La guerra di Corinto (Parte IV)

La battaglia di Nemea, come detto, fu un successo tattico, ma un fallimento strategico: le truppe spartane non riuscivano a forzare l’istmo di Corinto, anche perchè l’assedio della città era inconcludente, visto che non si riusciva a imporre un blocco navale e di fatto erano imbottigliate nel Peloponneso. Per rompere questo stallo, Sparta decise di abbandonare la Ionia al proprio destino, ritirando sia l’esercito, sia la flotta. Le truppe di Agesilao, secondo i piani lacedemoni, avrebbero messo a ferro e a fuoco la Beozia, costringendo Tebe ad uscire dall’alleanza. Al contempo, la flotta spartana, sotto il comando di Pisandro, cognato di Agesilao, che tra l’altro non aveva mai avuto un incarico simile prima, forte di 120 triremi, avrebbe imposto il blocco navale a Corinto.

La città si sarebbe finalmente arrese e i due contingenti, sia quello peloponnesiaco, sia quello di Agesilao, sarebbero marciati su Atene, costringendola alla resa: chiusa la partita in Grecia, gli spartani sarebbero ripartiti all’offensiva in Ionia. Dinanzi a tale prospettiva, cosa impensabili qualche generazione prima, Ateniesi e Persiani unirono le flotte, solo quella achemenide era costituita da 80 navi fenicie al comando di Farnabazo e le 10 cilicie. A queste, poi, si unirono anche le navi cipriote di Evagora, altro storico nemico dei Persiani. Di conseguenza, il contingente alleato aveva una forte superiorità numerica: al suo comando fu messo Conone, che aveva il dente avvelenato contro i lacedemoni.

Pisandro era ben consapevole di questo, decise di tentare l’azzardo, attaccando per primo, una flotta che riteneva ancora disorganizzata: la decisione fu favorita anche da uno stratagemma di Conone, che aveva posto davanti alla flotta le navi cipriote, che, come dire, non erano il massimo della disciplina e dell’organizzazione: così lo spartano scambiò la parte con il tutto.

Pisandro avanzò verso la flotta nemica, ma le navi situate sull’alla sinistra del suo schieramento, costituita dagli alleati greci d’Asia, capirono il trucco di Conone e defezionarono in mass, non appena gli equipaggi si resero conto che il loro ammiraglio era realmente intenzionato ad affrontare una flotta più consistente, per giunta composta in gran parte da altri marinai della Ionia.

Il comandante spartano, che tutto si può dire, tranne che non fosse coraggiosa, non si lasciò condizionare da un simile evento, e proseguì il suo attacco, tentando l’abbordaggio con la propria trireme; ma la superiorità numerica di Conone lo costrinse a subire vari speronamenti, per sottrarsi ai quali spinse la sua nave verso la costa. Le altre triremi peloponnesiache, che lo avevano seguito nell’azione, subirono anch’esse la superiorità numerica del nemico, e vennero, anche per la superiore capacità manovriera delle navi al comando di Conone seriamente danneggiate; quindi cercarono anch’esse di guadagnare la costa. Una volta toccata terra, i loro equipaggi si affrettarono a cercare la salvezza abbandonando i vascelli, a parte 500 uomini che finirono prigionieri; non così Pisandro, che cadde combattendo a bordo della sua nave.

Gran parte della flotta – forse una cinquantina di navi – rimase pertanto nelle mani di Conone, e Farnabazo, che in una battaglia dallo svolgimento piuttosto banale, avevano posto fine al breve periodo della supremazia marittima di Sparta, riconducendo la potenza della città lacedemone alla sola dimensione terrestre. Quando ad Agesilao giunse la notizia della sconfitta a Cnido e della morte del cognato, il re spartano si stava accingendo ad entrare in Beozia per dar una svolta al conflitto con i beoti stessi. In seguito a questa notizia in un primo momento egli rimase ovviamente scosso; ma poi, riflettendo sul fatto che la maggior parte del suo esercito era composta da alleati ben disposti a dividere i successi, ma difficilmente propensi a dividere eventuali difficoltà, sparse sì la voce della morte di Pisandro, ma che la flotta lacedemone aveva comunque vinto la battaglia navale.

Ma in Asia era impossibile celare a lungo la reale portata di ciò che era successo a Cnido. Non solo gli spartani erano stati sconfitti, ma gli equipaggi greci si erano rifiutati di combattere per loro, lanciando un segnale che venne immediatamente recepito dalla popolazione delle città ioniche: in breve tempo, incoraggiati dalla flotta di Conone, che navigava ormai incontrastata nell’Egeo, i centri greci d’Asia rovesciarono i regimi filo-spartani e il dominio di questi ultimi si ridusse ai pochi settori in cui Agesilao aveva lasciato delle guarnigioni. In sostanza, Sparta non era stata capace di rilevare Atene nella protezione delle città ioniche, e con un solo combattimento aveva perso tutti i frutti guadagnati con la vittoria sulla città attica.

Conone, ritiratosi ad Atene, dove fu accolto con onori e giubilo dei suoi concittadini, si adoperò per la ricostruzione delle Lunghe mura, grazie ad un cospicuo finanziamento di Farnabazo,e, in onore della vittoria, dedicò un santuario ad Afrodite nel Pireo, dea protettrice di Cnido ed assai rilevante nel pantheon fenicio. La fine dell’egemonia navale spartana, infine, permise all’impero persiano di restaurare il proprio dominio sulle città ioniche. Esse infatti a Cnido fecero capire che preferivano la Persia al dispotismo spartano e l’accordo sarebbe stato definitivamente confermato dalla Pace di Antalcida nel 387 a.

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