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Ingegnere, critico e curatore d'arte, scrittore... A seconda delle circostanze l'ordine può cambiare

Il Libro Bianco dell’Esquilino – Fase 2

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Con un poco di ritardo, data la grande mole di proposte e di suggerimenti arrivati, senza dubbio inaspettata, è partita la fase 2 del progetto “Libro Bianco per l’Esquilino”, con il caricamento del documento di sintesi sul gruppo “Sei dell’Esquilino se”.

Un poco di numeri, per capire la dimensione del dibattito, che ha coinvolto circa 4000 abitanti del Rione.

Sono state 169 proposte, tra urbanistica tattica, urbanista strategica e attività culturali. Dall’analisi delle proposte ricevute, appare come vi sia

  1. La prevalenza dell’Urbanistica Tattica e delle Attività Culturali, rispetto all’Urbanistica Strategica, a riprova della necessità, percepita dai cittadini, di interventi rapidi ed efficaci, piuttosto che di progetti a lungo termine, di cui non si comprende subito né la durata, né l’efficacia.
  2. La percezione di come Piazza Vittorio e via Giolitti siano le aree bisognose di un immediato intervento di riqualificazione.

Inoltre, tra i vi è una forte richiesta, da parte dei cittadini dell’Esquilino di:

  • Maggior cura del verde pubblico, problematica emersa anche a seguito del prolungarsi dei lavori nei giardini di Piazza Vittorio.
  • Un miglioramento della pulizia e della manutenzione delle strade.
  • Un ripensamento complessivo della mobilità del Rione, dato anche il rischio quotidiano che corrono i pedoni.
  • Un progetto globale per valorizzare le ricchezze culturali dell’area.

Di seguito, per chi volesse leggerlo, condividerlo e commentarlo, vi è il file del “Libro Bianco”.

Libro_Bianco

Così termina l’ulteriore fase di raccolta di feedback, sia online, sia da parte delle associazioni coinvolte nel progetto, si proverà a coinvolgere l’Ordine degli Architetti, per trasformare in progetti concreti, con la relativa pianificazione tecnico ed economica, le proposte ricevute.

Per concludere, un grazie a tutti coloro che stanno, con impegno ed entusiasmo, stanno collaborando a questa iniziativa, impegnandosi a proporre idee, per un Esquilino più vivibile ed accogliente !

Il Museo delle Genti d’Abruzzo

L’ultimo grande assedio della fortezza di Pescara ci fu durante la proclamazione della Repubblica Partenopea nel 1799, quando gli insorti liberali Ettore Carafa e Gabriele Manthoné di Pescara, cercarono di deporre il governo borbonico anche nella città abruzzese.

Da quel momento in poi, i bastioni furono progressivamente demoliti, mentre le caserme videro crescere di importanza le proprie carceri, che divennero una delle prigioni speciali del regno per dissidenti politici: vi vennero rinchiusi vari patrioti meridionali del Risorgimento, tra cui Clemente De Caesaris, in seguito all’insurrezione dei “martiri Pennesi” nel 1837, che le descriverà eloquentemente come “sepolcro dei vivi”.

Tuttavia, la fortezza era ancora sostanzialmente integra al tempo della visita nel 1860 del re Vittorio Emanuele II, il quale si espresse a favore della demolizione delle mura per consentire lo sviluppo della città. A causa delle mura infatti, e della palude delle Saline che si estendeva dalle mura fino all’area della Pineta, Pescara vecchia si sviluppò al livello urbano con forte ritardo rispetto al vicino e rivale centro di Castellammare, che nel 1881 stava già avviando la massiccia colonizzazione delle zone costiere.

Di conseguenza, le cortine vennero demolite, interrate o inglobate in nuove costruzioni, fungendo ad esempio da fondamenta per ponte Risorgimento ed il vecchio ponte ferroviario o per numerosi alberghi del lungomare.

Negli anni ’30 il processo di demolizione delle mura della fortezza e di espansione del centro abitato poté dirsi compiuto, restando integra solo la parte fortificata di via delle Caserme. Nella zona di Pescara vecchia sopravvivono diverse tracce dell’antica fortezza: in via Orazio si trovava il convento di Sant’Agostino, di cui oggi resiste una porzione adibita a uso civile (nella vicina via Aprutini si trovava anche il monastero celestiniano delle Benedettine, nell’area oggi occupata dal mercato coperto); in largo dei Frentani sopravvive il palazzo dell’antico ospedale ricavato dall’ex convento dei Francescani. Sempre su largo dei Frentani si affacciava la chiesa di San Giacomo degli Spagnoli (caratterizzata prima della distruzione bellica dalla torre campanaria a cuspide conica).

Ora, per anni vi è stato, per le amministrazioni pescaresi, il problema di cosa fare dell’edificio dei vecchi bagni penali borbonici. La soluzione arrivò nel modo più inaspettato, portando alla nascita del Museo delle genti d’Abruzzo.

Il museo nacque nel maggio 1973 per iniziativa dell’Archeoclub di Pescara, che allestì la Mostra Archeologica Didattica Permanente, e dell’A.S.T.R.A. (Associazione per lo Studio delle Tradizioni Abruzzesi), che costituì il Museo Delle Tradizioni Popolari. Le due raccolte furono ospitate per alcuni anni presso locali attigui posti al piano terra della Casa Natale di Gabriele d’Annunzio. Nel 1982 tutti i materiali vennero donati al Comune di Pescara per costituire un’unica istituzione espositiva e di ricerca con il nome di “Museo delle Genti d’Abruzzo”, che provvide all’allestimento nel bagno borbonico

Il 13 marzo 1998 le due associazioni fondatrici ed il Comune di Pescara, con il contributo determinante della Fondazione Pietro Barberini, che finanziò anche la realizzazione del Caffè Letterario, costituirono la Fondazione Genti d’Abruzzo per raccogliere e rilanciare l’eredità storica del Museo, portandone a compimento allestimenti, progetti e finalità.

Il museo si articola su due piani: in quello inferiore, vi sono 7 sale, di cui due dedicate al tema del Risorgimento in Abruzzo, due al Museo del Gusto e tre Gallerie fotografiche riservate alle Esposizioni Temporanee.

Al piano superiore, risalente al periodo settecentesco, costruito sul seminterrato che apparteneva alla cinquecentesca fortezza di Pescara, vi sono 13 grandi sale espositive, che sintetizzano la globalità della storia e della cultura abruzzese

La prima sala espone in un breve percorso audiovisivo la lunga storia della regione, a partire dai primi insediamenti preistorici sulla Majella fino ai cambiamenti del XX secolo, mentre nella seconda sala si va a ricostruire la formazione etnica delle sue genti attraverso il Paleolitico, il Mesolitico ed il Neolitico, l’età del Bronzo e l’arrivo prima dei Romani, poi dei Longobardi.

