Informazioni su alessiobrugnoli

Ingegnere, critico e curatore d'arte, scrittore... A seconda delle circostanze l'ordine può cambiare

Pompier

Strano destino, quello dell’Art Pompier: nell’Ottocento, l’epoca della sua fioritura, i suoi protagonisti ebbero onore, soldi e gloria in quantità industriale. A inizio Novecento, l’epoca delle grandi Avanguardie, furoni invece spernacchiati in ogni modo possibile e immaginabile… Dagli anni Sessanta in poi, invece, è cominciata uno loro lenta e progressiva rivalutazione.

Ma questi tizi, il cui nome deriva da una battuta che paragonava gli elmi degli eroi antichi con cui costellavano i loro quadri con quelli dei pompieri o dalla deformazione ironica di pompéistes, pompeiani, con cui amavano chiamarsi, dipingevano croste o capolavori ?

E’ difficile dirsi, anche perché, tra di loro, vi era di tutto e di più, furbacchioni imbrattatele, onesti professionisti e grandi idealisti, impegnati a lottare contro quella che pensavano essere la degenerazione dell’Arte… Però, una cosa li accomunava tutti, oltre al culto per il mestiere e l’abilità tecnica: il saper interpretare le aspirazioni e i sogni più profondo dell’Uomo del loro tempo, creando una sorta di Pop Art ottocentesca.

In un mondo sempre più assediato dal Brutto, proponevano come rimedio la Bellezza, magari scontata e stucchevole, ma sempre consolatoria. In una società messa in crisi dall’irrompere della diversità, sia tecnologica, sia culturale, normalizzavano l’esotico e l’alieno, adeguandolo sì ai pregiudizi del buon borghese dell’epoca, ma al contempo, rendendolo accettabile e comprensibile. In un mondo sempre più complesso e incerto, riproponevano come alternativa l’apparente, austera semplicità dell’Antico.

A questa narrazione consolatoria, si sono aggiunti due fattori casuali e d’ordine pratico, che all’epoca, ne hanno rafforzato il predominio artistico: la capacità politica di stringere legami con i grossi galleristi dell’epoca e la loro capacità di soddisfare a la grande richiesta di artisti in grado di decorare le pareti dei numerosi edifici, pubblici ma anche privati, sorti grazie all’impetuoso sviluppo dell’edilizia negli anni in cui Parigi assume l’aspetto di una moderna metropoli. I pittori delle avanguardie, infatti, trascurano la pittura monumentale e solo Manet accetta di partecipare alla decorazione dell’Hôtel de Ville, ma la morte prematura gli impedisce di porre mano al progetto.

Proprio l’appannarsi di questi fattori concreti, dal diminuire delle commesse pubbliche al fatto che i ricchi collezionisti americani comincino a investire sull’arte d’avanguardia, sugli impressionisti abilmente promossi e sostenuti dal mercante Durand Ruel, provoca la loro marginalizzazione: Meissonier muore nel 1891, Gérôme e Bouguereau scompaiono a distanza di pochi mesi, tra la fine del 1904 e l’inizio del 1905, ma non se ne accorge nessuno.

Eppure, nonostante le avanguardie, in fondo hanno vinto loro: i loro quadri, grazie al Cinema, che nei colossal si è ispirato alle loro visioni, hanno colonizzato il nostro immaginario. Quando pensiamo alla Grecia e Roma, lo facciamo tramite i loro quadri.

Il Gladiatore è il figlio del Pollice Verso e Ben Hur della Corsa di Bighe

 

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Pastorale Americana

Ci sono giornate iniziano in maniera pessima, poi, con un metodica lentezza o un improvviso colpo di coda, si raddrizzano. Oggi è stata una di queste: con la consegna della risposta al bando di gara, tutta l’adrenalina dei giorni scorsi è crollata e mi sono ritrovato vecchio e stanco. Neppure il tempo di rallentare il ritmo, che mi è arrivata la notizia dell’incidente di mio papà, che, degno genitore del sottoscritto, per non farsi gli affari propri e per impicciarsi di una cosa, è riuscito a cadere rovinosamente da una scala.

La corsa in ospedale, la tensione: poi appena dimesso, mentre torno a casa, il diluvio: mentre smadonno in tutte le lingue che conosco, mi fermo un attimo… Mio papà, per quanto acciaccato, ha contenuto i danni, poteva andargli molto, molto peggio… E’ stato tanto fortunato e dobbiamo accendere un paio di ceri a Santa Bibiana.

