La preistoria a Sciacca

Molti lo ignorano, ma il territorio di Sciacca, dove vivono tanti ragazzi che mi seguono o meglio mi seguivano su Twitch, ho avuto una serie di problemi a causa di hacker imbecilli, detto fra noi, ma che gusto c’è a prendersela con un piccolo canale come il mio, parecchio da vigliacchi, è ricca di testimonianza della complessa e affascinante preistoria siciliana. Il più antico, purtroppo trascurato, è uno pseudo dolmen, sette chilometri dalla città omonima, fu scoperto negli anni ’30 del secolo scorso, tra un gruppo di massi di tufo conchigliare. È costituito da una grande pietra piatta poggiata su lastre grezze infisse verticalmente nel suolo; tutt’intorno furono rinvenuti frammenti ceramici risalenti al bronzo antico. Nei pressi della struttura possono ancora scorgersi alcuni massi incisi che fanno pensare a un piccolo sacello o a un pozzetto di raccolta.

Una struttura che non è unica in Sicilia, se non erro, ma potrei essermene dimenticato qualcuno, ve ne sono di simili a Mura Pregne, e altri quattro in quella sud-orientale, Monte Bubbonia, Cava dei Servi, Cava Lazzaro e Avola. Come gli analoghi del Nord Europa, questi sono quanto rimane di di camere sepolcrali e di gallerie di tumuli (colline artificiali), la cui parte friabile (la colmata costituita da materiali di riporto) è stata erosa nel corso dei secoli. Tombe che servivano, probabilmente alla sepoltura collettiva di clan gentilizi e che hanno avuto a volte una vita e un utilizzo lunghissimo: in quello di Sciacca, ad esempio, sono stati trovati anche resti ceramici della Cultura di Castelluccio, risalente alla prima età del Bronzo.

Questo non significa che vi continuassero a seppellire i corpi per quasi un migliaio d’anni: semplicemente, a un certo della sua esistenza, si trasformò da tomba gentilizia a probabile luogo di culto degli spiriti degli antenati divinizzati. E a differenza di quanto sostengono i cultori della fantarcheologia, i dolmen in Sicilia non furono neppure costruiti dalla stessa cultura che realizzò quelli del Nord Europa: sono strutture autoctone, che si sono adattate alle condizioni del territorio. Queste strutture si accompagnano sempre come detto da Tusa ma anche dal compianto Primo Veneroso, alla cultura del bicchiere campaniforme e che rappresentano un interessante esempio di convergenza funzionali tra popoli e culture differenti: stesse esigenze, dato che in fondo il modo di ragionare umano è sempre uguale, portano a soluzioni e risposte simili.

L’altra grande presenza preistorica di Sciacca è la necropoli eneolitica di contrada Tranchina si estende sul declive meridionale di una bassa collina situata a circa 11 Km ad Est della cittadina, sulla Nazionale per Agrigento. La scoperta avvenne casualmente nel 1957 quando i denti dell’aratro intaccarono l ‘imboccatura di una tomba a cameretta ipogeica preceduta da pozzetto cilindrico; la consistenza archeologica dell’area era comunque nota in quanto, qualche decennio prima, vennero in luce una se rie di vasetti miniaturistici, inquadrabili nelle fasi finali dell’Eneolitico, di cui si ignorano le modalità di rinvenimento. Lo scavo della tomba da parte del proprietario del fondo , permise di evidenziare i resti dello scheletro, in posizione rannicchiata sul fianco destro e il corredo, deposto accanto il defunto e lungo le pareti della celletta. Era composto da due scodelle, due orcioletti e un bicchiere biconico, tutti a decorazione incisa e impressa

La scoperto destò un certo interesse fra gli appassionati locali e qualche tempo dopo , Arturo Politi , medico saccense e cultore dell ‘archeologia locale, invitò il direttore del Museo Preistorico Pigorini di Roma, Ciro Drago, ad una ricognizione nei luoghi, cui seguirono dei saggi di scavo. Si individuarono e si scavarono altre due tombe integre, ancora chiuse con il portello di copertura. Nel 1959 si effettuò uno scavo sistematico ad opera di Santo Tinè. Tra l’altro consiglio a tutti di leggere il racconto, veramente divertente che ne da Santo nella sua autobiogrfia E ora scaviamo nella mia vita

L’indomani, con l’aiuto di Carmelo Belluardo, un’assistente di scavo, iniziammo a scavare a Tranchina. Tracciai un saggio di 10 metri per 10 e cominciammo a mettere in luce la roccia per localizzare i pozzetti d’ingresso alle tombe a grotticella. Mentre Belluardo seguiva questo lavoro, io mi recai sul costone, dove la roccia era affiorante, per cercare di localizzare macchie di terreno e di vegetazione, che potevano essere riferire al sottostante riempimento di pozzetti d’ingresso. Mi seguiva un operaio con gli attrezzi necessari per saggiare i punti sospetti. Tentativi che si rivelarono tutti negativi fino a quando giunse sul posto il dottor Politi, seguito dal suo fedele rabdomante, il signor Caltanisetta. Mi raggiunsero alla sommità della collina e mi chiesero il permesso di sperimentare il loro metodo.

