La Tonnara di Mondello

Ai tempi di Zyz, la costa di Mondello aveva un aspetto molto diverso dall’attuale, con il mare esteso sino l’attuale borgata di Partanna, tesi rafforzata dalla testimonianza dello storico greco Polibio, il quale racconta come Amilcare Barca, quando vi sbarcò per stabilire il suo accampamento fortificato sull’ Heirktè, il nostro Monte Pellegrino, nel golfo vi trovò porto sicuro per il suo “numeroso naviglio” che recava il mostruoso nano “Bes” (mostrousa divinità apotropaica fenicia) effiggiato sulla prora per intimorire i nemici.

Nel corso delle due successive epoche, quella romana e quella bizantina, la fisionomia della città non venne modificata. Tuttavia, a causa dei disboscamenti, del riversamento a valle della terra superficiale dei monti delimitanti la piana e del ritirarsi del mare, la zona di Valdesi si trasformò in un porto fangoso. I depositi alluvionali e i detriti provenienti dai monti vicini, infatti, non poterono defluire liberamente in mare e trasformarono il terreno (già ricco d’acqua) in un’estesa palude.

A testimonianza di questo processo, durante il periodo arabi Mondello era conosciuta con il nome di Marsa ‘at Tin che, tradotto letteralmente, vuol dire Porto del Fango. Inoltre, lo scrittore arabo del XII sec. ‘Ibn ‘al ‘Atir, citato da Michele Amari racconta come nell’anno 848 d.C.

“dieci salandre di rum (ovvero dei Cristiani), spintesi nelle acque di Palermo, gittarono l’ancora in Marsa ‘at Tin (nome arabo del Golfo di Mondello, letteralmente Porto del Fango) e sbarcarono per dare il guasto”.

dove le salandre erano poco più che barche, a riprova della diminuzione delle dimensioni del golfo. Nonostante il rischio di malaria, dovuto all’impaludamento, gli arabi sfruttarono al meglio le risorse della zona: nell’estremo lembo settentrionale del golfo venne creato un piccolo villaggio di pescatori, mentre le parti più basse dell’attuale Valdesi, in comunicazione con il mare, venivano sfruttate come saline, come viene ancora oggi ricordato dal nome di una strada chiamata, appunto, via Saline. Nonostante la zona fosse lontana dal centro abitato arabo, venne interessata dai lavori pubblici che i dominatori musulmani effettuarono per migliorare la rete idrica cittadina, con la costruzione dei Qanat, un’enorme opera ingegneristica consistente in canali sotterranei che, intercettando le falde naturali del terreno, portavano acqua in superficie.

Dopo un periodo di decadenza, la rinascita economica dell’area si ebbe con gli Aragonesi: nella Piana di Gallo si svilupparono numerose attività agro-pastorali legati alle coltivazioni degli orti e dei vigneti, al taglio dei canneti, all’allevamento, ma soprattutto allo sfruttamento di un’ampia foresta, una propaggine della nostra tenuta della Favorita. Lo sviluppo delle attività agricole venne facilitato dalla ricchezza idrica del suolo, garantita da una grossa sorgente di acqua potabile, l’Ayguade e dal recupero delle vecchie canalizzazioni arabe, che raccoglievano le acque delle falde freatiche dei monti Billiemi e Pellegrino e le convogliavano verso le vasche di raccolta e di distribuzione.

Nel versante meridionale della vicina laguna o pantano, fu ulteriormente ampliata la salina che produceva e raffinava il prezioso elemento, utilizzato in grande quantità per salare il pescato ed il rimanente venduto nei mercati cittadini in concorrenza con quello trapanese. A questa si aggunse anche l’attività dei conciatori di pelli, che si erano installati nella nostra Valdesi, il cui volume di affari era particolarmente elevato, grazie soprattutto alle varietà di articoli di pellami, di cuoi e di marocchini conciati col tannino, l’acido che si estrae anche dalla battitura dei ramoscelli e dalla spremitura delle odorose foglie di mirto (Myrtus communis). A partire dal XII secolo, la pianta venne diffusamente coltivata nel Piano di Gallo ed ancor più nella prima metà del Trecento, grazie alla famiglia di imprenditori pisani di origine sarda dei Gaddu da Nubula, che sfruttarono il territorio colmando una serie di pantani.

Ma il vero motore dell’economia della Mondello medievale era la Tonnara, che era in grado di offrire numerosi posti di lavoro sia a maestranze specializzate quali pescatori, salatori, cordai, mastri d’ascia (falegnami), calafati e bottai, che ad un ingente numero di marinai generici, bordonari (carrettieri), contadini, jurnalari (lavoratori giornalieri) e carbonai. A questi si aggiungeva una folta schiera di uomini di fatica, impiegati soprattutto nella costruzione e nella riparazione delle reti con la cespugliosa ddisa (Ampelodesmos mauritanicus), cime di grosse dimensioni per l’ancoraggio delle complesse.

Ovviamente, la Tonnara di Mondello era del tipo di corsa, installata vicino alla costa, ancorata al fondo marino con un numero imponente di ancore, sulle Il complesso di reti e cavi viene chiamata isola che si estende per 5 km e larga 40-50 metri. L’isola viene calata all’inizio di maggio, periodo in cui inizia il passaggio dei tonni, e ritirata quando tutti i branchi di tonni hanno fatto il viaggio di andata. La tonnara è composta da cinque camere, divise da reti chiamate porte che vengono aperte e chiuse dai tonnaroti per il passaggio del pesce da una camera ad un’altra.

