Un romano in giro per la Persia

Sempre parlando dei grandi viaggiatori italiani del Rinascimento e del Barocco, oggi è il turno di un nobile romano, che senza dubbio ha avuto una vita romantica e assai bizzarra, Pietro Della Valle. Come detto altre volte, se fosse vissuto nel mondo anglosassone, sarebbero fioccate serie e film sulla sua vita. I Della Valle, furono una famiglia della nobiltà municipale capitolina, originaria del rione Pigna e San Marco, le cui prime case sorgevano sul clivus Argentarius, è un’antica strada di Roma che correva a mezza costa sulle pendici del Campidoglio, alle spalle del Foro di Cesare. Il nome attuale risale al Medioevo, perchè all’epoca vi erano botteghe di orefici e cambiavalute, a testimonianza che dice come la Roma dell’epoca fosse un villaggio di 5000 abitanti non sia nulla più che un ignorante patentato, mentre quello antico con molta probabilità era clivus Lautumiarum.

Se ne conserva un tratto di basolato, che parte dalla piazzetta antistante il Carcere Tulliano, appena fuori dell’area archeologica del Foro Romano e giunge in corrispondenza dell’ingresso del Museo centrale del Risorgimento, alle spalle del Vittoriano, dove sono presenti una serie di nicchie in laterizio che dovevano appartenere forse ad una serie di terrazzamenti su questo lato del colle. Nell’area immediatamente antistante si conservano nella pavimentazione stradale moderna tracce di muri in blocchi di tufo di Grotta Oscura, che dovevano appartenere alle mura serviane e forse alla Porta Ratumena. Alcuni autori antichi, tra cui Plinio e Plutarco, riferiscono una leggenda in base alla quale il nome Ratumena deriverebbe da quello di un auriga di Veio che sarebbe stato trascinato in una folle corsa dai cavalli imbizzarriti fino alla porta sulla quale, sbalzato dal carro su cui si trovava, si sarebbe sfracellato.

Tornando al Clivus Argentarius, il tratto che corre immediatamente a monte del Foro di Cesare, in maggiore pendenza, conserva il basolato antico e tracce degli ambienti in laterizio che lo fiancheggiavano: quelli a valle costituiscono un secondo piano al di sopra delle taberne aperte sul fondo dei portici della piazza del Foro, innalzato con i rifacimenti di epoca traianea e comprendente anche un’ampia latrina semicircolare.

Ora il nome dei Della Valle deriva proprio da quel luogo in cui avevano le loro case, un avvallamento presente in età medievale tra il Clivus Argentarius e l’area dei Mercati traianei. Questo fa facilmente immaginare come in origine fossero una famiglia non di guerrieri o di burocrati pontifici, ma di commercianti e artigiani. Cosa che si porteranno dietro per tutta la loro storia: erano, anche per gli standard elevati della nobiltà romana del Rinascimento, ricchi in maniera spropositata, sia grazie alle loro proprietà terriere,costituite da 6 casali nella campagna romana, per una superficie complessiva superiore ai 1.500 ettari, aventi una rendita lorda di 1.360 scudi, che comprendevano le tenute di Tor Vergata, Torre Spaccata, Quadraro e Sette Bassi, sia per il loro monopolio nel mercato romano del bestiame, attività in cui erano attivi anche nel rione di origine come proprietari di banchi di macellazione.

Tra l’altro, questi ricchi romani divennero nobili per meriti, come dire, professionali: papa Martino V nominò Paolo Della Valle, che oltre ad essere attivo nel commercio dei fiori e nella produzione di candele, era uno stimatissimo medico, suo archiatra e fu tanto soddisfatto delle sue prestazioni professionali, da renderlo Conte Palatino e successivamente, di alcune case nel rione Parione. A seguito di questa nomina, divenne cancelliere perpetuo e Conservatore del Comune di Roma, una sorta di consigliere capitolino dell’epoca. L’elezione all’ufficio era molto ambita, sia per il cospicuo compenso, sia perché l’elezione attribuiva automaticamente alla famiglia dell’eletto il rango della nobiltà municipale o civica romana.

