Osteria del Curato

La villa dei Sette Bassi non è l’unico importante resto archeologico presente nella zona dell’Osteria del Curato. Zona che, ovviamente, prende il nome da un casale con un’osteria, che era tra le più antiche e famose di Roma. Bartolomeo Pinelli, noto disegnatore e incisore romano del XIX secolo, fece una incisione della località con un suo autoritratto. Posta sulla via percorsa dai carretti che portavano il vino dei Castelli Romani fino in città, era un punto di sosta utile perché isolato nella campagna.

Aveva anche una piccola cappella, come spesso accadeva, per i viandanti e gli abitanti della campagna intorno. Era proprietà della parrocchia e prebenda di San Giovanni in Laterano e proprio questa peculiarità, l’ha fatta identificare come Osteria del Curato, ossia del prete. Non si hanno notizie certe sulla prima edificazione, probabilmente assai antica, in quanto posta sulla strada Anagnina, molto utilizzata nel periodo medievale

I resti più antichi presenti nella zona, sono associati al villaggio preistorico di Via Cinquefrondi, che si estendeva lungo il fosso sinistro di Fosso di Gregna, che in realtà era un tratto dell’Acqua Mariana, per un paio di ettari; il luogo, adiacente al lahar, una colata di fango composta di materiale piroclastico e acqua che scorre lungo le pendici di un vulcano, specialmente lungo il solco di una valle fluviale, conseguenza di un’eruzione preistorica di Monte Albano, era stata scelta per la fertilità dei suoi campi e per la disponibilità di terre disboscate, che questa aveva provocato. Nell’area immediatamente a Oveste dell’abitato è stata identificata una ne-cropoli costituita da tombe a fossa, tutte riferibili ad inumazioni singole, tranne una, in cui sono seppellite due salme.

Questo villaggio ha una vita lunghissima: la prima frequentazione, testimoniata da due tombe a forma di forno, risale alla cultura di Rinaldone, di cui purtroppo, in generale, abbiamo solo testimonianze funerarie. Questa cultura si è diffusa in Toscana e nel Lazio centro-settentrionale (area “nucleare” e gruppo Roma-Colli Albani), nelle Marche (entroterra di Ancona) e in Umbria durante l’eneolitico, intorno alla la metà del IV e per buona parte del III millennio a.C.. Prende il nome dalla località di Rinaldone presso Montefiascone, in provincia di Viterbo, dove fu effettuato il primo rinvenimento di tombe a grotticella.

Nelle tombe di questa cultura sono stati ritrovati vasi a fiasco, scodelle, ciotole e altre forme ceramiche e un considerevole numero di armi fra cui teste di mazza, punte di freccia e di lancia e pugnali. Inoltre elementi decorativi quali collane di antimonio, perle di osso e argento, e pendagli di steatite.

La fase successiva, è legata alla cultura di Laterza, dell’età del Rame, che si è diffuda in alcune regioni del sud e centro Italia nel III millennio a.C. (2950-2350 a.C. circa). Come la maggior parte delle culture dell’età tardo-preistorica è riconoscibile essenzialmente per la forma e la decorazione delle ceramiche rinvenute nei diversi siti archeologici. È stata definita nel 1967 da Francesco Biancofiore a seguito delle ricerche nella necropoli omonima situata a nord-ovest di Taranto, nel sud della Puglia.

Similmente alle altre culture italiane neolitiche e calcolitiche, la popolazione viveva principalmente di agricoltura e di allevamento, come testimoniano i resti scheletrici di animali domestici (ovini, caprini, bovini, suini) e di piante addomesticate e la presenza di strumenti (macine). La pastorizia era importante soprattutto in alcune regioni. La scoperta di ami in osso testimonia inoltre la pratica della pesca, tuttavia questa era forse un’attività marginale. Praticata anche la tessitura (fusaiole e pesi da telaio).

Per quanto concerne la metallurgia, anche tenendo conto di eventuali casi di riciclaggio o di degrado naturale nel corso del tempo, gli oggetti metallici associati alla cultura di Laterza sono molto rari. Tra questi sono documentati alcuni pugnali in rame. Nella grotta di Cappuccini nella zona di Lecce, oltre ad un pugnale, è stata rinvenuta una capocchia di spillo a forma di disco.