La visita continua poi nell’analisi di un altro aspetto importante della vita dell’uomo d’Abruzzo legato al culto ed ai riti pagani che hanno avuto un’importanza capitale : si tratta infatti di una religione semplice ,ideale e pragmatica che aveva acquisito un significato ideologico a tal punto che anche quando si diffuse il Cristianesimo dovette adattarsi alle tradizioni che sul territorio erano ancora molto forti , infatti nei primi momenti ci fu quasi una fusione. Questo aspetto viene analizzato in particolare nelle sale tre e quattro , dove sono presenti soprattutto quelli che sono gli oggetti che appartenevano a questi rituali :luoghi ideali per il loro svolgimento erano soprattutto le grotte dove si era al riparo e dove tra l’altro sono state individuate anche pitture che però ora sono osservabili “in loco”.

Nelle sale successive, invece si evidenzia l’impatto sulla società e sulla cultura locale della principale risorsa economica dell’area dai tempi dell’età del Bronzo, ossia la pastorizia : si passa dal vestiario del pastore, le cui fibre venivano ricavate dalla natura, alla descrizione della famosa abitazione chiamata “tholos”, abitazioni costruite con pietra naturale che serviva da riparo ai pastori che stavano per molti mesi fuori casa per portare al pascolo il loro gregge; in montagna sono ancora visibili i “tratturi” , ossia tracciati dovuti allo spostamento continuo delle pecore.

All’interno di questa costruzione in pietra non mancavano i pochi utensili che il pastore aveva con se e che dovevano aiutarlo anche a preparare del cibo per sé o per preparare il formaggio. In queste sale sono messi in evidenza anche quegli strumenti che venivano utilizzati per altri lavori: l’aratura dei campi era indispensabile per la lavorazione del grano che poi sarebbe diventata farina , prodotto base dell’alimentazione mediterranea. Anche l’olio ed il vino , venivano prodotti dopo lunghi processi di lavorazione con strumenti specifici che ancora oggi, con dovuti aggiornamenti, sono utilizzati.

Non mancano , poi, oggetti che fanno parte dell’arredamento domestico: tra gli elementi principali della cucina ci sono il focolare che veniva acceso a terra, e conche che servivano per raccogliere l’acqua dalle fonti vicine; anche tavoli e sedie venivano fatti con materiali poveri, legno e paglia , mentre nella camera da letto erano proprio giacigli di foglie di granturco a fungere da letto, vicino ad una cassapanca che aveva il compito di conservare gli oggetti o i vestiti anch’essi ricavati dalla lavorazione di lino , canapa o lana, con i quali si forgiavano anche merletti ,coperte e tovaglie che venivano anche commerciati. Molto spesso venivano cuciti particolari vestiti anche per occasioni particolari, quali feste particolari che ancora oggi , secondo tradizione, vengono indossati.

L’Abruzzo però è anche artigianato : nella sala quindici è possibile vedere una dedica speciale alla maiolica rinascimentale che è molto famosa , tant’è che pezzi di questa maiolica sono presenti anche in altri musei internazionali. In questa sala sono presenti oggetti che venivano utilizzati quotidianamente oltre che preziosi oggetti d’oreficeria.

San Giuseppe dei Teatini

La storia di San Giuseppe dei Teatini, chiesa maestosa ed opulenta, ma a mio avviso non valorizzata abbastanza dall’illuminazione attuale, è senza dubbio complessa, come parecchi altri luoghi palermitani.

Cominciò nel 1398, quando, nella stessa area, era documentata la chiesa di Sant’Elia a «Porta Giudaica», dal nome dell’ingresso del quartiere ebraico della Meschita. Nel 1563, furono intrapresi, dal governo spagnolo grossi lavori di ristrutturazione e ampliamento del monastero di Santa Maria delle Grazie di Montevergini, situato nel quartiere di Seralcadio, il nostro Capo, la cui chiesa ha avuto anche lei una storia affascinante, diventando nel tempo aula di tribunale, sede del processo a Gaspare Pisciotta e Salvatore Giuliano e teatro: l’ampliamento però, inglobò la chiesa di Sant’Elia dei Latini, sede della confraternita e associazione di categoria dei falegnami palermitani, che furono così sfrattati.

Tanto protestarono per tale decisione, che il viceré Juan de la Cerda y de Silva, dato che in Sant’Elia in fondo vale l’altro, gli affidò la chiesa di Sant’Elia a «Porta Giudaica», con l’obbligo di non mutare il titolo; ovviamente, cambiato il viceré, il patto fu ignorato e così la chiesa fu intitolata a San Giuseppe dei Falegnami.

Nel frattempo, l’Ordine dei teatini, fondato da San Gaetano Thiene e da Gian Pietro Carafa (all’epoca Episcopus Theatinus, cioè vescovo di Chieti, donde l’appellativo di teatini) nel 1524, che avevano all’epoca sede a Napoli, stabilendosi nel convento adiacente la chiesa di Santa Maria della Catena, ora sede dell’Archivo di Stato, nei pressi dell’antico porto della Cala, concesso loro come dimora provvisoria dal senato della città.

Nel 1601 l’Ordine prese possesso della chiesa di Santa Maria della Catena, di cui parlerò in futuro,assieme alla ragguardevole somma di 3000 scudi, elargita dal senato per edificare la loro casa. Ma ben presto si resero conto che il sito era inadeguato per le loro necessità, e inoltre, non offriva alcuna possibilità di ampliamento, a causa di serie di vincoli edilizi imposti dal Senato palermitano. Infatti, la comunità dei padri teatini si era alquanto accresciuta e necessitava di una nuova sede e di locali più ampi. In più, i religiosi non godevano neppure dei privilegi e delle rendite ad essa assegnati.

Nel 1602, il priore Padre Tommaso Guevara, primo “Preposito” della Casa dei Teatini, dopo una serrata trattativa ottenne la cessione da parte della confraternita dei Falegnami della chiesa di San Giuseppe, in cambio dell’impegno a costruire una cappella nella nuova chiesa, l’Oratorio di San Giuseppe dei Falegnami e festeggiare le ricorrenze annuali di San Giuseppe e di Sant’Elia, santi protettori titolari del luogo di culto.

Di conseguenza, i Teatini si insediarono a San Giuseppe, avviando in parallelo due iniziative: comprare tutti gli edifici adiacenti e cominciare a elaborare tutti i progetti per la nuova chiesa, ne furono presentati almeno tre. In entrambi i casi furono facilitati sia dalla donazione dei nobili palermitani, sia dal grande progetto urbanistico, voluto dal viceré Bernardino de Cárdenas y Portugal, che portò alla nascita della nostra via Maqueda.

Il 1612 si avvivarono finalmente i lavori della nuova chiesa (la prima pietra fu posata il 6 di gennaio, presente don Pedro Giron duca d’Ossuna vicere di Sicilia e l’arcivescovo Giannettino Doria, l’inventore del culto di Santa Rosalia) su progetto di Pietro Caracciolo, che concepì impianto basilicale a tre navate, ispirato alle chiese manieristiche napoletane, dove su quelle laterali vi è una sequenza di cappelle decorate in marmo e ricoperte in stucco che danno l’impressione che vi siano dei baldacchini. Ma ciò che dà una dimensione epica alla fabbrica sono le 34 colonne, in particolar modo le 4 che reggono la cupola alte ben 11 metri, che superano le dimensioni standard grazie all’impiego del Billiemi, materiale lapideo di produzione locale.