Ma cosa facevano questi Conservatori, che hanno dato il nome al Palazzo del Campidoglio ? Presiedevano un Tribunale, che aveva il potere di emettere sentenze giudiziarie sulle controversie economiche e amministrative della città, e di emettere ordinanze su varie materie: in pratica era una sorta di TAR, i cui membri avevano l’abitudine di mettere bocca su tutto e per partito preso, contestare le decisioni degli equivalenti tribunali ecclesiastici, rendendo così la giustizia pontificia un manicomio incomprensibile. Basti penare che un presunto eretico, se cittadino romano, poteva fare ricorso al Tribunale dei Conservatori, sulla sentenza dell’Inquisizione e sfruttando i conflitti di giurisdizione, morire tranquillo nel suo letto, senza finire sul rogo.

I Conservatori erano poi responsabili, oltre che della gestione economica, anche della sicurezza della città: particolare importanza avevano i compiti di vigilanza della stabilità dei prezzi dei grani e la gestione dell’ordine pubblico, anche nel caso della sicurezza delle feste e delle celebrazioni pubbliche, come ad esempio il Carnevale, presenziando ad esse. Tali ministri erano distinti da quello del senatore di Roma (carica solitamente vitalizia, di cui essi esercitavano le funzioni in sua mancanza), sui ricorsi presentati dai consoli delle arti e di altre materie e del Consolato dell’Agricoltura, e con la piena giurisdizione sui quattro feudi del popolo romano: Magliano Sabina, Cori, Barbarano Romano e Vitorchiano con diritto di visita su di essi. Il ruolo dei Conservatori era particolarmente critico nei periodi di Sede Vacante, tra la morte del Pontefice e l’elezione del successore. Infine, i Conservatori avevano la facoltà di concedere il privilegio di cittadinanza romana.

Per cui potete capire che Pietro, assai viziato, era considerato uno dei migliori partiti della Roma dell’epoca. Nato nell’Urbe l’11 aprile del 1586, era sicuramente geniale, era molto versato nelle lingue classiche, nella storia, nella geografia e soprattutto nella musica, Pietro divenne infatti, oltre che scrittore e viaggiatorei, suonatore di torbia, progettista di clavicembali e compositore. L’appartenenza a un antico e importante casato, le alte relazioni sociali, le lezioni di scherma preparano l’animo di Pietro a grandi imprese: lui, unico rampollo dei Della Valle sarebbe stato il padre di una nuova generazione.

Nel 1606 compose i versi per una piccola rappresentazione scenica in musica, intitolata Il carro di fedeltà d’amore, che benché sia di una leziosità inimmaginabile, parla dei tentativi sempre fallimentari di Apollo di sedurre Amarilli, è uno dei primi melodrammi della Storia. Tra l’altro, nell’impresa riuscì a tirare dentro, come compositore Paolo Quagliati, nome che oggi non dice nulla a nessuno, ma che all’epoca era una star della musica, essendo l’organista ufficiale di Santa Maria Maggiore. Quagliati, che tra l’altro, era un abitante dell’Esquilino, avendo casa accanto al convento di Sant’Eusebio, in quella che all’epoca era piazza Cimbra ed ora è parte della nostra Piazza Vittorio.

Nel frattempo, Pietro perde la testa per una nobile romana, che lui citando Dante, chiama Beatrice, ma che noi dopo secoli, non siamo riusciti a identificare, cosa strana i diari dei pettegoli dell’epoca glissano sulla faccenda: ora il nostro eroe non prese sportivamente il fatto che la sua innamorata sposasse un altro, cominciò a vagabondare per l’Italia, finchè nel 1609 si fermò a Napoli. Nella città partenopea divenne amico di Mario Schipani, un naturalista calabrese e protomedico a Napoli, studioso di erbe e piante esotiche e buon conoscitore della lingua araba, oltre che poeta dilettante, che divenne suo insegnante di lingue orientali. Sempre in quel periodo, compone diverse poesie, bruttarelle, che pubblica nelle raccolte Gli amori pescatorii, Lettere pescatorie amorose, Sogno amoroso, in cui cerca di coniugare sia il barocco immaginifico del Marino con le liriche della tradizione popolare.

