L’area archeologica di Monte Adranone

Monte Adranone è tra i più occidentali siti archeologici del territorio agrigentino, a circa 1000 m s.l.m., a settentrione del moderno abitato di Sambuca di Sicilia, nella Valle del Belìce, al confine tra il territorio provinciale di Trapani e di Palermo. La vita del sito è archeologicamente documentata a partire dal Bronzo medio-finale e dalla prima età del ferro, oltre che da numerosi frammenti ceramici restituiti da alcuni saggi effettuati lungo il circuito murario e in alcuni settori dell’abitato, anche dai resti delle capanne a pianta semicircolare con vestibolo conservati nella zona successivamente occupata da un impianto artigianale detto “Fattoria” (IV – III sec. a.C.)

La storia di questo sito è alquanto complicata e si svolge in un particolare contesto derivante dal contatto tra l’area sicana ellenizzata e l’area elimo-punica, con una decisa preminenza della componente punica a partire dagli inizî del IV sec. a.C., ovvia conseguenza del consolidarsi del predominio cartaginese nella Sicilia occidentale dalla caduta di Selinunte alla morte di Dionisio I, che sto raccontando in diversi post. L’identificazione del sito con l’Adranon citata da Diodoro (XXIII, 4, 2) in relazione a vicende della prima guerra punica (Holm, 1901), sembra oggi ricevere sostegno dai dati archeologici emersi dagli scavi sistematici. Sappiamo che il primitivo stanziamento elimo a partire dal VI sec. a.C. – al pari di altri siti della cuspide occidentale dell’isola – fu oggetto delle mire espansionistiche di Selinunte, cui si deve la fondazione della città del VI sec. a.C. A questa fase, che si protrae fino all’ultimo decennio del V sec. a.C., risale l’impianto originario del circuito murario e l’organizzazione urbanistica della città. Questa occupava i terrazzi degradanti (Terrazzo I e II) di una elevata altura detta Acropoli segnata longitudinalmente, in direzione nord-est/sud-ovest, da una profonda insellatura che separa due colline occupate da abitazioni, strutture artigianali ed edifici pubblici; quest’area, definita “settore centrale”, dovette costituire un’importante e articolata area di snodo stradale.

Dell’abitato di fine VI e V sec. a.C. rimangono tracce significative nella zona immediatamente ad Est del I terrazzo sotto l’Acropoli, nelle stratificazioni del Blocco V del I terrazzo, nel settore centrale dell’abitato e, più a Sud, sotto il lastricato dell’impianto artigianale di IV sec. a.C. (o Fattoria). A questo periodo sono, infine, riportabili numerose sepolture della Necropoli, situata all’esterno della cinta muraria. Il sito, condividendo le sorti di Selinunte e di altre città greche della Sicilia meridionale, venne distrutta dai Cartaginesi verso la fine del V sec. a.C. La pace del 374 a.C., successiva alla battaglia del Kronio, con la cessione di Selinunte ai Cartaginesi, segnò il passaggio di Monte Adranone alla sfera cartaginese. Il centro venne ricostruito con una evidente impronta dei conquistatori, diventando uno dei capisaldi fortificati di un sistema difensivo a protezione dei territori facenti parte dell’eparchia di Cartagine, nato per arginare l’avanzata di Siracusa

Le ricerche archeologiche ci consentono di tracciare le linee generali dell’evoluzione del popolamento di questo territorio molto vasto e diseguale per paesaggi e contesti. Alle spalle della fascia costiera le vallate dei corsi d’acqua, scavate tra le catene montuose o i sistemi collinari, segnano da sempre le direttive privilegiate lungo cui correvano i collegamenti tra costa ed entroterra. I siti eminenti ra-presenterebbero, secondo le ipotesi avanzate alla luce delle ricerche intensive di scavo questa parte della Sicilia, un vero e proprio fronte di difesa avanzato lungo l’asse Cefalù – Eraclea Minoa, che divide trasversalmente l’isola. Una rete di centri fortificati nella parte settentrionale sembra fare capo a Zyz, la nostra Palermo e alle due nuove fondazioni di Thermae e Kephaloidion, per la fascia mediana all’abitato di Montagna dei Cavalli, mentre lungo la frontiera meridionale, tra il Belice ed il Platani, su una serie di alture in allineamento ottico sarebbero sorti phrouria, fortezze presidiate, per assicurare il controllo militare nell’ambito dello scacchiere politico determinatosi nella Sicilia occidentale dopo i trattati del 374 e del 339 a.C.

