Un romano in giro per la Persia

Sempre parlando dei grandi viaggiatori italiani del Rinascimento e del Barocco, oggi è il turno di un nobile romano, che senza dubbio ha avuto una vita romantica e assai bizzarra, Pietro Della Valle. Come detto altre volte, se fosse vissuto nel mondo anglosassone, sarebbero fioccate serie e film sulla sua vita. I Della Valle, furono una famiglia della nobiltà municipale capitolina, originaria del rione Pigna e San Marco, le cui prime case sorgevano sul clivus Argentarius, è un’antica strada di Roma che correva a mezza costa sulle pendici del Campidoglio, alle spalle del Foro di Cesare. Il nome attuale risale al Medioevo, perchè all’epoca vi erano botteghe di orefici e cambiavalute, a testimonianza che dice come la Roma dell’epoca fosse un villaggio di 5000 abitanti non sia nulla più che un ignorante patentato, mentre quello antico con molta probabilità era clivus Lautumiarum.

Se ne conserva un tratto di basolato, che parte dalla piazzetta antistante il Carcere Tulliano, appena fuori dell’area archeologica del Foro Romano e giunge in corrispondenza dell’ingresso del Museo centrale del Risorgimento, alle spalle del Vittoriano, dove sono presenti una serie di nicchie in laterizio che dovevano appartenere forse ad una serie di terrazzamenti su questo lato del colle. Nell’area immediatamente antistante si conservano nella pavimentazione stradale moderna tracce di muri in blocchi di tufo di Grotta Oscura, che dovevano appartenere alle mura serviane e forse alla Porta Ratumena. Alcuni autori antichi, tra cui Plinio e Plutarco, riferiscono una leggenda in base alla quale il nome Ratumena deriverebbe da quello di un auriga di Veio che sarebbe stato trascinato in una folle corsa dai cavalli imbizzarriti fino alla porta sulla quale, sbalzato dal carro su cui si trovava, si sarebbe sfracellato.

Tornando al Clivus Argentarius, il tratto che corre immediatamente a monte del Foro di Cesare, in maggiore pendenza, conserva il basolato antico e tracce degli ambienti in laterizio che lo fiancheggiavano: quelli a valle costituiscono un secondo piano al di sopra delle taberne aperte sul fondo dei portici della piazza del Foro, innalzato con i rifacimenti di epoca traianea e comprendente anche un’ampia latrina semicircolare.

Ora il nome dei Della Valle deriva proprio da quel luogo in cui avevano le loro case, un avvallamento presente in età medievale tra il Clivus Argentarius e l’area dei Mercati traianei. Questo fa facilmente immaginare come in origine fossero una famiglia non di guerrieri o di burocrati pontifici, ma di commercianti e artigiani. Cosa che si porteranno dietro per tutta la loro storia: erano, anche per gli standard elevati della nobiltà romana del Rinascimento, ricchi in maniera spropositata, sia grazie alle loro proprietà terriere,costituite da 6 casali nella campagna romana, per una superficie complessiva superiore ai 1.500 ettari, aventi una rendita lorda di 1.360 scudi, che comprendevano le tenute di Tor Vergata, Torre Spaccata, Quadraro e Sette Bassi, sia per il loro monopolio nel mercato romano del bestiame, attività in cui erano attivi anche nel rione di origine come proprietari di banchi di macellazione.

Tra l’altro, questi ricchi romani divennero nobili per meriti, come dire, professionali: papa Martino V nominò Paolo Della Valle, che oltre ad essere attivo nel commercio dei fiori e nella produzione di candele, era uno stimatissimo medico, suo archiatra e fu tanto soddisfatto delle sue prestazioni professionali, da renderlo Conte Palatino e successivamente, di alcune case nel rione Parione. A seguito di questa nomina, divenne cancelliere perpetuo e Conservatore del Comune di Roma, una sorta di consigliere capitolino dell’epoca. L’elezione all’ufficio era molto ambita, sia per il cospicuo compenso, sia perché l’elezione attribuiva automaticamente alla famiglia dell’eletto il rango della nobiltà municipale o civica romana.

Ma cosa facevano questi Conservatori, che hanno dato il nome al Palazzo del Campidoglio ? Presiedevano un Tribunale, che aveva il potere di emettere sentenze giudiziarie sulle controversie economiche e amministrative della città, e di emettere ordinanze su varie materie: in pratica era una sorta di TAR, i cui membri avevano l’abitudine di mettere bocca su tutto e per partito preso, contestare le decisioni degli equivalenti tribunali ecclesiastici, rendendo così la giustizia pontificia un manicomio incomprensibile. Basti penare che un presunto eretico, se cittadino romano, poteva fare ricorso al Tribunale dei Conservatori, sulla sentenza dell’Inquisizione e sfruttando i conflitti di giurisdizione, morire tranquillo nel suo letto, senza finire sul rogo.

I Conservatori erano poi responsabili, oltre che della gestione economica, anche della sicurezza della città: particolare importanza avevano i compiti di vigilanza della stabilità dei prezzi dei grani e la gestione dell’ordine pubblico, anche nel caso della sicurezza delle feste e delle celebrazioni pubbliche, come ad esempio il Carnevale, presenziando ad esse. Tali ministri erano distinti da quello del senatore di Roma (carica solitamente vitalizia, di cui essi esercitavano le funzioni in sua mancanza), sui ricorsi presentati dai consoli delle arti e di altre materie e del Consolato dell’Agricoltura, e con la piena giurisdizione sui quattro feudi del popolo romano: Magliano Sabina, Cori, Barbarano Romano e Vitorchiano con diritto di visita su di essi. Il ruolo dei Conservatori era particolarmente critico nei periodi di Sede Vacante, tra la morte del Pontefice e l’elezione del successore. Infine, i Conservatori avevano la facoltà di concedere il privilegio di cittadinanza romana.

Per cui potete capire che Pietro, assai viziato, era considerato uno dei migliori partiti della Roma dell’epoca. Nato nell’Urbe l’11 aprile del 1586, era sicuramente geniale, era molto versato nelle lingue classiche, nella storia, nella geografia e soprattutto nella musica, Pietro divenne infatti, oltre che scrittore e viaggiatorei, suonatore di torbia, progettista di clavicembali e compositore. L’appartenenza a un antico e importante casato, le alte relazioni sociali, le lezioni di scherma preparano l’animo di Pietro a grandi imprese: lui, unico rampollo dei Della Valle sarebbe stato il padre di una nuova generazione.

Nel 1606 compose i versi per una piccola rappresentazione scenica in musica, intitolata Il carro di fedeltà d’amore, che benché sia di una leziosità inimmaginabile, parla dei tentativi sempre fallimentari di Apollo di sedurre Amarilli, è uno dei primi melodrammi della Storia. Tra l’altro, nell’impresa riuscì a tirare dentro, come compositore Paolo Quagliati, nome che oggi non dice nulla a nessuno, ma che all’epoca era una star della musica, essendo l’organista ufficiale di Santa Maria Maggiore. Quagliati, che tra l’altro, era un abitante dell’Esquilino, avendo casa accanto al convento di Sant’Eusebio, in quella che all’epoca era piazza Cimbra ed ora è parte della nostra Piazza Vittorio.

Nel frattempo, Pietro perde la testa per una nobile romana, che lui citando Dante, chiama Beatrice, ma che noi dopo secoli, non siamo riusciti a identificare, cosa strana i diari dei pettegoli dell’epoca glissano sulla faccenda: ora il nostro eroe non prese sportivamente il fatto che la sua innamorata sposasse un altro, cominciò a vagabondare per l’Italia, finchè nel 1609 si fermò a Napoli. Nella città partenopea divenne amico di Mario Schipani, un naturalista calabrese e protomedico a Napoli, studioso di erbe e piante esotiche e buon conoscitore della lingua araba, oltre che poeta dilettante, che divenne suo insegnante di lingue orientali. Sempre in quel periodo, compone diverse poesie, bruttarelle, che pubblica nelle raccolte Gli amori pescatorii, Lettere pescatorie amorose, Sogno amoroso, in cui cerca di coniugare sia il barocco immaginifico del Marino con le liriche della tradizione popolare.

Nonostante piangesse il suo amore perduto, nel concreto Pietro pensava a tutt’altro: a Napoli, dove viveva assieme a suo cugino Francesco Crescenzi nella foresteria del convento di San Tommaso d’Aquino ebbe una relazione con una ragazza del luogo Giovanna De Gaudio, “habitante nella piazza di San Giovanni delli Fiorentini di Napoli”, dalla quale il 23 aprile 1611 ebbe una figlia Vittoria Silvia, tra l’altro legittimata. L’anno successivo nacque un altro figlio, del quale non si conosce la madre, battezzato il 23 dicembre del 1612 col nome di Carlo Valerio Bruto. Purtroppo il bambino morì il 1° gennaio

Però, sempre inquieto nel 1611, a venticinque anni, partecipò alla spedizione spagnola, guidata dal marchese Álvaro de Bazán y Benavides, secondo marchese di Santa Cruz, che al comando delle galere di Napoli, Genova, Sicilia e Malta, riuscì a conquistare la fortezza ottomana posta sulle isole Kerkennah, al largo di Sfax, in Tunisia, che era un famigerato covo di pirati. Dato che il marchese di Santa Cruz proprio un genio non era, ne successero di tutti colori, tanto che, in un’impresa degna di Fantozzi, l’ammiraglio riuscì, dopo la conquista ad autoaffondarsi la flotta, facendola incagliare nelle secche e costringendo Pietro a una fuga picaresca.

Sia per questa impresa, sia per il desiderio di fame e la passione per l’Oriente, frutto della frequentazione di Schipani, Pietro concepì l’idea di un pellegrinaggio a Gerusalemme. Il 25 gennaio del 1614 dunque, con una solenne funzione nella chiesa napoletana dei Santi Festo e Marcellino, Pietro fece benedire un cordoncino d’oro, facendo voto di deporlo sul Santo Sepolcro. L’undici aprile era a Roma, per salutare la famiglia, le malelingue dell’epoca parlano dell’entusiasmo dei parenti nel toglierselo dalle scatole, l’8 giugno 1614 Pietro salpò dal porto di Malemocco, Venezia, a bordo del galeone Gran Delfino.

Nel viaggio fa tappa toccò Zante, navigò in prossimità del Peloponneso, dove è tra i primi a visitare le rovine di Micene, e tra l’altro si convinse che Troia fosse in Argolide e giunse a Costantinopoli, dove soggiornò per quasi un anno, ospite dell’ambasciatore francese: qui da una parte si dedicò alla bella vita, le sue bisbocce rimasero impresse ai cronisti turchi dell’epoca, dall’altra studio con enorme passione turco e persiano, lingue che padroneggiò talmente tanto, da scrivervi poesie.

In quel periodo, a sentire i cronisti turchi, il cristiano “alquanto eccentrico”, altri lo definiscono “matto come un cavallo”, frequentò due tizi originali, i famigerati fratelli Celebi. Dato che gli sciroccati fanno spesso gruppo, i due fratelli si dedicavano a esperimenti sul volo umano, costruendo improbabili accrocchi basati su razzi, che avevano l’abitudine di esplodere nei modi più bizzarri. Tra l’altro, alla fine, nonostante decinni di pernacchioni ricevuti dagli abitanti di Costantinopoli, i due Celebi vinsero la loro faida contro la forza di gravità.

Nell 1630-1632 il fratello maggiore, Hezarfen usò una sorta di aliente dotato di ali per volare attraverso il Bosforo. Lanciato dalla cima della Torre di Galata a Istanbul (alta 62 metri), dichiarò di avere volato per circa 3 chilometri, atterrando senza danni. L’anno dopo, il fratello minore, Lagâri Hasan Çelebi, fece le cose in grande, lanciando in aria in un razzo dotato di sette ali, composto da una grande gabbia con una cima conica riempita di polvere da sparo. Grazie alla protezione di Allah, il nostro eroe, sfidando la legge della probabilità, non saltò in aria e il volo compiuto nell’ambito delle celebrazioni per la nascita della figlia dell’imperatore ottomano Murad IV, ebbe buon esito.

Lagari fece un atterraggio morbido nel Bosforo usando le ali attaccate al suo corpo come un paracadute dopo che la polvere da sparo si era consumata. Si è stimato che il volo durò circa venti secondi e che la massima altezza raggiunta fu di circa 300 metri e fu ricompensato dal sultano con un’importante posizione militare nell’esercito ottomano; ovviamente, la sua proposta, di utilizzare il suo accrocco per costituire un corpo di giannizzeri volanti, dopo ampie lodi e ringraziamenti,fu cestinata dal sultano. Sì, se ve lo state chiedendo, anche Pietro, tornato a Roma, provò a imitare gli esperimenti dei suoi amici turchi, ma fu opportunamente dissuaso dal governo pontificio, assai meno tollerante del Sultano, nei confronti degli inventori che giocavano con gli esplosivi nel centro della città.

Pietro ripartì da Costantinopolo il 25 settembre del 1615, dirigendosi a Rodi e ad Alessandria, per risalire il Nilo dal ramo di Rosetta e arrivare al Cairo; essendo, nonostante il suo atteggiarsi innamorato romantico con il cuore spezzato, un donnaiolo impenitente, rimane così ammaliato da una bellezza etiope,

nera come un carbone, ma bella di fattezze al possibile”,

che la fa ritrarre dal pittore fiammingo che viaggia con lui.

Ha voluto esser dipinta passeggiando e pigliando tabacco in fumo, come esse usano per trattenimento, con una pipa d’argento in mano, col fuoco dentro acceso a questo effetto”.

C’è anche un’altra bellezza esotica che lo attrae:

“una dama nata nella Mekka, ed è d’un colore giallo come quello del grano; graziossima, e di una carnagione la più delicata che io abbia veduto in vita mia”.

Oltre a fare il Don Giovanni, Pietro si dedica alle esplorazioni: visita le Piramidi e la Sfinge ed il primo europeo a compiere ehm scavi archeologici nella necropoli di Saqqara. Scoprì infatti una tomba, da cui sottrasse due sarcofaghi, compresi di mummie, che si riportò dietro per tutto il viaggio, sino a Roma. Dal Cairo passò nella penisola del Sinai, dove andò in pellegrinaggio nel monastero di Santa Caterina, a cui chiese la grazia di trovare moglie, fece il bagno nella nostra Sharm el Sheik, rimanendo a bocca aperta dinanzi alla barriera corallina del Mar Rosso, per giungere sino a Gerusalemme. In teoria, avendo sciolto il voto, Pietro Potrebbe tornarsene indietro, ma a quanto pare, ci aveva preso gusto… Per cui decide di andare in Mesopotamia, alla ricerca della mitica Torre di Babele. Dopo avere fatto sosta ad Aleppo e Damasco e traversato il deserto siriaco, visita la grande zigurrath di Ur, che proprio Torre di Babele non era, ma certo gli somigliava. Mentre esplora il sito, un suo compagno di viaggio accenna alla presenza a Baghdad di una bellissima donna cristiana e pieno di curiosità, Pietro decide di andarla a conoscere.

Così si innamorò di Sitti Maani Gioerida, una diciottenne cristiana di rito nestoriano, il cui nome significa Saggezza, che sposò il 22 febbraio 1617. Così Pietro descrive la moglie

“color vivace che agli Italiani parerà che tiri piuttosto alquanto al brunetto che al bianco; capelli che tirano al nero, e così le ciglia, marcate non senza grazia, le palpebre lunghe delle Orientali ornate con lo stibio.”

Ai servi di Pietro, tutti uomini, si aggiunge una dolce fanciulla, Tinit, ovviamente di stirpe regale, l’ancella personale di Maani, che l’assiste in una casa sempre aperta, dove si canta e si balla. In quel periodo, il nostro eroe sviluppa due passioni, che porterà poi a Roma: l’allevamento dei gatti d’Angora, che la moglie amava particolarmente e il caffè, che introdurrà nei salotti dell’Urbe.