Poi, il pomeriggio sarebbe venuta a trovarmi una persona a me cara… Nel frattempo, è uscito il sole… A poco, a poco ho cominciato a rilassarmi; così, mi ritrovo buttare giù due righe per il blog. Mi verrebbe di parlare di Conte, ma che potrei dire di più di un Presidente del Consiglio che sintetizza e porta all’eccesso tutti i difetti dell’italiano medio ?

Per cui, il mio pensiero va a Philip Roth, pace all’anima sua… No, non butterò giù il solito coccodrillo: tanti giornalisti e critici letterari, che sono pagati per farlo, se la cavano assai meglio di me in questo campo. Mi limito a un piccolo ricordo, ambientato nella mia Milano.

Il mio monolocale a via Pavia, diciamola tutta, era più una tana che una casa degna di essere vissuta: strapieno di libri e di fumetti, era un tempio al trionfo dell’Entropia nel Cosmo. Al contrario, quello di Jenny era pulito, ordinato, razionale come un sillogismo aristotelico: questo perché, ogni sabato mattina, dalle sei e mezzo in poi, intraprendeva la sua epica e manichea battaglia contro polvere e sporco, con un’epica e inaspettata energia, che avrebbe lasciato a bocca aperta una governante. di Jane Austin

Risultato, uno spazio zen, con a terra un tappeto Isfahan con rappresentata una scena del Il verbo degli uccelli di Farīd al-Dīn ʿAṭṭār e un tatami, con accanto un’elegante cassettiera, con sopra una statuina del Maitreya.

Alle pareti, un paio di aeropitture di Gerardo Dottori, regalo di un vecchio amante e due scaffali, l’uno dedicato ai cd, tutta roba dodecafonica, e ai libri. I loro titoli, li ricordo, come se li avessi ancora davanti: Rumore Bianco e Libra di De Lillo, La Triologia di New York di Auster, L’arcobaleno della gravità e Mason & Dixon di Pynchon, il Lamento di Portnoy, Pastorale Americana, Zuckerman scatenato e la Macchia Umana di Roth.

Le copertine di questi ultimi erano particolarmente consumate. Una volta, scrutandole, me ne uscii con un

“Ma glielo daranno mai, questo maledetto Nobel”

Jenny sorrise, poi scosse il capo

“No, perché non prende in giro nessuno, dicendo di volere cambiare il mondo… Vuole solo raccontare le storie che gli passano per la testa, senza compromessi…”.

Come sempre, Jenny ha avuto ragione… E adesso che Philip ci ha lasciati, non riesco a togliermi dalla mente un suo brano

Rimane il fatto che capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando

Alla fine, in fondo, siamo tutti figli dei nostri errori..

Dhu al-Qarnayn

 

Ti interrogheranno a proposito del Bicorne. Di’: “Vi racconterò qualcosa sul suo conto”.
In verità, gli abbiamo dato ampi mezzi sulla terra e modo di riuscire in ogni impresa.
Egli seguì una via.
Quando giunse all'[estremo] occidente, vide il sole che tramontava in una sorgente ribollente e nei pressi c’era un popolo. Dicemmo: “O Bicorne, puoi punirli oppure esercitare benevolenza nei loro
confronti”.
Disse: “Puniremo chi avrà agito ingiustamente e poi sarà ricondotto al suo Signore che gli infliggerà un terribile castigo.
E chi crede e compie il bene avrà la migliore delle ricompense e gli daremo ordini facili”.
Seguì poi una via.
E, quando giunse dove sorge il sole, trovò che sorgeva su di un popolo cui non avevamo fornito alcunché per ripararsene.
Così avvenne e Noi abbracciavamo nella Nostra scienza tutto quello che era presso di lui.
Seguì poi una via.
Quando giunse alle due barriere, trovò, tra di loro, un popolo che quasi non comprendeva alcun linguaggio.
Dissero: “O Bicorne, invero Gog e Magog portano grande disordine sulla terra! Ti pagheremo un tributo se erigerai una barriera tra noi e loro”.
Disse: “Ciò che il mio Signore mi ha concesso è assai migliore. Voi aiutatemi con energia e porrò una diga tra voi e loro.
Portatemi masse di ferro”. Quando poi ne ebbe colmato il valico [tra le due montagne] disse: “Soffiate!”. Quando fu incandescente, disse: “Portatemi rame, affinché io lo versi sopra”.
Così non poterono scalarlo e neppure aprirvi un varco.
Disse: “Ecco una misericordia che proviene dal mio Signore. Quando verrà la promessa del mio Signore, sarà ridotta in polvere; e la promessa del mio Signore è veridica”.

