Sant’Andrea a Vercelli

Uno dei primi esempi di stile gotico in Italia, anche se poco conosciuto al grande pubblico è la basilica di Sant’Andrea a Vercelli, voluta dal cardinale Guala Bicchieri, dalla vita alquanto avventurosa. La sua famiglia proveniva da Vercelli, nella cui cattedrale si trovano i primi testi nei quali viene citato (nel 1187).

Entrò nella congregazione dei Canonici regolari di San Pietro in Pavia e si laureò in utroque iure a Bologna. Fu canonico del capitolo della Cattedrale di Sant’Eusebio a Vercelli.Nel 1205 divenne cardinale con il titolo di Cardinale diacono di Santa Maria in Portico Octaviae, servendo come legato pontificio del nord Italia, prima di diventare legato pontificio in Francia nel 1208. Nel 1211 divenne cardinale prete con il titolo dei Santi Silvestro e Martino ai Monti. Papa Innocenzo III lo nominò legato pontificio in Inghilterra nel 1216; la guerra civile ostacolava i piani pontifici per una crociata.

Guala Bicchieri arrivò in Inghilterra nel mezzo della prima guerra baronale, mentre i baroni ribelli tentavano di rovesciare re Giovanni e l’esilio (nonché sospensione) dell’arcivescovo di Canterbury, Stephen Langton, aveva privato la chiesa inglese di una guida. Guala Bicchieri si schierò a fianco di re Giovanni contro i baroni, che appoggiavano le mire del principe francese Luigi (il futuro Luigi VIII di Francia) al trono d’Inghilterra. Morto Giovanni Senza Terra, Guala fu uno dei due tutori (insieme a Guglielmo il Maresciallo) del giovane erede al trono Enrico III, il quale gli sarà talmente grato da affidargli l’Abbazia di St Andrew’s church, Chesterton. La figura del legato pontificio fu determinante per stabilizzare la situazione dopo la fine della guerra e per la nuova stesura della Magna Charta. Oltre a mediare fra i baroni ribelli ed il re, a supervisionare l’elezione del clero ed a punire quello ribelle, amministrare i possedimenti monastici il legato pontificio partecipò all’organizzazione del quarto concilio laterano. Nel 1217 promosse la nomina di Richard Poore a vescovo di Salisbury, in sostituzione del fratello Herbert, appena deceduto..Guala tornò in Italia nel 1219, dopo la firma del trattato di Lambeth, che mise fine alla rivolta dei baroni e in cui i francesi rinunciarono al trono inglese.

L’esperienza inglese convinse il cardinale a costruire nella sua città uun’abbazia dedicata ad Andrea, i cui lavori cominciarono nel 1219, sul luogo di una chiesa precedente più piccola, ma non sappiamo se e in quale misura la disposizione degli spazi possa ricalcare qualche preesistenza. Abbazia che da una parte sarebbe dovuta essere un punto di riferimento per i pellegrini diretti a Roma, sulla via Franchigena, dall’altra una sede di studi e di ricerche teologiche: per questo, invitò a Vercelli il religioso e filosofo francese Tommaso di Gallo che alla fine del 1225 o all’inizio del 1226, Tommaso fu nominato abate del nuovo monastero. Come abate, si dedicò non solo ai compiti amministrativi quotidiani del monastero, ma anche a comporre vari commentari ai libri della Bibbia (un commentario ad Isaia e tre commenti al Cantico dei cantici) e agli scritti dello Pseudo-Dionigi. Intrattenne una stretta relazione con il nascente ordine francescano; i francescani trasferirono il loro Studium Generale da Padova a Vercelli intorno al 1228. Conosceva personalmente Sant’Antonio da Padova. Gallo conosceva anche Roberto Grossatesta che potrebbe avere incontrato nel 1238 quando visitò l’Inghilterra per assicurarsi un beneficio associato alla chiesa di Sant’Andrea a Chesterton. Gallo e Grossatesta si scambiarono alcuni scritti attraverso un discepolo di Grossatesta, il francescano Adam Marsh.

Sfruttando le proprie doti diplomatiche, il cardinale riuscì, negli anni successivi, a proteggere ed aumentare i possedimenti dell’abbazia mediante donazioni e privilegi provenienti dal papa Onorio III e dall’imperatore Federico II (suo è il diploma di protezione emanato nel 1226). Nel 1227, anno in cui il cardinale Bicchieri si spense a Roma, la costruzione della basilica era terminata.