Al suo fianco, vi fu il savonese Giacomo Besio, come direttore dei lavori, lo scultore che aveva decorato la chiesa genovese di San Siro, dove fu battezzato Mazzini, che progettò il convento adiacente, ora sede della facoltà di giurisprudenza, e la sacrestia della chiesa

Nel 1632, avvenne l’inaugurazione presenti l’arcivescovo Giannettino Doria e il Viceré Fernando Afán de Ribera y Enríquez, duca d’Alcalà e nel 1645, su progetto sempre del teatino Giuseppe Mariani da Pistoia, fu costruita la cupola, mentre, finalmente, nel 1677, Consacrazione solenne da parte del vescovo Giuseppe Cicala.

Nel frattempo, la chiesa fu oggetto di una vicenda alquanto peculiare: nel 1609, il teatino Salvatore Ferrari fondò una confraternita intitolata ai servi o schiavi di Maria detta della Sciabica. Il nome peculiare, la sciabica è un tipo di rete, che riesce a catturare ogni tipo di pesce, derivava dal fato che la confraternita accettasse come membri qualsiasi tipo di persona, senza distinzione di grado sociale, cosa assai rara nella Sicilia dell’epoca, dove la devozione si aggregava a seconda delle attività professionali.

La confraternita, nonostante fosse dedicata alla Vergine,non possedeva in origine alcuna immagine della Madonna ed allora si rivolsero al frate napoletano Vincenzo Scarpato che possedeva un quadro che raffigurava la Madonna dell’Arco. Si racconta che il frate cercò di farsela riprodurre da molti pittori madonnari palermitani ma nessuno riusciva a farla uguale all’originale.

Un giorno il frate rientrando verso casa, trovò dinanzi a sè un vecchietto sconosciuto che, con molta cordialità, gli porse un involucro che sembrava contenere qualcosa di pregiato, e gli disse:

“Tieni, fratello Vincenzo: un quadro che ti piacerà di sicuro, conservalo, custodiscilo con rispetto e venerazione, farà tante grazie; e molti verranno a fargli visita, anche da lontano”.

Tutto preso da quel dono, una tela che riproduceva esattamente l’immagine desiderata, non ebbe il tempo di ringraziare il vecchietto, che scomparve rapidamente. Ottenuta finalmente il desiderato quadro, la confraternita non si pose troppe domande sulla provenienza: in più, per la sua natura interclassista, le sue iscrizioni ebbero una crescita enorme, tanto che locali in cui erano ospitati si erano resi insufficienti, aveva ottenuto dai Padri Teatini, in un locale nella cripta della chiesa, appositamente trasformato, sotto le otto colonne della cupola, nel 1645.

Morì intanto, in odore di santità, lo Scarpato, che solo al trapasso rivelò che il vecchietto che gli aveva donato il quadro altri non era che San Giuseppe, che gli si era rivelato poi in frequenti apparizioni. Il che accrebbe la fama miracolosa del quadro e fu senza dubbio un’ottima pubblicità alla nuova chiesa, tanto che il padre preposto del convento, nel 1647, concesse licenza ai confrati di esporre il quadro al pubblico tutti i mercoledì dell’anno.

Per di più, nel 1668 il Padre Francesco Maggio, palermitano, rinveniva sotto l’altare una fonte d’acqua, che venne benedetta dalla Comunità dei padri teatini il 15 gennaio dello stesso anno, e fu ritenuta miracolosa. Alla solenne Consacrazione prese parte anche il giovane chierico Giuseppe Maria Tomasi, destinato a divenire Cardinale e Santo. In quell’occasione si stabilì che, da quel momento, quello era il giorno solenne per il trionfo di Maria.

Si sparse rapidamente la voce che anche l’acqua, oltre al quadro, fosse miracolosa, tanto che fu istituita, la celebrazione dei tradizionali sette mercoledì, che precedeva la festa della Madonna, iniziò nel 1685. In quel periodo era stata introdotta pure l’usanza di benedire delle nocciole offerte alla Vergine, e in seguito girate ai devoti.

A fine Ottocento, un viaggiatore inglese, racconta che, visitando il santuario, acquistò un biglietto che gli dava diritto a ricevere delle nocciole benedette avvolte in una carta sulla quale erano stampate le istruzioni per usare saggiamente e devotamente il sacro alimento.

Sempre nel 1685 il Senato palermitano eleggeva la Madonna della Provvidenza a patrona della città, il che mi fa sospettare che non vi sia al mondo città con tanti protettori quanto Palermo. Le effigi della Madonna e del Bambino, con un capitolo vaticano, detto di San Pietro, nel 1734 ottennero le corone d’oro che furono poste sul capo di entrambi.

Con l’accrescimento del fervore di quest’immagine, la cripta era divenuta un vero oratorio e nello stesso tempo un santuario Mariano. Nel 1760 fu sostituito l’altare di marmo con un altro interamente d’argento. In particolare è interessante il paliotto che venne cesellato dagli argentieri palermitani Giuseppe Ruvolo e Pasquale Cipolla. La congregazione, nel 1845, fece un tentativo per avere concesso l’ampliamento del sotterraneo finché, nel 1873, usurpò abusivamente l’uso di tutta la cripta consacrandola a chiesa.

Gaspare Palermo nella sua “Guida istruttiva per Palermo e i suoi dintorni” del 1812 ci dice che:

“I marinai, la sera della vigilia bruciavano una barca davanti detta chiesa.”

Nel 1943, la chiesa fu danneggiata dai bombardamenti anglo americani e San Giuseppe dei Teatini fu oggetto di un restauro ricostruttivo tra il 1950 e il 1954.

Cosa ammirare della chiesa ? Cominciamo dalla facciata sul Cassaro, semplice e di severo aspetto, è improntato a uno stile neoclassico. Due lesene con capitelli corinzi ai lati incorniciano la facciata, mentre il plastico portale è delimitato ai lati da una coppia di colonne binate su alti plinti che sorreggono la trabeazione con il timpano mistilineo. Sopra il portale, dentro una nicchia, è la settecentesca statua di San Giuseppe opera di Baldassare Pampillonia. Ai piedi della nicchia è posto l’emblema della congregazione dei falegnami che raffigura l’ascia incoronata.