In quest’ottica andrebbero letti gli interventi di ripristino e di potenziamento del circuito difensivo a Monte Adranone, dove le mura, secondo la ricostruzione degli scopritori, furono rafforzate da contrafforti e munite di una nuova robusta torre proprio nel IV secolo a.C.Anche Rocca Nadore, altura alle spalle della costa saccense, sembra essere parte di questo sistema: qui le indagini archeologiche hanno messo in luce un centro, vissuto tra la seconda metà del IV e gli inizi del III a.C., il cui circuito difensivo si compone di tre sbarramenti, dotati di torri e postierle Poco o nulla, invece, sappiamo degli altri siti ipotizzati lungo lo stesso asse fino al Platani, il Lykos, confine fissato tra le aree di ingerenza punica e greca.

Se le ricerche consentono di fare luce sulle dinamiche insediative, che verosimilmente interessarono anche che il comprensorio di Monte Adranone tra IV e III secolo, più difficile risulta comprendere la fisionomia “urbana” ed etnica della città. Gli scavi archeologici poco ci dicono sulla destinazione degli edifici, sulla viabilità e sulla relazione tra le aree pubbliche e private. Inoltre, l’interpretazione dell’evidenza archeologica proposta in passato desta non poche perplessità, tanto che recentemente, l’identificazione del tempio di Tanit, data per scontata per decenni, è stata rimessa in discussione.In effetti, allo stato attuale delle conoscenze risulta assai difficile individuare elementi prettamente punici a Monte Adranone e ancora meno una componente semitica nella popolazione E d’altronde la cifra specifica della Sicilia punica, mosaico di strutture politiche e territoriali varie, sembra essere la forte permeabilità rispetto alle suggestioni provenienti dal limitrofo mondo siceliota con un’apertura verso i prodotti dell’area etrusco-italica e romano-campana, diffusi attraverso i poli mercantili siciliani della costa tirrenica. Monte Adranone sembra mantenere per tutta la sua storia una spiccata impronta ellenizzante, con la persistenza di manifestazioni della cultura indigena, come la ceramica dipinta, la cui produzione, lo dimostrano alcuni corredi funerari, si protrarrebbe fino al IV secolo, così come avviene anche a Monte Iato. Sappiamo poco sulle attestazioni di anfore puniche e abbiamo difficoltà a ipotizzare la loro provenienza, se da Cartagine o dall’eparchia. Tra l’altro, la presenza di cinturoni in lamina di bronzo sbalzato, rinvenuti in un enigmatico edificio circolare posto nell’area centrale, implica anche la presenza di mercenari osci e sanniti, quelli che poi chiameremmo Mamertini, che,, a quanto pare, non avevano problemi a combattere per entrambi i contendenti.
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Le ricerche hanno sinora dimostrato una generale e violenta distruzione della città intorno alla metà del III sec. a.C., e ciò in accordo con i dati delle fonti: infatti, se il citato passo di Diodoro, riferito al 262 a.C., fa cenno a un infruttuoso assedio da parte dei Romani dei due centri di Adranon e di Makella, sappiamo d’altra parte che, dopo l’occupazione romana di Segesta spontaneamente arresasi, quasi tutte le città della Sicilia centro-occidentale furono sottomesse e nel 260 anche la dura resistenza di Makella venne battuta (Pol., 1, 39). È assai probabile che nello stesso anno anche Adranon venisse presa e distrutta. In ogni caso è da ritenere che la città non abbia potuto sostenere la resistenza dopo la caduta di Selinunte, nella cui sfera territoriale ebbe tradizionalmente a gravitare e a seguirne le sorti: i dati archeologici confermano tali ipotesi e pongono intorno al 250 a.C. il termine di datazione per la distruzione di Adranon, con sporadiche presenze – forse di guarnigioni di controllo – nel corso della seconda guerra punica.

