Galvano Fiamma, Markland e l’America

Sino a qualche settimana fa, il nome di Galvano Fiamma era noto solo a qualche erudito, ed è un peccato, perchè, a modo suo, è un personaggio molto interessante. Galvano nacque a Milano, nell’anno 1283 come racconta nella sua opera Chronica parva. Benché non abbiamo idea di chi fossero i membri della sua famiglia, una serie di indizi ci fanno pensare che fosse assai benestante. Da quanto risulta dai documenti dell’epoca, quasi tutti gli esponenti della famiglia “de Flama”, figurano come affermati e ricchi notai. Tra l’altro i domenicani, a differenza dei francescani, tendevano a “reclutare” novizi tra famiglie benestanti della borghesia e della media nobiltà. Un secondo indizio è nel nome, ispirato ai romanzi del ciclo arturiano, che rispecchia i gusti culturali di un certo ambiente sociale.

Il buon Galvano entrò nel convento milanese di Sant’Eustorgio, vicino alla mia casetta sul Naviglio Pavese, il 27 aprile del 1298, come racconta sempre nella Chronica parva: avendo quindi anni e non rispondendo ai requisiti richiesti all’epoca dai domenicani per i postulanti fruisse per l’occasione di una speciale dispensa rilasciata dal padre provinciale, che all’epoca era Bonifacio di Riva d’Asti, sempre a testimonianza dell’influenza della sua famiglia.

Sant’ Eustorgio era allora sede dell’Inquisizione, tanto che i roghi venivano eseguiti nella vicina Piazza Vetro e di un vivace e affollato studium, dove Galvano portò a compimento la maggior parte del curriculum previsto per conseguire il titolo di “lector sacrae theologiae”, di cui egli si fregia abitualmente nei suoi scritti. Invece l’ultimo biennio di studi potrebbe essere avvenuto a Genova, dove dal 1304 era stato istituito lo studio generale della nuova provincia domenicana della Lombardia superiore.

Abilitato a insegnare nell’Ordine – il che, in ragione delle norme che regolavano la durata del noviziato e del cursus studiorum, non poté avvenire prima del 1308 o del 1309 – Galvano fu inviato per qualche tempo a Pavia, presso il convento di S. Tommaso, in cui professò teologia, tenendo tuttavia anche lezioni extraordinariae sulla Fisica di Aristotele agli studenti secolari di medicina, a riprova del suo interesse, per quelle che chiameremmo scienze naturali, che lo portò anche a scrivere un trattato di alchimia. Proprio a Pavia, come racconta lui stesso, stanco del fatto che i suoi allievo sfottessero i milanesi, dicendo a torto o a ragione, che la città meneghina non era nulla più che un villaggio di barbari incivili, decise di dedicarsi alla storiografia, per celebrare le vicende della sua madrepatria.

Il 12 febbraio 1313 Galvano era di nuovo a Milano e sembra del tutto naturale che, fin dal suo rientro nella città natale, insegnasse a Sant’ Eustorgio. Quando nel 1315 il capitolo generale dell’Ordine decise che in ogni convento gli studenti seguissero una volta alla settimana lezioni di filosofia morale, il primo a tenere tale insegnamento a Milano fu proprio Galvano, che tenne lezioni sul’etica, la politica, l’economia, la retorica di Aristotele, infilandoci pure il trattato della sfera di Giovanni di Sacro Bosco, il trattato di astronomia più diffuso nel Medioevo. Il Tractatus de sphaera, essenzialmente basato sull’Almagesto di Tolomeo, è diviso in quattro capitoli: il primo tratta la struttura generale dell’universo; il secondo le sfere celesti; il terzo la rotazione giornaliera del cielo e le zone climatiche terrestri; il quarto i movimenti dei pianeti e le eclissi. In particolare, particolare interessante per il continuo del discorso, questo libro la Terra in cinque zone climatiche separate dai circoli polari e dai tropici. Viene spiegato che solo la zona intermedia tra i circoli ed i tropici è abitabile, mentre le zone polari ed equatoriale, rispettivamente troppo fredde e troppo calda, non permettono la sopravvivenza.

Nel frattempo, però, la politica, con la rivalità tra Giovanni XXII e i Visconti che era degenerata in una guerra sanguinosa, complicò la vita al nostro professore: a causa dell’interdetto papale, i domenicani, il 15 febbraio 1323, dovettero abbandonare Milano. Da quel momento in poi, sino al 1330, perdiamo tutte le tracce di Galvano e non abbiamo la più pallida idea di dove sia vissuto e di cosa abbia combinato. Lo vediamo ricomparire a Bologna il 30 gennaio 1330, come indica uno dei documenti del processo tenuto dall’Inquisizione contro i fautori di Ludovico il Bavaro, in cui è menzionato insieme con un altro domenicano, Tommaso da Modena, che a titolo di curiosità, è uno dei primi uomini medievali rappresentato con gli occhiali.

In ogni caso, nel 1333 Galvano tornò finalmente a casa, dove, da una parte, per la sua amicizia con i Visconti, mediò tra loro e il papato, dall’altra si dedicò completamente alla storiografia, scrivendo una quantità industriale di cronache su Milano. Nel 1344 si perdono definitivamente le tracce di Galvano. Considerando che la Chronica Maior si spinge fino a tale data, il 1344 è stato considerato come il suo anno di morte.

