Teofilo e il suo trattato

Teofilo è una sorta di pseudonimo con cui un monaco tedesco, vissuto probabilmente nel XII secolo nell’area renana, firma il trattato De diversis artibus o Diversarum artium Schedula, una delle tante enciclopedie artistiche medievali. Diversi studiosi lo hanno indentificato con Roger di Helmarshausen. un orafo e monaco cristiano tedesco, dell’ordine benedettino, famoso artista della lavorazione dei metalli. Roger dovrebbe essere nato intorno al 1070 nella regione della Mosa e morto il 15 febbraio di un anno dopo il 1125. La sua vita è stata ricostruita grazie all’analisi di necrologi e libri memoriali.

Roger si formò probabilmente nell’abbazia benedettina di Stavelot; intorno al 1100 fu attivo presso la chiesa di St. Pantaleon a Colonia. Nel 1107 ebbe luogo la traslazione delle reliquie di s. Modoaldo, vescovo di Treviri, dalla sua città a Helmarshausen: durante il viaggio la delegazione che accompagnava le reliquie fece sosta presso il cenobio di St. Pantaleon a Colonia e proprio in seguito a questa occasione Roger sembrerebbe essersi recato a Helmarshausen ed esservi rimasto fino alla morte.

Già Fuchs (1916) pubblicò un atto di donazione datato 1100 da parte del vescovo di Paderborn, Enrico II di Werl (1084-1127), in cui era scritto che il vescovo aveva commissionato a proprie spese uno scrinium che “Rogkerus satis expolito opere in honorem sancti Kyliani atque Liborii fabricaverat”. Sebbene la ricerca abbia stabilito che il documento è un falso del 1215, ciò nonostante la veridicità dell’indicazione testuale è stata accettata e lo scrinium è stato individuato in un pregevole altare portatile proveniente dal duomo di Paderborn (Erzbischöfliches Diözesanmus. und Domschatzkammer); l’altare presenta, incise sulla parte superiore, le immagini dei vescovi di Paderborn Meinwerk (1009-1036) ed Enrico II di Werl, mentre sulla parte anteriore, lavorata a sbalzo, compare Cristo con i ss. Chiliano e Liborio, patroni del duomo di Paderborn e sui lati lunghi sono incise figure di apostoli.Strettamente legato a questo manufatto è un secondo esemplare (Paderborn, Erzbischöfliches Diözesanmus. und Domschatzkammer) proveniente dall’abbazia benedettina di Abdinghof a Paderborn; esso mostra sui lati lunghi martirî di apostoli e santi con figure ritagliate molto affini allo stile ‘parcellizzato’ degli apostoli sull’altare dei ss. Chiliano e Liborio.

Un ulteriore manufatto con raffinate incisioni stilisticamente affini agli altari citati è il retro di una croce d’altare con l’immagine di S. Modoaldo al di sotto dell’Agnus Dei fiancheggiato dai simboli degli evangelisti (Colonia, Schnütgen-Mus.). Probabilmente la croce fu realizzata poco dopo il 1107 per l’abbazia di Helmarshausen, che da quel momento era entrata in possesso delle preziose reliquie di s. Modoaldo.Quarta opera caratterizzata dallo stile ‘parcellizzato’, che testimonia tra l’altro, tanto nella concezione quanto nella resa, un’importante personalità artistica, può essere considerata la coperta dell’evangeliario con i simboli degli evangelisti realizzati a sbalzo, conservata a Treviri (Domschatz, 139) e giuntavi con il decano del duomo di Paderborn, Christoph, conte di Kesselstatt (1757-1814). I simboli degli evangelisti sono in stretto rapporto con le prime opere della miniatura prodotta a Helmarshausen, come l’Evangeliario di Malibu (J. Paul Getty Mus., Ludwig II 3).Lo stile ‘parcellizzato’ legato alla personalità artistica di R. si ritrova infine in altri manufatti di oreficeria, come per es. la placchetta con Cristo che impugna il ventilabrum (Colonia, Schnütgen-Mus.), la croce processionale di Francoforte sul Meno (Mus. für Kunsthandwerk) e la croce di Enger (Berlino, Staatl. Mus., Pr. Kulturbesitz, Kunstgewerbemus.).

