L’Atlante Farnese

Secondo il mito, il titano Atlante era figlio di Giapeto e di Climene e fratello di Prometeo. Secondo altre versioni, era il figlio di Urano e quindi fratello di Crono. I ebbe come figlie le ninfe Pleiadi da Pleinone e le Hyadi da Etra. Nell’universo simbolico che è dietro la mitologia greca, simboleggia la qualità della perseveranza e fu considerato nella fantasia popolare “colui che istruì gli uomini all’arte dell’astronomia”, insegnando loro le leggi del cielo per navigare in modo sicuro. Inoltre, è considerato la Divinità che, come chiaramente mostrato dalla sua iconografia, rovesciò i cieli intorno al proprio asse, permettendo la rivoluzione dei pianeti.

Il mito racconta che a Crono, il Saturno dei Romani, che ricordiamolo aveva rovesciato il padre Urano come Signore del Creato, il che ci da un’idea di come potesse essere complicata la dinamica politica ai tempi della tarda età del bronzo in Grecia, gli fu profetizzato lo stesso destino, ossia l’essere detronizzato da un figlio. Per evitare tale problema, Crono aveva avuto un’idea geniale, divorarsi i figli con l’unica eccezione di Zeus: Rea, sua madre e moglie di Crono, aveva ingannato il marito offrendogli una pietra avvolta nelle fasce al posto del figlio, che poi aveva nascosto a Creta, facendolo crescere dai Cureti.

Raggiunta la maggiore età, Zeus, in cerca di vendetta, chiese consiglio alla titanessa Meti, sorella di Atlante, che gli suggerì di rivolgersi a sua madre Rea per ottenere l’incarico di coppiere di Crono. Rea acconsentì felicemente alla richiesta del figlio che mescolò alle bevande del padre l’emetico consigliato da Meti. Crono, dopo aver bevuto, vomitò la pietra, unitamente ai fratelli e alle sorelle maggiori di Zeus che gli chiesero di guidarli nella guerra contro i Titani e contro Crono che nel frattempo avevano scelto come loro capo Atlante. La guerra durò dieci anni e la Madre Terra profetizzò la vittoria di Zeus se egli si fosse alleato con coloro che Crono aveva esiliato nel Tartaro. Zeus, allora, uccise la vecchia carceriera del Tartaro e liberò i Ciclopi. I ciclopi premiarono Zeus e i suoi fratelli con le armi per vincere Crono. A Zeus fu data la folgore, Ade ottenne l’elmo per essere invisibile e Poseidone, il tridente. Con queste armi essi vinsero Crono mentre i giganti centimani contribuirono sotto una pioggia di sassi a far scappare il resto dei Titani superstiti.

A seconda delle versioni del mito, Crono o scappò nel Lazio, oppure fu imprigionato nell’Ade, mentre Atlante fu condannato a reggere sulle sue spalle i pilastri del Cielo. Una delle rappresentazione più note di questa condanna è forse l’Atlante Farnese, conservata nel Museo Archeologico di Napoli, che rappresenta il Titano affaticato, che regge sulle spalle il globo celeste , in cui sono visibili le 43 costellazioni e i 12 segni dello zodiaco.

Statua che come tante del mondo classico, ha una storia assai complicata: come tante, è una copia romana di un’opera ellenistica e probabilmente, in origine era, a intepretare le fonti classiche, conservata presso la biblioteca nel Foro di Traiano a Roma ed era una metafora dell’Imperatore e del suo impegno nell’amministrare la Res Publica. Ai tempi di Caralla, fu trasferita nelle sue omonime Terme. dove fu ritrovata, nel 1545 grazie agli scavi nella fabbrica di San Pietro delle terme di Caracalla rinvennero alcuni dei pezzi più noti delle sculture classiche della collezione, come il Supplizio di Dirce, l’Ercole Farnese e l’Ercole Latino.