Nonostante piangesse il suo amore perduto, nel concreto Pietro pensava a tutt’altro: a Napoli, dove viveva assieme a suo cugino Francesco Crescenzi nella foresteria del convento di San Tommaso d’Aquino ebbe una relazione con una ragazza del luogo Giovanna De Gaudio, “habitante nella piazza di San Giovanni delli Fiorentini di Napoli”, dalla quale il 23 aprile 1611 ebbe una figlia Vittoria Silvia, tra l’altro legittimata. L’anno successivo nacque un altro figlio, del quale non si conosce la madre, battezzato il 23 dicembre del 1612 col nome di Carlo Valerio Bruto. Purtroppo il bambino morì il 1° gennaio

Però, sempre inquieto nel 1611, a venticinque anni, partecipò alla spedizione spagnola, guidata dal marchese Álvaro de Bazán y Benavides, secondo marchese di Santa Cruz, che al comando delle galere di Napoli, Genova, Sicilia e Malta, riuscì a conquistare la fortezza ottomana posta sulle isole Kerkennah, al largo di Sfax, in Tunisia, che era un famigerato covo di pirati. Dato che il marchese di Santa Cruz proprio un genio non era, ne successero di tutti colori, tanto che, in un’impresa degna di Fantozzi, l’ammiraglio riuscì, dopo la conquista ad autoaffondarsi la flotta, facendola incagliare nelle secche e costringendo Pietro a una fuga picaresca.

Sia per questa impresa, sia per il desiderio di fame e la passione per l’Oriente, frutto della frequentazione di Schipani, Pietro concepì l’idea di un pellegrinaggio a Gerusalemme. Il 25 gennaio del 1614 dunque, con una solenne funzione nella chiesa napoletana dei Santi Festo e Marcellino, Pietro fece benedire un cordoncino d’oro, facendo voto di deporlo sul Santo Sepolcro. L’undici aprile era a Roma, per salutare la famiglia, le malelingue dell’epoca parlano dell’entusiasmo dei parenti nel toglierselo dalle scatole, l’8 giugno 1614 Pietro salpò dal porto di Malemocco, Venezia, a bordo del galeone Gran Delfino.

Nel viaggio fa tappa toccò Zante, navigò in prossimità del Peloponneso, dove è tra i primi a visitare le rovine di Micene, e tra l’altro si convinse che Troia fosse in Argolide e giunse a Costantinopoli, dove soggiornò per quasi un anno, ospite dell’ambasciatore francese: qui da una parte si dedicò alla bella vita, le sue bisbocce rimasero impresse ai cronisti turchi dell’epoca, dall’altra studio con enorme passione turco e persiano, lingue che padroneggiò talmente tanto, da scrivervi poesie.

In quel periodo, a sentire i cronisti turchi, il cristiano “alquanto eccentrico”, altri lo definiscono “matto come un cavallo”, frequentò due tizi originali, i famigerati fratelli Celebi. Dato che gli sciroccati fanno spesso gruppo, i due fratelli si dedicavano a esperimenti sul volo umano, costruendo improbabili accrocchi basati su razzi, che avevano l’abitudine di esplodere nei modi più bizzarri. Tra l’altro, alla fine, nonostante decinni di pernacchioni ricevuti dagli abitanti di Costantinopoli, i due Celebi vinsero la loro faida contro la forza di gravità.

Nell 1630-1632 il fratello maggiore, Hezarfen usò una sorta di aliente dotato di ali per volare attraverso il Bosforo. Lanciato dalla cima della Torre di Galata a Istanbul (alta 62 metri), dichiarò di avere volato per circa 3 chilometri, atterrando senza danni. L’anno dopo, il fratello minore, Lagâri Hasan Çelebi, fece le cose in grande, lanciando in aria in un razzo dotato di sette ali, composto da una grande gabbia con una cima conica riempita di polvere da sparo. Grazie alla protezione di Allah, il nostro eroe, sfidando la legge della probabilità, non saltò in aria e il volo compiuto nell’ambito delle celebrazioni per la nascita della figlia dell’imperatore ottomano Murad IV, ebbe buon esito.

Lagari fece un atterraggio morbido nel Bosforo usando le ali attaccate al suo corpo come un paracadute dopo che la polvere da sparo si era consumata. Si è stimato che il volo durò circa venti secondi e che la massima altezza raggiunta fu di circa 300 metri e fu ricompensato dal sultano con un’importante posizione militare nell’esercito ottomano; ovviamente, la sua proposta, di utilizzare il suo accrocco per costituire un corpo di giannizzeri volanti, dopo ampie lodi e ringraziamenti,fu cestinata dal sultano. Sì, se ve lo state chiedendo, anche Pietro, tornato a Roma, provò a imitare gli esperimenti dei suoi amici turchi, ma fu opportunamente dissuaso dal governo pontificio, assai meno tollerante del Sultano, nei confronti degli inventori che giocavano con gli esplosivi nel centro della città.

