Porta de Greci

Oggi, sempre parlando della Kalsa, ci concentriamo su la Porta dei Greci: in origine, la porta viene edificata nel XIV secolo nei pressi della chiesa di San Nicolò dei Greci (volgarmente detta chiesa di San Nicolò la Carruba), ma presto viene distrutta e riedificata nel 1553 ispirandosi allo stile architettonico della Porta di Castro. Nel lungo contesto delle Guerre del Vespro, Federico III d’Aragona con la nascita del primo figlio maschio Pietro, associò quest’ultimo al trono e lo designò erede, contravvenendo ai patti stipulati (restituzione alla sua morte della Sicilia alla Casa d’Angiò), violando di fatto la Pace di Caltabellotta. Nel 1316 insieme a Porta Termini subì gli assalti dell’esercito di re Roberto d’Angiò al comando di Tommaso Marciani, assalto che fu eroicamente respinto. Presso questa porta Carlo d’Angiò, duca di Calabria, nel 1325 guidò gli scontri che coinvolsero altri tre accessi cittadini. La guerra tra Napoli e Palermo durò fino al 1372, quando la Pace di Catania e il Trattato di Avignone sancirono e riconobbero definitivamente l’indipendenza della Sicilia, in cambio di un congruo risarcimento a favore degli Angiò.

In contrapposizione a Porta Nuova che ad occidente magnificava la Conquista di Tunisi, a oriente Porta de’ Greci tesseva le lodi per l’impresa di Mahdia. Nel 1550 dopo essere sbarcato dall’ennesima campagna in terra tunisina contro il corsaro Dragut, attraverso questa porta effettuò l’ingresso trionfale Giovanni de Vega, viceré di Sicilia. Come bottino di guerra furono condotte a Palermo le porte di ferro della città conquistata, manufatti che furono installati nel 1556. L’orgoglio per tale impresa dettò la consuetudine d’arricchire i varchi con frasi commemorative. Il Senato Palermitano invitò a celebrare in versi Antonio Veneziano, il poeta siciliano matto come un cavallo, iscrizione e architetture decorative non più esistenti al presente.

Nel 1580 il viceré Marcantonio Colonna, negli ambienti adiacenti vi fece trasferire i collettori delle gabelle ovvero gli esattori delle imposte da Porta Termini.La prima rivoluzione architettonica avviene nel 1754 con la demolizione di uno dei bastioni che la incorniciavano, mentre l’altro viene demolito nel 1783. In questo periodo la porta viene spostata più verso il mare seguendo il nuovo perimetro murario e sopra di esso viene edificato intorno al 1840 il Palazzo Forcella De Seta dagli architetti Nicolò Puglia e Emmanuele Palazzotto.

Detto questo, lascio la parola, come la scorsa settimana, a Maurizio Vesco, sempre citando il libro del comune di Palermo sulla Kalsa

Ma l’aspetto certamente più significativo del progetto di espansione urbana, in riferimento ai processi di innovazione urbanistica del quartiere della Kalsa, fu quello della pianificazione della nuova superficie intramoenia, avviata, almeno per quel che concerne le operazioni di picchettaggio e di tracciamento di strade e isolati, a partire dallo stesso anno 1553. La paternità del piano va senza dubbio ascritta allo stesso Prado che si era già cimentato, sin dal 1551, in quella che, allo stato degli studi, sembra essere la sua più importante esperienza di pianificazione: il progetto della città-fortezza di Carlentini, promosso dallo stesso Juan de Vega. A conferma del preminente carattere urbano assegnato alla nuova area insediativa rispetto a quello di fortilicium, nonostante il frequente ricorrere di quest’ultimo termine per almeno un quarto di secolo, va evidenziato che l’intera superficie aggiunta venne lottizzata, scelta, questa, discutibile nell’ottica della difesa, tanto da essere all’origine – come vedremo – di più tarde accese controversie tra privati e Universitas. (Nota mia: Universitas è l’amministrazione della città di Palermo dell’epoca)

