Gli esordi di Giorgione nella pittura religiosa

In parallelo alla sua attività di street artist, Giorgione si dedicò alla più tradizionale attività di pittore su cavalletto, incentrato sui prodotti che, all’epoca, andavano per la maggiore nella Venezia dell’epoca: Sacre Conversazioni, finalizzata alla devozione privata, portate alla moda da Giovanni Bellini, Ritratti, in cui la borghesia locale, per celebrare il suo successo economico, comincia a imitare la nobiltà delle corti padane, nella rappresentazione di sé e delle sue aspirazioni e quadri che potremmo definire dei rebus, il cui significato è noto solo al committente.

La diffusioni di quest’ultimi è anche legata al successo dell’Hypnerotomachia Poliphili, letteralmente “Combattimento amoroso di Polifilo in sogno”, è un romanzo allegorico, stampato a Venezia da Aldo Manuzio il Vecchio nel dicembre 1499, con 169 illustrazioni xilografiche. Il racconto descrive un sogno erotico del suo protagonista, Polifilo. Si tratta di un viaggio iniziatico che ha per tema centrale la ricerca della donna amata, metafora di una trasformazione interiore alla ricerca dell’amore platonico. Il viaggio iniziatico richiama alla mente quello di un altro grande romanzo dell’antichità, le Metamorfosi di Apuleio.

Ora, non sappiamo nulla di chi la scrisse, né dell’autore delle illustrazioni: sul primo, però abbiamo un indizio. La prima lettera di ogni capitolo, decorata in modo elaborato, forma un acrostico:

POLIAM FRATER FRANCISCVS COLVMNA PERAMAVIT

ossia

fratel Francesco Colonna amò intensamente Polia

dove frater poteva avere sia il significato di frate, sia di membro di un sodalizio culturale. In ogni caso, l’autore dove conoscere a fondo sia l’architettura e la cultura classica e doveva essere influenzato dalla visione filosofica di Gemisto Pletone. Si sa ancora meno circa l’autore delle illustrazioni, ma i contemporanei ritenevano che fosse Benedetto Bordon, uno dei principali incisori e miniatori veneti di quel tempo. Ovviamente, per soddisfare queste commissioni private, Giorgione doveva avere una bottega: dato che all’epoca, come oggi, i locali a Venezia costavano un occhio della testa, per affittarne uno, l’artista dovette dividere le spese con un socio.

Si trattava di Vincenzo Catena, poco più grande di lui, era nato infatti nel 1470, che si dedicava principalmente ai ritratti e che rispetto a Giorgione, aveva probabilmente una formazione differente: invece che essere cresciuto nella bottega di Giovanni Bellini, Vincenzo, un altro outsider, proveniente dalla provincia, non quella euganea, ma dalla Dalmazia, era stato prima un allievo dei fratelli Vivarini, per poi avvicinarsi allo stime di un grande e sottovalutato pittore, Cima da Conegliano. Solo dopo la morte del socio e le commissioni di umanisti come il Bembo ed il Trissino, Vincenzo si accostò alle atmosfere artistiche elaborate da Giorgione. Che i due artisti fossero in ottimi rapporti, lo testimonia un’iscrizione presente sulla Laura del maestro di Castelfranco

1506. adj. primo zugno fo fatto questo de mā de maistro zorzi da chastel fra… cholega de maistro vizenzo chaena ad istanzia de mis giacmo…”.

Detto questo, cominciamo a esaminare i dipinti religiosi di Giorgione di quegli anni, tenendo che ahimé ne sono rimasti pochi e dall’attribuzione controversa. Senza dubbio, debbono essere stati più numerosi: la richiesta di questa tipologia di quadri infatti fu trainata dalla diffusione a Venezia della devotio moderna, movimento di rinnovamento spirituale che auspicava una religiosità intima e soggettiva e che aveva uno dei suoi punti saldi nella imitatio Christi, ovvero nell’aspirazione a percorrere la via della perfezione evangelica migliorando se stessi sull’esempio del Cristo.

Le immagini, quindi erano visti come strumento di meditazione e di supporto alla preghiera: ricordiamo come n Italia la «Devotio moderna» ha i suoi centri in S. Giorgio in Alga a Venezia con S. Lorenzo Giustiniani e in santa Giustina di Padova con Ludovico Barbo, entrambi membri delle principali famiglie del patriziato della Serenissima. Sempre a Venezia, fu pubblicata nel 1488 la prima tradizione italiana dell’Imitatio Christi di Tommaso da Kempis.

La prima di queste opere di Giorgione, anche se alcuni la attribuiscono a un giovanissimo Sebastiano del Piombo, è la Madonna col Bambino e i santi Caterina d’Alessandria e Giovanni Battista, conservata alle Galleria dell’Accademia. Il dipinto fu donato nel 1838, a seguito di un lascito di Girolamo Contarini. All’interno di una stanza con una finestra che si apre su paesaggio collinare e un piccolo borgo, la Madonna tiene sulle ginocchia Gesù bambino. Sul lato destro, Caterina d’Alessandria, con la ruota dentata del martirio, e Giovanni Battista con la croce. La croce è priva del cartiglio;con la scritta “Agnus Dei”, ma preannuncia comunque la futura crocifissione di Cristo sul Golgota.

