La crisi della Kalsa in epoca normanna

Al di là del mistero della collocazione del palazzo dell’Emiro, i racconti dei viaggiatori arabi descrivono la Kalsa come una fortezza il cui aspetto richiamava il modello ricorrente dei tanti ksar elevati a difesa del territorio in molte regioni nordafricane, proprio per l’idea che avevano i Fatimidi di Balarm come avamposto sia per la jihad contro gli infedeli presenti nel Nord del Tirreno, sia per la difesa delle coste africane… Che poi i locali pensassero più a commerciare con i cristiani che a combatterli, se ne dovettero presto fare una ragione.

La Kalsa, di forma quadrangolare prossima al trapezio, con mura probabilmente turrite e rafforzate da quattro torrioni angolari, organizzava all’interno lo spazio come una piccola città il cui tessuto viario si immagina composto di una strada principale (shari) e strade secondarie confluenti in vicoli ciechi (darbi e aziqa), in aderenza ai principi dell’urbanistica islamica. Vi si accedeva da quattro porte, due aperte sul fronte occidentale e una su ciascuno dei fronti meridionale e settentrionale; ne era privo il lato orientale parallelo alla costa. All’interno si trovavano il palazzo di governo con gli uffici amministrativi, la residenza dell’emiro, una piccola moschea, la nostra Magione, due bagni pubblici, caserme per le guarnigioni militari, l’arsenale, posto a Piazza Marina; per la sua natura di fortilizio mancava invece il mercato, che ricordiamolo a Balarm coincideva con i nostri attuali mercati cittadini.

Ora la città desceitta cronisti della conquista normanna non appare molto dissimile da quella descritta dai viaggiatori arabi; sicché non a torto Amari osserva come, all’arrivo dei Normanni, Palermo non sembri aver subito mutamenti significativi rispetto al secolo precedente, se non per il decadimento cui segue il totale abbandono, degli “spaziosi borghi di libeccio, mezzodì e scirocco”. In particolare, appare sempre marcata la separazione tra la Kalsa e il Cassaro, tanto che gli stessi assedianti normanni le identificano come due città separate, due entità fisiche ben distinte, dotate di proprie mura, proprie porte e propri difensori.

Tuttavia, con lo spostamento del polo politico e amministrativo al palazzo dei Normanni, il ruolo della Kalsa, nell’urbanistica cittadina comincia progressivamente a scemare. Ne abbiamo riprova nella descrizione che da di Palermo il geografo arabo Idrisi

Il borgo è [a dir propriamente] un’altra città, che d’ogni parte circonda l’antica. Quivi la [seconda] città vecchia che s’addimanda ʻAl Ḫâliṣah («l’eletta» in oggi la Kalsa),nella quale al tempo [che dominarono] i Musulmani soggiornava il sultano co’ suoi ottimati e v’era la Bâb ʻal-baḥr («porta del mare») e l’arsenale addetto alla costruzione [del naviglio]

Il Rabaḍ (borgo) è descritto da Idrisi come un’estesa zona urbana che circonda interamente il Cassaro, e che “occupa grande area di terreno”. Idrisi dunque non distingue più le divisioni tra gli antichi ḥara al di fuori delle due città, che invece erano state delineate da Ibn Hawqal nel X secolo in maniera piuttosto netta, né vi è alcuna indicazione circa le diverse parti da cui è formato il Rabaḍ. In effetti sotto il dominio normanno le differenze tra i quartieri extra moenia si vanno stemperando progressivamente fino a pervenire, al tempo di Ruggero II, a un completo riaccorpamento che dà vita a un nuovo assetto urbanistico caratterizzato dalla presenza continua di “un abitato sparso”. Inoltre la dimensione urbana del Rabaḍ si definisce e si completa grazie alla presenza di un fasil, una doppia cinta muraria che circonda l’intero abitato e di cui Idrisi non può non registrare la presenza.

Ormai completamente inglobata all’interno del Rabaḍ, la Kalsa subisce dunque un forte degrado sia urbanistico sia sociale. Ma se Idrisi riporta l’antico primato dell’Eletta sede di governatori e nobiltà, non è tanto per la volontà di attenersi ad un dato di realtà, quanto piuttosto per sottolineare il definitivo tramonto di un momento storico in cui il mondo musulmano era in Sicilia all’apice del proprio potere. E’ in questa prospettiva di irreversibile cambiamento che Idrisi usa l’appellativo di “città vecchia” – per la prima volta attribuito alla Kalsa – come chiaro segnale della perdita dell’antico prestigio, in opposizione al fatto che era stata identificata come la “città nuova” fino al secolo precedente

Idrisi continua poi a scrivere del Rabaḍ, di cui redige la seguente descrizione:

E’ pieno di fondachi, case, bagni, botteghe, mercati, e difeso da muro, fosso e riparo. Dentro cotesto borgo son molti giardini; bellissimi villini e canali d’acqua dolce e corrente, condotta alla città dai monti che cingono la sua pianura

L’immagine della Palermo di Ruggero II che emerge dalle parole del geografo hammudide è dunque quella di una città vivace, soprattutto dal punto di vista commerciale. Nonostante la conquista normanna e i precedenti, durissimi anni di guerra civile e di decadenza, Palermo sembra non aver perso la propria caratteristica – la stessa segnalata da viaggiatori arabi nei suoi resoconti – di centro emporiale di primissimo rilievo, meta di importanti commerci e popolato da numerosi mercanti e bottegai, il che ne spiega il suo ruolo di metropoli in epoca araba, nonostante la marginalità politica.

