Atene contro Siracusa XXIII

Mentre i capi della spedizione ateniese litigavano sul da farsi, tornarono a Siracusa sia Sicano, sia Gilippo, con due risultati tra loro opposti. Sicano, dinanzi al manicomio di Akragas, era stato costretto a tornare indietro: una delle tante rivoluzioni interne alla città, aveva cacciato il partito filo siracusano e portato al potere quello neutralista. Invece Gilippo era tornato con dei rinforzi provenienti da Sparta, che dando finalmente retta ad Alcibiade, aveva deciso di impegnarsi più seriamente nello scenario siciliano.

Tra l’altro, Gilippo, per giungere a Siracusa, dovette passare per i territori cartaginesi, i quali di fatto non l’ostacolarono. A quanto pare, la città punica, che all’inizio della guerra aveva appoggiato più o meno nascostamente, Atene, viste le vicende belliche, aveva cambiato campo.

In quei momenti ricomparvero a Siracusa Sicano e Gilippo. Sicano aveva fallito la prova con Agrigento (era appena giunto all’altezza di Gela che il partito filo-siracusano, vittima di un moto, finiva espulso da Agrigento). Gilippo, invece, ritornava dal suo giro in Sicilia fornito di un potente gruppo di forze fresche, e del contingente oplitico in arrivo dal Peloponneso, passato in primavera sui convogli da carico e approdato dopo uno scalo in Libia a Selinunte. I trasporti erano stati spinti in Libia dai venti, e là Cirene aveva fornito alle truppe due triremi e piloti per la rotta verso la Sicilia. Durante la navigazione lungo la costa, avevano soccorso gli Evesperiti, cinti d’assedio dai Libici e, disfatti i Libici, erano di lì ripartiti veleggiando fino a Città Nuova, un emporio cartaginese, da dove la distanza per passare in Sicilia è la più breve: due giorni e una notte di nave. E staccandosi da quello scalo avevano traversato fino a Selinunte.

L’arrivo dei rinforzi ebbe un impatto notevole sulla politica interna siracusana: il partito della guerra fu rafforzato e i filo ateniesi, si cui Nicia contava per eseguire un colpo di stato e per stipulare un trattato di pace favorevole ad Atene con il nuovo governo, fu isolato e messo da parte. Al contempo, i malumori, negli assedianti, decimati dalla malaria, cresceva sempre più. Di conseguenza, lo stesso Nicia divenne favorevole a prendere armi e bagagli e tornarsene a casa. Ovviamente, e non possiamo dargli torto, per evitare brutte sorprese dal nemico, la ritirata doveva avvenire in segreto

Questi effettivi di rinforzo avevano appena fatto la propria comparsa in città, quando i Siracusani già si accingevano a riprendere la duplice offensiva, di terra e di mare, contro il nemico ateniese. Gli strateghi ateniesi, notando quest’afllusso di nuovi rincalzi e vedendo che lo stato di salute della propria armata non accennava a progredire in meglio, anzi di giorno in giorno si deteriorava sotto ogni profilo, specie per l’incrudelire della malattia, si pentirono di non essersi messi in moto per tempo. E visto che neppure Nicia era più tanto fermo nella sua opposizione, con la riserva che almeno sulla segretezza del piano si manteneva intransigente, gli strateghi comandarono di seppellire nel più geloso riserbo la partenza dell’intera armata dal campo, e di tenersi pronti al segnale d’avvio.

Ma sfortuna volle che la ritirata, con tutti gli opliti che stavano imbarcandosi alla chitichella, avvenne il 27 agosto del 413 a.C. notte in cui si verificò un’eclisse lunare… A questo punto lascio la parola agli espertone dell’INAF Adriano Gaspani

Ma vediamo ora di ricostruire le circostanze dell’evento. Innanzitutto le coordinate geografiche di Siracusa sono: 37° 4′ 0″ N di latitudine e 15° 16′ 59″ E di longitudine; la sua posizione geografica implica una differenza tra il tempo locale ed il UT pari a 1 ora, 1 minuto e 8 secondi in avanti. Eseguendo i calcoli utilizzando la teoria lunare ELP2000-82B (M. Chapront-Touzè e J. Chapront, 1988) includendo i 10000 termini periodici la cui ampiezza è inferiore a 0,001 secondi d’arco, si ottiene una posizione della Luna che differisce dai 5 ai 10 metri rispetto al vero, quindi la posizione prevista dalle effemeridi può differire mediamente meno che 0”,01 rispetto al valore esatto: tale accuratezza è largamente superiore a quanto richiesto per le analisi di tipo storico e archeoastronomico. Tornando all’eclisse del 27 Agosto del 413 a.C., la Luna al plenilunio, posta nella costellazione dei Pesci, entrò nella penombra della Terra alle ore 18:44:55 ad un’altezza di 1°,7 rispetto all’orizzonte astronomico locale, poi raggiunse l’ombra alle 19:51:03 ad un’altezza apparente pari a 13°,4 . La fase di totalità iniziò alle 21:09:59 con la Luna alta 26°,2 ed il massimo dell’eclisse si ebbe alle 21:32:41 a 29°,4 di altezza. La fine della fase di totalità avvenne alle 21:55:19 ad un’altezza pari a 32°,3 e la Luna alta 39°,6 uscì dall’ombra della Terra alle 23:14:15, mentre l’uscita dalla penombra si ebbe alle ore 00:20:32 del successivo 28 Agosto 413 a.C. ad un’altezza pari a 41°,2 rispetto all’orizzonte astronomico locale di Siracusa