Dopo il matrimonio, gli sposini partono per la Persia: .giunto nella capitale Ispahan (Isfahan) il 22 febbraio 1617, nell’aprile dell’anno successivo venne ricevuto dallo scià a Escref (Ashraf) sulle costa del Mar Caspio, e accolto quale ospite di riguardo e privilegiato a corte, potè seguire da vicino i maneggi politici e bellici nelle ultime affannose fasi del vittorioso conflitto contro l’impero turco, concluso con la battaglia di Ardebil. In tale occasione riuscì a esporre davanti allo scià l’ambizioso progetto politico che gli stava a cuore, inteso a creare un’alleanza tra i persiani e i cosacchi del Mar Nero nella prospettiva di imbastire una potente lega anti ottomana fra l’Europa e la Persia.

Benché Abbas fosse da parte sua molto tollerante con i Cristiani e fosse favorevole a un’alleanza contro i turchi, gli europei, specie inglesi e spagnoli preferirono però litigare tra loro, per cui nonostante la sua pazienza, lo Shah decise di mandare tutti al diavolo. A perenne testimonianza della magnanimità di Abbas, è la sua reazione nei confronti una bizzarra proposta del nostro Pietro, il quale ebbe la brillante idea trasferire 300 famiglie romane a Ispahan, che avrebbero riprodotto in piccolo i monumenti dell’Urbe. Il fatto che lo Shah si sia mantenuto serio, non abbia fatto indossare la camicia di forza a Pietro e abbia risposto con l’equivalente persiano del

“Le faremo sapere”

è una grande testimonianza della civiltà e del culto dell’ospitalità persiano. Più sensata fu la proposta, sempre di Pietro, di regolare lo status dei cristiani georgiani, dove tra l’altro i cattolici erano poco e male organizzati a scapito della loro consistente compagine; a tempo debito l’iniziativa avrebbe ottenuto la piena approvazione del papa Urbano VIII, nel 1627 puntualmente edotto dal Della Valle con la memoria Informazione della Georgia, e si sarebbe materializzata con l’invio di un’apposita missione operativa dei padri teatini. Anche negli anni seguenti il medesimo pontefice si sarebbe avvalso ampiamente di lui e ne avrebbe valorizzato le competenze dopo averlo nominato cavaliere d’onore e consigliere all’attività missionaria in Oriente.

Nel frattempo, Pietro si dedicò alle sue attività erudite: esplorò Persepoli, dove si accorse come vi fossero presenti delle iscrizioni negli stessi caratteri che aveva trovato su una tavoletta di creta a Ur, che lui aveva inizialmente scambiato per elementi decorativi. Pietro si rese così contro come fosse una forma di scrittura, scoprendo il cuneiforme e le intuì che questo andava letto da sinistra a destra, seguendo la direzione dei cunei. Dato che aveva un poco di buon senso di Athanasius Kircher, ammise i suoi limiti e non si inventò nessun bizzarro tentativo di traduzione.

A Isfahan nell’osservare la piazza Naqsh-e jahàn affermò che per bellezza aveva persino eclissato Piazza Navona.

«Una di queste è il meidan o piazza maggiore, innanzi al palazzo reale, lunga circa a seicento novanta passi dei miei, e larga intorno a ducento trenta; e tutta attorno attorno di un medesimo ordine di architettura, eguale, giusto e non mai interrotto nè da strade, nè da altro, fatto a portici grandi e piani sotto di botteghe con diverse mercanzie disposte per ordine a luogo a luogo; e sopra, con balconi e finestre, con mille ornamentini molto vaghi. La quale unione di architettura così grande comparisce tanto bene all’occhio, che, quantunque le case di piazza Navona siano fabbriche più alte e più ricche all’usanza nostra, nondimeno, per la discordanza loro e per altri particolari che dirò del meidan d’Ispahan, io ardisco di anteporlo alla stessa piazza Navona.»

Nell’ ottobre 1621 Pietro della Valle, finalmente deciso a tornarsene a casa, scese allo stretto di Hormuz; la sua intenzione era di rientrare in Italia dal Capo di Buona Speranza, ma intendeva prendere il mare confidando caparbiamente di forzare il blocco nella zona che nel frattempo era divenuta teatro di violenti scontri nel conflitto fra la Persia e il Portogallo per il controllo di quel nodale punto strategico. La fortuna, che in analoghe circostanze lo aveva sempre favorito, stavolta gli voltò le spalle. Nelle pieghe degli avvenimenti poté ancora vedere le rovine di Persepoli, raccogliere qualche reperto archeologico e sostare a Sciraz, ma ormai quasi prossimo all’imbarco di Combrù (Bandar Abbas) dovette fermarsi, e a Minab, disagevole e malsano villaggio di retrovia, sopraggiunse la tragedia: la moglie, che era incinta, si ammalò, ebbe un aborto e morì. Era il 30 dicembre dello stesso anno, e il marito, sconvolto dalla perdita e disorientato sul da farsi, decise di imbalsamare la salma, chiuderla in una cassa e portarla con sé ovunque andasse, per darle infine una degna sepoltura in Italia.

Nemmeno la conquista persiana di Hormuz, di poco successiva, riaprì la navigazione verso il Mediterraneo; però le rotte inglesi per l’India rimanevano agibili, e dopo diverse incertezze e confuse divagazioni itinerarie là dunque egli si diresse facendo capo a Surat e a Goa, desideroso di osservare il modo di vivere degli abitanti e, soprattutto, di documentarsi sulle varie manifestazioni del politeismo indù. Trascorsero così altri due anni, che l’instancabile viaggiatore impiegò percorrendo la costa nord-occidentale fino a Calecut (Kozhikode), con alcune puntate nelle regioni interne del Guggerat: soltanto nel gennaio del 1625, infatti, ebbe inizio il ritorno in Italia, che da Mascat (Mascate) nella penisola arabica portò il Della Valle a risalire il Golfo Persico e ad addentrarsi nel deserto da Bassora ad Aleppo, di continuo taglieggiato dalle bande dei governatori locali. Visitate le rovine di Antiochia salpò da Alessandretta e raggiunse Cipro, ma la peste in Sicilia lo costrinse a un’imprevista quarantena a Malta prima di sbarcare a Siracusa e proseguire costeggiando da Messina a Napoli, dove scese il 5 febbraio e fu ospite dello Schipani. Finalmente, dopo dodici lunghi anni di assenza, il 28 marzo 1626 il grande viaggiatore concluse a Roma il suo peregrinare e tumulò nella cappella di famiglia il corpo di Sitti Maani, che era riuscito a far passare indenne fra mille peripezie.

Secondo voi, dopo il ritorno a casa, un tizio del genere si sarebbe calmato ? Oltre a dedicarsi alla scrittura e alla musica, ogni tanto ne combinò qualcuna delle sue. Il 10 maggio 1629 in Santa Maria in Monterone, cosa che provocò qualche coccolone al suo parentado, convinto di ereditare le fortune dello zio strambo e ricco sfondato, si sposò con la giovane armena Maria Tinatin de Ziba, l’ancella della moglie, che Pietro aveva adottata e condotta con sé dall’Oriente, e dalla nascita di una numerosa prole, circa quattordici figli. Nell’aprile 1636 quando Pietro, durante la processione del Santissimo Rosario, ferì mortalmente Giacomo Bernia, garzone del cardinal Francesco Barberini, colpevole di aver insultato uno dei suoi servitori orientali. Costretto alla fuga, Pietro si rifugiò nel Palazzo a Santi Apostoli, residenzadegli antichi amici di famiglia, i Colonna, e quindi a Paliano

La vicenda si concluse con la condanna di Pietro a mille scudi di multa e cinque anni di reclusione lontano da Roma, a Ferrara. Pena mai scontata per intervento diretto di Urbano VIII, circostanza che legherà Pietro alla famiglia Barberini e che lo fara partecipare alla guerra di Castro, dove nonostante la sua cinquantina d’anni, fece una dignitosa figura.

Ora, dal punto di vista musicale, al di là delle sue sperimentazioni sul melodramma, Pietro fu alquanto spernacchiato, dato che si era messo in testa di inventare nuovi strumenti, dal nome pomposo, come il “cembalo triarmonico”, il “violone panarmonico”, la “tiorba triarmonica”, e la “chitarra coi tre manichi” , che, grazie al cielo, non ebbero successo.

Più successo ebbe la sua attività letteraria: nel 1650 furono pubblicati i suoi diari di viaggio, con il titolo, assai sovrabbondante, ma che volete, siamo nel Barocco

Viaggi di Pietro della Valle il Pellegrino, con minuto ragguaglio di tutte le cose notabili osservate in essi, descritti da lui medesimo in 54 lettere familiari, da diversi luoghi della intrapresa peregrinatione mandate in Napoli all’erudito, e fra’ più cari, di molti anni suo amico Mario Schipano, divisi in tre parti, cioè la Turchia, la Persia e l’India, le quali avran per aggiunta, se Dio gli darà vita, la quarta parte, che conterrà le figure di molte cose memorabili, sparse per tutta l’opera, e la loro esplicatione.

Invece i volumi con le lettere dalla Persia e dall’India restarono incompleti e uscirono postumi a cura della moglie e dei figli rispettivamente nel 1658 e nel 1663, mentre l’annunciata quarta parte non procedette oltre i propositi. L’essere un cattolico ligio e praticante peraltro non lo mise al riparo dalla censura ecclesiastica, che tagliò tutti i riferimenti in materia di magia e di astrologia, due tra i suoi preferiti campi di indagine; l’intervento del Santo Uffizio non risparmiò neppure diversi brani di contenuto politico nella sezione persiana, e particolarmente gli spunti in cui la figura di Abbàs assumeva i contorni elogiativi di un sovrano perspicace, illuminato e dagli intuiti strategici di gran lunga superiori ai prìncipi della cristianità: una valutazione ovviamente sgradita alla Chiesa, che per i medesimi motivi gli aveva già messo all’indice l’operetta Delle condizioni di Abbàs re di Persia, apparsa a Venezia nel 1628.

Pietro della Valle si spense a Roma il 21 aprile 1652 e fu inumato nella cappella di famiglia in S. Maria in Aracoeli accanto alla moglie. I suoi tantissimi lavori rimasero quasi tutti manoscritti e, per lo più inediti, si conservano in prevalenza nella Biblioteca Vaticana, che ne fu destinataria per legato testamentario unitamente ai numerosi codici raccolti nella lunga peregrinazione. Fra il minimo affidato alle stampe giganteggiano i Viaggi, che nonostante la mole piacquero subito e furono più volte ristampati e riediti: la parte iniziale, quella sulla Turchia, venne infatti reimpressa nel 1657, appena cinque anni dopo la morte dell’autore, e ancora nel 1662; riedizioni comparvero a Bologna (1672, 1677) e a Venezia (1661, 1667, 1681-1687), fino alla più recente di Torino (1843, con la falsa indicazione Brighton e la grafia semplificata). Le traduzioni in francese, inglese, tedesco e olandese non si fecero attendere e coronarono una fortuna editoriale che è facilmente spiegabile.

A colpire fu anzitutto la novità di un metodo che non era poi tanto nuovo. Il Della Valle applicò, attualizzandolo, il principio introdotto dai logografi greci e perfezionato da Erodoto duemila anni prima: descrivere solo ciò che si è visto e riferire solo ciò che si è ascoltato con le proprie orecchie da informatori ritenuti fededegni. Ma all’esposizione meramente analitica egli unì una personalissima capacità di soffermarsi sui più minuti dettagli con la meticolosità di una precisione assoluta: dai costumi ai riti e alle sfilate, ai luoghi abitati e alle abitazioni, ai paesaggi, alle feste e agli spettacoli, alle danze, ai cibi e alle bevande giù fino agli oggetti in apparenza più insignificanti, praticamente tutto veniva “raccontato” in ogni sfumatura attraverso la lente di una vivacissima elasticità intellettuale, e in una sintesi mirabile di eclettismo e di spirito di osservazione che tanto più si affinava quanto più l’oggetto della descrizione si mostrava dissimile dalle fogge e dalle maniere occidentali.

A conferire valore aggiunto alla qualità delle notizie fu però determinante l’eccellenza culturale dello scrittore. Buon conoscitore del turco (a Isfahan nel 1620 aveva messo a punto una Grammatica della lingua turca divisa in sette libri, didatticamente innovativa e pur essa lasciata manoscritta), nel viaggio apprese il persiano, ma la facilità nell’impararle gli rese familiari altre lingue orientali, che lo misero in grado di formulare analisi comparative e svariate ipotesi sull’origine e sui reciproci rapporti fra i vari idiomi. Inoltre la padronanza delle fonti letterarie classiche gli consentì di tenerle costantemente sott’occhio durante gli itinerari e, per loro tramite, di avanzare congetture di carattere storico, archeologico e topografico, correggendo vecchi e nuovi errori in ambito astronomico, storico-etnografico, geografico, cartografico e toponomastico, in un incessante confronto con la propria esperienza di erudito e di viaggiatore.

Altro il Della Valle apprese dall’esame dei campioni naturalistici, botanici e mineralogici che, da lui sollecitato, periodicamente inviava allo Schipani assieme alle lettere; egli stesso a sua volta si diede a raccogliere esemplari di ogni tipo o, in alternativa e se trasportabili, a farne eseguire copie fedeli per studiarli più convenientemente in patria e diffonderne la conoscenza anche mediante schizzi e disegni. Non sorprende, quindi, che per un pubblico di lettori che diventavano via via più esigenti e avidi di cognizioni oggettive e realistiche, i Viaggi costituissero un repertorio enciclopedico ricchissimo di informazioni di prima mano su di un universo per loro misterioso e sfuggevole, e con l’andar del tempo acquistassero un retaggio epocale che ha inserito l’opera fra i classici dell’orientalistica e giustifica la sua recente traduzione persiana (1969).

Un ulteriore elemento di novità era dato dal ritmo del racconto. L’instancabile curiosità del Della Valle e la sua insaziabile vena descrittiva pungolano senza tregua l’attenzione di chi legge, e gli propongono temi, argomenti e sfondi sempre rinnovati in un incessante incastro di scatole cinesi che lo catturano e gli fanno seguire l’io narrante ovunque questi lo conduca. A solleticare la mente coopera la struttura affabulante, che (altra novità) si sviluppa su due registri paralleli: il primo è più propriamente narratorio degli eventi che si avvicendano nell’itinerario e nelle sue tappe sotto l’egida protagonistica e gigionesca di un capitano di ventura più che di una dotta guida; il secondo subentra soprattutto nelle soste sul percorso, e protagonista diventa allora la composita umanità che forma la carovana: ormai immedesimatosi nel viaggio, chi legge attende con impazienza anche quelle pause, e chi racconta non lo delude, intrattenendolo sui fatti, le vicende e gli episodi di un microcosmo di sfaccettata quotidianità.

Qui il Della Valle è spesso chiamato (e più sovente si chiama) a svolgere un compito mediatore fra il mondo islamico e il mondo cristiano, e non di rado lo risolve in una prospettiva di tolleranza e modernità di vedute che si avvicinano a matrici cosmopolite e preilluministiche, seppure inevitabilmente condizionate dal metro valutativo di chi non è sfiorato dal minimo dubbio di rappresentare una civiltà superiore, più evoluta e tanto più perfetta in quanto erede della romanità e sede del papato. In questi passi meglio che altrove emerge l’irrisolta contraddizione dello scrittore nei confronti del complessivo contesto islamico, che da un lato gli fa disprezzare aprioristicamente i suoi valori fondanti, e dall’altro lo obbliga a riconoscere la validità di parecchi aspetti positivi della sua cultura materiale, specie quando è la propria penna ad anatomizzarla: le pagine dedicate all’accappatoio e al sofà, alle incubatrici per dischiudere i pulcini e ai sistemi di ventilazione e di riscaldamento delle abitazioni, nonché alle pellicce di Astrakan e alle fabbriche del ghiaccio rimangono emblematiche al riguardo, alla pari delle notazioni agronomiche e alimentarie relative agli scerbetti, alle portate del riso pilao, allo yogurt e al caffè, che per la prima volta viene minutamente presentato al futuro consumatore occidentale.

