La guerra vandalica (parte 1)

A differenza degli altri regni romani barbarici, che tendevano a mantenere la finzione giuridica di essere dei foederati di Costantinopoli, sia per utilizzarla come fonte di legittimità politica nei confronti dei sudditi di lingua e cultura latina, sia, più nel concreto per battere cassa e ottenere sussidi, i Vandali ruppero ogni legame con l’ordine socio-politico stabilito dai Romani. Genserico, una volta padrone dell’Africa, decide che le sue terre non faranno più parte dell’Impero romano, ma che costituiscono regno di pieno diritto, di cui egli è il solo padrone. Simbolo concreto di tale pretesa è nella coniazione delle monete: in quelle vandale è rappresentato il loro re, non l’imperatore lontano e spesso nemico.

Un’altra particolarità distingue i Vandali dagli altri popoli germanici: dopo aver conquistato l’Africa e Cartagine con la forza, Genserico non disperde i suoi uomini nelle regioni sotto il suo controllo. Al contrario, egli fa in modo che il suo popolo rimanga raggruppato a Cartagine e nelle zone prossime alla sua nuova capitale. Questa politica è senza dubbio una conseguenza diretta della debolezza della popolazione vandala, il cui numero di guerrieri non supera le 8-12 mila unità.

La regione di Cartagine, chiamata Zeugitana dopo le riforme amministrative di Diocleziano, risulta abbastanza ricca per nutrire la totalità dei Vandali che, rimanendo raggruppati, sono nelle migliori condizioni per condurre una qualsiasi operazione militare. La Zeugitania sembra, peraltro, essere stata svuotata della maggior parte dei suoi abitanti romani, a vantaggio dei loro conquistatori. Nel resto dell’Africa del Nord, Genserico provvede ad insediare solo pochi rappresentanti del suo potere, appoggiati da piccoli distaccamenti militari.

E a differenza dei Goti d’Italia e di Spagna, che, nonostante la differenza religiosa, cercarono un compromesso con le gerarchie ecclesiastiche, i Vandali si professavano ariani fanatici, perseguitando la chiesa cattolica e confiscandone le proprietà. All’inizio diedero vita addirittura a un sistema di « apartheid », per cui i Romani e gli Africani romanizzati erano considerati cittadini di seconda classe. Il sistema concepito da Genserico, però, si poteva reggere, sino a quando veniva alimentato dai bottini provenienti dalle razzie e dai tributi: quando la situazione si stabilizzò, tutti i nodi vennero al pettine,

La debolezza demografica dei Vandali, li rese sempre più una minoranza nel loro stato, sempre più delegittimata: la mancanza di controllo del territorio, poi, favoriva le spinte centrifughe e dato che era saltato il controllo del limes africano, le razzie delle tribù nomadi dei mauri. Di conseguenza, progressivamente dovettero giunsere a una serie di compromessi con la popolazione romana. Il culmine di questo processo si raggiunse con llderico, nipote di Genserico, che nello stesso tempo discendente di un imperatore romano, perchè sua madre, la principessa Eudossia, figlia di Valentiniano III, aveva fatto parte del ricco bottino che iGenserico aveva portato seco dopo il sacco di Roma. Ilderico era orgoglioso della sua ascendenza romana, e rifiutava di adattarsi alle tradizioni vandale.

Ilderico aveva vissuto poi per quasi quarant’anni a Costantinopoli, al seguito della ripudiata Eudocia, dove era rimasto in ottimi rapporti con i membri della corte imperiale, dando l’impressione alla nobiltà vandala di essere in soggezione nei confronti dell’imperatore di Bisanzio. Ilderico, nonostante avesse promesso al predecessore Trasamondo, sul letto di morte, che avrebbe proseguito la sua politica anticattolica, richiamò gli esuli, restituì le chiese agli ortodossi e permise la nomina di un nuovo vescovo cattolico a Cartagine, capitale dello stato, e molti Vandali iniziarono a convertirsi al cattolicesimo.

Procopio di Cesarea, solito nel parlare male del prossimo, definisce Ilderico una persona pacifica e amorevole, che fece cessare le persecuzioni a danno dei Calcedoniani, scambiò doni e ambascerie con Giustiniano, persino prima dell’ascesa di quest’ultimo al trono, e decise persino di rimuovere la propria immagine dalle sue monete, sostituendola con quella dell’imperatore. In realtà, i motivi della “normalizzazione” di Ilderico furono puramente politici: acquisire una parvenza di legittimità sulla maggioranza di sudditi e sperare in aiuti economici e militari da parte di Costantinopoli. Ilderico era ai ferri corti con gli Ostrogoti: Amalafrida, la vedova del suo predecessore, suo cugino Trasamondo, e la sua guardia ostrogota, aveva cercato di coagulare attorno a sè l’opposizione alla politica reale, organizzando un colpo di stato, al fine ultimo di integrare l’Africa nei loro domini in Italia. Il golpe fallì, i Goti finirono massacrati e l’ex regina in carcere. Teodorico, nel 526, colse la palla al balza per allestire una flotta di invasione, con la scusa di vendicare l’affronto, ma, prima di salpare, morì.

Ovviamente, la politica di Ilderico, nei confronti di Giustiniano, che sperava di rendere l’Africa uno stato satellite, sfondava una porta aperta: tuttavia, questo approccio di compromesso si scontrava contro l’ala più oltranzista della nobiltà vandala, che temeva di perdere le sue posizioni di privilegio a scapito delle élite romane.

Tirato un sospiro di sollievo, Ilderico al momento della sua ascesa al trono aveva all’incirca sessant’anni ed era poco propenso ad occuparsi di questioni militari, preferendo a queste i libri di filosofia e la compagnia dei giovani efebi, era famoso per la sua omosessualità, cosa che scandalizzava l’aristocrazia vandala, assai bigotta, si disinteressò completamente delle questione belliche e delegò per esse il proprio cugino Hoamer. Ilderico dovette contrastare la ribellione dei Mauri, iniziata con Trasamondo, che ormai controllavano la Mauritania Tingitana, la Mauritania Sitifense e la Numidia meridionale e dal 525 anche la Mauritania Cesariense, esclusa la capitale, Cesarea; inoltre nei suoi sette anni di governo l’esercito Vandalo subì numerose sconfitte da parte dei Berberi che strapparono al Regno la Tripolitana.

Ilderico, nel 530, in soccorso di Cesarea, inviò un esercito, che fu battuto. Al rientro dell’esercito sconfitto, la nobiltà vandala, stanca di questo stato di cose (Ilderico, da sempre era sentito estraneo filocattolico, filobizantino e poco combattivo), dopo sette anni di regno, nel 530, con un colpo di Stato, lo depose e lo incarcerò con i suoi collaboratori, e, al suo posto, instaurò il capo della rivolta, Gelimero, cugino di Ilderico e come tale facente parte della casata degli Hastingi, il quale si presentò come il difensore della religione dei padri. Dopo essere stato proclamato Re dei Vandali e degli Alani, reinstaurò l’arianesimo come religione di Stato. Ilderico fu tenuto in carcere ma non venne ucciso.

Giustiniano sfruttò l’opportunità, chiedendo la restaurazione di Ilderico, ma Gelimero ovviamente rifiutò. Giustiniano chiese quindi che almeno Ilderico venisse liberato e inviato in esilio a Costantinopoli, minacciando la guerra nel caso anche questa richiesta fosse stata rifiutata. Gelimero, non intendendo consegnare a Giustiniano un rivale per il trono, che lo avrebbe utilizzato per gettare discordia nel regno vandalico, e probabilmente sospettando che la guerra sarebbe scoppiata in ogni caso secondo almeno J.B. Bury, rifiutò affermando che questa era una questione interna tra i Vandali.

Giustiniano ebbe così il pretesto per tentare la riconquista dell’Africa ai Vandali, e non appena fu conclusa la pace con la Persia nel 532, i preparativi per la spedizione furono portati avanti. Per Giustiniano questa non era una guerra di aggressione quanto piuttosto la liberazione di province appartenenti di diritto all’Impero da tiranni eretici e persecutori dei cattolici. La Chiesa appoggiò la spedizione mossa dal desiderio di liberare i cattolici africani dalle persecuzioni degli Ariani Vandali. Secondo Procopio di Cesarea la notizia della decisione presa da Giustiniano di intraprendere una guerra contro i Vandali provocò una grande costernazione presso le élite della capitale, in quanto il ricordo della disfatta del 468 era ancora vivo nelle loro menti. Gli ufficiali finanziari si lamentarono delle grossi spese che avrebbe richiesto la spedizione, mentre gli eserciti erano stanchi per la guerra persiana; i Vandali, del resto, possedevano ancora una flotta potente, che avrebbe potuto ostacolare con successo lo sbarco dell’esercito romano-orientale in Africa. Solo il potente e influente prefetto del pretorio d’Oriente, Giovanni di Cappadocia, osò apertamente opporsi alla spedizione, ma Giustiniano non gli diede retta e continuò ad allestire i preparativi per la guerra

L’incarico di guidare la spedizione fu affidato a Belisario. Sui motivi che spinsero Giustiniano ad affidare il comando proprio a Belisario è possibile formulare solo ipotesi. Belisario era stato appena prosciolto dall’inchiesta che aveva indagato sulle sue responsabilità nella sconfitta di Callinicum, e inoltre aveva dimostrato la propria fedeltà nella repressione della rivolta di Nika; e, anche se non era riuscito sempre vittorioso contro i Persiani, nella battaglia di Dara aveva dimostrato delle indubbie potenzialità, che potrebbero aver spinto Giustiniano a rinnovargli la fiducia; inoltre, non è da escludere che nella scelta di Giustiniano influisse anche il fatto che, a differenza della maggioranza degli altri ufficiali (che erano di madrelingua greca), Belisario fosse di madrelingua latina, e che quindi potesse accattivarsi con maggiore probabilità il favore delle popolazioni native dell’Africa che parlavano appunto il latino. Comunque siano andate le cose, il generale riottenne la carica di magister militum per Orientem, anche se non è nota la data della sua riassunzione (è attestato detenere di nuovo questa carica a partire dal febbraio 533), e con tale titolo allestì i preparativi per la spedizione contro i Vandali. L’Imperatore gli diede inoltre pieni poteri, conferendogli inoltre un nuovo titolo, equivalente a quello di Imperator, che Procopio denomina strategos autokrator (“generalissimo”).

L’Antiquarium di Lucrezia Romana

Quanto ritrovato negli scavi dei siti archeologi descritti nei post delle scorse settimane, è esposto in un piccolo museo l’Antiquarium di Via Lucrezia Romana, nelle vicinanze della sede di Iccrea, che fu inaugurato al pubblico il 28 marzo 2015 dall’allora Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma, e dedicato all’archeologo Giuseppe Vitale, prematuramente scomparso nel 2004 a soli trentasette anni. Successivamente è stato annesso al Parco archeologico dell’Appia Antica.

L’Antiquarium, che è piccolino, si estende per circa 500 mq, si articola in due edifici: un’antica cisterna e un casale databili ai primi del Novecento, restaurati e adibiti a spazio museale. All’interno della ex-cisterna (sala A) la collezione è esposta con ordinamento cronologico in senso antiorario, a partire dalle prime vetrine sulla destra che ospitano reperti databili tra Neolitico finale (4170-4040 a.C.) ed Eneolitico finale (2580-2470 a.C.), fino alle ultime vetrine sulla sinistra, con reperti di età medievale e rinascimentale.

I reperti databili in epoca preistorica provengono sia da abitati che da tombe, nelle quali costituivano elementi del corredo. Tra gli utensili sono presenti le punte di freccia in selce e le lame di ossidiana, vetro di origine vulcanica. I frammenti di vasi in ceramica, realizzati a mano, sono pertinenti a scodelle e a olle, di forma molto semplice nelle fasi più antiche e dal profilo più articolato nelle fasi più recenti.

Passando alla Protostoria sono presenti reperti dell’età del Bronzo antico (2300-1700 a.C.) e del Bronzo finale (1200-950 a.C.), da abitati e necropoli, nelle quali costituivano oggetti del corredo del defunto: fibule, rasoi, anelli e anche un pettine in avorio.

Seguono i reperti provenienti dalle tombe di età Orientalizzante (fine dell’VIII – inizi del VI secolo a.C.), periodo di grande fermento culturale caratterizzato da frequenti contatti commerciali tra le popolazioni del Mediterraneo, del vicino Oriente e dell’Europa centrale. Ricchi corredi funerari riproducevano il servizio da banchetto aristocratico con vasi che si distinguono per raffinatezza ispirandosi a modelli greci con ricca decorazione dipinta: aryballoi (piccoli vasi a corpo ovoide o globulare) e oinochoai (brocche con orlo trilobato). Sono anche presenti anforette, coppe e kyathoi in bucchero, distintivo della cultura etrusca e ottenuto dalla cottura in atmosfera riducente, ossia senza l’immissione di aria nella camera di cottura delle fornaci.

Da contesti funerari, abitativi e sacri, compresi tra l’età arcaica e l’età repubblicana (tra fine VI secolo e fine I secolo a.C.) provengono ornamenti personali, decorazioni architettoniche, oggetti di culto che testimoniano la persistenza della tradizione etrusco-italica nell’arte romana e contemporaneamente l’adozione di tecniche, gusti e tradizioni proprie dell’arte greco-ellenistica. Nella tarda età repubblicana le numerose fattorie che popolavano il suburbium di Roma si trasformano in impianti produttivi, le villae rusticae, adibiti alla produzione su vasta scala di vino e olio. Queste ville erano articolate in pars rustica, dedicata alla produzione, e pars urbana o dominica, ossia la zona residenziale riservata ai proprietari, da cui provengono le decorazioni più ricche come affreschi, stucchi, mosaici. Il suburbio era interessato anche da luoghi di culto dei quali restano tracce nei depositi di ex voto di terracotta, che riproducono in maniera molto realistica ritratti degli offerenti o elementi anatomici per la cui guarigione si chiedeva l’intercessione divina.

Ad epoca giulio-claudia (fine I secolo a.C.- fine I secolo d.C.), risalgono oggetti provenienti dalle fiorenti villae rusticae, appartenenti alle famiglie più ricche del patriziato e della nobiltà, che popolavano il suburbio. Seguono alcuni esempi di corredi funerari in uso presso le classi sociali medio-basse dei primi due secoli dell’Impero. Il corredo di una tomba rinvenuta presso la via Tuscolana con un bracciale in bronzo “a serpentina” e vasellame in ceramica africana: un guttus, ossia un “vaso da cui il liquido fuoriusciva a goccia a goccia”, dotato di un beccuccio e che poteva anche essere usato come biberon e un askòs, ovvero un vaso che conteneva liquidi pregiati.

Il corredo di una tomba trovata presso via S. Giorgio Morgeto conserva uno specchio in bronzo, un vago di collana in pasta vitrea, un dente di animale in osso, un balsamario in vetro e una figurina femminile. Curiosa è la presenza di un ex voto all’interno di una sepoltura: forse era indossato dalla defunta a ricordo o a ringraziamento di una malattia risoltasi positivamente. Da una tomba infantile della necropoli di Osteria del Curato proviene una statuetta in terracotta di Arpocrate, divinità popolare tra i ceti più modesti, identificato anche con Horus, figlio di Iside e Osiride.

Le sepolture conservano spesso oggetti della vita quotidiana dei defunti, ad esempio gioielli o elementi di vestiario, che erano indossati al momento della sepoltura o deposti come corredo funebre. Sono presenti collane in pasta vitrea e oro, in ambra (resina fossile che in antico era considerata di grande pregio) e orecchini in oro e pasta vitrea di un tipo chiamato in antico crotalia, perché le perle nel muoversi urtavano tra di loro tintinnando come i crotali che erano strumenti musicali simili alle nacchere.

Altri oggetti appartenenti al mondo della bellezza femminile sono il contenitore per cosmetici, gli specchi in bronzo, le pinzette, gli aghi crinali o spilloni, gli unguentari o balsamari e i tintinnabula, cioè campanelli e sonagli in bronzo deposti nelle tombe per allontanare gli spiriti malvagi. L’ultima vetrina della sala espone oggetti rinvenuti in sepolture tardo antiche e alto medievali della zona (che mostrano corredi molto semplici spesso composti solo da recipienti ceramici o in vetro e lucerne) oltre a ceramiche rinascimentali come i piatti o la ciotola dai vivaci colori datati al XVI secolo.

Nel casale sono esposte statue, elementi architettonici, sarcofagi, arredi marmorei, frammenti di pavimenti in mosaico e affreschi, provenienti dalle tante ville rustiche di età repubblicana e imperiale scoperte durante le indagini archeologiche tra cui anche la Villa dei Sette Bassi. Notevole è la pregevole vasca rinvenuta al VI miglio della via Latina antica e databile al II secolo d.C.. Ricavata in un unico blocco di alabastro “cotognino”, di provenienza egiziana, è stata ritrovata in frammenti e pazientemente ricomposta dai restauratori del MIBAC. Questo tipo di vasca in epoca antica decorava generalmente giardini o peristili (cortili porticati) di ville oppure ambienti termali. L’esemplare qui visibile, invece, proviene da un’area funeraria ed era probabilmente utilizzata per lo svolgimento di riti religiosi o funebri.

I mosaici esposti, databili tra la fine II e gli inizi del III secolo d.C., sono realizzati con tessere bianche e nere e provengono dalla cosiddetta Villa del Casale di Marzio, non lontana dall’Antiquarium. Le due statue acefale (prive di testa), rinvenute in un’area funeraria di via Lucrezia Romana ed esposte a sinistra dei mosaici, ritraggono, secondo alcune ipotesi, i proprietari della Villa del Casale di Marzio nella fase di età augustea. Il personaggio maschile, in particolare, indossa la toga, che era l’abito tipico del cittadino romano.