Totalmente l’eclisse durò 5 ore 35 minuti e 37 secondi (fase penombrale), mentre la fase di ombra durò 3 ore 23 minuti e 13 secondi; la fase di totalità durò 45 minuti e 20 secondi. La Luna sorse a Siracusa alle ore 18:33:31 ora locale ad un azimut pari a 107°, quindi dal mare, e circa 10 minuti dopo ebbe inizio l’eclisse che evolvendosi accompagnò gradualmente la graduale salita in cielo dell’astro fino a circa il transito al meridiano astronomico locale

Ora se gli astronomi greci sapevano predire con accuratezza il fenomeno, anche se, per il modello geocentrico, avevano qualche problema a spiegare il perchè si verificasse, per l’ateniese medio era un segno premonitore di eventi infausti. Per cui, gli opliti in panico, si rifiutarono di imbarcarsi: per rassicurare le truppe, Nicia, che tra l’altro era parecchio superstizioso di suo, su consiglio del suo indovino personale Stilbides, decise di celebrare gli opportuni riti per placare gli dei e di di attendere il ritorno dell’astro nella stessa configurazione con le stelle, tre giorni prima del plenilunio, ma senza eclisse, quindi dopo un mese siderale esatto poiché essa non rappresentasse, in quel caso, un presagio infausto.

Son già sulle mosse per uscire, tutto è preparato quand’ecco un’eclisse di luna: e capita in una notte proprio di luna piena. Allora la truppa ateniese, prendendosela calda, quasi a una voce pretese che gli strateghi differissero. E Nicia proclive non poco, forse troppo, alle divinazioni e alle altre pratiche di questa specie) rifiutò che si discutesse oltre sui dettagli della partenza, in attesa che spirassero tre volte nove giorni, come prescritto dagli indovini. E così, sul punto di prendere il largo, era nato questo nuovo intralcio alla ritirata ateniese.

Ovviamente, tutto questo caos non passò inosservato a Siracusa: per cui i suoi cittadini decisero di passare all’attacco, per impedire la ritirata del nemico, nel timore che, invece di tornarsene a casa, si trasferissero a Catania, per riprendere, recuperate le forze, la guerra in futuro. I primi di settembre ci fu il primo assalto dei siracusani alle fortificazioni nemico, con risultati deludenti.

Nei Siracusani, prontamente informati, raddoppiò subito il desiderio di non lasciar via libera agli Ateniesi, tanto più che lo stesso nemico s’era resa conto d’aver perduto la propria supremazia navale e terrestre (altrimenti non avrebbe premeditato di salpare). Siracusa voleva impedire che fortificandosi in qualche altro punto della Sicilia, gli Ateniesi opponessero una più accanita resistenza alla disfatta finale. Occorreva costringerli a battersi sul mare, in quelle acque, mentre tutte le circostanze favorivano la marina siracusana. Quindi armarono la flotta e trascorsero quel numero di giorni che parve sufficiente ad addestrarsi. Quando scoccò l’ora propizia, alla vigilia dell’offensiva generale sferrarono un assalto alle trincee fortificate ateniesi. Qualche compagnia di opliti, e una sparuta squadra di cavalieri uscirono da certe pusterle ad affrontare il nemico: un piccolo gruppo di opliti, perso il contatto, fu travolto e inseguito. Ma l’accesso alla linea fortificata era angusto: così settanta cavalieri ateniesi furono annientati, con un esiguo numero d’opliti. Fu tutto, per quella giornata: l’esercito siracusano indietreggiò.

Per cui, decisero di riprendere la strategia di Gilippo, con un attacco combinato da parte della flotta e dell’esercito. Gli ateniesi erano pronti, per cui, decisero di affrontare la navi nemica: stavolta una vittoria non avrebbe facilitato la caduta della polis siciliana, ma rompendo il blocco, aperto la via di fuga. Eurimedonte dispose le navi su una linea lunga e sottile, nel tentativo di accerchiare gli avversari: manovra che avrebbe avuto successo se eseguita in mare aperto, che, nell’interno di un porto, risultava difficoltosa da eseguire.