Le scoperte dell’Osteria del Curato hanno permesso di capire molte più cose su tale cultura, visto che, sino alla scoperta di quel vllaggio se ne conoscevano solo le tombe. In questo sito, le capanne della fase Laterza sono di forma ellittica e furono realizzate in materiali deperibili. Sempre nello stesso sito, sono stati scoperti inoltre un silo, delle case e un forno. In più, ci sono indizi di una sorta di culto religioso:sono stati scoperti due pozzi, probabilmente utilizzati per il culto data l’insolita presenza di ossa di capre e pecore e ceramiche, come se vi si svolgessero sacrifici e libagioni rituali.

I contatti con la cultura del vaso campaniforme, che si era sviluppata in Spagna e che si era diffusa grazie ai commerci nel resto d’Europa, portarono alla nascita nel Lazio della Cultura di Orticchio, di cui l’Osteria dell’Osa è stato uno dei siti principali. Cultura che per un lungo periodo è convissuta con quella di Laterza, ancora presente nella parte meridionale della regione e in altre province del sud Italia. Il passaggio tra la due culture, tra l’altro, fu graduale. Un progressivo e lento cambiamento si osserva nelle produzioni artigianali, ad esempio nelle forme e decorazione della ceramica. Tuttavia, lo stile di vita di sussistenza rimase lo stesso, i villaggi si trovano nelle stesse aree e le pratiche funerarie rimangono immutate. Si registra lo sviluppo di nuovi piccoli siti nelle zone limitrofe alla cultura e nella zona costiera del Lazio. La cultura di Ortucchio si esaurisce prima dell’avvento delle prime fasi dell’età del bronzo con cui sembra segnare una rottura completa, intorno al 2100-2000 a.C.

Il villaggio doveva essere connesso alla cosiddetta via Castrimeniense è una delle più antiche che attraversano il suburbio di Roma (l’area che dalle Mura Aureliane si estende fino ai confini con i territori amministrativamente indipendenti da Roma), ripercorrendo una delle creste radiali al cratere albano, generatosi in seguito all’attività del Vulcano Laziale, utilizzato sin dal Neolitico. Nonostante l’antichità, la via fu interamente basolata solo nell’età tardo Repubblicana, per collegare Roma al municipium di Castrimoenium, la nostra Marino, fortificato in età sillana

Nei pressi del villaggio preistorico, vi è la fattoria di Gregna, un insieme di edifici di cui il più antico è quello meridionale, costruito sopra una cisterna romana a 2 piani. La cisterna di impianto rettangolare è della fine del II sec. d.C.; è a 2 piani in laterizio, fornita di grossi e alti speroni. Nel complesso è presente un’antica vasca alimentata dall’acquedotto rurale della Barbuta.Il nome Gregna deriva dalla famiglia Gregni che fu proprietaria della fattoria nel ‘500. Nella località furono rinvenuti importanti pezzi archeologici poi portati ai Musei Capitolini, a Villa Albani, al Museo delle Terme di Roma e a Berlino. Il ritrovamento di questi pezzi e la presenza della cisterna testimonierebbero l’esistenza un tempo di una villa romana oggi del tutto scomparsa.

Più a nord in quest’area sono presenti i ruderi di un sepolcro. Il sepolcro è del IV sec. d.C. , a pianta quadrata ed 2 piani con parte della copertura originale. E’ in opera listata di tufo e laterizio con tracce in opera reticolata di tufo. Ha subito restauri anche in età medievale con l’inserimento di tasselli calcarei. Cisterna e sepolcro erano orientati proprio lungo la via Castrimeniense. Poco più in là, lungo l’attuale via di Casale Ferranti, vi sono i resti dell’antica via Latina: sulla sinistra, è conservata una cisterna rettangolare della metà circa del III secolo, con grandi speroni di rinforzo esterni. L’interno ha un’unica camera ed era ricoperto a volta.

Più oltre, sempre a sinistra, si eleva un sepolcro laterizio della seconda metà del II secolo, dalla pianta quadrata, che si conserva per tre piani ad eccezione della facciata che risulta crollata. Rientra nel tipo di sepolcri che utilizzano il cotto elegantemente come rivestimento esterno anche per le modanature architettoniche, le cornici e i capitelli. Poco distanti vi sono i ruderi di un sepolcro a camera rettangolare absidata, in listato. Più a sud sorge un sepolcro a torre rettangolare, che era rivestito in blocchi di travertino sui tre lati visibili da via Latina., in blocchi di tufo sul retro. Un altro sepolcro si vede, sulla destra della via antica, m 85 verso SE, di forma quasi quadrata, del quale si conserva la cella seminterrata con volta a botte e ingresso sul lato opposto alla strada

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...