Sorretto da una vena espressiva e stilistica di non grande respiro, il Della Valle fu nondimeno assai abile nell’adeguarla al variare delle situazioni narrative, non poche delle quali hanno acquisito e conservano il sapore di una fortuita ma accattivante modernità: tale è la sequenza dell’animata scoperta delle mummie nei cunicoli del deserto egiziano, che pare desunta da un odierno reportage; o il delizioso ritratto del gatto d’angora turco (la cui razza fu da lui immessa in Europa), che non ha nulla da invidiare alla perfezione formale di un raffinato elzeviro; oppure il clima “noir” che crea l’improvviso omicidio di un servo a Baghdad, con i congestionati sotterfugi messi in atto per sottrarre il cadavere all’occhiuta vigilanza turca; o, ancora, l’immagine dell’autore in cupa e angosciata solitudine accanto alla moglie morente, che richiama certi clichés di doloroso intimismo familiare tràditi dalla letteratura ottocentesca.

La flessibilità del modulo espositivo non deve comunque trarre in inganno, poiché il lettore smaliziato non tarda ad accorgersi che il disegno dei Viaggi è costruito sui canoni di una meditata imitazione letteraria condotta anche sul modello di significative e talora scoperte correlazioni: basti pensare, per esempio, agli atteggiamenti della moglie, che aderiscono da vicino al comportamento delle eroine nella prediletta “Gerusalemme liberata”, o alla rappresentazione della salita al monte Sinai, che ricalca l’ascesa del Petrarca al monte Ventoux. Un’imitazione d’altronde in linea con gli ingredienti di quel clima culturale seicentesco che è mirabilmente riflesso nella poetica della “stupita meraviglia” di Giambattista Marino, e che, tradotto nell’esperienza del Della Valle, emana dall’ostentazione sontuosa ed enfatica della sua partenza per l’oriente; si diffonde nella fastosa teatralità di una carovana capace di attirare accoglienze di pari magnificenza; si insinua nelle stravaganti invenzioni di strumenti musicali tanto appariscenti quanto inutili, e aleggia nel funebre barocchismo della cerimonia rievocativa di Sitti Maani, lasciandoci per sempre nel dubbio che il movimentato trasporto della sua salma attraverso tre continenti non fosse dovuto alla sola pietà familiare.

Atene contro Siracusa Parte XXXVIII

In realtà, a vedere i numeri che fornisce Tucidide, la vittoria siracusana era tutt’altro che splendida: avevano sì impedito agli Ateniesi di rompere il blocco, ma a costo di un numero assai più grande di navi affondate. Per di più, tutti gli accorgimenti che avevano adottato per interdire l’uscita del Porto Grande ai nemici erano stati di fatto resi innocui. Di fatto, difficilmente una seconda battaglia avrebbe avuto lo stesso esito. Demostene ne era consapevole, tanto che propose a Nicia di ritentare la violazione del blocco, all’alba, sfruttando anche il fatto che i Siracusani, impegnati nei festeggiamenti della vittoria e di una celebrazione religiosa, avrebbero avuto tempi di reazioni molto lenti.

Idea piena di buonsenso, ma che si scontrava con un problema non da poco: i marinai ateniesi, stanchi e depressi dal collezionare sconfitte in un ambito, il mare, in cui si ritenevano invincibili, incrociarono le braccia. L’unica alternatica possibile rimase la ritirata via terra.

Spentosi il fragore della feroce battaglia, dopo le perdite gravissime in vite umane e navi, da una parte e dall’altra, i Siracusani egli alleati vincitori raccolsero i relitti e i cadaveri, e ritornati veleggiando in città vi elevarono un trofeo. Gli Ateniesi invece abbattuti dall’enormità della sciagura, non concepirono nemmeno l’idea di chiedere una tregua per ricuperare le salme e il fasciame delle navi. Si proponevano, quella stessa notte, di ritirarsi. Demostene ebbe un colloquio con Nicia e gli espose il suo piano. Armare le navi superstiti e tentare con tutte le forze possibili di forzare all’aurora il passaggio sorvegliato dal nemico. Il disegno si basava sulla circostanza che gli Ateniesi disponevano ancora di un maggior numero di navi in assetto, di fronte ai Siracusani. Restavano nella flotta ateniese circa sessanta navi, ai nemici meno di cinquanta. Nicia fu d’accordo sul progetto. Ma quando – gli strateghi vollero equipaggiare le navi, i marinai si rifiutarono di prender posto: troppo profondo
lo scoramento inferto dalla disfatta e troppo grave la sfiducia in un’impossibile vittoria. Tutti avevano ormai scelto la via terrestre per ritirarsi.

Ermocrate capì, probabilmente grazie alle spie nel campo ateniese, quello che stava succedendo: da un parte, conoscendo il nemico, non era detto che ritiratosi a Catania, invece di ritornarsene nell’Attica, avesse invece ripreso in futuro l’offensiva, facendo tutto tornare da capo a dodici. Dall’altra vi erano esigenze di politica interna: una vittoria sul campo avrebbe rafforzato la sua posizione in vista del futuro tentativo di golpe. In più, l’eliminazione dei leader Ateniesi avrebbe impedito che le voci delle trattative segrete che si erano tenute con loro raggiunsero il Siracusano medio, facendolo alterare nei confronti di Ermocrate.

Di conseguenza, propose di impedire la ritirata ateniese con una sortita notturna: i vertici politici e militari siracusani erano in teoria d’accordo alla proposta di Ermocrate, ma c’era un grosso ma, lo stesso su cui Demostene aveva lanciato la sua proposta di fuga. A Siracusa di festeggiava Eracle e come tradizione locale, si stava alzando parecchio il gomito. Per cui, c’era il rischio che, in piena notte, opliti e cavalieri ubriachi si mettessero a combattere tra loro, invece che con il nemico.

Il siracusano Ermocrate intuì il proposito nemico. Egli riteneva che sarebbe stata una minaccia costante e tremenda se un’armata di tale forza, ritirandosi per le strade di terra verso una località qualsiasi della Sicilia la fortificasse, con l’intento di servirsene in seguito per muovere una nuova offensiva contro Siracusa. Sicché decise di conferire con le autorità governative illustrando la necessità assoluta di stroncare quella imminente fuga notturna. Questa era la sua idea personale: occorreva quindi che Siracusani e alleati, uscendo in massa, presidiassero le strade e con punti di blocco vigilassero i varchi obbligati per abbandonare il paese. Personalmente i magistrati espressero parere favorevole al piano di Ermocrate, elogiando questa linea d’azione: ma avevano motivo di pensare che i reparti, assaporato appena il sollievo della tregua dopo uno scontro accanito, si sarebbero mostrati piuttosto restii a compiere quel servizio.

Per di più correva un giorno festivo: in quella data, infatti, si offrivano sacrifici votivi ad Eracle. L’allegria irrefrenabile della vittoria aveva suggerito ai più, cogliendo anche l’occasione di quella giornata solenne, di bere in abbondanza. Sicché a tutto si poteva sperare d’indurli: ma non di cingere immediatamente le armi per una sortita generale, quella stessa notte, contro il nemico fuggitivo. Alla luce di tali considerazioni parve inapplicabile la strategia di Ermocrate, che infatti si trattenne dall’insistere.

Bisognava impedire in tutti i modi che gli Ateniesi si ritirassero proprio quella notte: Ermocrate, sfruttando i suoi contatti con gli strateghi ateniesi, mandò un’ambasciata, scongiurandoli di non ritirarsi quella notte, dicendo che era stata preparata una trappola da parte dei Siracusani e che invece fosse conveniente preparare la fuga con tutto comodo.

Per conto suo però, temendo che gli Ateniesi sfruttassero l’inerzia nemica di quella notte per assicurarsi tempestivamente i passaggi più aspri verso la salvezza, ideò il seguente artificio. Quando calarono le prime ombre della sera, Ermocrate mandò al campo ateniese alcuni dei suoi uomini fidati con una scorta di cavalieri. Costoro, spingendosi a distanza utile per farsi udire, chiamarono a colloquio alcuni del campo, spacciandosi per partigiani degli Ateniesi (agenti di Nicia operavano davvero in Siracusa, tenendolo al corrente dei fatti). Poi li invitarono a scongiurare Nicia di non rimuovere l’armata quella notte poiché i Siracusani presidiavano le vie d’uscita. Aspettasse piuttosto il levar del sole per spostarsi con comodo, dopo aver preso le necessarie disposizioni. Compiuta la missione i cavalieri ripartirono mentre gli ascoltatori corsero dagli strateghi ateniesi a riferire.

Nicia ci cascò con tutte le scarpe. Così da una parte Gilippo ebbe l’opportunità di prepare alla perfezione il suo agguato, dall’altra, per impedire che magari gli Ateniesi cambiassero idea e decidessero di ritentare la violazione del blocco, i siracusani catturarono con un raid le navi nemiche

Udito il messaggio, gli strateghi decisero di soprassedere per quella notte, non sospettando il tranello. Poi, non essendosi mossi subito, a caldo, ritennero di potersi fermare anche il giorno seguente, per consentire alla truppa una cernita accurata, nei limiti del possibile, dell’occorrente per il viaggio. Lasciando perdere il resto, gli uomini dovevano caricarsi solo di quella quantità di cibo che potevano trasportare a spalla e poi mettersi in cammino. I Siracusani e Gilippo con le fanterie precorsero il nemico: ostruirono tutti i valichi stradali della regione per i quali ci si poteva aspettare che gli Ateniesi tentassero il passaggio. Presidiarono i guadi dei torrenti e dei fiumi, e nei punti particolarmente sospetti dislocavano forze adatte ad intercettare e fermare l’armata nemica. Avvicinandosi con la flotta, inoltre, strapparono dalla spiaggia le navi ateniesi. Alcune, secondo il piano, erano già state incendiate dagli stessi proprietari: ma erano il minor numero. Le altre furono assicurate con comodo, nei diversi punti della costa in cui si trovavano disperse e poiché nessuno opponeva resistenza, vennero tratte a rimorchio fino alla
città.

La descrizione del campo ateniese che si appresa alla fuga è uno dei tanti brani di bravura retorica di Tucidide, figlia sia della sua conoscenza della sofistica, sia delle tragedie di Euripide. Da Gorgia di Lentini lo scrittore apprese la simmetria, la variatio, la tendenza a distaccarsi dall’uso comune nella disposizione delle parole, la presenza di figure retoriche come le metafore e le iperboli, gli ossimori e le antitesi, di parole poetiche e dal colorito arcaico, tutti elementi che caratterizzano la prosa d’arte e che riscontriamo nella prosa tucididea contribuendo a rendere l’elocuzione sublime. Cosa che a noi moderni può sembrare strana, ma che è perfettamente in linea con le abitudini dell’epoca, che prevedevano la lettura pubblica dell’opere e che utilizzavano quei mezzi per non annoiare il lettore.

Proprio il suo essere un autore pop, lo porta a citare, in chiave che oggi chiameremmo post moderna, quello che era uno dei cardini della cultura popolare ateniese dell’epoca: la tragedia. Abbiamo il patetismo e la struttura dei discorsi ispirata ad Euripide, la citazioni di Eschilo, specie nelle descrizioni delle battaglie navali, che richiamano i Persiani e di Sofocle, nella creazione dei personaggi.

Dopo questi episodi, appena a Nicia e a Demostene i preparativi parvero sufficienti, trascorsi due giorni dallo scontro navale, l’esercito finalmente dal campo in disarmo si mise in marcia. Distacco tormentoso; e più di una riflessione trafiggeva dolorosamente: il sacrificio totale delle navi, ad esempio; e quel viaggio, cui anziché luminose speranze, facevano da scorta le minacce e gli agguati, per sé e per la città intera. Ma anche quando venne l’ora di sgomberare il campo, lo spettacolo s’offriva tristissimo ai partenti: e dagli occhi la pena calava a ghiacciare il cuore. I cadaveri s’ammontavano scoperti: e quando si scorgeva un proprio caro rovesciato a terra, lo spirito s’irrigidiva in un orrore umido di pianto. Ma i vivi, gli abbandonati, feriti o infermi, destavano in quegli altri, vivi anch’essi e in partenza, un senso più straziante di pietà che il cordoglio dei morti, e parevano costoro ben più degni di lagrime degli scomparsi.

Ricorrendo alle suppliche, alle esclamazioni d’aiuto, quegli infelici paralizzavano gli altri in un inerte turbamento. Scongiuravano che li portassero con sé: invocavano per nome chiunque, gridando, alla vista di un amico, o di un famigliare. Già i compagni di tenda, roba in spalla, si staccavano: e quelli con le braccia al collo, a stringerli, a trascinarsi sulle loro orme, finché il disagio li prostrava a terra, esausti. E allora restavano indietro, ma singhiozzando esalavano un appello estremo agli dei. Uomo per uomo, l’armata gemeva in lagrime: e l’imbarazzo di quella scelta disumana rendeva acerba la decisione del distacco, benché partire significasse lasciarsi alle spalle una terra ostile, in cui i disastri già patiti eccedevano ogni capacità di pianto: e nuove lagrime certo avrebbe strappato l’oscuro avvenire, denso di sofferenze. Un sentimento acuto di vergogna e di disgusto cocente per se stessi li umiliava. Poiché figuravano come cittadini fuggiaschi da una città sfinita dopo un’assedio: anzi, di una grande città. Il complesso dei reparti in marcia non assommava a meno di quarantamila uomini. Tutti trasportavano, secondo le proprie possibilità e forze, quanto poteva tornare utile: perfino i cavalieri e gli opliti, infrangendo la tradizione, portavano addosso, sotto le armature, il peso delle proprie vettovaglie, parte per mancanza di attendenti, ma molti perché non si fidavano.

I servi infatti avevano disertato da un bel pezzo, e molti sceglievano proprio quel momento. Tuttavia neppure queste riserve di cibo risultavano sufficienti: le scorte di grano si erano esaurite. Era la fame per l’armata. Di certo, in quel frangente, qualunque fosse l’oggetto su cui posava il pensiero, tutto coincideva ad aggravare lo sconforto, benché il peso della sventura, quando s’è in molti a portarlo, per quasi che si divida e che gravi un po’ più leggero: ma tra gli altri supplizi, il più bruciante era il ricordo trionfale della partenza, dell’orgogliosa fiducia che l’aveva cinta e la miseria di questo declino, così vile, così abietto. Mai altro esercito greco conobbe un simile mutamento di sorti. Giunto col proposito di asservire un popolo, gli capitava ora di ritrarsi in fuga, temendo piuttosto per sé ad ogni istante del giorno, quella medesima minaccia. Parole di vittoria e suoni di peana lo coronavano, quando sciolse le vele: e ora, eccolo di nuovo in partenza, ma con che diversi auguri, marciando come fosse una folla di, fanti, anziché sulle strade del mare, aggrappato al nerbo degli opliti, non più della flotta. Tuttavia le sciagure subite sembravano sopportabili quando il pensiero spaventato correva al rischio ancora incombente.

Ekklesiasterion e il cosiddetto Oratorio di Falaride

Il poggio San Nicola occupa una posizione centrale nella zona pianeggiante in cui sorge la città. Definito ai suoi piedi da due decumani (a nord e a sud) e da due cardini (a est e a ovest), dei quali restano tracce, è sede di un santuario greco-romano, i cui resti più consistenti si trovano nell’area antistante il moderno edificio del Museo archeologico nazionale.

In questa area, negli anni ’60, è stata riportata alla luce una cavea assembleare a forma di theatron nella quale è stato riconosciuto l’ekklesiasterion (sede dell’ekklesia o assemblea di tutti i cittadini liberi), primo ritrovamento di monumento pubblico a carattere non sacro dell’antica Akragas.

