Atene contro Siracusa Parte XXX

La notizia del prossimo arrivo dei rinforzi ateniesi, preoccupò alquanto Gilippo e i vertici politici di Siracusa, perchè, in una sorta di supplizio di Sisifo, sembrò riportare tutto da capo a dodici. Per cui, fu deciso di annientare definitivamente il corpo di spedizione di Nicia, con un duplice attacco per terra e per mare.

Se sull’efficacia della fanteria, c’erano pochi dubbi, Gilippo si era dimostrato un comandante capace, visti i precedenti, qualche perplessità c’era sulla flotta: anche perché i navarchi siracusani, stavolta non avevano intenzione da fare da esca, ma volevano anche loro dare un contributo fondamentale alla vittoria, annientando il nemico, cosa però più semplice a dirsi e che a farsi.

Frattanto a Siracusa, quando s’apprese di questo nuovo rinforzo in arrivo dal mare, nacque subito l’impulso di provocare un secondo scontro con la marina ateniese, con l’appoggio dei reparti di fanteria che, proprio in vista di questo nuovo impegno, nell’intento d’anticipare lo sbarco dei rincalzi nemici, s’eran venuti arruolando. I Siracusani s’ingegnarono di applicare alla marina, tra le altre modifiche tecniche, in quei particolari della struttura navale che lasciavano intravedere, dall’esperienza dello scontro passato, le possibilità migliori di successo, anche la riduzione su ogni trireme, della parte prodiera, per renderla più corta e quindi più massiccia, e l’aggiunta alle prue di solide orecchiette, cui s’adattavano di puntello, confitte nella curvatura prodiera, travi lunghe sui sei cubiti, prominenti all’esterno e inchiodate all’interno della fiancata. Con l’identico dispositivo di armamento delle prue i Corinzi si erano battuti contro la squadra ateniese a Naupatto.

Per fortuna dei navarchi siracusani, la Lega Peloponnesiaca, oltre che a un generale, aveva spedito in Sicilia anche un ammiraglio all’altezza, Aristone di Pirrico, di cui sappiamo ben poco, ma che possiamo ipotizzare che fosse meno ambizioso e meno corruttibile di Gilippo. Aristone, memore sia dalla battaglia di Salamina, sia dei recenti sconti navali contro ateniesi, si rese conto come il loro vantaggio, la manovrabilità delle navi, poteva essere annullato se la battaglia si fosse combattuta in uno spazio ristretto, come il Porto Grande.

In tale bacino, i triremi nemici non avrebbero avuto lo spazio fisico per eseguire la manovra che prediligevano, ossia aggirare la nave avversaria, spaccargli i remi, per poi abbordarla o speronarla di lato. Per cui, propose agli arsenali siracusani di rendere più robuste e pesanti le proprie navi e rafforzare il rostro della prua, per speronare frontalmente i triremi ateniesi, più leggeri: al contempo, tale manovra sarebbe stata più semplice da eseguire per i marinai siciliani, meno addestrati di quelli nemici

