Atene contro Siracusa Parte XXXVIII

In realtà, a vedere i numeri che fornisce Tucidide, la vittoria siracusana era tutt’altro che splendida: avevano sì impedito agli Ateniesi di rompere il blocco, ma a costo di un numero assai più grande di navi affondate. Per di più, tutti gli accorgimenti che avevano adottato per interdire l’uscita del Porto Grande ai nemici erano stati di fatto resi innocui. Di fatto, difficilmente una seconda battaglia avrebbe avuto lo stesso esito. Demostene ne era consapevole, tanto che propose a Nicia di ritentare la violazione del blocco, all’alba, sfruttando anche il fatto che i Siracusani, impegnati nei festeggiamenti della vittoria e di una celebrazione religiosa, avrebbero avuto tempi di reazioni molto lenti.

Idea piena di buonsenso, ma che si scontrava con un problema non da poco: i marinai ateniesi, stanchi e depressi dal collezionare sconfitte in un ambito, il mare, in cui si ritenevano invincibili, incrociarono le braccia. L’unica alternatica possibile rimase la ritirata via terra.

Spentosi il fragore della feroce battaglia, dopo le perdite gravissime in vite umane e navi, da una parte e dall’altra, i Siracusani egli alleati vincitori raccolsero i relitti e i cadaveri, e ritornati veleggiando in città vi elevarono un trofeo. Gli Ateniesi invece abbattuti dall’enormità della sciagura, non concepirono nemmeno l’idea di chiedere una tregua per ricuperare le salme e il fasciame delle navi. Si proponevano, quella stessa notte, di ritirarsi. Demostene ebbe un colloquio con Nicia e gli espose il suo piano. Armare le navi superstiti e tentare con tutte le forze possibili di forzare all’aurora il passaggio sorvegliato dal nemico. Il disegno si basava sulla circostanza che gli Ateniesi disponevano ancora di un maggior numero di navi in assetto, di fronte ai Siracusani. Restavano nella flotta ateniese circa sessanta navi, ai nemici meno di cinquanta. Nicia fu d’accordo sul progetto. Ma quando – gli strateghi vollero equipaggiare le navi, i marinai si rifiutarono di prender posto: troppo profondo
lo scoramento inferto dalla disfatta e troppo grave la sfiducia in un’impossibile vittoria. Tutti avevano ormai scelto la via terrestre per ritirarsi.

Ermocrate capì, probabilmente grazie alle spie nel campo ateniese, quello che stava succedendo: da un parte, conoscendo il nemico, non era detto che ritiratosi a Catania, invece di ritornarsene nell’Attica, avesse invece ripreso in futuro l’offensiva, facendo tutto tornare da capo a dodici. Dall’altra vi erano esigenze di politica interna: una vittoria sul campo avrebbe rafforzato la sua posizione in vista del futuro tentativo di golpe. In più, l’eliminazione dei leader Ateniesi avrebbe impedito che le voci delle trattative segrete che si erano tenute con loro raggiunsero il Siracusano medio, facendolo alterare nei confronti di Ermocrate.

Di conseguenza, propose di impedire la ritirata ateniese con una sortita notturna: i vertici politici e militari siracusani erano in teoria d’accordo alla proposta di Ermocrate, ma c’era un grosso ma, lo stesso su cui Demostene aveva lanciato la sua proposta di fuga. A Siracusa di festeggiava Eracle e come tradizione locale, si stava alzando parecchio il gomito. Per cui, c’era il rischio che, in piena notte, opliti e cavalieri ubriachi si mettessero a combattere tra loro, invece che con il nemico.

Il siracusano Ermocrate intuì il proposito nemico. Egli riteneva che sarebbe stata una minaccia costante e tremenda se un’armata di tale forza, ritirandosi per le strade di terra verso una località qualsiasi della Sicilia la fortificasse, con l’intento di servirsene in seguito per muovere una nuova offensiva contro Siracusa. Sicché decise di conferire con le autorità governative illustrando la necessità assoluta di stroncare quella imminente fuga notturna. Questa era la sua idea personale: occorreva quindi che Siracusani e alleati, uscendo in massa, presidiassero le strade e con punti di blocco vigilassero i varchi obbligati per abbandonare il paese. Personalmente i magistrati espressero parere favorevole al piano di Ermocrate, elogiando questa linea d’azione: ma avevano motivo di pensare che i reparti, assaporato appena il sollievo della tregua dopo uno scontro accanito, si sarebbero mostrati piuttosto restii a compiere quel servizio.

