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Ingegnere, critico e curatore d'arte, scrittore... A seconda delle circostanze l'ordine può cambiare

Come cambieranno i computer…

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Da anni, bazzico l’ambiente transumanista: anche se non sono d’accordo con alcune loro idee, lo ritengo intellettualmente stimolante.

Spesso sono riusciti a individuare con anni di anticipo, dei trend tecnologici che a oggi stanno impattando sulla nostra vita quotidiana… E permettetemi una battutaccia: tanti consulentoni o presunti grandi espertoni sulla singolarità, si stanno arricchendo, ripetendo a pagamento e male, quello che loro hanno condiviso gratis.

Per questo, mi diverto a citare un articolo transumanista, sulla prossima evoluzione dei transistor, tenendo conto di come disponibilità di una sempre maggiore potenza computazionale sia una della condizioni necessarie affinché la singolarità si realizzi

La legge di Moore osserva che la potenza di calcolo raddoppia all’incirca ogni 2 anni. Ciò ha portato a una crescita esponenziale della potenza di calcolo.

Tuttavia, entro i prossimi anni, la legge di Moore sarà al capolinea. La legge di Moore infatti non è davvero una legge della fisica (come la legge della gravità) ma è un’osservazione e una previsione.

Per quanto i transistor di oggi siano microscopici, occupano ancora spazio fisico. C’è un limite a quanto piccolo sia possibile produrre qualsiasi cosa che occupi spazio fisico.
Ora ci stiamo avvicinando a questo limite con i transistor. Quindi i progressi previsti dalla legge di Moore devono rallentare. In effetti, la legge di Moore sta già rallentando: molti esperti prevedono che essa si degraderà del tutto tra il 2022 e il 2025.
Ciò significa che il progresso si fermerà? Neanche per sogno. Le nuove tecnologie riprenderanno dove la legge di Moore si allontana. Ci sono tre entusiasmanti tecnologie informatiche in fase di sviluppo che dovresti conoscere.

1. Il calcolo 3D raggiunge il mercato entro la fine dell’anno

Cosa fa una città quando è a corto di terra? Costruisce grattacieli. Costruendo “in alto” puoi creare un immobile con l’impronta di un edificio a un piano, ma che contiene 100 volte più persone. Qualcosa di simile sta appena iniziando con il computing.
I chip impilati in 3D sono di gran lunga superiori a quelli affiancati. Non solo puoi montare multipli di transistor nello stesso ingombro. Puoi anche integrare meglio tutte le funzioni del chip.Questo riduce la distanza delle informazioni che devono viaggiare. E crea molti più percorsi di flusso delle informazioni. Il risultato sarà qualcosa di molto più veloce e potente in un piccolo spazio. Alla fine, i chip 3D potrebbero essere 1.000 volte più veloci di quelli esistenti.

2. Il DNA computing è un po’ più lontano, ma il suo potenziale è sbalorditivo

Il DNA porta le istruzioni che consentono la vita. Una libbra di DNA ha la capacità di memorizzare più informazioni di tutti i computer mai costruiti. Per quanto incredibile possa sembrare, il DNA può essere usato per il calcolo. Un computer di DNA di dimensioni miniaturizzate potrebbe teoricamente essere più potente dei supercomputer attuali. (Nota mia: per saperne di più, è interessante leggere questo articolo)

3. L’ informatica quantistica potrebbe essere l’ultima innovazione “disruptive”

L’unità di base del calcolo convenzionale è il bit . Più bit ha un computer, più calcoli è possibile eseguire contemporaneamente e dunque più potente è. Con il calcolo quantico, l’unità di base del calcolo è chiamata bit quantico – o qubit. Un computer quantistico a 100-qubit potrebbe eseguire calcoli simultanei su oltre 1.000 miliardi di miliardi di miliardi. Questi numeri sono troppo grandi per essere compresi da esseri umani. In teoria, un piccolo computer quantistico potrebbe superare la potenza di un normale computer delle dimensioni della galassia quale la Via Lattea.

Con abbastanza potenza di calcolo, un computer quantistico potrebbe risolvere qualsiasi problema. Se riusciremo mai a raggiungere mete lontane come controllare il tempo, colonizzare Marte o invertire l’invecchiamento umano, il calcolo quantico sarà probabilmente la forza trainante.

