Il tempio della Fortuna Muliebre

Il sei luglio, il giorno che precedeva le None del mese di Quintilis, le matrone romane celebravano l’anniversario della ricostruzione del tempio di Fortuna Muliebris al IV miglio della Via Latina. Dico ricostruzione perché è probabile che epoca arcaica, precedente al sinecismo che porta alla nascita di Roma, fosse un fanum, un’area sacra recintata e in cui era forse presente un altare, di una lega di villaggi dei prischi latini: essendo un culto femminile, celebrato esclusivamente dalle mulier, le donne sposate, guidate da una sacerdotessa. era in qualche modo legato alla Dea Madre.

A riprova di questo, sono presenti gli stessi tabù legati al culto della Mater Matuta, la dea latina delle origini, che proteggeva l’Aurora e la nascita del bambini: gli atti di devozione erano affidati alle neo-spose e comprendevano l’incoronazione rituale della statua della Dea con ghirlande o corone e solo le donne che si erano sposate una volta sola (univirae) potevano compierli o, in generale, toccare la statua della Dea (cosa che era esplicitamente vietato a tutti gli altri, comprese le matrone che si erano sposate più di una volta, bis nuptae).

Come tutti i riti arcaici, i romani, nell’età repubblicana e arcaica continuavano, per paura di violare la pax deorum e di fare irritare qualche misteriosa divinità, a celebrarli, senza però capirne motivo e origini: per cui, per spiegare le sue stranezze, gli eruditi e gli storici classici si inventarono la storiella di Coriolano.

Ricordiamo come la crisi della dinastia dei Tarquini provocò un vuoto di potere nel Latium, di cui ne approfittarono le popolazioni dell’interno, per migrare sulla costa: essendo essenzialmente pastori, con i loro greggi cominciarono a danneggiare i campi dei latini, provocando uno sproposito di guerre. Coriolano, dato che era onorato con un heroon presso i Volsci e celebrato nei loro miti, era probabilmente la trasfigurazione di un loro capo tribale, che sconfisse più volte i gruppi gentilizi romani e impose loro una sorta di tributo. I Romani, per giustificare le loro ripetute sconfitte, nella credenza che solo un condottiero romano avrebbe potuto sconfiggere un esercito romano. La circostanza che Coriolano non appaia tra i Fasti consulares aumenta il dubbio che si sia trattato di un personaggio storico.

Per chi si ricordasse questa storiella, di solito si racconta alle elementari, ne faccio un breve sunto: il comando della guerra contro i Volsci fu dato dai romani, al patrizio Gneo Marcio, che collezionò una marea di successi, tanto da conquistare nel nel 493 a.C., della città di Corioli. Per celebrare questo suo successo ricevette il soprannome di Coriolano. Nello stesso periodo, nel 494 a.C. I plebei di Roma avevano effettuato una secessione, cioè avevano abbandonato in massa la città, ritirandosi sul Monte Sacro, accettando di rientrare, sempre secondo la tradizione con la mediazione di Menenio Agrippa, quello dell’apologo sul corpo umano

Una volta, le membra dell’uomo ritenendo lo stomaco ozioso discostarono da lui e disposero che le mani non portassero cibo alla bocca né che la bocca dovesse accettarlo né che i denti dovessero masticare. Ma, nel momento in cui intesero di dominare lo stomaco, pure esse stessie soffrirono e l’intero corpo giunse a un deperimento estremo, di qui, si palesò che il compito dello stomanco non è affatto essere sfaccendato, ma, dopo avere accolto i cibi, di redistribuirli in virtù di tutte le membra. E esse ritornarono in amicizia con lui. Così, il senato e il popolo romano in quanto sono un unico corpo, con la discordia periscono con la concordia gioiscono.

In cambio del ritorno a Roma, i patrizi creazione di una carica pubblica che avesse il carattere di assoluta inviolabilità e sacralità, caratteristiche sintetizzate dal termine latino sacrosanctitas. Questo significava che lo Stato si assumeva il dovere di difendere i tribuni da qualsiasi tipo di minaccia fisica, e inoltre garantiva ai tribuni stessi il diritto di difendere un cittadino plebeo messo sotto accusa da un magistrato patrizio (ius auxiliandi).

