerra (settecento circa), la fanteria pesante e leggera imerese (mille uomini in totale) e cento cavalieri, un drappello esiguo di cavalleria e fanteria leggera di
Selinunte, gli scarsi effettivi di Gela e un contingente di mille Siculi, si diresse a Siracusa.

L’evoluzione di Akragas

Nel IV secolo, le testimonianze archeologiche documentano una lenta ripresa della vita nella città, dopo la distruzione cartaginese, ripopolata dai profughi e nuovi coloni senza la possibilità che le mura venissero ricostruite. Parrebbero riferirsi a questo periodo i resti di un settore di abitato dai caratteri punici, messo in luce sulle pendici orientali della Rupe Atenea (Acropoli), non lontano da Porta II, in vita sino al III sec. a.C. e sorto sulle rovine di un nucleo di abitazioni del V sec. a.C. distrutte durante l’assedio di Annone.

Nella seconda metà del IV secolo a.C., inoltre, per effetto della politica illuminata di Timoleonte di Siracusa, un periodo di pace accomuna Akragas alle restanti città siceliote comprese nell’ epicrazia siracusana. Numerosi interventi di edilizia pubblica e monumentale riguardano settori vitali della città: innanzitutto il circuito delle mura di fortificazione, ricostruite (opera difensiva di porta VI e torrione avanzato di porta VII); il tessuto urbano ripristinato, l’Acropoli individuata come area destinata ad attività artigianali; il settore occidentale della collina dei templi (complesso sacro a sud-est del Tempio di Zeus) e, infine, sulle pendici della Rupe Atenea, il santuario rupestre di San Biagio, fuori le mura.

Una sistemazione non meno monumentale riguarda il centro politico della città: sull’altura di San Nicola, tra il IV e il III sec. a.C., sorgono edifici di carattere politico-civile: sul declivio meridionale del colle viene eretto, infatti, l’ekklesiasterion (luogo delle assemblee popolari), su quello settentrionale il bouleuterion (sala del consiglio cittadino o boulè) che occupa l’area di un nuovo terrazzo sostenuto da poderose mura.

Alla fine del IV secolo a.C. si riporta la necropoli urbana, dai caratteri monumentali di c.da Sottogas (attuale via Manzoni), appena fuori porta IX. Essa era caratterizzata da tombe con prospetti architettonici sul fronte della parete rocciosa, all’interno della quale era ricavata la tomba a camera. L’introduzione della nuova tipologia funeraria, sino ad allora contraddistinta da tombe a fossa o alla cappuccina, denoterebbe una chiara influenza della cultura architettonica microasiatica, quale va riconoscendosi anche nel disegno urbano.

Un ulteriore evoluzione si ha nell’età romana, con la ristrutturazione delle mura e un rinnovato fervore edilizio relativo alle opere pubbliche. A questa epoca si fanno risalire: il riassetto urbanistico che rispetta le linee dell’ordinamento precedente (area del quartiere ellenistico-romano), ma cui si riconosce, da un lato, ampliando ulteriormente il richiamo all’urbanistica delle città dell’Asia Minore (città terrazzata e scenografica e una
distribuzione funzionale degli spazi pubblici.), dall’altro un attaccamento alla tradizione urbanistica di ambiente magno-greco e siceliota (struttura degli isolati allungati estranei alla tradizione microasiatica).

Ad epoca ellenistica riportano i corredi della necropoli ubicata sulla riva sinistra del vallone San Biagio, non distante da quella arcaica sviluppatasi sulla prospiciente riva destra. La necropoli è vasta per estensione tanto da riferirvi, quale estrema propaggine della stessa, la ripresa dell’uso di seppellire nell’area del cimitero di contrada Mosè abbandonato dopo la distruzione del 406 a.C.

Per l’età imperiale i dati più significativi si riferiscono al periodo antonino severiano (II-III secolo) e indicano il persistere di una economia prospera, principalmente basata sull’attività estrattiva e sul commercio dello zolfo (tegulae sulfuris dal quartiere ellenistico-romano). Allo
stesso periodo si ascrive la necropoli monumentale sviluppatasi sul declivio meridionale della collina dei templi, al di fuori della linea di fortificazione (tomba c.d. di Terone).

Nel IV secolo, in uno col venir meno della fonte di ricchezza per la crisi dell’industria e del commercio dello zolfo, la città si avvia ad un lento declino; pertanto nei secoli successivi, anche in conseguenza delle incursioni barbariche, la città subisce una contrazione, sino a quando essa non finirà per arroccarsi sul colle di Girgenti, abbandonando quasi del tutto l’area della città classica e romana. Sarà, tuttavia, il diffondersi del cristianesimo che produrrà le più significative testimonianze: basilica paleocristiana della quale si riconoscono due fasi sino al V secolo presso il vallone San Biagio; basilica cristiana la cui esistenza è documentata nell’area della valle dei templi dal rinvenimento di alcuni elementi architettonici e decorativi, ma della quale si hanno notizie dalle fonti; basilica dei SS Apostoli Pietro e Paolo insediata, dal vescovo Gregorio alla fine del VI secolo, nel tempio della Concordia, appositamente riadattato; infine necropoli paleocristiana che si estende in una vasta area tra i templi di Giunone e della Concordia (cimitero sub divo; catacomba c.d. Grotta Fragapane; ipogei per nuclei familiari; infine, arcosoli sul costone roccioso già utilizzato quale basamento delle fortificazioni della città greca). Nell’825 Agrigento sarà definitivamente conquistata dagli Arabi.