L’interessante affresco con prospettive architettoniche (della fine del I secolo a.C.), inquadrabile nel cosiddetto Secondo Stile Pompeiano, caratterizzato da vedute prospettiche che tendono ad ampliare illusionisticamente lo spazio della parete dipinta, è stato rinvenuto fuori contesto, a ridosso di un mausoleo di età imperiale e non nella dimora in cui originariamente doveva essere collocato.

Numerosi esemplari di statuaria dell’età imperiale si conservano nell’’Antiquarium: statue di Ermafrodito e di Priapo, una testa di fanciullo o Eros, una testa maschile, forse Dioniso, una testa femminile con una pettinatura tipica della seconda metà del II secolo d.C., una testa femminile con copricapo statue di Eros e di un Barbaro morente, una piccola statua di Ercole e un’erma maschile acefala.

Una delle opere più belle conservate nell’Antiquarium è la Nereide su mostro marino databile nella metà del I secolo a.C. e proveniente dal IV miglio della via Latina, in località Quadraro. Le Nereidi, secondo il mito, erano delle divinità marine figlie di Nereo ed erano spesso raffigurate sedute su mostri o cavalli marini. Nel giardino e nel piazzale sono collocati cippi ed epigrafi.

Hieronimus Bosch a Venezia (Parte I)

“Sono corso a vedere il giardino delle delizie di Hieronymus Bosch. Ero meravigliato dal senso di irrealtà di questi dipinti. E’ difficile figurarsi (dal momento che viviamo nell’era dell’immagine fotografica) cosa significasse vedere e pensare in questo modo nel Cinquecento”

Questa frase di Keith Haring, artista che amo da morire rende bene l’impressione che dopo secoli, le opere di Bosch provocano in chi le osserva: se vale per noi, che di fatto abbiamo uno sguardo disincantato, dovuto alla moltiplicazione degli stimoli visivi, pensiamo che reazione di stupore e di straniamento potesse provocare ai suoi contemporanei.

Pittore la cui vita, a dire il vero, è assai meno romantica e drammatica di quello che potremmo immaginare, ammirando le sue opere. Hieronymus Nacque tra il 1450 e il 1455, forse il 2 ottobre 1453, a ‘s-Hertogenbosch, una città nel sud degli odierni Paesi Bassi, vicino a Tilburg e allora possedimento dei duchi di Borgogna. La sua famiglia, probabilmente di origine tedesca, infatto il suo cognome vero Van Aken, significa “di Aquisgrana”, si era trasferita nei Paesi Bassi inizialmente a Nimega e abitava a ‘s-Hertogenbosch dal 1426, era costituita da pittori affermati.

Il padre Anton, ad esempio, nel 1462 acquista la casa sul versante orientale della Piazza del Mercato detta “In Sint Thoenis”, che era la zona più prestigiosa e ricca della sua cittadina: casa, che diviene sede della bottega di famiglia, che dalle ultime ricerche impiegava una decina di apprendisti, in linea con le imprese fiorentine dell’epoca. Per farlo, le commissioni dovevano essere numerose e soprattutto dovevano portare parecchio denaro.

Anton era quindi il pittore di maggior successo e prestigio della zona, che lavorava per il patriziato locale e per la chiesa di San Giovanni (Sint Jan) che diverrà cattedrale nel 1559. Nella bottega di famiglia, per quello che testimoniano i documenti che sono rimasti, si praticava oltre alla pittura, compresa l’applicazione della policromia sulle sculture lignee, anche la doratura e la produzione di arredi sacra. Per cui, Hieronimus non era un outsider, un pittore maledetto, ma un ricco imprenditore.

A riprova di questo, il 15 giugno 1481 sposa Aleid van de Meervenne, nata intorno al 1447 da Postuluna van Arkel e Goyaert van der Meervenne, che era l’erede di una delle famiglie più agiate della città: se Hieronimus fosse stato un morto di fame, difficilmente questo matrimonio avrebbe avuto luogo. In più, Hieronimus, oltre ad acquistare una casa propria nella zona ricca della città, ad un certo punto cambia occupazione: lascia la direzione dell’impresa di famiglia al fratello Goessen e si dedica ad amministrare con successo i beni della moglie. Sappiamo dai documenti che aveva uno studio di pittura in casa, ma il dipingere era probabilmente più un hobby, che un’occupazione concreta.

A riprova di questo successo borghese, dal 1486-1487 il nome di Hieronymus è tra i confratelli di Nostra Diletta Signora (Lieve-Vrouwe Broederschap), una confraternita la cui pratica religiosa era ispirata alla Devotio Moderna e la cui partecipazione era una sorta di status symbol locale, insomma era il Rotary Clud dell’epoca. L’associazione, maschile e femminile, per laici ed ecclesiastici, aveva come simbolo un giglio tra le spine (sicut lilium inter spinas) e si dedicava al culto della Vergine, partecipando alla processione annuale e all’abbellimento della cappella del duomo riservata alla confraternita, alle onoranze funebri dei suoi membri, nonché ad opere di carità, contribuendo al ciclo annuale di banchetti festivi tra i quali spiccavano quelli durante i quali veniva servita carne di cigno.

Dal 1488, grazie alla nuova posizione sociale ed economica, è registrato tra i “notabili” della confraternita, un gruppo selezionato di circa cento persone per lo più legate all’alta borghesia cittadina, e in tale rango continuò ad essere registrato fino alla morte nel 1516. Nello stesso anno presiedette l’annuale banchetto della Confraternita. Tra il 1488 e il 1489, sappiamo dai documenti che dipinse le ante di un polittico scolpito per questa stessa confraternita, non si sa però a quale tavola oggi conosciuta corrisponda. Per cui, visto questo background, l’immagine di un Hieronimus eretico e influenzato dall’alchimia non è forse tra le più realistiche.

Nel 1497, il fratello Goessen muore e Hieronimus eredita la direzione dell’impresa di famiglia. Sino al 1500, la sua bottega, anche se di successo, ha una clientela essenzialmente locale: da quell’anno in poi, dati anche i contatti dalla sua confraternita con la corte asburgica di Bruxelles, comincia il boom e il borghese di successo diventa ricco sfondato.

A riprova di questo, nel 1504 riceve una commessa da Filippo il Bello, duca di Borgogna.

Settembre 1504. A Hieronimus Van Aaken detto Bosch pittore dimorante in Bois-le-Duc si versa la somma di 36 lire a titolo di arra [acconto] su ciò che sarà dovuto per un grande quadro di nove piedi di altezza e undici piedi di lunghezza che dovrà raffigurare il Giudizio di Dio vale a dire l’Inferno e il Paradiso secondo quanto ordinatogli dal nostro Signore per il suo nobilissimo piacere con la presente si rende quietanza della detta somma

Quadro che ahimé non riusciamo a identificare, ma che solo come acconto, fu pagato una cifra per l’epoca spropositata. Proprio in questo periodo, avviene il probabile viaggio di Hieronimus a Venezia, di cui non abbiamo purtroppo prove documentali, non deve essere stato un soggiorno molto lungo, ma di cui abbiamo notevoli indizi a livello artistico.

Tra l’altro non è neppure detto che Hieronimus sia andato a Venezia per motivi di studio: essendo la Serenissima uno dei poli italiani della Devotio Moderna, magari il motivo era puramente religioso. Viaggio che ha avuto un impatto da entrambe le parti: il paesaggio di Bosch acquisce all’improvviso una profondità e una dimensione tonale, che in qualche modo sembra ricordare le ricerche di Bellini e di Giorgione. Dall’altra le figure, pur mantenendo il loro espressionismo, acquistato una dimensione monumentale, quasi mantegnesca. Provo a fare qualche esempio di questa evoluzione

Il primo è il San Giovanni in Meditazione, che probabilmente era in coppia con il San Giovanni Evangelista a Patmos di Berlino, in modo da costituire un retablo, una pala d’altare che aveva il compito di ornare e riparare, con sportelli decorati, una cassa centrale che racchiudeva un’immagine della Madonna, o un tabernacolo. Ora da una ricevuta di pagamento, sappiamo che Bosch ne avesse realizzato uno per la cattedrale della sua città, ‘s-Hertogenbosch, su commissione della Confraternita di Nostra Signora. La cattedrale è infatti dedicata a Giovanni Evangelista, spesso associato nel culto all’altro Giovanni, il Battista, inoltre la visione di san Giovanni a Patmos era il simbolo della Confraternita.

Se l’ipotesi è valida, le ante del retablo, oltre a essere state smontate, sono state anche tagliate di una quindicina di centimetri. In più, è stato cancellato anche il retro che del San Giovanni in meditazione, che come quello del compagno, doveva essere anche lui dipinto. Giovanni Battista è ritratto disteso un braccio che regge la testa appoggiando il gomito su una roccia liscia, con gli occhi semichiusi in meditazione e con la destra che compie il suo gesto più tipico, quello di indicare Gesù Cristo, in questo caso il suo simbolo, cioè l’agnello pasquale. Una riflettografia ha evidenziato come in questa zona esistesse anche il committente inginocchiato, rivolto a destra, verso il centro del retablo. Tema, questo della meditazione, che tra l’altro, era molto raro in ambito nordico, a differenza dell’Italia, dove invece aveva una discreta diffusione, basti pensare a un’opera analoga di Domenico Veneziano.

Ovviamente, Hieronimus da fondo a tutta la sua immaginazione iconografica, quella che ci affascina di più e fa impazzire gli studiosi, costellando il quadro di invenzioni fantasiose, come l’ingombrante vegetale al centro, dai frutti come gusci d’uova sferiche, nei quali beccano alcuni uccelli, o le originali concrezioni di rocce e vegetali che si innalzano sullo sfondo, oltre una foresta. Il tutto però in immerso in un paesaggio idilliaco, con toni cristallini che ricordano la pittura giorgionesca.

Analogo discorso per il compagno San Giovanni a Patmos: il Santo è rappresentato abbastanza semplicemente, mentre avvolto da un manto rosato sta seduto con il libro sulle ginocchia ed annota le rivelazioni che gli fa un cherubino su una rupe (con le ali suggestivamente composte di elementi vegetali e animali assemblati), indicando in cielo la Vergine col Bambino, apparsa nel disco solare tra le nubi, seduto sulla mezzaluna. In terra si vedono il calamaio del santo, vicino a un falco che sembra vigilarlo, mentre un essere dal corpo di grillo, con la testa umana occhialuta, corpo panciuto, ali di cicala e coda da salamandra, sembra pronto a rubarlo con un rastrello. Il calmo paesaggio sullo sfondo è in realtà punteggiato da eventi tragici, come il naufragio di una nave in fiamme. Lo stile più che giorgionesco è ispirato al Bellini: tra l’altro, alcuni studiosi hanno ipotizzato come la città sullo sfondo possa ricordare nelle linee generali Venezia.

Terzo esempio, è il Cristo Deriso di Londra Mostra, con un campo particolarmente stretto, la figura di Cristo in piedi, tagliata poco sotto il bacino e circondata da quattro aguzzini dai volti grotteschi e maligni: un uomo, forse un soldato romano, con una freccia-spatola infilzata nel turbante verde che, con l’armatura al braccio, pone la corona di spine; uno con un enorme cappello di laniccio con un rametto di quercia appuntato, che indossa un singolare collare chiodato (simbolo di bestialità), un disco paraspalla metallico e tiene in mano un bastone, guardando Cristo in cagnesco e poggiandogli una mano sulla spalla; un vecchio con una veste blu e un velo rosso in testa, con la mezzaluna musulmana e la stemma dell’ebraismo sul riverso (simboli dei nemici del Cristianesimo), che regge un bastone e tocca le mani di Cristo, guardandolo con un’espressione di insana fissità; un ultimo uomo di mezza età in basso a destra con un capperone nero e una veste rossa, che sta allungando le braccia per chiudere il sudario che avvolge Cristo.

In mezzo a tanta enfasi di sguardi e gesti (che seguono un ritmo centrifugo, accuratamente calibrato) Cristo appare impassibile nel suo candore e rivolge uno sguardo, dolce e rassegnato, verso lo spettatore, che è portato ad immedesimarsi nelle sue pene, secondo le direttive della devotio moderna. CL figure, di profilo e tre quarti per gli aguzzini, frontale per Cristo, hanno una notevole monumentalità e sono rappresentate con ampi campi di colore, in cui sono esplorati i diversi riflessi della materia, dal metallo lucido, all’opacità delle stoffe. L’influenza di Mantegna, che ricordiamolo, era cognato di Bellini, è presente sia nella resa volumetrica delle figure sia nel tratto non più ondulato ma angoloso e spezzata, sia nella composizione costruita con pochi personaggi ritratti a mezzobusto.

Viceversa, Hieronimus influenzò anche i pittori veneti: ho già parlato dell’impatto che ebbe su Giorgione, che in alcune sue opere religiose, destinate ai seguaci locali della Devotio Moderna, riprese sia la resa del panneggio, sia i dettagli naturalistici presenti nei quadri del fiammingo. Ma non è il solo caso. Un altro esempio è l’Orfeo ed Euridice di Bergamo che, a seconda delle mode del momento, è attribuito a Giorgione, al giovane Tiziano o a Palma il Vecchio.

In un dolce paesaggio pastorale è raccontato in due fasi il mito di Orfeo: in primo piano a sinistra la morte di Euridice, morsa da un drago bipede e privo di ali (Lindworm), che sostituisce il serpente del mito, mentre a destra Orfeo esce dagli Inferi con la moglie al seguito, ma volgendosi a guardarla la perde per sempre.

Il sentimento per la natura, vera protagonista della scena, deriva da Giorgione: essa si adatta ai sentimenti dei personaggi, infatti a sinistra è tranquilla e pacifica. Per cui, sino a questo punto, non è nulla più, nulla meno di una tanti quadri veneti che andavano di moda all’epoca. Se poi volgiamo lo sguardo a destra, alle fiamme dell’inferno, ci troviamo a un brano di pittura preso pari pari dal Trittico delle Delizie di Bosch. E questo contrasto, in origine quando il verde del paesaggio non era ossidato, doveva essere ancora più spinto. Inoltre, la creazione della profondità prospettica attraverso la sovrapposizione di più piani, richiama le soluzioni adottate da Hieronimus nei suoi trittici.

Un’altro esempio di tale influenza è la Crocefissione e Apoteosi dei diecimila martire del monte Ararat di Carpaccio, Firmata e datata al 1515, la pala, commissionata da Ettore Ottobon, era originariamente collocata in un altare marmoreo sul lato destro della chiesa di Sant’Antonio di Castello, oggi distrutta. Il soggetto, inedito prima di allora nell’arte italiana, narra la vicenda dei diecimila martiri: novemila soldati romani, inviati a combattere contro dei ribelli armeni sotto la guida del centurione Acazio, subiscono una grave sconfitta e soltanto grazie alla conversione al cristianesimo, avvenuta dopo l’apparizione di un angelo che li istruisce ai precetti della fede sul monte Ararat, raffigurato sullo sfondo, riescono a vincere il nemico. La notizia dell’accaduto giunge alle orecchie dell’imperatore che, con altri sei re pagani, riconoscibili negli uomini a cavallo in basso a destra, giunge sul posto per infliggere ai convertiti le medesime torture subite da Cristo durante la Passione. Grazie alla fede dimostrata dall’esercito di Acazio, altri mille soldati si uniscono a loro, meritando la stessa sorte.

In quest’opera, che riprende l’impostazione dei cicli narrativi modulandola per il tipo della pala d’altare, Carpaccio raffigura contemporaneamente più episodi in un crescendo caotico e drammatico, per cui l’attenzione dello spettatore non riesce a trovare un punto di riferimento. Il monte Ararat e il disco luminoso ad anelli concentrici da cui scendono degli angeli richiamano il Bosch, così come il modo in cui sono crocifissi i martiri su alberi tanto sinuosi da sembrare quasi vivi.

Secondo Sgarbi

sorprendenti sono i richiami alle Visioni dell’Aldilà di Bosch (Venezia, Palazzo Ducale), del quale Carpaccio riprende il motivo a cerchi concentrici dell’Empireo, abitato dagli angeli, oltre a trovare spunti per le pose di alcuni nudi – il personaggio seduto con le mani che poggiano a terra tratto dal Paradiso terrestre e, forse, quello sdraiato con la mano destra dietro la nuca, vicino a quello principale dell’Inferno

L’influenza di Bosch si trova anche nel Cristo Morto di Carpaccio, di cui si riprende in pieno la visionarità del pittore fiammingo. Il Cristo magrissimo e di pallore cadaverico si trova disteso rigidamente sul catafalco composto da una lastra marmorea retta da una base a tronco di cono rastremato e pilastrini angolari, mostrato in tutta la sua lunghezza parallelo al primo piano. Attorno ad esso si trovano una serie di teschi e resti umani ed animali, oscuri presagi di morte indagati con grande cura al dettaglio. Particolarmente toccanti sono il pezzo di torace col moncherino scheletrico e la testa di donna che emerge davanti a una lapide spezzata. In primo piano alcuni fiori rossi rimandano al colore del sangue e quindi alla Passione di Gesù. Lo sfondo è composto da un paesaggio in cui hanno luogo vari episodi legati alla fine della vita terrena di Gesù e al tema della caducità dell’esistenza umana sulla terra.