E’ un brano del Corano, dedicato a Dhu al-Qarnayn, il Bicorne, personaggio leggendario che probabilmente corrisponde con Alessandro Magno… Qualche dotto islamico, nel tempo, basandosi sull’Antico Testamento, ha provato a sostenere un’ipotesi differente, ossia che Dhu al-Qarnayn fosse Ciro il Grande… Ipotesi che però contrasta con il racconto di Gog e Magog: il primo a citare un qualcosa di simile, è il buon Plinio il Vecchio, il quale raccontò come il Macedone avesse costruito dei cancelli nei passi del Caucaso, per tenerne lontani i barbari… La stessa definizione di Bicorne, se poco associabile a Ciro, è
legata al legame, anche iconografico, tra Alessandro e Giove Ammone, rappresentato proprio con le corna d’ariete.

Cosa ha reso possibile il passaggio di una figura, per quanto importante, della storia greco romana alla tradizione islamica ? Può sembrare strano, ma il merito o la colpa, dipende dai punti di vista, è della narrativa: tutto parte dal Romanzo di Alessandro, una raccolta di racconti leggendari sulla sua vita, una sorta di fantasy dell’epoca, costituitasi ad Alessandria d’Egitto, nella prima metà del II secolo avanti Cristo.

Raccolta, che anno dopo anno, si arricchì di storie, finché la sua forma definitiva fu attribuita, per darle un tono di autorevolezza a Callistene, il segretario e storico di Alessandro. Così, lo Pseudo Callistene in epoca tardo antica venne tradotto in latino e in siriaco e da qui tradotto in moltissime lingue, compreso l’arabo, il persiano e le lingue slave, diventando uno dei bestseller del Medioevo: ovviamente ogni traduzione tolse, aggiunse e modificò qualcosa, adeguando forma e contenuto alle aspettative ed esigenze del pubblico a cui era destinata.

Ad esempio, Leone Arciprete, diplomatico alla corte del Ducato di Napoli, oltre ad aiutare i suoi signori a tessere la loro complicata rete di intrighi tra Bizantini, Longobardi e Saraceni, si dilettava a tradurre in latino testi greci classici e bizantini: nella sua versione della Vita Alexandri Magni, che conobbe un’amplissima diffusione nell’Occidente latino, soprattutto a partire dal XIII secolo, aggiunse alla storia
una racconto simile all’epopea di Gilgamesh. Alessandro il Grande attraversa, insieme con il soldato Andreas, la “terra dell’oscurità” situata idealmente nelle foreste dell’Abcasia, per cercare la fonte dell’eterna giovinezza. Alessandro il Grande si perde nella foresta, mentre Andreas trova la fonte e diviene immortale.

Nel mondo arabo, invece la figura di Andreas è sostituita da al-Khiḍr, il murshid dei profeti, colui che con azioni all’apparenza insensate li guida alla perfetta conoscenza della Volontà Divina, rendendo Alessandro una sorta di antesignano dei Sufi.

Per cui, questa narrativa popolare ha avuto la forza costruire un ponte tra Oriente e Occidente, creando un immaginario condiviso. Tre episodi in particolare, hanno colpito la fantasia dell’Uomo medioevale, qualunque fosse la sua lingua o religione