Il Castello di Maredolce

Jaʿfar ibn Abī l-Futūḥ Yūsuf detto Giafar II, nonostante le controverse vicende del suo emirato, la solita pletora di colpi di stato e guerre civili che costellano la Storia della Sicilia Islamica, e le sue stranezze, come il suo proclamarsi Malik, re, perché a quanto pare un intellettuale della sua corte, aveva tradotto i brani di Diodoro Siculo che parlavano di Agatocle di Siracusa, cosa rarissima nel mondo islamico, portò Balam al suo apogeo del benessere economico, commerciale e sociale che si riverberò anche in una fioritura delle arti e della letteratura.

Testimonianza di questo boom fu il Qaṣr Jaʿfar, il palazzo di Jafar, il nostro Castello di Mare, che come dice il nome, era una cittadella fortificata situata alle falde di monte Grifone, probabilmente racchiusa entro una cinta di mura, che oltre al palazzo comprendeva un hammam e una peschiera.

Peschiera, che era alimentata dalla sorgente Fawwarah, che nel 973 quella linguaccia di Ibn Hawqal così descrive

…scaturiscono intorno a Palermo altre fontane rinomate, le quali recano utilità al paese; come sarebbe il Qadus, e, nella campagna meridionale, la Fawwarah piccola e la grande; la quale sgorga dal naso della Montagna, ed è la più grossa sorgente dell’[agro palermitano]. Servon tutte queste acque a [innaffiare] i giardini.”

Henri Bresc ha calcolato che nel 1419 la portata delle acque della sorgente di Maredolce era di 8 zappe, equivalente a 68,24 l/sec. L’abbondanza della sorgente era talmente famosa a Palermo che Antonio Veneziano, quando dovrà rappresentare le personificazioni dei fiumi e delle acque di Palermo, nella fontana di Piazza Pretoria, rappresenterà anche la sorgente di Maredolce nel personaggio di Ippocrate.

Giafar II probabilmente monumentalizzò questa sorgente con i cosiddetti archi di San Ciro, tre archi, con ghiere in mattoni, all’interno di una struttura in blocchi di tufo, da cui partono tre ambienti, coperti da volte a botte ogivali, che si addentrano nella parete rocciosa della montagna, purtroppo oggi quasi interrati e abbandonati a se stessi

Fase islamica testimoniata dai recenti scavi archeologici, che hanno portato sia alla scoperta del muro di cinta della dell’epoca, sia del suo pavimento in terra battuta: a questo sia aggiungono le testimonianze dell’epoca, a cominciare dal viaggiatore andaluso Ibn Giubayr, giunse a Palermo nel 1184, che in brano, tradotto da Michele Amari, così racconta

Giunti al Qasr Sa‘d («il castello di Sa‘d», oggi la Cannita) che siede aduna parasanga dalla capitale, sentendoci stanchi, ci volgemmo a questo ca-stello e vi passammo la notte. Giace su la costiera: grandioso ed antico di costruzione, ché torna all’epoca della dominazione musulmana nell’isola, è stato e sarà sempre, con la grazia divina, soggiorno di servi di Dio. Questo paese,intorno al quale giacciono molte tombe di Musulmani pii e timorati, è celebre come luogo di grazia e di benedizione; onde vi concorre gente d’ogni parte. Dirimpetto ad esso scaturisce una fonte, che s’addimanda Cayn al Magnûnah (la fonte della spiritata). Il castello è chiuso con una salda porta di ferro: dentro [le mura] son abituri, case e palagi in fila; sì che si può chiamare soggiorno fornito di tutti i comodi.

Nella sommità [si ammira] una moschea delle più splendide del mondo; bislunga, con archi allungati, col pavimento coperto di stuoie pulite, di lavorìo tale che mai non se ne vide più bello. Son appese in questa moschea da quaranta lampade di varie maniere d’ottone e di vetro. Le corre dinanzi una larga strada che gira intorno la sommità del castello: al basso è un pozzo d’acqua dolce. Passammo benissimo e assai dolcemente una notte della detta moschea;dove udimmo l’appello del muezzin, che gran pezza l’avevamo desiderato invano. Molto ci onorarono gli abitatori del castello. Avean essi un imâm che facea con loro le preghiere obbligatorie e il tarawîh (preghiera suppletoria del ramadân) in questo mese santo.Non lungi da Qasr Sa‘d, ad un miglio circa su la via che mena alla capitale, è un altro castello somigliante, che s’addimanda Qasr Ga‘far («il castello di Ga‘far») dentro il quale è un vivaio [nutrito da] una polla d’acqua dolce. Lungo la strada vedemmo delle chiese di Cristiani ordinate [ad ospizi] pe’ malati di lor gente. Nelle città ne hanno essi delle altre alla guisa de’ maristân [spedali] dei Musulmani; che già ne vedemmo ad Acri ed a Tiro; e maravigliammo della cura che ne prendean costoro. Fatta la preghiera del mattino, ci mettemmo per la via di Palermo