Piccola nota a margine, legata alla mia esperienza concreta: i computer quantistici sono sono sicuramente una tecnologia di rottura, basti vedere come lavorano nell’ambito nella ricerca immagini e aprono prospettive inaspettate e incredibili in ambito del machine learning e delle reti neurali.

Però non sono una panacea: sugli algoritmi puramente sequenziali e non parallelizzabili, le loro prestazioni sono inferiori ai computer tradizionali. Per cui, il futuro sarà incentrato su architettura ibride, processori quantistici, e coprocessori sequenziali magari 3D e a DNA, specializzati nella risoluzione di problemi particolari.

E non è detto che tale potenza di calcolo possa essere centralizzata, erogata in cloud e a cui si accederà, come ai tempi del mainframe, con “terminali stupidi”

Un’idea per via Principe Aimone

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Scorrendo l’edizione di questo mese de Il Cielo sopra l’Esquilino, il giornale rionale, per chi non lo conoscesse, mi è caduto l’occhio su questa lettera, intitolata Street art per via Statilia, che mi diverto a riprodurre

Buongiorno amici,
molto spesso passo per via del Porto fluviale e dintorni e non posso fare a meno di ammirare la vera street art che decora e abbellisce molti palazzi della zona. Poiché abito in via Principe Aimone, piccola strada compresa tra via Statilia e via San Quintino, ho da tempo un sogno.

Il lungo muro che delimita Villa Wolkonski su Via Statilia è purtroppo deturpato da ignobili graffiti senza significato alcuno, se non quello di rendere sporco il muro come la mentalità di chi lo compie.

Sarebbe bellissimo, magari con il permesso dell’Ambasciata Inglese, far decorare detto muro da veri artisti, come nel caso citato sopra, magari con scene rappresentanti giardini, bambini che giocano e simili.

Ricordo con piacere quanto fui colpito entrando in auto a San Francisco, nel vedere un lungo muro dipinto con vari personaggi e situazioni veramente piacevoli. Forse qualcuno più avanti negli anni, come me, ricorderà che lo si vedeva nella sigla di un gialletto televisivo di qualche decennio fa.

C’è qualcuno che crede che questo sogno sia realizzabile ? Grazie e complimenti per il vostro impegno nel migliorare il rione.

Ora, non conosco l’autore di questa lettera, però mi ha fatto riflettere su una cosa: la prima è come il lavoro fatto nella street art del Rione non sia, come affermato da qualche contestatore, una mia paturnia personale, ma risponda a una specifica e condivisa esigenza degli abitanti dell’Esquilino.

Esigenza che va oltre il quadrante di via Giolitti, su cui sino ad oggi si sono concentrati gli sforzi de Le danze di Piazza Vittorio, di Up 2 Artist e de La casa dei diritti sociali; sforzi, cosa che rivendico con orgoglio, che hanno reso, nonostante l’opposizione di qualche pittore locale, si tranquillizzi una volta per tutte, se dipingiamo muri non lo facciamo per scippargli qualcuno dei suoi collezionisti borghesi, dai gusti gozzaniani, e alcune disattenzioni da parte della politica, l’Esquilino uno dei luoghi più interessanti e vivaci sul palcoscenico della street art europea e che, proprio per questo, potranno rendere possibile la realizzazione del sogno del lettore.

Realizzazione che non è certo semplice: chiunque se ne prenda in carico, deve affrontare sfide non certo semplici: definire un progetto condiviso, che coinvolga sia gli abitanti del Rione, sia l’ambasciata inglese; ad esempio, la butto lì, essendo stata Villa Villa Wolkonsky durante l’Occupazione sede degli uffici del capo della Gestapo, Herbert Kappler,prima di trasferirsi nella vicina via Tasso e prigione gestita da Erich Priebke, si potrebbe decorare il muro con le storie e i ritratti degli eroi della Resistenza nel Rione, a cominciare da Pilo Albertelli.

Definito il progetto, bisognerebbe poi capire bene la questione dei permessi, data la questione dell’extraterritorialità, sia quella del finanziamento.

Sfide difficili, ma che si possono affrontare, se c’è la volontà…

Il Loggiato di San Bartolomeo

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Questa settimana, Palermo ha recuperato, grazie a sponsor privati, uno dei luoghi storici della città, il Loggiato di San Bartolomeo.