Non sappiamo chi fu l’architetto della chiesa: la tradizione vorrebbe identificarlo con un certo Gian Domenico Brighintz o Brigwithe (esiste un necrologio del Quattrocento che celebra a memoria “Joannis Dominici Brigintii”), ma non ci sono prove e soprattutto, non sappiamo nulla di lui. Certo comunque è che l’architetto fosse una personalità aggiornata che lavorò, come anticipato, mescolando tendenze afferenti a realtà geografiche diverse, proprio per venire incontro alla personalità del committente. Probabilmente Guala Bicchieri chiese un edificio che a grandi linee, ricordasse le abbazie inglesi: per cui l’architetto, sicuramente aggiornato sui quanto stava succedendo Oltre Manica. Per cui impostò una pianta che riprendeva la pianta delle grandi cattedrali britanniche, a croce latina commissa, con tre navate longitudinali formate ciascuna da sei campate; le due navate laterali hanno larghezza ed altezza inferiore di quella centrale, e ne utilizzava diversi elementi strutturali: ad esempio, si osserva come la navata laterale destra sia percorsa da contrafforti dai quali salgono archi rampanti che si appoggiano alla navata centrale. Il transetto, a cinque campate, ha la stessa larghezza ed altezza della navata centrale. Al loro incrocio si innalza un alto tiburio a base ottagonale, sormontato a sua volta da una torre campanaria, anch’essa ottagonale, che termina in una cuspide piramidale in laterizio, che ricorda in piccolo la cattedrale di Salisbury. Oppure l’utilizzo delle due torri campanarie che accompagnano la facciata, tipicamente inglese

Poi l’architetto dovette anche venire incontro ai gusti di Tommaso Gallo: se Guala Bicchieri era lontano, a Roma, Tommaso gestiva il cantiere e soprattutto la cassa, per cui bisognava tenerselo buono. Di conseguenza, nell’edificio si adottarono anche elementi tipici del gotico francese, come i portali strombati e labside è pianta rettangolare, come tipico del gotico cistercense; osservandola dall’esterno essa si presenta fiancheggiata dalle sporgenze absidate (a profilo poligonale) di quattro cappelle che si aprono sui bracci del transetto. Infine il problema più grosso, i mastri muratori, di formazione romanica e di origine emiliana, che di queste manie straniere e innovative, non ne volevano proprio sapere. Dato che il committente metteva fretta e la complicata geopolitica dell’epoca, non c’era neppure la possibilità di sostituirli con maestranze provenienti da Oltralpe e dalla Germania. Quindi, l’architetto dovette rassegnarsi a un ulteriore compromesso.

Lo si vede sin dalla facciata, costruita in pietra verde di Pralungo, in calcarenite del Monferrato e in serpentino della Valsolda, mentre i campanili che svettano sui due lati della facciata, e che si elevano terminando con monofore, bifore e trifore salendo verso l’alto e cuspidi piramidali a chiudere il tutto, si mostrano con i colori del cotto e dell’intonaco bianco. La facciata a capanna, i portali a tutto sesto, le loggette che decorano le due gallerie sovrapposte (Sant’Andrea è una delle poche chiese che ne è fornita: i due campanili laterali peraltro avevano soprattutto funzione pratica di accesso alle gallerie che funzione liturgica) e il grande rosone dalle dodici colonnine che si apre sopra al portale maggiore sono evidenti caratteri di derivazione romanica e in particolare lombardo-emiliana.

Questa dipendenza è testimoniata anche dalla decorazione scultorea, sia della facciata, sia degli interni, dovuta agli allievi di Benedetto Antelami. Non è prudente sostenere che vi abbia lavorato lo stesso Antelami, dato che l’ultimo documento che attesta l’attività del maestro risale al 1216 mentre la posa della prima pietra di Sant’Andrea data al 1219 e il cantiere si prolunga fino al 1230-35, quando non è certo che fosse ancora vivo. Nel corso del XVI secolo – quando già ai canonici di San Vittore erano subentrati i canonici regolari lateranensi – venne rifatto il chiostro del monastero, conservando tuttavia le originali colonnine disposte a gruppi di quattro che ancora oggi si osservano. Il complesso ha subito danneggiamenti legati, oltre che all’usura del tempo, ad alcuni eventi bellici, quali l’assedio spagnolo della città di Vercelli nel 1617. Nel 1818 si costituì una commissione per il restauro del complesso che ne affidò la realizzazione a Carlo Emanuele Arborio Mella; i lavori terminarono nel 1840. Restauro che applicò una serie di tinteggiature all’interno e che permise di ritrovare, nell’intercapedine di un muro del coro, lo scrinium appartenente a Guala Bicchieri, che oggi si conserva a Torino, a Palazzo Madama.

