Giorgione alla corte di Caterina Cornaro ?

Caterina Corner, dopo avere ceduto il suo regno di Cipro a Venezia, fu nominata domina Aceli (signora di Asolo), conservando tuttavia anche negli atti ufficiali il titolo e il rango di regina. Sul territorio di Asolo Caterina aveva gli stessi poteri del doge. Unici limiti: non poteva far subire ai sudditi nessun onere o angheria e non poteva ospitare chi non fosse gradito al doge.

Come farà Cristina di Svezia a Roma, Caterina trasformò il luogo del suo esilio in un polo culturale, dove, ad esempio, suo cugino Pietro Bembo scrisse gli Asolani, un dialogo in tre giornate sullAamore. Il suo titolo è ricalcato sulle Tusculanae di Cicerone, proprio per dare l’idea che la cittadine veneta fosse una sorta di buon ritiro in cui discutere di Filosofia, di Letteratura e di Arte. Dialogo, che avrà notevole importanza nella formazione spirituale di Giorgione,in cui Bembo confronta due diverse tradizioni relative all’Amore: quella neoplatonica, rilanciata da Ficino, che lo interpreta come desiderio di bellezza, che spinge l’Anima a trascendere il Reale e avvicinarsi al Divino e quella deprecatoria, tipica ad esempio del monachesimo medievale, che lo interpreta come passione distruttiva, che rende l’Uomo schiavo della carne, avvicinandolo alle bestie. Confronto che nella Storia dell’Arte avrà un successo strepitoso, basti pensare ai quadri relativi all’Amor Sacro e all’Amor Profano.

Bembo nel descrivere Asolo, scrisse

Asolo adunque vago e piacevole castello posto negli stremi gioghi delle nostre alpi sopra il Trivigiano, è di madonna la Reina di Cipri … e riferendosi al giardino era questo giardino vago molto e di maravigliosa bellezza…”

Ora, sino a fine Novecento, si pensava come la sede di questa corte fosse il Castello di Asolo, mentre la tradizione relativa al Barco della Regina Cornaro, che era ricordato come una piccola parte di un complesso architettonico e paesaggistico di grandi dimensioni, all’epoca descritto come un “luogo degno di un re di Francia”, era ritenuta una leggenda priva di fondamento.

Il barco o barchessa, per chi non lo sapesse, è nella tradizione veneta un edificio rurale di servizio, tipico dell’architettura della villa veneta, destinato a contenere gli ambienti di lavoro, dividendo lo spazio del corpo centrale della villa, riservato ai proprietari, da quello dei contadini. Di norma le barchesse erano caratterizzate da una struttura porticata ad alte arcate a tutto sesto ed adibite ai servizi: dalle cucine, alle abitazioni dei contadini, alle stalle e agli annessi rustici (rimessa per arnesi agricoli, magazzino per scorte alimentari ed altro).

In realtà,le indagini eseguite dal 1988 al 1991, con patrocinio della Fondazione Benetton, hanno mostrato una realtà molto diversa: il barco in realtà era la parte abitativa del complesso, quello che nei documenti dell’epoca era citato come “Palazzo della Regina”, mentre parellelo a questo, vi era il vero edificio di servizio

Il progetto, strutturato attorno a tre cinte murarie, è attribuito per tradizione a Francesco Graziolo, architetto di cui si sa ben poco. Il più ampio dei tre spazi rettangolari (45 ettari secondo attendibili valutazioni) ospitava il parco di caccia, ricco di corsi d’acqua e servito da una grande torre colombaia. Il secondo recinto, con torri e mura merlate, formava una vasta corte, il cui lato est era occupato dall’unico edificio tutt’oggi esistente. L’ultima cerchia muraria racchiudeva il palazzo vero e proprio, i giardini e una peschiera.