Ritrovato nel periodo in cui stava per essere ultimato il Museo Archeologico, si trova nell’area antistante al tempietto prostilo tardo ellenistico meglio conosciuto come “Oratorio di Falaride”, che vi si è in parte sovrapposto.

La cavea, ricavata da un banco di roccia tufacea posta secondo un dolce declivio, guarda verso la collina dei templi ed il mare ed è orientata, per ottenere la massima esposizione alla luce possibile, da est verso ovest. La costruzione presenta una forma geometrica a semicerchio le cui estremità sono prolungate, con lo stesso raggio dell’orchestra, sino ad ottenere 6/8 dell’intera circonferenza. L’eccessiva chiusura delle ali della cavea ha permesso senza alcun dubbio agli archeologi di escludere che questo edificio fosse un teatro.

Questa struttura testimonia l’esistenza di una assemblea popolare che era convocata in seduta allargata e che, quindi, comprendeva un elevato numero di partecipanti (4000 cittadini circa). Grazie a queste caratteristiche si è pensato ad assemblee simili presenti nel mondo greco di occidente ed in particolare all’ekklesia menzionata da Diodoro Siculo (Biblioteca Storica XIV,44,5) per l’anno 398 a.C. a Reggio. Secondo delle considerazioni che si fondano sui dati di scavo e di stratigrafia gli studiosi pongono la datazione di questo edificio pubblico all’incirca tra il IV e il III sec. a. C.

Si conserva ancora oggi la cavea a semicerchio con le estremità prolungate sino ai 6/8 dell’intera circonferenza (diametro massimo m 48 e minore m 15,60): essa poteva contenere sino a 3000 persone; è ricavata nel banco roccioso con leggera inclinazione verso Sud; presenta 19 gradini concentrici, solo alle estremità integrati da blocchi alloggiati in appositi tagli nella roccia. Lungo il settore orientale la cavea risulta attraversata da tre canali di deflusso per il convogliamento dalle acque piovane nell’euripo (canale) che corre alla base. Alla sommità un ambulacro, largo m 1, era delimitato da una sorta di parapetto. Una serie di cavità praticate nella roccia sono, invece, interpretabili come alloggiamento di pali lignei connessi con un portico di coronamento.

Sulle strutture dell’ekklesiasterion, nel I secolo a.C., fu costruito il cosiddetto Oratorio di Falaride, così erroneamente denominato sin dal XVIII secolo. Si tratta di un tempio di tipo romano su podio sagomato (alt. m 1,60) con gradinata sulla fronte, sul quale sorge l’edificio prostilo tetrastilo con cella a blocchi isodomi preceduta da un pronao con quattro colonne ioniche tra le ante (non conservate). Di fronte al tempio è
l’altare verso cui prospetta una esedra semicircolare.

In asse col tempio, ma significativamente anche sul diametro centrale del precedente ekklesiastérion e sull’asse della cunetta settentrionale di questo si colloca l’altare del sacello, pure rivestito di stucco dipinto, immediatamente a nord, a margine dell’antico edificio di riunione, e in asse con l’altare del sacello romano, sorge un’esedra semicircolare, con tutt’evidenza destinata ad ospitare una statua. L’ipotesi che spiega nella maniera più convincente questa radicale trasformazione consiste nell’interpretare il tempietto (destituita d’ogni fondamento è l’attribuzione ad esso di una lastra con iscrizione dedicatoria) come luogo di culto insediato da Romani all’indomani della deduzione di coloni da parte di Scipione nel 197 a. C. (deduzione accompagnata da cospicue donazioni, come l’Apollo di Mirone posto nell’Asklepieion, e ricordato sopra), evidente sostituzione dell’“”ekklesiastérion”” collegato al vecchio ordine costituzionale, e anch’esso munito della sua carica sacrale. Sarebbe seducente supporre che il tempietto fosse dedicato al nuovo ecista Scipione, eroizzato (come a Liternum), al quale era certamente dedicato almeno l’esedra semicircolare. In ogni caso il tempietto ha il sapore di un piaculum (atto espiatorio) per la soppressione di uno spazio pubblico (o sacro) più antico.

Nella fase successiva, d’età imperiale, la zona, specialmente nella parte inferiore dell’antica orchestra (ma anche sulla sommità della cavea), venne occupata da abitazioni private, di cui sono visibili alcuni ambienti decorati con mosaici. Durante l’epoca normanna l’oratorio fu trasformato nella cappella dedicata alla Vergine Maria di un monastero cistercense fondato sul Poggio di San Nicola: gli interventi di sistemazione riguardarono il rifacimento del tetto con l’impostazione di una volta a vela con crociera, la trasformazione dell’apertura con una ogiva e addirittura l’aggiunta di un’ abside laterale oggi scomparsa. La rimozione dell’abside (visibile in pitture del ‘700) è probabilmente legata al periodo borbonico quando ferveva un diffuso spirito neoclassico che spinse ad un restauro il monumento per restituirgli un foggia originaria.

I tre filosofi

Diretta a questa committenza nobile e colta, che condivideva con Giorgione una passione per l’ermetismo e l’astrologia, è una delle opere più famosi e, sotto molti aspetti, più inquietanti del pittore, i Tre Filosofi. Come riporta Marcantonio Michiel nella Notizia d’opere del disegno (1525) l’opera venne eseguita per Taddeo Contarini, personaggio alquanto bizzarro: da una parte, era delle persone più ricche della Venezia dell’epoca, con un grande fiuto per gli affari e parecchio pelo sullo stomaco. Dall’altra, era un intellettuale raffinato, amante della filosofia, frequentava regolarmente la biblioteca del Cardinal Bessarione e seguace del neoplatonismo.

Che i rapporti tra Giorgione e Taddeo fossero molto stretti, è testimoniato anche da una delle rare testimonianze documentali che riguardano il pittore, la lettera di Isabella d’Este, marchesa di Mantova, al suo funzionario a Venezia, Taddeo Albano, per acquistare un’opera dell’eredità del pittore. La lettera se da un lato evidenzia la celebrità di Giorgione giunta fino alla corte estense, dall’altra mostra come Isabella conosca ben poco dell’artista e del suo valore, tanto che prega il mercante di verificare se si tratti di un dipinto veramente degno.

L’ultimo documento è la lettera di risposta di Taddeo Albano ad Isabella d’Este che conferma la morte di Giorgione per peste e precisa l’esistenza di due versioni del quadro richiesto da Isabella, una “non molto perfecta” in casa di Taddeo Contarini ed una “de meglior desegnio et meglio finita” in casa di Vittorio Beccaro, ma comunica anche alla marchesa che non sono in vendita, perché i loro proprietari “le hanno fatte fare per volerle godere per loro”.

Tornando al quadro, Michiel così lo descrive

tela a oglio delli tre philosophi nel paese, due ritti et uno sentado che contempla i raggi solari con quel saxo finto cusì mirabilmente, fu cominciata da Zorzo da Castelfranco et finita da Sebastiano Vinitiano

Dove Sebastiano Vinitiano è il nostro Sebastiano, che le fonti dell’epoca, definiscono allievo di Giorgione, tanto che lo stesso Vasari scrisse

Venutagli poi voglia, essendo ancor giovane, d’attendere alla pittura, apparò i primi principii da Giovan Bellino allora vecchio. E doppo lui, avendo Giorgione da Castelfranco messi in quella città i modi della maniera moderna, più uniti e con certo fiammeggiare di colori, Sebastiano si partì da Giovanni e si acconciò con Giorgione, col quale stette tanto che prese in gran parte quella maniera

In realtà, le recenti radiografie, hanno escluso la presenza di una mano diversa rispetto a quella di Giorgione. Come racconta Vasari, che, per una volta, non diede fondo alla sua fantasia, Giorgione dipinse direttamente sulla preparazione della tela, senza ricorso al disegno preparatorio. Per il modo di procedere così diretto, furono necessari alcuni pentimenti in corso d’esecuzione, che dopo la morte del pittore, i posteri interpretarono come intervento di un allievo.

Nel 1636 il dipinto si trovava presso Bartolomeo della Nave, ancora a Venezia; venduto nel 1638 a Hamilton, venne infine ceduto nel 1649 a Leopoldo Guglielmo d’Austria: da allora ha seguito le sorti delle raccolte asburgiche.

La composizione del dipinto è relativamente semplice, con tre personaggi, due in piedi e uno seduto, raggruppati nella metà destra del dipinto, mentre a sinistra prevale un’oscura rupe, di atmosfera leonardesca. Al centro invece, tra la quinta rocciosa e quella vegetale dietro ai “filosofi”, si apre un lontano paesaggio, con un villaggio immerso nel verde, dove il sole è appena tramontato tra le colline che si perdono in lontananza, dai toni azzurrini per effetto della foschia. Il contrasto tra zone di luci e zona d’ombra amplifica la profondità spaziale e facilita la lettura tramite l’individuazione di linee di forza che attraversano la composizione: ne è un esempio la diagonale che parte dall’ombra della rupe e risale lungo la figura del giovane. I colori sono molto vivaci, ma sapientemente armonizzati nella luce atmosferica, una delle caratteristiche del tonalismo veneto di cui Giorgione fu l’iniziatore e uno dei più importanti rappresentanti.

Ma che diavolo rappresentano le tre figure ? Qui le ipotesi si sprecano: nel Cinquecento e Seicento, l’interpretazione era alquanto banale. Andava per la maggiore l’idea che il quadro fosse simbolo delle tre Età dell’Uomo, oppure, da cui il titolo, dell’evoluzione del pensiero filosofico, idea ripresa recentemente da Faggin. Di conseguenza, il vecchio simboleggiva la filosofia dell’Antichità classica, per cui dovrebbe essere un ritratto di Platone o di Aristotele, l’uomo di mezza età, quella medievale, con l’arabo che dovrebbe essere Averroè, mentre il giovane il pensiero neoplatonico dell’epoca. Alcuni storici dell’arte francesi, tra l’altro, hanno individuato delle somiglianze tra il ritratto del giovane e Pico della Mirandola, però, mi sa tanto di forzatura.

A oggi, invece vanno per la maggiore quattro chiavi di lettura alternative, tutte derivate dagli interessi di Taddeo Contarini: alchemica, escatologica, religiosa, letteraria. Cominciamo con l’alchemica, che ogni tanto fa capolino: secondo questa interpretazione, il quadro sarebbe una metafora della Grande Opera, il sentiero iniziatico che l’alchimista deve percorrere per realizzare la Pietra filosofale, il Lapis philosophorum. Si tratta di un itinerario scandito da tre tappe, ovvero tre operazioni fondamentali note anche come trasmutazioni alchemiche. In ordine, queste trasmutazioni sono: Nigredo, Albedo e Rubedo.

L’anziano, nascosto nell’Oscurità è il Nigredo, l’opera in Nero, il processo con cui la vita abbandona gradualmente la materia, dando origine a un composto informe e putrido, ossia la Vecchiaia che precede la Morte. Se la materia con cui operano gli alchimisti è lo spirito, allora la Nigredo rappresenta il processo di putrefazione dell’ego. In seguito a questa operazione la materia precipita nel caos originario che precede la creazione. Si tratta della notte dell’anima, l’incontro con quello che Jung chiamava Ombra, l’insieme contenuti rimossi dell’inconscio, che respingiamo per via dell’educazione ricevuta o delle influenze dell’ambiente circostante.L’incontro con l’Ombra avvia il processo di putrefazione dell’Io, ovvero lo smantellamento da parte dell’individuo di tutto il sistema di credenze che egli aveva su di sè. La concezione che l’individuo aveva di sé si sgretola lentamente per lasciare spazio a un nuovo Io più espanso e rinnovato. Per rinascere, infatti, l’individuo deve prima morire.

Rinascita che si configura nell’Albedo, l’Opera in Bianco, il giovane dalle candide vesti, che rappresenta il processo di purificazione o distillazione del composto scaturito durante la fase di Nigredo. Durante la Nigredo infatti la materia dell’Opera imputridisce, disintegrandosi e precipitando nel caos. A partire dalla fase di Albedo la massa informe che scaturisce dalla trasmutazione precedente viene sottoposta a un processo di distillazione e preparata per la sua successiva sublimazione. Attraverso questa operazione, che traduce il motto alchemico solve et coagula, la materia disciolta durante la Nigredo viene ricomposta in una sintesi superiore.

Dal punto di vista psicologico la fase di Albedo viene spesso associata alla pratica della consapevolezza e dell’osservanza di sé, in seguito all’incontro con l’ombra avvenuto durante la Nigredo. Lo scrutare se stessi e il proprio Io consente di guardare le proprie emozioni in modo distaccato e obiettivo. In questo modo si creano i presupposti affinché la cosiddetta ombra possa essere inglobata nella personalità. La psiche smette di giudicare, il dialogo interiore si interrompe e l’anima si libera finalmente da tutti i condizionamenti mondani, familiari e sociali. L’Albedo indica la liberazione dell’anima dai lacci della corporeità, stato che si raggiunge grazie a una più alta consapevolezza di sé.

Infine, il Rubedo, l’opera in rosso, simboleggiato dall’Uomo Maturo, dalle vesti color cinabro, il ricongiungimento degli opposti, la chiusura del cerchio, l’unione di spirito e materia, di maschile e femminile, o di Sole e Luna, in definitiva l’androgino o rebis; dopo che il piombo era stato trasmutato in argento, essa segna dunque il passaggio finale all’oro. Sintesi testimoniata anche dalla posizione centrale, che è vestita da arabo, in omaggio al contributo portato dai pensatori islamici allo sviluppo del pensiero alchemico.

Analogamente, come la nigredo corrispondeva al corpo fisico dell’alchimista, e l’albedo alla sua anima, ora la rubedo ne identifica lo spirito,la parte più elevata dei tre organi costitutivi dell’essere umano. Il compito finale dell’alchimista, ad un tale stadio di sviluppo, diventa non solo quello di elevarsi al di sopra della materia, ma di rincongiungersi con essa e di redimerla, dopo averla resa fertile e ripulita dagli aspetti grossolani; la sua anima cioè, dopo essersi liberata dalla corporeità, deve morire a sua volta per cedere il passo alla discesa dello spirito, realizzando la fusione dell’Io con il mondo, com’era all’inizio dell’Opera ma non più in maniera inconscia, bensì ad un livello superiore di consapevolezza, e come risultato di una sua libera volontà. L’Io giunge a rendersi strumento di Dio prendendo coscienza di essere un tutt’uno con il mondo, che in lui si rispecchia: il microcosmo è divenuto macrocosmo

Nell’ambito della psicologia analitica sviluppata da Jung, la rubedo rappresenta l’archetipo del Sé conquistato al culmine del processo di individuazione, quando avviene la fusione tra l’ego e il Sé, simboleggiata da un uomo rosso e una donna bianca. È l’unione degli opposti, il punto in cui la persona non solo si riappropria del materiale inconscio che era stato proiettato ingannevolmente all’esterno, ma lo rielabora consapevolmente a un livello superiore aprendosi all’amore. Egli giunge così a scoprire la propria vera natura, ricevendo la manifestazione dell’Io nella sua interezza. Di conseguenza, la grotta diviene il simbolo del Crogiolo, lo strumento con cui l’Alchimista esegue la sua ricerca del Sè, la filosofia ermetica.

La chiave di lettura escatologica, che si collega a quella del Fregio di Castelfranco, che è di una potenza suggestiva straordinaria, è stata elaborata da Augusto Gentili e che è troppo affascinante per non essere citata testualmente

Tre filosofi si è ovviamente aperta da tempo (e non s’è mai chiusa) un’interminabile sequenza di ipotesi combinatorie più o meno plausibili; ma riscuote un discreto successo anche l’alternativa in chiave cristiana fornita dalla ricorrente identificazione con i re magi, costretti peraltro a rinunciare alle insegne del rango, a portarsi appresso non doni ma strumenti di misura e a contemplare una grotta disperatamente vuota.