I lavori delle fortificazioni procedettero abbastanza rapidamente tanto che nel settembre del 1554 il viceré poteva congratularsi con l’ingegnere per «quanto ni scriviti de lo bon termino che si retrovano li due bastioni de Spasmo et di san Herasmo». L’ultima delle opere da approntare rimaneva adesso la nuova porta urbica, destinata a rimpiazzare quella già demolita, che venne aperta stavolta direttamente sulla riva e alla quale si conferì un marcato carattere monumentale, carico di valenze simbolico-rappresentative, ancor più enfatizzate dalla collocazione in essa dei portoni ferrei di una delle porte della città di Africa (l’antica Aphrodisium, oggi Mahdia) conquistata dalle truppe spagnole guidate dallo stesso Vega, portati a Palermo con il bottino di guerra. La vasta eco della presa dell’avamposto africano in tutto l’Impero e l’alone epico che da subito avvolse l’impresa bellica del viceré, oggetto di diversi libelli oltre che di un’incisione, fecero sì che la porta venisse dedicata a quella vittoria e al suo trionfatore, venendo appellata porta Vega o d’Africa, denominazioni che avrebbero avuto, però, scarsa fortuna, soppiantate da quella più antica di porta dei Greci.

Nel novembre del 1555 una folta squadra di intagliatori, scelti tra i migliori maestri palermitani, s’impegnava con i deputati delle mura a scolpire e collocare in opera tutti gli elementi d’intaglio per la «portam dettam de Vegha». Di questa ci rimane oggi quasi integra solo la facciata esterna con il portale lapideo di gusto squisitamente classicista e di ispirazione serliana, che fu concepito, a nostro avviso sempre da Prado, a mó
di arco trionfale per il vincitore d’Africa, come dimostrano i festoni di pomi e frutti assicurati da infule agli anelli, che si dispiegano per tutto il fregio, realizzato dal maestro intagliatore
Matteo de Arculeo o da qualcuno della sua squadra. Fu invece lo scultore Aloisio de Battista a scolpire tutti i raffinati elementi d’intaglio della controfacciata, non solo il fregio oggi perduto, ma anche i capitelli compositi del fronte sulla piazza d’armi, di cui oggi ne resta solo uno, caratterizzati, come quelli della facciata verso mare, dalla presenza di elementi figurati; al di là della effettiva esecuzione materiale degli intagli, non è da escludere, però, che i loro disegni possano essere stati approntati nella bottega di Fazio Gagini, d’altronde, va segnalato come i blocchi da cui vennero ricavati sia i capitelli sia il fregio furono lavorati proprio nel noto laboratorio dei maestri marmorari adiacente alla Cattedrale.

D’altra parte proprio Gagini fu autore degli elementi marmorei a decorazione della porta verso mare, oggi tutti scomparsi: si trattava di una grande aquila bicipite coronata recante le insegne reali, da collocare sul frontone della porta, di due scudi, uno con le armi del viceré e l’altro con l’aquila palermitana, nonché di due tabelle, una delle quali destinata ai versi con cui Antonio Veneziano avrebbe celebrato la presa d’Africa e il viceré, vincitore di uno scontro da lui definito «Quarto bello Punico». Questa evidente intenzione autocelebrativa del Vega, ma anche il suo indiscutibile protagonismo, già emerso negli studi su Carlentini, sono confermati anche dai due gruppi scultorei che egli commissionò più tardi sempre al Gagini perché venissero posti sui fronti del bastione a lui intitolato, oggi perduti ma di cui ci rimane un prezioso disegno settecentesco: questi raffigura un telamone dalle braccia mozzate, chiaro riferimento al nemico turco sconfitto e soggiogato, chino sotto il peso di un elaborato scudo con festone entro il quale era incisa a grandi lettere l’iscrizione «Dedit Vega Et Nomen Et Formam», con la quale il viceré si attribuiva espressamente la paternità del progetto del baluardo.

La ricercatezza formale della porta Vega non si risolveva solo nei suoi sofisticati prospetti – i frammenti ancora visibili della facciata sull’odierna piazza Kalsa ne lasciano persino intuire una maggiore monumentalità confermata dal ricorso a paraste di ordine gigante – ma anche nelle raffinate soluzioni adottate al suo interno: paraste con rincassi, concluse da eleganti basi e capitelli e poggianti su alti plinti, eguali a quelle che in facciata un tempo sorreggevano l’arco della controporta perduta, scandiscono le pareti interne di uno dei due vani in cui si articola in pianta l’edificio, mentre lunette in falsa prospettiva ingentiliscono le volte en esviaje a copertura dell’altro.