Delle origini di Graziolo non sappiamo nulla e non è da escludere, come Lascaris, che fosse di origine cipriota, data la sua notevole conoscenza dell’arte classica, ottenuta sul campo: a riprova di questo vi è la sua dimora di Asolo, la Longobarda, na delle più antiche case d’artista conservatesi sino ai giorni nostri. Realizzata forse verso la fine della sua vita, si caratterizza per la facciata in pietra arenaria, ornata da bassorilievi di soggetto classico, volutamente antichizzati, o cristiano, ispirati ai rilievi medievali del Norditalia. Il fronte si imposta su una struttura architettonica con semicolonne doriche (al piano terra) e ioniche (al piano superiore), alternate a figure antropomorfe. Nel complesso, rappresenta uno dei primi esempi di quell’ordine rustico che inizierà a diffondersi dopo la pubblicazione de I Sette libri dell’architettura di Sebastiano Serlio.

Graziolo però non era dal punto di vista culturale, isolato rispetto al Rinascimento veneto e padano: nome e apparati strutturali del Barco Cornaro ne rievocavano altri similari, come la Sforzesca a Vigevano e il Barco di Bellaguardia dei Montefeltro. La Sforzesca è una frazione del comune di Vigevano situata 2 km a sud della città. La località è famosa par la grande cascina, denominata “Colombarone”, fatta costruire nel 1486 da Ludovico Maria Sforza, detto il Moro, duca di Milano. Il complesso presenta la disposizione tipica dei castelli di impronta sforzesca, con quattro corpi di fabbrica ad uso abitativo (i “colombaroni”) al posto dei classici torrioni d’angolo, a proteggere l’impianto di forma quadrata. I colombaroni sono ornati da finestre ad arco acuto e fregi “a dente di sega”. Anche Leonardo da Vinci soggiornò presso la Sforzesca collaborando al miglioramento del territorio con progetti idraulici per permettere una migliore irrigazione dei campi. Nel codice Leicester sono presenti disegni che ritraggono il “molino della Scala”, una struttura a scalini dove scorreva l’acqua, ancora presente ai giorni nostri

Per Bellaguardia il duca Federico di Montefeltro nella boscosa zona del Barco, territorio del Castello di Bellaguardia, fra il Metauro, il Candigliano e la strada comunale, organizzò verso il 1465 la prima riserva di caccia circondata da mura – di circa 7 miglia di circuito – e servita da più porte. All’interno del parco, sul cocuzzolo di una collinetta, costruì il primo casino di caccia: si trattava di un edificio dove sostare, pranzare e alloggiare sia da solo, che con i familiari, i dignitari di corte e gli ambasciatori. Ora, essendo stato alterato notevolmente nel tempo, anche in questo caso, solo di recente, ci siamo fatto un’idea più o meno vaga di questo complesso.

Al contempo, Graziolo doveva conoscere a menadito l’abbondante trattatistica in materia di architettura e di agricoltura nota all’epoca (Trattato di Architettura di Antonio Averlino detto il Filarete (1400-1469), composto intorno al 1464; De re aedificatoria (circa 1450) di Leon Battista Alberti (1404-1472); De Agricultura di Pietro de’ Crescenzi (1233-1320), pubblicato a Venezia nel 1495), i cui libri furono fonte di ispirazione e traccia concreta nella formazione del Barco, concepito unitariamente come villa ‘di delizia’, centro agricolo e apparato difensivo. Per la realizzazione degli spazi a verde un sicuro riferimento provenne dal giardino di seta descritto nel famigerato Hypnerotomachia Poliphili (Sogno di Polifilo) di Francesco Colonna (1433-1527), edito nel 1499.

Ad oggi, il Barco consiste in un edificio sviluppato in lunghezza in direzione nord sud, articolato di tre sezioni principali, a formare un unico blocco. A nord vi è la cappella gentilizia, inserita nelle linee della lunga facciata. Al centro, elemento di grande eleganza è la loggia centrale, aperta da cinque arcate a tutto sesto, sostenute da colonnine di ordine ionico; qui un tempo l’acqua zampillava da una fontana in marmo. La sezione sud, occupando l’area maggiore, la parte sud ha i caratteri dell’architettura rurale veneta, disposta su due livelli, evidenziati da aperture rettangolari; all’estremità è annesso un piccolo fabbricato più basso, con due archi a tutto sesto.