Il vecchio ha il compasso e una tabella ricca di segnali astrologici; il giovane ha compasso e regolo a squadra; e quello che in tutti sensi è il mediano, per età e posizione, sarà inevitabilmente – anche se privo di qualsiasi strumento – collega degli altri due. I tre filosofi sono più precisamente tre astrologi, di diversa età, nazione, religione e cultura: da quel che vediamo, un vecchio ebreo, un arabo d’età adulta e un più indefinito giovane occidentale. Il più importante e autorevole è evidentemente il vecchio ebreo, qualificato dal compasso e dalla tabella quale protagonista e depositario dell’antica scienza. La tabella – che è l’indicazione più forte e dettagliata di tutto il dipinto, e quindi la chiave del problema interpretativo – rimanda ancora una volta alla grande congiunzione del 1503-04 e in particolare all’eclissi di Luna del 29 febbr. 1504, anno che si legge plausibilmente in alto a sinistra; al centro stanno una piccola sfera leggermente ombreggiata sul bordo destro e una grande falce di luna crescente, quasi totalmente scura, che compongono un sintetico diagramma dell’eclisse di Luna. Subito al di sopra, la scritta sbiadita e sbavata si può forse leggere “celus” o “celum”, o forse, per l’appunto, “eclisi” (secondo il suggerimento di Rosella Lauber).

La tabella è completata in basso da un Sole raggiato al tramonto, dove si leggono (o, in parte, s’immaginano) le cifre da 1 a 7. In questo contesto esse si riferiscono al cosiddetto “oroscopo delle religioni”, ossia alla teoria di un percorso ciclico attraverso sette età, collegate ai pianeti e alle grandi religioni, caratterizzato da un progressivo decadimento dell’universo e dell’umanità fino alla catastrofe conclusiva e alla rigenerazione in un ciclo rinnovato. All’interno di questa teoria l’attenzione tende progressivamente a concentrarsi sulle tre religioni monoteistiche ancora d’attualità – l’ebraica, la cristiana, l’islamica – trascurando i residui fantasmi caldei o egizi. Si potrà allora lavorare sull’ipotesi che i “tre filosofi” siano i rappresentanti, o addirittura i fondatori, delle tre grandi religioni: sfruttando anche quel settore complementare dell’astrologia che determina elementi di fisionomia e di carattere in base agli influssi dei pianeti; e, per altro verso, integrando le informazioni che vengono dal dipinto come è ora con quelle che vengono dalla sua radiografia, testimone di una versione originaria sensibilmente diversa da quella finale.

La religione ebraica dipende dalla congiunzione di Giove e Saturno. Il vecchio corrisponde perfettamente alla caratterizzazione saturnina dell’ebraismo come religione della profezia e della rivelazione: l’aveva già spiegato quella tabella di previsioni astrologiche che, oltretutto, apparenta il personaggio all’iconografia di Mosè con le tavole della legge. In radiografia la testa del vecchio appare inoltre adorna di un vistoso diadema sacerdotale che traduce in oggetto figurato i raggi dell’illuminazione celeste. Non ci può essere alcun dubbio: questo non è un ebreo qualsiasi ma è appunto Mosè, fondatore dell’antica legge, interprete della divina sapienza.

La religione islamica dipende dalla congiunzione di Giove e Venere. Il “filosofo” mediano per età e posizione – che in radiografia ha un colorito assai più scuro, poi soppiantato da una lieve abbronzatura e da improbabili pomelli – è caratterizzato quale musulmano non solo dall’inequivoco abbigliamento ma anche dalla mano ostentatamente posata sul ventre. In termini di anatomia astrologicamente orientata, il ventre corrisponde al segno della Bilancia, domicilio di Venere: il gesto sottolinea l’attitudine venerea tradizionalmente attribuita ai popoli arabi. D’altro canto il personaggio appare elegante e dignitoso, e sembra intrattenere un privilegiato rapporto d’attenzione e scambio col vecchio ebreo. Non ci può essere alcun dubbio: questo non è un arabo qualsiasi ma è Maometto, fondatore dell’Islam.

Ma il terzo “filosofo”, giovane, sbarbato e riccioluto non può certo essere Cristo, o altro ipotetico fondatore-rifondatore della religione cristiana. L’apparente incongruenza può essere agevolmente risolta riesaminando con attenzione le fonti, il quadro, e soprattutto la sua prima versione testimoniata dalla radiografia, dove il giovane è molto diverso, caratterizzato dal profilo aguzzo, dallo sguardo maligno, dall’alto copricapo che sale a calotta scomparendo dietro il braccio dell’arabo. Dopo Maometto e l’Islam, “più giovane” di Maometto e dell’Islam, non può esserci Cristo e il cristianesimo, perché Cristo e il cristianesimo vengono, ovviamente, prima di Maometto e dell’Islam. Dopo la “legge di Maometto” c’è solo l’età della congiunzione Giove-Luna, l’età dell’Anticristo. Spiegano gli astrologi che egli verrà proprio nel 1503-04, al momento della grande congiunzione caratterizzata dall’esaltazione di Giove in Cancro, casa della Luna: falso profeta, falso sapiente, falso astrologo, non scienziato ma negromante, porterà un’epoca di menzogna e rivolgimenti e corruzione e morte, che fortunatamente sarà breve come brevi sono i moti circolari della Luna. Non ci può essere alcun dubbio: il giovane non rappresenta il cristianesimo ma semmai la sua estrema decadenza. È l’imminente e attualissima incarnazione dell’Anticristo, rappresentato secondo l’iconografia più consueta, che è appunto quella di un giovane a volte fornito di strane berrette e a volte coi lunghi capelli ricci in bella vista, dall’espressione a volte malevola o arrogante e a volte ipocritamente benevola o compiacente. La versione originaria in radiografia offre la prima variante, più caratteristica e inquietante; la versione conclusiva del dipinto offre la seconda variante, più generica e rassicurante (Gentili, 1999, pp. 23-31).

Secondo la testimonianza di Michiel, la tela “fu cominciata da Zorzo da Castelfranco et finita da Sebastiano Vinitiano”. Dalla radiografia s’apprende inoltre che i Filosofi erano già opera finita prima della rifinitura di Sebastiano, ma con notevoli scarti iconografici tra prima e seconda versione: di conseguenza, la richiesta di modifica materiale sottintende l’esigenza di una modifica tematica. Sebastiano attenua i contrasti, diluisce le espressioni, confonde le individuazioni: fa un ebreo che è molto meno ebreo, fa un arabo che è un po’ meno arabo, e non fa più un negromante pseudocristiano ma un umanista occidentale. Non è solo una modifica ma un vero e proprio mascheramento, evidentemente dettato dal proprietario del dipinto per cautela, per attutire l’impatto di un soggetto troppo rischioso: ci riuscì perfettamente, a giudicare dalle letture invariabilmente concilianti poi imbastite sui già neutri “tre phylosophi” di Michiel.

Sul problema dell’Anticristo si contrappongono, tra Quattro e Cinquecento (e naturalmente anche prima), due inconciliabili schieramenti: i cristiani ritengono che l’Anticristo verrà da stirpe ebraica, e anzi sarà il falso messia atteso dagli ebrei; gli ebrei, in attesa del vero messia, sostengono che l’Anticristo verrà dalle file cristiane, e anzi sarà l’estremo rappresentante del cristianesimo degradato. G. e il suo committente sono evidentemente sulla seconda posizione, giacché nei Filosofi l’ebreo c’è già, ed è un vecchio venerabile che reca nella tabella astrologica la chiave del sapere; c’è anche l’arabo, che malgrado il gesto “venereo” sembra proprio un sapiente astrologo dei tanti che la sua gente ha prodotto; ma non c’è il cristiano, e se c’è è il cristiano dei tempi ultimi, il falso profeta e falso messia, il mago nero apparentemente impegnato a scrutare e misurare la grotta deserta dove non c’è e non potrebbe esserci alcuna natività e alcun diverso messia, dove edera e fico – tradizionali simboli d’elezione – contrassegnano invece un vuoto oscuro, dove la roccia riproduce, stagliato contro il cielo, l’ingannevole profilo della sfinge.

Anche i Filosofi, come il fregio di Castelfranco, rinviano direttamente alle speculazioni di G.B. Abioso, che per la fatale congiuntura del 1503-04 e per gli anni successivi prevedevano il declino conclusivo del cristianesimo, l’ulteriore sviluppo dell’islamismo e, dopo il breve dominio lunare del pessimo mago, la restaurazione del ciclo nel segno di Saturno e dell’ebraismo. Siamo sul piano di una totale adesione, virata in termini astrologici, alle tendenze millenaristiche ricorrenti nel pensiero ebraico, dove la prospettiva della salvezza coincide sempre col riscatto dalla catastrofe e dall’annientamento. Eppure le aspettative messianiche ebraiche – incoraggiate da nuovi annunci e da nuove figure carismatiche, a cominciare dal vecchio patriarca Isaac Abarbanel (o Abrabanel), approdato a Venezia proprio nel 1503 e subito identificato dalla sua comunità come nuovo Mosè – non appaiono poi molto lontane dall’attesa del “papa angelico” promossa dalle correnti gioachimite cristiane. L’Abioso, G. e il suo committente sembrano rimandare a una cerchia rigoristica di cristiani colti e delusi, inclini a cercare nella religione e nella cultura ebraica l’alternativa al cristianesimo deteriorato.

Quale fosse la composizione di tale cerchia – se poi di questo davvero si tratta, e non della semplice somma di rapporti occasionali e di interessi isolati – è problema negli ultimi tempi dibattuto ma per ora irrisolto. Dalle annotazioni di Michiel si ricavano i nomi dei collezionisti che possedevano dipinti di G. tra il 1525 e il 1543: ma non sempre è chiaro se di quei dipinti, molti anni prima, fossero stati loro stessi i committenti. Almeno nel caso di Taddeo Contarini, il ricchissimo patrizio mercante che nel 1525 possedeva i Filosofi, c’è tuttavia un buon indizio documentario per collegare commissione e collezione. Nel 1524 – l’anno della grande congiunzione in Pesci e del terrore per l’imminente diluvio universale previsto dagli astrologi – Taddeo si fa prestare dalla Biblioteca Marciana (se non per sé, per lo studioso figlio Gerolamo) quattro codici: le Storie di Appiano, due manoscritti di Galeno, padre della medicina, e uno di Filone Ebreo, filosofo della progressiva decadenza dell’umanità e del suo riscatto sotto la guida di Mosè.

La chiave di lettura religiosa è stata invece elaborata da Salvatore Settis: il compasso che il vecchio e il giovane tengono in mano lega le due figure e, con gli altri strumenti che tengono in mano, permette di riconoscerli entrambi come studiosi del cielo, astronomi o astrologi. Il compagno “arabo” col turbante, che dall’uno sembra volgersi all’altro, non può che essere uguale a loro. Nell’altra metà del quadro, la grotta buia, con l’edera, il fico (simboli del legno della Croce), la sorgente d’acqua (simbolo del battesimo) e una fioca luce che sembra giungere non dal sole, ma dall’esterno del quadro: una luce stellare. Col compasso, la squadra e il foglio con disegni astronomici i tre personaggi starebbero quindi studiando la luce di una stella, confrontandola con un libro.

Si tratterebbe dunque dei Magi, che normalmente venivano rappresentati di tre età diverse. Inoltre secondo la sacra scrittura essi si sarebbero recati a spiare l’arrivo della Stella e del Messia davanti a una grotta su un monte (Opus imperfectum in Matthaeum), e che l’edera e il fico insieme simboleggiano, in scene che alludono alla salvazione, rispettivamente la Salvezza e il Peccato. Uno dei Magi starebbe scoprendo la Stella (quello seduto), uno la starebbe interpretando in senso astronomico (il vecchio) e uno aggiungerebbe un riferimento alla profezia di Balaam. Secondo una leggenda medievale inoltre la grotta sarebbe quella dove Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso terrestre, avrebbero deposto i loro tesori, nonché lo stesso luogo in cui avvenne la rivelazione dell’incarnazione di Cristo, nuovo Adamo. Il sole sta tramontando e dona all’opera una luce calda e soffusa, che accentua il senso di sospensione e mistero, in cui l’apparizione della stella (forse il bagliore nella caverna) arriva a guidare le ricerche conoscitive dei Magi.

La chiave di lettura letteraria, che va di moda soprattutto nel mondo anglosassone, parte dalla passione di Contarini per la Divina Commedia di Dante, alquanto rara nella Venezia della sua epoca. Ricordiamo il canto IV dell'”Inferno” dantesco il poeta fiorentino arriva nel Limbo dei sapienti nati prima dell’avvento di Cristo, dove incontra le ombre dei più importanti personaggi della cultura precristiana, che attendono la venuta della resurrezione dei morti e il Giudizio finale per accedere alla vista di un Dio che non hanno conosciuto, per motivi cronologici, durante la loro vita mortale. Qui, dove risiede anche l’ombra di Virgilio, Dante incontra le migliori menti del passato come descritto nelle terzine

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ‘l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
che ‘nnanzi a li altri più presso li stanno;

Democrito che ‘l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;
e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;
Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs, che ‘l gran comento feo

Ora, se vediamo gli attributi delle personaggi, la figura centrale, l’arabo risponde all’iconografia con cui è di solito rappresentato Averroé, mentre il vecchio, con i calcoli astronomici, non può che essere Tolomeo. Il ragazzo, invece, che ha in mano la squadra, è Euclide, i cui Elementi erano appena andati in stampa a Venezia in quegli anni. Per cui, il quadro rappresenterebbe il Limbo dantesco, con la grotta simbolo degli Inferi e l’ombra della mancanza della piena Redenzione, irraggiungibile con i soli strumenti della Ragione Umana, ma possibile solo con Grazia divina.

Insomma, un’opera polisemantica, un continuo rebus da scoprire, il cui fascino nasce proprio dalla sua ambiguità…

La Guerra Vandalica Parte VI

Intorno alla metà di dicembre Belisario decise di rompere gli indugi e di scontrarsi in battaglia con l’esercito nemico. Gelimero aveva collocato il proprio accampamento a Tricameron, a circa dodici miglia, più o meno 28 km, ad occidente di Cartagine. Come a Ad Decimum, la cavalleria romana procedette avanti alla fanteria, e la conseguente battaglia di Tricamarum fu combattuta prevalentemente dalla cavalleria, con l’esercito di Belisario notevolmente in inferiorità numerica. Entrambi gli eserciti mantennero gli elementi di cui si fidavano di meno—i Mauri e gli Unni—come riserva.

I Vandali erano almeno tre volte più numerosi dei bizantini ma Belisario fece un ottimo discorso d’incoraggiamento:

«Perché non è con il numero dei soldati, né con le dimensioni dell’esercito che si decide una guerra, ma con il valore dell’anima»

Le due forze si incontrarono appena fuori dalla città e la cavalleria romana immediatamente ruppe le linee Vandale attaccando e ritirandosi per tre volte, sotto il comando di Giovanni l’Armeno. Alla terza carica, per puro caso, Tzazon, fratello di Gelimero, fu ucciso da un cavaliere romano, proprio sotto gli occhi del re vandalo, che entrò in panico. I Vandali si ritirarono in disordine verso i loro accampamenti. Solo allora gli Unni di Belisario, che si erano astenuti dal combattere con l’aria di volersi ammutinare da un momento all’altro, visto lo svolgimento della battaglia, decisero di affiancarsi ai Romani: la loro carica selvaggia e impetuosa completò la rotta dei Vandali. I morti vandali furono circa 800 contro 50 Romani.