Per di più correva un giorno festivo: in quella data, infatti, si offrivano sacrifici votivi ad Eracle. L’allegria irrefrenabile della vittoria aveva suggerito ai più, cogliendo anche l’occasione di quella giornata solenne, di bere in abbondanza. Sicché a tutto si poteva sperare d’indurli: ma non di cingere immediatamente le armi per una sortita generale, quella stessa notte, contro il nemico fuggitivo. Alla luce di tali considerazioni parve inapplicabile la strategia di Ermocrate, che infatti si trattenne dall’insistere.

Bisognava impedire in tutti i modi che gli Ateniesi si ritirassero proprio quella notte: Ermocrate, sfruttando i suoi contatti con gli strateghi ateniesi, mandò un’ambasciata, scongiurandoli di non ritirarsi quella notte, dicendo che era stata preparata una trappola da parte dei Siracusani e che invece fosse conveniente preparare la fuga con tutto comodo.

Per conto suo però, temendo che gli Ateniesi sfruttassero l’inerzia nemica di quella notte per assicurarsi tempestivamente i passaggi più aspri verso la salvezza, ideò il seguente artificio. Quando calarono le prime ombre della sera, Ermocrate mandò al campo ateniese alcuni dei suoi uomini fidati con una scorta di cavalieri. Costoro, spingendosi a distanza utile per farsi udire, chiamarono a colloquio alcuni del campo, spacciandosi per partigiani degli Ateniesi (agenti di Nicia operavano davvero in Siracusa, tenendolo al corrente dei fatti). Poi li invitarono a scongiurare Nicia di non rimuovere l’armata quella notte poiché i Siracusani presidiavano le vie d’uscita. Aspettasse piuttosto il levar del sole per spostarsi con comodo, dopo aver preso le necessarie disposizioni. Compiuta la missione i cavalieri ripartirono mentre gli ascoltatori corsero dagli strateghi ateniesi a riferire.

Nicia ci cascò con tutte le scarpe. Così da una parte Gilippo ebbe l’opportunità di prepare alla perfezione il suo agguato, dall’altra, per impedire che magari gli Ateniesi cambiassero idea e decidessero di ritentare la violazione del blocco, i siracusani catturarono con un raid le navi nemiche

Udito il messaggio, gli strateghi decisero di soprassedere per quella notte, non sospettando il tranello. Poi, non essendosi mossi subito, a caldo, ritennero di potersi fermare anche il giorno seguente, per consentire alla truppa una cernita accurata, nei limiti del possibile, dell’occorrente per il viaggio. Lasciando perdere il resto, gli uomini dovevano caricarsi solo di quella quantità di cibo che potevano trasportare a spalla e poi mettersi in cammino. I Siracusani e Gilippo con le fanterie precorsero il nemico: ostruirono tutti i valichi stradali della regione per i quali ci si poteva aspettare che gli Ateniesi tentassero il passaggio. Presidiarono i guadi dei torrenti e dei fiumi, e nei punti particolarmente sospetti dislocavano forze adatte ad intercettare e fermare l’armata nemica. Avvicinandosi con la flotta, inoltre, strapparono dalla spiaggia le navi ateniesi. Alcune, secondo il piano, erano già state incendiate dagli stessi proprietari: ma erano il minor numero. Le altre furono assicurate con comodo, nei diversi punti della costa in cui si trovavano disperse e poiché nessuno opponeva resistenza, vennero tratte a rimorchio fino alla
città.

La descrizione del campo ateniese che si appresa alla fuga è uno dei tanti brani di bravura retorica di Tucidide, figlia sia della sua conoscenza della sofistica, sia delle tragedie di Euripide. Da Gorgia di Lentini lo scrittore apprese la simmetria, la variatio, la tendenza a distaccarsi dall’uso comune nella disposizione delle parole, la presenza di figure retoriche come le metafore e le iperboli, gli ossimori e le antitesi, di parole poetiche e dal colorito arcaico, tutti elementi che caratterizzano la prosa d’arte e che riscontriamo nella prosa tucididea contribuendo a rendere l’elocuzione sublime. Cosa che a noi moderni può sembrare strana, ma che è perfettamente in linea con le abitudini dell’epoca, che prevedevano la lettura pubblica dell’opere e che utilizzavano quei mezzi per non annoiare il lettore.