Questo era in parte integrante di un ospedale, edificato nella prima metà del XIII secolo, dalla confraternita di San Bartolomeo, al fine di assistere i malati incurabili, che nel 1431 fu accorpato all’ospedale Grande e Nuovo di Palazzo Sclafani. L’ospedale, attiguo alla Chiesa di San Nicolò alla Kalsa, era collegato a questa da una porta attraverso la quale i cappellani si recavano a dare conforto e sacramenti agli infermi.

A inizio Cinquecento, l’ospedale fu affidato alla Compagnia di Santa Maria della Candelora, destinata alle cure di tisici, ulcerosi e malati di infezioni veneree. Nel 1581, con l’apertura del cosidetto “Cassaro morto”, voluta dal Vicerè Marcantonio Colonna, per i non palermitani la parte finale di via Vittorio Emanuele, quella che sbuca alla Kalsa, per prolungare la strada alla chiesa di Santa Maria di Porto Salvo fino a Porta Felice, l’intera area fu soggetta a profonda ristrutturazione: l’ospedale venne staccato dalla vecchia Parrocchia di San Nicolò che per il passaggio di questa nuova arteria perse uno dei suoi antichi campanili.

A inizio Seicento, l’intera struttura fu ridata in gestione alla confraternita di San Bartolomeo e nel 1608, grazie ai finanziamenti concessi dal viceré marchese di Vigliena, l’intero complesso fu soggetto ad ampliamento e ristrutturazione, dotandolo di un grandioso cortile ed adornandone la facciata con elementi in pietra intagliati.

Ed è proprio questa parte, aggiunta in un secondo momento e probabilmente adibita prima a padiglione per la degenza dei malati infettivi.Il terrremoto del 1823 danneggiò l’antica chiesa di San Nicolò, che venne demolita, e con la costruzione, tra il 1859 e il 1861 della Piazza Santo Spirito mutò l’immagine dei luoghi.

Nella piazza venne sistemata una fontana scolpita da Ignazio Marabitti per il Palazzo Aiutamicristo con al centro un cavallo marino contornato da puttini e palme. Nel 1826 l’ospedale venne destinato a “Conservatorio per gli infanti esposti”, ossia a orfanotrofio, e nella facciata sul Cassaro fu installata la “Ruota degli esposti”. Il San Bartolomeo assunse quindi la denominazione di “Conservatorio di Santo Spirito”, per cui , popolarmente a Palermo, gli orfani erano detti “i figli dello Spirito Santo”.

Nel 1907 l’edificio, in parte, fu adibito ad “Asilo degli emigranti” per ospitare tutti coloro che partivano per le Americhe; il 9 maggio del 1943, l’ospedale fu gravemente danneggiato dal bombardamento anglo-americano. Rimase in piedi soltanto il seicentesco loggiato a due ordini, con prospetto sul Foro Umbert I, scandito da lesene che inquadrano, al primo ordine, archi a tutto sesto e, al secondo, archi dal profilo sinuoso: a coronamento una balaustra traforata che ritaglia spicchi di cielo.

Abbandonato per decenni, fu tentato un suo primo recupero, a cura della Provincia di Palermo, terminato nel 1998: il loggiato divenne quindi uno dei principali luoghi espositivi della città. Vi furono mostre dedicate a Tano Festa, Renato Mambor, Emilio Greco, Giacomo Manzù, Pedro Cano, Croce Taravella, Giuseppe Modica, Piero Guccione, Gregorio Botta, Alessandra Giovannoni, Antonio Miccichè. Quella che colpì di più la memoria dei palermitani fu dedicata a Igor Mitoraj, che espose una summa di un’opera che per ic asi della vita, si trova qui all’Esquilino: ovvero i bozzetti preparatori per le monumentali porte in bronzo della basilica S.Maria degli Angeli di Roma (ex Terme di Diocleziano).

Purtroppo, infiltrazioni d’acqua e usura lo rendono presto pericoloso. Si chiude. E per sei anni resta un gigante triste e immobile a guardia del mare. Assegnato alla Fondazione Sant’Elia dal 2013, non ci sono i fondi per restaurarlo. La Provincia di Palermo – oggi Città metropolitana – non è nelle condizioni di stanziare risorse ed il tentativo, pur sperimentato, di ricorrere ai fondi strutturali, non va a buon fine. Poi, la svolta: il CdA della Fondazione decide di ricorrere all’Art Bonus del Ministero dei Beni culturali.