Gelimero fuggì con un modesto seguito in Numidia, mentre gli altri soldati cercarono riparo nelle chiese vicine: fu tutto inutile, visto che soldati romani non si posero scrupoli nell’ucciderli. Non ci fu inseguimento. Le truppe romane si diedero al saccheggio dell’accampamento vandalo, e fu vano ogni tentativo di Belisario di ricondurle all’ordine. Belisario passò una notte in preda all’ansia, racconta Procopio. Temeva che i Vandali potessero accorgersi del disordine nell’esercito imperiale e li avrebbero attaccati; e, secondo Procopio,

ritengo che, se fosse successa una cosa del genere, nessuno dei Romani sarebbe riuscito a fuggire per godersi il bottino”.

Per fortuna di Belisario i Vandali erano già fuggiti molto lontano e non riuscirono a sfruttare nemmeno questa opportunità. Belisario aveva vinto un’altra battaglia ma ancora una volta per gli errori di re Gelimero, che, se non fosse fuggito a gambe levate, avrebbe potuto annientare l’esercito romano mentre era intento a predare l’accampamento vandalo. Verrebbe così il dubbio di cosa sarebbe potuto accadere se i Vandali fossero stati condotti da un comandante più capace di Gelimero. In tal caso Belisario avrebbe potuto benissimo perdere. In effetti, Procopio non esita a considerare la vittoria di Belisario sui Vandali non come il risultato di una superiore abilità strategica bensì come un paradosso della sorte.

Un distaccamento romano sotto il comando di Giovanni l’Armeno inseguì il fuggitivo re vandalo per cinque giorni e notti, ed era quasi sul punto di raggiungerlo quando fu ucciso in un incidente. I Romani si fermarono per piangere il loro generale, permettendo a Gelimero di fuggire, prima a Hippo Regius e poi nella città di Medeus sul Monte Papua, sui cui abitanti Mauri poteva fidarsi. Belisario inviò 400 soldati sotto il comando dell’Erulo Fara per bloccarlo. Belisario stesso si diresse a Hippo Regius, dove i Vandali che erano fuggiti in vari santuari si arresero al generale romano, che promise loro che sarebbero stati ben trattati e inviati a Costantinopoli in primavera. Belisario fu anche fortunato nel recuperare il tesoro reale vandalo, che era stato caricato su una nave a Hippo. Bonifazio, il segretario di Gelimero, avrebbe dovuto trasportarlo in Spagna, dove anche Gelimero intendeva rifugiarsi, ma venti avversi costrinsero la nave a rimanere nel porto e alla fine Bonifazio si consegnò ai Romani in cambio della sua salvezza (ma anche in cambio di una considerevole parte del tesoro, se si presta fede a Procopio).

Belisario cominciò inoltre ad estendere la propria autorità sulle province e avamposti più distanti del Regno dei Vandali: Cirillo fu inviato in Sardegna e Corsica con la testa di Tzazon come prova della sua vittoria, Giovanni fu inviato a Caesarea sulla costa della Mauretania Caesariensis, un altro Giovanni fu inviato nelle fortezze di Septem e Gadira, che controllavano lo Stretto di Gibilterra, e Apollinario a prendere possesso delle Isole Baleari. Fu inviato anche aiuto ai provinciali della Tripolitania, che erano esposti agli attacchi delle tribù locali dei Mauri.

Belisario pretese inoltre dagli Ostrogoti, che lo avevano occupato in quell’anno, la restituzione del porto di Lilybaeum nella Sicilia occidentale, in quanto anch’esso faceva parte del Regno dei Vandali. Uno scambio di lettere seguì tra Giustiniano e la corte degli Ostrogoti, tramite il quale Giustiniano finì per l’essere coinvolto negli intrighi di quest’ultima, costituendo la causa prossima dell’invasione romana dell’Italia un anno dopo (535)

Nel frattempo, Gelimero continuava a rimanere bloccato da Fara nella fortezza di montagna di Medeus, ma poiché il blocco si protrasse per tutto l’inverno, Fara divenne sempre più impaziente. Attaccò la fortezza di montagna, venendo però respinto con la perdita di un quarto dei suoi soldati. Nonostante Gelimero avesse ottenuto un successo, questi non alterava la situazione senza speranza in cui si trovava in quanto egli e i suoi seguaci continuavano ad essere bloccati nella città e cominciarono a soffrire per la mancanza di cibo. Fara gli inviò dei messaggi invitandolo ad arrendersi e di risparmiare i suoi seguaci dal soffrire la fame

La risposta di Gelimero fu di chiedergli la cortesia di inviargli una pagnotta, una spugna e una lira: una pagnotta perché non mangiava pane da quando si era rifugiato su quel monte, una spugna perché voleva asciugare le proprie lacrime, e una lira perché voleva cantare una canzone che aveva composto sulle sue tribolazioni. La curiosa richiesta fu prontamente esaudita e così verso la fine di marzo del 534 si consegnò a Belisario

Il casale delle Cappellette

Che sulla Prenestina, all’altezza del Casale delle Cappellette, vi fosse un importante complesso archeologico dell’antica Roma, era noto sin da inizio Ottocento. La prima citazione che ho trovato è presente in quella miniera di informazioni che l’ Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de’ Dintorni di Roma di Nibby, che risale al 1837, in cui si spiega come il nome deriva dalla presenza di un muro con enormi nicchie, che costeggiava la Prenestina.

Tra l’altro, a riprova del genio di questo archeologo, troppo spesso dimenticato, è il fatto che nello stesso paragrafo in cui parla delle Cappellette, si accorge della somiglianza tra il Mausoleo di Romolo sull’Appia Antica e quello di Villa Gordiani, ipotizzandone una derivazione, cosa che è stata confermata dagli scavi e dagli studi degli ultimi anni.

Nonostante questa consapevolezza, il complesso delle Cappellette non era mai stati studiato a fondo, tanto che in una mia guida archeologica, che risale a metà anni Novanta è così descritto

Si tratta di una struttura muraria isolata eseguita con tecnica piuttosto raffinata, situata all’interno degli orti del casale Cappellette. Molto probabilmente era un sepolcro, ma lo stato di conservazione dei resti e il fatto che praticamente se ne conservi un solo lato, non permettono di fornire né una descrizione più dettagliata dell’edificio, né informazioni riguardo la sua storia.

Però, gli scavi compiuti tra il 2015 e il 2017 ci hanno detto qualcosina in più sull’area. Durante i sondaggi preventivi fatti per l’insediamento del Nuovo Centro Servizi Prenestina, che sono emersi i pozzi disposti in modo ordinato su di un pianoro di tufo che fiancheggia la valle del Fosso di Centocelle, che adesso è intubato, ma che una volta percorreva la nostra via Palmiro Togliatti.

La conferma dell’esistenza dell’acquedotto sotterraneo è arrivata con lo scavo del pozzo più orientale, in cui sono state trovate numerose anfore, che provano che l’area era frequentata fino in epoca tardo antica, e gli speleologi hanno potuto esplorare il condotto interno. L’esplorazione ha appurato che si tratta di uno speco scavato nel tufo della collina, un condotto alto fino a 2 metri e 15 e largo 90 centimetri. Ha una copertura in conglomerato cementizio gettato su uno strato di quattro-cinque tavole di legno. E l’acqua scorreva, in pendenza da est verso ovest, a una quota di più di 21 metri sotto terra.

Ma di quale acquedotto si tratta ? Bella domanda… Frontino responsabile delle acque ai tempi di Traiano, nel suo De Aquaeductu Urbis Romae segnala in questa zona il tracciato di due soli acquedotti, quello dell’Aqua Appia e l’altro dell’Aqua Appia Augusta. Ora le murature dei pozzi trovati sono sicuramente di epoca augustea, però sembrano essere costruiti su un acquedotto precedente, proprio quello Appio.

L’Aqua Appia, il primo degli acquedotti pubblici, venne fatta arrivare a Roma nel 312 a.C. sotto i censori Appio Claudio Crasso e Gaio Plauzio Venox. Le sorgenti, sempre secondo Frontino, erano poste in quello che veniva chiamato l’ager Lucullanus, tra il VII e l’VIII miglio della via Prenestina, ad una quota di circa 24 metri di profondità. L’acquedotto subì restauri nel 147, nel 33 e tra l’11 ed il 4 a.C., quando Augusto ne potenziò la portata collegandovi un nuovo condotto, quello dell’Aqua Augustana, l’altra attribuzione possibile, all’altezza della nostra Santa Croce in Gerusalemme, nella località ad Spem Veterem.

Inoltre, nella zona sono stati rivenuti anche due mausolei, nel parco del nuovo quartiere Prampolini. Due sepolcri a tempietto con pronao, del IV secolo d.C.. E sotto, con una telecamera, si è raggiunto il luogo della sepoltura di una ragazza, una tomba foderata di marmi, trovata depredata, ma in cui è rimasta la sagoma della defunta, che ha impresso sul suolo un colore viola, quella della Porpora di Tiro, che allora si usava solo per le vesti delle famiglie patrizie vicine all’imperatore. Destinazione funeraria che è stata confermata dall’aver identificato l’area come provenienza dell’ara funebre di Tiberio Claudio Optato, appartenente a una famiglia di liberti imperiali, che svolgevano il ruolo, per utilizzare un termine moderno, di ministro delle Finanze.

Per cui, è probabile che nell’area vi fosse una villa suburbana di una famiglia senatoriale, associata alla relativa area sepolcrale: la ricchezza potenziale del sito è testimoniata anche dalla scoperta di una fornace alto medioevale, dove si trasformavano in calce i marmi della zona, cuocendoli alla temperatura di mille gradi.

Ludovico de Varthema viaggiatore e cialtrone

Molti omini son già stati, li quali se son dati alla inquisizione delle cose terrene, e per diversi studii, andamenti e fidelissime relazioni, se son sforzati pervenire al loro desiderio. Altri poi de più perspicace ingegno, non li bastando la terra, comenciorono con sollicite osservazioni e vigilie, como Caldei e Fenici, a discorrere le altissime regioni del cielo: de che meritamente ciascun de loro cognosco aver consequita dignissima laude apresso delli altri, e de se medesmi plenissima satisfazzione. Donde io, avendo grandissimo desiderio de simili effetti, lassando stare li cieli come peso convenevole alle spalle de Atlante e de Ercule, me disposi volere investigare qualche particella de questo nostro terreno giro; né avendo animo (cognoscendome de tenuissimo ingegno) per studio overo per conietture pervenire a tal desiderio, deliberai con la propria persona e con li occhi medesmi cercar de cognoscere li siti de li lochi, le qualità de le persone, le diversità degli animali, le varietà de li arbori fruttiferi e odoriferi de lo Egitto, de la Surria, de la Arabia deserta e felice, de la Persia, de la India e della Etiopia, massime recordandome esser più da estimare uno visivo testimonio che diece de audito. Avendo adunque col divino adiuto in parte satisfatto a l’animo mio e recercate varie province e strane nazioni, mi pareva niente aver fatto, se de le cose da me viste e provate, meco tenendole ascose, non ne facesse participe li altri omini studiosi. Onde me sonno ingegnato secundo le mie piccole forze descrivere questo mio viaggio fidelissimamente, giudicando far cosa grata alli lettori, che, dove io con grandissimi pericoli e intolerabile fatighe me son delettato, vedendo novi abiti e costumi, loro senza disconcio o periculo legendo ne piglino quel medesmo frutto e piacere

Sono le parole con cui uno straordinario viaggiatore e una simpatica canaglia, Ludovico de Varthema, comincia nel suo Itinerario a raccontare le sue peregrinazioni in giro per l’Asia. Viaggiatore su cui, ahimé, sappiamo ben poco. Si vanta di essere bolognese, e che tale lo dice, definendolo «familiaris noster delectissimus», il cardinale Raffaele Riario, all’epoca camerlengo di Giulio II, nel privilegio premesso alla prima edizione romana del suo Itinerario, ma tracce di una famiglia Varthema, almeno sino ad oggi non se ne sono trovate, negli archivi cittadini.

Alcuni pensano che si tratti di immigrati tedeschi, altri di genovesi, altri ancora lo collegano a Vertemate, piccola località presso Como. Cita più volte il fatto che il padre fosse un medico. Ignoriamo la sua data di nascita, però, quando cominciò il suo viaggio in Oriente, per come parla e ragiona, sembrerebbe avere una trentina d’anni. In particolare lo suggerisce la sua vasta esperienza di cose militari: circostanza che, unita al fatto che il testo dell’Itinerario è preceduto da lettera dedicatoria alla duchessa di Tagliacozzo, Agnesina Montefeltro Colonna, figlia di Federico di Montefeltro e moglie di Fabrizio Colonna, indusse Amat di San Filippo a ipotizzare, peraltro senza alcuna conferma documentaria, che Varthema avesse esercitato il mestiere delle armi alle dipendenze del duca di Urbino.

Il nome Varthema non compare nell’edizione latina dell’Itinerario stampata a Milano nel 1511 nella traduzione di Arcangelo Madrignani, dove il testo figura opera «Ludovici Patritii Romani». E «Luis patricio romano» è detto l’autore nella traduzione castigliana di Christobal de Arcos (Siviglia 1520), fatta sul testo latino di Madrignani. Ciò si spiega con il fatto che in due occasioni, nel testo, Varthema viaggiatore dichiara ai suoi interlocutori orientali di essere «romano», con ciò intendendo italiano, o più genericamente occidentale. Quanto a «patrizio», è probabile che il titolo gli fosse stato conferito dai suoi potenti protettoriri della Curia Pontificia. Che Varthema abbia soggiornato a lungo a Roma appare provato dalla conoscenza dettagliata della città che egli dimostra in più occasioni, cosa che, stranamente, non avviene per Bologna. Secondo il traduttore spagnolo, avrebbe avuto a Roma moglie e figli, ma tale informazione potrebbe derivare semplicemente dal passo dell’Itinerario in cui Varthema se li attribuisce, nel tentativo di impietosire i cristiani nestoriani in India, per scroccare vitto e alloggio, quindi la storia lascia il tempo che trova.

Consapevole delle rotte marittime e dei percorsi sino ad allora più frequentati, partì da Venezia. Salpò verso Alessandria d’Egitto, libero da esigenze o da obiettivi che potevano compromettere un viaggio intrapreso esclusivamente per volontà di apprendere: non andò in cerca di denaro o di beni preziosi, non indossò le vesti del pellegrino, non divenne ambasciatore di nessuno, non parlò per conto di altri in incontri diplomatici.
Da Alessandria proseguì per il Cairo, poi per Beirut, poi per Damasco dove si fermò «alcuni mesi», assumendo il nome di di Yunus che conservò fino al suo rientro in patria.L’8 aprile 1503, spacciandosi per mamelucco, fece amicizia con un cristiano rinnegato, che era a capo di una carovano di trentacinquemila cammelli, diventando un sua guardia del corpo. Dopo quaranta giorni, diversi scontri con i predoni nei deserti dell’Hijiaz e una sosta a Medina a visitare la tomba di Maometto, la carovana raggiunse la Mecca e vi compì i riti dovuti. Ludovico fu probabilmente il primo cristiano a infilarsi di nascosto nelle città sacre dell’Islam.

Per le strade della Mecca un musulmano intuì che in lui c’era qualcosa di occidentale: gli disse di sapere che lui non era musulmano e di conoscere Genova e Venezia. Lo stratagemma fu velocemente messo in atto da Vartema: convinse l’uomo di essere diventato mamelucco al Cairo, di essere un artigiano esperto nella costruzione di bombarde e di non desiderare altro che mettersi al servizio dei musulmani. Quando rivelò di essere un artigiano di artiglierie, il viaggiatore fu così bravo a mentire al suo interlocutore musulmano tanto da manifestare, al suo cospetto, il più sentito risentimento nei confronti del re del Portogallo, che stava ostacolando i mercanti arabi nel commercio delle spezie:

Lui me commenciò de passo in passo a dire la cagione perché non venivano le ditte robe come erano usate de venire. E quando lui me disse che era cagione el Re de Portogalo, io mostrai de avere grandissimo dolore, e diceva molto male de ditto Re, solo perché lui non pensasse che io fusse contento che li Cristiani facessero tal viagio. Quando costui vide che io mi dimostrava inimico de’ Cristiani, me fece magiore onore assai, e dissemi ogni cosa de punto in punto.