Proprio il suo essere un autore pop, lo porta a citare, in chiave che oggi chiameremmo post moderna, quello che era uno dei cardini della cultura popolare ateniese dell’epoca: la tragedia. Abbiamo il patetismo e la struttura dei discorsi ispirata ad Euripide, la citazioni di Eschilo, specie nelle descrizioni delle battaglie navali, che richiamano i Persiani e di Sofocle, nella creazione dei personaggi.

Dopo questi episodi, appena a Nicia e a Demostene i preparativi parvero sufficienti, trascorsi due giorni dallo scontro navale, l’esercito finalmente dal campo in disarmo si mise in marcia. Distacco tormentoso; e più di una riflessione trafiggeva dolorosamente: il sacrificio totale delle navi, ad esempio; e quel viaggio, cui anziché luminose speranze, facevano da scorta le minacce e gli agguati, per sé e per la città intera. Ma anche quando venne l’ora di sgomberare il campo, lo spettacolo s’offriva tristissimo ai partenti: e dagli occhi la pena calava a ghiacciare il cuore. I cadaveri s’ammontavano scoperti: e quando si scorgeva un proprio caro rovesciato a terra, lo spirito s’irrigidiva in un orrore umido di pianto. Ma i vivi, gli abbandonati, feriti o infermi, destavano in quegli altri, vivi anch’essi e in partenza, un senso più straziante di pietà che il cordoglio dei morti, e parevano costoro ben più degni di lagrime degli scomparsi.

Ricorrendo alle suppliche, alle esclamazioni d’aiuto, quegli infelici paralizzavano gli altri in un inerte turbamento. Scongiuravano che li portassero con sé: invocavano per nome chiunque, gridando, alla vista di un amico, o di un famigliare. Già i compagni di tenda, roba in spalla, si staccavano: e quelli con le braccia al collo, a stringerli, a trascinarsi sulle loro orme, finché il disagio li prostrava a terra, esausti. E allora restavano indietro, ma singhiozzando esalavano un appello estremo agli dei. Uomo per uomo, l’armata gemeva in lagrime: e l’imbarazzo di quella scelta disumana rendeva acerba la decisione del distacco, benché partire significasse lasciarsi alle spalle una terra ostile, in cui i disastri già patiti eccedevano ogni capacità di pianto: e nuove lagrime certo avrebbe strappato l’oscuro avvenire, denso di sofferenze. Un sentimento acuto di vergogna e di disgusto cocente per se stessi li umiliava. Poiché figuravano come cittadini fuggiaschi da una città sfinita dopo un’assedio: anzi, di una grande città. Il complesso dei reparti in marcia non assommava a meno di quarantamila uomini. Tutti trasportavano, secondo le proprie possibilità e forze, quanto poteva tornare utile: perfino i cavalieri e gli opliti, infrangendo la tradizione, portavano addosso, sotto le armature, il peso delle proprie vettovaglie, parte per mancanza di attendenti, ma molti perché non si fidavano.

I servi infatti avevano disertato da un bel pezzo, e molti sceglievano proprio quel momento. Tuttavia neppure queste riserve di cibo risultavano sufficienti: le scorte di grano si erano esaurite. Era la fame per l’armata. Di certo, in quel frangente, qualunque fosse l’oggetto su cui posava il pensiero, tutto coincideva ad aggravare lo sconforto, benché il peso della sventura, quando s’è in molti a portarlo, per quasi che si divida e che gravi un po’ più leggero: ma tra gli altri supplizi, il più bruciante era il ricordo trionfale della partenza, dell’orgogliosa fiducia che l’aveva cinta e la miseria di questo declino, così vile, così abietto. Mai altro esercito greco conobbe un simile mutamento di sorti. Giunto col proposito di asservire un popolo, gli capitava ora di ritrarsi in fuga, temendo piuttosto per sé ad ogni istante del giorno, quella medesima minaccia. Parole di vittoria e suoni di peana lo coronavano, quando sciolse le vele: e ora, eccolo di nuovo in partenza, ma con che diversi auguri, marciando come fosse una folla di, fanti, anziché sulle strade del mare, aggrappato al nerbo degli opliti, non più della flotta. Tuttavia le sciagure subite sembravano sopportabili quando il pensiero spaventato correva al rischio ancora incombente.

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