Ma questo non bastava: così tante imprese siciliane, a cominciare del gruppo Caronte, si sono fatte in quattro per fare rinascere, speriamo in maniera definitiva, questo gigante addormentato che scruta il mare.

Cinesi e titolo di stato USA

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Ogni volta che Trump tira fuori la questione dei dazi contro la Cina, c’è sempre qualcuno, che lo critica, dicendo, in sostanza

“E’ un suicidio, se l’America mette i dazi sui prodotti cinesi, la Cina smetterà di comprare debito pubblico americano e a Washington finiranno in braghe di tela”.

Ora, l’attuale politica economica e commerciale americana è criticabile per uno sproposito di fondati motivi, ma questo è inconsistente e figlio più leggende metropolitane, che di realtà concreta.

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Limitiamoci ai puri e biechi numeri: benché il debito americano abbia raggiunto la spropositata cifra di 22 mila miliardi di dollari, con rapporto debito/Pil che dovrebbe essere simile a quello italiano, tra il 115% e il 116%, a fetta piú grossa, pari circa al 70%, è posseduto da investitori domestici, tra cui la Federal Reserve.

Il rimanente 30% è un mano a investitori esteri: la Cina, complessivamente, copre un 5,6% del totale, il Giappone un 4,3%, il Brasile un 1,4%, come l’Irlanda e la Gran Bretagna. Di fatto, la percentuale in mano di Pechino è limitata e facilmente ricollocabile presso altri investitori, come è successo a marzo di quest’anno.

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Inoltre, la mossa cinese sarebbe l’analogo economico del castarsi, per fare un dispetto alla moglie. Partiamo da un altro dato di fatto: le aziende cinesi esportano ogni anno verso l’America qualcosa come 370-380 miliardi di dollari in più di quanto non importino da essa. In soldoni, la Cina registra annualmente un avanzo commerciale imponente. Esso equivale a flussi di dollari in entrata, che People’s Bank of China (PBoC) deve in qualche modo gestire.

A differenza della Federal Reserve non può finanziarci il proprio debito pubblico, la cui sostenibilità è il drammatico e nascosto problema dell’economia mondiale, per non ritrovarsi con un pugno di carta straccia. Non può tenerli sotto il materasso, per non deprezzare con l’inflazione le proprie riserve. Deve in qualche modo investirli, possibilmente guadandoci qualcosa.

E il modo migliore di farlo, sono i titoli di Stato USA, poichè il suo debito appare un investimento senza eguali, in quanto:

  1. E’ il mercato a maggiore liquidità al mondo;
  2. Offre i rendimenti più alti di tutto il mondo avanzato, attualmente pari al 3%;
  3. E’ denominato in dollari, la valuta di riserva mondiale;
  4. E’ un investimento di elevata qualità, dato il rischio di credito sostanzialmente nullo (a differenza del debito pubblico cinese)

Le alternative, titoli di stato tedeschi o giapponesi o l’oro, al contrario, pongono due grossi problemi: i primi che hanno a medio termine un rendimento negativo, impoverendo quindi la PBoC, i secondo l’eccessiva volatilità legata alla speculazione, che infilerebbe l’economia di Pechino in un’ennesima bolla, che, se esploderebbe, avrebbe conseguenze disastrose.

Ammettiamo come ipotesi ucronica che Xi Jinping si intestardisca, minacciando di spedire i vertici della PBoC a spaccare pietre in qualche laogai, di fare dumping sui buoni del Tesoro USA. Che succederebbe ?

Per prima cosa, i loro rendimenti nel breve salirebbero e i prezzi si ridurrebbero, colpendo lo stesso valore delle riserve cinesi, che fungono da garanzia per un sistema bancario e finanziario che, già in condizioni normali, non se la passa poi così bene.

Poi, Trump, per compensare la prevedibile crescita del deficit, probalmente svaluterà il dollaro: cosa che renderebbe più competitive le imprese americane a scapito di quelle cinese, già indebolite da dazi. Per di più, l’impatto sul deficit sarebbe anche temporaneo, dato capitali dall’estero tornerebbero rapidamente a investire nei titoli americani, attratti da rendimenti più allettanti e da un dollaro più a buon mercato.

Insomma, dato che tutto si può dire di Xi Jinping tranne che non sia un fine stratega, difficilmente si infilerà in questo vicolo cieco.