Assiste alla scena un eremita, San Giobbe appoggiato a un albero, che guarda vacuamenete il corpo di Gesù, perso nelle proprie riflessioni. A destra la Vergine dolente viene sorretta da Maria Maddalena, entrambe accovacciate sul suolo di un sentiero, mentre davanti ad esse si trova san Giovanni di spalle. A sinistra alcuni uomini stanno preparando il sepolcro di Gesù e con una bacinella si apprestano a lavarlo prima della sepoltura. Sullo sfondo si vedono numerosi sepolcri violati, uno con la mummia appoggiata crudamente alla parete, oltre a numerose lapidi scheggiate o infrante, colonne spezzate e monumenti crollanti. Più in lontananza numerose figurette popolano il paesaggio brullo, dove si riconoscono a sinistra la collina del Calvario con le tre croci, e a destra un’insenatura oltre la quale le montagne degradano schiarendo verso l’orizzonte per via della foschia.

Atene contro Siracusa parte XXXII

L’epocale casino avvenuto nella battaglia notturna, che di fatto aveva portato enormi danni agli Ateniesi sia in termini di soldati perditi, sia di armi, parecchi opliti per facilitare la grande fuga, avevano gettato armi, panoplia e scudi. Così i Siracusani, oltre a celebrare la vittoria, riuscirono, sfruttando il materiale abbandonato dal nemico ad armare meglio le truppe fornite dagli alleati. In più, raccolsero anche il capitale politico della vittoria.

Per prima cosa, inviarono una spedizione ad Akragas: in quel periodo la città si stava dedicando al suo sport preferito, la guerra civile, e in qualche modo si voleva impedire che vincesse la fazione filo ateniese. Al contempo, Gilippo, andò a reclutare nuove truppe, per avere una forza sufficiente non solo per rompere l’assedio, ma per conquistare a sua volta il campo ateniese

Quel mattino i Siracusani eressero due trofei: sulle Epipole, nel punto in cui gli Ateniesi erano saliti, e nel luogo ch’era stato teatro del primo vittorioso contrasto dei Beoti. Gli Ateniesi, protetti da una tregua, raccolsero le salme dei caduti. Agli Ateniesi e agli alleati la disfatta costò vittime in grande numero, ma in rapporto ai cadaveri fu ancora più elevato il bottino di armature conquistate. Giacché quelli spinti a gettarsi nei burroni si liberavano dello scudo: e tra costoro, chi morì, chi si rialzò scampando.

Onde i Siracusani ripresero vigore, com’era già accaduto, da questo nuovo e insperato trionfo, e mandarono ad Agrigento, lacerata dalle fazioni politiche, Sicano con una squadra di quindici navi, per assicurarsi possibilmente la adesione di quella città; Gilippo lungo le strade di terra si rimise in giro per i vari centri della Sicilia, con l’intento di reclutare truppe fresche. Dopo il fortunato contrattacco sulle Epipole, covava serie speranze di poter invadere d’assalto anche la linea fortificata ateniese.

Ovviamente, nel campo ateniese l’umore era nero, sia per la sconfitta, sia perchè nel campo era scoppiata un’epidemia: di cosa si tratta, Tucidide è molto vago, ma sia la stagione, stiamo parlando di giugno, sia l’accenno alla zona paludosa, farebbe pensare alla malaria

Nel frattempo gli strateghi ateniesi si consultavano per far fronte alle conseguenze dell’infortunio e per rimediare all’avvilimento che ormai dilagava in ogni reparto dell’armata. Si vedeva che impiegando la strategia d’attacco non c’era verso d’ottenere qualche successo risolutivo: e nelle truppe serpeggiava il fermento per trovarsi inchiodate in quelle posizioni. Infieriva un’epidemia per giunta, alimentata da due fattori: s’era nella stagione dell’anno che più favorisce nell’uomo l’insorgere di malattie, e in aggiunta la contrada in cui si estendeva il campo era acquitrinosa e insana.

Risultato, i due strateghi cominciarono a scannarsi su cosa fare. Demostene suggeriva, approfittando della superiorità marittima, di ritirarsi dall’assedio, che si stava trasformando in un buco nero per le risorse ateniese. In più, era preoccupatissimo per la questione Decelea. Come raccontato, gli spartani avevano finalmente deciso di dare retta ad Alcibiade, occupando la città attica. La presenza del presidio nemico costrinse gli Ateniesi a trasportare il grano via mare, circumnavigando capo Sunio, con grande dispendio di denaro, impedì agli agricoltori attici di lavorare la terra e ostacolò l’estrazione di minerali nelle miniere del Laurio. Gli Spartani inoltre incitarono gli schiavi a ribellarsi ai padroni: Tucidide racconta che 20000 -schiavi fuggirono da Decelea. A Demostene, a differenza di Nicia, tutti questi problemi erano molto chiari. Per cui, piuttosto che perdere tempo in Sicilia, riteneva necessario risolvere problemi in casa.

Elementi che suggerivano a Demostene, l’urgenza di sgomberare da quei luoghi. Come aveva già previsto allestendo l’offensiva contro le Epipole, ora che la prova s’era risolta in un disastro, con la sua parte di autorità prescriveva di allontanarsi senza perdere altro tempo, finché la traversata al largo era ancora possibile, sfruttando la supremazia marina, che per il momento le unità ultime sopraggiunte alla flotta potevano ancora garantire. Proponeva, come linea strategica più conveniente allo stato, d’intensificare la resistenza contro il caposaldo nemico piantato sul suolo dell’Attica e lasciar correre Siracusa, impadronirsi della quale era intralcio ormai troppo complicato. Anche insistere in un vano sperpero di fondi per proseguire il blocco appariva sempre più lontano da ogni logica Sicché Demostene era di questo avviso.

Nicia invece era contrario al ritiro dalla Sicilia, sia per motivi strategici, sia per motivi politici. Dal punto di vista strategico, visto che la maggior parte delle truppe siracusane erano mercenarie, i costi dell’assedio stavano mandando in bancarotta la polis siciliana: se gli ateniesi avessero adottato una tattica temporeggiatrice, alla fine la città si sarebbe arresa. In più, la guerra di attrito, avrebbe probabilmente favorito il partito filo ateniese della città che, o avrebbe aperto le porte agli assedianti, oppure avrebbe imposto la pace.

Dal punto di vista politico, la paura di Nicia, se l’esercito fosse tornato con le pive nel sacco, era di mandare a ramengo la sua carriera politica. Nell’ipotesi migliore, vi era la spada di Damocle dell’ostracismo, istituzione che ogni tanto sarei tentato di voler vedere reintrodotta anche in Italia, specie all’Esquilino, per togliersi dalle scatole qualche ex politico ciarlatano, il cui nome deriva da ostrakon, che significa “coccio di vaso di terracotta” o “conchiglia”: questo perché, in un mondo in cui il papiro scarseggiava poiché costoso prodotto importato dall’Egitto, bozze, appunti e votazioni venivano eseguite su frammenti di vasellame.

L’ostracismo prevedeva il punire con un esilio temporaneo di dieci anni coloro che avrebbero potuto rappresentare un pericolo per la città. Per individuare i potenziali condannati, si procedeva a una votazione: nella sesta pritania, il periodo di tempo, pari a 35 giorni, durante il quale i cinquanta pritani, i rappresentanti, di ogni tribù ateniese esercitavano il potere, si deliberava se decidere su casi di ostracismo: se la risposta del Bouleuteria, l’assemblea dei rappresentanti delle tribù, era affermativa, si procedeva a votare durante l’ottava pritania. La procedura dello scrutinio avveniva entro il momento della giornata in cui fosse ancora possibile leggere le iscrizioni con la luce del sole, per poi proclamare i risultati prima del tramonto

Nella prassi, due erano le ipotesi che si venivano a costituire: quando i votanti dovevano decidere se allontanare o meno un unico cittadino (e in questo caso, per valutare se il risultato finale fosse stato positivo o negativo, si adottava nello scrutinio dei voti il criterio della maggioranza semplice, 50%+1), oppure se la scelta ricadeva tra più cittadini (in tale ipotesi si applicava il criterio della maggioranza relativa, cioè tra “n” nomi quello più ripetuto nello spoglio degli ostraka).

Se il numero necessario per l’esito favorevole del procedimento era raggiunto, il cittadino veniva esiliato per 10 anni, pena la morte se fosse rimasto nell’Attica. Il cittadino poi tornava in possesso dei diritti civili e politici, le sue proprietà non venivano confiscate ed egli poteva nominare una persona che gestisse i suoi affari e gli girasse eventuali proventi. Il provvedimento non colpiva inoltre i familiari, ai quali rimaneva permesso frequentare la polis o continuare a vivervi.

Secondo Aristotele, l’ostracismo fu ideato da Clistene nel 510 a.C.; alcuni, appoggiandosi a un frammento di Arpocrazione, datano la sua istituzione a circa vent’anni dopo, quando ve ne fu la prima applicazione (vittima fu Ipparco di Carmo, della famiglia dei Pisistratidi).

Ma questo era il caso migliore: gli ateniesi erano assai entusiasti di applicare la battuto che Voltaire fece nel Candido sugli inglesi

Dans ce pays-ci, il est bon de tuer de temps en temps un amiral pour encourager les autres

Ossia

In questo paese è cosa saggia uccidere un ammiraglio ogni tanto per incoraggiare tutti gli altri

Pensiamo al casino che successe dopo la vittoria navale delle Arginuse, Terminata la battaglia, i comandanti ateniesi dovettero decidere su quale dei vari compiti urgenti avrebbero dovuto focalizzarsi. Conone era ancora bloccato a Mitilene da 50 navi spartane e un’azione decisiva contro di esse avrebbe potuto affondarle prima che potessero unirsi ai resti della flotta di Callicratida. Al tempo stesso, erano da soccorrere i sopravvissuti delle 25 navi ateniesi affondate o danneggiate durante la battaglia, che erano nel mare davanti alle isole Arginuse.

Per risolvere entrambi i problemi, gli strateghi decisero di andare tutti e otto con gran parte della flotta a Mitilene, dove avrebbero tentato di liberare Conone, mentre i trierarchi Trasibulo e Teramene sarebbero rimasti indietro con 47 navi a recuperare i sopravvissuti; entrambe queste missioni, comunque, furono impossibilitate dall’arrivo improvviso di una tempesta, che respinse le navi in porto: la flotta spartana di Mitilene, comandata da Eteonico, fuggì, e fu impossibile recuperare i marinai in mare, che affogarono.

Ad Atene la gioia provocata da questa vittoria inaspettata fu rapidamente soppiantata dal dibattito riguardante la responsabilità dell’annegamento dei naufraghi. Quando gli strateghi seppero del malcontento della popolazione per il mancato salvataggio dei naufraghi, ritennero che Trasibulo e Teramene, che erano già tornati in città, ne fossero responsabili, e scrissero alcune lettere all’assemblea per denunciare i due trierarchi, incolpandoli del disastro.

I trierarchi risposero con successo alle accuse e l’astio della folla si rivolse agli strateghi; questi ultimi furono esautorati e obbligati a tornare ad Atene per essere processati. Due di loro, Aristogene e Protomaco, fuggirono, mentre gli altri sei obbedirono. Dopo essere tornati furono imprigionati e uno di loro, Erasinide, fu processato e condannato per vari motivi, inclusa una cattiva condotta nella battaglia. Questo processo potrebbe rappresentare un tentativo da parte degli strateghi di verificare l’umore della città, visto che Erasinide, che aveva proposto di abbandonare del tutto i sopravvissuti nelle discussioni dopo la battaglia, potrebbe esser stato il bersaglio più facile tra i sei. La questione di come trattare gli strateghi per non aver recuperato i sopravvissuti fu poi discussa nell’assemblea: il primo giorno di dibattito i comandanti riuscirono a conquistare la simpatia della folla dando la colpa dell’intera tragedia alla tempesta, che aveva impedito ogni soccorso.

Sfortunatamente per loro, comunque, il primo giorno di dibattito fu seguito dalle Apaturie, festività nelle quali le famiglie si incontravano e stavano insieme. In questo contesto l’assenza di coloro che erano annegati alle Arginuse fu dolorosamente evidente e, quando l’assemblea si riunì nuovamente, l’iniziativa passò a coloro che volevano trattare gli strateghi duramente. Un politico chiamato Callisseno propose che l’assemblea votasse subito per l’innocenza o la colpevolezza degli strateghi senza ulteriori dibattiti. Eurittolemo, cugino di Alcibiade, e molti altri si opposero alla mozione, dichiarandola incostituzionale, ma smisero di protestare dopo che un altro politico sostenne che la stessa mozione da applicare agli strateghi poteva essere applicata a loro. Dopo aver messo a tacere l’opposizione, gli accusatori tentarono di portare al voto la loro mozione.

Presiedevano l’assemblea i pritani, consiglieri scelti a caso dalla tribù incaricata di supervisionare i lavori dell’assemblea in quel dato mese. A ogni riunione dell’assemblea, uno dei pritani era nominato presidente dell’assemblea, Per caso il filosofo Socrate, che ricoprì cariche pubbliche una sola volta nella sua vita, era epistate il giorno in cui gli strateghi furono processati. Dichiarando che “non avrebbe fatto nulla di contrario alla legge”,Socrate rifiutò di mettere ai voti la mozione. Incoraggiato, Eurittolemo salì di nuovo a parlare, persuadendo l’assemblea ad approvare una mozione che stabiliva che gli strateghi fossero processati individualmente e non tutti assieme, come già Socrate aveva proposto.

Tuttavia, grazie ad alcune manovre,, questa vittoria fu annullata e alla fine la mozione originale fu portata avanti. Si andò ai voti e tutti gli otto strateghi furono dichiarati colpevoli e i sei presenti al processo giustiziati, incluso Pericle il Giovane, figlio del grande politico. Se sono riusciti a combinare questo a degli strateghi vincenti, pensate cosa avrebbero potuto fare a quelli sconfitti.

Anche perchè Nicia conosceva bene i suoi polli: gli stessi opliti che protestavano per tornare a casa, ad Atene sarebbero stati i primi a metterlo sotto accusa, dicendo che si era ritirato, rinunciando a una vittoria certa, per la corruzione da parte dei Siracusani

Anche Nicia comprendeva che lo stato degli Ateniesi in Sicilia era più che critico, ma non se la sentiva di rivelare apertamente la fragilità delle loro posizioni ed era contrario a proclamare di fronte a una folla numerosa la risoluzione di sgomberare, nel dubbio che il nemico la potesse risapere. Quando si fosse decisa la partenza, sarebbe stato assai più problematico sparire senza dar nell’occhio alle vedette avversarie. Ma c’era dell’altro: non mancavano nelle condizioni del nemico certi aspetti a lui forse più noti che agli altri colleghi del comando, i quali lasciavano trapelare una speranza: che cioè il nerbo di Siracusa, sottoposto a un progressivo inasprimento del blocco, si sarebbe logorato più e prima della potenza ateniese. Si poteva stremarli, colpendo la loro economia fino all’esaurimento dei fondi: tanto più che con le forze della marina attualmente a disposizione era facile ristabilire la supremazia navale.

In seno a Siracusa, poi, operava un certo partito impaziente di aprir le braccia agli Ateniesi e di consegnar loro la città, e a Nicia si recapitavano appelli, nell’intento di dissuaderlo ad allargare la stretta. Al corrente di queste trame, dubbioso, incline a prendersi un po’ di tempo per scrutar meglio ogni fattore, in realtà non s’era ancora risolto, per un partito o per l’altro: ma in quel suo intervento pubblico ad ogni modo, non si dichiarò disposto a ritrarre l’armata. Prevedeva infatti con sicurezza che in Atene l’assemblea avrebbe sconfessato questo ritiro delle forze, privo di espressa convalida popolare. A valutare il loro contegno, avrebbero trovato laggiù gente sprovvista di un’esperienza oculare sui fatti pari a quella ch’essi s’erano formati sui luoghi d’azione.

Né si poteva sperare che ad Atene si desse ascolto per un imparziale apprezzamento alle critiche, ai rapporti equanimi di altri testimoni: ma purché si facesse avanti uno a proclamare menzogne insinuanti, alle sue parole s’accordava senza esitare la più salda fiducia. Nella stessa truppa, proseguiva Nicia, quei tanti che ora strepitavano d’essere cinti dovunque da minacce, appena in patria avrebbero levato ben diversi strepiti: strateghi venduti, vi siete ben lasciati convincere dai denari a disertare! Sicché decideva, conoscendo personalmente il carattere ateniese, anziché farsi uccidere da una sentenza vergognosa e iniqua del tribunale ateniese, di affrontare contro il nemico, se necessario, tra i pericoli della lotta il medesimo destino di morte.

In quanto allo stato dei Siracusani, insisteva Nicia, era ridotto anche peggio del proprio: spendendo senza risparmio per stipendiare i mercenari, per allestire la catena di capisaldi e per equipaggiare, era ormai un anno, quell’immensa flotta, per ora le finanze siracusane avevano l’acqua alla gola: e di lì a poco era il crollo. Duemila talenti se li era già inghiottiti la guerra: e i debiti si accumulavano. Se poi, con un taglio netto inferto agli stanziamenti militari, rinunciavano a parte degli attuali effettivi, i loro puntelli avrebbero ceduto: poiché la massa delle loro divisioni si componeva più di gente stipendiata ché di milizie cittadine, reclutate per obbligo dalle liste di leva, come appunto quelle ateniesi. In conclusione: prostrarli con un blocco assiduo, soffocante. Ecco per Nicia la tattica da scegliere. E non si potesse dire che loro, Ateniesi, battevano in ritirata piegati dalle paghe di soldati mercenari di cui erano invece immensamente più forti

Nicia nutriva ferma fede in questa soluzione, e vi insisteva con energia, poiché disponeva di ragguagli scrupolosi sul tenore di vita a Siracusa, sulle ristrettezze finanziarie che attanagliavano l’avversario sull’attività di un autorevole partito che, incline a favorire un vittorioso intervento ateniese nella politica siracusana, già da tempo negoziava con lui per sconsigliargli la partenza. Inoltre Nicia era preso da una confidenza più viva che in passato sulle felici probabilità d’imporsi, con le navi almeno.