I primi scavi regolari risalgono al 1968 e da allora annuali campagne hanno portato alla luce la necropoli, la poderosa cinta muraria e vasti settori della città e dell’area suburbana. La città sorgeva su un terrazzo ondulato dalla configurazione grossolanamente triangolare culminante a NE con l’area sacra dell’acropoli, protetta alle spalle dal ripido costone roccioso, e digradava a terrazzi verso SO in direzione della profonda insellatura che distingue le due colline su cui si sviluppa l’intero abitato e che forse coincideva con un asse stradale fondamentale della città stessa.

l perimetro della città, di circa 5 km, è, per un tratto del lato orientale, definito dallo strapiombo roccioso, mentre per il resto è costituito da un’imponente cinta muraria costruita in blocchi di pietra marnosa locale e conservata in alcuni tratti per 6 m di altezza. La cinta muraria, ben conservata, proteggeva soprattutto il versante occidentale e nord-occidentale del sito, più facilmente accessibile. Il muro di età arcaica e classica (seconda metà del VI/V sec. a.C.) era costituito da una serrata orditura di filari regolari, realizzati con piccoli conci di marna. La ricostruzione e il restauro del muro di fortificazione, databile nel IV sec. a.C., comportò innanzitutto l’impiego di conci di maggiori dimensioni rispetto a quelli della cinta arcaica e, di conseguenza, l’ispessimento del muro che raggiunse le dimensioni di m 2 – 2,80. In vari punti del settore occidentale del circuito murario vennero realizzati contrafforti semicircolari (a “barbacane”,“cremagliera” o “gradoni”) e nella parte terminale di questo lato venne costruita una torre (Torre G), munita di una postierla e di una scala che dal posto di guardia permetteva di raggiungere il pendio sottostante e al tempo stesso costituiva la copertura di un canale di drenaggio. Una solida struttura muraria ostruì un probabile, più antico accesso alla città, ubicato a Sud-Ovest e in questo punto venne realizzato un canale di deflusso delle acque piovane.

Contestualmente, presso la Porta Sud i torrioni vennero muniti di robusti basamenti curvilinei funzionali ad una porta carraia con relativa rampa di accesso. Alla fase di IV sec. a.C. risale anche l’anello di mura che cinge la parte sommitale del monte ( o “Acropoli”) provvisto di Porta di accesso. Gli scavi archeologici hanno dimostrato che in un momento di particolare pericolo (da mettere in relazione verosimilmente con gli attacchi dei Romani nel corso della prima guerra punica e con l’assedio ricordato da Diodoro) vennero realizzati ulteriori rinforzi presso il settore sud-ovest della cinta. In particolare la Porta Sud venne dotata di un baluardo a L che si innestava al torrione occidentale; il torrione orientale della stessa porta venne dotato di un robusto propugnacolo avanzato, fortificato nel tratto mediano da una torretta rettangolare e dotato, all’estremità, da un massiccio torrione quadrato di avvistamento

Intorno alla metà del IV sec. a.C., ad Est del tratto meridionale del muro di fortificazione, venne realizzato un grandioso edificio destinato a laboratori, attività artigianali ed agricole, convenzionalmente definito “fattoria”. L’edificio fu impiantato su un’area abitata almeno a partire dal Bronzo tardo: capanne a pianta semicircolare con vestibolo hanno restituito ceramiche acrome e monocrome rosse a stralucido della facies di Pantalica Nord. La struttura di pieno IV sec. a.C., si era, a sua volta, impiantata su un insediamento abitativo risalente al V sec. a.C., di cui rimangono tracce sotto il lastricato che caratterizzava il cortile del complesso in questione. La cosiddetta Fattoria, orientata in senso Nord-Est/Sud-Est, ha pianta rettangolare (57,50 x 38,50) e comprende, al centro, un vasto cortile pavimentato con lastre di pietra calcarea, di cui solo poche sono rimaste in sito, e una serie di ambienti (circa trenta) disposti lungo i quattro lati del cortile. Le attività agricole e artigianali che vi si svolgevano emergono solo in parte dal materiale rinvenuto sul posto esposto in questa sala. Esso comprende vasellame e contenitori (mortai, ceramica a vernice nera e anfore di trasporto) utilizzati anche in ambito domestico. Da un ambiente ubicato nell’ala sud-est del complesso provengono tre capitelli trovati su una piattaforma con altri pezzi in lavorazione che consentono l’identificazione del vano come la bottega di uno scalpellino.