Volo

Il primo è il cosiddetto volo, che fa pressapoco così

Continuavo a pensare tra me e me, se davvero era là il confine del mondo, dove il cielo appoggia sulla terra: decisi allora di indagare per sapere la verità. Ordinai che fossero catturati due degli uccelli che erano in quel luogo: erano enormi, bianchi, fortissimi e mansueti, tanto che stavano a guardarci senza scappare. Alcuni dei soldati li montavano, afferrandosi ai loro colli, e quelli volavano in alto, trasportandoli su: mangiano carogne di animali e proprio per questo motivo molti degli uccelli venivano da noi, per le carcasse dei nostri cavalli. Ne feci catturare una coppia e ordinai che non fosse dato loro cibo per due giorni: al terzo giorno diedi ordine di preparare un giogo di legno e di legarlo al collo di quegli uccelli; feci preparare quindi una sorta di grande canestro di pelle di bue e ci montai dentro, tenendo in mano una lancia, sulla cui punta avevi infilzato del fegato di cavallo. Gli uccelli subito si alzarono in volo, tesi per mangiare il fegato, e io andai su con loro, nell’aria, tanto in alto che mi sembrava di essere vicino al cielo: tremavo tutto perché l’aria si era fatta fredda per il moto delle ali degli uccelli. E allora mi si fa incontro un essere alato, antropomorfo, che mi dice: “O Alessandro, è forse perché non riesci a far conquiste sulla terra, che cerchi quelle del cielo? Torna giù in fretta se non vuoi diventare pasto di questi uccelli!” E ancora mi dice: “Sporgiti giù verso la terra, Alessandro!” Io mi sporgo, pieno di paura, e vedo un grande serpente arrotolato, e in mezzo alle sue spire un piccolissimo disco. E quell’essere che mi era venuto incontro mi dice: “Punta la lancia nel disco, fra le spire del serpente, perché quello è il cosmo e il serpente è il mare che circonda la terra”

Che a seconda del pubblico, è diventato simbolo della superbia, dell’imperium, dell’amore per la conoscenza.

Abissi

Il secondo episodio, simmetrico al precedente, è invece legato alla sua discesa negli abissi del mare, dentro una botte di vetro assicurata a una barca da una catena che, in alcune versioni, l’infedele moglie Rossana lascia cadere, senza riuscire nell’intento di uccidere Alessandro, che aveva portato con sé un gatto, un cane e un gallo per conservare la nozione del tempo e per controllare il grado di impurità dell’aria (gli animali infatti sarebbero morti prima dell’eroe). Il Macedone assiste a uno spettacolo bellissimo, osservando le varie forme di pesci e addirittura le sirene che nuotano intorno al suo ‘batiscafo’ che viene rappresentato in infinite miniature in Oriente e in Occidente.

Il terzo episodio, caso strano, ha per scenario Reggio Calabria: Alessandro Magno, dopo essere stato nell’oasi di Siwa, in Egitto, per farsi proclamare figlio di Zeus, invece di ritornare verso il Medio Oriente, , prosegue la conquista dell’Occidente, espugnando Cartagine, per poi imbarcarsi verso la Sicilia e annetterla al suo potere. Arrivato sullo Stretto, Alessandro decide di traghettarlo, e, arrivato a Reggio, viene raggiunto dai consoli dei Romani, che gli consegnano due diademi (uno di perle e l’altro di pietre preziose), del denaro e delle truppe, oltre che riconoscerlo come il kosmokrator, il “signore del mondo”,

Episodio che, pompato a dovere dalla propaganda bizantina, fece conoscere nel Medioevo Rhegion sino alle contrade della lontana India…

 

 

Colleferro Steampunk

colleferro

Diciamola tutta… Sono giornate alquanto faticose al lavoro, in cui do il peggio di me stesso e al cui termine, il sottoscritto è alquanto stanco, pigro e irritabile..

Per questo, con sommo ritardo, ricordo a tutti che sabato, a Colleferro, ci sarà il festival steampunk Fabbrica di Zucchero, dove, nel caffè letterario, ci sarà anche l’occasione per fare due chiacchiere con il sottoscritto e scoprire qualcosa dei suoi romanzi e racconti.

Che c’entra Colleferro con lo steampunk ? Per non essere ripetitivo, lascio la parola gli organizzatori

Lo “Steampunk” è un movimento culturale che richiama un’ambientazione storica, prevalentemente ispirata all’età vittoriana fino ai primi anni del ventesimo secolo introducendo elementi della narrativa fantascientifica (J. Verne, H.G. Wells, C. Doyle) e invenzioni tecnologiche anacronistiche in quella che può definirsi “ucronia”.

Una tipica frase che definisce lo “Steampunk” è : “come sarebbe stato il passato se il futuro fosse accaduto prima”.

Perché portare lo “Steampunk” a Colleferro? Perché Colleferro è proprio questo, una città, dove il passato si fonde con il futuro e l’uno penetra nell’altro. Già dal 1899 con la “Fabbrica di Zucchero”, Colleferro è riuscita sempre ad anticipare il futuro con strategie aziendali, nuovi materiali, tecnologie e metodi di lavorazione nei diversi settori industriali che si sono succeduti nel tempo anticipando il futuro. A Colleferro il passato è stato diverso che altrove proprio perché il futuro sia accaduto prima.