La controfacciata della porta Vega, di cui formuliamo in questa sede un’ipotesi ricostruttiva basata sul rilievo dei non pochi elementi superstiti , è a nostro avviso da ricondurre, per la sua evidente eterogeneità rispetto a quella esterna, a un autore diverso da Prado e formatosi di certo in ambito locale. Il suo disegno potrebbe essere stato approntato, in concomitanza della stipula del contratto d’opera del novembre 1555, proprio dal capomastro della città Giovan Francesco Scicli, a cui quell’incarico poteva spettare d’ufficio in mancanza del tecnico della Corte, scomparso già da mesi. Lo proverebbe l’adozione di soluzioni compositive e linguistiche che qualificano questa facciata come architettura di transizione, un manufatto che coniuga in sè modelli di cultura rinascimentale pienamente aggiornati e ispirati all’antichità classica, come quelli proposti da Serlio nei suoi Libri, e riferimenti taciti ma inequivocabili alla più salda tradizione costruttiva tardogotica locale, quella impersonata per un quarto di secolo e fino a qualche anno prima da quell’Antonio Belguardo da Scicli, principalis fabricator huius urbis, per il quale potrebbe essere più che un’ipotesi accattivante pensare a un legame con il suo successore nell’incarico municipale. Si mescolavano in questo modo la raffinata, misurata visione della realtà filtrata attraverso la cultura degli ordini architettonici diffusa dai trattati e il compiaciuto empirismo del mondo della stereotomia e dell’arte del taglio della pietra, così come nelle decorazioni dell’arco esterno della porta sembrano mischiarsi mito e cronaca. Ai lati del perfido inimico turco raffigurato nel concio in chiave, trovano posto guerrieri vestiti all’antica, quasi tratti da un emblemata, che non possono non ricordarci, nonostante la loro più modesta qualità scultorea, le figure similari che adornano la porta del forte sant’Elmo di Napoli, realizzata dal celebre Luis Escrivà, dove Prado aveva lavorato solo qualche anno prima, intorno al 1547.

Il ricorso all’ordine e al figurativismo rappresentano comunque digressioni rispetto a una regola tutta cinquecentesca, che aveva trovato eco in certa trattatistica, in base alla quale nelle fortezze «li ornamenti […] si faccino dell’ordine rustico, come se li conviene »; a questa norma, d’altronde, ci si era attenuti, secondo una prassi diffusissima, nella definizione formale del bastione Vega, quando nel febbraio del 1553 si era optato per una finitura del paramento degli orecchioni «de intaglio abuczato», ossia con bugnato di opera rustica. Della porta, al di là del suo interesse artistico, va messa in evidenza la sua significatività dal punto di visto tipologico, anche in riferimento alle indicazione dei trattati coevi: non si tratta, infatti, di un semplice varco nella cortina, quanto piuttosto di un vero e proprio edificio, articolato in due vani di passaggio, il più esterno a pianta trapezia fortemente strombata, protetto da una doppia saracinesca con piombatoia intermedia, e quello interno, ove ricadeva la controporta, a pianta rettangolare, coperto da una grande volta rinforzata con due possenti catene ferree e con ambienti su ambo i lati destinati alle guardie di ronda o ai soldati, secondo quel modello di porta-fortezza suggerito, ad esempio, da Giacomo Castriotto o da Giovan Battista Belluzzi.

Il piano del nuovo insediamento, anche questo di certo redatto da Prado – la concessione a titolo gratuito da parte della Corte di un grosso lotto di terreno fu probabilmente la ricompensa per il lavoro svolto – prevedeva innanzitutto il prolungamento della strata Magna porte Grecorum, la quattrocentesca placza grandi di la Porta dili Grechi (l’odierna via Butera), alla quale venne conferita nel nuovo tratto, coincidente con l’attuale via Torremuzza, una sezione quasi raddoppiata. Il terreno a occidente del rettifilo venne ripartito con una ricerca di proporzionalità che teneva comunque conto dell’andamento irregolare delle vecchie mura. In esso venne anche aperta un’ampia strada che lo bipartiva, l’odierna via di santa Teresa, che dal piano su cui prospettavano il complesso dello Spasimo, la chiesa normanna di santa Maria della Vittoria e l’antico oratorio dei Bianchi giungeva sino al prolungamento della strada Magna. In uno di questi due grandi appezzamenti di terreno venne poi tracciata una croce di strade (gli attuali vicolo Savona e via Spadaro), secondo un modello abbastanza diffuso nelle urbanizzazioni cinquecentesche palermitane (dal viridarium dei de Franco al Piliere alle Case Nove dei Ventimiglia) che assieme ad altre vanelle aperte in direzione nord-sud definiva insule quadrate o rettangolari.

