Il ritratto d’uomo in Armi di Giorgione

Oggi parlo di un quadro di Giorgione, giustamente poco noto, perchè è un opera minore, che però ci permette di approfondire un tema molto interessante, quella della committenza del pittore: si tratta del Ritratto d’uomo in armi è un dipinto a olio su tela (72×56,5 cm) conservato nel Kunsthistorisches Museum a Vienna. L’opera è probabilmente citata dal buon Michiel, che come detto, meriterebbe una fama maggiore di quella che ha, per passare alla collezione dei Priuli di Venezia e poi alla collezione Hamilton dal 1638 al 1649. Infine finì nelle collezioni di Leopoldo Guglielmo d’Austria e da lì seguì le sorti delle raccolte asburgiche.

Su uno sfondo scuro il gentiluomo in armi è ritratto a mezza figura di profilo, girato a destra e con un braccio appoggiato oltre un parapetto, un motivo tipico della ritrattistica veneta desunto da modelli fiamminghi. Con il braccio sinistro sorregge un’alabarda e sulla capigliatura porta un serto di foglie d’edera. A destra gli si contrappone un personaggio laido, dalla carnagione scura e con un’espressione grottesca, oggi poco leggibile a causa del cattivo stato di conservazione della tela, che potrebbe essere sempre una citazione del solito Bosch, oppure delle caricature di Leonardo da Vinci

Quale il soggetto del ritratto ? Ci sono tre ipotesi. La prima l’associa al diplomatico veneziano Giovanni Antonio Venier basandosi sul quanto racconta Michiel che vide nella sua collezione un quadro che rappresentava

el soldato armato insino al cinto, ma senza celada, fu de man de Zorzi da Castelfranco

ossia un soldato rappresentato a mezzo busto, senza elmo. Ovviamente, non era un ritratto: Venier all’epoca si dedicava esclusivamente alle attività amministrative e legali: il 18 novembre 1499, infatti, venne eletto pesatore dell’Argento e quattro anni dopo figura avvocato alle Corti in Rialto, per cui, una rappresentazione “guerriera” sarebbe stata alquanto inadatta. Il problema è a questa descrizione, assai vaga, i dipinti di uomini d’armi erano un genere che vendeva bene, in una Venezia all’epoca impegnata in continue guerre in Italia e nell’Egeo, se ne contrappone un’altra di Michiel, che porta infatti alla seconda ipotesi, il ritratto di Girolamo Marcello, che sappiamo essere stato un grande collezionista di Giorgione. Il nostro critico d’arte vide nella collezione del patrizio veneto

lo ritratto de esso M. Hieronimo armato, che mostra la schena, insino al cinto, et volta la testa, fu de mano de Zorzo da Castelfranco. […] La tela della Venere nuda, che dorme in un uno paese, con Cupidine, fu de mano de Zorzo da Castelfranco; ma lo paese e Cupidine furono finiti da Tiziano. […] El S. Hieronimo insin al cinto, che legge, fu opera de Zorzo da Castelfranco

La descrizione del ritratto di Girolamo, che ricordiamolo aveva avuto una buona esperienza militare e la cui famiglia era stata in rapporti con Cipro e con il circolo di Caterina Corner è forse più aderente all’opera. Però, se ci fate caso, entrambe le descrizioni non citano la seconda figura: premesso che potrebbe anche essere un’aggiunta successiva di altra mano, il quadro, più che un ritratto e questa è la terza ipotesi che gira tra gli studiosi, potrebbe essere una Psychomachia, la rappresentazione allegorica della vittoria della virtù e della ragione, il Guerriero, sul vizio e l’istinto, il Bruto: una celebrazione dell’Humanitas, unico modo per raggiungere l’Immortalità nella fama, simboleggiata dall’edera

Ora, perchè è interessante questo quadro ? Perchè ci permette di introdurre un tema interessante: ossia su quanto potesse noto Giorgione presso il grande pubblico di Venezia: sino a una decina d’anni fa, si pensava che il pittore rientrasse nella categoria degli illustri sconosciuti, noto solo a un gruppo ristretto di collezionisti e amatori.