Demostene però non voleva sentire ragioni. Alla fine, per tacitare il collega, propose un compromesso: togliere l’assedio, senza tornarsene ad Atene. Le truppe si sarebbero trasferite a Catania, da cui sarebbero partiti dei raid per saccheggiare le campagne di Siracusa, mentre la flotta, pur abbandonando il porto, avrebbe continuato in mare aperto, il blocco navale, sfruttando la sua superiorità. Nel frattempo, sarebbe stato spedito un messaggio all’Ecclesia nel chiedere di deliberare sul da farsi, esponendo le difficoltà dell’esercito. Se l’assemblea cittadina avesse proposto il ritiro, Nicia non si sarebbe più preoccupato della sua pellaccia e non avrebbe avuto più alibi.

Demostene però rifiutava energicamente l’idea di ostinarsi nell’assedio, a nessun prezzo: convenne che senza l’autorizzazione ateniese era proibito rimuovere l’esercito dalla Sicilia e che quindi si doveva prolungare la ferma delle truppe in quel paese. Ebbene, a suo giudizio, conveniva trasferirsi a Tapso e lì attendere, o a Catania: centri da cui con l’armata terrestre si sarebbero potute lanciare irruzioni a vasto raggio, per sostenersi con i frutti delle razzie e infliggere pesanti perdite al nemico.

Le navi sarebbero venute utili per provocare scontri in aperti tratti di mare, non in quegli angusti spazi che favorivano la tattica nemica. Al largo, con ampi spazi intorno, nei quali sfruttare adeguatamente il bagaglio di esperienza tecnica che tanto li elevava sulla marina siracusana, sarebbero state molto più ariose e libere le loro manovre d’assalto e di arretramento, senza che la distanza troppo scarsa dalle basi, tra l’altro rigorosamente delimitate, mortificasse lo slancio o compromettesse le ritirate. Per tagliar corto, non gli piaceva affatto quello sproposito di indugiare contro la cinta di Siracusa: urgeva toglier le tende, sgombrare, sparire in fretta. Eurimedonte, si associava al consiglio. Nicia opponeva il veto: e di qui insorsero ripensamenti e lentezze, misti al sospetto che l’ostinazione di Nicia mascherasse il possesso di qualche notizia segreta. In questo stato d’animo gli Ateniesi differirono ogni mossa e si trattennero in quella contrada.

Neanche questo andò bene a Nicia… Per cui, si decise di non decidere

Il Ginnasio di Akragas

Il ginnasio di Akragas è ubicato al margine settentrionale dell’agorà inferiore , occupando un settore mediano della città antica, posto tra la grande area pubblica dell’agorà, al centro dello spazio urbano, e l’imponente area sacra che occupa tutto il settore di sudovest della Collina dei Templi. Agorà inferiore che è generalmente identificata con l’area dell’attuale posteggio del Posto di Ristoro, sia sulla base di rinvenimenti operati negli anni ’50, che sulla scorta delle fonti che collocano il foro nei pressi del Tempio di Eracle (Cicerone Verr. II, 4, 43) e vicino alla porta dell’emporion (Porta IV o Aurea; Livio XXVI, 40).

L’edificio infatti si sviluppa alla base del sistema di terrazzamenti che in età ellenistica ha ridefinito i volumi delle pendici della collina su cui si impostava l’agorà di età greca e,successivamente, il foro della città romana, e si inserisce all’interno di un paesaggio urbano costruito di grande impatto scenografico i cui confronti sono stati trovati in ambito microasiatico e nei contesti archeologici delle isole del Dodecanneso.

La scoperta archeologica del complesso risale agli anni cinquanta del secolo scorso quando a seguito di profondi di lavamenti che avevano interessato l’area venne ritrovato parte del portico e di un lungo sedile che recava un’ iscrizione incompleta con dedica ad Eracle e ad Ermes da parte del ginnasiarca Lucio. Proprio la dedica ad Eracle e ad Ermes fece supporre al Moretti, che per primo studiò e pubblicò l’iscrizione che si dovesse trattare di un ritrovamento connesso ad un Ginnasio poiché, come è noto, tra le divinità venerate nei ginnasi la coppia Eracle-Ermes riveste un ruolo di primo piano, soprattutto a partire dall’età ellenistica.

Iscrizione che tradotta dal greco, dice

Durante il principato di Cesare Augusto, essendo flamine Lucio Egnazio, figlio di Lucio, della tribù Galeria (?)……ed essendo duoviri………. e Sesto….. E(gna)tio(?), figlio di Sesto, Rufo, Lucio (Egnatio?), figlio di Lucio, gimnasiarca degli Efebi e dei Neoteroi, a proprie spese dedica i sedili a Ermes e ad Eracle

Oltre alla datazione, l’iscrizione ci da informazioni sulla magistratura elettiva del duovirato in una città che in età augustea ottenne lo status di municipium e, contestualmente, la presenza del flamen, carica sacerdotale non meglio definita nell’iscrizione che la Fiorentini identifica con il Flamen Augusti, il che implica l’esistenza di un culto imperiale e del gimnasiarca, una sorta di direttore sportivo della struttura.

L’indagine archeologica sistematica dell’area fu avviata solo agli inizi del 2000 ed i risultati sono stati pubblicati da Graziella Fiorentini nella prima monografia dedicata agli edifici pubblici di Agrigento Romana. Allo stato attuale delle ricerche, dell’edificio del ginnasio, databile ad età augustea, si conservano i resti di un esteso porticato in ordine dorico, allineato lungo l’arteria occidentale Nord-Sud del reticolato urbano, e una duplice fila di sedili contrapposti disposti lungo il tratto settentrionale di uno spazio identificabile con la pista allo scoperto.

Ogni fila è suddivisa in due settori, ciascuno delimitato da braccioli, mentre uno spesso strato di intonaco ricopriva i sedili che conservano parte di una lunga iscrizione in lettere greche di età augustea (essa si integra con quella a suo tempo trasferita al Museo di Agrigento). Da tali sedili le autorità cittadine assistevano alle esibizioni o alle sfilate degli atleti.

Il portico si apriva su una pista scoperta larga 9,50 m, la cui pavimentazione era costituita da un battuto disabbia e argilla e, in alcuni tratti, da tritume di pietra arenaria ben pressata. La pista, nella parte terminale verso nord,si collegava ad una rampa di lastre di tufo, oggi interrotta da un vallone, che probabilmente doveva essere in relazione con una vasca che si trova a Nord di questo.

La vasca, di notevoli dimensioni,costruita in blocchi di arenaria e rivestita da uno spesso strato di malta idraulica, conserva le tracce di un sistema di adduzione delle acque costituito da un canale realizzato con tubuli fittili e di un sistema di deflusso costituito da un poderoso canale realizzato in blocchi di tufo parallelo al portico ed in pendenza verso Sud. Il sistema di adduzione e di deflusso doveva permettere il riciclo continuo dell’acqua al suo interno. La presenza di una vasca con acqua sempre pulita è un tratto degno di rilievo del Ginnasio di Agrigentum, segno di un progetto ben articolato dell’intero complesso e di attenzione verso le esigenze degli atleti che dovevano lavarsi prima e dopo gli allenamenti.

Risulta abbastanza convincente l’interpretazione funzionale degli ambienti finora riportati alla luce, il portico infatti sarebbe stato uno xystos, per esercitazioni e per gare al coperto, mentre la pista scoperta corrisponde alla paradromis, struttura per la corsa all’aperto. A proposito del portico e della sua funzione ci sembra molto interessante la presenza di piccoli contenitori di forma ovale e bocca circolare scavati all’interno dei blocchi di arenaria che costituiscono lo stilobate e le fondazioni che lo sostengono, posti negli intercolunni e alimentati attraverso piccoli canali che dovevano accogliere l’acqua piovana che proveniva dal tetto del portico. I contenitori potrebbero essere interpretati come contenitori per l’acqua, indispensabile per le pratiche atletiche, che, come sappiamo da numerosi documenti epigragifici riferibili ad inventari ritrovati in contesti ginnasiali, erano presenti all’interno degli edifici come elementi di arredo mobile.

Dato che nel I sec. d. C. in Sicilia i ginnasi hanno smesso la funzione di luoghi di addestramento militare, la struttura di Akragas era essenzialmente un luogo di educazione e di formazione atletica, ispirata ai modelli della paideia greca all’interno di una città che ancora in età imperiale, nonostante le profonde trasformazioni determinate dall’apporto culturale di Roma, rimane saldamente legata al suo passato e sente ancora fortissimo il suo legame con il mondo greco

Altri edifici e strutture di epoca più tarda (due edifici rettangolari speculari con orientamento Nord-Sud e un edificio circolare, con basi di pietra quadrangolari all’interno lungo il muro perimetrale, che interferisce in parte con le strutture del ginnasio) sono ascrivibili ad un complesso a destinazione pubblica di epoca costantiniana (IV secolo d.C.), interpretati dagli archeologi come magazzini o mercati coperti.

Tra la fine del V e il VII secolo, in conseguenza delle invasioni vandaliche, l’area, perdute ormai le proprie funzioni pubbliche, viene destinata ad attività artigianali. Ben conservati il palmento realizzato nel VII secolo d.C. e le due fornaci per la produzione di ceramica dell’XI secolo d.C.

Santa Ninfa dei Crociferi

Poco nota ai turisti, nonostante la sua bellezza, a causa anche dei lunghi e tormentati restauri, insomma, era messa abbastanza male, è la chiesa di Santa Ninfa dei Crociferi, a via Maqueda. Come accennato altre volte, sino a fine Cinquecento, Palermo mantiene un’impostazione urbanistica che, vuoi o non vuoi, era ancora quella data dai Fenici, incentrata sull’asse Paleopolis, la zona del nostro Palazzo dei Normanni, Cala, che all’epoca come porto era molto più esteso. Il fulcro di tutto, ovviamente, era il nostro Cassaro.

Questa impostazione della città, però, cominciava a mostrare i suoi limiti, sia in termini di viabilità, sia per le esigenze commerciali della borghesia locale e per quelle di rappresentanza dei nobili, mancava lo spazio per i grandi palazzi. In più era emersa la necessità di valorizzare le tenute agricole. Tutto questo convinse i veceré spagnoli e il Senato cittadino ad avviare un’ambizioso piano di ristrutturazione della città.

Fra il 1567 e il 1581 il Cassaro, che da allora all’unità d’Italia verrà chiamato via Toledo dal nome del viceré in carica, fu rettificato e prolungato sia a monte che a valle. La nuova via tagliava così nettamente in due parti la città ed assunse il carattere di asse direzionale lungo il quale si dislocavano le principali attrezzature urbane. Si costruirono anche due nuove porte ai suoi estremi: Porta Nuova, a sud-ovest, fu progettata nel 1569 e costruita a partire dal 1583; Porta Felice, a nord-est, prese il nome di donna Felice Orsini, la molto cornificata moglie del viceré Marcantonio Colonna, il vincitore di Lepanto, e fu realizzata tra il 1582 e il 1632.

Il 4 novembre 1597 il Senato Palermitano, dopo una ventina d’anni di discussioni, grazie alle pressioni del viceré Don Bernardino Cardines duca di Maqueda, uomo di poche chiacchiere e pure troppe azioni, deliberò la costruzione della Strada Nuova o Maqueda. Lo stesso vicerè il 24 luglio del 1600 diede il primo colpo di piccone che avviò i lavori.

La nostra strada tagliava ortogonalmente la via Toledo nella sua parte mediana, divideva così la città in “quattro nobili parti”, operando a Palermo una radicale ristrutturazione urbanistica. Si trattava di un’operazione senza precedenti nell’Europa dell’epoca, che richiese sventramenti di case, chiese, importanti monumenti, tagli di giardini e campi, riempimento di paludi, stagni, canali e vecchi alvei di fiumi, demolizioni a tappeto per oltre 1400 metri in piena città. Lo sventramento, però, non intaccò le aree interne, ma mantennero un’organizzazione degli spazi, che vuoi o non vuoi, era ancora quella arabo normanna.

La costruzione dei Quattro Canti, avviata il 21 dicembre 1608 dal viceré don Juan Fernàndez Pacheco, marchese di Villena, e definitivamente completata nel 1663, nobilitò, con la sua sfarzosa teatralità, il nuovo crocevia dando origine – secondo le testimonianze del tempo – alla

più superba e beninteso fabbrica non pur nella nostra città; ma etiandio nell’Universo; tanto è mirabile e sopra ogni pensiero umano

Il progetto iniziale, concepito con grande monumentalità dall’architetto fiorentino (o romano) Giulio Lasso, fu portato a compimento nel 1620 dal palermitano Mariano Smeriglio (1561 – 1636), ma le opere collaterali di fregi in stucco, statue e fontane, si protrassero almeno fino al 1663.

Ovviamente, la Strada Nova dovette essere nobilitata con la costruzione di chiese: una delle prime fu proprio quella Santa Ninfa dei chierici regolari Ministri degli Infermi, meglio noti come Crociferi, ordine fondato da San Camillo de Lellis, sì quello che ha dato nome all’ospedale romano.

Camillo, originario dell’Abruzzo, aveva intrapreso la carriera militare seguendo le orme del padre, ma una piaga al piede lo costrinse a trascorrere un lungo periodo presso l’ospedale di San Giacomo degli Incurabili a Roma; giudicato guarito, tornò alla sua professione. Dopo essere stato congedato venne assunto come inserviente dai frati cappuccini di Manfredonia, presso i quali maturò la sua vocazione religiosa e iniziò il noviziato.

La riapertura della sua antica ferita lo costrinse a far ritorno all’ospedale di San Giacomo: durante questo soggiorno a Roma, conobbe Filippo Neri, che pure lavorava al San Giacomo, e si pose sotto la sua guida spirituale. Dopo quattro anni riprese il noviziato presso i cappuccini di Tagliacozzo, ma la sua piaga lo costrinse a far ritorno a Roma dove maturò definitivamente la sua vocazione al servizio degli ammalati.

Camillo venne nominato maestro di casa dell’ospedale San Giacomo, con l’incarico di amministrare l’ospedale e dirigerne il personale. Il 15 agosto 1582, osservando gli infermieri al lavoro, ebbe la prima intuizione di istituire una compagnia di uomini “pii e da bene” che lavorassero al servizio dei pazienti non per la retribuzione, ma

volontariamente e per amor d’Iddio … con quella charità et amorevolezza che sogliono far le madri verso i lor proprii figliuoli infermi”

E proprio questi volontari, divennero i nostri Crociferi. Tornando a Santa Ninfa, la costruzione della chiesa fu iniziata il 10 agosto 1601, proprio alla presenza di Camillo. Così un suo biografo dell’epoca descrive l’evento

Visitò poi la Sicilia, e prima la Casa di Palermo, dove andò à Golfo Lanciato con cinque Galee di Spagna, nella qual Città mai piu non era stato fin dal tempo, che fù soldato, quando ivi si giuocò ogni cosa: Dove fù questa volta con tanta divotione ricevuto, che l’istesso Vicerè Duca di Maqueda, essendo andato Camillo a visitarlo, lo vidde, e raccolse con tanta riverenza, che sempre gli parlò scoperto et in piedi. Anzi si compiacque il medesimo Vicerè, con l’intervento dell’Arcivescovo D. Diego d’Aedo, che benedisse, e consacrò la prima pietra della nostra Chiesa di Santa Ninfa, di buttarla esso ne’ fondamenti con sollenne pompa, et apparato nella presenza di Camillo, per la gran divotione, che gli portava: il che fù nel fine d’Agosto

Ma chi è questa Santa Ninfa ? Una delle cinque patrone di Palermo, con Rosalia, Agata, Oliva e Cristina. Secondo una Passio manoscritta risalente al XII secolo, Ninfa sarebbe stata figlia di Aureliano, prefetto di Palermo al tempo di Costantino, cioè agli inizi del IV secolo. Per la conversione di Ninfa al cristianesimo fu decisivo l’incontro e la frequentazione del vescovo di Palermo, Mamiliano. Il padre, Aureliano, cercò in tutti i modi di far recedere la figlia dalla nuova religione, fece persino arrestare Mamiliano con duecento altri cristiani e li sottopose a torture. Poiché ogni tentativo risultò vano, li fece rinchiudere in carcere, ma un angelo li liberò e li condusse in riva al mare, dove trovarono pronta una barca per prendere il largo. Si diressero verso nord e viaggiarono per mare fino all’isola del Giglio, dove rimasero qualche tempo in preghiera e solitudine.

Il desiderio di visitare le tombe degli apostoli Pietro e Paolo li spinse a raggiungere la città di Roma, dove Mamiliano morì subito dopo aver realizzato il suo desiderio e Ninfa lo fece seppellire vicino al mare, ad un miglio da una località denominata Bucina. Un anno dopo, esattamente il 10 novembre, dopo un lungo periodo di stenti, anche Ninfa morì e fu sepolta in una cripta, sempre a Bucina. Gli abitanti del luogo, in seguito all’afflizione provata durante un periodo di siccità, pregarono la santa di intercedere presso Dio affinché piovesse. Si verificò il tanto desiderato miracolo e i fedeli cominciarono a venerarla come una santa.