Al centro è ancora visibile la decorazione pittorica della facciata, caratterizzata da due parti, quella corrispondente al piano terra, costituita da un basamento a ottagoni policromi di imitazione marmorea, e quella del piano nobile compresa tra due fasce: il fregio superiore ocra con i cavalli alati e quello inferiore su sfondo viola con gli arieti. Tra le due fasce lo spazio – che era scandito dalle finestre crociate – è diviso in riquadri di ambientazione paesaggistica, delimitati da colonne corinzie binate.

Questa decorazione, qualche discussione tra gli storici dell’Arte l’ha provocata: sino a inizio Ottocento, gli storici locali attribuivano la decorazione proprio a Giorgione, che è sicuramente entrato in contatto con il circolo di Caterina Cornaro grazie a Tuzio Costanzo, il committente della Pala di Castelfranco. Contatti a cui accenna anche Vasari, quando scrive nella biografia del pittore

Ritrasse ancora di naturale Caterina regina di Cipro, qual vidi io già nelle mani del clarissimo Messer Giovan Cornaro

Per un secolo, questa attribuzione è caduta nel dimenticatoio, poi, negli anni Cinquanta, questi affreschi sono stati attribuiti a un altro grane pittore, Pier Maria Pennacchi, che avendo lavorato in provincia, soprattutto a Treviso, era fuori del radar del Vasari e degli altri storici dell’arte dell’epoca.

Pier Maria era figlio di Giovanni di Daniele da Murano, mercante, e della sua seconda moglie Maria Bona di Marco da Altivole. Il cognome si riferisce all’attività del padre, proprietario di una merceria in piazza delle Erbe (attuale piazza Indipendenza) specializzata nella produzione di pennacchi e cimieri. Si formò probabilmente nella bottega del fratello maggiore Girolamo, ma in giovane età ebbe anche contatti con altri artisti dell’ambito trevigiano, come Girolamo Strazzaroli da Aviano e Giovanni Matteo Teutonico e probabilmente bazzicò la bottega dei Vivarini.

Sia per le origini familiari, sia perchè sappiamo che a Treviso, nella contrada San Nicolò, dipinse la facciata del palazzo del nobile Giovanni Antonio Bettignol detto “da Bressa”, al soldo di 40 ducati (perduta), gli studiosi gli attribuirono la decorazione della Barchessa. Dagli anni Ottanta in poi, sono cominciate ad emergere alcune perplessità: il lavoro per Bettignol è stato tra i primi di Pier Maria per cui all’epoca degli affreschi del Barco, sarebbe stato un esordiente assoluto. Poi, ancora non è stata trovata una traccia documentale dei suoi rapporti con la corte di Caterina Cornaro. Infine sono emerse alcune perplessità stilistiche.

Di conseguenza, soprattutto in ambito britannico e tedesco, sta ritornando in voga l’attribuzione a Giorgione, data anche la rivalutazione documentale della sua attività di street artist: di fatto nei primi anni della sua attività, il pittore era più noto per la decorazione delle facciate che per le sue opere su cavalletto. Così gli affreschi di Asolo, per l’importanza della committenza e la visibilità ottenuta, diventerebbero una sorra di prova generale del Fondaco dei Tedeschi.

Gli studiosi italiani, giustamente, sono assai più prudenti, dato che questi affreschi sono così malridotti dal tempo e dalle intemperie, che darne un’attribuzione è tirare a indovinare.

Un pensiero su “Giorgione alla corte di Caterina Cornaro ?

  1. Pingback: Il cambio di committenza di Giorgione | ilcantooscuro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...