La lottizzazione conseguente all’addizione di porta dei Greci, l’unica di iniziativa pubblica fra le tante attuate a Palermo nel corso del Cinquecento, fin da subito sembrò attrarre gli interessi della classe dominante, forse anche grazie alle accorte manovre del viceré Vega che attraverso la donazione di terreni a membri autorevoli della Corte, primo fra tutti il presidente del Tribunale del Real Patrimonio Modesto Gambacurta, era riuscito a qualificarla come area insediativa privilegiata. Proprio quest’ultimo, ad esempio, vi realizzò un grande palazzo, nucleo del più tardo monastero di santa Teresa, per completare il quale nel 1581, avendo informato il governo di aver «già cominciato un edificio di molto ornamento in quella parte della cità che prima era desolata» e spiegato come «sarrebbe tanto piò l’edificio nobile si vi si facesse un giardino», ottenne la concessione di ulteriore suolo pubblico a scapito del largo pomerio lasciato lungo le mura meridionali, in barba quindi a ogni ragione di difesa.

Mentre l’area a occidente venne urbanizzata abbastanza rapidamente, quella a oriente, compresa tra il bastione Vega e la piattaforma del Tuono, in un primo momento destinata anch’essa ad attività di lottizzazione – era stata interamente assegnata da Vega al conte di Assoro Giovanni Valguarnera – sarebbe rimasta invece libera, prima per le difficoltà finanziarie del proprietario, poi, negli anni di presidenza del Regno di Carlo Aragona Tagliavia, per la ferma volontà del Senato palermitano di farne un’ampia piazza d’armi a ridosso della porta. Tuttavia, se ancora nel primo quarto del XVII secolo questa era rimasta in buona parte sgombra, tanto che il cronista Di Giovanni poteva annotare come «questo piano è grandissimo e spazioso, da rappresentarvi ogni demostrazione ed ordine di guerra», da lì poco sarebbe stata in gran parte edificata in primo luogo con la costruzione del complesso del Noviziato dei Crociferi, fino a ridursi in estensione all’odierna piazza Kalsa.

L’ultimo passo nel processo di riconfigurazione urbanistica di questa parte del quartiere della Kalsa sarebbe stato legato all’edificazione due secoli dopo, nel 1784, di nuovo di una porta, la porta Carolina, una porta urbica stavolta del tutto priva di valenze militari, carica ormai solo di significati simbolici e rappresentativi. In quell’occasione si decise di prolungare nuovamente la strada di porta dei Greci, estendendola sino allo stradone extramoenia di sant’Antonino e alla Villa Giulia da poco impiantata, aprendo così un varco nella cortina e demolendo alcune delle case che senza soluzione di continuità vi si erano nel frattempo addossate. All’estremità della nuova via (l’attuale via Nicolò Cervello) venne collocata la porta, enfatizzata dal suo posizionamento al centro di un’esedra composta da edifici residenziali improntati a un’architettura uniforme, mentre i terreni lungo la strada, tracciata tra orti e giardini a ridosso delle mura, furono lottizzati. Poco restava ormai del grandioso fortilicium eretto da Vega: del grande baluardo angolare che portava il suo nome rimaneva ormai solo un moncone, a seguito della demolizione, attuata solo un anno prima, del suo intero fronte rivolto verso mare, mentre il bastione del Tuono era già stato integralmente abbattuto nel 1754. Non molto tempo dopo, infine, nel settembre del 1820, in occasione dei moti rivoluzionari, le cannoniere palermitane avrebbero inferto un colpo mortale alla porta Vega, causando il crollo di parte delle volte di copertura e delle facciate, prima fra tutte – ahimè – quella monumentale rivolta verso la città, di cui non resta alcuna raffigurazione e che alla fine sarebbe andata di fatto perduta, in parte distrutta, in parte celata sotto il sottile strato d’intonaco e rinzeppo del prospetto dell’ottocentesco palazzo Forcella De Seta, dove rimane dimenticata, in attesa di essere riportata alla luce.

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