Le cinque camere che compongono l’isola sono:

Camera grande: dove vengono ammassati i tonni prima della mattanza;
Camera Levante: si trova a destra della camera grande e serve per dividere i tonni se il pescato è abbondante e si vuole fare più di una mattanza;
Camera Bastarda: dove i tonni arrivati in questa camera vengono contati per sapere se il numero è adeguato per effettuare la mattanza;
Camera Ponente: è la camera più piccola che porta direttamente alla “camera della morte” ed è l’ultima a chiudersi prima della mattanza;
Camera della morte: l’unica ad avere sul fondo una rete chiamata “coppu” che viene issata dalle barche che si dispongono attorno ad essa, per far affiorare i tonni in superficie;

Una chiara testimonianza della grande quantità di pescato che si ricavava dalla tonnara mondellese e della conseguente ricchezza che tale attività produceva tra i suoi lavoranti nella prima metà del Cinquecento e per riflesso anche alle economie della vicina città murata di Palermo, ci è fornita grazie al rinvenimento di due documenti notarili datati a 27 d’aprile I indicionis 1518. Le due missive sono indirizzate a sua Cesarea et Cattolica Maestà Carlo V. La prima lettera fu inviata dai monaci del convento di San Francesco di Paola di Palermo lamentando la modesta quantità di pesce loro assegnato annualmente, con il conseguente peggioramento della loro dieta alimentare, ridotta a base di verdure e di farinacei. Con tale richiesta i monaci speravano di ottenere in donazione ben quattro tunnina salati, anziché i soliti doi pesci per tonnara stabiliti dalla Magnae Regiae Curiae Rationum, attraverso l’interessamento di un non meglio identificato Giacobo Lo Caxo. La lettera prosegue specificando che la richiesta deve intendersi estesa a tutte le tonnare del golfo di Palermo ed a quelle di Sòlanto e di Mondello, in particolare.

Il secondo plico, spedito dalla madre superiora del venerabile Monasterio di donne nominato li Sette Angeli, che era posta dietro la cattedrale e fu distrutto nel 1860, aveva il medesimo tenore del primo; infatti dopo un preambolo interlocutorio in cui denunciava l’indigenza quotidiana, la sorella lamentava di

«…fare asperrima vita, et mai mangiamo carne, et latticino, se non cose quadregesimali et se con dette elemosine non conseguissero alcun pesce salato, loro vivere sarebbe difficultoso continuamente mangiando herbe supplicano Vostra Majestà che si degni far gratia a detto Monastero delli altri doi pesci, che detto quondam Giacobo Lo Caxo tenia sopra dette tonnare…».

Anche il monastero e l’annessa ecclesia Sancti Nicolai de Plano, i cui resti sono visibili tra le attuali località di Partanna e dello Z. E. N (Zona Espansione Nord), ricevette numerose donazioni di tonni per far fronte ai periodi di misero raccolto dovuto alle stagionali invasioni di cavallette. Anche i pescatori avevano delle lamentele da fare a sua maestà, poiché a causa della lunghissima lista di chiese e di conventi che dovevano ogni anno approvvigionare gratuitamente, i poveri tonnaroti, molto spesso, tornavano a

«…casa nudi e digiuni e delusi affatto della sortita pesca…».

Lamentele più pretestuose che altro, dato che la ricchezza della zona, fu tale da attirare le mire dei pirati barbareschi: per difendere la tonnara dalle loro scorrerie, già nel 1455 il Senato Palermitano fece costruire la torre, un tempo presidiata da 3 soldati, alta 13,50 metri con un diametro alla base di 10 metri e dalle 3 piccole finestre.

La torre, paradossalmente, non fu citata nella relazione che nel 1584 scrisse l’architetto fiorentino Camillo Camilliani sullo stato delle fortificazioni costiere in Sicilia, che intitolò

«Descrittione delle marine di tutto il regno di Sicilia con le guardie necessarie da cavallo e da piedi che vi si tengono».

La cita invece il diarista Marchese di Villabianca, a fine Settecento, nel suo repertorio delle tonnare dell’Isola descrisse anche quella di Mondello “che si stende alquante miglia di mare dalla spiaggia”,

riferendo anche notizie sui proprietari della torre con queste precise parole:

“La famiglia Gerbino de’ baroni della Gulfotta ne tiene gran parte di pertinenza per retaggio delle famiglie Guiglia ed Agate, quale di Agate ne tenne per corto tempo la padronanza. Porzione pure di questa tonnara spettano alii Miceli e baroni Bona. Alfonso Guiglia nel 1637 fu il primo che ne fé l’acquisto dalla R. Corte. E i baroni della Gulfotta, Gerbino ne tengono tre decimi parti delle onze 275 annuali della gabella ordinatria della tonnara”.

Poche anche le notizie degli assalti subiti dal villaggio di Mondello e, tra queste, c’è da registrare quella proveniente da un archivio spagnolo di Simancas che informa di uno sbarco di turchi alle pendici del Monte Pellegrino e a Mondello nel 1562. Gli assalti dei pirati continuarono certamente per tutto il Seicento e il Settecento, ma se ne trova solo qualche traccia nei documenti. E’ registrato tuttavia l’assalto dei corsari turchi avvenuto nel 1793. Furono prese di mira due galeotte di pescatori che avevano gettato le lunghe reti a poca distanza dalla costa, ma quella volta la sorte favorì i siciliani. Infatti, le imbarcazioni corsare manovrarono in modo maldestro, tanto da trovarsi impigliate nella rete stesa dai pescatori di Mondello. E allora, fu facile a questi – una volta tanto – catturare i pirati e le loro barche.

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