La facciata si conclude in alto con l’architrave sormontato da un sontuoso timpano marmoreo triangolare. L’altro prospetto che si affaccia su via Maqueda, dove si apre il portale laterale con timpano spezzato, è ripartito verticalmente dalla presenza di altissime lesene corinzie che si estendono per tutta l’altezza del prospetto che separano delle grandi finestre. La facciata si conclude, al di sopra del cornicione, con una lunga balaustra a colonnine contraddistinta da scenografici lanternini che danno luce alle navate laterali della chiesa. In questa facciata svetta elegante la grandiosa cupola barocca rivestita da piastrelle maiolicate gialle e blu che domina lo spazio della piazza Pretoria, una delle più belle della città, opera dell’architetto della Real Corte il pistoiese Giuseppe Mariani. Chiude questo lato uno scenografico campanile, rimasto incompiuto nel secondo ordine, disegnato da Paolo Amato.

L’interno, a cui si accede percorrendo una rampa di scala marmorea è un vero scrigno di tesori, riccamente adornato da un ininterrotto manto di decorazione a intarsi marmorei policromi che creano un effetto di particolare fasto ed eleganza, presenta incredibile numero di opere d’arte di notevole valore artistico, realizzati tra il XVII e il XVIII secolo. La ricca e sfarzosa decorazione interna, concepita in diversi momenti cronologici, è una strabiliante sfilata di arte barocca realizzata da una schiera di rinomati artisti che lavorarono alla realizzazione di questo capolavoro decorativo. Fra questi gli scultori Andrea Palma, Giuseppe Musso, Paolo Corso, Salvatore Valenti, Giacomo Pennino, Lorenzo e Ignazio Marabitti e Procopio Serpotta e i pittori Filippo Tancredi, Guglielmo Borremans, Giuseppe Velasco, Olivio Sozzi, Antonio e Vincenzo Manno.

Nella parete di controfacciata, rinveniamo la cantoria lignea in noce intagliata da artisti locali sormontata da un monumentale organo. Degni di nota, ai lati dell’ingresso, sono due acquasantiere sorrette da Angeli in ardite posizioni, opere di Ignazio Marabitti e del suo allievo Filippo Siracusa. Su un piedistallo, addossata alla parete d’ingresso, a sinistra per chi entra, un’altro interessante pezzo d’arte siciliana, la quattrocentesca “Madonna dell’Oreto”, delicatissima scultura gaginesca.

La spettacolare volta della navata centrale, ornata di grandi stucchi dorati realizzati da Paolo Corso e Giuseppe Musso su modelli e disegni di Paolo Amato, incorniciano la sfolgorante decorazione pittorica di Filippo Tancredi rappresentante “L’apoteosi di San Gaetano Thiene” e il ciclo di episodi della vita del santo fondatore dell’Ordine. Nei pennacchi delle dodici arcate della navata centrale sono presenti affreschi di Giuseppe Velasco e Vincenzo Manno che raffigurano i dodici Apostoli.

Del monrealese Pietro Novelli è il seicentesco “San Gaetano assunto al cielo”, quadro che si trova sul grandioso altare a tarsie marmoree realizzato da Gaspare Guercio con la collaborazione di Ottavio Bonomo, Geronimo Mira e Giovan Battista Firrera nella cappella del transetto di sinistra, un tempo sotto il patrocinio delle famiglie Ventimiglia e Corvino. L’altare del transetto di destra, un tempo appartenuto ai principi di Resuttano, ospita una magnifica opera di Sebastiano Conca che raffigura il Santo teatino Andrea Avellino.

Nel presbiterio possono ammirarsi magnifici stucchi che incorniciano affreschi di Filippo Tancredi. Nell’abside vi si trovano affreschi, che le fonti concordemente assegnano ai pittori Andrea Carreca e Giacinto Calandrucci, contornati da rivestimenti decorativi a stucco eseguiti dal maestro Domenico Castelli.

La volta dell’abside è interamente ricoperta da una fitta trama di affreschi e stucchi: particolare menzione merita l’affresco che raffigura “Il trionfo dei Santi e dei Beati dell’Ordine Teatino” che campeggia al centro. Il patrocinio dell’abside apparteneva, un tempo, alle famiglie Gaetani e Mastrantonio.

Lungo le navi laterali, caratterizzate da decoratissime cupolette con lanterna, si aprono delle cappelle, il cui patronato apparteneva alle maggiori famiglie nobiliari cittadine, ciascuna delle quali è un autentico capolavoro: riccamente decorate da dipinti e ornate da statue, eleganti figurazioni scultoree e artistici marmi policromi, sono vere e proprie opere d’arte.

Il Commercio Miceneo nel Mediterraneo (Parte IV)

Principali-rotte-di-navigazioni-dal-mar-Egeo-verso-la-penisola

Tornando a parlare del commercio miceneo nel Mediterraneo, lo sviluppo dell’economia palaziale in Grecia, impattò notevolmente sulle rotte commerciali per l’Italia.

Nel TE-II, queste puntavano al Tirreno, per il commercio del rame sardo, dello stagno estratto dalle Colline Metallifere toscane e del vino del Lazio e della Campania, esportato in Egitto e in Siria; nel TE-III, invece, queste si dirigono verso l’Adriatico.

Mutamento che deriva da numerosi fattori: il primo, è lo sviluppo della via terrestre dello stagno, che dalla Cornovaglia arrivava alla Pianura Padana, che, nonostante il più elevato numero di intermediari, che probabilmente rendeva lo scambio più oneroso per i micenei, era assai più abbondante di quello estratto in Toscana.

Al contempo, il rame sardo nell’Ellade è sostituito da quello cipriota, assai più accessibile. Il vino, come bene di lusso da esportare, è sostituito dall’ambra, i cui terminal commerciali, che coincidono con quelli dello stagno, si trovano in Veneto. Infine, data la crescita della produzione tessile micenea, esportata in Anatolia e Siria, la lana diviene uno dei principali beni di scambio con le popolazioni italiche.

Tale cambiamento, ha impatti drammatici nell’Italia della tarda età del Bronzo italiana. I popoli nuragici cominciano a commerciare direttamente con i mercanti ciprioti e levantini e a loro volta, cominciano a sviluppare una sorta di talassocrazia tirrenica, che permette l’interscambio commerciale tra le coste italiane, provenzali e spagnoli.

Gli hub micenei delle coste campane entrano in crisi irreversibile e le popolazioni italiche che commerciavano con loro, cominciano a prodursi da sé le ceramiche di lusso e gli oggetti in bronzo che prima importavano, provocando la crescita delle pseudo manifatture locali.

Al contempo, si sviluppano gli hub commerciali in Puglia e nella costa ionica della Calabria, dove si confrontano le élite locali di provenienza appenninica, più o meno ellenizzate, mercanti stagionali, provenienti dalla Grecia, al servizio dei wanax e un variegato gruppo di immigrati micenei, provenienti dalle categorie marginali nel complesso mondo dell’economia palaziale, come ad esempio i ceramisti.

Uno di questi è lo Scoglio del Tonno, posto all’imboccatura del Mar Piccolo di Taranto che offriva ottime possibilità di attracco, che svolgeva un ruolo fondamentale di collettore mercantili. Da una parte vi giungevano le navi del Peloponneso, dall’altra vi terminavano i tratturi della transumanza della cultura appenninica, che oltre a permettere la fornitura di lana ai micenei, fungevano da rotta commerciale terrestre con il Nord Italia, come testimoniano i numerosi reperti importati dagli stanziamenti terramaricoli dell’area padana.