“Steam” significa vapore, una sostanza che se lasciata libera si espande così come la fabbrica dello zucchero si è espansa toccando gran parte dei settori tipici dell’industria italiana, passando in meno di un secolo dallo zucchero alle stelle.

Anche l’architettura della nostra città richiama la cultura “steampunk”. Il Villaggio di S. Barbara e la zona “morandiana”, furono progettati immaginandoli immersi nel futuro, pur mantenendo l’eleganza degli stili architettonici che li caratterizzano.

Infine i rifugi, che con le loro grotte e i meandri riescono anche richiamare le tipiche ambientazioni gotico-fantasy-fantascientifiche (pur mantenendo intatta la realtà storica per cui vennero realizzati e utilizzati) della letteratura cui si ispira il movimento Steampunk.

Perché lo Steampunk a Colleferro? Perché Colleferro ha tutte le caratteristiche per appartenere a questa filosofia, per parlarci di un passato in cui il futuro è arrivato prima che altrove.

In più, per i miei affezionati lettori, Colleferro è uno dei feudi della famiglia Conti… Per cui, nel mio mondo letterario, è assai probabile che la zona sia stata vittima di qualche strana iniziativa industriale del Principe Padre..

Banditi a Milano

 

A dire il vero, nonostante la sua intensa e confusionaria vita sociale, non è che Jenny avesse così tanti amici. Li poteva contare sulle dita di una mano: il sottoscritto, di fatto adottato, poi una presunta rilegatrice giramondo, la cui casa, però era piena di cianfrusaglie provenienti dai luoghi più strani, assieme a un professore di filosofia in pensione, gran giocatore di carte e Aliénor.

In realtà, il suo era un nome d’arte: si spacciava infatti per pittrice, sempre in cerca della grande occasione, ma in realtà campava facendo la mantenuta di un immobiliarista rampante meneghino; il quale, sospetto, per la sua cronica mancanza di tempo, sospetto che la considerasse poco più di uno status symbol.

Aliénor di questo poco se ne crucciava: era felice del suo piccolo e strano mondo, incentrato nell’ appartamento a Brera, in via dei Fiori Chiari, ovviamente pagato dall’amante, che una volta, a sentire lei, faceva parte di un rinomato bordello. Appartamento, che, a suo modo, fungeva da porto sicuro per una variopinta umanità.

Diverse volte e in dei casi non saprei spiegarne il motivo, mi sono svegliato sul divano del suo salotto, per poi ritrovarmi a fare colazione in compagnia di perfetti sconosciuti, con cui si chiacchiarava come se si fossero passati assieme anni e anni… Una domenica, in cui mi ero alzato particolarmente tardi, la sera prima ero stato a ballare in un locale affacciato sul Naviglio della Martesana, decidemmo di andare al brunch a Le Biciclette.

Uscendo da casa, Aliénor salutò con affetto un anziano distinto, poi sorridendo, ci disse:

“Sapete, era nella Ligera… Bazzicava pure la banda dell’Aprilia nera, quella di Ezio Barbieri”

Viste le nostre espressioni perplesse, cominciò una conferenza sulla Mala milanese; fu il mio primo contatto con questo famoso bandito del dopoguerra, in vecchiaia trasformatosi in un rispettabile commerciante in Buddacia, a Barcellona Pozzo di Gotto. morto tre giorni fa.

Ezio era del 22 come mio nonno e nasce quartiere Isola, chiamato così da quando la ferrovia lo aveva tagliato fuori dal resto di Milano da una famiglia che gestisce un banco di mescita. Ha cominciato a lavorare all’età di quattordici anni in una tintoria, passando in seguito a un negozio di barbiere e, raggiungendo il vertice delle possibili aspirazioni familiari, diventando impiegato comunale. Con la guerra però le cose cambiano: per non fare la fame, si dà al mercato nero e, già che c’è, al contrabbando di sigarette provenienti dalla Svizzera.

Nel 1944 per non essere interrotto nei suoi commerci, spara, ferendolo gravemente, a un milite della “Ettore Muti”, la squadraccia fascista che svolge compiti di polizia a Milano dopo l’otto settembre. Così apre la sua parentesi partigiana, culminata nel saccheggio, travestito da tenente delle Brigate Nere, del magazzino di un ricco industriale, distribuendo il bottino alle famiglie più povere del suo quartiere.