Proprio la dimensione sacra della sua figura, fa pensare invece come la sua origine fosse pù arcaica e fosse una sorta di duplicazione della figura regia, che gestiva villaggi dei prisci latini che si erano aggiunti a Romain tempi successivi al primo sinecismo, i cui abitanti, per entrare nella vita sociale e politica cittadina, si erano fatti “adottare”, in posizione subordinata nei clan gentilizi originari, i patrizi. Tornando alla nostra leggenda, ci fu a Roma una carestia, grave al punto che si dovette importare il grano dall’estero (dalla Sicilia), Coriolano propose che la distribuzione del grano alla plebe fosse concessa solo dopo l’abolizione del tribunato

Secondo quanto racconta Plutarco

…A questo punto Sicinnio, il più impudente dei tribuni, dopo una breve consultazione con i colleghi, proclamò davanti a tutti che Marcio era stato condannato a morte dai tribuni della plebe, e ordinò agli edili di portarlo immediatamente sulla rocca Tarpea e di gettarlo giù nella voragine.

Coriolano, per non fare una brutta fine, se ne andò in esilio, nella città di Anzio, ospite di Attio Tullio, eminente personalità tra i Volsci. Nel frattempo i Romani, a sentire sempre Plutarco, ne combinarono una delle loro.

Marcio e Tullo discutevano di nascosto in Anzio con i più potenti e li spingevano a scatenare la guerra mentre i Romani si combattevano tra loro. Ma mentre i Volsci erano trattenuti dal pudore perché le due parti avevano concordato una tregua e un armistizio di due anni, e furono i Romani a fornire loro stessi il pretesto, annunziando durante certi spettacoli e giochi, sulla base di qualche sospetto o falsa accusa, che i Volsci dovevano lasciare la città prima del tramonto

Così i Volsci affidarono il comando del loro esercito a Coriolano, che dopo averlo riorganizzato, cominciò a prendere a randellate in capo Latini e Romani, sino giungere al IV miglio via Latina, luogo in cui correvano le Fossae Cluiliae, per chi non se lo ricordasse un fossato costruito dell’ultimo Re di Albalonga C. Cluilius (prima del combattimento tra gli Orazi e i Curiazi) per delimitare il confine sacro del suburbio di Roma.

I Romani, vista la malaparata, per patteggiare la pace, inviarono allora consoli, generali, tutte le più alte cariche dello Stato, che furono tutti accolti a pernacchuoni. Alla fine giunsero da Roma, accompagnate dalle matrone romane, la madre Veturia e la moglie Volumnia; ma quando Coriolano corse da loro per abbracciarle, Veturia lo fermò dicendo:

“Prima che tu mi abbracci, vorrei sapere se sono venuta a far visita a mio figlio o ad un nemico della patria”.

E questo rispose Coriolano alla madre disperata che lo implorava di non muovere guerra:

Madre mia, hai ottenuto una vittoria che non porterà felicità nè a te né a me, hai salvato la patria, ma hai perso il tuo Pio e caro figlio”

Così rinunciando ad attaccare. riportò i Volsci ad Anzio. Nel frattempo, il Senato, felice per lo scampato pericolo, chiese alle donne cosa volessero come ricompensa: loro risposero l’edificazione di un tempio alla Fortuna Muliebre, che ricordasse il loro intervento e dove poter pregare per la fine della guerra e di ogni guerra mossa contro Roma. Il Senato accolse la richiesta, ma alla condizione di porre il tempio sotto il proprio controllo, costruendolo cioè con denaro pubblico e sottomettendo i riti al controllo dei pontefici. Le donne chiesero almeno di poter donare una statua della Dea; vistosi rifiutare anche questo, ne fecero scolpire ugualmente una e nottetempo la portarono nel tempio. Così il giorno della dedicazione c’erano due statue: ma quella portata dalle matrone miracolosamente parlò, dicendo

Voi mi avete dato, o matrone, ai riti santi di Roma”.

Così il Senato romano accettò “ab torto collo” per non inimicarsi tutte le donne di Roma. Prima sacerdotessa fu nominata Valeria, la sorella di Valerio Publicola. Una versione alterniva dell’origine del tempio, più sintetica, afferma come fosse termani nel 496 a.c., e fu consacrato dal console Proculo Verginio Tricosto Rutilo, uno dei più forti oppositori alla Lex Cassia agraria, per la quale le terre del demanio pubblico di Roma, andassero divise tra i cittadini di Roma, e quelli degli alleati Latini ed Ernici, purtuttavia di fronte ai pericoli preferì augurarsi la pace colla riedificazione del tempio della Dea Fortuna Muliebre.