La sua prima descrizione si trova in un’opera di Ulisse Aldrovandi (1522-1605), uno dei principali naturalisti del Rinascimento: accusato di eresia dai suoi concittadini bolognesi, non si è poi mai capito perchè, fu arrestato il 12 giugno 1549 e costretto all’abiura in San Petronio il 1º settembre; ciò nonostante, insieme con altri due imputati (Gerolamo dal Piano e D. Alamanno), fu condotto a Roma per subire un nuovo processo ma, morto in quel frangente Paolo III e succedutogli Giulio III, Ulisse fu assolto e approfittò del suo soggiorno romano per scrivere una sorta di guida artistica delle sculture antiche, Le statue antiche di Roma, pubblicata a Venezia nel 1556. Ulisse, in questo libro racconta, nel 1550, di avere visto a Roma …

un busto grande di atlante …. una cosa bellissima e rara

L’unicità della scultura ci permette di riconoscerla in casa del mercante d’arte Paolo del Bufalo, che la vendette, il 27 febbraio 15622, al cardinale Alessandro Farnese (1520-1589) e da quella data entrò a far parte della imponente collezione antiquaria della famiglia Farnese. Ulisse definì busto la scultura, perchè, sappiamo come, al momento della scoperta, fosse incompleta.

I primi interventi di restauro furono eseguiti, a seguito dell’acquisto, dallo scultore Guglielmo Della Porta, artista di fiducia della famiglia Farnese ed esperto per gli acquisti antiquari. Le operazioni di ripristino delle parti mancanti dovettero essere tutt’altro che semplici, a giudicare dalla lunga permanenza del pezzo nella bottega di Della Porta e di fatto il suo lavoro fu più una ricostruzione che un restauro. Furono aggiunti il volto con parte della testa, le braccia e le gambe, elementi dei quali sono ben visibili gli innesti, nonché il basamento. Considerandolo i contemporanei più una statua di Della Porta, che antica, la sua immagine manca in tutte le raccolte iconografiche della seconda metà del Cinquecento nelle quali sono raffigurate gran parte delle antichità romane portate alla luce nel corso del secolo. Non è presente, ad esempio, nella monumentale raccolta di Giovan Battista Cavalieri (1525-1587) pubblicata in due volumi tra il 1585 ed il 1594

La statua fu ereditata nel 1787 da Carlo III di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese, ultima discendente della famiglia che ne deteneva la proprietà, che prima di trasferirla a Napoli, la fece ulteriormente restaurare da Carlo Albacini. Se la rappresentazione del globo celeste dell’Atlante fu alquanto apprezzata dagli artisti fiamminghi presenti a Roma, tanto che fornì i modelli per il disegno delle costellazioni e dello zodiaco nei primi globi celesti olandesi, nell’ambito culturale italiano fu quasi ignorata.Le cose cambiarono da metà Seicento: il Marchese Massimiliano Savelli Palombara, proprio quello della Porta Magica, si accorse intorno al 1675 della stranezza del globo che reggeva la statua, ossia che la sfera celeste è idealmente vista dall’esterno, quindi con le costellazioni rovesciate, rispetto alle raffigurazioni usuali, che sono geocentriche. Condivise l’informazione con i suoi vari corrispondenti, suscitando l’interesse di due straordinari astronomi : Gian Domenico Cassini (1625-1712) e Francesco Bianchini (1662-1729).

Cassini, in occasione di un lungo viaggio che intraprese in Italia tra il 1694 ed il 1696 con il figlio Jacques (1677-1756) raggiunse Roma nel marzo del 1695 e convinse Bianchini a esaminare assieme la scultura esposta nel piano terra del palazzo Farnese e di fare considerazioni e valutazioni sulle posizioni stellari che si potevano dedurre dagli asterismi del globo. Ricordiamo come nella sfere celeste Gli elementi geometrici sono resi a rilievo: si riconoscono l’equatore, i tropici e i cerchi boreale e australe. Sulla sfera sono rappresentati in tutto 43 simboli delle costellazioni: lungo la fascia dell’eclittica si riconoscono i dodici segni zodiacali, con la costellazione dell’Ariete nel punto equinoziale, corrispondente alla situazione astronomica del IV secolo a.C.; poi ci sono 17 costellazioni nell’emisfero boreale e 14 in quello australe.

Dopo un’attenta analisi i due astronomi stabilirono che la sfera celeste dovesse porsi in relazione al cataloghi stellari di Ipparco e di Tolomeo, del quale ultimo sembrava riportare i dati numerici «sub specie artistica». In effetti, il catalogo stellare di Tolomeo, noto con il termine di origine araba Almagesto, era stato redatto sotto il regno di Antonino Pio ed era stato a lui dedicato. Ad avvalorare questa ipotesi Bianchini menzionava una moneta romana coniata sotto il regno di Antonino Pio, durante la sua ventesima «tribunicia potestatis» (intorno al 158 d.C.). nella quale compare sullo sfondo, dietro una statua di Giove trionfante, un Atlante che sorregge un grande globo, che poteva essere proprio la nostra statua. Fatto che però contrasta con lo stile della scultura, databile all’età ellenistica.