Commercio che cambia notevolmente la natura di questo stanziamento: in un meno di un secolo, da un modello di popolamento sparso e incentrato su capanne circolari dalle piccole dimensioni, associabili a a famiglie mononucleari di pastori, si passa a quelle dalla forma allungata e absidata e, all’estremità opposta, un piccolo porticato, riconducibili a famiglie allargate impegnate in attività artigianali

Una di queste, lunga a venti metri, con la copertura sorretta da tre file di pali, divise in più ambienti, con una larga banchina tutto intorno e con due focolari, uno in fondo alla casa e l’altro vicino all’uscita, è stata tradizionalmente interpretata come la dimora di un capo: recentemente, è stata avanzata l’ipotesi che si potesse trattare invece di spazio pubblico, dedicato alle transazioni commerciali, una sorta di borsa valori dell’epoca.

Ovviamente, questa prosperità poteva provocare le attenzioni dei malintenzionati: per questo, ispirandosi a modelli egeo-anatolici, lo stanziamento protourbano di Scoglio del Tonno, fu protetto un argine e da un fossato cui seguiva una scarpata. L’argine era poi rafforzato in diversi punti da grossi sassi calcarei

Altro centro importante risulta Roca Vecchia, un abitato fortificato che ha restituito importazioni micenee di fabbrica minoica e continentale (dal TE-II B al TE-III C). Tale hub, probabilmente perché, oltre agli scambi commerciali, si svolgevano complesse attività artigianali come la lavorazione di rame, oro ed avorio, era protetto da un’imponente opera di fortificazione, attualmente conservata per una lunghezza residua di circa 200 m ed uno spessore alla base compreso fra i 6 ed i 25m, ma si può ritenere possibile uno sviluppo maggiore del sistema difensivo, tenendo conto dei crolli delle falesie della costa e delle opere di escavazione tardo-medievale del fossato.

Le fortificazioni, varie volte ampliate e ristrutturate, erano articolate in un varco principale, la Porta Monumentale, con un camminamento interno di 3 m ed in almeno cinque postierle o passaggi minori di larghezza non superiore a 1,5 m. Tali passaggi erano costituiti da conci pseudo-isodomi di calcarenite locale, con l’impiego di una fitta serie di pali di legno per sopperire alla scarsa resistenza meccanica della struttura. La complessità dei lavori avrà probabilmente richiesto un largo impiego di manodopera specializzata quale una comunità di origine egea o una comunità locale educata agli stessi usi e costumi, anche religiosi.

Nella media Età del Bronzo (primi decenni del XIV sec. a. C.) varie distruzioni e incendi lungo le coste pugliesi causarono in una delle postierle [Postierla C] l’ostruzione dell’uscita per il crollo delle strutture soprastanti e la morte di sette individui rimasero insepolti e ritrovati sul piano di calpestio assieme a vario materiale di vita quotidiana quali anfore e bacini monoansati.

Tra le macerie della Porta Monumentale è stato scoperto lo scheletro semicombusto di un giovane di 18/20 anni morto verosimilmente a causa del colpo di un’arma da taglio menato dal basso verso l’alto. A poca distanza sono stati trovati due oggetti, quali la lama di un pugnale di bronzo e una piccola scultura in avorio di ippopotamo di chiara origine egeo-orientale, che confermerebbero l’origine dell’individuo. La lama appartiene ad un tipo egeo diffuso tra la fine del Medio Elladico e l’età protomicenea (sec.xxxxx), mentre la scultura, che raffigura parte di un’anatra, probabilmente è parte di una cosiddetta duck pyxis, per il confronto con prodotti simili rinvenuti nell’Egeo.

Nel periodo del Bronzo Recente (metà XIV – XIII sec. a.C.) la ricostruzione delle fortificazioni avviene con una sensibile riduzione del legname ed un maggior impiego di blocchi squadrati di calcare locale. La mano d’opera risulterebbe particolarmente numerosa per l’abbondante ritrovamento di reperti quali vasellame in parte importato tipo skyphos, coppe aperte per bere, o di prodotti locali ispirati a prototipi egei.

Nella fase del Bronzo Finale (XII – inizi X sec. a. C.) dopo le necessarie ed imponenti opere difensive, si registra a valle delle fortificazioni la creazione di un insediamento proto-urbano del sito realizzando una maglia di percorsi stradali per un agevole accesso ad imponenti edifici lignei di varie funzioni comunitarie.

Tra questi, spicca un complesso cultuale, in cui sono state ritrovate figurine fittili antropomorfe, imitazioni del tipo miceneo a Psi, che farebbe pensare come vi si praticasse un culto “importato” dedicato a una delle tante ipostasi della Potnia Theron. Tra l’altro, nell’adiacente pozzetto chiamato dagli archeologi ripostiglio degli ori assieme a spilloni, fibule, pendagli, monili di vari tipo, lingotti e armi in bronzo, una sorta di tesoro del Santuario, è stata rinvenuta in particolare una coppia di dischi solari in lamina d’oro, ritenuti possibili arredi di culto per il motivo stilizzato del ciclo solare, a testimonianza di un sincretismo tra religione micenea e tradizione locale.

Scendendo lungo la costa, altra area di grande interesse è quella del fiume Crati ove si annovera un sito come Broglio di Trebisacce, la cui posizione, che domina da Settentrione tutta la piana di Sibari ed un largo tratto di mare prospiciente, risponde alla necessità di controllare i traffici terrestri che seguivano la via costiera, più agevole delle vie interne, e la navigazione lungo la costa.

Al contempo, permetteva di utilizzare nel modo migliore le possibilità economiche specifiche dell’ambiente circostante: è possibile ipotizzare come larga parte del terreno fosse adibita a scopi agricoli e forse anche a recinti per animali domestici, mentre il territorio circostante anche solo entro i 10-15 km. poteva essere stato sfruttato come pascolo e zona di caccia.

Da una parte gli scavi archeologici hanno permesso di evidenziare lo sviluppo di un’élite politico militare, che considerava le armi di provenienza micenea come una sorta di status symbol, dall’altra la coesistenza tra ceramica di importazione elladica e di imitazione locale, anche in questo caso forse prodotte da maestranze micenee emigrate.

In particolare, queste maestranze producevano due tipologie specifiche di vasi, in contrapposizione alle ceramiche di impasto non depurato, non tornito, non dipinte e cotte con procedimenti poco sofisticati, usate nella normale attività quotidiana.

La prima tipologia erano grandi contenitori con decorazione a cordoni plastici per la conservazione dell’olio e del vino, materie prime probabilmente destinate all’esportazione. La seconda consisteva nei sets per la consumazione di liquidi, a testimonianza della diffusione di una consuetudine già diffusa in ambienti egei, quella dei simposi e delle libagioni rituali.