Negli ultimi anni, però sono emersi due elementi, che hanno contribuito ad alimentare il dibattito: da una parte, il fatto che fosse in contatto con un pubblico borghese, legato all’esperienza religiosa della devotio moderna, dall’altra la presenza di una parte importante del suo catalogo, purtroppo perduta, relativa a opere, che scherzando, ho definito di street art. Ora che il veneziano medio dell’epoca, che passeggiava per campi e campielli, dinanzi a una facciata affrescata, non si ponesse il problema di chi fosse l’autore, mi pare poco credibile: per di più i muri di Giorgione, che entravano a gamba tesa nella tradizione urbanistica locale, immagini che qualche polemica e qualche discussione l’abbiano alimentata.

Tra l’altro, sempre tramite Michiel, qualche informazione sul collezionista tipo di Giorgione l’abbiamo: era prevalentemente giovane e quindi più aperto ad accogliere “novità” sia nello stile pittorico, che nei soggetti raffigurati, era trasversale alle classi sociali, vi erano sì patrizi, che poi era un concetto molto sfumato, dato che era legato più allo status, che all’effettiva condizione economica, ma anche una buona parte di borghesi, non solo ricchi mercanti, ma anche artigiani. Il caso più eclatante, il “Vitorio Becaro”, di cui parlerò poi, era un macellaio.

Questo ci dice come le opere di Giorgione non costassero un occhio della testa e questo spiegherebbe anche la predilezione del pittore per i formati medio piccoli e il duplice ruolo che aveva il suo collezionismo: al di là della questione del piacere personale, citerò tra ppcp, e dell’investimento, ricordiamo come il mercato veneziano dell’arte era molto vivace e sotto certi aspetti, speculativo, per il patrizio diviene una dichiarazione materiale e concreta di appartenenza a una classe sociale elitaria ed esclusiva la cui posizione, precedentemente garantita da uno Stato che alimentava il suo mito, diviene ora incerta e messa arepentaglio dalle avverse vicende politiche a cavallo tra il XV e il XVI secolo, per il borghese un’affermazione del proprio successo personale e professionale.

Soprattutto, il pubblico di Giorgione era esclusivamente veneziano: Giovanni Ram, che aveva due dipinti di Giorgio, era un commerciante spagnolo. Antonio Pasqualino, che possedeva anche lui due dipinti del maestro, apparteneva a una famiglia di ricchi mercanti in seta, originari di Milano, Andrea di Odoni proveniva anch’egli da Milano e viveva nel suo palazzo a San Nicola da Tolentino.

Questa ambiguitò, in fondo, è riflessa nella lettera che scrive Isabella d’Este a Taddeo Albano, per acquistare un’opera dell’eredità del pittore. La lettera se da un lato evidenzia la celebrità di Giorgione giunta fino alla corte estense, dall’altra mostra le perplessità che la duchessa ha per il suo approccio interclassista, nato probabilmente anche per motivi economici, che nega però l’idea, diffusa anche oggi in parecchi ambienti, che l’Arte sia una un privilegio, come i beni economici e viene accumulata da una “Elite” che chiude un circolo autonomo di produzione e consumo

Significativa la risposta di Taddeo Albano: la morte di Giorgione per peste e precisa l’esistenza di due versioni del quadro richiesto da Isabella, una “non molto perfecta” in casa di Taddeo Contarini ed una “de meglior desegnio et meglio finita” in casa di Vittorio Beccaro, ma comunica anche alla marchesa che non sono in vendita, perché i loro proprietari “le hanno fatte fare per volerle godere per loro”.

Per cui, Giorgione realizzava diverse versioni delle sue opere, queste erano di diverso livello qualitativo, il che renderebbe più complessa la questione del suo catalogo, che potrebbe essere più ampio di quello che consideriamo, comprendendo opere che noi attribuiamo a una presunta scuola, questa differenziazione forse implicava una bottega, le versioni di minor pregio erano realizzate da assistenti e il pittore si limitava agli ultimi tocchi e che queste fossero realizzate per diretta commissione del cliente. Di conseguenza, per cheidere una nuova versione di un quadro già esistente, questo doveva essere abbastanza noto

E non è detto che la vendita delle varie versioni fosse connessa alla disponibilità economica, un macellaio poteva avere molti meno soldi da spendere di uno dei più ricchi patrizi di Venezia, ma da tanti altri fattori… Magari Vittorio era solo un rompiscatole di prima categoria o faceva lo sconto sulle bistecche a Giorgione… Oppure, grande era la sua passione e il suo amore per la pittura…

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