Il fatto che fosse una rappresentazione del Catalogo di Tolomeo era stata data per scontata per secoli, finchè, il 10 gennaio 2005, Bradley Elliott Schaefer, astrofisico della Louisiana State University a Baton Rouge in un convegno dell’American Astronomical Society tenutosi a San Diego in California ha presentato una tesi alternativa.

Seguendo un’ipotesi già proposta nel 1898 da Georg Thiele, ha rilevato le configurazioni delle costellazioni presenti in rilievo sul globo dell’Atlante Farnese (copia romana del II secolo, da un originale greco) conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Ha poi ricostruito la posizione occupata dalle costellazioni nel cielo osservato da Ipparco, all’incirca nel 129 a.C per cui ha ipotizzato che fosse una rappresentazione del catalogo del catalogo astrale, perduto, del grande astronomo greco.

La prova più decisiva che ha permesso a Schafer di giungere a tale conclusione è stata l’osservazione della rappresentazione della precessione. La precessione dell’asse terrestre è quel fenomeno per cui l’asse terrestre ruota lentamente secondo un doppio cono con un ciclo di 26000 anni, proprio come fa l’asse di una trottola. Questo comporta diversi effetti, tra cui l’inversione delle stagioni e la variazione della stella che corrisponde al Polo Nord celeste. Schafer ha determinato così 70 posizioni sul globo della statua e, con un modello matematico, ha cercato l’anno che corrispondeva alle medesime posizioni nel cielo. Il risultato è stato proprio 125 a.C. con un errore di ± 55 anni. La data del 125 a.C. corrisponde in maniera sorprendente alla data del catalogo di Ipparco che, secondo gli storici, si collocherebbe intorno al 129 a.C. Il 125 a.C. eliminerebbe inoltre anche tutti gli altri possibili candidati come il catalogo di Arato (275 a.C.), di Eudosso (366 a.C) e come quello assiro (1130 a.C.) in quanto sarebbero tutti troppo antichi, mentre quello di Tolomeo (128 d.C.) sarebbe troppo recente per trovare corrispondenza. Ma le prove non si fermano qui. L’accuratezza della rappresentazione delle stelle che compaiono sul globo è entro i 3.5 gradi d’arco che non sarebbe possibile riprodurre dalle semplici descrizioni verbali di Arato o Eudosso, i cui cataloghi avevano un’accuratezza che non superava gli 8 gradi d’arco. Infine, le costellazioni rappresentate corrispondono in maniera piuttosto singolare alle descrizioni che ne ha fatto Arato in un suo commentario dove riportava il lavoro di Ipparco.

Ma chi era Ipparco ? Uno dei più grandi astronomi dell’antichità, Poche notizie sulla vita e le opere di Ipparco sono note e la maggior parte di esse provengono dall’Almagesto di Tolomeo (II secolo), da riferimenti minori in Pappo e Teone (IV secolo) nei loro rispettivi commentari all’Almagesto, nella Naturalis historia di Plinio il Vecchio e nella Geografia di Strabone. Ipparco nacque a Nicea (l’odierna İznik in Bitinia, Turchia), un centro culturale dove probabilmente ricevette l’istruzione di base; probabilmente in giovane età si spostò a Rodi, dove successivamente compì la maggior parte delle osservazioni astronomiche.

Tolomeo gli attribuisce osservazioni dal 147 a.C. al 127 a.C.; anche osservazioni più antiche, a partire dal 162 a.C., possono essere attribuite a lui. La data della sua nascita (190 a.C. circa) è stata calcolata da Jean-Baptiste Delambre proprio in base al lavoro di Ipparco. Allo stesso modo, dall’esistenza di pubblicazioni sulle analisi delle sue ultime osservazioni si suppone che Ipparco deve essere vissuto oltre il 127 a.C. Per il suo lavoro sappiamo anche che ottenne informazioni da Alessandria e dalla Babilonia, ma non è noto se e quando ne abbia visitato i luoghi. Non se ne conosce l’aspetto in quanto non esistono suoi ritratti. Sebbene venga raffigurato su monete coniate in suo onore, queste appartengono a un’epoca ben successiva, tra il II e III secolo. Si presume che sia morto nell’isola di Rodi, dove trascorse gran parte della sua vita matura: Tolomeo gli attribuisce infatti osservazioni da Rodi nel periodo che corre tra il 141 e il 127 a.C.