L’apologo di Menenio Agrippa Lanato (Liv. II 32, 8-12)

Studia Humanitatis - παιδεία

di F. PIAZZI, A. GIORDANO RAMPIONI, Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 2. Augusto e la prima età imperiale, Bologna 2004, pp. 450-451. Per la trad. cfr. Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. I (libri I-II) a c. di C. Moreschini.

Secondo la tradizione, agli inizi del V secolo a.C. la plebe romana era in fermento perché tormentata dalla servitù per debiti (nexum): chi era in condizioni economiche disagiate era costretto a debiti che spesso, non potendo essere ripagati, portavano alla perdita della libertà personale. Nel 494 le agitazioni sfociarono in aperta rivolta, con la famosa secessio plebis sul Monte Sacro, significativa del rifiuto di partecipare alla vita civica e ai conseguenti doveri militari. Il Senato, dopo diversi tentativi di conciliazione andati a vuoto, inviò presso i ribelli una deputazione di dieci illustri cittadini, fra i quali il consolare…

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Manco le basi del mestiere te ricordi.

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In questi giorni, all’Esquilino si dibatte, con estremo fervore e parecchie semplificazione, sulla questione Spin Time Labs, che di suo è estremanente complessa, piena di luci ed ombre.

Personalmente, anche se ho delle perplessità sui gestori dello spazio occupato, che mollarono a loro tempo una sola colossale a Le danze di Piazza Vittorio, ritengo discutibile lasciare al buio e al freddo poveri cristi, donne e bambini, per debiti in parte a carico dell’Inpdap.

Però, l’obiettivo del post non fare chiacchiere da bar su tale vicenda, se ne stanno facendo a bizzeffe, ma evidenziare come in zona si abbia idee molto confuse su 8×1000 e i fondi a carico dell’Elemosineria apostolica.

Cominciamo dall’8X1000. Sino all’Unità d’Italia, le fonti di mantenimento del clero, erano essenzialmente due: i proventi della decima ecclesiastica, che esiste ancora in alcuni paesi europei, come la Germania, la famigerata Kirchensteuer, pagata dai fedeli in cambio dei servizi religiosi, in pratica se la evadi, niente battesimo, comunione, cresima, matrimonio, unzione degli infermi e funerale, e i beni di proprietà delle parrocchie, degli ordini e delle congregazioni religiose.

Con l’Unità d’Italia, la decima fu abolita e buona parte dei beni ecclesiastici furono incamerati dallo Stato italiano. Però, anche per problemi di ordine pubblici, parroci e religiosi non potevano essere messi a stecchetta. Per cui, con i nostri soliti bizantinismo legali, si stabilì che, benché in linea di principio lo Stato non dovesse sussidiare alcun culto, le relative spes sarebbero state sostenute da appositi enti, forniti di entrate provenienti esclusivamente da beni ecclesiastici. Ne furono individuati tre: il Fondo per il culto; il Fondo speciale di beneficenza e religione della città di Roma; l’Economato dei benefici vacanti. Tuttavia, siccome la vendita dei beni ecclesiastici non generò i profitti attesi e perché lo Stato perse la causa contro le Oblate di Santa Francesca Romana, che sfruttarono un errore semantico nelle definizione di ordine religioso per farsi restituire i beni sottratti, creando un precedente legale, il principio fu abbandonato e lo Stato dovette integrare il Fondo per il culto, l’ente che corrispondeva al clero più povero determinati assegni, detti supplementi di congrua.

In Italia fino al 1932 la spesa gravò sul bilancio del Ministero della Giustizia e degli Affari di Culto. Il beneficio era considerato diritto personalissimo dell’investito ed aveva natura di assegno alimentare, intrasmissibile agli eredi, i quali avevano però diritto alla percezione delle annualità di congrua maturate e non riscosse dal parroco.

A seguito dei Patti Lateranensi, lo Stato si impegnava a pagare lo stipendio al clero cattolico, diventando impiegati statali tutti gli effetti, a carico del Ministero degli Interni.I pagamenti venivano effettuati su ruoli di spesa fissa, a cura degli uffici provinciali del tesoro.