Dopo la Liberazione, assieme al suo socio Bezzi, si inventa la sua specialità, la rapina con il posto di blocco: entrambi armati e mascherati, bloccano qualsiasi veicolo di passaggio e si appropriano di tutto. I bersagli preferiti sono i borsaneristi e le loro macchine cariche di viveri. I beni vengono rivenduti e le automobili, private delle ruote e dei pezzi di ricambio, vengono abbandonate ormai inservibili lungo la strada.

Poi, il salto di qualità: mettono su una banda e cominciano ad eseguire i loro colpi con una Lancia Aprilia nera, con al posto della targa, un pezzo di cartone con le cifre 777, il numero telefonico della polizia, storia celebrata anche in una strofa apocrifa della canzone popolare Porta Romana bella.

Aprilia, che è l’automobile preferita dai banditi meneghini dell’epoca: la usa la Banda del Lunedì, chiamata per la sua abitudine di compiere le rapine a ogni inizio settimana o la Banda Ovunque di Chiappina, che l’aveva rubata a Napoli al buon Edoardo De Filippo.

Tra una rapine e l’altra, Ezio si crea il suo personaggio, sempre elegantissimo, in doppiopetto, con un pizzetto da fare invidia ai tre moschettieri e capelli impomatati alla Amedeo Nazzari, impegnato in rocambolesche fughe sui tetti delle case di ringhiera e colpi leggendari, come a rapina con la donna nuda, con una esponente del gentil sesso che senza veli distrae i cassieri, mentre la banda ripulisce le casse.

Il 26 febbraio del 1946 una telefonata anonima segnala alla polizia che Ezio si trova alla Cascina Torrazza di Pero, vicino a Milano, assieme alla sua donna. Gli agenti accorrono e circondano la trattoria. Ezio se ne accorge e tenta la fuga, disarmato, avendo scordato il mitra in macchina.Una raffica lo ferisce al braccio destro, lasciandolo sanguinante e senza forze, facile preda per i poliziotti. Trasportato alla Questura di Milano, in via Fatebenefratelli, Ezio tenta di convincere gli agenti che si tratti di un errore: non sarebbe Ezio Barbieri, bensì tale Carlo Pirovano, vittima di un equivoco. Ma il suo viso è troppo noto perché qualcuno ci possa cascare

Ma Ezio non si arrende: il 21 aprile, giorno di Pasqua, a San Vittore scoppia la rivolta dei detenuti: solo il sacrificio di un agente di custodia ventiduenne, Salvatore Rap, riesce a scongiurare la fuga di massa. Mentre l’esercito comincia l’assedio del carcere, Ezio ne organizza la difesa e si trasforma nel portavoce dei prigionieri.

A mettere la parola fine alla sommossa, oltre che le cannonate, dal paradossale assalto dei detenuti alla dispensa del carcere, dove trovarono quantità industriali di alcolici e si ubriacarono da non stare in piedi…

Così per Ezio si aprono le porte dei peggiori penitenziari e manicomi criminali del Belpaese. Per ironia della sorte, tutte isole: Santo Stefano (l’isola del Diavolo italiana), Portolongone (la Cayenna mediterranea) e Barcellona Pozzo di Gotto, dove si stabilisce, tornato uomo libero..

Il mistero di Vivara

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Ben pochi conoscono l’isolotto di Vivara, una lingua di Terra di nemmeno mezzo chilometro quadrato nel Mar Mediterraneo, schiacciata tra Procida e Ischia; al massimo, è nota a qualche appassionato ecologista, dato che è sede di un’importante riserva naturale.

Poi, a sentire Li er Barista, per cui la notizia va presa per ciò che è, Vivara è entrata nel Guinness dei primati grazie al ponte tibetano più lungo del mondo, costruito tra il promontorio di Santa Margherita a Procida e l’isolotto di Vivara. Il ponte, lungo 362 metri, fu realizzato tra il 2 e il 10 luglio 2001 utilizzando 40 tubi Innocenti, 40 morsetti, 34 picchetti di un metro e mezzo, 2500 metri di corda, 500 m di cavi d’acciaio, 1 trivella e 1 verricello.

Eppure, questo luogo dimenticato da Dio e dall’Uomo, nella media Età del Bronzo, quando i mercanti elladici, data il predominio minoico delle rotte orientali, si erano buttati a capo fitto a commerciare nei misteriosi lidi occidentali.

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Ovviamente, all’epoca l’aspetto dell’isolotto era ben diverso dall’attuale: a causa del bradisismo, analogo a quello di Pozzuoli, il livello del mare era assai più basso, per cui Vivara non era nulla che un promontorio di Procida, i cui pendii erano occupati da grandi abitazioni rettangolari, costruite su terrazze artificiali, collegate al porto, posto dove adesso vi è il golfo di Genito, con lunghe scale scavate nel tufo.