Le prime notizie riguardanti santa Ninfa risalgono ad un documento pontificio di papa Leone IV (847-855), che cita la chiesa della beata Ninfa martire, nella città di Porto. Successivamente le reliquie della santa furono collocate nella chiesa di San Trifone in Posterula (nel 1113), nella Cattedrale di Sant’Agapito martire a Palestrina (nel 1116), e nella Basilica di San Crisogono a Roma (nel 1123). Fino al 1593, la sua testa era venerata nella chiesa romana di Santa Maria in Monticelli, dove fu portata nel 1098, durante il pontificato di Urbano II. Grazie all’interessamento della moglie dell’allora viceré De Olivares, le reliquie di Ninfa furono traslate a Palermo per essere solennemente deposte nella Cattedrale. Quel solenne ritorno delle reliquie di Santa Ninfa , giunte su un carro trionfale, diventarono poi modello per il futuro Festino di Santa Rosalia.

Tornando alla nostra chiesa, dato che la realizzazione dell’opera era stata incentivata dal Senato palermitano e sovvenzionata con donazioni di nobili famiglie palermitane spinte dalla stima nei confronti del servizio offerto dai crociferi ai sofferenti ed ai moribondi, i nostri religiosi fecero le cose in grande: a Roma idearono un progetto monumentale, che adattato in loco a cura del capomastro Giovanni Macolino. Dato che i crociferi sopravvalutarono di parecchio il budget a disposizione, i lavori proseguirono a passo di lumaca, tanto che la chiesa fu aperta al culto nel 1660, ma ancora priva della facciata e dei decori interni.

La facciata, ideata da Ferdinando Lombardo e concepita secondo gusti rinascimentali, fu iniziata nel 1687 e venne ultimata solo attorno al 1750, dal buon Giuseppe Venanzio Marvuglia, che la terminò nel 1760: dato che i Crociferi, di architettura ne capivano assai, il nostro genialoide preferito fu tenuto sotto controllo e non prese una delle sue solite strambe iniziative.

Ma cosa visitare in questa chiesa ? Cominciamo dalla facciata, in pietra d’Aspra,che si ispira alle linee tardo cinquecentesche degli edifici romani. Articolata su due livelli, sia nel primo che nel secondo coppie di paraste poste a fianco delle aperture, sono collegate tra di loro da una trabeazione; il primo livello si rifà ai caratteri dell’ordine dorico, il secondo a quello ionico. La parte centrale, fortemente elevata, è coronata da un frontone al cui interno campeggia lo stemma dei Crociferi affiancato da festoni; essa presenta un’ampia finestra sormontata da timpano curvilineo, si raccorda mediante volute decorate con festoni a stucco alle due ali laterali, ai cui estremi svettano snelle piramidi; i festoni e gli altri decori in stucco dell’intera facciata sono opera di Luigi Romano.

Si entra tre portali rettangolari, i due minori timpanati, tutti e tre sormontati da rilievi in stucco istoriati: i due riquadri laterali, raffiguranti a sinistra S. Camillo che cura gli infermi e a destra S. Camillo che pone la prima pietra della chiesa di S. Ninfa, sono opere di Vittorio Perez, quello contenuto entro una cornice ellittica, sul portale maggiore, che mostra il Martirio di S. Ninfa, è invece opera di Gaspare Firriolo.

La pianta della chiesa è quella tipica della Controriforma, derivato dalla romana Chiesa del Gesù del Vignola e presenta lo schema a croce, con un ampio presbiterio quadrato al termine di un’unica ampia navata coperta da volta a botte lunettata, affiancata da profonde cappelle tra loro comunicanti. All’incrocio del braccio longitudinale con il transetto doveva essere prevista una cupola, ma mancando i soldi, ispirandosi a quanto fatto da Andrea Pozzo nella chiesa di Sant’Ignazio a Roma, nel XIX sec., fu dipinta a “trompe l’oeil” sul soffitto piano una falsa cupola, opera di Gaetano Riolo, fratello di Vincenzo, scenografo del Real Teatro Bellini di Palermo. Nei quattro pennacchi, Giovanni Li Volsi ha dipinto gli Evangelisti.

Accanto all’ingresso della chiesa, vi sono due peculiari monumenti funebri. Il primo è quello di Lord Acton, il comandante della flotta navale del Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo, che giunse in Sicilia su richiesta della sorella dello stesso Granduca, la regina di Napoli, Maria Carolina. Fu proprio grazie all’azione svolta da Acton che i Borbone poterono ottenere (in funzione antinapoleonica) l’appoggio navale degli inglesi. Quando i sovrani fuggirono da Napoli e giunsero a Palermo, ebbero al loro seguito l’intera corte, compreso Lord Acton. Fu proprio in quel contesto che maturarono storie e dicerie popolari su tresche e scandalosi amori: si parlò addirittura, oltre che di una relazione tra lo stesso Lord Acton e la regina, anche di una presunta tresca tra la stessa Maria Carolina e la moglie dell’ambasciatore Hamilton; tresca che tra l’altro venne anche rappresentata all’interno della Certosa di Bagheria, un bizzarro museo delle cere (oggi museo del giocattolo Piraino) voluto dall’eclettico Ercole Michele Branciforte Pignatelli alla fine del XVIII secolo. A quanto pare Acton aveva trovato a Palermo il modo per accomiatarsi dalla vita politica, avendo sposato a sessantaquattro anni la nipote di tredici anni, da cui tra l’altro ebbe tre figli.

L’altro personaggio il cui monumento funebre si trova vicino l’ingresso della navata di destra della chiesa di Santa Ninfa ai Crociferi, è invece Giuseppe Maria Jurato, giudice della Gran Corte Civile e ricco borghese. Si narra che, dopo aver edificato il palazzo che oggi si affaccia ai Quattro Canti, sul cantone di Santa Ninfa (oggi conosciuto come palazzo Rudinì) il giudice se ne vantasse, soprattutto per disprezzare l’aristocrazia del tempo. Jurato, infatti, per farsi beffe dell’aristocratico dirimpettaio, il ricco Giuseppe Miserendino, una volta terminati i lavori sembra avesse fatto affiggere sul portone d’ingresso la scritta latina “remis et non velis” (“con remi e non con vele”) una chiara allusione al fatto che egli, contrariamente ai nobili, con abnegazione e sacrificio e senza illustri discendenti, fosse stato in grado di raggiungere gli stessi risultati.

La prima cappella del lato destro, un tempo sotto il patronato della famiglia Bologna, è quella dedicata a San Giuseppe, opera dell’architetto crocifero Giuseppe Clemente Mariani. Al suo interno vi si possono ammirare pregevoli opere attribuite al fiammingo Guglielmo Borremans: sull’altare centrale il dipinto che raffigura “il transito di San Giuseppe”, nelle pareti laterali entro cornici ovali, troviamo a sinistra “la Sacra Famiglia” e a destra “San Giuseppe falegname”. La cappella successiva è dedicata a San Venanzio: sopra l’altare a marmi policromi, inserita dentro un’interessante composizione scultorea in stucco con due angeli, opera di Giacomo Serpotta su disegno di Giacomo Amato, si trova un dipinto realizzato da un anonimo artista siciliano nel 1724, raffigurante il martirio di San Venanzio, eseguito su commissione di donna Margherita Castelli-Colonna principessa di Castelferrato. Sulla volta l’affresco dell’Eterno Padre attribuito al pittore palermitano Antonio La Barbera.

La terza cappella della parete di destra é quella del “Sacro Cuore di Gesù”; presenta, sopra un’altare di foggia neoclassica, una statua ottocentesca di pregevole fattura del “Cuore di Gesù”; sulla volta il dipinto che rappresenta la Madonna Assunta (XVIII secolo). Il cappellone e l’altare del transetto di destra, originariamente dedicati a Santa Ninfa oggi sono intitolati alla Madonna Addolorata. Sul sontuoso altare in granito con colonne binate si trova un manufatto ligneo che raffigura l’Addolorata, dell’artista trapanese Giuseppe Milanti. Alle pareti due statue di profeti; a destra “Geremia” di Gaspare La Farina e a sinistra “Simeone” opera di Andrea Sulfarello. In origine sopra l’altare si trovava una pala che raffigurava “Santa Ninfa” dipinto di Filippo Palladini, oggi non più esistente. Nelle pareti laterali, prima di arrivare al transetto, sia a destra che a sinistra si trovano due balconcini tipicamente barocchi, retti da putti alati scolpiti in legno dorato.

L’ampio presbiterio, riccamente ornato di stucchi dorati e di elementi decorativi, fu costruito tra il 1624 e il 1649. Lo sfondo è occupato quasi interamente dalla grande pala d’altare preziosamente incorniciata da un volo d’angeli in stucco, che raffigura le “Quattro Sante Patrone della città”, Ninfa, Agata, Rosalia e Oliva, con la Vergine, San Giuseppe e la S.S. Trinità, opera magistrale di Gioacchino Martorana del 1768, commissionata da donna Francesca Perollo marchesa di Lucca. Anche gli affreschi delle pareti del coro e della volta sono attribuiti al Martorana; a destra troviamo San Gregorio e San Girolamo, a sinistra San Agostino e S. Ambrogio. Sulla volta sempre di G. Martorana, entro una cornice mistilinea, il “Trionfo della Croce” tra i santi Andrea e Pietro. Il magnifico altare maggiore, in marmi policromi, fu disegnato da G.Venanzio Marvuglia.

Nel cappellone del transetto di sinistra troviamo il monumentale altare dedicato a San Camillo de Lellis, originariamente intitolato a San Carlo Borromeo. L’elegante altare ligneo a finto marmo è del 1742. La pala al centro dell’altare che rappresenta “San Camillo che sta per salire al cielo” è probabile opera di Gaspare Serenario. In basso, entro una teca, sono poste alcune reliquie del santo e un busto in cera ricavato subito dopo la sua morte. La cappella che segue, la terza entrando da sinistra, e la “Cappella del Crocifisso” già della famiglia Marassi. Statue in stucco, interpretati qui con mano felice da Giacomo Serpotta, raffigurano “la Triade Dolorosa” con la Madonna, la Maddalena e San Giovanni ai piedi del magnifico crocifisso ligneo dell’altare. Nel pavimento, la cripta della famiglia di G.B.Marassi e ai lati due monumenti funebri di membri della stessa famiglia.

Più avanti la cappella della “Madonna della salute”, un tempo intitolata ai santi Liberale ed Evanzia. Ai lati dell’altare, in marmi policromi, le statue in stucco di scuola serpottiana, che raffigurano “La Giustizia” a sinistra e “La Penitenza” a destra. I due affreschi posti sugli archi di comunicazione si riferiscono ai santi Liberale ed Evanzia. Infine, la prima cappella da sinistra dedicata a S. Rosalia con affreschi (in stato di forte degrado) di Alessandro D’anna che raffigurano “S.Filippo Neri in gloria”, a destra e “S.Maddalena in penitenza” a sinistra. Al centro dell’altare possiamo ammirare la statua lignea di S.Rosalia proveniente dalla cinquecentesca chiesa della “Madonna delle Grazie dei Macellai” semidistrutta dai bombardamenti del 9 maggio del 1943.

La Casa Professa dei Crociferi, in cui è presente l’Oratorio della Oratorio della Santissima Carità di San Pietro, di cui ho parlato in passato, fu costruita nella prima metà del ‘600 e, lungo i secoli ha avuto una storia tormentata. Nel 1866 è passata al pubblico Demanio che l’ha adibita a sede di uffici pubblici. Attualmente è in parte occupata dalla Scuola Superiore di Economia e Finanza “E. Vanoni” ed in parte adibita a canonica. Il fulcro di tutto costituito da un porticato che si sviluppa su tre corsie con in ogni lato sette arcate a tutto sesto,al centro tra le piante v’è un’ancora posta in memoria di marinai morti in mare.Dal chiostro diparte uno scalone in marmo rosso alla cui fine è posta una bellissima statua di San Camillo opera di Giacomo Serpotta.

Anche se poco lo sanno, sotto la chiesa vi è anche la Cripta in cui erano seppelliti i membri della Confraternita della Santissima Carità di San Pietro, risale al 1787. Una rampa di scale da accesso ad un ambiente coperto da volta a botte lunettata. Alle pareti sono scavati 35 loculi orizzontali, oggi quasi totalmente privi di resti mortali. Ad est è l’altare, privo di immagine, mentre sulla parete opposta, entro una cornice, vi è una lapide

Gli esordi di Giorgione nella pittura religiosa

In parallelo alla sua attività di street artist, Giorgione si dedicò alla più tradizionale attività di pittore su cavalletto, incentrato sui prodotti che, all’epoca, andavano per la maggiore nella Venezia dell’epoca: Sacre Conversazioni, finalizzata alla devozione privata, portate alla moda da Giovanni Bellini, Ritratti, in cui la borghesia locale, per celebrare il suo successo economico, comincia a imitare la nobiltà delle corti padane, nella rappresentazione di sé e delle sue aspirazioni e quadri che potremmo definire dei rebus, il cui significato è noto solo al committente.

La diffusioni di quest’ultimi è anche legata al successo dell’Hypnerotomachia Poliphili, letteralmente “Combattimento amoroso di Polifilo in sogno”, è un romanzo allegorico, stampato a Venezia da Aldo Manuzio il Vecchio nel dicembre 1499, con 169 illustrazioni xilografiche. Il racconto descrive un sogno erotico del suo protagonista, Polifilo. Si tratta di un viaggio iniziatico che ha per tema centrale la ricerca della donna amata, metafora di una trasformazione interiore alla ricerca dell’amore platonico. Il viaggio iniziatico richiama alla mente quello di un altro grande romanzo dell’antichità, le Metamorfosi di Apuleio.

Ora, non sappiamo nulla di chi la scrisse, né dell’autore delle illustrazioni: sul primo, però abbiamo un indizio. La prima lettera di ogni capitolo, decorata in modo elaborato, forma un acrostico:

POLIAM FRATER FRANCISCVS COLVMNA PERAMAVIT

ossia

fratel Francesco Colonna amò intensamente Polia

dove frater poteva avere sia il significato di frate, sia di membro di un sodalizio culturale. In ogni caso, l’autore dove conoscere a fondo sia l’architettura e la cultura classica e doveva essere influenzato dalla visione filosofica di Gemisto Pletone. Si sa ancora meno circa l’autore delle illustrazioni, ma i contemporanei ritenevano che fosse Benedetto Bordon, uno dei principali incisori e miniatori veneti di quel tempo. Ovviamente, per soddisfare queste commissioni private, Giorgione doveva avere una bottega: dato che all’epoca, come oggi, i locali a Venezia costavano un occhio della testa, per affittarne uno, l’artista dovette dividere le spese con un socio.

Si trattava di Vincenzo Catena, poco più grande di lui, era nato infatti nel 1470, che si dedicava principalmente ai ritratti e che rispetto a Giorgione, aveva probabilmente una formazione differente: invece che essere cresciuto nella bottega di Giovanni Bellini, Vincenzo, un altro outsider, proveniente dalla provincia, non quella euganea, ma dalla Dalmazia, era stato prima un allievo dei fratelli Vivarini, per poi avvicinarsi allo stime di un grande e sottovalutato pittore, Cima da Conegliano. Solo dopo la morte del socio e le commissioni di umanisti come il Bembo ed il Trissino, Vincenzo si accostò alle atmosfere artistiche elaborate da Giorgione. Che i due artisti fossero in ottimi rapporti, lo testimonia un’iscrizione presente sulla Laura del maestro di Castelfranco

1506. adj. primo zugno fo fatto questo de mā de maistro zorzi da chastel fra… cholega de maistro vizenzo chaena ad istanzia de mis giacmo…”.

Detto questo, cominciamo a esaminare i dipinti religiosi di Giorgione di quegli anni, tenendo che ahimé ne sono rimasti pochi e dall’attribuzione controversa. Senza dubbio, debbono essere stati più numerosi: la richiesta di questa tipologia di quadri infatti fu trainata dalla diffusione a Venezia della devotio moderna, movimento di rinnovamento spirituale che auspicava una religiosità intima e soggettiva e che aveva uno dei suoi punti saldi nella imitatio Christi, ovvero nell’aspirazione a percorrere la via della perfezione evangelica migliorando se stessi sull’esempio del Cristo.

Le immagini, quindi erano visti come strumento di meditazione e di supporto alla preghiera: ricordiamo come n Italia la «Devotio moderna» ha i suoi centri in S. Giorgio in Alga a Venezia con S. Lorenzo Giustiniani e in santa Giustina di Padova con Ludovico Barbo, entrambi membri delle principali famiglie del patriziato della Serenissima. Sempre a Venezia, fu pubblicata nel 1488 la prima tradizione italiana dell’Imitatio Christi di Tommaso da Kempis.

La prima di queste opere di Giorgione, anche se alcuni la attribuiscono a un giovanissimo Sebastiano del Piombo, è la Madonna col Bambino e i santi Caterina d’Alessandria e Giovanni Battista, conservata alle Galleria dell’Accademia. Il dipinto fu donato nel 1838, a seguito di un lascito di Girolamo Contarini. All’interno di una stanza con una finestra che si apre su paesaggio collinare e un piccolo borgo, la Madonna tiene sulle ginocchia Gesù bambino. Sul lato destro, Caterina d’Alessandria, con la ruota dentata del martirio, e Giovanni Battista con la croce. La croce è priva del cartiglio;con la scritta “Agnus Dei”, ma preannuncia comunque la futura crocifissione di Cristo sul Golgota.