Con la firma del nuovo concordato (18 febbraio 1984) tra l’allora presidente del consiglio italiano Bettino Craxi e il segretario di stato del Vaticano Agostino Casaroli si stabilì che il sostegno dello Stato alla Chiesa (studiato dall’allora ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino) avvenisse nel quadro della devoluzione di una frazione del gettito totale IRPEF (l’otto per mille, appunto) da parte dello Stato alla Chiesa cattolica e alle altre confessioni (per scopi religiosi o caritativi) o allo Stato stesso (per scopi sociali o assistenziali), in base alle opzioni espresse dai contribuenti sulla dichiarazione dei redditi.

Godono di questa devoluzione, oltre che la Chiesa cattolica, diverse confessioni protestanti, la Chiesa Ortodossa d’Italia, che non è autocefala, ma risponde direttamente al Patriarca di Costantinopoli, l’Unione Buddista Italia, l’Unione Induista Italiana e il Soka Gakkai.

Chi riceve e gestisce la quota parte dell’otto per mille è la CEI, la Conferenza Episcopale Italiana, che la utilizza per mantenere i parroci, per la manutenzione del patrimonio ecclesiastico e per progetti benefici. Per chi interessa, qui c’è il relativo rendiconto.

L’Elemosineria Apostolica, che non dipende della CEI, ma direttamente dal Santo Padre, come istituzione risale probabilmente a Innocenzo III Conti, benché il Papa che ne ha per primo sistematizzato le attività sia Gregorio X (1271-1276).

Per cui, non prende un euro dalla nostra dichiarazione dei redditi. In particolare, le fonti di finanziamento delle sue attività benefiche sono: l’Obolo di San Pietro, le donazioni dirette dei fedeli all’Elemosineria e dai tempi di Leone XIII, la facoltà di concedere la Benedizione Apostolica a mezzo di diplomi su carta pergamena, che grazie a Dio, si può richiedere e pagare anche on line (non è una battuta… Anni fa, per averne una, fu una sorta di caccia al tesoro…)

Ettore Fieramosca

Come sapete, sono un uomo dai gusti semplici: per anni, ero convinto che in fondo la Disfida di Barletta fosse combattuta come nel film Il soldato di Ventura e che Ettore Fieramosca, in fondo somigliasse tanto a Bud Spencer.

Poi, con il tempo, anche per colpa di un amico inglese, stupito che la trama fosse liberamente ispirata da un evento storico, ho cominciato ad approfondire le vicende, scoprendo storie e personaggi degni di un romanzo.

A cominciare proprio da Ettore Fieramosca, di nobile famiglia, che nacque a Capua nel 1476 da Raynaldo , barone di Rocca d’Evandro, e da una nobildonna non meglio identificata, e che secondo alcuni studiosi era appartenente alla casa dei Cariolato. Il fratello Guidone, nato nel 1479 sposò Isabella Castriota, figlia di Scandeberg, l’eroe albanese che cercò di arginare l’avanzata dei Turchi nei Balcani.

Per tradizione di famiglia, suo padre e suo nonno Rossetto, erano stati capitano di ventura, al servizio dei sovrani aragonesi di Napoli, nonostante la sua educazione umanistica, si dedicò al mestiere delle armi.

Ettore fu allevato infatti nella corte di Ferrante I d’Aragona; la sua presenza è documentata sin dal 1492, anno al quale risale il primo pagamento in suo favore di 10 ducati mensili. Se ne può dedurre che egli prestasse servizio come paggio, secondo un costume diffuso fra i rampolli delle nobili famiglie.

La morte di Ferrante e il deteriorarsi della situazione politica e militare del Regno non valsero a rompere i legami fra i Fieramosca e la dinastia aragonese. Infatti alla discesa di Carlo VIII ne condivise le sorti, mentre altri uomini d’arme, fra cui Pompeo e Fabrizio Colonna, mutarono bandiera. Dopo la morte del padre all’assedio di Gaeta, nel 1493 a diciassette anni, si trovò a capo di una compagnia di balestrieri.

Al loro comando, Ettore dovette coprirsi d’onore, poiché alla cacciata di Carlo VIII, ricevette come premio da Ferdinando II i feudi di Roccadevandro e Camino, già appartenenti a Federico di Monforte, che si era schierato a favore dei Francesi.