Ottenne così, in cambio di un favore economico, amicizia e ospitalità, delle quali godere in attesa di ripartire con una nuova carovana diretta a Gedda, il trafficato e brulicante porto della Mecca. Qui, dove Cristiani ed Ebrei erano tutt’altro che benvenuti, viveva due vite: di giorno era un povero musulmano che aveva come unica dimora la moschea e di notte usciva per andare a comprarsi il cibo. Fattosi prendere a bordo di una nave diretta in Persia, arrivò ad Aden, dove fu catturato dalle guardie di Amir II che lo portarono davanti al Sultano. Gli fu chiesto di recitare la professione di fede islamica per salvarsi dall’accusa di essere cristiano e spia dei portoghesi, le parole gli vennero meno, senza che se ne riuscisse a capire bene il perché, a dispetto della sua capacita di togliersi da ogni impiccio:

Disse el Soldano: «Di’ leila illala Maomet resullala»; e io non lo posseti mai dire o che fosse la voluntà de Dio o la paura che io aveva. Vedendo questo el Soldano, ch’io non poteva dire quelle parole, subito commandò ch’io fusse messo in carcere con grandissima custodia de omini.

Si salvò dall’essere impalato grazie a una delle mogli di Amir II, che aveva una cotta per lui e intercesse presso il sultano, per fargli avere la grazia. Ma come liberarsi di lei in seguito? Con un’altra menzogna: dandosi malato e dovendo cosi cercare la guarigione presso un venerato asceta di Aden. Costruì il suo piano con precisione: mentre una lettera avvisava la Regina della salute riacquistata e del suo proposito di visitare il regno di Amir II, ad Aden il viaggiatore prendeva accordi con il comandante della nave che un mese dopo lo avrebbe portato prima in Persia e poi in India. Nell’attesa di salpare, Ludovico poté approfittare pienamente di quell’intero mese a sua disposizione e, invece di darsi all’ozio in Aden, salì a cavallo per visitare le città dello Yemen.

La nave sostò in Etiopia, a Zeila e a Berbera; traversò poi l’Oceano Indiano settentrionale raggiungendo la costa del Gujarat e tornò verso Ovest, all’imbocco del Golfo Persico, fermandosi a Ormuz; da lì Ludovico proseguì sino a Herāt e a Shīrāz, dove si fermò a osservare le usanze dei mercanti. Fra questi ve n’era un persiano, Cozazionor, conosciuto durante lo hajj alla Mecca, che gli propose di viaggiare insieme. Accomunati dallo stesso intento, quello di conoscere il mondo, i due partirono alla volta di Samarcanda, ma dovettero rinunciare al loro scopo per lo stato di guerra in cui trovò la regione, a cui Izmail Scià stava imponendo la conversione allo sciismo. Così i due sostarono ad Herat, dove l’amico persiano gli diede in moglie una sua nipote, per poi tornare a Hormuz, da dove salparono per l’India, terra dalle molteplicità di stati e di religioni, animati entrambi dal puro desiderio di viaggiare per diletto per «vedere e sapere più cose».

Dalla foce del fiume Indo, navigò lungo la costa occidentale dell’India, toccando Cambay e Chaul; poi Goa, dove fece un’escursione nell’entroterra per Bijapur, il forte di Cannanore, dal quale ancora una volta si diresse verso l’interno per visitare Vijayanagara, Tungabhadra, e Calicut (1505), dove si fermò per descrivere la società e i costumi del Malabar, la topografia e il commercio della città, la corte e il governo del suo sovrano (Samoothirippadu, o Zamorin), la giustizia, la religione, la navigazione e l’organizzazione militare. Passando per le lagune di Kochi e dopo aver visitato Kollam (precedentemente nota come Quilon), doppiò il Capo Comorin e passò a Ceylon (1506). Anche se qui il suo soggiorno fu breve (probabilmente a Colombo), conobbe molto bene l’isola, da cui navigò verso Pulicat, poco a nord di Madras. Da lì passò al Tenasserim nella penisola malese, nel Bengala. Lì Ludovico e Cozazionor incontrarono due mercanti «cristiani» – probabilmente due nestoriani cinesi – che fecero loro da guida a Pegu (Birmania), a Malacca, a Sumatra, a Banda, alle Molucche, tornando dalle quali i quattro sostarono al Borneo e a Giava.

A quel punto, i mercanti nestoriani partirono per Sarnau, mentre Ludovico e il compagno Cozazionor iniziavano il loro viaggio di ritorno verso l’India. Questa volta Cozazionor non volle insistere affinché i nestoriani proseguissero il cammino con loro, anzi cercò di evitare che li seguissero in India, temendo forse che, venuti a contatto con i Cristiani portoghesi lì presenti, avrebbero potuto creare nuove alleanze contro i musulmani come lui:

non avessero causa de dar notizia a’ Cristiani de tanti signori che sonno nel paese loro, che pur son cristiani e hanno infinite riccheze

Qui Lodovico era quasi intenzionato a fuggire, ancora una volta a causa della sua finta identità di musulmano che alcuni mercanti, al corrente dei suoi trascorsi alla Mecca, avrebbero potuto tradire. Ma d’altronde anche lui aveva qualcosa di scomodo da rivelare a proposito dei musulmani, qualcosa che aveva scoperto proprio alla Mecca: le falsità costruite per alimentare il culto di Maometto e per aumentare gli introiti ricavati dai pellegrinaggi, in particolare la luce emanata dalla tomba del Profeta, frutto, in realtà, di fuochi artificiali. A Calicut il viaggiatore fece un altro incontro che si sarebbe rivelato fondamentale: strinse amicizia con due milanesi, Ioanmaria e Pietroantonio, venuti in India con i Portoghesi ma passati al servizio del sovrano locale di Calicut, lo Zamorino, in quanto esperti nella produzione di artiglieria. Con Ludovico avevano in comune il desiderio di tornare in patria, ma ormai avevano quasi abbandonato ogni speranza: di certo i Portoghesi, gli unici che avrebbero potuto portarli a bordo delle loro navi in Europa, non avrebbero perdonato tanto facilmente il loro tradimento e il mettere al servizio del nemico la loro arte delle armi.

Ludovico costretto a frequentarli di nascosto per non farsi scoprire da Cozazionor, al fine di sottrarsi al costante sguardo del compagno persiano e di raggiungerli, si finse musulmano così fervente da trascorrere giornate intere nella moschea. Intanto i Portoghesi, guidati dall’Almeida, costruivano fortezze ed erigevano mura di protezione a Cannanore e a Cochin, mentre a Calicut si stava spargendo velocemente la notizia delle navi arrivate dal Portogallo e delle attività dei Portoghesi in Cannanore. Lo Zamorino non poteva restare a guardare e si preparava allestendo una grande flotta. Vartema capì che era il momento di raggiungere coloro che l’avrebbero potuto riportare in patria: fintosi malato per farsi consigliare da Cozazionor un soggiorno salutare lontano dal cattivo clima di Calicut, riusci a partire per Cannanore e da qui chiese di essere ricevuto proprio dal figlio del Viceré in persona, Lourenço de Almeida. Il 12 marzo 1506 la flotta di Calicut, ormai pronta allo scontro, si mise in moto. Vartema si schierò senza indugio dalla parte dei Portoghesi e mostrò tutto il suo coraggio: dal 16 marzo combatté nella battaglia navale di Cannanore distinguendosi per il suo valore. L’Almeida, attento alle forti personalità che hanno maturato esperienza, gli riconobbe il suo merito, tanto da nominare Ludovico responsabile della locale colonia portoghese di Cannanore, che svolse per «circa un anno et mezo». Dopo «sette anni fora de casa mia», e avendo partecipato alla battaglia di Ponany al termine della quale Almeida lo fece cavaliere, salpò da Cochin il 6 dicembre 1507 con la flotta di Tristao da Cunha, sulla nave S. Vincenzo del fiorentino Bartolomeo Marchionni.

Forse toccò l’Africa a Malindi, e probabilmente andò costeggiando da Mombasa e Kilwa. Arrivò in Mozambico, ove notò la fortezza portoghese in costruzione e descrisse con la consueta precisione gli abitanti. Al di là del Capo di Buona Speranza incontrò tempeste furiose, ma arrivò sano e salvo a Lisbona (1508) dopo l’avvistamento delle isole di Sant’Elena e Ascensione e toccando le Azzorre. In Portogallo il re lo accolse cordialmente, lo tenne alcuni giorni a corte per farsi descrivere l’India e confermò il titolo di cavaliere conferitogli dal d’Almeida.

Ludovico non dà alcuna indicazione di tempo circa l’inizio del suo viaggio, ma se si accetta che nell’autunno del 1507 mancasse da casa da sette anni si deve porre la sua partenza da Venezia nel 1500, ipotizzando perciò che prima di recarsi alla Mecca egli avesse trascorso almeno due anni al Cairo, o in Siria, forse facendosi effettivamente mamelucco, anche se stando al testo si sarebbe solo finto tale. Appare certo che egli fosse in grado di comunicare in un approssimativo arabo parlato (usato frequentemente nell’Itinerario per i dialoghi), come pure che avesse una sommaria conoscenza di preghiere e riti musulmani. La sua descrizione dello hajj fu giudicata corretta da Richard Francis Burton, il che fa ritenere che Varthema vi abbia effettivamente partecipato. La descrizione dell’interno dello Yemen, che egli fu probabilmente il primo europeo a percorrere, trova conferma in quella fattane più di due secoli dopo da Carsten Niebuhr (Beschreibung von Arabien, Copenhagen 1772). Perciò l’affidabilità di Varthema nelle parti dell’Itinerario che riguardano l’Arabia Deserta e Felice non viene contestata, se non per la romanzesca vicenda della «regina» nera dello Yemen innamorata di lui. Né viene messo in forse il suo soggiorno in India al servizio dei portoghesi, di cui esistono conferme in fonti narrative e documentarie portoghesi. Tuttavia, stando alle poche date da lui fornite, Varthema avrebbe compiuto il percorso da Damasco alle Molucche in un tempo troppo breve per essere ritenuto credibile.

Tuttavia, Varthema fu il primo a descrivere la pianta della noce moscata (Myristica fragrans) e quella dei chiodi di garofano (Caryophyllus aromaticus) proprie rispettivamente di Banda e delle Molucche. Probabilmente, non essendo un navigatore e non intendendosi di cartografia, egli confuse miglia e leghe e non ebbe chiara la direzione del viaggio, il che rende difficile identificare il suo percorso, dove non già descritto da altri. Fu invece preciso nel riferire di piante e animali, riti, usi e costumi, tratti della civiltà materiale e della vita economica. In Birmania, Siam, Indonesia e nelle isole delle spezie registrò da osservatore di passaggio ciò che il caso gli presentava, a volte senza capirlo, ma del Malabar indù descrisse efficacemente il sistema delle caste, le strutture familiari, le abitudini e i tabù alimentari e sessuali. Varthema vide affermarsi l’islam sciita nell’altopiano iranico, visitò l’ultimo grande Stato induista della penisola indiana, l’impero di Narsinga, poco più di mezzo secolo prima della sua scomparsa, sbarcò in un’Indonesia in fase di transizione che trovò «pagana», cioè induista, mentre dieci anni dopo Duarte Barbosa la trovò islamizzata, cooperò agli esordi dell’impero coloniale portoghese in India. Scritto «vernacula et vulgari lingua et ab homine fere idiota» (così nel privilegio d Riario premesso alla seconda edizione) l’Itinerario nonostante il periodare faticoso e a volte oscuro non manca di vivacità. Ed è una testimonianza di incalcolabile valore su mondi lontani spariti.

Atene contro Siracusa Parte XXXVII

Nell’attesa della battaglia, Nicia evidenziò tutti i suoi limiti in termini di leadership, tanto che, al discorso pubblico alle truppe, secondo la tradizione greca, decise di parlare de visu ai capitani delle navi. Un’altra fonte, Plutarco, descrive bene i suoi tormenti

Fra gli spettacoli terribili che offriva il campo ateniese nessuno era più penoso di quello di Nicia, distrutto dalla malattia, ridotto, nonostante il suo grado, alla pura sussistenza e al minimo delle risorse di cui il suo corpo malato aveva tanto bisogno, e tuttavia attivo malgrado la debolezza e resistente alle fatiche a cui molti soldati sani a stento reggevano, mentre era chiaro a tutti che sopportava le sofferenze non per se stesso né per attaccamento alla vita, ma piuttosto a causa delle truppe non abbandonava le speranze

In più, non è che il morale fosse poi tra i migliori, tra gli ateniesi, tanto che molti disperavano dell’aiuto degli dei

constatando che un uomo così pio, theophiles, e così spesso magnificamente liberale nel culto degli dèi non subiva una sorte migliore di quella dei peggiori vigliacchi del suo eserciti

Che poi le parole di Nicia potesse rincuorare i suoi marinai, ve lo lascio giudicare da soli, con il racconto di Tucicide

Gli strateghi di Siracusa e Gilippo, dopo avere anch’essi spronato le proprie truppe con questo discorso congiunto, comandarono subito l’imbarco appena videro che gli Ateniesi procedevano alla medesima operazione. Nicia era sgomento per la gravità dell’ora, stimando quanto fosse spaventoso il pericolo e come si avvicinasse a grandi passi, tanto che solo (brevi attimi li separavano dal momento cruciale del distacco. E come suole accadere nei più risolutivi cimenti, gli parve di non aver dato ancora l’ultima mano ai ritocchi per lo scontro, di non aver suggellato con parole efficaci il discorso di sprone rivolto ai soldati. E così convocò, ad uno ad uno, tutti i trierarchi, per la seconda volta, e rivolgendosi loro li chiamava prima con il nome patronimico, poi con quello personale, infine con quello della tribù, supplicandoli di non tradire, se qualcuno l’aveva conquistato sul campo, il proprio titolo di eccellenza, e insisteva con quelli, cui, brillava il vanto d’antenati illustri, di non offuscare le virtù avite.

Ricordava la libertà illimitata che si godeva in patria, e l’indipendenza individuale, la scelta assolutamente autonoma concessa a chiunque di progettare la propria condotta di vita, e seguitava con gli argomenti cui ogni uomo, davanti a simili strettezze, usa ricorrere, senza preoccuparsi di figurare come quello che fa continuamente l’eco a motivi già consunti dalla tradizione; e vi aggiungeva i triti avvisi che in circostanze di questo genere tornano, ritornello antico, sulle famiglie, sui figli, sugli dei patrii: sorgono spontanei alle labbra, e si ritengono utili nei momenti di sconforto.

Dopo avere concluso con queste esortazioni, stimate più indispensabili che utili, Nicia ritrasse la fanteria verso la riva del mare, allargando il fronte al massimo, perché lo spettacolo servisse il più possibile di sollievo e di stimolo alla gente che, tra poco, sarebbe scesa in mare a battersi. Demostene, Menandro ed Eutidemo furono questi gli strateghi che si assunsero la guida effettiva delle operazioni navali), staccandosi dalla propria darsena filarono diritti contro lo sbarramento all’imboccatura del porto e il varco rimasto aperto, risoluti a forzare il passaggio verso l’esterno.

Purtroppo Tucidide, per tenere alta l’attenzione del lettore, ispirato da Euripide, si concentra più sugli effetti drammatici e psicologici, che su quelli tattici: sappiamo come i Siracusani avessero disposto la loro flotta su due linee. La prima, a difesa che bastimenti che chiudevano la baia in cui erano imbottigliati gli Ateniesi, la seconda, disposta a mezzaluna, per circondare la flotta ateniese, nel caso avesse rotto il blocco.