Nella Devotio Moderna, il culto di Santa Caterina d’Alessandria aveva un ruolo fondamentale, a causa della leggenda che raccontava la sua visione della Madonna con il Bambino che le infilava l’anello al dito facendola sponsa Christi, obiettivo dell’anima di qualsiasi cristiano. Cosa che fu ampliata anche da un altro bestseller dell’epoca, le visioni della mistica tedesca Matilde di Hackeborn, a cui apparve in visione Caterina, tra l’altro ci sono forti dubbi sulla sua effettiva esistenza storica: entrambe ebbero un dialogo sul significato di un canto in suo onore, sulle sue nozze mistiche con Gesù e sull’Eucaristia, altro fulcro della religiosità dell’epoca. Uno dei brani, infatti diceva

La mia bellezza è quello splendore e quella dignità che Cristo diffonde sopra i suoi fedeli, ornandoli della ricca porpora del suo Sangue. Orbene, sappi che questo splendore si rinnova e si accresce ad ogni Santa Comunione; chi si comunica una volta raddoppia questo splendore; ma chi si comunica cento e mille volte, altrettanto aumenta questa bellezza dell’anima sua

Meno controversa, è l’attribuzione a Giorgione del quadro Madonna col Bambino in un paesaggio conservata a San Pietroburgo: sempre per rispondere a questa richiesta di pittura religiosa destinate alla case private, gli artisti veneziani si dedicavano alla proposizione di nuove iconografie. Ad esempio invece di mettere la Madonna su un trono, circondata da santi, iniziava ad essere frequente la sua collocazione nel paesaggio, ampliando il concetto di giardino mistico.

Giorgione interpretò questo tema, raffigurando Maria seduta di tre quarti verso sinistra, spostata rispetto all’asse del dipinto e piegata verso il Bambino che tiene sulle ginocchia, mentre si protende con il braccio destro per tenergli il capo addormentato. Gesù è nudo, mentre la Madonna indossa un’inconsueta veste verde e rossa, che spicca con un panneggio pesante e sovrabbondante rispetto allo sfondo paesistico, impostato sulle tonalità del verde, del giallo e del marrone, oltre al cielo azzurrino nel quale si confondono, per effetto della foschia, le montagne più lontane. La rappresentazione è altamente lirica, con un legante luminoso dorato che crea un effetto caldo e pacatamente intimo, fondendo le figure col paesaggio.

Il culmine di questa produzione è ne La Sacra Famiglia Benson, un dipinto a olio su tavola, conservato nella National Gallery of Art a Washington. L’opera proviene forse dalle collezioni di Carlo I d’Inghilterra, passata poi a Giacomo II, che la vendette facendola finire al mercante Allart van Everdingen, residente tra Haarlem e Amsterdam. Sarebbe poi passata in Francia e attraverso varie collezioni sarebbe infine comparsa sul mercato nel 1887. Nel 1894 era nelle collezioni londinesi di Robert Henry Benson, che diede il nome all’opera. Nel 1927 la sua intera collezione d’arte venne venduta, tramite i Duveen Brothers, a Samuel H. Kress, che poi la donò alla nascente galleria nazionale americana nel 1952.

Giorgione, per suggerimento o influenza del suo socio Vincenzo Catena, adotta un’iconografia che era stata inventanta da Alvise Vivarini: la Sacra famiglia è raccolta attorno al Bambin Gesù, che si divincola tra le braccia di Maria come un vero neonato, in una rovina, che rappresenta il Mondo Pagano, in cui si apre un arco che inquadra un paesaggio, metafora del mondo dell’Antico Testamento, dominato da una torre. Ricordiamo che uno degli attributi della Vergine nelle litanie mariane è Turris Eburnea: questo perché Maria, nata sotto la Vecchia legge, ha svolto il ruolo di “ponte”, con la Nuova. Giuseppe siede su un muretto grezzo, mentre la Madonna è assisa su una roccia nuda, cose che si riferiscono all’incompletezza del mondo prima della venuta di Cristo.

Se nella la postura delle figure il quadro ricorda il “protoclassicismo” di Lorenzo Costa, mentre la fisionomia di Giuseppe riecheggia Giovanni Bellini; se l’influenza belliniana è abbastanza scontata, più complesso da definire è il legame con il pittore ferrarese. Lorenzo è probabilmente compie un breve viaggio a Venezia nel 1490, ma la data è troppo bassa, per ipotizzare un legame diretto con Giorgione. Si potrebbe invece ipotizzare un viaggio, altrettanto breve, di Giorgione a Bologna e Ferrara: ora, Lorenzo è il primo, nella pittura italiana, con il Concerto della National Gallery di Londra, ha rappresentare questo tema nella pittura italiana, non episodio musicale all’interno di un diverso e più ampio contesto, ma vero e proprio triplice ritratto di cantori. Il fatto che Giorgione sia uno dei primi a proporre questa tipologia di quadro a Venezia, con le cosiddette Tre età dell’Uomo, è un ulteriore di indizio di un possibile contatto diretto.

Nel quadro, poi ci sono, sia nella descrizione dei dettagli minuti in primo piano, sia nel il panneggio sovrabbondante e dalle pieghe secche, come increspate nella carta, in richiamo all’arte nordica, dovuta sia alla diffusione delle stampe tedesche, sia al possibile soggiorno veneziano di Hyeronimus Bosch, magari ne parlerò in un altro post, tipicamente giorgionesca è invece la predominanza del colore, che determina il volume delle figure, steso in strati sovrapposti senza il confine netto dato dal contorno, che tendono così a fondere soggetti e paesaggio, quasi a preannunciare il tonalismo delle grandi opere successive.

Vita e Morte di Pico della Mirandola

Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine

E’ un brano dell’Oratio de hominis dignitate, con cui Pico della Mirandola da una delle più belle definizioni della Natura Umana. Pico, detto fra noi, è un personaggio straordinario, che se fosse vissuto nel mondo anglosassone, gli avrebbero dedicato decine di romanzi e di film: in Italia, purtroppo, è conosciuto, più o meno, per la sua proverbiale memoria e per essere stato l’ispirazione del nome italiano dello zio di Paperino, Ludwig von Drake, il nostro Pico de Paperis, noto per il suo spropositato numero di lauree, spesso bizzarre o inutili.

Pico nasce il 24 febbraio 1463 a Mirandola, presso Modena, il figlio più giovane di Gianfrancesco I, signore di Mirandola e conte della Concordia (1415-1467), e sua moglie Giulia, figlia di Feltrino Boiardo, conte di Scandiano. Come si può intuire, tutto si può dire, tranne che fosse un morto di fame: La famiglia aveva a lungo abitato il castello di Mirandola, città che si era resa indipendente nel XIV secolo e aveva ricevuto nel 1414 dall’imperatore Sigismondo il feudo di Concordia. Pur essendo Mirandola uno stato molto piccolo, i Pico governarono come sovrani indipendenti piuttosto che come nobili vassalli. I Pico della Mirandola erano strettamente imparentati agli Sforza, ai Gonzaga e agli Este, e i fratelli di Giovanni sposarono gli eredi al trono di Corsica, Ferrara, Bologna e Forlì.

Dopo la morte del padre, si scatenano una serie di discussioni sulla divisione dell’eredità, che porta a un accordo tra i suoi tre fratelli maggiori, nel 1469: Pico, sotto la tutela della madre, riceve un vitalizio: l’idea è che, da buon cadetto, prenda gli ordini sacri e si arricchisca con la carriera ecclesiastica, collezionando benefici. A tal proposito, nel maggio o nel giugno del 1473 il cardinale Francesco Gonzaga conferisce a Pico in Bologna il titolo di protonotario apostolico. Ora, con il ritorno del Papa a Roma da Avignone, era sorto il problema di riorganizzare tutta l’ammistrazione della Curia Pontificia; sette notari che assunsero il nome di protonotari, cioè di “primi notari” e avevano il compito di stendere gli atti apostolici della Curia romana, da cui l’aggettivo “apostolici”.

Ovviamente, il numero iniziale si dimostrò insufficiente alle esigenze burocratiche: per cui furono creati i soprannumerari, possiamo definirli notai aggiuntivi e gli ad instar participantium, provvisori, che servivano a gestire improvvisi carichi di lavoro. Dato che questa carica dava potere, soldi e prestigio, si scatenò la corsa per ottenerla. Per evitare problemi e casini, fu istituita una sorta di preselezione, con la nomina dei titolari, una sorta di riserva: questi non facevano parte dell’organigramma della Curia pontificia, non percependo stipendio e non godevano di eventuali benefici ecclesiastici. Però, in caso di morte o indisposizione di un titolare, avrebbero avuto la priorità nell’occupare questo ufficio. Dato che la preselezione era assegnata a vescovi e cardinali, questi non si fecero scrupolo di assegnare il ruolo a amici e parenti. Alla fine ci furono talmente tanti protonotari apostolici titolari, come nel caso di Pico, che questo si ridusse a poco più di un titolo onorifico.

Pico trascorre il biennio 1477-78, godendo di una sorta di borsa di studio pontificia, per studiare giurisprudenza, nell’Università di Bologna, città dove si era trasferita anche la madre Giulia, in lite con il figlio Galeotto, sempre par la questione dell’eredità. Giulia muore il 13 agosto 1478: Pico, che non vuole essere infognato nelle beghe familiari, trova un accordo con i fratelli. In cambio, ottiene un aumento del vitalizio e la possibilità di abbandonare gli studi giuridici e la carriera ecclesiastica e dedicarsi alla sua passione, lettere e filosofia.

Per questo si recò allo Studio di Ferrara, dove giunfe il 29 maggio del 1479 ma, in un mese imprecisato di quell’anno (con ogni probabilità nella primavera del 1479) si trasferisce brevemente a Firenze incontrando forse per la prima volta Marsilio Ficino, Agnolo Poliziano e Girolamo Benivieni, che lo ricorda poi nella sua Bucolica, stampata nel 1482. A Ferrara, dove soggirona tra il maggio 1479 e la tarda estate del 1480, stringe amicizia con Battista Guarino, conosce Niccolò Leoniceno e Tito Vespasiano Strozzi e probabilmente ha i primi contatti con Savonarola.

Nell’autunno del 1480 Pico si trasferisce a Padova per approfondire gli studi filosofici. Il soggiorno, che si protrae sino all’estate del 1482, gli permette di approfondire la conoscenza di Averroè e l’averroismo: a Padova, infatti, Pico ha modo di ascoltare Nicoletto Vernia e soprattutto di incontrare Elia del Medigo, proveniente da Creta, che all’epoca era una colonia veneziana, e già inserito nell’ambiente padovano.

Elia era un ebreo anticonformista e per usare un termine moderno, un libero pensatore, contrario a ogni superstizione: per lui, la conoscenza di Dio e del Mondo doveva basarsi sulla Ragione, non sul misticismo. Per questo, aveva studiato a fondoo Aristotele e soprattutto Averroè, di cui era in grado di leggere anche gli scritti e i commenti tradotti in ebraico nei secoli precedenti e non ancora noti ai latini. Il suo averroismo è in realta un tentativo di esegesi e di ricostruzione del pensiero originale Aristotele contro le mescolanze dottrinarie con il platonismo, dovute dell’avicennismo e della grande scolastica latina. Per questo, Elia ebbe un approccio genetico e filologico al pensiero di Averroè e di Aristotele, insegnando a Pico le stratificazioni temporali, di conquista successiva della verità, che si scorgono all’interno delle opere dei due filosofi. Cosa assa peculiare per l’epoca insegnamento non fu esercitato solo sui problemi dell’intelletto, che formavano l’interesse precipuo degli averroisti padovani, ma anche sulle questioni del corpus biologico e zoologico di Aristotele. Tra l’altro Elia, è uno dei primi a intuire la natura dei fossili, che lui interpreta come resti degli animali morti durante il diluvio universale.

Elia traduce per Pico durante questo primo soggiorno padovano parecchi commenti averroistici ignoti ai latini e continua a farlo anche quando Pico si allontanò da Padova, in particolare nel corso di due altri incontri che h con Pico: a Firenze nell’estate 1485 e a Perugia e Fratta nell’estate del 1486.

Nella primavera del 1482 Pico lascia Padova, probabilmente a causa dello scoppio della guerra tra la Repubblica veneta e il duca di Ferrara, e si rifugia a Mirandola, dove è raggiunto dal grande editore veneziano Aldo Manuzio. Presso Pico Aldo trova un greco, Emanuele Adramitteno, che il conte aveva condotto con sé da Padova come maestro di lingua: Emanuele, pur essendo un esperto umanista, era un uomo dalla profonda religiosità, in perenne polemica con i seguaci di Gemisto Pletone.

Questo umanista greco era accusato di essere neopagano: in realtà sosteneva, neppure a torto, che Ebraismo, Cristianesimo e Islam, non fossero che delle evoluzioni dell’antica religione di Zoroastro e per andare oltre le loro polemiche e divisioni e ristabile una nuova epoca di pace universale, bisognasse tornare a questa radice comune, creando una società ideale teocentrica fondata sul culto del dio Sole. Ovviamente, questo provocò uno sproposito di polemiche all’epoca. Ad esempio, l’umanista greco Giorgio da Trebisonda così racconta

Io stesso l’ho ascoltato a Firenze, poiché egli venne al Concilio insieme ai Greci, affermare che il mondo intero, dopo pochi anni, avrebbe aderito ad una sola ed identica religione, con un solo animo, una sola mente, un solo insegnamento. E quando io gli chiesi: ‘Quella di Cristo o di Maometto’?, egli rispose: ‘Nessuna delle due, ma una non diversa da quella dei Gentili’. Fui così scandalizzato da tali parole che l’ho sempre odiato e l’ho sempre temuto come una vipera velenosa, e non ho più potuto sopportare di vederlo o di ascoltarlo. Ho anche saputo da alcuni greci, che qui erano fuggiti dal Peloponneso, che egli aveva pubblicamente affermato, circa tre anni prima di morire, che – non molti anni dopo la sua morte – Maometto e Cristo sarebbero stati dimenticati e la effettiva verità avrebbe trionfato in ogni parte del mondo

Polemica che portò alla distruzione del suo Trattato sulle leggi, in cui si parlava dei questa società ideale e in cui è presente il suo inno al Sole, il cui incipit è il seguente

Apollo re,
tu che regoli e governi tutte le cose nella loro identità,
tu che unifichi tutti gli esseri,
tu che armonizzi questo vasto universo così vario e molteplice,
o Sole, Signore del nostro cielo,
sii a noi propizi

Pletone morì a Mistrà, la capitale del Despotato di Morea, nei pressi dell’antica Sparta, da cui deriva il nome del liquore, il 26 giugno 1452, quasi centenario. Il cardinal Bessarione, che lo stimava nonostante le differenti idee.

Ho saputo che il nostro comune padre e maestro ha lasciato ogni spoglia terrena ed è salito in cielo…per unirsi agli dèi dell’Olimpo nel mistico coro di Iacco. Ed io mi rallegro di essere stato discepolo di un tale uomo, il più saggio generato dalla Grecia dopo Platone. Cosicché, se si dovessero accettare le dottrine di Pitagora e Platone sulla metempsicosi, non si potrebbe evitare di aggiungere che l’anima di Platone, dovendo sottostare agli inevitabili decreti del Fato e compiere quindi il necessario ritorno, è scesa sulla terra per assumere le sembianze e la vita di Gemisto. Personalmente, dunque, come ho già detto, mi rallegro all’idea che la sua gloria si rifletta anche su di me; ma se voi non esultate per essere stati generati da un padre simile, voi non vi comporterete come si conviene, perché non si deve piangere un tale uomo. Egli è diventato motivo di grande gloria per l’intera Grecia; e ne sarà l’orgoglio dei tempi a venire. La sua reputazione non perirà, ma il suo nome e la sua fama saranno perennemente tramandati a futura memoria

Nè fu dimenticato da Sigismondo Malatesta, quello che Ezra Pound definiva il migliore perdente della Storia, che nel suo tentativo di liberare il Peloponneso dai Turchi, portò i suoi resti in Italia, per seppellirli nel Tempio Malatestiano di Rimini. Tornando a Pico, Emanuele Adramitteno, oltre a fargli approfondire la conoscenza dei classici, rafforza la sua profonda religiosità, che ogni tanto fa capolino nella sua vita.

Nel settembre 1483 Pico accompagna Adramitteno a Pavia, dove il greco aveva trovato forse una condotta di insegnamento. Ma presto ritorna indietro; Aldo lo incontra infatti di nuovo a Carpi, nel novembre 1483, presso la sorella Caterina, vedova ormai di Leonello Pio, signore della cittadina. A Carpi Pico si ferma sicuramente sino al luglio, ma già nella tarda estate o nel primo autunno del 1484 si recò a Parigi, per un viaggio di cui non si sa quasi nulla. Ritornato dalla Francia, si reca sui primi di dicembre del 1484 a Firenze, desideroso di approfondire lo studio di Platone: Pico, per gli studi compiuti con Adramitteno, nonostante l’opinione del suo primo maestro Elia del Medigo, si era convinto che analizzando in profondità – di là dalla corteccia delle parole – le soluzioni ai diversi problemi filosofici elaborate da Platone e da Aristotele, si poteva dimostrare la sostanziale loro concordanza,

A Firenze Pico incontra una società ben diversa da quella feudale e cortigiana che aveva conosciuto sino ad allora, in cui, a prescindere dalla gerarchia sociale, che certo esisteva, contavano soprattutto il sapere e la cultura. Qui poté vivere davvero ciò che dall’inizio della rivoluzione petrarchesca aveva significato l’adozione del ‘tu’ latino e umanistico, e così si trovò a cooperare con uomini come Ficino e Poliziano, di famiglie borghesi, che dovevano il loro riconoscimento sociale solo alla loro capacità di studio e insegnamento.