In un ambiente dell’ala nord-ovest alcune vaschette conservano miscele di pietrisco di marna e gesso per la realizzazione di intonaci e pavimenti; sempre in questo settore sono stati identificati un laboratorio per la lavorazione dell’argilla e un magazzino con pithoi per derrate alimentari, verosimilmente un granaio. Di particolare interesse la scoperta, nell’ala sud-est, di un frantoio con il torchio in pietra provvisto di colatoio a beccuccio che versava il liquido spremuto in un pithos interrato anch’esso ancora in situ. Così come nell’abitato, anche nel complesso artigianale, è documentata la presenza di alcuni ambienti riservati a pratiche di religiosità privata come nell’ala nord-est dove sono stati trovati numerosi esemplari di louteria e altari.

Il cosiddetto Santuario extra urbano è ubicato subito a Sud-Est della Porta meridionale del circuito murario. E’ costituito da un sacello rettangolare circondato da un muro di temenos; il recinto, di forma grossomodo trapezoidale, costruito con pietrelle a secco, delimita un’area di m 9,30 (est-ovest) x m 11 (nord-sud) al centro della quale è un piccolo edificio sacro orientato in senso est-ovest con l’ingresso sul lato lungo sud. L’area del recinto, fruibile da Sud, era caratterizzata da un rustico lastricato; il sacello, di m 6 (est-ovest) x 3,50 (nord-sud) è costruito in piccole pietre di marna, serrato agli angoli dei muri perimetrali da conci di tufo. All’interno, una parete trasversale definisce a Ovest un piccolo adyton. Al centro del vano principale una piattaforma circolare in pietra di marna viene interpretata come base di un altare rotondo. Panchine addossate alle pareti caratterizzavano il tempietto all’interno e un’altra panchina era appoggiata alla fronte del sacello; sempre all’esterno, a ridosso del tratto orientale della fronte, il foro di un bothros a contorno quadrangolare immetteva all’interno del sacello.

Sia all’interno del sacello che tra l’acciottolato del témenos si sono rinvenute numerose deposizioni votive e alcune favisse. Tra le ultime deposizioni collocate sulla panchina interna, è una notevole testa di Demetra con pòlos, in pietra tenera, opera locale che ibridamente interpreta modelli greci e punico-ellenistici. Da una favissa terragna nell’area del témenos provengono invece numerose terrecotte votive, tra cui busti di divinità dal volto giovanile attribuiti a Persefone. Si è pertanto riconosciuto in questo sacello extraurbano un santuario dedicato al duplice culto di Demetra e di Persefone, con le relative implicazioni connesse alla fecondità (della terra e della famiglia) da un lato e all’oltretomba e al culto dei morti dall’altro: culti cui ben rispondeva, del resto, la stessa ubicazione del santuario extraurbano, in area prospiciente la piana a fondo valle ma anche nelle immediate vicinanze della necropoli.

Dell’area interna della città le strutture sinora messe in luce, sia sull’acropoli che nei terrazzi sottostanti, sembrano riferirsi preminentemente alla facies punica della città che si manifesta – oltre che nell’assoluta prevalenza dei tipi monetali siculo-punici – nell’assetto urbanistico-edilizio imposto alla città ricostruita agli inizi del IV secolo sulle macerie del precedente impianto urbano: assetto che si riassume nella doppia cinta muraria articolata nel vasto circuito sopra accennato e nell’anello interno che circoscrive l’acropoli, o meglio l’alto luogo con il suo tempio (esempio notevole di architettura sacra punica); abitazioni con magazzini, botteghe e cisterne, e un secondo santuario sul terrazzo mediano della città.