Dicevo, il nome di Galvano non avrebbe mai detto nulla al grande pubblico, se non ci fosse stato uno scoop un paio di settimane fa. Un progetto scientifico e didattico attivo da alcuni anni presso il dipartimento di Studi Letterari Filologici e Linguistici dell’Università Statale di Milano, coordinato da Paolo Chiesa, docente di Letteratura latina medievale e umanistica, ha trovato nella sua Chronica Universalis. riferimento a una terra di nome Marckalada, così descritta

“I marinai che percorrono i mari della Danimarca e della Norvegia dicono che oltre la Norvegia, verso settentrione, si trova l’Islanda. Più oltre c’è un isola detta Grolandia…; e ancora oltre, verso occidente, c’è una terra chiamata Marckalada. Gli abitanti del posto sono dei giganti: lì si trovano edifici di pietre così grosse che nessun uomo sarebbe in grado di metterle in posa, se non grandissimi giganti. Lì crescono alberi verdi e vivono moltissimi animali e uccelli. Però non c’è mai stato nessun marinaio che sia riuscito a sapere con certezza notizie su questa terra e sulle sue caratteristiche”.

Ora, per chi non lo sapesse, il Markland è uno dei tre territori dell’America del Nord descritti nelle saghe norrene note come la Saga di Erik il Rosso e la Grœnlendinga saga. Helluland e Markland, che secondo queste fonti vichinghe medievali, furono prima individuate da Bjarni Herjólfsson, un mercante islandese del secolo X, e raggiunte successivamente dall’esploratore Leifr Eiríksson, anche lui islandese, intorno al 1000.

Nella Grœnlendinga saga si narra che Leif Eriksson dispose nell’anno 1002 o 1003 di seguire la rotta descritta precendetemente da Bjarni Herjólfsson. Il primo territorio che Eriksson toccò era coperto da rocce piatte e assegnò a questo territorio il nome di Helluland (“Terra delle rocce piatte”). Successivamente raggiunse un altro territorio, anche questo pianeggiante, con spiagge bianche e coperto da una foresta, al quale attribuì il nome Markland (“Terra delle foreste” o “Terra di confine”). Il viaggio poi continuò e raggiunse la più ospitale Vinland (forse l’odierna Terranova) o altre zone ancora più a sud.

La notizia ha scatenato la fantasia di parecchi giornali, che hanno parlato, a torto della scoperta dell’America da parte di marinai italiani 150 anni prima di Colombo: in realtà, l’esistenza di quelle terre era abbastanza nota ai dotti medievali di Germania, Inghilterra e Paesi Scandinavi e a quelli della Corte Pontificia. Nel 1112 Eirik Gnupsson fu nominato da Pasquale II vescovo di vescovo di Groenlandia e Vinland e le cronache dell’epoca citano il suo tentativo, che non è stato molto fruttuoso, di convertire gli indigeni.

Oppure, nel Nuzhat al-Mushtak, l’opera di geografia scritta dall’arabo al-Idrisi per il re normanno di Sicilia Ruggero I intorno al 1150, si parla parla degli abitanti delle isole interne dell’Atlantico settentrionale che usavano le ossa dei grandi mammiferi marini per costruire case e utensili vari. Dato che la cultura di Dorset non aveva questa abitudine e la cultura Thule, quella dei nostri Inuit, era ancora limitata all’Alaska, ben lontana dai viaggi vichinghi, questi non potevano che essere le tribù di lingua e cultura algonquina.

Inoltre, l’esistenza di quelle terre erano nota anche ai dotti spagnoli del Quattrocento, che la usarono come strumento per contestare le richieste di finanziamento di Colombo: evidenziarono infatti che il navigatore non avrebbe raggiunto la Cina, ma le terre inospitali abitate da feroci selvaggi, esplorate dai navigatori del Nord.

Per cui la citazione di Galvano non è un unicum, ma si inserisce in una lunga tradizione; ovviamente, i dotti medievali erano convinti che quelle terre fossero un arcipelago, più o meno esteso, ma una parte di un nuovo continente. Tra l’altro, se questa informazione era nota a tizi che difficilmente mettevano il naso fuori dal proprio convento, pensate quanto potesse essere diffusa tra i marinai e gli addetti ai lavori.

Tra l’altro, la descrizione di Galvano non deriva dalle fonti nordiche, che pur essendo stringate, sono realistiche nella loro rappresentazione di quelle terre: la fonte dipendeva da una tradizione orale, che ne accentuava gli elementi favolistici di non raggiungibilità e pericolosità, probabilmente diffusi in origine proprio dai groenlandesi, che praticavano il commercio muto con gli indigeni nord americani, nel loro viaggi per raccogliere legna nel Markland e nel Vinland, ottenendo da questi pellicce e avorio di tricheco, esportati in Europa, e che non volevano inopportuni concorrenti nell’area.

Contatti continuati sino a fine Trecento, come testimoniato sia dai diversi annali islandesi, 1347 diversi annali (Skalholtbok, Gottskalk’s e Flateyjarbok) riportarono la notizia dell’arrivo in Islanda di una nave groenlandese con a bordo diciassette o diciotto uomini, che aveva perso la rotta mentre cercava di rientrare in patria dopo aver raccolto appunto della legna nel Markland, sia dalle recente scoperte dell’archeologa Patricia Sutherland nella Valle di Tanfield, sulla costa sud-orientale dell’Isola di Baffin, che hanno permesso di identificare una stazione commerciale groenlandese.

Questo non significa sminuire il ruolo storico di Colombo: con la sua visionarietà, rilanciò le esplorazioni e i contatti transatlantici, che per problemi economici e climatici, stavano lentamente sfiorendo.

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