L’incontro con la cultura fiorentina comporta poi anche fare i conti con una tradizione volgare ben più cólta e articolata di quella praticata nelle corti settentrionali, in cui di fatto si parlava un mix tra dialetto locale e calchi dal latino e dal toscano, e con una lingua non solo volta al verso, ma anche a prose morali, religiose e filosofiche, in cui si esercitava anche il primo cittadino di Firenze, Lorenzo il Magnifico, che sempre ammirò, amò e protesse Pico, il quale, alcuni anni dopo, il 15 luglio 1486, gli indirizzò una lettera, dove si trovavano acuti giudizi sulla poesia di Dante e Petrarca.

Nell’estate del 1485 lo raggiunge a Firenze Elia del Medigo, che, tra l’altro, tradusse per lui la parafrasi di Averroè della Repubblica platonica. Una lettera di Ficino a Domenico Benivieni databile al 1485 rivela delle dispute frequenti, avvenute nella casa di Pico, che Elia e un certo Abraham avrebbero sostenuto contro l’ebreo converso Guglielmo Raimondo Moncada (meglio conosciuto poi con il nome di Flavio Mitridate) a proposito della veridicità delle profezie veterotestamentarie riguardanti Cristo.

Guglielmo è un altro personaggi da romanzo che appaiono in questo post: figlio di un rabbino arabo-spagnolo, si convertì al cattolicesimo poco prima del 1470. Verso il 1477 si trasferì a Roma, dove, per la sua conoscenza delle lingue orientali e della letteratura cabalistica, si conquistò la stima del card. Giovan Battista Cybo (il futuro Innocenzo VIII) e di Sisto IV, ed entrò in rapporto con Federico di Montefeltro duca di Urbino: per gli uni e per l’altro eseguì la traduzione in latino di numerosi testi cabalistici. Nel 1482 insegnava teologia alla Sapienza. Costretto per un oscuro delitto a lasciare Roma, si recò a Colonia (dove nel 1484 pubblicò Dicta septem sapientium), poi a Lovanio, per poi tornare a Firenze.

Al 1485 risale anche una delle polemiche culturalmente più significative sostenute da Pico. Barbaro, infatti, gli aveva scritto per esortarlo a proseguire gli studi greci, mostrandosi d’accordo sulla sua idea di una concordia tra Platone e Aristotele, ma aveva poi inveito contro l’ultima Scolastica, contro i ‘Teutoni’ «sordidi, rudes, inculti, barbari»; quasi ci fosse un nesso necessario tra l’eleganza dello stile e la capacità di indagare il vero. Pico rispose prontamente, il 3 giugno 1485, con una lettera, subito celebre, in cui difese la tradizione filosofica dell’antica e moderna scolastica, con il suo patrimonio di distinzione e di chiarezza, ma anche con una sua particolare e rispettabile lingua e sintassi (lo stilus parisiensis), elevando di fronte al più vecchio e rispettabile amico una coraggiosa e ferma protesta contro la vuotezza di certa cultura del suo secolo, unicamente letteraria e retorica. Questa difesa di Pico, alla fine del XV secolo, non deve essere considerata alla stregua di neomedievalismo, bensì come atteggiamento caratteristico di alcuni dei meno convenzionali e più aperti ambienti umanistici e di quella parte, altresì, dell’aristotelismo universitario che più era volta al rinnovamento della propria disciplina.

Pico trascorre a Firenze l’inverno tra il 1485 e il 1486, probabilmente impegnato, assieme a Flavio Mitridate, nello studio dell’ebraico, dell’arabo e forse già della Cabala. Ma il 1486 è segnato anche da uno scandalo amoroso: Pico si è innamorato infatti, corrisposto, di Margherita, moglie di Giuliano di Mariotto di Medici (un ramo povero della grande famiglia), che esercita le gabelle di Arezzo. Il 10 maggio 1486, mentre la donna è uscita fuori dalle mura di Arezzo, il conte, probabilmente diretto a Roma con un nutrito gruppo di suoi servitori, finge di rapirla portandola verso i confini della Repubblica di Siena. Arezzo tutta è messa a rumore e il podestà fiorentino della città, Filippo Carducci, inseguì Pico e la sua scorta. Alcuni sono uccisi nello scontro e Pico è fatto prigioniero nelle vicinanze di Marciano, vicino al confine senese. Era un’intrapresa che il conte si sarebbe potuto permettere impunemente con un piccolo borghese dei suoi paesi, ma non in Toscana, adusa da tempo ad alcune garanzie di protezione legale. Per sua fortunaLorenzo de’ Medici interviene e tutto si risolve in un congruo versamento di denaro al marito. Dopo quest’incidente – forse anche per dimenticare e far decantare il clamore dello scandalo – Pico si trasferisce a Perugia e poi a Fratta, presso l’amico perugino Alfano degli Alfani. Qui compose la sua prima opera di impegno filosofico, il Commento sopra una canzona de amore composta da Girolamo Benivieni, in cui critica l’interpretazione neoplatonica di Marsilio Fucino.

A Perugia e a Fratta Pico ha di nuovo ospite Elia del Medigo, con cui lavorò ancora su testi di Averroè. Nell’autunno e nel primo inverno 1486, fatto ritorno a Firenze, si immerge completamente, con l’aiuto di Flavio Mitridate, nello studio dell’arabo e dell’ebraico. Questo converso, di bizzarro e protervo carattere, ma grande conoscitore dell’ebraico, dell’arabo e della tradizione cabalistica, traduce dapprima una serie di testi esegetici ebraici medievali (come il commento al Cantico dei Cantici di Levi ben Gershom), poi inizia la versione di una lunga serie di scritti cabalistici, il primo dei quali fu probabilmente il Commento al Pentateuco di Menachem da Recanati. Era un interesse, questo per la Cabala, che Ficino condannava, ma da cui dissentiva fortemente anche Elia – odiatissimo da Mitridate – come appare in una lettera che il Cretese scrisse a Pico allorché questi, sul finire dell’anno, si trovava già a Roma.

Lo studio della Cabala – con quelli precedenti sulla tradizione aristotelica, platonica e scolastica – doveva servire a Pico alla compilazione nell’autunno del 1486 di novecento tesi che egli voleva discutere a Roma in una grande disputa da tenersi nei giorni successivi all’Epifania dell’anno seguente, in cui avrebbe potuto dimostrare la convergenza di tutte le grandi tradizioni filosofiche e teosofiche dell’Occidente e dell’Oriente. Le Conclusiones nongentae publice disputandae, pubblicate a Roma il 7 dicembre 1486, sono tesi tratte dal patrimonio di tutte le scuole filosofiche e teologiche antiche e moderne; vi sono presenti opinioni non solo dei filosofi antichi, degli arabi, degli ebrei, degli scolastici, ma anche di Ermete Trismegisto, degli antichi maghi e dei cabalisti. Tratte dalla Cabala, le Conclusiones sono veramente la prima notizia fedele delle dottrine segrete del misticismo e della teurgia ebraica che gli intellettuali latini abbiano avuto a disposizione.

A introduzione della grande disputa Pico scrive nell’autunno del 1486 l’Oratio de hominis dignitate: il problema è che tutto questo sforzo di sintesi, nel far convergere posizioni differenti, somigliava parecchio a quello di Gemisto, che papa Innocenzo VIII, molto liberal quando si trattava di questioni di figli illeggittimi e corruzione, guardava con il fumo negli occhi. Il 20 febbraio 1487 il papa emana un breve con cui sospendeva la discussione, affidando a una commissione di teologi il compito di esaminare le Conclusiones e che, riunitasi il 2 marzo 1487, decretò che sette conclusioni risultavano eretiche, mentre altre sei erano in odore di eresia. Pico risponde con la pubblicazione, nel maggio di quell’anno, dell’Apologia conclusionum suarum, in cui si esaltava la libertas philosophandi su tutti i punti che la Chiesa aveva lasciato indecisi. Importanti furono per i contemporanei i chiarimenti dati nell’opera a proposito della magia naturale e della Cabala e l’aperta rivendicazione della possibilità della salvezza eterna di Origene, che fece grande impressione a Erasmo e alla teologia umanistica francese dei primi anni del XVI secolo.

Difesa che Innocenzo VIII non gradisce, tanto da sottoporlo al processo dell’Inquisizione, che condanna in blocco tutte le Conclusiones e ordina l’arresto di Pico, che per non fare una pessima fine, scappa in Francia a gennaio 1488. Varcato il confine, è arrestato nel febbraio 1488 nei dintorni di Lione dagli uomini di Filippo di Savoia, signore di Bresse, che lo consegnò a Carlo VIII, grande amico dei Pico. Il re, più che altro per offrirgli protezione contro le rimostranze dei nunzi papali, lo fece ‘imprigionare’ nella rocca di Vincennes, da dove, rilasciato ai primi di marzo del 1488, facendo una lunga diversione verso il Reno per visitare la biblioteca legata all’ospedale di Kues dal cardinale Cusano, faritorno a Firenze. Tuttavia, il contrasto con Roma, soprattutto mediante i buoni uffici di Lorenzo il Magnifico, poté essere chiuso solo il 18 giugno 1493 con una bolla di assoluzione di Alessandro VI, che nonostante la sua brutta fama, era di parecchie spanne superiore al fenomeno da baraccone del predecessore.

Il nuovo soggiorno fiorentino vede Pico, nuovamente immerso nello studio della Sacra Scrittura, sempre più dibattersi in problemi religiosi e teologici. Lo coadiuvava ora nello studio dell’ebraico Jochanan Alemanno, un ebreo, stabilitosi nel 1488 a Firenze, grande esegeta della Scrittura. Frutto di tali studi sono, tra le altre cose, la traduzione di Giobbe dal Vaticano Ottoboniano latino 607, il commento ad alcuni Salmi e l’Heptaplus, stampato alla fine del 1489, che dimostra come Pico non avesse rinunciato alle sue idee: vi è fatto grande uso dell’esegesi ebraica alla Genesi, è continuamente richiamata l’esegesi cabalistica e vi si trovano idee dell’Oratio e delle Conclusiones. E non a caso l’opera irrita ancora di più Roma, da cui lo difendeva vivacemente Lorenzo, con la mediazione degli ambasciatori fiorentini presso la Curia.

Pico aveva ottenuto dal Magnifico di far tornare Savonarola a Firenze, dove il frate giunse nell’estate del 1490. Il rapporto con Pico, vòlto ormai alla meditazione religiosa, è subito molto stretto: Savonarola sperava presto o tardi di farne un grande luminare dell’Ordine domenicano osservante, ma la cultura dei due aveva una genesi troppo diversa. Pico aveva ben più alta stima dei pensatori antichi, credeva fermamente ancora – come disse in un colloquio con il frate, conservatoci da Pietro Crinito – «posteris etiam se probaturum Christi religionem magna ex parte cum veteri philosophia consentire»; ma soprattutto esitava di fronte alle insistenze di Savonarola a prender l’abito, perché, diciamola tutta era un grande donnaiolo.

Altrettanto stretto diventa anche il rapporto con Poliziano per cui compose verso la fine del 1490 l’opuscolo De ente et uno, frammento, nelle intenzioni di Pico, di una progettata concordia tra Platone e Aristotele. Nell’aprile 1491 – per attendere più quietamente agli studi – Pico cede al nipote Giovan Francesco dei suoi redditi feudali in Mirandola e Concordia dietro il compenso di trentamila ducati d’oro.

Nel giugno 1491 si reca in compagnia di Poliziano a Venezia facendo sosta a Bologna, Ferrara e Padova: in ogni città cercarono libri e rividero amici letterati. L’8 aprile 1492 muore Lorenzo de’ Medici, uno dei più sinceri sodali e patroni di Pico, che accorse subito – come è descritto in una famosa lettera di Poliziano ad Antiquario – al capezzale del morente assieme a Savonarola. Aderendo probabilmente a un progetto ideato da quest’ultimo, teso alla confutazione di tutte le pratiche divinatorie e superstiziose, nel corso del 1492 Pico inizia le Disputationes adversus astrologos, pubblicate postume dal nipote Giovan Francesco.

L’opera è tesa a dimostrare che i cieli e le stelle non emanano alcun influsso, ma solo luce e calore, che essi non sono cause dirette dei fenomeni, ma cause remote e lontanissime, uniformemente determinanti tutta la realtà sublunare e quindi non suscettibili di dare indicazioni utili intorno agli accadimenti terreni particolari. Nel restituire ai fenomeni le cause proprie e prossime, Pico oppose alle pseudoragioni della letteratura astrologica antica e medievale il recupero della genuina filosofia naturale e biologica di Aristotele, tentando di comprendere le esigenze psicologiche e sociali cui cercava di rispondere questa vera e propria sopravvivenza degli antichi culti astrali all’interno della civiltà cristiana che era l’astrologia. Nel condurre questa ‘storia filosofica’ della superstizione, Pico ebbe modo di iniziare la confutazione di quel particolare modo di concepire il succedersi delle grandi religioni profetiche che da Abumasar in poi è noto come ‘oroscopo delle religioni’. Come Pico si era a suo tempo ben reso conto della pericolosità del sincretismo neoplatonico, così, dopo che Ficino mostrò di credere (nel De vita del 1489) all’astrologia talismanica, egli appuntò la sua polemica di filosofo cristiano contro questo miscuglio, creatosi nei secoli precedenti, di aristotelismo e teorie astrologiche che portava a considerare l’uomo, la sua volontà, i profeti, i miracoli, le religioni – e le costituzioni politiche che ne derivavano – semplicemente alla stregua di capricciose e variopinte forme di cui gli astri si divertirebbero ad adornare la materia sublunare.

A due mesi dalla morte dell’amico Poliziano (24 settembre 1494), anche Pico cessava di vivere, vestendo finalmente l’abito domenicano, il 17 novembre 1494: all’epoca si parlò, conoscendo le abitudini del filosofo, di sifilide. Uno studio,nato dalla collaborazione fra le università italiane di Pisa, Bologna e del Salento con quella spagnola di Valencia, la britannica di York e il tedesco Max Planck Institute e con gli esperti del Ris di Parma, ha però mostrato dopo secoli, una realtà differente. Ossa, unghie, tessuti molli mummificati, vestiti, legno della cassa trovati nella sepoltura e conservati in un chiostro vicino alla basilica fiorentina di San Marco, sono stati sottoposti a una serie di analisi di carattere biologico e chimico-fisico sia per confermare l’identificazione dei resti, sia per rilevare l’eventuale presenza del veleno; le analisi hanno mostrato segni riconducibili a intossicazione da arsenico e che i livelli del veleno erano potenzialmente letali, compatibili con la morte per avvelenamento acuto.

Un’analisi analoga è stata eseguita sui resti di Angelo Poliziano, sepolti in una tomba vicina a quella di Pico. In questo caso però non risulta confermata l’ipotesi dell’avvelenamento perché i livelli di arsenico trovati sono piuttosto attribuibili a un’esposizione cronica al veleno, causata probabilmente da fattori ambientali o trattamenti medici. Ora, questa ricerca conferma quanto sospettato all’epoca.

Nei Diari del letterato Marino Sanudo si legge che il 22 aprile del 1497, circa tre anni dopo la morte di Pico, il Governo di Firenze, capeggiato allora da Savonarola, fece arrestare un certo numero di cittadini accusati di parteggiare per Piero de’ Medici, che voleva riconquistare la città. Cinque di loro furono addirittura decapitati. Fra questi, Cristoforo di Casalmaggiore, che era stato segretario di Pico e che – chissà perché – confessò di averlo avvelenato. L’avrebbe fatto perché, il giorno prima della morte, Pico aveva intestato al fratello di Cristoforo, Martino, amministratore dei suoi beni, tutto il bestiame, e soltanto la morte del Signore poteva rendere disponibile subito quell’eredità. Così, per una bieca questione di soldi e di politica, Cristoforo era filo mediceo, mentre Pico era ormai passato all’opposizione, fu ucciso uno dei geni del Quattrocento…

Osteria del Curato

La villa dei Sette Bassi non è l’unico importante resto archeologico presente nella zona dell’Osteria del Curato. Zona che, ovviamente, prende il nome da un casale con un’osteria, che era tra le più antiche e famose di Roma. Bartolomeo Pinelli, noto disegnatore e incisore romano del XIX secolo, fece una incisione della località con un suo autoritratto. Posta sulla via percorsa dai carretti che portavano il vino dei Castelli Romani fino in città, era un punto di sosta utile perché isolato nella campagna.

Aveva anche una piccola cappella, come spesso accadeva, per i viandanti e gli abitanti della campagna intorno. Era proprietà della parrocchia e prebenda di San Giovanni in Laterano e proprio questa peculiarità, l’ha fatta identificare come Osteria del Curato, ossia del prete. Non si hanno notizie certe sulla prima edificazione, probabilmente assai antica, in quanto posta sulla strada Anagnina, molto utilizzata nel periodo medievale

I resti più antichi presenti nella zona, sono associati al villaggio preistorico di Via Cinquefrondi, che si estendeva lungo il fosso sinistro di Fosso di Gregna, che in realtà era un tratto dell’Acqua Mariana, per un paio di ettari; il luogo, adiacente al lahar, una colata di fango composta di materiale piroclastico e acqua che scorre lungo le pendici di un vulcano, specialmente lungo il solco di una valle fluviale, conseguenza di un’eruzione preistorica di Monte Albano, era stata scelta per la fertilità dei suoi campi e per la disponibilità di terre disboscate, che questa aveva provocato. Nell’area immediatamente a Oveste dell’abitato è stata identificata una ne-cropoli costituita da tombe a fossa, tutte riferibili ad inumazioni singole, tranne una, in cui sono seppellite due salme.