Si potrebbe trattare di un’imitazione di modelli micenei, praticata dalle élites locali politico militari, le stesse che compravano le armi in bronzo, a scopo simbolico di differenziazione sociale. Insomma, i capi tribali calabresi di quell’epoca, per legittimare il loro potere, imitavano consapevolmente gli attributi e i riti del wanax, interpretato come modello di regalità.

Airbnb ed Esquilino

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Nelle ultime settimane, qualche vecchio esponente della Sinistra dell’Esquilino, ormai ritiratosi dalla politica attiva, ha lanciato una campagna contro Airbnb, alquanto velleitaria, a mio avviso, specie dopo la recente sentenza della Corte di giustizia Europea, che ha ribadito come questa sia una piattaforma online e non un’ “agenzia immobiliare” e, come tale. non è vincolata a rispettare le regole che vincolano gli albergatori europei.

Poi, detto fra noi, comprendo benissimo che, alla sua veneranda età, possa non trovare gradevole l’andirivieni dei turisti nel suo palazzo, però, per la sua formazione culturale marxista, dovrebbe ben comprendere come Airbnb non sia la causa, ma l’effetto di una trasformazione economica e sociale.

Le varie analisi accademiche sulla distribuzione dei suoi host, hanno evidenziato come tendano a concentrarsi in specifiche aree urbane, caratterizzate da:

  • Vicinanza logistica alle aree turistiche
  • Ampia disponibilità di immobili vuoti
  • Ridotta appetibilità di tali immobili nel mercato immobiliare
  • Elevati costi associati al loro mantenimento

In tale aree, in cui nonostante il basso valore immobiliare, c’è poca propensione al trasferimento di nuovi residenti, Airbnb agisce da catalizzatore di trasformazioni economiche. Da una parte, non estrae una parte della rendita urbana esistente, ma ne genera una nuova, incrementando il mercato degli affitti di brevissimo periodo e facendo così salire i valori immobiliari, cioè i prezzi, prima degli affitti o poi delle compravendite.

Dall’altra, gli host fungono da traino per l’economia locale, alimentando un indotto di servizi: da vari studi appare come il 43% dei viaggiatori che ha visitato l’Italia utilizzando Airbnb ha effettuato acquisti o attività nello stesso quartiere in cui ha soggiornato, dato lievemente superiore al 42% della media europea.

Come impatta questa trasformazione economica ? Ovviamente, dipende caso per caso, in relazione al contesto locale. In alcuni realtà, procede da abilitatrice della gentrificazione, in altre al contrario, è una motrice di riqualificazione urbana, come a Napoli, nei Quartieri Spagnoli e a Palermo, all’Albergheria e a Danisinni.

Come si pone l’Esquilino, in questo contesto ? Sicuramente, soddisfa senza dubbio alcuno il requisito della logistica…

Inoltre, nel nostro Rione, è stato poi osservato un calo costante delle abitazioni occupate dal 1951 al 1981 (-7,1 per cento tra 1951-61; -5,5 per cento tra 1961-71; -6,3 per cento tra 1971-81) e un aumento delle stesse nell’intervallo intercensuario 1981-1991 (+16,5 per cento) per poi tornare a calare, di -8,4% nell’intervallo tra 1991 e 2019.

Inversamente proporzionale è stato, al contrario, il trend delle abitazioni non occupate: il loro numero è infatti aumentato tra 1951 e il 1981 (+322 per cento tra 1951 e 1961; +127,7 per cento tra 1961 e 1971; +54,2 per cento tra 1971 e 1981) ed è diminuito tra il 1981 e il 1991 (- 21,7 per cento), per poi aumentare di nuovo del 15% dal 1991 ad oggi.

Fenomeni che sono stati mitigati dalla presenza di comunità immigrate e che, per le tempistiche, sono indipendenti da Airbnb: la diminuzione delle abitazioni occupate e l’ingrossamento dello stock delle abitazioni non occupate (sfitte o abitate da persone temporaneamente presenti) è da imputare presumibilmente a una serie di fattori che insieme hanno contribuito ad espellere dal nostro rione un numero rilevante di abitanti.

Fra questi fattori vanno annoverati: il progressivo degrado del tessuto edilizio, specie nell’area compresa fra piazza Vittorio e la stazione Termini; la crescente disinteresse delle amministrazioni locali alla manutenzione delle infrastrutture; la terziarizzazione di interi immobili “svuotati delle residenze, sostituite da grandi agenzie di banca, istituti di assicurazioni, associazioni sindacali, andando a costituire una realtà molto simile a molti centri urbani europei.

Abitanti che se ne vanno e non sono sostituiti da nuovi arrivi, nonostante l’ampia disponibilità di vani sfitti, sia per la carenza oggettiva di servizi, sia per una narrazione, alimentata dai media, del “degrado diffuso”.

A questo processo di relativa desertificazione urbana, si è associato un progressivo aumento dei costi di gestione e della tassazione immobiliare, che in qualche modo, dovevano essere compensati… Insomma, lo scenario ideale per Airbnb.

In generale, in Italia, la stima dell’impatto economico diretto di Airbnb sfiora i 5,4 miliardi di Euro. A livello regionale, il Lazio spicca per numero di arrivi e benefici economici, con più di 1 miliardo di Euro, seguito dalla Toscana (961 milioni) e dalla Lombardia (760 milioni).

Se si considerano le singole città italiane, quella con l’impatto economico diretto stimato più significativo è Roma (961 milioni di Euro), seguita da Firenze (445 milioni), Milano (382 milioni), Venezia (300 milioni) e Napoli (160 milioni); una classifica che rispecchia anche la tendenza degli arrivi nel nostro Paese. Osservando invece la spesa media giornaliera dei visitatori nelle cinque città prese in esame, Roma è quella con il dato più basso, 129 Euro, seguita da Milano, dove in media un viaggiatore Airbnb spende 137 Euro al giorno.

Il confronto con le principali città europee è positivo: Roma è la terza per arrivi dopo Londra e Parigi, con un effetto sull’economia locale tra i più favorevoli superando Madrid (702 milioni), Amsterdam (505 milioni) o Berlino (470 milioni). E non è l’unica città italiana premiata dall’impatto di Airbnb: Firenze rientra tra le prime 10 che godono di questi effetti in Europa; Milano, all’undicesimo posto, è decisamente vicina, superata per un soffio da Praga.

Ora, come driver di ripartizione spacca e pesa la percentuale di numero di host presenti nell’Esquilino, il 7%, Airbnb impatta sull’economia del Rione per circa 65 milioni di euro annui, tra risorse economiche aggiuntive per i padroni di casa e indotto.

Per cui, un’eventuale proibizione, che tra l’altro probabilmente avrebbe l’effetto di aumentare i bnb clandestini, non provocherebbe l’aumento della popolazione residente, i vani disponibili rimarrebbero vuoti per carenza di nuovi inquilini o acquirente, anzi peggiorando le condizioni economiche medie, provocherebbe un ulteriore esodo, aumentando, per carenza di manutenzione, il degrado del tessuto edilizio.