Pietro ripartì da Costantinopolo il 25 settembre del 1615, dirigendosi a Rodi e ad Alessandria, per risalire il Nilo dal ramo di Rosetta e arrivare al Cairo; essendo, nonostante il suo atteggiarsi innamorato romantico con il cuore spezzato, un donnaiolo impenitente, rimane così ammaliato da una bellezza etiope,

nera come un carbone, ma bella di fattezze al possibile”,

che la fa ritrarre dal pittore fiammingo che viaggia con lui.

Ha voluto esser dipinta passeggiando e pigliando tabacco in fumo, come esse usano per trattenimento, con una pipa d’argento in mano, col fuoco dentro acceso a questo effetto”.

C’è anche un’altra bellezza esotica che lo attrae:

“una dama nata nella Mekka, ed è d’un colore giallo come quello del grano; graziossima, e di una carnagione la più delicata che io abbia veduto in vita mia”.

Oltre a fare il Don Giovanni, Pietro si dedica alle esplorazioni: visita le Piramidi e la Sfinge ed il primo europeo a compiere ehm scavi archeologici nella necropoli di Saqqara. Scoprì infatti una tomba, da cui sottrasse due sarcofaghi, compresi di mummie, che si riportò dietro per tutto il viaggio, sino a Roma. Dal Cairo passò nella penisola del Sinai, dove andò in pellegrinaggio nel monastero di Santa Caterina, a cui chiese la grazia di trovare moglie, fece il bagno nella nostra Sharm el Sheik, rimanendo a bocca aperta dinanzi alla barriera corallina del Mar Rosso, per giungere sino a Gerusalemme. In teoria, avendo sciolto il voto, Pietro Potrebbe tornarsene indietro, ma a quanto pare, ci aveva preso gusto… Per cui decide di andare in Mesopotamia, alla ricerca della mitica Torre di Babele. Dopo avere fatto sosta ad Aleppo e Damasco e traversato il deserto siriaco, visita la grande zigurrath di Ur, che proprio Torre di Babele non era, ma certo gli somigliava. Mentre esplora il sito, un suo compagno di viaggio accenna alla presenza a Baghdad di una bellissima donna cristiana e pieno di curiosità, Pietro decide di andarla a conoscere.

Così si innamorò di Sitti Maani Gioerida, una diciottenne cristiana di rito nestoriano, il cui nome significa Saggezza, che sposò il 22 febbraio 1617. Così Pietro descrive la moglie

“color vivace che agli Italiani parerà che tiri piuttosto alquanto al brunetto che al bianco; capelli che tirano al nero, e così le ciglia, marcate non senza grazia, le palpebre lunghe delle Orientali ornate con lo stibio.”

Ai servi di Pietro, tutti uomini, si aggiunge una dolce fanciulla, Tinit, ovviamente di stirpe regale, l’ancella personale di Maani, che l’assiste in una casa sempre aperta, dove si canta e si balla. In quel periodo, il nostro eroe sviluppa due passioni, che porterà poi a Roma: l’allevamento dei gatti d’Angora, che la moglie amava particolarmente e il caffè, che introdurrà nei salotti dell’Urbe.

Dopo il matrimonio, gli sposini partono per la Persia: .giunto nella capitale Ispahan (Isfahan) il 22 febbraio 1617, nell’aprile dell’anno successivo venne ricevuto dallo scià a Escref (Ashraf) sulle costa del Mar Caspio, e accolto quale ospite di riguardo e privilegiato a corte, potè seguire da vicino i maneggi politici e bellici nelle ultime affannose fasi del vittorioso conflitto contro l’impero turco, concluso con la battaglia di Ardebil. In tale occasione riuscì a esporre davanti allo scià l’ambizioso progetto politico che gli stava a cuore, inteso a creare un’alleanza tra i persiani e i cosacchi del Mar Nero nella prospettiva di imbastire una potente lega anti ottomana fra l’Europa e la Persia.

