Bosch, Brueghel, Brouwer

È forse superficiale considerare Bruegel semplicemente come il prosecutore del Bosch … In Bosch sono ancora presenti il demoniaco medioevale e la simbolizzazione delle forze occulte da cui l’uomo è circondato nella natura e nella vita; tutta la sua pittura è animata da una tensione etica e da un’attesa messianica per i tempi ultimi, di distruzione e rinascita, come lo rendono un mistico e un profeta.

Brueghel, invece è un uomo del Rinascimento: il suo riferimento culturale non è Meister Eckhart, con il suo Dio totale ed indefinibile, puro ed assoluto, incoscibile dalla Ragione e unica ancora nel caos del Mondo come il Bosch. E’ invece Michel de Montaigne: per Brueghel, la pittura è scetticismo metodologico, per fare uscire la mente dal sonno dogmatico, dalle catene dell’autorità che impediscono un corretto esercizio dell’intelletto, dagli idola della modernità e dal loro universalismo, facendo cadere la maschera ed accogliendo la tolleranza ed il pluralismo. È un’arte borghese, che implicitamente che dichiara di odiare ogni forma di tirannia, che adotta lo scetticismo come arma distruttiva e che elogia il principio di contraddizione, rinunciando così alla infantile pretesa di una philosophia perennis, ovvero di certezze assolute e indiscutibili.

Bosch, che ricordiamolo, era il pittore preferito da Filippo II di Spagna, che, in un mondo parallelo, se non avesse avuto il peso della corona, sarebbe stato un emulo di San Giovanni della Croce, avrebbe sottoscritto in pieno le parole di quel mistico

«Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente.
Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente.
Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.
Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente.
Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi.
Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.
Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai.
Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei.»

Con la sua pittura, ci avrebbe mostrato la nostra miseria, per spaventarci con l’abisso nascosto dentro di noi e invitarci a essere migliori Tutto questo non interessa a Brueghel; per lui è importante osservare e descrivere le manifestazioni della vita: proprio in queste egli ricerca, e trova, lo stravagante e il grottesco. Poco gl’importa di mostrare gli uomini come dovrebbero essere; al contrario, li raffigura con una sorta di violento umorismo quali sono in realtà, con i loro difetti, le passioni e le ubbie, lasciando allo spettatore la cura di trame la morale, che è soggettiva, temporanea e perfettibile e non assoluta, come quella di Bosch.

Ancora differente è Adriaen Brouwer, che ahimé è famoso più per la sua vita sregolata, che per la sua arte. Adriaen nasce nelle Fiandre intorno al 1605. a 16 anni si trasferisce ad Anversa dove completa il suo apprendistato in un ambiente artistico vicino all’influenza dell’opera di Bruegel, da cui trae spunto per il repertorio dei temi sia nell’uso di campiture vivide e nette.

Dal 1625 lo troviamo ad Amsterdam e poco dopo ad Haarlem, dove perfezionerà la sua tecnica di pittura a pennellate brusche, ispirata da Franz Hals: soggiornò tra le due città fino al 1631, quando si spostò, di ritorno a Antwerp, nei Paesi Bassi spagnoli. Qui divenne membro del Sint-Lucasgilde nel 1631-1632.

Questa era era una delle corporazioni di artisti ed artigiani attive soprattutto durante il periodo barocco (la cosiddetta età d’oro) nelle Fiandre e nei Paesi Bassi. La corporazione deve il suo nome a Luca evangelista, il santo patrono degli artisti che secondo la tradizione cristiana dipinse la figura della Madonna e quadri dei santi Pietro e Paolo.

Le sue sedi più importanti furono istituite ad Anversa, Utrecht, Delft e Leida: l’appartenenza a tale corporazioni era obbligatoria per la vendita di opere d’arte o per l’assunzione di apprendisti nelle botteghe, tanto che molto di loro possedevano un proprio centro di vendita ed esposizione nel quale i membri potevano distribuire i lor dipinti direttamente al pubblico e una sorta di gazzettino, distribuito ai collezionisti con quotazioni e le recensioni artistiche.

Nonostante la vita disordinata, spesso e volentieri finì povero in canna, Adriaen ebbe un buon successo di critica e di vendite, tanto che le sue opere furono acquistate anche da Pieter Paul Rubens che Rembrandt Harmenszoon Van Rijn. Nel 1633 Adrian fu imprigionato nella cittadella di Anversa . Non è chiaro il motivo della detenzione. Forse per evasione fiscale, o, in alternativa, per motivi politici perché le autorità locali potrebbero averlo considerato una spia della Repubblica olandese .In quell’occasione conobbe Joos van Craesbeeck , all’epoca fornaio, che aveva l’appalto per la fornitura del vitto del carcere. I due divennero amici e Joos cominciò, come allievo di Adrian, la sua carriera nella pittra.

Il 26 aprile 1634 Adriaen Brouwer prese alloggio nella casa del famoso incisore Paulus Pontius perchè erano diventati grandi amici o secondo le malelingue, amanti. Nello stesso anno, i due si unirono alla locale camera di retorica Violieren . Questa era una delle corporazioni teatrali che si diffusero nei Paesi Bassi nel XV secolo e nel XVI secolo. I membri di queste confraternite erano chiamati “Rederijkers” (singolare: Rederijker) e si occupavano soprattutto di rappresentazioni teatrali e poesia lirica. Le prime camere di retorica furono fondate nelle Fiandre intorno al XV secolo e in seguito si diffusero in Olanda, dove diventarono una parte importante della scena letteraria nel Secolo d’oro olandese, un luogo di sperimentazione di forme e strutture poetiche.

Nel 1635 Adriaen assunse Jan-Baptist Dandoy come suo unico allievo ufficialmente registrato. Nel gennaio 1638 Adriaen Brouwer morì ad Anversa. Alcuni dei primi biografi associarono la sua morte ai suoi eccessi. Houbraken, tuttavia, attribuisce la sua morte alla peste. La prova per quest’ultimo è che originariamente i suoi resti furono sepolti in una fossa comune. Un mese dopo la sua morte, avvenuta il 1° febbraio 1638, il suo corpo fu reinterrato nella chiesa carmelitana di Anversa dopo una solenne cerimonia e su iniziativa e spese della locale Gilda di San Luca

Adriaen a differenza di Brueghel, è un uomo barocco, la cui pittura rappresenta quello che Calderòn de la Barca chiamò “Il gran teatro del Mondo”, in cui si confondono la maschera e la verità, dove l’apparente caos trova senso nella Retorica. L’arte di Adriaen utilizza le rappresentazioni della vita contadina, i temi del suo maestro, e i ritratti tipologici, ispirati ai modelli morali di Teofrasto, come macchine generatrici di metafore, portando l’osservatore a cercare sempre nuovi significato, che possono sollecitare l’ intelletto e il pensiero. L’osservare i suoi quadri è un’azione di velamento e di svelamento: mettendo in relazione elementi distanti si confonde il campo, viene “velata” l’oggettività, tuttavia ciò evidenzia aspetti altrimenti celati, “svelandoli”.

L’apparente caos non è che una riflessione sui limiti dell’etica della sua epoca, che lo porta ad esplorare le emozioni umane, le espressioni e le risposte al dolore, alla paura e ai sensi. A questo si contrappone l’assoluta e leopardiana indifferenza della Natura, nei suoi splendidi paesaggi, costruiti analizzando il tipo di luce nei vari momenti del giorno, in cui la figura umana si perde davanti all’Infinito.

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