Questo processo di decadenza parrebbe inarrestabile: ne abbiamo testimoniana da Ibn Jubayr un viaggiatore e poeta arabo-andaluso. Studiò scienze religiose e letteratura e diventò funzionario nell’amministrazione del wālī di Granada.Per una improvvisa crisi religiosa intraprese il viaggio alla volta di Mecca, al fine di adempiervi il ḥajj e partì quindi da Granada nel 1183e facendo così sosta a Palermo

Ibn Jubayr, nel suo racconto, a differenza di al-Idrisi, non fornisce più alcuna notizia riguardo alla Kalsa di Palermo, la al-Halisa di cui ha probabilmente perso il ricordo: al tempo di Guglielmo II l’antica “Eletta” risulta infatti non solo svuotata del suo primitivo ruolo, ma neanche ormai riconoscibile fisicamente, completamente inglobata com’è all’interno del tessuto urbano del Rabaḍ, al punto da aver perso qualsiasi tipo di specificità degna di nota

Passando alle fonti cristiane di epoca normanna, Ugo Falcando, autore della Historia o Liber de regno Siciliae e dell’Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium, pubblicati a Parigi nel 1550 da Gervasio di Tournay , considerati come “uno de’migliori prodotti della storiografia medievale”, è una delle figure più enigmatiche del mondo letterario medievale, costituendo di fatto ancora un rompicapo per gli studiosi che nel corso del tempo hanno cercato di stabilirne l’identità. Nonostante i molti studi e i fiumi di parole spesi nel tentativo di capire chi fosse realmente questo evanescente quanto raffinato letterato, a tutt’oggi non si è ancora giunti a un’identificazione certa e definitiva

Il nome Hugo Falcandus poteva essere letto sul codice da cui Gervasio di Tournay trasse l’editio princeps da lui curata nel 1550: si trattava tuttavia di un manoscritto adespota (senza indicazione dell’autore), di proprietà di Matteo Longuejoue, vescovo di Soissons. Oggi il codice è perduto, e il nome non ricorre né nel testo, né in altre opere dell’epoca. Si può quindi ritenere, secondo l’ipotesi di Enrico Besta, che il nome riportatovi fosse quello di uno dei precedenti proprietari (forse Foucault de Bonneval, predecessore di Mathieu Longuejoue alla diocesi di Soissons). Secondo un’altra ipotesi, potrebbe anche trattarsi di uno pseudonimo usato dal vero autore, o di un nome inventato dallo stesso Tournay che lo pubblicò nel 1550, anche se quest’ultima ipotesi non trova motivazione.

Un riferimento biografico è l’aver sicuramente vissuto, da adulto, gli anni tra il 1166 e il 1190. Altro dato è la capacità di scrittore di altissimo livello, a suo agio con i classici latini. Infine, doveva trattarsi di persona molto vicina alla corte normanna palermitana, presso cui doveva svolgere alti compiti amministrativi, vista la competenza tecnico-burocratica. La sua identità biografica è comunque sconosciuta ed è probabile una sua origine transalpina, forse normanna. È stato ipotizzato, ad esempio, potersi trattare di Guglielmo di Blois, elegante autore della commedia elegiaca latina Alda, fratello di Pietro di Blois, consigliere, quest’ultimo, di Guglielmo II di Sicilia (Guglielmo il Buono)

La sua descrizione di Palermo comincia così

Hac ergo civitas in plano sita, maris ex uno latere crebris insultibus fatigatur, cuius tamen fluctibus retudendis Vetus palatium, quod dicitur Maris Castellum, murosque multa turrium densitate munitos opponit. Alterius vero lateris partem oppositam palatium Novum insedit

Come gli autori precedenti, anche Ugo Falcando comincia la sua descrizione con il delineare la presenza caratteristica di due poli all’interno della città: il palatium Vetus, o Castellamare, e il palazzo reale all’interno della Galka, il palatium Novum. Falcando rimarca dunque il peculiare dualismo urbanistico della città di Palermo, ma ne legge la fisionomia entro una visione topografica dell’impianto cittadino ormai decisamente e definitivamente normanna. Kalsa e Rabaḍ sono dimenticati e definitivamente messi in secondo piano dal punto di vista urbanistico. Il maris Castellum, segnalato dall’Anonimo come uno dei cardini cittadini, si contrappone al Palazzo dei Normanni non solo sul piano urbanistico ma anche cronologico, in quanto Vetus

L’ultima citazione della Kalsa dell’epoca normanna l’abbiamo da Pietro da Eboli, un poeta italiano, un cronista e, forse, un chierico, vissuto a cavallo del XII e XIII secolo e vicino alla corte sveva. iIn una miniatura del Liber ad honorem Augusti, appare così il toponimo Alza” infine è semplicemente una corruzione della parola Kalsa da parte del miniaturista. Con essa è indicata la corrispettiva contrada, che nel corso del XII secolo si è progressivamente trasformata in un semplice quartiere dormitorio, residenza di una comunità di greci collegata al porto che non possiede nemmeno il titolo di civis, ma solamente quello di habitator Chalcie.

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