L’Antiquarium di Castel Termini

Il nome Casteltermini deriva dalla contrazione di “Castello [della famiglia] Termini”, dal cognome del barone Giovanni Vincenzo Maria Termini e Ferreri che il 5 aprile 1629 fondò il paese. Il documento che concesse la facoltà di creare un centro abitato nel feudo di Chiuddia era stato concesso dal re Filippo IV di Spagna, tramite il viceré Francisco Fernández de la Cueva, duca di Alburquerque, con provvedimento del 9 febbraio 1629. In data 10 ottobre 1629, con diploma rilasciato dallo stesso re e reso esecutivo con provvedimento vicereale del 25 febbraio 1630, Giovanni Vincenzo Maria Termini e Ferreri venne insignito del titolo di principe di Casteltermini, il 33º in Sicilia, grazie al quale ebbe il diritto di sedere nel braccio militare del parlamento isolano.

Il nuovo paese di Casteltermini, considerate le vantaggiose promesse del principe, fu ben presto popolato da molte famiglie provenienti dai paesi vicini, come Sutera, Campofranco, Mussomeli, Cammarata e San Giovanni. In breve tempo migliaia di persone confluirono a Casteltermini. Per assicurare la serietà delle sue promesse, il principe volle che i patti che avrebbero regolato i rapporti tra il signore e i vassalli (ovvero tra il barone e gli abitanti del paese) venissero stabiliti e fissati in un atto pubblico, come in una legge: così il 5 aprile 1629, giorno sacro a san Vincenzo Ferreri (appartenente alla stessa antica famiglia del barone, la nobile casa Ferreri di Valencia), il barone riunì i maggiorenti del paese e alla presenza del notaio Pietro Chiarelli da Sutera sottoscrisse i “Capitoli della Terra”, concedendo così delle condizioni vantaggiose ai nuovi abitanti.

Gravi lutti familiari e dissesti finanziari fecero però perdere a questa famiglia la baronia di Chiudìa che il 7 gennaio 1636 fu acquistata da donna Paola d’Aragona e Cottone, contessa di Bavuso. Ai Termini rimase invece il titolo onorifico del principato castelterminese fino al 1758. Quasi immediatamente alla contessa di Bavuso si sostituì il duca Diego d’Aragona Tagliavia che nel 1653 rinunciò ai suoi beni in favore della figlia, sua unica erede, Giovanna d’Aragona Tagliavia e Cortes sposata con Ettore IV Pignatelli, duca di Monteleone, uno dei più ricchi e potenti signori d’Italia. Alla morte di Giovanna, nel 1691, fu sua erede la nipote omonima che dal 1709 al 1722 dovette subire la confisca dei beni e il loro passaggio sotto il diretto dominio del re, a causa delle lotte politico-dinastiche del tempo. Dietro sostanziosa ammenda pecuniaria dopo il 1722 alla famiglia Pignatelli Aragona Cortes tornò il possesso di tutti i beni confiscati, compresa Casteltermini, ultimo signore della quale fu il duca Diego II Pignatelli Aragona Cortes.

Casteltermini, che era retta da segretari nominati dal feudatario, ma nel febbraio 1812 il parlamento siciliano, con la costituzione che veniva concessa alla Sicilia, abolì le leggi feudali e quindi la feudalità, le giurisdizioni baronali, i privilegi del mero e misto imperio. Nella seduta del 9 febbraio 1813, il parlamento approvò, inoltre, la parte della costituzione riguardante le amministrazioni comunali, che tra l’altro prevedeva che il popolo, per la prima volta, dovesse essere chiamato a eleggere i suoi amministratori: il 1º settembre 1818, pertanto, gli abitanti di Casteltermini elessero il loro primo sindaco.Il paese ebbe il suo periodo di massimo sviluppo nella seconda metà dell’ Ottocento grazie alla presenza di numerose miniere di zolfo: recentemente, è stato inagurato un antiquarium, nel centro storico del paese, in Via Cacciatore, a due passi da Piazza Duomo, in un palazzo di fine Ottocento di proprietà della famiglia Di Pisa – Guardì, la stessa del regista televisivo Michele,

L’Antiquarium è costituito da tre sale ed espone una selezione di reperti rinvenuti nel corso di scavi e ricognizioni di superficie, grazie ai quali è possibile ricostruire la lunga storia del territorio. Le testimonianze più antiche sono quelle attestate su Monte Roveto, riferibili al Neolitico antico, mentre dalle pendici di Rocca Grande di Roveto provengono ceramiche pertinenti all’intera Età del Rame, dalle fasi più antiche a quelle finali, e all’antica età del Bronzo (fine III millennio XVI sec. a.C.). In contrada Sanfilippo è stato invece portato in luce un complesso costituito da vani-recinti sacri all’interno dei quali si sono rinvenute decine di deposizioni votive databili al VI secolo a.C., costituite da vasellame indigeno e greco, deposto in fossette scavate nella terra. Di grande rilievo i modellini di capanna, gli scudi miniaturistici, la cassettina-larnax, rare tipologie di oggetti utilizzati in ambito sacro, tutti esposti nel museo. Nel sito di Santa Croce-Fontana di Paolo sono state scavate tre grandi cisterne ricolme di materiale di VI-V secolo a.C., tegole e vasellame vario. Di eccezionale qualità la ceramica attica databile nel corso del V secolo a.C. Nel sito di contrada Fabbrica-Santa Maria sono stati identificati i resti di un monumento dolmenico e una grande piattaforma in pietra con vaschette comunicanti. Di contrada Serre sono esposti reperti di età tardoantica, alcuni con precisa caratterizzazione cristiana, come un anello bronzeo con monogramma inciso, manine fittili fra cui una benedicente e monete bronzee.

Oltre ai reperti archeologici, l’Antiquarium espone nella sala d’ingresso una selezione di statue in terracotta di Michele Caltagirone, detto il Quarantino, famoso artista castelterminese (altre sue opere sono custodite presso la Biblioteca Comunale e nella Chiesa Madre)

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