Per tornare a rendere appetibile il Rione, l’amministrazione dovrebbe invece seguire una via differente: maggiore investimenti nelle infrastrutture e servizi, affiancata a una politica fiscale favorevole per i residenti…

Trump il negoziatore

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Una cosa che spesso gli osservatori italiani tendono a dimenticare è come Trump sia stato, nella sua carriera imprenditoriale, un grande sostenitore, dell’applicazione sia della teoria dei giochi sia delle neuroscienze alla tecniche di negoziazione.

Ne è stato così appassionato da scrivere nel 1987 in collaborazione con Tony Schwartz il libro “L’arte di fare affari”, seguito nel 1990 da “Surviving at the Top” in collaborazione con il giornalista Charles Leerhsen, in cui, con un linguaggio assai semplice ed efficace, divulga i suoi metodi e strategie.

Le stesse strategie, probabilmente con il supporto di esperti in materia, che ha descritto con un formalismo matematico assai più raffinato in articolo su riviste specializzate, che ha presentato in decine di seminari e che sta applicando nella politica internazionale.

  1. Di fatto, il presidente americano, utilizza una strategia di negoziazione articolata in una sorta di sequenza di azioni standard:
  2. Applicando una strategia derivata dall’implementazione della teoria dei giochi asimmetrica, ossia con le risorse operative sbilanciate a favore di una controparte, si fa sedere con le buone o con le cattive l’interlocutore al tavolo delle trattativa, che Trump, nonostante l’asimmetria tra giocatori, per quanto possibile vuole impostare come integrativa, ossia finalizzata a creare valore a entrambe le controparti, piuttosto che distributiva, ossia in cui uno dei due interlocutori sottrae valore all’altro.
  3. Essendo le controparti a razionalità limitata, l’equilibrio di Nash non coinciderà mai con l’ottimo di Pareto: ossia l’interlocutore tenderà massimizzare l’interesse personale, a scapito del raggiungimento del migliore risultato possibile. Per cui, per condurre al meglio la negoziazione, bisognerà conoscere sia l’obiettivo ottimo che si pone l’interlocutore, sia quanto è disposto a cedere rispetto a tale aspettativa, pur di non prolungare all’infinito la trattativa, raggiungendo il punto d’equilibrio tra payload e tempo di ottenimento.
  4. In funzione del punto di equilibrio della controparte, Trump ne definisce il proprio
  5. Per facilitare il raggiungimento del proprio punto di equilibrio, Trump inizia la negoziazione con la tecnica della proposta irricevibile, facendo richieste assai più elevate di quelle soddisfatte dal suo obiettivo ottimo; da quel momento in poi, qualsiasi proposta che si allontani da questa e si avvicini al punto di equilibrio, verrà vista dall’interlocutore come un’importante concessione.
  6. Al contempo, per spingere la controparte a raggiungere quanto prima il suo punto di equilibrio e chiudere la trattativa e al contempo nascondere i suoi obiettivi, Trump la spiazza alternando silenzi, azioni inaspettate e rischio calcolato.

Strategia che ha ottenuto risultati concreti con la Cina, che sta congelando le iniziative geopolitiche della Corea del Nord e che Trump vorrebbe applicare all’Iran.

Il Presidente USA, conscio dei fallimenti del nation building collezionati dalle precedenti amministrazioni, non vuole rovesciare la struttura politica di Teheran: il punto di equilibrio è l’accettazione da parte dell’Iran di una balance of power nello scenario del Medio Oriente, che garantisca la sicurezza di Israele e permetta il ritiro progressivo delle truppe USA.

Al contempo, Trump ritiene che, nonostante tutti i proclami, il punto di equilibrio iraniano sia realistico, incentrato sul riconoscimento dei suoi interessi geopolitici in Iraq e all’eliminazione delle sanzioni. Per cui, le tattiche negoziali che utilizzerà nei prossimi mesi, alternando aperture a sparate, saranno orientate al raggiungimento di tali obiettivi.

Bernardo Rossellino e San Pietro

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Una delle commissioni più importanti di Raffaello architetto è la direzione della Fabbrica di San Pietro: tuttavia le sue scelte progettuali non nacquero dal nulla, ma furono conseguenza di una storia di ripensamenti e revisioni che risalgono a metà Quattrocento, ai tempi di Niccolò V.

Il Papa di Sarzana, si trovò davanti a una Basilica Vaticana, che per quanto veneranda per l’antichità, era assai prossima a crollare: il vecchio transetto costantiniano era inadeguato per le nuove esigenze liturgiche e in più, diciamola tutta, era più incentrata sulla Tomba di San Pietro, che sulla Cattedra vescovile, cosa che, per l’ideologia della Curia Pontificia dell’epoca, sminuiva assai il ruolo del Vicario di Cristo sulla Terra.

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Così Leon Battista Alberti, nella prima stesura del libro De re aedificatoria presentate a Niccolò V nel 1452, sintetizzava i problemi strutturali dell’antico edificio.

E’ opportuno parlare anche dei difetti di costruzione, per essere più prudenti in corso d’opera, giacché il primo merito è non commettere errori. Nella Basilica di San Pietro in Roma ho notato – cosa di per sé molto evidente – una costruzione molto azzardata: in maniera assai sconsiderata è stato eretto un muro alquanto lungo e largo sopra una lunga serie di aperture, senza neanche provvedere a sostenerlo con qualche contrafforte o puntello; al contrario, bisognava considerare che l’intera ala del muro, sotto la quale sono stati aperti frequenti varchi, era stata fatta troppo alta e collocata in modo da essere
esposta agli impetuosi venti di Aquilone.

Per questo motivo il muro è andato fuori piombo per più di 6 piedi a causa della continua pressione dei venti. E non dubito che un giorno o l’altro basterà una leggera pressione o una minima scossa per farlo crollare. se non fosse stato contenuto dalla trabeazione del tetto, senza dubbio sarebbe già crollato spontaneamente, vista la sua eccessiva inclinazione.

Ma non criticherei troppo l’Architetto che l’ha costruito dal momento che, costretto dalle necessità del luogo e della posizione, pensò di essere sufficientemente protetto dai venti dalla porzione del monte che sta davanti alla chiesa. Tuttavia, è meglio che i lati del muro siano maggiormente rinforzati da entrambe le parti.

Poche pagine dopo, proponeva anche quella che, secondo lui, poteva essere la migliore soluzione di tale problema

Per la grandissima basilica di San Pietro in Roma, poiché le pareti laterali, completamente fuori piombo, minacciano di far crollare la copertura, ho escogitato questo sistema: ho deciso di tagliare e di asportare metà di ogni singola porzione inclinata della parete sostenuta da ogni colonna e di riportarla a piombo realizzando una costruzione regolare, avendo lasciato in corso d’opera da una parte e dall’altra dei denti di pietra e delle anse robustissime, ai quali agganciare la parte rinnovata della struttura. Infine, aggancerei al tetto l’architrave sovrastante la parte fuori piombo, quella da rimuovere, servendomi di macchine chiamate capre sistemate sul tetto e assicurando le loro estremità da una parte e dall’altra nella parte più stabile del tetto e del muro.