L’area è caratterizzata dalla presenza di un santuario punico, riconoscibile nel grande edificio a pianta rettangolare (m 21 x m 8), orientato con gli angoli da nord-est a sud-ovest e impostato su un taglio seminterrato nel banco marnoso. Si compone di due vani. Gli accessi sono dal lato lungo a nord-ovest. Nel primo vano una serie di vaschette di pietra arenaria, addossata alla parete nord-est: era destinata a riti lustrali mentre il 2° costituisce un recinto sacro la cui destinazione cultuale è dimostrata da due betili a pilastro su base quadrangolare, in pietra arenaria, accostati alla parete lunga di fondo; di fronte ad uno di essi è un’ara rettangolare in pietra semicombusta. Alle spalle dell’edificio, scavata nella marna, è una grandiosa cisterna rettangolare, con fila di pilastri lungo l’asse maggiore (m 14.60 x m 6.50); essa doveva servire contemporaneamente alle esigenze rituali del santuario e come riserva idrica dell’abitato. I resti di un’altra struttura a sud-est, presso le mura, rivelano la presenza di un altro edificio rettangolare, a duplice ambiente, di cui non resta però traccia del pavimento, ma non è escluso possa trattarsi di un torrione in prossimità delle mura.

Risalendo verso est, si incontra per primo un grande edificio a pianta rettangolare, orientato nord-est sud-ovest sovrapposto a più antiche strutture orientate nord-sud. L’edificio misura m 18.20 x m 10.50 ed è preceduto da un portico, profondo m 3, sul lato lungo sud-est con un colonnato di cui restano solo le basi di due colonne, in pietra tenera, finemente modanate, inglobate in un successivo muro di tompagnatura dell’intercolumnio. L’ubicazione dell’edificio a contatto della tholos, le sue caratteristiche architettoniche, i materiali votivi rinvenuti negli ambienti con le basi circolari, ne suggeriscono una destinazione pubblica.Dal piazzale della tholos si raggiunge l’acropoli, fiancheggiata da “blocchi” di edifici. A sinistra abitazioni private e servizi di uso pubblico, come l’enorme cisterna cilindrica, costruita in conci di arenaria, a destra, la serie di ambienti, con cortile colonnato alle spalle, ha rivelato una destinazione cultuale per le suppellettili rinvenute nello strato di distruzione: louteria, arule, statuette votive.

Al margine sud dell’ultimo tratto della strada per l’acropoli, si trova l’imponente complesso del blocco I a pianta quadrata, suddiviso in una serie di ambienti che si aprono sui due lati di uno stretto e lungo cortile centrale di disimpegno, al centro del quale corre una canaletta di scarico. L’edificio aveva certamente un piano superiore, come è dimostrato dalla presenza di una scala al fondo dell’andito centrale e delle macerie del piano terreno. L’intero edificio – che mostra di avere inglobato rovine di precedenti strutture – si caratterizza per la presenza di magazzini di deposito e botteghe, forse con funzioni di servizio collegate alla sovrastante area sacra dell’acropoli. All’acropoli si accedeva, e tuttora si accede, attraverso la porta che si apre nella relativa cinta muraria, delimitata da due torrette quadrangolari. Una rampa rocciosa conduce al piazzale sommitale: l’alto luogo su cui sorgeva il grandioso tempio punico, i cui avanzi consentono di riconoscerne le essenziali caratteristiche architettoniche. Si tratta di un grande edificio a pianta rettangolare allungata (m 51 x m 10), orientato con gli angoli in senso est-ovest secondo la tradizione dell’architettura sacra fenicio-punica. La pianta originaria – distinguibile nel settore centrale dell’edificio (m 26.50 x m 10) – è composta da tre vani successivi che non risultano però tra loro comunicanti.