Romualdo Salernitano, arcivescovo di tale città, medico e storico, nel suo Chronicon sive Annales, confermò i lavori di ristrutturazione e ampliamento del palazzo da parte di Ruggero II diventando così uno dei “solatii regii”

Intanto il re Ruggero, che tanto in tempo di pace che in tempo di guerra, non sapeva restare ozioso, sicuro della pace e tranquillità del suo regno, ordinò la costruzione a Palermo di un palazzo molto bello e di una cappella incrostata di marmi preziosi e coperta da una cupola dorata, e l’arricchì di vari ornamenti.

E perché a così grande uomo in nessun tempo mancassero le delizie della terra e delle acque, in un luogo chiamato Fabara, tolta molta terra e creata una cavità, fu fatto un bel vivaio nel quale furono immessi pesci di diversa specie, portati da varie regioni. Presso il vivaio il re fece edificare un palazzo molto bello e specioso.

Inoltre fece chiudere con un muro di pietre alcuni terreni montuosi e boschi vicini a Palermo e ordinò che fosse impiantato un parco molto delizioso ed ameno, rendendolo folto di alberi e liberandovi daini, caprioli e cinghiali. Costruì in quel parco un palazzo al quale fece portare l’acqua da una fonte purissima attraverso condotti sotterranei .Così questo uomo saggio e avveduto, fruiva di quelle delizie secondo le condi-zioni del tempo: in inverno e durante la Quaresima dimorava nel palazzo dellaa Fabara dove era grande abbondanza di pesci, in estate temperava l’avvampo del calore estivo soggiornando nel parco e sollevando l’animo affaticato daisuoi impegni con un moderato uso della caccia

La bellezza creata dal paesaggio è evocata dal poeta Abd arRahman, governatore di Trapani, vissuto sotto Ruggero II, che lascia una delle poche testimonianze sull’incantevole paesaggio che circondava il castello di Maredolce

Fawwarah da due mari, tu contenti ogni brama di vita dilettosa
e di magnifica apparenza

Le tue acque diramansi in nove ruscelli: oh bello il corso delle acque così
spartito!
Là dove si congiungono i due mari, là s’affollano le delizie
E sul canal maggiore s’accampa l’ardente desiderio
Oh quanto è bello il lago delle due palme e l’ isola nella quale s’estolle il
gran palagio!
L’acqua limpidissima delle due polle somiglia a liquide perle e il bacino a
un pelago
Par che i rami degli alberi si allunghino per contemplare il pesce nell’acqua
e gli sorridano

Nuota il grosso pesce in quelle chiare onde, e gli uccelli tra quei giardini
modulano il canto;

Le Arance mature dell’isola sembrano fuoco che arde su rami di smeraldo
Il limone giallo rassomiglia all’amante che abbia passato la notte
piangendo per l’assenza (della sua donna)
Le due palme hanno l’aspetto di due amanti che siansi riparati in asilo
inaccessibile, per guardarsi dai nemici
Ovvero sentendosi caduti in sospetto, s’ergan li ritti per confondere i
sussurri e lor ma’pensieri

O palme de’ due mari di Palermo! Che vi rinfreschino continue, non
interrotte mai, copiose rugiade!
Godete la presente fortuna, e che dorman sempre le avversità!
Prosperate con l’aiuto di Dio, date asilo ai cuori teneri, e che nella fida
ombra vostra l’amor viva in pace.

Ugo Falcando (o pseudo Falcando) scrivendo la biografia di Guglielmo II conferma la realizzazione di Ruggero:

…cogitans ut quia pater eius Favariam, Minenium aliaque delectabilia locafecerat, ipse quoque palatium construeret

Beniamino da Tudela, il grande viaggiatore ebraico, ci fa invece sorridere raccontano le stranezze dei re normanni

Da Messina in due giorni di viaggio si arriva a Palermo, una città molto grande. Vi si trova il palazzo di re Guglielmo. In città vivono circa millecinquecento Ebrei, ed un gran numero di Cristiani e di Ismaeliti. È una zona ricca di sorgenti e ruscelli d’acqua, di frumento e orzo, di orti e giardini; non c’è nulla di simile in tutta l’isola di Sicilia.Qui si trovano le proprietà e i giardini del re, chiamati al- Harbina: contengono alberi da frutta di tutti i tipi e una grande fontana, e sono cinti da mura. Hanno costruito là una cisterna, chiamata al-Buhayra, con molte specie di pesci; il re si diverte a navigarci insieme alle sue donne, su barche ricoperte d’oro e d’argento. Nel parco c’è anche un grande palazzo, con mura dipinte e ricoperte d’oro e d’argento; sui pavimenti di marmo risaltano disegni di ogni genere in oro e argento. Da nessuna altra parte c’è un edificio pari a questo.