I Siracusani, invece, concentrarono il grosso delle navi al centro dello schieramento: per la semplice forza di numeri, fu facile sfondare la linea nemica, isolare l’ala destra, quella più vicina alla riva e affondare la stessa ammiraglia. Evento che provocò il fuggi fuggi generale, con le navi ateniese che correvano alla rada per sbarcare gli equipaggi.

Il giorno dopo, con la flotta potente di settantasei navi, i Siracusani escono a battaglia, mentre con le fanterie si accostano ai forti ateniesi. Gli Ateniesi muovevano incontro con una flotta di ottantasei navi e accorciando le distanze attaccarono. Eurimedonte che dirigeva l’ala destra ateniese, allargò troppo verso costa la schiera delle sue triremi, nell’intento di avvolgere le linee avversarie: ma i Siracusani, sorretti dagli alleati, dopo aver subito sfondato il centro ateniese lo sorpresero isolato nella rada interna del porto: Eurimedonte cadde e la sua nave con le altre che la seguivano fu affondata. Poi intervenne un generale cedimento delle squadre ateniesi che sotto la pressione nemica furono gettate verso la riva.

Nel vedere questo manicomio, Gilippo, invece che sbattere la testa sulle fortificazioni nemiche, decise di tentare il colpo gobbo: attaccare con gli opliti gli equipaggi che sbarcavano. Se li avesse catturati o uccisi, dato che l’oplita medio non sapeva certo governare una nave, la ritirata ateniese sarebbe stata impossibile.

Per sua sfortuna, quel tratto di costa era presidiato da un contingente alleato etrusco, che non solo resistette all’attacco, ma mise in rotta i siracusani: per rimediare alla figuraccia dei suoi opliti, Gilippo mandò ulteriori rinforzi. Per sua sfortuna, Nicia si accorse del pericolo e mobilitò le sue truppe, sconfiggendo i nemici e permettendo e agli equipaggio di mettersi in salvo. A questo punto, Sicano ebbe un’idea: se non si poteva eliminare gli equipaggi, si sarebbe provveduto a distruggere le navi. Per cui decise di prendere un vecchio mercantile, lo caricò di sostanze infiammabili, gli diede fuoco e lo diresse verso la flotta ateniese: tuttavia, essendo questi sul chi vive, lo intercettarono prontamente, spegnendo le fiamme

Gilippo assistendo alla vittoria dei suoi sulla flotta ateniese, che veniva spinta all’esterno della palizzata e del proprio campo, pensò subito d’annientare gli equipaggi nemici cogliendoli nella fase di sbarco e di agevolare il rimorchio degli scafi ai Siracusani, impadronendosi di tutto il tratto di costa: sicché accorse, con una parte dei suoi effettivi, in direzione del molo. Senonché i Tirreni, dislocati su istruzione ateniese a proteggere quello spazio d’approdo vedendo che i reparti nemici s’accostavano privi d’inquadramento, scattando al contrattacco urtarono la prima linea avversaria scagliandola nella palude chiamata Lisimeleia. Più tardi, quando ormai s’era adunato a rincalzo un contingente più forte di Siracusani alleati anche gli Ateniesi sopraggiunsero di corsa. Costoro seriamente allarmati per la flotta affrontarono in battaglia quei reparti nemici e dopo essersi imposti ruppero lo schieramento avversario, abbattendo pochi opliti: così il maggior numero di navi fu tratto in salvo e raggruppato al sicuro. all’interno del campo. I Siracusani e gli alleati avevano però conquistato diciotto unità, annientandone le ciurme. Poi vollero incendiare le altre, e stipando su un vecchio mercantile un carico di trucioli e di rami resinosi vi appiccarono il fuoco, affidandolo al vento che, in quell’istante, soffiava verso la darsena ateniese. Gli Ateniesi furono subito preoccupati per la flotta, e si studiarono d’indovinare stratagemmi per soffocare la fiamma: alla fine arrestarono l’incendio e il minaccioso avvicinarsi del bastimento salvandosi anche da quel pericolo

Dopo questo incidente i Siracusani eressero un trofeo per la battaglia navale e per gli opliti isolati e distrutti all’interno presso la catena dei forti, dove avevano intercettato anche le truppe di cavalleria. Gli Ateniesi risposero con un secondo trofeo, a ricordo della rotta verso la palude che prima i Tirreni, poi gli Ateniesi con a fianco le altre forze avevano inflitto al nemico.

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