L’accesso era dal lato lungo sud, con tre ampie soglie che immettono rispettivamente nei tre grandi ambienti suddetti: lo spazio più significativo del tempio è costituito dal grande recinto centrale a cielo aperto (lung. m 15) sul cui asse maggiore, al centro, in corrispondenza dell’ingresso, sono due basi quadrate in arenaria su piattaforme lastricate, che rivelano in superficie le tracce circolari di appoggio di pilastri rituali cilindrici o conici. Il recinto centrale era fiancheggiato da due ambienti coperti: bipartito quello di nordovest, a unica cella quello a sud-est. Quest’ultimo doveva assolvere a un particolare ruolo cultuale,sancta sanctorum, naos, come si deduce dalle caratteristiche di rilevante imponenza monumentale conferita al suo prospetto che i dati a disposizione, elementi architettonici crollati in sito, fanno supporre caratterizzate da un singolare intreccio di elementi greci e punici. La pianta originaria del tempio venne in un secondo momento modificato da notevoli aggiunte: ambiente in prolungamento all’estremità nord-ovest, pure bipartito; (lungo portico su tutta la fronte sud-ovest, con fila di colonne lignee di cui restano le basi quadrate in pietra; piattaforma sopraelevata – forse per un altare – appoggiata all’esterno del lato sud-est). Legata alle funzioni cultuali del tempio, forse fin dalla sua fase originaria è la grande cisterna rettangolare (m 8 x m 5) disposta quasi parallelamente all’edificio, circa m 8 ad sudovest, e con questo connessa mediante un complesso sistema di canalette. Due pilastrini, lungo l’asse maggiore, dovevano sostenere la copertura andata perduta.

La necropoli della città si estendeva, come si è detto, in un’area, relativamente limitata, a sud e a sudovest della città, con uno sviluppo che si è rilevato più che in estensione, in stratificazioni sovrapposte con frequente riuso e riadattamento delle tombe più antiche. Di tale necropoli, nei due ampi settori messi in luce, gli scavi hanno rilevato l’esistenza di tombe tipologicamente e cronologicamente distinguibili in tombe a camera ipogeica (per la maggior parte riferibili al VI-V sec. a.C.), tombe a cassa con pareti costruite in blocchetti di marna, e infine semplici sepolture terragne, spesso stratigraficamente sovrapposte alle tombe più antiche (databili nel IV e nella prima metà del III sec. a.C.).

Dei due settori di necropoli lasciati in vista, quello immediatamente a nord comprende la nota tomba monumentale – già conosciuta alla fine del secolo scorso – localmente detta tomba della Regina , risalente al VI-V sec. a.C.; di grande rilievo dal punto di vista costruttivo, essa è certamente tra le più interessanti tombe a camera della Sicilia. E’ costruita in conci squadrati di tufo che definiscono una camera ipogeica di m 2.20 x m 1.50, con copertura a falsa volta ed apertura preceduta da un breve dromos con accesso a pozzetto. Al momento della scoperta nel 1885, si rinvenne un corredo con vasi di bronzo e vasi fittili verniciati e figurati, che ebbe una storia assai particolare: il grande archeologo Antonino Salinas riuscì anche a riottenere alcuni preziosi reperti dai contadini che vivevano sul posto; pezzi che oggi fanno parte della collezione del Museo archeologico palermitano, ma che andarono per anni dispersi nei magazzini, erroneamente attribuiti e dimenticati, finché qualche anno fa, furono finalmente riconosciuti.Quasi a corona attorno all’ingresso della tomba monumentale, sono altre tombe di minori dimensioni, costruite in pietrelle marnose.L’altro settore di necropoli monumentale é nell’area attigua, immediatamente a ovest dell’attuale stradina che conduce all’antica porta di accesso alla città. Di particolare rilievo è anche la grande tomba ipogeica a pianta rettangolare a doppia camera sepolcrale, ciascuna con ingresso a sud: anche questa tomba era preceduta da breve dromos con accesso a pozzetto, la cosiddetta Tomba 3. All’interno delle tomba furono due grandi vasi contenevano le ceneri, ognuno connota il defunto: l’hydria a figure rosse (un vaso per l’acqua, la cui raccolta toccava alle donne), evoca la felicità perduta e una promessa d’amore che va oltre la morte. Rappresenta una coppia che si tiene per mano e viene accolta dalla dea greca Hekate (Ecate) con due fiaccole spente. Il cratere a vernice nera connota invece l’uomo: era usato durante i simposi, riservati ai nobili aristocratici, a cui non erano ammesse le donne sposate. Gli oggetti del corredo funerario suggeriscono una committenza agiata e colta e rispecchiano le abituali pratiche sociali greche (il simposio, le faccende domestiche). Oltre alle due urne, la tomba ha restituito coppe, brocche, vasi per oli profumati e unguenti, una splendida patera in bronzo con un manico che raffigura un kouros, il simbolo più caro all’immaginario sambucese.

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