Questo villaggio ha una vita lunghissima: la prima frequentazione, testimoniata da due tombe a forma di forno, risale alla cultura di Rinaldone, di cui purtroppo, in generale, abbiamo solo testimonianze funerarie. Questa cultura si è diffusa in Toscana e nel Lazio centro-settentrionale (area “nucleare” e gruppo Roma-Colli Albani), nelle Marche (entroterra di Ancona) e in Umbria durante l’eneolitico, intorno alla la metà del IV e per buona parte del III millennio a.C.. Prende il nome dalla località di Rinaldone presso Montefiascone, in provincia di Viterbo, dove fu effettuato il primo rinvenimento di tombe a grotticella.

Nelle tombe di questa cultura sono stati ritrovati vasi a fiasco, scodelle, ciotole e altre forme ceramiche e un considerevole numero di armi fra cui teste di mazza, punte di freccia e di lancia e pugnali. Inoltre elementi decorativi quali collane di antimonio, perle di osso e argento, e pendagli di steatite.

La fase successiva, è legata alla cultura di Laterza, dell’età del Rame, che si è diffuda in alcune regioni del sud e centro Italia nel III millennio a.C. (2950-2350 a.C. circa). Come la maggior parte delle culture dell’età tardo-preistorica è riconoscibile essenzialmente per la forma e la decorazione delle ceramiche rinvenute nei diversi siti archeologici. È stata definita nel 1967 da Francesco Biancofiore a seguito delle ricerche nella necropoli omonima situata a nord-ovest di Taranto, nel sud della Puglia.

Similmente alle altre culture italiane neolitiche e calcolitiche, la popolazione viveva principalmente di agricoltura e di allevamento, come testimoniano i resti scheletrici di animali domestici (ovini, caprini, bovini, suini) e di piante addomesticate e la presenza di strumenti (macine). La pastorizia era importante soprattutto in alcune regioni. La scoperta di ami in osso testimonia inoltre la pratica della pesca, tuttavia questa era forse un’attività marginale. Praticata anche la tessitura (fusaiole e pesi da telaio).

Per quanto concerne la metallurgia, anche tenendo conto di eventuali casi di riciclaggio o di degrado naturale nel corso del tempo, gli oggetti metallici associati alla cultura di Laterza sono molto rari. Tra questi sono documentati alcuni pugnali in rame. Nella grotta di Cappuccini nella zona di Lecce, oltre ad un pugnale, è stata rinvenuta una capocchia di spillo a forma di disco.

Le scoperte dell’Osteria del Curato hanno permesso di capire molte più cose su tale cultura, visto che, sino alla scoperta di quel vllaggio se ne conoscevano solo le tombe. In questo sito, le capanne della fase Laterza sono di forma ellittica e furono realizzate in materiali deperibili. Sempre nello stesso sito, sono stati scoperti inoltre un silo, delle case e un forno. In più, ci sono indizi di una sorta di culto religioso:sono stati scoperti due pozzi, probabilmente utilizzati per il culto data l’insolita presenza di ossa di capre e pecore e ceramiche, come se vi si svolgessero sacrifici e libagioni rituali.

I contatti con la cultura del vaso campaniforme, che si era sviluppata in Spagna e che si era diffusa grazie ai commerci nel resto d’Europa, portarono alla nascita nel Lazio della Cultura di Orticchio, di cui l’Osteria dell’Osa è stato uno dei siti principali. Cultura che per un lungo periodo è convissuta con quella di Laterza, ancora presente nella parte meridionale della regione e in altre province del sud Italia. Il passaggio tra la due culture, tra l’altro, fu graduale. Un progressivo e lento cambiamento si osserva nelle produzioni artigianali, ad esempio nelle forme e decorazione della ceramica. Tuttavia, lo stile di vita di sussistenza rimase lo stesso, i villaggi si trovano nelle stesse aree e le pratiche funerarie rimangono immutate. Si registra lo sviluppo di nuovi piccoli siti nelle zone limitrofe alla cultura e nella zona costiera del Lazio. La cultura di Ortucchio si esaurisce prima dell’avvento delle prime fasi dell’età del bronzo con cui sembra segnare una rottura completa, intorno al 2100-2000 a.C.

Il villaggio doveva essere connesso alla cosiddetta via Castrimeniense è una delle più antiche che attraversano il suburbio di Roma (l’area che dalle Mura Aureliane si estende fino ai confini con i territori amministrativamente indipendenti da Roma), ripercorrendo una delle creste radiali al cratere albano, generatosi in seguito all’attività del Vulcano Laziale, utilizzato sin dal Neolitico. Nonostante l’antichità, la via fu interamente basolata solo nell’età tardo Repubblicana, per collegare Roma al municipium di Castrimoenium, la nostra Marino, fortificato in età sillana

Nei pressi del villaggio preistorico, vi è la fattoria di Gregna, un insieme di edifici di cui il più antico è quello meridionale, costruito sopra una cisterna romana a 2 piani. La cisterna di impianto rettangolare è della fine del II sec. d.C.; è a 2 piani in laterizio, fornita di grossi e alti speroni. Nel complesso è presente un’antica vasca alimentata dall’acquedotto rurale della Barbuta.Il nome Gregna deriva dalla famiglia Gregni che fu proprietaria della fattoria nel ‘500. Nella località furono rinvenuti importanti pezzi archeologici poi portati ai Musei Capitolini, a Villa Albani, al Museo delle Terme di Roma e a Berlino. Il ritrovamento di questi pezzi e la presenza della cisterna testimonierebbero l’esistenza un tempo di una villa romana oggi del tutto scomparsa.

Più a nord in quest’area sono presenti i ruderi di un sepolcro. Il sepolcro è del IV sec. d.C. , a pianta quadrata ed 2 piani con parte della copertura originale. E’ in opera listata di tufo e laterizio con tracce in opera reticolata di tufo. Ha subito restauri anche in età medievale con l’inserimento di tasselli calcarei. Cisterna e sepolcro erano orientati proprio lungo la via Castrimeniense. Poco più in là, lungo l’attuale via di Casale Ferranti, vi sono i resti dell’antica via Latina: sulla sinistra, è conservata una cisterna rettangolare della metà circa del III secolo, con grandi speroni di rinforzo esterni. L’interno ha un’unica camera ed era ricoperto a volta.

Più oltre, sempre a sinistra, si eleva un sepolcro laterizio della seconda metà del II secolo, dalla pianta quadrata, che si conserva per tre piani ad eccezione della facciata che risulta crollata. Rientra nel tipo di sepolcri che utilizzano il cotto elegantemente come rivestimento esterno anche per le modanature architettoniche, le cornici e i capitelli. Poco distanti vi sono i ruderi di un sepolcro a camera rettangolare absidata, in listato. Più a sud sorge un sepolcro a torre rettangolare, che era rivestito in blocchi di travertino sui tre lati visibili da via Latina., in blocchi di tufo sul retro. Un altro sepolcro si vede, sulla destra della via antica, m 85 verso SE, di forma quasi quadrata, del quale si conserva la cella seminterrata con volta a botte e ingresso sul lato opposto alla strada

Galvano Fiamma, Markland e l’America

Sino a qualche settimana fa, il nome di Galvano Fiamma era noto solo a qualche erudito, ed è un peccato, perchè, a modo suo, è un personaggio molto interessante. Galvano nacque a Milano, nell’anno 1283 come racconta nella sua opera Chronica parva. Benché non abbiamo idea di chi fossero i membri della sua famiglia, una serie di indizi ci fanno pensare che fosse assai benestante. Da quanto risulta dai documenti dell’epoca, quasi tutti gli esponenti della famiglia “de Flama”, figurano come affermati e ricchi notai. Tra l’altro i domenicani, a differenza dei francescani, tendevano a “reclutare” novizi tra famiglie benestanti della borghesia e della media nobiltà. Un secondo indizio è nel nome, ispirato ai romanzi del ciclo arturiano, che rispecchia i gusti culturali di un certo ambiente sociale.

Il buon Galvano entrò nel convento milanese di Sant’Eustorgio, vicino alla mia casetta sul Naviglio Pavese, il 27 aprile del 1298, come racconta sempre nella Chronica parva: avendo quindi anni e non rispondendo ai requisiti richiesti all’epoca dai domenicani per i postulanti fruisse per l’occasione di una speciale dispensa rilasciata dal padre provinciale, che all’epoca era Bonifacio di Riva d’Asti, sempre a testimonianza dell’influenza della sua famiglia.

Sant’ Eustorgio era allora sede dell’Inquisizione, tanto che i roghi venivano eseguiti nella vicina Piazza Vetro e di un vivace e affollato studium, dove Galvano portò a compimento la maggior parte del curriculum previsto per conseguire il titolo di “lector sacrae theologiae”, di cui egli si fregia abitualmente nei suoi scritti. Invece l’ultimo biennio di studi potrebbe essere avvenuto a Genova, dove dal 1304 era stato istituito lo studio generale della nuova provincia domenicana della Lombardia superiore.

Abilitato a insegnare nell’Ordine – il che, in ragione delle norme che regolavano la durata del noviziato e del cursus studiorum, non poté avvenire prima del 1308 o del 1309 – Galvano fu inviato per qualche tempo a Pavia, presso il convento di S. Tommaso, in cui professò teologia, tenendo tuttavia anche lezioni extraordinariae sulla Fisica di Aristotele agli studenti secolari di medicina, a riprova del suo interesse, per quelle che chiameremmo scienze naturali, che lo portò anche a scrivere un trattato di alchimia. Proprio a Pavia, come racconta lui stesso, stanco del fatto che i suoi allievo sfottessero i milanesi, dicendo a torto o a ragione, che la città meneghina non era nulla più che un villaggio di barbari incivili, decise di dedicarsi alla storiografia, per celebrare le vicende della sua madrepatria.

Il 12 febbraio 1313 Galvano era di nuovo a Milano e sembra del tutto naturale che, fin dal suo rientro nella città natale, insegnasse a Sant’ Eustorgio. Quando nel 1315 il capitolo generale dell’Ordine decise che in ogni convento gli studenti seguissero una volta alla settimana lezioni di filosofia morale, il primo a tenere tale insegnamento a Milano fu proprio Galvano, che tenne lezioni sul’etica, la politica, l’economia, la retorica di Aristotele, infilandoci pure il trattato della sfera di Giovanni di Sacro Bosco, il trattato di astronomia più diffuso nel Medioevo. Il Tractatus de sphaera, essenzialmente basato sull’Almagesto di Tolomeo, è diviso in quattro capitoli: il primo tratta la struttura generale dell’universo; il secondo le sfere celesti; il terzo la rotazione giornaliera del cielo e le zone climatiche terrestri; il quarto i movimenti dei pianeti e le eclissi. In particolare, particolare interessante per il continuo del discorso, questo libro la Terra in cinque zone climatiche separate dai circoli polari e dai tropici. Viene spiegato che solo la zona intermedia tra i circoli ed i tropici è abitabile, mentre le zone polari ed equatoriale, rispettivamente troppo fredde e troppo calda, non permettono la sopravvivenza.

Nel frattempo, però, la politica, con la rivalità tra Giovanni XXII e i Visconti che era degenerata in una guerra sanguinosa, complicò la vita al nostro professore: a causa dell’interdetto papale, i domenicani, il 15 febbraio 1323, dovettero abbandonare Milano. Da quel momento in poi, sino al 1330, perdiamo tutte le tracce di Galvano e non abbiamo la più pallida idea di dove sia vissuto e di cosa abbia combinato. Lo vediamo ricomparire a Bologna il 30 gennaio 1330, come indica uno dei documenti del processo tenuto dall’Inquisizione contro i fautori di Ludovico il Bavaro, in cui è menzionato insieme con un altro domenicano, Tommaso da Modena, che a titolo di curiosità, è uno dei primi uomini medievali rappresentato con gli occhiali.

In ogni caso, nel 1333 Galvano tornò finalmente a casa, dove, da una parte, per la sua amicizia con i Visconti, mediò tra loro e il papato, dall’altra si dedicò completamente alla storiografia, scrivendo una quantità industriale di cronache su Milano. Nel 1344 si perdono definitivamente le tracce di Galvano. Considerando che la Chronica Maior si spinge fino a tale data, il 1344 è stato considerato come il suo anno di morte.

Dicevo, il nome di Galvano non avrebbe mai detto nulla al grande pubblico, se non ci fosse stato uno scoop un paio di settimane fa. Un progetto scientifico e didattico attivo da alcuni anni presso il dipartimento di Studi Letterari Filologici e Linguistici dell’Università Statale di Milano, coordinato da Paolo Chiesa, docente di Letteratura latina medievale e umanistica, ha trovato nella sua Chronica Universalis. riferimento a una terra di nome Marckalada, così descritta

“I marinai che percorrono i mari della Danimarca e della Norvegia dicono che oltre la Norvegia, verso settentrione, si trova l’Islanda. Più oltre c’è un isola detta Grolandia…; e ancora oltre, verso occidente, c’è una terra chiamata Marckalada. Gli abitanti del posto sono dei giganti: lì si trovano edifici di pietre così grosse che nessun uomo sarebbe in grado di metterle in posa, se non grandissimi giganti. Lì crescono alberi verdi e vivono moltissimi animali e uccelli. Però non c’è mai stato nessun marinaio che sia riuscito a sapere con certezza notizie su questa terra e sulle sue caratteristiche”.

Ora, per chi non lo sapesse, il Markland è uno dei tre territori dell’America del Nord descritti nelle saghe norrene note come la Saga di Erik il Rosso e la Grœnlendinga saga. Helluland e Markland, che secondo queste fonti vichinghe medievali, furono prima individuate da Bjarni Herjólfsson, un mercante islandese del secolo X, e raggiunte successivamente dall’esploratore Leifr Eiríksson, anche lui islandese, intorno al 1000.

Nella Grœnlendinga saga si narra che Leif Eriksson dispose nell’anno 1002 o 1003 di seguire la rotta descritta precendetemente da Bjarni Herjólfsson. Il primo territorio che Eriksson toccò era coperto da rocce piatte e assegnò a questo territorio il nome di Helluland (“Terra delle rocce piatte”). Successivamente raggiunse un altro territorio, anche questo pianeggiante, con spiagge bianche e coperto da una foresta, al quale attribuì il nome Markland (“Terra delle foreste” o “Terra di confine”). Il viaggio poi continuò e raggiunse la più ospitale Vinland (forse l’odierna Terranova) o altre zone ancora più a sud.

La notizia ha scatenato la fantasia di parecchi giornali, che hanno parlato, a torto della scoperta dell’America da parte di marinai italiani 150 anni prima di Colombo: in realtà, l’esistenza di quelle terre era abbastanza nota ai dotti medievali di Germania, Inghilterra e Paesi Scandinavi e a quelli della Corte Pontificia. Nel 1112 Eirik Gnupsson fu nominato da Pasquale II vescovo di vescovo di Groenlandia e Vinland e le cronache dell’epoca citano il suo tentativo, che non è stato molto fruttuoso, di convertire gli indigeni.

Oppure, nel Nuzhat al-Mushtak, l’opera di geografia scritta dall’arabo al-Idrisi per il re normanno di Sicilia Ruggero I intorno al 1150, si parla parla degli abitanti delle isole interne dell’Atlantico settentrionale che usavano le ossa dei grandi mammiferi marini per costruire case e utensili vari. Dato che la cultura di Dorset non aveva questa abitudine e la cultura Thule, quella dei nostri Inuit, era ancora limitata all’Alaska, ben lontana dai viaggi vichinghi, questi non potevano che essere le tribù di lingua e cultura algonquina.

Inoltre, l’esistenza di quelle terre erano nota anche ai dotti spagnoli del Quattrocento, che la usarono come strumento per contestare le richieste di finanziamento di Colombo: evidenziarono infatti che il navigatore non avrebbe raggiunto la Cina, ma le terre inospitali abitate da feroci selvaggi, esplorate dai navigatori del Nord.

Per cui la citazione di Galvano non è un unicum, ma si inserisce in una lunga tradizione; ovviamente, i dotti medievali erano convinti che quelle terre fossero un arcipelago, più o meno esteso, ma una parte di un nuovo continente. Tra l’altro, se questa informazione era nota a tizi che difficilmente mettevano il naso fuori dal proprio convento, pensate quanto potesse essere diffusa tra i marinai e gli addetti ai lavori.

Tra l’altro, la descrizione di Galvano non deriva dalle fonti nordiche, che pur essendo stringate, sono realistiche nella loro rappresentazione di quelle terre: la fonte dipendeva da una tradizione orale, che ne accentuava gli elementi favolistici di non raggiungibilità e pericolosità, probabilmente diffusi in origine proprio dai groenlandesi, che praticavano il commercio muto con gli indigeni nord americani, nel loro viaggi per raccogliere legna nel Markland e nel Vinland, ottenendo da questi pellicce e avorio di tricheco, esportati in Europa, e che non volevano inopportuni concorrenti nell’area.

Contatti continuati sino a fine Trecento, come testimoniato sia dai diversi annali islandesi, 1347 diversi annali (Skalholtbok, Gottskalk’s e Flateyjarbok) riportarono la notizia dell’arrivo in Islanda di una nave groenlandese con a bordo diciassette o diciotto uomini, che aveva perso la rotta mentre cercava di rientrare in patria dopo aver raccolto appunto della legna nel Markland, sia dalle recente scoperte dell’archeologa Patricia Sutherland nella Valle di Tanfield, sulla costa sud-orientale dell’Isola di Baffin, che hanno permesso di identificare una stazione commerciale groenlandese.

Questo non significa sminuire il ruolo storico di Colombo: con la sua visionarietà, rilanciò le esplorazioni e i contatti transatlantici, che per problemi economici e climatici, stavano lentamente sfiorendo.