Benché Abbas fosse da parte sua molto tollerante con i Cristiani e fosse favorevole a un’alleanza contro i turchi, gli europei, specie inglesi e spagnoli preferirono però litigare tra loro, per cui nonostante la sua pazienza, lo Shah decise di mandare tutti al diavolo. A perenne testimonianza della magnanimità di Abbas, è la sua reazione nei confronti una bizzarra proposta del nostro Pietro, il quale ebbe la brillante idea trasferire 300 famiglie romane a Ispahan, che avrebbero riprodotto in piccolo i monumenti dell’Urbe. Il fatto che lo Shah si sia mantenuto serio, non abbia fatto indossare la camicia di forza a Pietro e abbia risposto con l’equivalente persiano del

“Le faremo sapere”

è una grande testimonianza della civiltà e del culto dell’ospitalità persiano. Più sensata fu la proposta, sempre di Pietro, di regolare lo status dei cristiani georgiani, dove tra l’altro i cattolici erano poco e male organizzati a scapito della loro consistente compagine; a tempo debito l’iniziativa avrebbe ottenuto la piena approvazione del papa Urbano VIII, nel 1627 puntualmente edotto dal Della Valle con la memoria Informazione della Georgia, e si sarebbe materializzata con l’invio di un’apposita missione operativa dei padri teatini. Anche negli anni seguenti il medesimo pontefice si sarebbe avvalso ampiamente di lui e ne avrebbe valorizzato le competenze dopo averlo nominato cavaliere d’onore e consigliere all’attività missionaria in Oriente.

Nel frattempo, Pietro si dedicò alle sue attività erudite: esplorò Persepoli, dove si accorse come vi fossero presenti delle iscrizioni negli stessi caratteri che aveva trovato su una tavoletta di creta a Ur, che lui aveva inizialmente scambiato per elementi decorativi. Pietro si rese così contro come fosse una forma di scrittura, scoprendo il cuneiforme e le intuì che questo andava letto da sinistra a destra, seguendo la direzione dei cunei. Dato che aveva un poco di buon senso di Athanasius Kircher, ammise i suoi limiti e non si inventò nessun bizzarro tentativo di traduzione.

A Isfahan nell’osservare la piazza Naqsh-e jahàn affermò che per bellezza aveva persino eclissato Piazza Navona.

«Una di queste è il meidan o piazza maggiore, innanzi al palazzo reale, lunga circa a seicento novanta passi dei miei, e larga intorno a ducento trenta; e tutta attorno attorno di un medesimo ordine di architettura, eguale, giusto e non mai interrotto nè da strade, nè da altro, fatto a portici grandi e piani sotto di botteghe con diverse mercanzie disposte per ordine a luogo a luogo; e sopra, con balconi e finestre, con mille ornamentini molto vaghi. La quale unione di architettura così grande comparisce tanto bene all’occhio, che, quantunque le case di piazza Navona siano fabbriche più alte e più ricche all’usanza nostra, nondimeno, per la discordanza loro e per altri particolari che dirò del meidan d’Ispahan, io ardisco di anteporlo alla stessa piazza Navona.»

Nell’ ottobre 1621 Pietro della Valle, finalmente deciso a tornarsene a casa, scese allo stretto di Hormuz; la sua intenzione era di rientrare in Italia dal Capo di Buona Speranza, ma intendeva prendere il mare confidando caparbiamente di forzare il blocco nella zona che nel frattempo era divenuta teatro di violenti scontri nel conflitto fra la Persia e il Portogallo per il controllo di quel nodale punto strategico. La fortuna, che in analoghe circostanze lo aveva sempre favorito, stavolta gli voltò le spalle. Nelle pieghe degli avvenimenti poté ancora vedere le rovine di Persepoli, raccogliere qualche reperto archeologico e sostare a Sciraz, ma ormai quasi prossimo all’imbarco di Combrù (Bandar Abbas) dovette fermarsi, e a Minab, disagevole e malsano villaggio di retrovia, sopraggiunse la tragedia: la moglie, che era incinta, si ammalò, ebbe un aborto e morì. Era il 30 dicembre dello stesso anno, e il marito, sconvolto dalla perdita e disorientato sul da farsi, decise di imbalsamare la salma, chiuderla in una cassa e portarla con sé ovunque andasse, per darle infine una degna sepoltura in Italia.