Alla morte di Ferrandino, Ettore passò al servizio del nuovo sovrano Federico IV che seguì all’assedio di Gaeta nel novembre del 1496. Dopo la riconquista della città, Ettore fu spedito dal re aragonese nelle Marche, per svolgere una missione sia politica, sia militare. Da una parte, doveva saggiare le intenzioni di Cesare Borgia e di Alessandro VI, impegnati nel loro scontro con gli Orsini, dall’altra sedare una ribellione.

Combatté a Fermo dove, con il fratello Guido, difese eroicamente il castello di Offida minacciato da Oliverotto da Fermo. Era il 1498 quando riceve in feudo, dal re di Napoli, il castello di Caspoli. Nello stesso anno ritorna a combattere i fermani per conto del signore di Ascoli Piceno Astolfo Guiderocchi. Nell’occasione viene accolto con tutti gli onori a Ripatransone.

La contesa politico-militare per la corona di Napoli attraversava intanto una fase di stallo: gli Aragonesi erano, almeno in teoria, padroni del Regno, ma i Francesi restavano saldamente attestati a Sora, Isola e Roccadevandro. Tuttavia i Francesi si accordarono l’11 maggio 1500 a Granada con gli Spagnoli, per spartirsi i domini di Federico IV. Campania ed Abruzzo, Napoli compresa, erano destinati ai Francesi; Apulia e Calabria agli Spagnoli.

A seguito di tale trattato, i Francesi mossero alla conquista della capitale; una parte delle truppe fedeli al sovrano, al comando di Fabrizio Colonna, si asserragliò in Capua; fra gli altri, anche il Ettore con il fratello Guidone. Presa Calvi dagli invasori, Ettore assaltò il castello e ne scacciò gli occupanti (13 luglio 1501). Nonostante questo successo, Capua fu presa (24 luglio 1501).

Nel frattempo, Federico, nulla sapendo del trattato di Granada, aprì le fortezze calabresi agli spagnoli affinché lo soccorressero; conosciuto il tradimento del congiunto prese accordi con i Francesi, per cui cedette il regno a Luigi XII di Francia ottenendo in compenso la contea del Maine, da tramandare ai propri eredi, con una pensione vitalizia.

Secondo quanto racconta il Galateo, Ettore fu tra i pochi nobili che accompagnò Federico in Francia; di conseguenza, in patria fu considerato “ribelle” dalla fazione angioina vittoriosa e, in quanto tale, gli furono sequestrati la rendita della gabella nuova (20 gennaio 1502) e i feudi di Roccadevandro e Camino, che ritornarono a Federico di Monforte. Senonché, caduti in mano spagnola gli ultimi caposaldi aragonesi, molti dei condottieri dello spodestato Federico, giudicando ormai vana ogni speranza di riscossa, passarono al servizio di Consalvo di Cordoba, comandante dell’esercito del Cattolico, anche perchè non passò molto tempo prima che i due alleati cominciassero a scannarsi di nuovo.

I capitoli dell’accordo fra il “gran capitano” e i Colonna, Pompeo e Fabrizio, furono conclusi il 7 settembre 1502 e l’inizio della milizia spagnola di Ettore non dovrebbe essere di molto posteriore. Risale allo stesso periodo di tempo il suo ingresso nella corte napoletana di sua maestà cattolica; la posizione di cortigiano valse ad Ettore la provvisione di 650 ducati annui. Rimane traccia di un pagamento a suo favore (maggio 1503) di 120 ducati “per suo nutrimento”, corrisposto, secondo un uso all’epoca diffuso, sotto forma di tessuti pregiati: “velluto nigro”, “damasco” e sete colorate.

Ettore partecipò così alla spedizione in Puglia di Consalvo di Cordoba, prima con l’espugnazione di Taranto e successivamente con l’occupazione di Andria, Canosa, Manfredonia e Barletta. Tuttavia, la reazione francese non tardò ad arrivare, costringendo gli Spagnoli ad asserragliarsi a Barletta.
Obiettivo dei Francesi era non già di assalire la città – nonostante essa avesse una debole difesa muraria – ma piuttosto di attirare Consalvo in campo aperto, ciò che avrebbe permesso di sfruttare al meglio la propria superiorità numerica. Invano, giacché gli Spagnoli ben compresero la manovra: ai Francesi non restò allora che disseminarsi su di un territorio amplissimo, da Cerignola a Terlizzi, e tentare con continue scorrerie di intralciare il flusso di viveri al caposaldo nemico. Gli uomini del gran capitano, dal canto loro, contrastarono l’azione dell’avversario mediante improvvise sortite di piccoli manipoli di cavalleria leggera.