Nella Devotio Moderna, il culto di Santa Caterina d’Alessandria aveva un ruolo fondamentale, a causa della leggenda che raccontava la sua visione della Madonna con il Bambino che le infilava l’anello al dito facendola sponsa Christi, obiettivo dell’anima di qualsiasi cristiano. Cosa che fu ampliata anche da un altro bestseller dell’epoca, le visioni della mistica tedesca Matilde di Hackeborn, a cui apparve in visione Caterina, tra l’altro ci sono forti dubbi sulla sua effettiva esistenza storica: entrambe ebbero un dialogo sul significato di un canto in suo onore, sulle sue nozze mistiche con Gesù e sull’Eucaristia, altro fulcro della religiosità dell’epoca. Uno dei brani, infatti diceva

La mia bellezza è quello splendore e quella dignità che Cristo diffonde sopra i suoi fedeli, ornandoli della ricca porpora del suo Sangue. Orbene, sappi che questo splendore si rinnova e si accresce ad ogni Santa Comunione; chi si comunica una volta raddoppia questo splendore; ma chi si comunica cento e mille volte, altrettanto aumenta questa bellezza dell’anima sua

Meno controversa, è l’attribuzione a Giorgione del quadro Madonna col Bambino in un paesaggio conservata a San Pietroburgo: sempre per rispondere a questa richiesta di pittura religiosa destinate alla case private, gli artisti veneziani si dedicavano alla proposizione di nuove iconografie. Ad esempio invece di mettere la Madonna su un trono, circondata da santi, iniziava ad essere frequente la sua collocazione nel paesaggio, ampliando il concetto di giardino mistico.

Giorgione interpretò questo tema, raffigurando Maria seduta di tre quarti verso sinistra, spostata rispetto all’asse del dipinto e piegata verso il Bambino che tiene sulle ginocchia, mentre si protende con il braccio destro per tenergli il capo addormentato. Gesù è nudo, mentre la Madonna indossa un’inconsueta veste verde e rossa, che spicca con un panneggio pesante e sovrabbondante rispetto allo sfondo paesistico, impostato sulle tonalità del verde, del giallo e del marrone, oltre al cielo azzurrino nel quale si confondono, per effetto della foschia, le montagne più lontane. La rappresentazione è altamente lirica, con un legante luminoso dorato che crea un effetto caldo e pacatamente intimo, fondendo le figure col paesaggio.

Il culmine di questa produzione è ne La Sacra Famiglia Benson, un dipinto a olio su tavola, conservato nella National Gallery of Art a Washington. L’opera proviene forse dalle collezioni di Carlo I d’Inghilterra, passata poi a Giacomo II, che la vendette facendola finire al mercante Allart van Everdingen, residente tra Haarlem e Amsterdam. Sarebbe poi passata in Francia e attraverso varie collezioni sarebbe infine comparsa sul mercato nel 1887. Nel 1894 era nelle collezioni londinesi di Robert Henry Benson, che diede il nome all’opera. Nel 1927 la sua intera collezione d’arte venne venduta, tramite i Duveen Brothers, a Samuel H. Kress, che poi la donò alla nascente galleria nazionale americana nel 1952.

Giorgione, per suggerimento o influenza del suo socio Vincenzo Catena, adotta un’iconografia che era stata inventanta da Alvise Vivarini: la Sacra famiglia è raccolta attorno al Bambin Gesù, che si divincola tra le braccia di Maria come un vero neonato, in una rovina, che rappresenta il Mondo Pagano, in cui si apre un arco che inquadra un paesaggio, metafora del mondo dell’Antico Testamento, dominato da una torre. Ricordiamo che uno degli attributi della Vergine nelle litanie mariane è Turris Eburnea: questo perché Maria, nata sotto la Vecchia legge, ha svolto il ruolo di “ponte”, con la Nuova. Giuseppe siede su un muretto grezzo, mentre la Madonna è assisa su una roccia nuda, cose che si riferiscono all’incompletezza del mondo prima della venuta di Cristo.

Se nella la postura delle figure il quadro ricorda il “protoclassicismo” di Lorenzo Costa, mentre la fisionomia di Giuseppe riecheggia Giovanni Bellini; se l’influenza belliniana è abbastanza scontata, più complesso da definire è il legame con il pittore ferrarese. Lorenzo è probabilmente compie un breve viaggio a Venezia nel 1490, ma la data è troppo bassa, per ipotizzare un legame diretto con Giorgione. Si potrebbe invece ipotizzare un viaggio, altrettanto breve, di Giorgione a Bologna e Ferrara: ora, Lorenzo è il primo, nella pittura italiana, con il Concerto della National Gallery di Londra, ha rappresentare questo tema nella pittura italiana, non episodio musicale all’interno di un diverso e più ampio contesto, ma vero e proprio triplice ritratto di cantori. Il fatto che Giorgione sia uno dei primi a proporre questa tipologia di quadro a Venezia, con le cosiddette Tre età dell’Uomo, è un ulteriore di indizio di un possibile contatto diretto.

Nel quadro, poi ci sono, sia nella descrizione dei dettagli minuti in primo piano, sia nel il panneggio sovrabbondante e dalle pieghe secche, come increspate nella carta, in richiamo all’arte nordica, dovuta sia alla diffusione delle stampe tedesche, sia al possibile soggiorno veneziano di Hyeronimus Bosch, magari ne parlerò in un altro post, tipicamente giorgionesca è invece la predominanza del colore, che determina il volume delle figure, steso in strati sovrapposti senza il confine netto dato dal contorno, che tendono così a fondere soggetti e paesaggio, quasi a preannunciare il tonalismo delle grandi opere successive.

Un pensiero su “Gli esordi di Giorgione nella pittura religiosa

  1. Pingback: Hieronimus Bosch a Venezia (Parte I) | ilcantooscuro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...