Proprio l’identità tra le tecniche utilizzate da Roger e quelle descritte da Teofilo e la scritta “Theophili qui et Rugerus” che si legge in appendice al titolo del prologo nel manoscritto della De diversis artibus conservato a Vienna (Öst. Nat. Bibl., 2527), ritenuta la copia personale dell’autore, è stata proposta l’identificazione di Roger con il Theophilus presbyter.

Rispetto ai trattati scritti in precedenza, il De diversis artibus ha un ruolo totalmente differente: questi erano prontuari per botteghe, per tramandare i segreti professionali e rispondere a specifiche esigenze della committenza. Invece, il trattato di Teofilo ha un valore “ideologico”. In quegli anni l’ordine benedettino è oggetto della polemica di Bernardo di Chiaravalle, che esalta la povertà e l’austerità, contestando il il lusso e lo sfarzo delle decorazioni artistica. Polemica che è molto sentita in Germania e che ha successo in ambito laico, che spesso a torto, associano meno lusso per le chiese con minore decime. Per cui Teofilo, per difendere la sua committenza e non rimanere disoccupato, scrive questa sorta di apologia dell’Arte e della sua abilità tecnica.

Per questo i libri del suo trattato sono preceduti da un prologo teologico, in cui l’autore esalta il lavoro manuale; le conoscenze tecniche derivano dall’intelligenza che Adamo ha ricevuto in dono da Dio, ed essendosi arricchite nel corso delle generazioni, esse costituiscono una preziosa eredità che bisogna incrementare. Per citare un brano

è giusto quindi che la sollecita devozione dei fedeli non lasci perire nell’oblio il tesoro trasmesso alla nostra epoca dalla sapiente previdenza dei nostri predecessori: è necessario che gli uomini accettino con tutto l’ardore del proprio cuore l’eredità che Dio gli ha trasmesso e si sforzino di appropriarsene. Colui che riesce a entrarne in possesso non se ne vanti, perché non è una conquista, ma un dono; se ne compiaccia, al contrario, umilmente con il Signore, da cui e attraverso cui discendono tutte le cose, senza cui non vi è niente; non circondi questo beneficio di un silenzio geloso, non lo nasconda nei recessi di un cuore avaro, ma evitando di cadere nella presunzione, lo condivida con coloro che ne vanno in cerca; ricordi con timore il giudizio pronunciato nel Vangelo contro quell’amministratore che, non avendo restituito con gli interessi la somma di denaro che gli era stata affidata, fu privato di ogni ricompensa e bollato dal suo stesso padrone con l’epiteto infamante di cattivo servitore

Secondo Teofilo, che non pseudonimo parlante, dato che significa amante di Dio e questo amore lo esprime tramite l’Arte, Dio si compiace degli uomini umili e tranquilli che lavorano in silenzio nel nome del Signore e rispettano il precetto di san Paolo: “lavorando onestamente con le proprie mani, per farne parte a chi si trova in necessità” (Efesini, 4, 28). Ogni aspetto delle arti che può essere oggetto di studio, comprensione o meditazione, richiede l’impiego dei sette doni dello Spirito Santo: saggezza, intelligenza, prudenza, forza, scienza, pietà e timor di Dio.

Johan van Engen ha notato in queste prefazioni l’influenza di Ruperto (fine XI sec.-1135/1136), monaco di Saint-Laurent di Liegi e poi abate di Deutz, presso Colonia. Ma questo punto di vista era già stato adottato da Odorannus di Sens (m. dopo il 1045), cronachista, canonista e teologo, che usava volentieri le mani per costruire un pozzo, o per fabbricare crocifissi e sedie, così come da Eilmer di Malmesbury. Altri autori propongono invece come fonte teologica n merito Wibaldo, abate di Stavelot (un monastero con forti legami con Helmarshausen) e già abate di Montecassino, oppure Reginhard, ovvero l’abate stesso di Helmarshausen.