Il palazzo fu particolarmente apprezzato dagli Svevi, come Enrico VI, come racconta lo stesso Pietro da Eboli

Fabariam veniens, socerum miratus et illum, delectans animos nobilelaudat opus

e da Federico II, che lo preferì al Palazzo Reale, trasferendovi la corte. Di fatto, Maredolce fu il luogo dove, più per hobby che per convinzione, nacque la poesia italiana. Nel 1328, il re Federico III d’Aragona lo cedette ai cavalieri Teutonici della Magione, in cambio di una parte del giardino della Casa della Magione di Palermo. In quest’occasione, il palazzo diventò un ospedale; furono adibiti gli ambienti interni per il ricovero degli ammalati. Nel frattempo, nell’area di Maredolce s’impiantarono numerose coltivazioni di canna da zucchero.

Nel 1460 la struttura fu concessa in enfiteusi alla famiglia siciliana dei Beccadelli di Bologna e nel XVII secolo diventò di proprietà di Francesco Agraz, duca di Castelluccio, al quale si affiancò la famiglia Lo Giudice come comproprietaria. Mantenendo sempre la funzione di azienda agricola, il duca di Castelluccio fece eseguire dall’architetto Cadorna alcuni lavori di manutenzione per meglio adattarlo a tale proposito. Il lago di Maredolce, diventato già da qualche tempo una malsana laguna, venne prosciugato del tutto lasciando posto alle coltivazioni di agrumi, tra le prime in Sicilia.

A tal proposito abbiamo la testimonianza del Mongitore

“Oggi non vi è più questo lago, perché senz’acqua, ma si vede chiaramente il suo sito, e le mura in alcune parti colorite di rosso, de’ quali era circondata, e ristretta l’acqua. Si vedono tuttavia ne’ suoi angoli alcuni scalini di pietra, per li quali in esso scendevasi, e alcuni anelli di ferro, a’quali s’attraccavano le gondole reali: il che ho più volte osservato. Ora ove eran l’acque sono alberi fruttiferi.”

Ricordiamo infatti che la coltivazione diffusa degli agrumi, in Sicilia, cosa che può lasciare perplessi, perchè nell’immaginario la associamo al profumo della zagare, è assai tardiva, cominciando a fine Settecento. Sono con i Borboni Conca d’Oro diventa un unico grande agrumeto, tanto che lo scrittore Guy del Maupassant la descrisse come la “foresta profumata”: finalmente gli agrumi potevano arrivare freschi a Londra e Parigi, e, dai primi del ‘900 anche in America (la stessa sostituzione delle viti e degli ulivi a favore degli agrumi si verificò, nello stesso periodo, anche in Liguria).

All’inizio, si coltiva, in monocultura, l’arancio (Citrus sinensis), fino a che, nel 1850 arancio scoppia una grave epidemia di Phytophthora, che provoca il marciume delle piante. Subentra allora il limone (Citrus x limon), che a sua vola ha un grande successo per altri 50 anni, in particolare dopo che, nel 1875, venne quasi per caso scoperto la pratica della forzatura (assetandolo per poi bagnarlo in abbondanza), così da produrre frutti anche in estate, i cosiddetti “verdelli”.

Un’epidemia di Phoma tracheiphila distrugge i limoneti, che vengono sostituiti, verso i primi del Novecento, dall’ultimo agrume importante arrivato in Europa dalla Cina, a inizio Ottocento: il mandarino (Citrus reticulata), giunto prima nei Kew Garden di Londra, dove era utilizzato come pianta ornamentale da serra, da qui venne inviato a Malta per la produzione dei frutti e da Malta arrivò Palermo).

All’inizio si coltiva mandarino ‘Avana’, così chiamato per il colore della buccia matura, simile a quello dei sigari cubani, i cui frutti maturano in dicembre. Poi, negli anni ‘Cinquanta nella zona di Ciaculli, venne individuata una mutazione naturale che matura a febbraio, utilizzando il freddo per avere un contenuto di zuccheri maggiore, e che inoltre contiene meno semi: battezzata mandarino “Tardivo di Ciaculli” e quella ancora presente in ciò che rimane degli agrumeti della Conca d’Oro, proprio in corrispondenza di Mardedolce.