Sfruttando la maggiore forza d’urta, la prima linea siracusana fu facilmente rotta e cominciarono a sorgere i problemi, dato che, trovandosi a combattare in spazi più ampi, le sovraccariche navi ateniesi entrarono in difficoltà

Ma i Siracusani e gli alleati, inoltratisi con circa lo stesso numero di navi dello scontro sostenuto prima, distaccarono una squadra a presidiare l’uscita della baia disponendo a corona il resto delle navi lungo gli orli interni del porto, per sferrare un attacco simultaneo da ogni lato contro la flotta ateniese. La fanteria, nel frattempo, si teneva pronta ad accorrere nel punto in cui le navi approdassero. Al comando della flotta siracusana, scegliendo ciascuno un’ala del complesso, si posero Sicano e Agatarco. Pitane e i Corinzi occupavano il centro. Intanto gli Ateniesi accostatisi ai bastimenti che ostruivano l’uscita del porto, sullo slancio del primo urto dispersero la squadra di protezione nemica in quel settore della rada, e tentarono di spezzare le catene.

Con un brano di indubbia bravura retorica, Tucidide ci racconta sia il caos dei continui arrembaggi, sia il tumulto delle passioni in chi combatteva e in chi osservava la scena…

Ma, dopo questa fase iniziale, i Siracusani e gli alleati scattarono da ogni direzione, piombando sugli Ateniesi: onde la battaglia non fiammeggiava più solo intorno alla barriera dei mercantili, all’imbocco portuale, ma si estese a tutto lo spazio interno della rada, e divampò feroce quale nessuna delle precedenti. Spiccava focoso, in ambedue le compagini, il fervore degli equipaggi che, tesi ad ogni comando, acceleravano la voga appena scandito il primo cenno; e strenuo tra i piloti l’impegno di soverchiare in destrezza di manovra e in spirito di lotta i rivali. Le truppe di bordo, quando s’attaccava un vascello avversario, si sforzavano di elevare il livello tecnico del combattimento sopra coperta, per non destare la sensazione d’inettitudine in confronto alla scioltezza degli altri al governo delle triremi. Ardeva su ogni ponte, su ogni banco, in ogni luogo ove fosse schierato un combattente la furia di eccellere. In uno spazio angusto cozzavano molti scafi poiché mai numero così ingente di navi s’era dato battaglia in uno specchio d’acqua tanto ristretto: in complesso, gli organici delle due flotte assommati sfioravano le duecento unità). Sicché non capitava di frequente l’opportunità di eseguire ben regolata la manovra di assalto frontale, mancando lo spazio per ritrarsi e accumulare l’impulso sufficiente all’urto e al forzamento della linea avversaria.

Ad ogni istante, invece, si susseguivano i contrasti accidentali, appena una nave entrava in collisione fortuita con una seconda, ritraendosi, o mentre filava a speronare un’altra sua diretta avversaria. Durante il balzo di accostamento alla nave nemica grandinava sulla tolda degli aggressori un nugolo di dardi, picche e pietre. Stabilito il contatto, gli armati, battendosi dai ponti, tentavano l’arrembaggio sull’unità nemica. In ogni punto della battaglia capitava che per l’angustia del campo una trireme, appena speronata una rivale, subisse a sua volta l’urto, da una terza nave; o che due vascelli, talvolta anche più, finissero per intricarsi così strettamente a un’unica nave, che i piloti, lungi dal poter concentrare l’attenzione su un solo bersaglio, dovevano preoccuparsi di mille incombenze, da ogni lato: di qui per rintuzzare una minaccia, di là per vibrare una percossa.

L’assordante fragore che si sprigionava dagli scontri continui tra le chiglie seminava dovunque il terrore: mentre impediva che si percepissero i comandi dei capi voga. Giacché su un fronte e sull’altro volavano frequenti gli ordini dei capivoga, come richiedeva l’arte di pilotare le navi e, in quella fase rovente, l’impazienza di affrettare la propria vittoria. Agli equipaggi ateniesi s’urlava di tagliarsi a ogni prezzo il varco tra gli sbarramenti nemici, e che era quello il momento, come mai in passato, di sfoderare fino all’ultimo respiro il proprio valore di lottatori, per conquistarsi la salvezza e con essa la fiducia di rivedere la città nativa. Ai Siracusani e agli alleati si tuonava di troncare ogni via di scampo: vanto superbo, che aggiunto alla vittoria avrebbe consentito a ciascuno d’elevare in grandezza la sua patria. Ed anche gli strateghi, tra le opposte schiere, se vedevano qualche vascello indietreggiare senza esservi costretto, o ritrarre lo sperone, chiamavano a gran voce per nome il trierarca, a domandargli: se Ateniese, perché mai retrocedeva, forse convinto che la spiaggia irta di lame nemiche fosse più ospitale di quelle acque conquistate a prezzo di tanto sangue; quand’era Siracusano, se non si avvedesse con quanto zelo gli Ateniesi si sforzavano ormai di scampare, e se fosse il caso di volgere le spalle davanti al nemico in rotta.

Finché la battaglia navale si protrasse con dubbia fortuna, le, fanterie nemiche a presidio della spiaggia smaniavano in preda a vivissima agitazione, fremendo: le truppe locali nell’ansietà affannosa di una nuova conquista, più fulgida; gli aggressori ateniesi oppressi dallo sgomento di dover subire una catena di sacrifici più dolorosa di quella già vissuta. Al pensiero dell’avvenire un’angoscia indicibile attanagliava le schiere ateniesi, che avevano riposto ogni speranza nella flotta: tensione di sentimenti che la lotta sul mare, con i suoi mille episodi, con gli infiniti repentini mutamenti acuiva, poiché a quell’improvviso variare corrispondeva in quegli uomini intenti alla scena un trasformarsi delle impressioni visive.

E poi quello spettacolo di armi si svolgeva lì a pochi passi: e poiché lo sguardo d’ognuno cercava e seguiva un solo particolare, capitava che un gruppo scorgesse i propri in vantaggio, in qualche settore degli scontri. Ed era tutto un rianimarsi di speranze, un mormorio di suppliche agli dei, che fossero propizi, che non li privassero della salvezza. Altri però assistendo a un cedimento parziale, prorompevano disperati in voci di dolore, e con quella scena negli occhi si sentivano in cuor loro sconfitti più di chi partecipava realmente all’azione. Infine altri, con lo sguardo affisso a una parte della battaglia in equilibrio, sospesi a quell’incerto protrarsi del duello, lasciavano trasparire dalle espressioni del volto, dagli scatti della persona l’intima onda d’affanno che li travagliava: e il tempo scorreva e cresceva lo spasimo, ora vedendosi salvi d’un soffio, ora già morti.

Finché sul mare le armi si contrastarono in parità, anche nel solo campo ateniese era possibile cogliere confuse parole di speranza e di disfatta – vinciamo!; siam perduti! – e tutto l’altro incoerente clamore, discordia d’infinite urla, che i pericoli mortali usano far levare alle grandi armate. Anche la gente sulle navi provava l’identico alternarsi di passioni: finché, dopo molte ore di combattimento, i Siracusani e gli alleati costrinsero gli Ateniesi a ceder terreno e moltiplicando gli sforzi con urla altissime d’incitamento resero sempre più netto il proprio vantaggio, fino a respingere verso terra le linee avversarie. Allora le truppe di bordo, quanti erano sfuggiti alla cattura in mare, chi in un punto, chi in un altro balzarono sulla spiaggia e si misero a correre disperse in direzione del proprio campo, per trovarvi rifugio. Scomparve dalle fanterie l’incertezza dei sentimenti: in un concorde slancio, tra gomiti disperati, in un grido generale di dolore, affranti sotto il peso del disastro, alcuni accorsero a difendere gli equipaggi amici, altri a presidiare il resto della linea, fortificata, gli ultimi, la massa dell’esercito, presero ad aggirarsi sparpagliandosi ciascuno nella ricerca frenetica di un varco di salvezza per sé. Il terrore dilagante in quegli attimi non ebbe paragone in nessun
altro fatto di, guerra. La sventura degli Ateniesi poteva trovare un raffronto in quella che essi stessi avevano inflitto in Pilo agli Spartani:
quando la distruzione della flotta aveva in un sol colpo causato a Sparta l’immediata perdita delle truppe passate sull’isola. Anche ora
per gli Ateniesi cadeva ogni speranza di salvare l’esercito per via di terra, se non interveniva qualche fattore imprevisto.

Alla fine, per la sola forza dei numeri, prevalsero i Siracusani e la situazione divenne disperata.

Il Quartiere Ellenistico di Akragas

Nelle vicinanze del poggio San Nicola, su una vasta area di circa 15 mila mq. si estende il cosiddetto quartiere ellenistico-romano, un settore urbano con tracciato regolare che ricalca per orientamento ed impostazione quello che doveva essere l’impianto urbanistico della città del periodo classico, che offre la documentazione più significativa della storia urbanistica di Agrigento antica. L’intero complesso dei resti monumentali in vista è riferibile ad epoca tardo-ellenistica e romana, ma alcuni saggi in profondità hanno rivelato che l’impianto e il relativo disegno urbano risalgono già al VI secolo a.C. (tra la metà e la fine del secolo).

Ventisette abitazioni (domus), inserite in tre isolati (insulae), sono delimitate da quattro assi stradali nord–sud, indicati con il nome di cardines, assi stradali che corrispondono alle plateiai e agli stenopoi di età greca. Gli ambienti domestici si dispongono attorno ad un cortile ad atrio o peristilio, con colonne a fusto liscio o scanalato. Numerose le cisterne per la raccolta delle acque, mentre, tra le case, stretti passaggi (ambitus) servono come canali di scolo. Accanto alle domus, anche magazzini, strutture produttive e botteghe. La tecnica costruttiva, in genere, segue la tradizione di età greca con l’uso di blocchi regolari (isodomi), senza leganti, ma restano esempi di laterizio, nel cosiddetto opus spicatum (a spina di pesce), nei pavimenti dei cortili.

Gli scavi condotti in estensione tra il 1953 e il 1964 hanno messo in luce l’impianto regolare impostato, in questo settore, su quattro arterie Nord-Sud con leggera deviazione verso Ovest (stenopoi di epoca greca ricalcati dai cardines romani) larghi poco più di m 5; di queste il Cardo I è attualmente percorribile e da esso si può raggiungere la collina dei templi; tali arterie si attestano a Nord su una grande strada (plateia del periodo greco ricalcato dal decumano romano) con orientamento Est-Ovest, larga circa m 11 (si tratta con ogni probabilità del decumano massimo) oggi corrispondente in parte alla strada Nazionale (un modesto tratto di pavimentazione romana in cotto è visibile, ancora, tra la casa dell’Anas e il punto di ristoro “La Promenade”).

Di un secondo decumano si hanno tracce a circa 300 metri più a Sud. La città, dunque, aveva un reticolato urbano regolare di strade ortogonali che delimitavano blocchi rettangolari (isolati o insulae) orientati in senso Nord-Sud (lungo i cardines), larghi poco più di m 35 e lunghi m 280. All’interno del quartiere sono in vista tre isolati e, all’interno degli stessi, venti abitazioni. Gli isolati presentano, inoltre, la caratteristica di essere ripartiti nel senso della lunghezza (ma talvolta anche in senso trasversale) da uno stretto passaggio (ambitus) che se da un lato costituiva elemento di separazione tra le diverse unità abitative, dall’altro risultava utile per il deflusso e lo smaltimento delle acque. All’interno degli isolati le abitazioni si adattano alla morfologia piuttosto accidentata del sito e presentano pertanto una disposizione su terrazze. Esse sono di tipo vario, ma sempre nel solco della tradizione ellenistica e sono costruite in conci squadrati secondo le tecniche tradizionali del sito che ignorano l’uso dei laterizi e dei conglomerati tipici dell’edilizia romana.

Durante l’età romana, particolarmente tra il I e il IV secolo il quartiere subisce notevoli trasformazioni senza tuttavia che ne risulti intaccato l’impianto generale. Al I secolo a.C. si fanno risalire le case di gusto ellenistico con peristilio (a loro volta sorte su precedenti abitazioni), Le case, inoltre, erano abbellite con intonaci dipinti e presentavano pavimentazioni di tipo semplice in opus signinum (in cocciopesto con inserzioni di piccole tessere in marmo bianco) della fine dell’età repubblicana e augustea, epoca a partire dalla quale le pavimentazioni si arricchiscono, anche, di bei tappeti musivi con intrecci geometrici in nero.

Nel II-III secolo d.C. le case ampliate – spesso fondendosi con altre contigue e adottando la tipologia con corte centrale e porticus fenestrata – si arricchiscono di pitture parietali e di pavimenti a mosaico bianco e nero o policromo, sostituendo la tecnica più antica in coccio pesto (opus signinum), a motivi geometrici e floreali con piccole tessere bianche. Veri e propri tappeti musivi, con motivi geometrici, vegetali e zoomorfi, sono presenti nella Casa delle Svastiche; nella Casa della Gazzella, il cui nome si deve al quadretto a mosaico (emblema), raffigurante una gazzella (oggi al Museo Archeologico di Agrigento), e nella Casa del Maestro Astrattista, per la raffigurazione che imita in mosaico un pavimento di segati di marmo. Notevole anche il pavimento della Casa del Mosaico a Rombi, che delinea, cioè, una prospettiva di cubi in serie, accostando marmi di colore diverso (opus scutulatum). Nello stesso periodo i pavimenti in mosaico vengono, talvolta, ritagliati per far posto al centro ad un emblema.

Nel V secolo d.C. gli spazi abitativi sono ridotti con la costruzione di muri divisori e con la chiusura delle colonne dei portici. Nel VI-VII secolo d.C. gruppi di tombe a cassa di lastre litiche si addossano alle case, in parte probabilmente abbandonate: l’occupazione degli spazi urbani da parte delle sepolture è testimone di un rapporto con la morte mutato con l’avvento del Cristianesimo, Di seguito alcune tra le principali case del quartiere ellenistico.

Casa del peristilio: interessante perché fornisce una esemplificazione delle trasformazioni subite nel tempo: la casa, infatti in un certo momento della sua vita fu ingrandita a discapito della contigua abitazione a Nord (c.d. casa dell’Atrio in cotto, originariamente affacciata sul Cardo I). Una tale operazione comportò l’annullamento dell’ambitus che separava le due unità abitative; inoltre, come nel caso della casa del Criptoportico, il peristilio, secondo il gusto del tempo, subisce delle modifiche e viene trasformato in porticus fenestrata, mediante chiusura degli spazi tra le colonne almeno sino ad una certa altezza.

Casa delle quattro stagioni: presenta un vano decorato con un bel mosaico di tipo geometrico con medaglioni riproducenti le quattro stagioni (rimangono solo quello della Primavera e dell’Estate)

Casa della Gazzella: presenta una serie di vani comunicanti abbelliti da eleganti mosaici policromi con disegni geometrici. La casa prende il nome dal bellissimo quadro musivo in tessere minute (oggi esposto al Museo) con raffigurazione della gazzella colta nell’atto di specchiarsi in una pozza d’acqua. Si tratta di un quadro per la cui collocazione fu ritagliato al centro l’originario tappeto musivo che decorava il vano.

Casa delle Afroditi: prende il nome dal rinvenimento di una serie di statuette fittili di Afrodite (esposte al Museo archeologico); interessante perché è una delle case più grandi del quartiere estesa, probabilmente sin dal suo primo impianto, su una vasta area quadrangolare compresa tra il Cardo II e III e tra due ambitus.

Casa del Maestro astrattista: la più ricca di tutto il quartiere; presenta un atrio con pozzo al centro pavimentato in cotto (opus spicatum); il portico era decorato da un mosaico a medaglioni con animali correnti, uccelli pesci e frutti; tappeti musivi decoravano anche altri vani e, tra questi, quello ad esagoni variamente decorati di gusto astrattista (da qui il nome dato alla casa). Come nella casa del peristilio o del criptoportico in epoca imperiale l’originario peristilio viene chiuso mediante tramezzi in muratura inseriti negli spazi tra le colonne.