Lo scrinium è stato identificato dagli studiosi come uno dei tre “scrinei operis lemovicensis” commissionati dal cardinale Guala Bicchieri, raffinato collezionista e cultore d’arte, a botteghe orafe di Limoges specializzate nel XII-XIII secolo nella produzione di arredi sacri e profani, decorate con smalti.In questi bauli il cardinale custodiva i documenti più importanti e gli oggetti più preziosi che portava con sé durante i suoi viaggi;il cofano venne realizzato verso il 1220-1225. I medaglioni che ne decorano la fronte sono in rame dorato lavorato a sbalzo, a traforo e a cesello, e raffigurano animali e draghi ereditati dalla tradizione iconografica romanica. Le formelle poste sui fianchi costituiscono invece una preziosa e raffinata testimonianza del naturalismo gotico del primo Duecento: vi compaiono scene di caccia e di duello e momenti di vita cortese, delineati con un linguaggio attento a descrivere l’aspetto dell’uomo, i suoi gesti, i panneggi, la fisionomia degli animali, in linea con i nuovi orientamenti della scultura delle grandi cattedrali gotiche. La serratura, con due uomini-aquila che si affrontano con clave e scudi bombati entro un viluppo di tralci vegetali, è un autentico capolavoro dell’oreficeria romanico-gotica. La tecnica dello smalto champlevé – che prevede l’uso di polvere di vetro di colori diversi, frantumata e collocata entro alveoli scavati nel rame – raggiunge in quest’opera, specie nelle figure di serpenti alati che costituiscono i battenti della serratura, un vertice di qualità ineguagliato nelle creazioni degli orafi di Limoges degli anni successivi.

Tra le opere d’arte presenti nella basilica vi è il monumento a Tommaso Gallo, realizzato da un artista di provenienza emiliana, che adottò all’ambito ecclesiastico la struttura delle tombe dei glossatori di Bologna e affrescato da un maestro lombardo e gli stalli lignei del coro. Si tratta di un’opera realizzata dall’ebanista cremonese Paolo Sacca a partire dal 1511. Gli stalli, danneggiati nel 1802 durante la soppressione degli ordini religiosi, vennero restaurati nel 1829 a cura dell’ebanista vercellese Ignazio Revelli. Venticinque sono le tarsie di Paolo Sacca che si sono conservate: sulla cattedra centrale del coro è posta la tarsia di Sant’Andrea; le altre ventiquattro formano un’interessante teoria di nature morte, di oggetti liturgici e di scorci di paesaggi urbani. Su una di esse trova spazio anche la rappresentazione della facciata della basilica di Sant’Andrea.

Sulla destra della basilica si sviluppava il monastero voluto dal cardinal Guala Bicchier. Degli antichi locali che ancora si possono ammirare si devono soprattutto menzionare la splendida aula capitolare (con quattro colonne centrali che reggono i costoloni delle nove arcate della volta) e, seppur rimaneggiato, il chiostro costruito al centro dei locali del monastero. Una ristrutturazione del chiostro è intervenuta nel corso del XVI secolo ed ha interessato la copertura dei corridoi che originariamente dovevano presentare un tetto spiovente sorretto da capriate in legno; in tale occasione si decise di riutilizzare le colonnine dell’antico chiostro. La struttura del nuovo chiostro realizzata nel XVI secolo è quella oggi visibile: essa si connota per la presenza di archi a tutto sesto e di volte a crociera sostenute dalle originarie colonnine, disposte a gruppi di quattro che poggiano su una sola base. I capitelli sono a crochet, in coerenza con una scelta stilistica unitaria che interessa anche tutte le colonnine che decorano l’esterno della basilica. Negli intradossi degli archi sono presenti i resti di motivi decorativi affrescati, di tipo geometrico ed a grottesca. Risalgono al XVI secolo anche le cornici in cotto che sottolineano piacevolmente gli archi che si aprono sull’ampio cortile con il pozzo.

Un recente restauro ha ripristinato il portale che mette in comunicazione il chiostro con la navata sinistra della basilica. La lunetta del portale (originariamente posta all’ingresso della sala capitolare) mostra importanti rilievi duecenteschi con l’Agnus Dei attorniato dalle figure del Battista e di San Giovanni Evangelista. Di notevole interesse, a destra del portale, è un’acquasantiera con la vasca sporgente da una mensola che regge due coppie di colonnine sormontate a loro volta da un arco trilobo; al centro sopra la vasca è posto un rilievo con motivi vegetati ed una mano che regge le croce di Cristo. Dal chiostro è suggestiva la visione del lato sinistro della basilica, con gli oculi che illuminano la navata laterale della basilica, gli archi rampanti che salgono sulla navata centrale, le cornici in tufo intagliato ed il maestoso tiburio sormontato dalla torre campanaria.

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