Verso la fine del XIX secolo il castello divenne proprietà di due importanti famiglie: Conti e Castellana, originarie rispettivamente di Palermo e di Vicari. La strada ove è ubicato il castello venne dedicata al proprietario di allora: il cavaliere Salvatore Conti, vicesindaco di Palermo. Oggi, la medesima prende il nome di via Emiro Giafar, in ricordo del primo costruttore e proprietario. Il castello di Maredolce appartenne alla famiglia Castellana sino al secondo dopoguerra. Ne conseguì poi un progressivo degrado ed abbandono frutto anche delle numerose forme di abusivismo che si susseguirono nel corso dei successivi decenni. Nel 1992 la Regione Siciliana ha acquisito per esproprio l’edificio e iniziato i lavori di restauro tramite la soprintendenza nel 2007.

Il palazzo, che ai tempo dei normanni doveva svilupparsi, con due elevazioni, intorno ad una vasta corte a “L”, con portici coperti da volte a crociera, ha forma rettangolare e misura m 55 x m 46,50, con una rientranza nell’angolo est. L’intera costruzione si sviluppa attorno ad un cortile pressoché quadrangolare circondato, sui lati, da un portico, di cui rimangono le tracce dei gioghi delle volte lungo le pareti. L’esterno del palazzo si presenta come un blocco volumetrico, costituito da un basamento di grossi blocchi in tufo, disposti su tre filari nei prospetti sudovest, sud-est e nord-est, mentre nel prospetto nord-ovest sono distribuiti su otto filari. Questo basamento, ad eccezione del lato nord-ovest, era bagnato probabilmente dall’acqua di Maredolce e, per questo motivo, è stato coperto da vari strati di intonaco idraulico, misto a polvere di laterizio, che garantiva l’impermeabilità della struttura.

Sopra il basamento, le pareti sono state realizzate con conci di tufo di piccole dimensioni, disposti fino ad un’altezza max di 10 m. La compatta massa muraria è alleggerita da eleganti e slanciate arcate a sesto leggermente acuto, con piano interno rientrato ed una finestra a feritoia al centro, ispirate all’architettura araba.

Il lato d’ingresso al palazzo è situato sul fronte nord-ovest, in cui si aprono quattro grandi porte. Dalla seconda porta, a sinistra, si accede al cortile interno, attraverso un percorso a gomito. La terza porta costituisce l’ingresso alla cappella del palazzo. La quarta porta d’ingresso immette in una sala rettangolare caratterizzata, sulla parete sud-est, dalla presenza di un’alcova conclusa superiormente da una nicchia a conchiglia che richiama le nicchie del palazzo dello Scibene e di Caronia, di ascendenza persiana. A questa sala si addossa perpendicolarmente, lungo la parete sud-ovest, un altro ambiente più vasto che presenta, nella parete sud-est, un leggero restringimento con un rincasso agli angoli mentre, alla sommità, una semplice cornice sporgente sormontata da tre muqarnas ne costituisce una raffinata decorazione; infine, data la particolare configurazione, la decorazione e l’orientamento di questa ultima sala, si può ipotizzare che fosse la sala del trono (Majlis).

Da questa sala si sviluppa, lungo tutto il lato sud-ovest, una serie di piccoli ambienti che si dispongono lungo tutto il perimetro del cortile, caratterizzando così l’impianto. Questa successione di ambienti si interrompe lungo lo spigolo sud per lasciar posto ad un altro ambiente di maggior volume che, come gli altri, si evidenzia dall’esterno per la maggiore altezza.Questa grande sala, chiamata Sala dell’Imbarcadero, presenta sul fronte sudest un grande varco che si apriva sulla Peschiera di Maredolce. Una simile distribuzione degli spazi è probabilmente derivata dei “ribat” dell’architettura islamica, veri e propri conventi fortificati che ospitavano i combattenti della fede musulmana, che sappiamo essere stati molto diffusi a Balarm.

Non conosciamo la dedica originale della Cappella Palatina, che forse sorgeva sul luogo della precedente moschea: solo in età aragonese, è infatti consacrata ai santi Filippo e Giacomo, come citato in diploma del 1274 conservato nel Tabulario della Cappella Palatina. . Anche nel Quaterno delle gabelle della città di Palermo, del 1312, si parla della “Ecclesia sanctorum Philippi et Iacobi de Fabaria”.

Strutturalmente, la cappella è composta di una navata unica (m 8 x m 5), coperta da due volte a crociera, con transetto non aggettante sormontato da una cupola semisferica. Un arco trionfale separa il presbiterio dalla navata.La parte presbiteriale è costituita dall’abside centrale e da due nicchie laterali, la protesi ed il diaconico; ai lati si aprono due bracci coperti da due volte a crociera, ognuno dei quali presenta una nicchia. Le pareti conservano ancora le tracce di affreschi andati, purtroppo, perduti ma ancora visibili ai tempi di Mongitore e del Di Giovanni (secc. XVIII-XIX). Al centro si eleva la cupola semisferica che si sovrappone al quadrato del presbiterio mediante quattro raccordi angolari a nicchia che, alternati ad altre quattro piccole finestre ogivali, formano una base ottagonale e facilitano il passaggio dalla base quadrangolare a quella circolare della cupola. A fianco del tamburo, tra questo e la parte del muro di prospetto, è ricavato un piccolo ambiente che probabilmente accoglieva la campana.