Teofilo lavora su due piani: da una parte, è un colto compilatore di fonti anche antiche – alle quali gli autori medievali amavano appoggiarsi – tra cui Plinio il Vecchio (23-79), Eraclio – presunto autore del trattato altomedievale De coloribus et artibus Romanorum -, Isidoro di Siviglia (ca. 560-636) e Rabano Mauro (ca. 784-856; Dodwell, 1961). Dall’altra, spesso e volentieri cita la sua esperienza personale. A questa complessa stratificazione, si è aggiunta poi. come spesso accade nella tradizione dei testi medievali, ad aggiunte ed errori di trascrizione, spesso emendabili grazie alle edizioni più recenti. Cosa che ad esempio, ha portato all’introduzione di diverse divagazioni, come ad esempio la leggenda su come fare nascere un basilisco

In una cella sotterranea rivestita da pietre su ogni lato e con due piccolissime finestrelle per la luce, si pongono due galli adulti e si alimentano a sufficienza.Trascorso un po’ di tempo, a causa del caldo e della pinguedine, essi copulano deponendo uova. Tolti i galli, queste uova devono essere fatte covare da rospi nutriti a pane; quando le uova si schiudono nascono semplici pulcini, ai quali però spuntano dopo sette giorni code di serpente: a questo punto essi entrerebbero immediatamente nella terra, ma la pavimentazione lo impedisce. Questi pulcini-rettili devono essere quindi messi in vasi di bronzo dall’imboccatura stretta, forati da piccoli buchi chiusi da tappi di rame. I vasi vanno sepolti così che i pulcini si nutrano della sola terra per sei mesi. A questo punto si disseppelliscono i vasi e si mettono sul fuoco finché i basilischi non sono completamente bruciati: con la polvere macinata dei basilischi, unita a un terzo di sangue essiccato e macinato di uomo dai capelli rossi, e temprata con aceto molto forte in un recipiente pulito si può trasformare il rame in oro.

Il trattato fu poco conosciuto dopo il Rinascimento; solo dopo il 1774, con la prima edizione a stampa da parte del Lessing, si riaccese l’interesse per il trattato da lui composto: il liber de diversis artibus (“libro sulle varie arti”). Successive ristampe, culminate nell’edizione critica dell’Ilg (1874), mantennero costante l’interesse su questa raccolta, fondamentale per la storia delle tecniche artistiche del Medioevo. Nonostante l’apparizione, già dal 1781, delle prime traduzioni in lingue moderne, tale opera è stata tradotta e pubblicata integralmente in italiano solo nel 2000 da Adriano Caffaro, anche perchè messo in ombra dal testo di Cennino Cennini

L’opera, come accennavo prima, è suddivisa in tre libri: nel libro I, che tratta della pittura su tavola, libraria e murale, Teofilo parla innanzitutto della resa coloristica. Come altri trattatisti, egli registra per prima cosa ciò che più gli sta a cuore, le notizie più attuali o degne di nota: inizia così descrivendo il modo di stendere il colore nei volti, nelle parti nude e nelle vesti. Data la sua esperienza dice di preparare il colore della carne e darlo sul dipinto nelle parti nude; aggiunto a quel colore un colore verde-nero e un po’ di rosso si segneranno occhi, bocca, narici, rughe e barba. Per le zone scure dei volti

… mescolerai al rosa il cinabro e ne stenderai nel mezzo della bocca in modo tale che il colore precedente appaia ancora al sopra e al di sotto. Stendine tratti sottili sul rosa del volto, sul collo e sulla fronte e ne segnerai le articolazioni delle palme e le giunture di tutte le membra, e le unghie. Se il viso è ancora scuro e non è bastata la prima “luce”, aggiungi più di bianco a quel colore e sopra la prima stesura dappertutto stendine a sottili tratti