Insomma, qualcuno dei leader romani, nel complicato periodo e lungo periodo di trapasso tra Monarchia e Repubblica, dinanzi al rischio di guerra civile, causato dalla crisi economica e dal pericolo esterno, decise di garantirsi la protezione della divinità femminile arcaica, rilanciandone il culto. Collocato su di una collinetta posta a sud -est dell’acquedotto Claudio, subito dopo via del Quadraro, la struttura del tempio era a pianta rettangolare, con quattro colonne frontali. Nel suo interno si trovava un’ara, un altare ossia un’altra dentro il temenos, ossia un recinto sacro, dove vennero collocate le due statue.

Sembra che il tempio si sia protratto, tra restauri e rifacimenti, fino al tardo impero, come da un’iscrizione rinvenuta nel 1831 rivenuta nei pressi stimati dell’edificio, dove si menziona un restauro voluto da Livia, la moglie di Augusto, e poi da Settimio Severo, Caracalla e Giulia Domna.

Risulta che quando nel 1585-87 fu realizzato l’acquedotto Felice utilizzando i resti i resti degli acquedotti Marcio e Claudio, che oramai inutilizzati furono smontati, i resti del tempio fossero ancora visibili. Il dato topografico ci è anche garantito da Valerio Massimo:

Fortunae Etiam Muliebris Simulacrum, Quode Est Latina Via Ad Quartum Miliarum”

e da Festo:

Item Via Latina Ad Miliarum IV Fortunae Muliebris”

Dai tempi di Sisto V in poi, se ne perdono le tracce, tanto che nel 1882, in occasione durante degli scavi per la ferrovia Roma Napoli vennero ritrovate le fondamenta del tempio. Negli anni 90 durante gli scavi in cui venne alla luce la villa romana a sud del Cavalcavia del Quadraro, vennero trovati lungo il basolato dei rocchi delle colonne in peperino, usati per formare il basolato della strada adiacente alla villa che sovrapposti potevano comporre delle colonne che potrebbero provenire dalle colonne del Tempio della Fortuna Muliebre. Del tempio oggi rimangono poche tracce, conservate la maggior parte nell’Antiquarium del Celio, dove troviamo parte delle cornici frontonali che corrisponde alla cornice laterale, con serie di incassi dove dovevano essere collocati originariamente delle decorazioni in bronzo, e alcuni pezzi che facevano parte delle decorazioni Timpano rappresentanti la Dea della Fortuna Muliebre. Dato che questo benedetto Antiquarium è chiuso dal 1939 e il Casino Salvi, che doveva sostituirlo, è abbandonato a se stesso, ennesimo scandalo romano, ho anche il sospetto che questi resti abbiano fatto una pessima fine.

Tra l’altro a riprova di come la memoria di questo tempio fosse perduta, per lungo tempo gli eruditi lo hanno identificato con il sepolcro di via Bisignano, nel luogo dove in origine era il tracciato della strada per Castrimoenium, la quale si staccava dall’Appia antica all’altezza del Casale di S. Maria Nova, presso il V miglio.

La tomba, a pianta quadrata, è costituita da due camere sovrapposte: quella inferiore, la cella funeraria, era illuminata da strette finestrelle ed era coperta da una volta a crociera, di cui rimangono solo i pennacchi agli angoli delle pareti. Lungo le pareti vi sono gli arcosoli dove venivano deposti i sarcofagi. La camera superiore, destinata ai riti funerari, era decorata da una nicchia per ogni lato, probabilmente contenente il ritratto di un defunto. Anche questo ambiente era coperto da una volta a crociera, di cui sono visibili i pennacchi. L’esterno del sepolcro è in laterizio: mattoni gialli per la cortina e rossi per le decorazioni architettoniche. Il sepolcro, del tipo “a tempietto”, simile al quello denominato “Sedia del Diavolo” e al cosiddetto “Tempio del Dio Redicolo”, si data alla seconda metà del II sec. d.C. Nel Medioevo, probabilmente venne riutilizzato come torre di guardia.

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