La cappella si ricollega alla tradizione delle chiese calabro normanne, con la differenza della cupola, sempre ispirata all’arte araba, con il perfetto passaggio tra la base quadrata a quella ottagonale delle nicchie, che viene coronata dalla base circolare della cupola, coronando elegantemente il presbiterio.

Il complesso di Maredolce comprendeva anche un hammam, o sala termale, posto all’esterno del palazzo, quasi attaccato all’angolo nord-est. La sala termale è una struttura ereditata dal mondo greco-romano; questa comprendeva una stanza riscaldata (laconicum), una stanza più calda con una vasca per i bagni caldi (calidarium) ed un stanza più fredda, con vasca per i bagni freddi (frigidarium)

L’hammam del palazzo della Fawwarah era chiaramente visibile fino alla metà del XIX secolo ma, in poco tempo, fu inglobato in una palazzina privata che tutt’oggi ne nasconde la struttura. Sull’edificio resta un disegno a penna eseguito da Vincenzo Auria che lo raffigura come una struttura coperta da cupole. Andrea Pigonati ne rappresenta, invece, una pianta dettagliata. Gaspare Palermo lo vede ancora nel 1816

Alcune descrizioni particolareggiate vengono fatte dai viaggiatori del XIX secolo, tra le quali la più completa è quella di Goldschmidt, risalente al 1898:

La costruzione oltre le tre celle, larghe da 2 a 3 metri, ed il corridoio longitudinale, largo m 1, conteneva un ambiente più grande con grotte artificiali. Le celle avevano piccoli pilastri di terracotta, coprivano un ambiente vuoto, l’ipocausto. Sopra alla parete passava un lungo tubo in terracotta, dal quale discendevano otto simili tubi lungo la parete lunga e quattro lungo i lati corti nell’ipocausto per condurre l’aria calda che serviva a riscaldare l’acqua

ciò conferma che l’antica ”Portae Thermarum” (Porta Termini), aveva preso questo nome , non per la città di Termini, ma per le terme di Maredolce, che si trovavano distanti qualche miglio da Palermo.

La Casina Vanvitelliana

Come spesso accade, in quel tratto del litorale campano, le vicende del lago di Fusaro sono tutt’altro che semplici e scontate. Dal punto di vista geologico il lago deriva da una formazione vulcanica solfatarica, di forma circolare in origine e di diametro maggiore dell’attuale, rotta in seguito alla ingressione del mare. Tale origine è provata dalla presenza di fumarole ed esalazioni sulfuree sulle colline a nord-est del Fusaro, in località “Mofeta”, già note nel 1966, ma studiate dal 1980 in poi, e dalle grosse falde d’acqua termale, scoperte pure negli anni ’60, che scorrono a -30/-60 m ca. sotto il fondo del lago verso Ischia, attraversando il Canale di Procida.

Posto ella chora (territorio) meridionale dell’antica Cuma (Kyme in Greco, Cumae in Latino), polis fondata da coloni Greci, provenienti dall’isola Eubea, nel 730 a.C., il Fusaro era per gli antichi l’Acherusia Palus, la mitica palude infernale, generata dal fiume Acheronte. Il nome è attestato per la prima volta già nel III sec. a.C. nel poema Alessandra di Licofone di Calcide (vv.694-709), che lo definì “fluttuante e procelloso”, forse a causa delle onde spumose generatevi, nei giorni di maltempo, per i fondali, già allora bassi.

Nelle età greca e sannitica della città, infatti, e ancora in età romana, fino alla metà ca. del I sec. d.C., il bacino doveva verosimilmente presentarsi nell’aspetto di un ampio golfo del mare, su cui si apriva a ovest completamente, lato sul quale, come attesta il geografo Strabone (V,4,5) e se l’interpretazione è giusta, era tuttavia guadabile. E’ probabile, inoltre, che la stessa scarsa profondità dei fondali e la maggiore lontananza dalla loro città, ne sconsigliassero l’uso come approdo ai Cumani, che utilizzarono, forse, l’insenatura posta a sud-est del Monte di Cuma, acropoli della città, ma certamente, come documentano indagini geoarcheologiche recentemente effettuate e altre in corso, l’ex Lago di Licola, ubicato a nord della colonia, dalle cui mura le sue rive e acque non dovevano essere forse molto lontane.

Gli studiosi ipotizzano inoltre che, per le sue acque molto tranquille, il Fusaro sia stato utilizzato in età pre-greca dagli indigeni che abitavano il Monte di Cuma, gli Opici/Osci, originari abitatori di questa e di altre aree della Campania antica, per coltivarvi mitili a scopo alimentare, già prima della fondazione di Cuma. Il mitilo, infatti, tipico prodotto marino locale, ricorre costantemente sul rovescio delle monete cumane, come segno distintivo e caratterizzante della polis e del luogo, uso ricorrente, con diversi simboli locali, nelle monete di altre colonie greche della Magna Grecia e della Sicilia.