Sviluppò accurati modelli per spiegare il moto del Sole e della Luna, servendosi delle osservazioni e delle conoscenze accumulate nei secoli dai Caldei babilonesi, e fu il primo a stimare con precisione la distanza tra la Terra e la Luna.Grazie alle sue teorie sui moti del Sole e della Luna e alle sue nozioni di trigonometria, della quale è ritenuto il fondatore, è stato probabilmente il primo a sviluppare un affidabile metodo per la previsione delle eclissi solari e lunari.Il suo operato include la scoperta della precessione degli equinozi, perduto,la compilazione di un celebre catalogo stellare e, probabilmente, l’invenzione dell’astrolabio. Fu proprio l’osservazione delle discordanze tra il proprio catalogo e quello compilato da Timocari e Aristillo nel 290 a.C. a fornirgli l’indizio che lo condusse alla scoperta del fenomeno precessivo dell’asse terrestre. Grazie all’osservazione di una stella che vide nascere, probabilmente una nova nella costellazione dello Scorpione,avanzò l’ipotesi, ardita per l’epoca, che le stelle non fossero fisse, ma in movimento.

Ne, catalogo astrale, quello che Schaefer ritiene rappresentato nell’Atlante, Ipparco inserì circa 850 stelle, registrando per ognuna la posizione attraverso un sistema di coordinate sulla sfera celeste, anziché facendo riferimento alla posizione di altre stelle, con la precisione permessa dall’assenza di orologi, di telescopio o di altri strumenti moderni.Ipparco non trascurò di indicare la luminosità degli astri, che utilizzò quale parametro per una classificazione che assegnava ciascuna stella in sei gruppi: la cosiddetta magnitudine stellare. Al primo gruppo appartenevano le stelle di prima grandezza, al secondo gruppo quelle un po’ più deboli, e via via fino al sesto gruppo, al quale appartenevano le stelle più deboli visibili in una notte serena senza Luna da un uomo dalla vista perfetta.

Quindi l’Atlante Farnese è una testimonianza perduta dell’astronomia ellenistica ? Ni… Nel senso che la tesi di Schaefer è stata contestata sia da altri astrofisici, sia dai filologi classici. Il primo argomento è la non corrispondenza tra il cielo simulato al computer e la rappresentazione del globo, dato che è presente un errore sistematico di circa due gradi, che però potrebbe essere legata anche alle metodologie di rilievo utilizzare a supporto della realizzazione della copia romana.

Gli astrofisici hanno fatto notare che la simulazione copre al 95% l’aspetto con cui la volta celeste poteva apparire nel Mediterraneo tra il 235 a.C. e il 15 a.C. un intervallo molto più ampio di quello stimato da Schafer, in cui è possibile fare entrare le opere di molti più astronomi antichi, oltre allo stesso Ipparco. I filologi hanno fatto notare come come ci siano diverse discrepanze tra l’intepretazione corrente delle fonti antiche e quella, diciamo pro domo sua, dello studioso americano.

Per cui si può ipotizzare, forse una cosa del genere: nel II a.C. un laboratorio di scultura, probabilmente ad Alessandria d’Egitto, riceve la commissione di questo Atlante. Per le paturnie del cliente o per una mania del capo bottega, tutto è possibile, invece di disegnare il globo celeste in modo spannometrico, si decide per una rappresentazione realistica: dato che nella bottega difficilmente si poteva avere una specifica competenza in campo astronomico, l’artista avrà fatto riferimento a un consulente esterno, il quale, facendo una sintesi delle varie fonti disponibili, tra cui non è da escludere Ipparco, gli abbia dato tutte le indicazioni iconografiche del caso.

In età antonina, il laboratorio romano che copia la statua, oltre a introdurre un errore sistematico nel rappresentare il globo, introdotto forse dal meccanismo dal sistema di riporto dei punti adottato, forse aggiorna le rappresentazione con il catalogo di Tolomeo…

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