Siracusani erano convinti della propria supremazia tecnica contro una flotta nemica che non disponeva di pari migliorie costruttive, fragile nel settore di prua, poiché la tattica di combattimento ateniese prescriveva, aggirando l’unità avversaria, di trafiggerla sul fianco, più che d’urtarla direttamente di prua. Inoltre il terreno di lotta, il porto grande, spazio ristretto per squadre che si contrastavano numerose, era propizio a Siracusa, che impiegando la tattica dell’urto prua contro prua avrebbe sfondato le prore avversarie piantato i propri speroni tozzi e potenti contro strutture incavate e non robuste a sufficienza. Agli Ateniesi, per l’angustia dello specchio d’acqua, non sarebbero riuscite le manovre
d’aggiramento sul fianco, o la loro tattica caratteristica di forzare le linee nemiche, quella destrezza cioè che infondeva alla marina ateniese la più temibile fiducia. Con tutte le energie i Siracusani avrebbero cercato di spezzare al nemico le manovre di forzamento, mentre il luogo chiuso avrebbe creato infiniti intralci ai tentativi ateniesi di sfilare lungo il fianco delle unità nemiche per speronarle in quel punto. Intanto i Siracusani sarebbero ricorsi anzitutto all’impiego di quella manovra, ritenuta goffa incompetenza dei loro piloti, di percuotere con la propria la prua nemica, e in questa tattica principalmente risiedeva il segreto del futuro trionfo. Poiché agli Ateniesi, ricacciati con violenza, non rimaneva altra scelta che far forza sui remi all’indietro, verso terra, per di più a breve tratto ed entro una fascia di spiaggia molto limitata in direzione del proprio campo, mentre la costa interna del porto, tranne quella zona esigua, sarebbe stata totalmente in possesso dei Siracusani. E in un generale assieparsi delle navi travolte dalla foga siracusana, in quel ristretto specchio, gli Ateniesi avrebbero finito per urtarsi e ostacolarsi, fino al completo disordine (ed era questo il fattore di più grave svantaggio in ogni scontro navale disputato dagli Ateniesi, non avere cioè,l’intero slargo della rada a propria disposizione per indietreggiare). I Siracusani osservavano inoltre che avendo essi solo la facoltà di attaccare dalla parte del mare aperto o, d’indietreggiarvi, gli Ateniesi non avrebbero più potuto, interponendosi lo scoglio ostile del Plemmirio e la ristrettezza dell’imbocco portuale, scegliere il largo per teatro delle proprie manovre avvolgenti.

Nel giorno prefissato, scattò il duplice attacco, terrestre e marittimo. Nel primo, Gilippo tentò una manovra a tenaglia, con la fanteria pesante siracusana che impegnava frontalmente gli ateniesi, mentre la fanteria leggera e la cavalleria, con una manovra aggirante, tentava di prenderli alle spalle.

Dato che Tucidide si concentra sulle vicende dalla battaglia marittima e che gli ateniesi non furono sloggiati dalle posizioni, è probabile che lo scontro terrestre si sia concluso con un fiasco da parte dei siracusani, con Nicia abile a non cadere nella trappola. Nel frattempo, cominciò lo scontro navale, che vedeva da una 75 triremi ateniesi contro 80 siracusani.

Con queste riflessioni sulla propria competenza bellica e sulla solidità del proprio apparato e fervidi insieme di nuove speranze, tratte dall’esito dello scontro già trascorso, mossero all’assalto simultaneo con l’armata terrestre e le squadre navali. Con un dato vantaggio di tempo le fanterie siracusane sfilarono fuori dalla cinta agli ordini di Gilippo che le avvicinò al baluardo ateniese, ossia a quella parete che si affacciava alla città. Intanto le truppe attestate sull’Olimpico, tutti gli opliti dislocati lassù, la cavalleria e i reparti leggeri siracusani convergevano verso il muro, ma dalla direzione opposta. Allo stesso istante tutte le navi di Siracusa e degli alleati si staccavano dai moli pronte a fronteggiare il nemico. Gli Ateniesi, persuasi dapprima che l’offensiva nemica si proponesse esclusivamente bersagli terresti, quando videro in moto improvviso anche i vascelli nemici, cadevano preda dello sgomento. Parte si allineò celermente sulle mura, parte davanti alle stesse, a contrastare gli aggressori:
parte accorse a sbarrare il passo alle divisioni che calavano a precipizio dall’Olimpico, un nugolo di cavalieri e di lanciatori di giavellotto. Gli altri infine balzarono sulle navi e intanto si schieravano a protezione della riva: appena gli equipaggi e le navi furono in assetto, alzarono le ancore e via contro il nemico: filavano con settantacinque triremi verso i Siracusani che rispondevano con un’ottantina di unità di linea.