Nemmeno la conquista persiana di Hormuz, di poco successiva, riaprì la navigazione verso il Mediterraneo; però le rotte inglesi per l’India rimanevano agibili, e dopo diverse incertezze e confuse divagazioni itinerarie là dunque egli si diresse facendo capo a Surat e a Goa, desideroso di osservare il modo di vivere degli abitanti e, soprattutto, di documentarsi sulle varie manifestazioni del politeismo indù. Trascorsero così altri due anni, che l’instancabile viaggiatore impiegò percorrendo la costa nord-occidentale fino a Calecut (Kozhikode), con alcune puntate nelle regioni interne del Guggerat: soltanto nel gennaio del 1625, infatti, ebbe inizio il ritorno in Italia, che da Mascat (Mascate) nella penisola arabica portò il Della Valle a risalire il Golfo Persico e ad addentrarsi nel deserto da Bassora ad Aleppo, di continuo taglieggiato dalle bande dei governatori locali. Visitate le rovine di Antiochia salpò da Alessandretta e raggiunse Cipro, ma la peste in Sicilia lo costrinse a un’imprevista quarantena a Malta prima di sbarcare a Siracusa e proseguire costeggiando da Messina a Napoli, dove scese il 5 febbraio e fu ospite dello Schipani. Finalmente, dopo dodici lunghi anni di assenza, il 28 marzo 1626 il grande viaggiatore concluse a Roma il suo peregrinare e tumulò nella cappella di famiglia il corpo di Sitti Maani, che era riuscito a far passare indenne fra mille peripezie.

Secondo voi, dopo il ritorno a casa, un tizio del genere si sarebbe calmato ? Oltre a dedicarsi alla scrittura e alla musica, ogni tanto ne combinò qualcuna delle sue. Il 10 maggio 1629 in Santa Maria in Monterone, cosa che provocò qualche coccolone al suo parentado, convinto di ereditare le fortune dello zio strambo e ricco sfondato, si sposò con la giovane armena Maria Tinatin de Ziba, l’ancella della moglie, che Pietro aveva adottata e condotta con sé dall’Oriente, e dalla nascita di una numerosa prole, circa quattordici figli. Nell’aprile 1636 quando Pietro, durante la processione del Santissimo Rosario, ferì mortalmente Giacomo Bernia, garzone del cardinal Francesco Barberini, colpevole di aver insultato uno dei suoi servitori orientali. Costretto alla fuga, Pietro si rifugiò nel Palazzo a Santi Apostoli, residenzadegli antichi amici di famiglia, i Colonna, e quindi a Paliano

La vicenda si concluse con la condanna di Pietro a mille scudi di multa e cinque anni di reclusione lontano da Roma, a Ferrara. Pena mai scontata per intervento diretto di Urbano VIII, circostanza che legherà Pietro alla famiglia Barberini e che lo fara partecipare alla guerra di Castro, dove nonostante la sua cinquantina d’anni, fece una dignitosa figura.

Ora, dal punto di vista musicale, al di là delle sue sperimentazioni sul melodramma, Pietro fu alquanto spernacchiato, dato che si era messo in testa di inventare nuovi strumenti, dal nome pomposo, come il “cembalo triarmonico”, il “violone panarmonico”, la “tiorba triarmonica”, e la “chitarra coi tre manichi” , che, grazie al cielo, non ebbero successo.

Più successo ebbe la sua attività letteraria: nel 1650 furono pubblicati i suoi diari di viaggio, con il titolo, assai sovrabbondante, ma che volete, siamo nel Barocco

Viaggi di Pietro della Valle il Pellegrino, con minuto ragguaglio di tutte le cose notabili osservate in essi, descritti da lui medesimo in 54 lettere familiari, da diversi luoghi della intrapresa peregrinatione mandate in Napoli all’erudito, e fra’ più cari, di molti anni suo amico Mario Schipano, divisi in tre parti, cioè la Turchia, la Persia e l’India, le quali avran per aggiunta, se Dio gli darà vita, la quarta parte, che conterrà le figure di molte cose memorabili, sparse per tutta l’opera, e la loro esplicatione.

Invece i volumi con le lettere dalla Persia e dall’India restarono incompleti e uscirono postumi a cura della moglie e dei figli rispettivamente nel 1658 e nel 1663, mentre l’annunciata quarta parte non procedette oltre i propositi. L’essere un cattolico ligio e praticante peraltro non lo mise al riparo dalla censura ecclesiastica, che tagliò tutti i riferimenti in materia di magia e di astrologia, due tra i suoi preferiti campi di indagine; l’intervento del Santo Uffizio non risparmiò neppure diversi brani di contenuto politico nella sezione persiana, e particolarmente gli spunti in cui la figura di Abbàs assumeva i contorni elogiativi di un sovrano perspicace, illuminato e dagli intuiti strategici di gran lunga superiori ai prìncipi della cristianità: una valutazione ovviamente sgradita alla Chiesa, che per i medesimi motivi gli aveva già messo all’indice l’operetta Delle condizioni di Abbàs re di Persia, apparsa a Venezia nel 1628.