Porto in cui le navi micenee potevano essere tirate a secco, le merci scaricate e immagazzinate nelle grotte naturali, chiuse da palizzate, per difenderne il contenuto dai malintenzionati. Inoltre, per il ristoro dei marinai, la zona era ricca di sorgenti d’acqua.

Inizialmente, Vivara fungeva da scalo per i mercanti elladici, che importavano dalla Sardegna il rame locale e lo stagno proveniente, dopo una lunga serie di intermediazioni dalla Cornovaglia, per soddisfare sia le esigenze di prestigio, sia quelle belliche delle élites locali greche: la creazione di queste stazioni marittime stabili, in grado di assicurare un afflusso costante di materie prime, fece da volano sia per la creazione di una diversa tipologia di commerci, sia per importanti modifiche culturali ed economiche
delle popolazioni che in qualche modo coinvolte in questi traffici

Così Vivara cominciò a vivere una sorta di boom economico: ai mercanti micenei si affiancano, sino all’integrazione tra le due culture, quelli minoici. Nel XIV a.C. quando gli interessi dei micenei si spostarono in maniera preponderante verso la Puglia ionica e adriatica, i loro mercanti, in maniera analoga a quanto avviene in tutto il Tirreno, sono sostituiti da quelli ciprioti e levantini; il porto comincerà a decadere solo agli inizi dell’età del ferro, sia per gli effetti del bradisismo, sia per la concorrenza dei
mercanti sardi, che monopolizzarono nelle loro mani tutto il commercio del Mediterraneo occidentale.

Quale era la base economica dello stanziamento di Vivara ? Da una parte abbiamo una forte presenza di ceramica di importazione, commessi a piccoli contenitori: per cui, dovevano essere importati oli ed essenze profumate, che data la limitato numero di abitanti presenti, erano a loro volta esportati in Campania e nel Lazio, come status symbol per i vari chief della cultura appenninica.

Al contempo, sono state trovate grandi giare, che da alcune analisi, sembra potessero contenere il vino: questo, probabilmente, diretto nel Mediterraneo orientale, era la principale materia prima di esportazione dell’area. Per cui Vivara era il terminale di una complessa struttura commerciale su base locale.

In parallelo, come in Polesine, si era sviluppata una sorta di industria locale, centrata da una parte sulla lavorazione del bronzo importato, che forniva semilavorati al mondo elladico e prodotti finiti per il mercato italiano. Dall’altra, in anticipo di circa un secolo rispetto al Salento, sulla produzione di ceramiche di imitazione micenea, che venivano sempre vendute in ambito locale.

Questo implica, come a Vivara, non vi fossero solo mercanti elladici di passaggio, ma artigiani immigrati dalla Grecia, in qualche modo in fuga dal mondo produttivo palaziale, altamente centralizzato. Gli impatti di tale presenza sulla società locale, appartenente alla facies culturale appenninica, furono assai notevoli

Il più banale è forse legato alla tipologia copertura di alcune capanne: questa  è tipicamente di foggia egea, ma fatta con tegole in tufo locale, probabilmente fornite da artigiani del posto, invece che di argilla; recentemente, sono state trovate tegole più grandi e con una decorazione a rombi. Essendo adatte alla copertura di una struttura circolare, alcuni archeologi le hanno associate a un forno, altri invece a una tholos, che poteva essere o la dimora di un capo o un luogo a valenza pubblica.

Assai più interessante è la presenza di numerosi token, i gettoni fittili utilizzati come forme di memorizzazione e registrazione per eseguire un preciso computo e, forse, un controllo degliapprovvigionamenti e delle merci.

Erano di diverse forme (circolare – semicircolare – quadrangolare) ; probabilmente ad ogni forma si doveva far corrispondere un qualche tipo di bene del quale si intendeva mantenere memoria.Per ogni forma, inoltre, sono attestati gettoni di diverse grandezze

Sistemi identici erano diffusi sia nel Mediterraneo orientale, che in diversi punti strategici del bacino occidentale, come Ustica e le isole Eolie. Sempre a Vivara è stato scoperto un frammento di tavoletta numerica recante sulla superficie di una delle sue facce indicazioni numeriche per mezzo di tacche circolari. Il che ci fa rendere conto quanto fosse sentita la necessità di tenere traccia e contabilizzare i beni prodotti, importati ed esportati.