Sondaggi geoarcheologici, effettuati sul lato sud-est del lago in occasione di recenti lavori pubblici, documentano comunque la frequentazione in età greca delle sue sponde, per la presenza di frammenti ceramici a -5 m ca. dal piano attuale, e successivamente in età romana, per la presenza di materiali analoghi a -2 m ca. Ed è proprio in quest’ultima epoca che le alture circostanti si andavano riempiendo sia di insediamenti rurali, sia di lussuose ville di aristocratici romani, dei cui proprietari non conosciamo purtroppo i nomi, che sfruttarono l’amenità, la bellezza e le risorse del luogo

I cospicui resti dell’unica, di cui si conosca invece con certezza il nome dell’originario proprietario, si trovano sul piccolo promontorio di Torregaveta, posto a sud-ovest del lago, quasi a chiusura dello stesso: sono inerenti alla villa marittima di Publius Servilius Vatia, un aristocratico personaggio romano, vissuto sotto l’impero di Augusto e di Tiberio, di cui parla lo scrittore Seneca (Ep.LV,2), lodando l’amenità del sito, la bellezza e le qualità della villa, ma soprattutto elogiando la scelta e lo stile di vita di Vatia, il quale, abbandonata la vita politica, ci si ritirò addirittura a vita privata, dando prova di saggezza, anche perché, con Nerone in giro, rischiare la pelle sarebbe stato alquanto facile.

Villa situata sul promontorio di Torregaveta, i cui resti a terra, scoperti nel XVI secolo e quelli a mare, individuati nel 1995 a seguito di ricerche subacquee, documentano una fase di bradisismo già in atto alla fine del II sec. d.C. Il confronto tra i testi di Strabone e Seneca, che descrive la stretta spiaggia, estesa tra Cuma e la villa, attesta che nei 40 anni circa trascorsi tra la morte di Strabone (20 d.C. ca.) e la visita di Seneca alla villa (60/65 d.C.), si formò la barra dunare, ora più ampia, che separa il lago dal mare. Dopo la sua formazione il ricambio d’acqua fu verosimilmente garantito al lago aprendo un canale al centro del lato ovest, dal momento che la Foce Vecchia del Fusaro altro non è se non una strada in galleria, tagliata nel tufo del promontorio e oggi sommersa nel mare, che consentiva l’accesso alla villa nel suo complesso dalla spiaggia e dall’antistante approdo, riparato da un molo.

Inoltre, sulle prime balze collinari presenti ad est del Lago Fusaro sono ancora oggi alquanto visibili alcune strutture note con il toponimo di “Grotte dell’acqua” ed attribuibili a ciò che resta di un’antica villa romana. Si tratta di almeno due ambienti voltati, dove sgorga acqua termale. Attualmente le antiche vestigia sono semisommerse, a causa dei movimenti della crosta terrestre ascrivibili al bradisismo, ed inglobate in più tarde strutture verosimilmente di epoca borbonica.

Un ultimo accenno alle seguenti vestigia archeologiche di non minore importanza:
1 – Cisterna di età imperiale a valle di via Sella di Baia ascrivibile alla presenza in loco di una villa romana;
2 – Resti di una cisterna nei pressi della sede ferroviaria ascrivibili a un insediamento rustico di età romana;
3 – Strutture romane inglobate in una masseria nei pressi dell’Alenia riferibili ad un’altra villa;
4 – Due rilievi marmorei romani con triremi, parti di un monumento funerario, scoperti presso il Lago;
5 – Mausoleo romano (II sec. d.C.) di via Virgilio, a base quadrata e cupola circolare attibuibile alla gens Grania;
6 – Tombe romane alla cappuccina alla base di via Bellavista;
7 – Sepolture del IV sec. d.C. sempre nella medesima via;
8 – Cosiddetta “Fossa del Castagno”, canale di epoca romana collegabile al progetto della Fossa Neronis. Tale canale avrebbe dovuto avere lo scopo di collegare il Lago Lucrino con il Lago Fusaro e quest’ultimo con il porto di Cuma per poi continuare verso il Lago Patria.

Gli Angioini lo utilizzarono per la macerazione della canapa, di qui il nome Fusaro, derivante dalla parola latina infusarium (bagnare, o anche inzuppare d’acqua, come ‘nfuso) il paesaggio cambiò notevolmente, perché il ristagno d’acqua favorì la crescita di una fitta boscaglia. Un documento del 15 maggio 1122, citato da R. Annecchino, cita però il lago con un altro nome, Laquiluza, alterazione fonetica del latino Acherusia, e nel XVII sec. il Fusaro divenne addirittura “Lago della Cosuccia” o “di Coluccio”.