Pietro della Valle si spense a Roma il 21 aprile 1652 e fu inumato nella cappella di famiglia in S. Maria in Aracoeli accanto alla moglie. I suoi tantissimi lavori rimasero quasi tutti manoscritti e, per lo più inediti, si conservano in prevalenza nella Biblioteca Vaticana, che ne fu destinataria per legato testamentario unitamente ai numerosi codici raccolti nella lunga peregrinazione. Fra il minimo affidato alle stampe giganteggiano i Viaggi, che nonostante la mole piacquero subito e furono più volte ristampati e riediti: la parte iniziale, quella sulla Turchia, venne infatti reimpressa nel 1657, appena cinque anni dopo la morte dell’autore, e ancora nel 1662; riedizioni comparvero a Bologna (1672, 1677) e a Venezia (1661, 1667, 1681-1687), fino alla più recente di Torino (1843, con la falsa indicazione Brighton e la grafia semplificata). Le traduzioni in francese, inglese, tedesco e olandese non si fecero attendere e coronarono una fortuna editoriale che è facilmente spiegabile.

A colpire fu anzitutto la novità di un metodo che non era poi tanto nuovo. Il Della Valle applicò, attualizzandolo, il principio introdotto dai logografi greci e perfezionato da Erodoto duemila anni prima: descrivere solo ciò che si è visto e riferire solo ciò che si è ascoltato con le proprie orecchie da informatori ritenuti fededegni. Ma all’esposizione meramente analitica egli unì una personalissima capacità di soffermarsi sui più minuti dettagli con la meticolosità di una precisione assoluta: dai costumi ai riti e alle sfilate, ai luoghi abitati e alle abitazioni, ai paesaggi, alle feste e agli spettacoli, alle danze, ai cibi e alle bevande giù fino agli oggetti in apparenza più insignificanti, praticamente tutto veniva “raccontato” in ogni sfumatura attraverso la lente di una vivacissima elasticità intellettuale, e in una sintesi mirabile di eclettismo e di spirito di osservazione che tanto più si affinava quanto più l’oggetto della descrizione si mostrava dissimile dalle fogge e dalle maniere occidentali.

A conferire valore aggiunto alla qualità delle notizie fu però determinante l’eccellenza culturale dello scrittore. Buon conoscitore del turco (a Isfahan nel 1620 aveva messo a punto una Grammatica della lingua turca divisa in sette libri, didatticamente innovativa e pur essa lasciata manoscritta), nel viaggio apprese il persiano, ma la facilità nell’impararle gli rese familiari altre lingue orientali, che lo misero in grado di formulare analisi comparative e svariate ipotesi sull’origine e sui reciproci rapporti fra i vari idiomi. Inoltre la padronanza delle fonti letterarie classiche gli consentì di tenerle costantemente sott’occhio durante gli itinerari e, per loro tramite, di avanzare congetture di carattere storico, archeologico e topografico, correggendo vecchi e nuovi errori in ambito astronomico, storico-etnografico, geografico, cartografico e toponomastico, in un incessante confronto con la propria esperienza di erudito e di viaggiatore.

Altro il Della Valle apprese dall’esame dei campioni naturalistici, botanici e mineralogici che, da lui sollecitato, periodicamente inviava allo Schipani assieme alle lettere; egli stesso a sua volta si diede a raccogliere esemplari di ogni tipo o, in alternativa e se trasportabili, a farne eseguire copie fedeli per studiarli più convenientemente in patria e diffonderne la conoscenza anche mediante schizzi e disegni. Non sorprende, quindi, che per un pubblico di lettori che diventavano via via più esigenti e avidi di cognizioni oggettive e realistiche, i Viaggi costituissero un repertorio enciclopedico ricchissimo di informazioni di prima mano su di un universo per loro misterioso e sfuggevole, e con l’andar del tempo acquistassero un retaggio epocale che ha inserito l’opera fra i classici dell’orientalistica e giustifica la sua recente traduzione persiana (1969).