Dopo un primo momento in cui il vento che soffiava pare che disturbasse la sensibilità del Caltanisetta, questi mi chiamò, dicendomi: “Metta un segnale qui”. Io raccolsi delle pietre e le posizionai dove il rabdomante mi indicava. Dopo circa un’ora di questi segnali ne avevo posti almeno una decina, e così dall’alto chiamai Belluardo perché venisse su con altri due operai. Mentre Caltanisetta continuava a segnalarmi altri punti, Belluardo con gli operai iniziò a saggiare quanto già segnalato. Sorprendentemente, almeno per me che non avevo dato credito a questo tipo di ricerca, ogni punto indicato si rivelò essere un pozzetto o l’ingresso di una tomba a grotticella. Solo in un caso l’esito fu negativo e in quel punto Caltanisetta tornò a controllare tenendo in mano un frammento di ceramica: “Eppure io sento che qui ci sono dei vasi”.

La sorpresa per me raggiunse il colmo quando, insistendo su quel punto che era parso negativo, trovammo due vasetti posti in un piccolo anfratto della roccia. Caltanisetta era all’apice della gioia ed io ero passato dall’incredulità all’incondizionata fede nella sua capacità di trovare – come diceva Politi – tutto quello che voleva. Egli stesso si volle esibire in un’altra spettacolare esibizione e disse: “Questi che abbiamo individuato sono i pozzetti d’ingresso, poi le indicherò la cameretta con lo scheletro ed i vasi”. Teneva in mano una bottiglietta di quelle che una volta contenevano la penicillina. Vi aveva messo dentro due schegge d’osso e con una pietra in mano mi segnò dove si trovava la grotticella.

Allora lo invitai a delimitare l’intera estensione della necropoli. Così insieme percorremmo in lungo ed in largo tutta la collina. Ogni tanto sifermava in mezzo all’erba secca, raccoglieva un frammento di ceramica, me lo mostrava e poi lo lanciava lontano. Diceva che questi frammenti in superficie lo disturbavano. Così mentre la sua gioia per il successo era ormai incontenibile altrettanto era il mio stupore che sentisse veramente i frammenti, impossibili da vedersi nell’erba alta. Ora comprendevo meglio la frase di Politi: “Egli trova quello tutto quello che si mette in mente, peccato che non senta l’oro”

Il settore di necropoli attualmente in luce si estende per circa 5000 mq; le tombe sono in genere del tipo a piccola cameretta ipogeica cui si accedeva da un pozzetto circolare aperto su un piano di roccia. Le tombe, tutte del periodo Eneolitico (età del Rame, seconda metà IV-III millennio a.C.), erano prevalentemente monosome, contenevano cioè un solo defunto, ad eccezione di tre, nelle quali erano presenti deposizioni collettive; in una tomba era documentato il rito della colorazione del defunto con ocra rossa, sostanza cui era probabilmente attribuito un valore magico-sacrale, secondo un uso riscontrato anche nella necropoli coeva di Piano Vento, presso Palma di Montechiaro. Il rituale funerario prevedeva il seppellimento del defunto in posizione supina o rannicchiata, la deposizione del corredo e la chiusura della tomba con un portello in pietra, talvolta sigillato con argilla. I corredi erano prevalentemente costituiti da vasi in terracotta, tazze, ciotole, bicchieri decorati con motivi incisi, linee spezzate, cerchietti, punti, secondo uno stile tipico della cultura dell’Eneolitico antico siciliano (facies di San Cono-Piano Notaro).

Dal confronto con altri sito, sappiamo come gli utlizzatori della necropoli vivessero in long houses, grandi capanne a pianta rettangolare con i lati corti spesso arrotondati, costituite da una struttura lignea composta da pali per reggere il colmo del tetto a due spioventi e completata ai lati con struttura di paletti e incannucciata, rifinita con un impasto di argilla che, una volta essiccato, dava all’insieme una certa solidità. Date le loro dimensioni erano probabilmente abitate da nuclei familiari abbastanza numerosi, probabilmente composti da famiglie allargate.

Inoltre, la tomba a grotticella rappresenta un radicale mutamento rispetto al Neolitico (VII-IV millennio a.C.) in cui il tipo esclusivo di tomba utilizzato era la semplice fossa scavata nella terra. La grotticella è una struttura duratura , costantemente identificabile nei suoi valori planimetrici e strutturali , in contrapposizione alla tomba a fossa scavata nella terra, in cui il seppellimento e il successivo riempimento di terra, provocavano l’annullamento del limite fisico della fossa, che non poteva pertanto essere riutilizzata. La grotticella è riutilizzabile per successive sepolture, evidentemente per individui appartenenti allo stessa famiglia. Con il culto degli antenati quindi, si realizza per la prima volta un processo di aggregazione sociale di tipo parenterale e l’emergere di gruppi sociali fondati sul legame familiare.

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