O per un piano specifico da parte dei siracusani, per dare un senso di falsa sicurezza ai nemici, o perché i loro navarchi, presi dall’entusiasmo, decisero di ignorare gli ordini di Aristone, decisero di affrontare a mare aperto gli ateniesi: ebbero il buon senso di procedere a ranghi serrati, evitando così le manovre di aggiramento del nemico.

Così, il primo giorno trascorse con uno scontro abbastanza inconcludente: il secondo giorno, la battaglia fu sospesa. Nicia ne approfittò sia per riparare le navi danneggiati, sia per fortificare la rada, in modo da fornire un riparo sicuro ai suoi triremi

Per molte ore, in quel giorno, si sfidarono, scattando avanti e ritraendosi e alla fine si separarono senza che uno o l’altro dei contendenti si aggiudicasse un vantaggio degno di rilievo, risolutivo se non si tien conto dell’una o due navi ateniesi affondate dai Siracusani. Allo stesso tempo anche le fanterie si allontanarono dalle linee fortificate. Il mattino seguente dall’armata siracusana, immobile, non traspariva indizio di quale mossa preparasse per le ore immediatamente successive. Nicia ne approfittò, e soppesando il dubbio esito del confronto che pareva suggerirgli l’imminenza di un nuovo attacco siracusano costrinse i trierarchi a riattare gli scafi, riparando i guasti sofferti durante la battaglia, e fece ancorare alcuni bastimenti da carico innanzi alla palizzata che gli Ateniesi avevano confitto sul fondo della baia, a riparo della propria flotta, quasi a formare una darsena chiusa. Allineò i legni da carico lasciando tra l’uno e l’altro uno spazio di due pletri circa, per eventualmente offrire a un vascello incalzato da un diretto avversario un facile varco verso acque sicure e nuovamente un passaggio tranquillo per riuscire
al combattimento. Perfezionando quest’attrezzatura difensiva gli Ateniesi trascorsero quell’intera giornata, fino all’imbrunire.

Il terzo giorno, i siracusani fecero lo stesso errore di affrontare il nemico in alto mare, finché Aristone, esasperato, fece ai navarchi in liscio e busso epocale, riportandoli a miti consigli e a seguirli piano originale. Ora, l’ammiraglio corinzio conosceva l’abitudine, tutta ateniese di interrompere le battaglie navali per pranzare e di prendersi lunghe pause pranzo, cosa che alla battaglia delle Egospotami, in cui la loro flotta fu distrutta in spiaggia dagli spartani, mentre i marinai erano impegnati a cucinare, portò alla loro definitiva sconfitta nella guerra del Peloponneso.

Per cui, propose di migliorare la logistica siracusana, trasferendo il mercato alimentare in riva al mare, in modo che la pausa pranzo fosse ridottissima e fosse possibile attaccare di sorpresa i nemici. Il piano funzionò, gli ateniesi presi alla sprovvista, molti erano ancora a digiuno, dovettero reimbarsi più di fretta che di paura.

Il mattino successivo i Siracusani, ad un’ora più sollecita del giorno innanzi, ma con strategia invariata, manovrando le fanterie e la marina si riversarono contro gli Ateniesi, mentre le opposte squadre navali ricalcarono il modulo tattico già attuato, consumando la maggior parte del tempo a gettarsi sfide reciproche, finché Aristone di Pirrico, da Corinto, il più abile pilota in servizio nella flotta siracusana convinse i comandanti delle squadre a comunicare alle autorità cittadine preposte al traffico di alimentari, l’ordine di trasferire il mercato e di organizzarlo in riva al mare imponendo a ogni venditore di smerciare in quella sede fino all’ultimo prodotto commestibile giacente nel proprio magazzino. Così gli equipaggi, ricevuto dai capi l’ordine di smontare dalle navi, avrebbero consumato il pasto nelle vicinanze immediate della flotta riservandosi il tempo di riattaccare a sorpresa subito dopo e in quello stesso giorno, gli sbalorditi Ateniesi.