Un ulteriore elemento di novità era dato dal ritmo del racconto. L’instancabile curiosità del Della Valle e la sua insaziabile vena descrittiva pungolano senza tregua l’attenzione di chi legge, e gli propongono temi, argomenti e sfondi sempre rinnovati in un incessante incastro di scatole cinesi che lo catturano e gli fanno seguire l’io narrante ovunque questi lo conduca. A solleticare la mente coopera la struttura affabulante, che (altra novità) si sviluppa su due registri paralleli: il primo è più propriamente narratorio degli eventi che si avvicendano nell’itinerario e nelle sue tappe sotto l’egida protagonistica e gigionesca di un capitano di ventura più che di una dotta guida; il secondo subentra soprattutto nelle soste sul percorso, e protagonista diventa allora la composita umanità che forma la carovana: ormai immedesimatosi nel viaggio, chi legge attende con impazienza anche quelle pause, e chi racconta non lo delude, intrattenendolo sui fatti, le vicende e gli episodi di un microcosmo di sfaccettata quotidianità.

Qui il Della Valle è spesso chiamato (e più sovente si chiama) a svolgere un compito mediatore fra il mondo islamico e il mondo cristiano, e non di rado lo risolve in una prospettiva di tolleranza e modernità di vedute che si avvicinano a matrici cosmopolite e preilluministiche, seppure inevitabilmente condizionate dal metro valutativo di chi non è sfiorato dal minimo dubbio di rappresentare una civiltà superiore, più evoluta e tanto più perfetta in quanto erede della romanità e sede del papato. In questi passi meglio che altrove emerge l’irrisolta contraddizione dello scrittore nei confronti del complessivo contesto islamico, che da un lato gli fa disprezzare aprioristicamente i suoi valori fondanti, e dall’altro lo obbliga a riconoscere la validità di parecchi aspetti positivi della sua cultura materiale, specie quando è la propria penna ad anatomizzarla: le pagine dedicate all’accappatoio e al sofà, alle incubatrici per dischiudere i pulcini e ai sistemi di ventilazione e di riscaldamento delle abitazioni, nonché alle pellicce di Astrakan e alle fabbriche del ghiaccio rimangono emblematiche al riguardo, alla pari delle notazioni agronomiche e alimentarie relative agli scerbetti, alle portate del riso pilao, allo yogurt e al caffè, che per la prima volta viene minutamente presentato al futuro consumatore occidentale.

Sorretto da una vena espressiva e stilistica di non grande respiro, il Della Valle fu nondimeno assai abile nell’adeguarla al variare delle situazioni narrative, non poche delle quali hanno acquisito e conservano il sapore di una fortuita ma accattivante modernità: tale è la sequenza dell’animata scoperta delle mummie nei cunicoli del deserto egiziano, che pare desunta da un odierno reportage; o il delizioso ritratto del gatto d’angora turco (la cui razza fu da lui immessa in Europa), che non ha nulla da invidiare alla perfezione formale di un raffinato elzeviro; oppure il clima “noir” che crea l’improvviso omicidio di un servo a Baghdad, con i congestionati sotterfugi messi in atto per sottrarre il cadavere all’occhiuta vigilanza turca; o, ancora, l’immagine dell’autore in cupa e angosciata solitudine accanto alla moglie morente, che richiama certi clichés di doloroso intimismo familiare tràditi dalla letteratura ottocentesca.

La flessibilità del modulo espositivo non deve comunque trarre in inganno, poiché il lettore smaliziato non tarda ad accorgersi che il disegno dei Viaggi è costruito sui canoni di una meditata imitazione letteraria condotta anche sul modello di significative e talora scoperte correlazioni: basti pensare, per esempio, agli atteggiamenti della moglie, che aderiscono da vicino al comportamento delle eroine nella prediletta “Gerusalemme liberata”, o alla rappresentazione della salita al monte Sinai, che ricalca l’ascesa del Petrarca al monte Ventoux. Un’imitazione d’altronde in linea con gli ingredienti di quel clima culturale seicentesco che è mirabilmente riflesso nella poetica della “stupita meraviglia” di Giambattista Marino, e che, tradotto nell’esperienza del Della Valle, emana dall’ostentazione sontuosa ed enfatica della sua partenza per l’oriente; si diffonde nella fastosa teatralità di una carovana capace di attirare accoglienze di pari magnificenza; si insinua nelle stravaganti invenzioni di strumenti musicali tanto appariscenti quanto inutili, e aleggia nel funebre barocchismo della cerimonia rievocativa di Sitti Maani, lasciandoci per sempre nel dubbio che il movimentato trasporto della sua salma attraverso tre continenti non fosse dovuto alla sola pietà familiare.

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