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Nel settembre del 2017, poi, è avvenuta una scoperta che, se fosse confermata, sarebbe rivoluzionaria: un osso di bovino lavorato, di forma oblunga, della lunghezza di 15 cm circa e alto tra i 3 e i 4 cm. La sua superficie, lucidata e di colore scuro, mostrava, già in situ, al momento della scoperta, una serie di segni incisi intenzionalmente, non riferibili quindi alla sua giacitura nel terreno o ad accidentali tracce di lavorazione dell’osso per fini alimentari.

Le analisi di laboratorio hanno mostrato sia l’intenzionalità dei segni tracciati, sia a superficie era stata sottoposta in antico a un’accurata politura e al probabile trattamento con una resina, per darle più lucentezza.

I segni sembrano poi un andamento lineare, e forse, quanto meno nella parte sinistra, la presenza di due registri. Se con l’analisi dell’entropia di Shannon, si verificasse la presenza di un contenuto informativo, ci troveremmo dinanzi alla più antica testimonianza dell’uso di una scrittura nel Mediterraneo occidentale, ben precedente alla stele di Nora.

Alcuni archeologi, con un poco di fantasia, hanno identificato uno dei segni con la rappresentazione stilizzata di un grappolo d’uva: però, nella lontana ipotesi che avessero ragione, perché dare tale valore al vino, nonostante la sua importanza per l’economia locale ?

Gravastar

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Può sembrare strano, ma i buchi neri, nonostante le evidenze concrete della loro esistenza, basate sull’interazione con le stelle vicine, dal punto di vista teorico hanno una paio di motivi, anche fondati, che li rendono alquanto indigesti a qualche fisico. Il primo è la questione della singolarità: nei buchi neri classici (previsti dalla relatività generale) tutta la materia è concentrata in un punto (singolarità) di densità infinita, per cui si crea una regione dello spazio tempo in cui la teoria del buon vecchio Einstein cessa di
funzionare.

Il secondo è legato alla memoria del caro Hawking, il quale aveva scoperto di come i buchi neri “evaporassero” molto lentamente fino a scomparire del tutto, emettendo radiazione a cui era stato dato il suo nome.

Vabbè, cosa interessante a sapersi, ma che problema pone ? Il paradosso legato al fatto che un buco nero, il quale contiene al suo interno un’enorme quantità di informazioni, scompaia emettendo qualcosa che ne è privo

Di conseguenza, durante l’evaporazione del buco nero, le informazioni contenute in esso svaniscono nel nulla,violando il principio dell’unitarietà della Meccanica Quantistica, il quale prevede che l’informazione non può essere distrutta.

Le persone normali se ne farebbero una ragione, ma ahimè, i fisici non appartengono a questa categoria, per cui, qualcuno di loro si è inventato il concetto di gravastar, una cosa che si comporta come un buco nero, ma che non lo è, evitando i precedenti paradossi.

Per cui, in forme lievemente differenti, hanno ipotizzato come il collasso gravitazionale, invece di concludersi nella singolarità, a un certo sia compensato da effetti quantistici repulsivi come la polarizzazione del vuoto: il che produrrebbe un equilibrio capace di impedire la formazione di un orizzonte degli eventi.

Avremmo così una gravastar, una stella nera: non un oggetto a densità infinita, ma una bolla sferica di vuoto carico di energia oscura, racchiusa da un guscio di materia iperdensa. All’interno della stella nera, la temperatura della stella cresce al diminuire della distanza dal centro del corpo celeste. Infine, una stella nera emette una radiazione analoga a quella di Hawking, ma a differenza della radiazione di Hawking, la
radiazione delle stelle nere trasporta informazione e dunque il principio di unitarietà non sarebbe violato.

Per cui tutto risolto ? Mica tanto, dato che questa teoria si deve scontrare con due grossi scogli: il primo è il rasoio dì Ockam,

Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem

non moltiplicare gli enti inutili o in concreto, non vi è motivo per complicare ciò che è semplice… E con tutti i loro difetti, i buchi neri sono assai più semplici di oggetti cosmici con il medesimo comportamento, ma con caratteristiche assai più esotiche, che non presenta nessun vantaggio esplicativo

Il secondo, è che non tutte le ipotesi teoriche di gravità quantistica permettono l’esistenza di una gravastar… Per cui, a priori, la loro esistenza potrebbe essere solo frutto di un ragionamento sbagliato.