Lieti del consiglio si provvide a spedire il messaggio e si apparecchiò il mercato. D’un colpo i Siracusani presero a retrocedere di poppa in direzione della città e sbarcati in fretta presero il loro cibo, lì sul posto. Gli Ateniesi pensarono subito che il nemico vogasse indietro verso la città ritenendo ormai d’essere in minoranza, e sbarcando con comodo si dedicarono alle normali occupazioni, in particolare a riscaldare il rancio poiché ormai per quel giorno si stava sicuri che gli scontri fossero sospesi. Ma a un tratto gli equipaggi siracusani si lanciarono ai remi, affrettando la corsa diretti al nemico: il quale, stranito e in gran confusione, digiuno la maggior parte, senza traccia d’ordine montò come poté sulle navi e finalmente, a gran pena, riuscì ad allinearsi e a muovere.

A lungo le due flotte si fronteggiarono immobili: alla fine gli ateniesi, impazienti e affamati, attaccarono. I siracusani arretrarono verso il Porto Grande e i nemici caddero nella trappola, combattendo secondo quanto ipotizzato da Aristone: a peggiorare le difficoltà ateniesi, con le navi impossibilitate a muoversi in spazi ristretti e continuamente speronate, dall’avversario, vi era un altro stratagemma inventato dal corinzio: mise in acqua delle scialuppe, cariche di arcieri e di lanciatori di giavellotti, che muovendosi negli spazi ristretti, fecero strage dei rematori attici.

Per qualche tempo le squadre frenarono lo slancio, studiandosi: poi agli Ateniesi parve cattiva tattica ritardare, per lasciarsi imprudentemente cogliere dallo sfinimento. Deciso l’assalto celere, spronandosi l’un l’altro, partirono alla battaglia. I Siracusani sostennero l’urto rispondendo. Manovravano le navi attenti a colpire di prora, com’era nei loro piani e con l’armamento degli speroni, a ogni urto, aprivano voragini immense nel fasciame anteriore dei navigli ateniesi, là dove s’arrese la linea dei remi. Dalle tolde i lanciatori siracusani infliggevano profondi vuoti alle ciurme avversarie. Ma ancor più pesanti erano le perdite inferte da quei Siracusani che su scialuppe manovrabili aggiravano le triremi nemiche e guizzando lungo le fiancate e filtrando sotto le file dei remi, dai loro minuscoli gusci trafiggevano a morte i vogatori.

Gli Ateniesi, dopo aver visto affondare sette navi, ebbero il buon senso di ritirarsi: ancora stavolta, i navarchi siracusani presi dalla foga della battaglia, invece di rimanere nel Porto Grande, decisero di inseguire il nemico e andarono contro le difese approntate di Nicia, perdendo a sua volta delle navi, rendendo così la vittoria meno schiacciante.

Di fatto, la vittoria era più morale che tattica..

Stringendo i denti ed applicando questi artifici nello scontro navale i Siracusani riuscirono vittoriosi mentre gli Ateniesi, virando e insinuandosi negli spazi liberi tra i grossi navigli da trasporto, conclusero la ritirata al sicuro, nella propria darsena d’approdo. Le unità siracusane protrassero la caccia fino alla linea dei mercantili: oltre furono frenate dalle travi che, sospese all’alberatura dei legni grossi e armate di delfini, minacciavano le corsie tra fianco e fianco dei bastimenti. Una coppia di vascelli siracusani, eccitati dalla vittoria, si accostarono troppo e finirono sfasciati: anzi uno cadde in mano nemica con l’equipaggio intero. I Siracusani, sommerse sette navi ateniesi e devastatene altre in gran numero, inflitte serie perdite umane, sia in prigionieri catturati, sia in uomini abbattuti negli scontri, si ritrassero. Elevarono, in memoria del doppio confronto con gli Ateniesi, i due trofei, e come nutrivano ormai incrollabile la cosciente speranza d’uscir sempre dominatori in avvenire
da ogni combattimento marino, così s’affermava in loro la presunzione di poter presto avere in pugno anche le sorti del conflitto terrestre
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