Per quanto possibile, ripeterei quest’operazione per ciascuna colonna, una per una. La capra è uno strumento nautico fatto di tre assi le cui estremità superiori sono strette e legate insieme, mentre quelle inferiori sono disposte a triangolo. Questa macchina, dotata di carrucole e vite, si usa per sollevare comodamente i pesi.

Insomma, un restauro conservativo, sotto molti aspetti assai moderno, che avrebbe in qualche modo mantenuto in piedi la basilica costantiniana. Niccolò V, però, aveva tutt’altre intenzioni: i lavori di San Pietro sarebbero stati ben più ampi, ne avrebbero modernizzato la struttura e sarebbero stati integrati in una ristrutturazione urbanistica dell’intera area di Borgo, secondo i dettami di Aristotile Fioravanti, architetto e ingegnere, famoso per aver spostato di oltre 13 metri la torre di Santa Maria della Magione a Bologna (alta 24 metri) con un sistema di cilindri e per avere realizzato la cattedrale dell’Assunzione a Mosca, usando una tecnica molto simile al nostro cemento armato.

Aristotile, citando le fonti dell’epoca, ipotizzò

un nuovo Duomo, dedicato a Pietro, provvisto di un’alta Cupola e con la pianta a Croce latina; due torri sarebbero state innalzate davanti al vestibolo e sarebbero sorti ai lati alcuni importanti edifici destinati al clero. Sulla piazza sarebbe stato eretto un obelisco recante la figura del Cristo, mentre sul basamento bronzeo dell’obelisco sarebbero state collocate le quattro statue anch’esse de bronzo, degli Apostoli.

Il tutto si sarebbe integrato in un Borgo, così descritto da Vasari

Il medesimo ebbe animo di ridurre in fortezza e fare come una città appartata il Vaticano tutto; nella quale disegnava tre vie che si dirizzavano a S. Piero, credo dove è ora Borgo Vecchio e Nuovo, le quali copriva di loggie di qua e di là con botteghe commodissime, separando l’arti più nobili e più ricche dalle minori, e mettendo insieme ciascuna in una via da per sé; e già aveva fatto il torrione tondo che si chiama ancora il Torrione di Nicola.

E sopra quelle botteghe e loggie venivano case magnifiche e commode, e fatte con bellissima architettura et utilissima, essendo disegnate in modo che erano difese e coperte da tutti que’ venti, che sono pestiferi in Roma, e levati via tutti gl’impedimenti o d’acque o di fastidii che sogliono generar mal’aria

L’incarico di modernizzare San Pietro, fu così dato a Bernardo Rossellino, l’urbanista e architetto di Pienza, che doveva trovare un compromesso tra tre diverse esigenze: trovare più spazio per le processioni e dare maggiore visibilità ai celebranti, mantenere in piedi il più possibile della vecchia basilica, per risparmiare tempo e denaro, e trovare una soluzione statica che riuscisse a tenere in piedi il tutto.

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Bernardo progettò una soluzione, a prima vista di compromesso, che prevedeva il mantenimento del corpo longitudinale a cinque navate coprendolo con volte a crociera sui pilastri che dovevano inglobare le vecchie colonne, mentre veniva rinnovata la parte absidale con l’ampliamento del transetto, l’aggiunta di un coro, che fosse la prosecuzione logica della navata e di un vano coperto a cupola all’incrocio tra transetto e coro.

Di fatto aveva trasformato una costruzioni ispirata alle aule imperiali della Tarda Antichità, come ad esempio quella di Treviri, in una chiesa tipica degli Ordini Mendicanti, Francescani e Domenicani, una sorta, per rimanere in ambito romano di versione estesa e quattrocentesca di Santa Maria sopra Minerva.

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Per reggere in piedi tutta la baracca, dovette scaricare il peso sul coro, fondato su una massività schietta e prepotente: gli oltre 6 metri della sua muratura piena e speronata si ispirava al Tempio di Venere e Cupido dell’Esquilino, il consistorium, la sala delle udienze del palazzo imperiale del Sessoriano, che evidenziando la potenza strutturale dell’abside, che accoglieva il seggio papale, il fulcro simbolico dell’Ecclesia Militante.

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Come il coro, all’antica sarebbe stato anche il transetto. Qui, in particolare, il riferimento e` alla sala centrale delle terme imperiali, un ampio ambiente rettangolare coperto con volte a crociera impostate su alte colonne. Citazione accentuata anche recupero dei materiali edilizi classici: tra il 1451 e il 1452 Aristotele Fioravanti ricevette pagamenti per il trasporto di quattro colonne dalle Terme di Agrippa fino in Vaticano, ribadendo il ruolo del Papa come unico e vero erede dell’Impero Romano.

Ora, le crociere avrebbero avuto pianta rettangolare piuttosto allungata e non quadrata come negli edifici romani ed essendo le colonne poste più vicine, il ritmo delle campate sarebbe infatti risultato più serrato, con una predominanza di linee verticali tale da influire anche sulla percezione dell’altezza complessiva del vano, di suggestione gotica, che avrebbe compensato la sensazione di pesantezza dovuta alla massa muraria impiegata.

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Infine, per alleggerire il tutto, Bernardo ipotizzò di coronare il tutto con una cupola, non altissima, con la sua luce di appena 40 braccia (23,63 m), ma che può vantare d’essere la prima cupola di crociera di una chiesa di pellegrinaggio, specificamente pensata per magnificare la presenza delle venerande reliquie dei due Apostoli maggiori, Pietro e Paolo, che si riteneva fossero stati sepolti insieme, per una metà delle loro ossa sotto l’altare maggiore della basilica Vaticana, per l’altra metà sotto quello di San Paolo fuori le Mura.

La cupola di Bernardo è fuori dall’ordinario anche per il suo organismo costruttivo, concepito poco dopo la morte di Brunelleschi in anni di accentuato (e faticoso) sperimentalismo. Ne conosciamo i caratteri solo attraverso un resoconto letterario, per giunta non inequivocabile, ma sufficiente a mostrare che Bernardo aveva pensato a un congegno statico anomalo, ricostruibile solo in ipotesi: o a un’altissima lanterna, o più probabilmente a una doppia calotta, forse basata su un modello brunelleschiano per il Santo Spirito di Firenze. Come che sia, quella di Bernardo è una cupola concepita per essere ammirabile soprattutto dall’esterno, come un punto cospicuo che segnali ai fedeli la tomba degli Apostoli e ribadisca in modo implicito il fondamento sacro del primato del vescovo di Roma, di essi erede legittimo.

I lavori di questo progetto, all’epoca assai ambizioni cominciarono intorno al 1450, ma con la morte di Niccolò V non ebbero ulteriore sviluppo, e furono sostanzialmente fermi durante i pontificati successivi. Eppure, quanto eseguito, condizionò tutti i progetti e lavori successivi…