Nel 1752 Re Carlo decise di acquistare il Fusaro insieme ai fondi della Rocca di Cuma e al Lago di Licola creando un esteso sito reale di caccia e pesca, detto “Pineta del Fusaro” e facendo costruire proprio al centro del lago, su un naturale livello granitico, una “casinetta ottagonale”. Ferdinando IV di Borbone decise di ampliare la struttura, per costruire una sorta di buen retiro, in potesse intrattenersi con le sue amanti e trovare ristoro lontano dalla vita impegnativa della corte.

Però, ovviamente, doveva giustificare in qualche modo tale costruzione: per questo di inventò la cosiddetta “Ostrichina”. nel 1764 decise di istituirvi un vivaio per mitili. Tale tentativo fallì, ma imperterrito il “re lazzarone” impiantò nel Fusaro, un vivaio per ostriche. Da allora le ostriche del Fusaro furono conosciute come le più buone d’Europa e tale fama si protrarrà per oltre un secolo, in cui se ne producevano bel 600mila all’anno e che venivano esportate ovunque. Quindi le ostriche che sovrani e principi offrivano nelle loro corti provenivano proprio dai vivai del Fusaro

Ostrichina che fu costruita nel 1782 dall’architetto Carlo Vanvitelli (1739 – 1821), figlio del celebre Luigi (l’autore della Reggia di Caserta), che concepì un edificio a pianta dodecagonale, si sviluppa su due livelli terrazzati. Al piano inferiore si trova la Sala Circolare, all’epoca utilizzata per incontri conviviali e serate di gala. La cappella e gli ambienti di servizio si trovavano nel deambulatorio esterno alla sala. Attraverso una rampa si giunge al piano Nobile, al quale poteva accedere solo la famiglia reale. Una grande sala, detta delle Meraviglie, accoglie il visitatore, dove un tempo tra un finestrone e l’altro vi erano posizionate, in una sorta di continuità visiva tra il paesaggio esterno del lago e quello interno, le quattro stagioni del pittore paesaggista Filippo Hackert (1737 – 1807). Al piano Nobile vi erano, inoltre, uno studio privato e una cameretta di servizio, decorata con le tele in seta che, provenienti dal possedimento borbonico di San Leucio,

Il re raggiungeva in gran segreto la villa con la sua barca personale, nel progetto originale della struttura, infatti, non era previsto il lungo ponte di legno che oggi collega la casina alle sponde del lago, in compagnia della sua seconda moglie, la duchessa siciliana Lucia Migliaccio. La tenuta regale è nota anche per aver accolto molti ospiti illustri, tra cui Gioacchino Rossini, che proprio lì maturò l’ispirazione per la Donna del lago, e, ancora, Mozart che vi completò l’opera Tito.

Così la definì Metternich

“Ho veduto molte cose al mondo, ma nulla di più bello e insieme di soddisfacente per l’anima e per i sensi. Il sole spariva in maree sfolgoranti di colori, i canti ed i suoni d’orchestrine deliziose offrivano i momenti più spettacolari”

Gli allevamenti del lago vengono menzionati nel romanzo Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, quando il conte fa servire a tavola nella sua casa di Auteuil una lampreda proveniente direttamente dal lago di Fusaro fra lo stupore dei commensali. Agli inizi del nostro secolo, il lago Fusaro e le strutture annesse: la Real Casina, la cosiddetta Ostrichina, il Gran Restaurant, i Padiglioni (stalloni) e il verde Parco, facevano tutti parte di un’unica enorme azienda capace di fornire pane e lavoro a centinaia di persone.

Turisti provenienti da tutto il mondo, potevano pranzare al Gran Restaurant al prezzo fisso di 5 lire. C’erano sale da ballo e “di bigliardi”, si potevano fare battute di pesca o passeggiate in barca nel lago o dedicarsi al tiro a segno col colombo. Addirittura per immortalare momenti belli e forse irripetibili, al Fusaro si stabilì una succursale dello “stabilimento fotografico”: La Jone Pompeiana. Il governo Giolitti, grazie a tutto questo, e soprattutto allo Stabilimento Ostreario, premiò con medaglia d’oro i curatori del Centro.

L’Ostrichina, ora nota come la Casina Vanvitelliana, a compare nel film Ferdinando e Carolina, di Lina Wertmüller, nonché in Luca il contrabbandiere di Lucio Fulci (1980). È stata anche una delle location de L’imbroglio nel lenzuolo (2009) con Maria Grazia Cucinotta e di alcune scena della seriue I bastardi di Pizzofalcone.

Il fatto che appaia nel Pinocchio di Comencini, come casa della Fata Turchina, è una leggenda metropolitana. In realtà, gli esterni della casina incantata della fata del film sono stati girati, rispettivamente, presso le rive delle località, entrambe in Provincia di Viterbo, nel Lazio, delle vasche marine di Lido di Saline di Tarquinia e del piccolo Lago di Martignano