Per gli abiti si procede in maniera simile: prima la coloritura dell’abito intero, poi i tratti scuri, poi si definiscono le luci. Teofilo passa poi alla composizione dei colori composti, utili anche a fini stilistici (I,1,13), tralasciando invece la composizione dei pigmenti (dei trentotto capitoli del libro I, solo gli ultimi sei sono dedicati alla confezione dei pigmenti): solo verso la fine del libro I (36-37) e nel III (40, 91, 95) raccoglie alcune ricette sulla preparazione di colori come il cinabro o di materiali come il cristallo, facendo riferimento proprio ai trattati longobardi di cui ho parlato la scorsa settimana. Tra l’altro, in questo libro, Teofilo è uno dei primi a citare la pittura ad olio, che definicea

“[…]diuturnum et taediosum […]”

In più, dato che probabilmente all’epoca i metodi di preparazione di questo tipo di legante non erano molto evoluti, Teofilo ne esclude esplicitamente l’impiego per la pittura su tavola e consiglia di limitarne l’uso alla decorazione di oggetti quotidiani o comunque all’esecuzione di lavori secondari. Un piccolo capolavoro è il libro II, dedicato a vetrate, vetri e mosaici: le notizie tratte dalle fonti sono assimilate e fuse con osservazioni originali, come quella sulla perizia dei francesi nell’uso dei vetri blu:

“colligunt Franci, in hoc opere peritissimi, et saphireum quidem fundunt in furnis suis […] et faciunt inde tabulas saphiri pretiosas ac satis utiles in fenestris” (II, 12)

La scorrevolezza della trattazione può dipendere anche dal mancato inserimento di quattro capitoli sulla fabbricazione dei vetri colorati che Teofilo aveva progettato di ricopiare da Eraclio, come si evince dall’indice. Ritorna anche qui la tripartizione coloristica, di radice linearistica, ma mirante alla resa della terza dimensione: l’autore consiglia di graduare la grisaille (il colore di materiale vetrificabile con cui si dipingevano le vetrate) in tre diverse sfumature, dalla più scura alla più luminosa. Per movimentare la superficie dipinta, sempre ai fini della volumetria, egli consiglia quindi anche la stesura di una quarta sfumatura, appena meno luminosa della più chiara, da lavorare poi con subtiles tractus fatti con il manico del pennello, e altre sottili, tenui decorazioni di colore grigio chiaro, al fine di filtrare la quantità di luce che passa attraverso i vetri (II, 20-21).

Procedimenti che tra l’altro, a riprova dell’identificazione, sono presenti anche nell’opera di Roger di Helmarshausen (Davis-Weyer, 1994).I colori in pittura sono essenzialmente ocre e terre; nella vetrata, da vetri colorati in pasta a base di rame e di manganese si ottengono innanzitutto gialli chiari e aranciati (croceum levem, croceum rubicundum), color carne chiaro e purpureo (purpurea rusa et perfecta), rosso scuro, verde, blu e bianco. È la tavolozza piuttosto calda, ereditata dai secoli precedenti, ma ancora tipica dell’età romanica, salvo che in Francia, dove, Teofilo nota acutamente l’uso caratteristico del blu.Ancora più dettagliato e maturo nell’esposizione è il libro III, sulle metallotecniche, con capitoli di assoluta precisione descrittiva, come quelli dedicati alla produzione di opere talvolta anche complesse, come per es. calici grandi e piccoli, patene, coperte di evangeliario, reliquiari (Bänsch, Linscheid-Burdich, 1985; Davis Weyer, 1994), e alla loro decorazione – si vedano le belle pagine dedicate agli smalti e ai procedimenti del cloisonné… E ricordiamolo, questo era il pane quotidiano di Roger…

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