Tra i tanti scontri, a Canosa, le truppe di Diego de Mendoza catturarono e tradussero a Barletta vari soldati francesi, fra cui il nobile Charles de Torgues, soprannominato Monsieur Guy de la Motte.

Il 15 gennaio 1503, i prigionieri furono invitati ad un banchetto indetto da Consalvo da Cordova in una cantina locale (oggi chiamata Cantina della Sfida). Durante l’incontro, la Motte contestò il valore dei combattenti italiani, accusandoli di codardia. Lo spagnolo Íñigo López de Ayala difese invece con forza gli italiani, affermando che i soldati che ebbe sotto il suo comando potevano essere comparati ai francesi quanto a valore.

Si decise così di risolvere la disputa con uno scontro: la Motte chiese che si sfidassero tredici (in origine dieci) cavalieri per parte il 13 febbraio nella piana tra Andria e Corato.Lo scontro venne programmato nei minimi dettagli: cavalli ed armi degli sconfitti sarebbero stati concessi ai vincitori come premio, il riscatto di ogni sconfitto fu posto a cento ducati e furono nominati quattro giudici e due ostaggi per parte.

Prospero Colonna e Fabrizio Colonna si occuparono di costruire la “squadra” italiana, contattando i più forti combattenti del tempo. Capitano dei tredici cavalieri italiani sarebbe stato Ettore Fieramosca, che si occupò dello scambio di missive con la controparte francese, Guy la Motte.

I cavalieri italiani e spagnoli pernottarono ad Andria, nella cui Cattedrale Fieramosca e gli altri seguirono la messa d’augurio il giorno dello scontro,e fecero giuramento di vittoria o di morte. I francesi invece rimasero a Ruvo di Puglia, dove erano attestati con le truppe,partecipando alla messa nella Chiesa di San Rocco.

Lo scontro avvenne in un’area recintata dai giudici delle due parti. Gli italiani furono i primi a giungere sul posto,seguiti di lì a poco dai francesi, che ebbero il diritto di entrare per primi nel campo.Le due formazioni di cavalieri si disposero su due file ordinate, contrapposte l’una all’altra, per poi caricarsi vicendevolmente lancia in resta.

Jean d’Auton, tuttavia, afferma che gli italiani si avvalsero di uno stratagemma: anziché caricare, arretrarono fino ai limiti del campo di battaglia e aprirono dei varchi nelle proprie file per far fuoriuscire dall’area alcuni cavalieri francesi, riuscendo con alcuni di loro nel tentativo. Il vescovo Paolo Giovio riporta che i cavalieri italiani rimasero fermi sulle loro posizioni con le lance abbassate, in attesa della carica francese.

Il primo scontro non causò gravi danni alle parti, ma mentre gli italiani mantennero sostanzialmente salda la posizione, i francesi sembrarono leggermente disorganizzati.Due italiani finirono disarcionati,ma una volta rialzatisi cominciarono ad uccidere i cavalli dei francesi, costringendoli a piedi.

Lo scontro continuò con spade e scuri,finché tutti i francesi vennero catturati o feriti uno dopo l’altro dagli italiani, che conseguirono una netta vittoria. Sicuri della vittoria, i francesi non avevano portato con loro i soldi del riscatto e furono così condotti in custodia a Barletta, dove fu Consalvo in persona a pagare di tasca propria il dovuto per poterli rimettere in libertà.La vittoria degli italiani fu salutata con lunghi festeggiamenti dalla popolazione di Barletta e con una messa di ringraziamento alla Madonna, tenutasi nella Cattedrale di Barletta.

Può sembrare strano, ma nel gruppo francese, vi erano almeno due piemontesi: tale Pierre de Chals e , Grajan d’Aste, Graiano d’Asti. Ettore, diventato famoso dopo questa impresa, partecipò con i Colonna, il duca di Termoli e altri condottieri napoletani al consiglio di guerra che si tenne dopo l’uscita da Barletta per decidere se assalire i Francesi o proseguire alla volta di Cerignola. Decisa per questa seconda opzione, Ettore prese parte alla battaglia di Cerignola, militando nella cavalleria pesante agli ordini di Prospero Colonna e mettendo in rotta i transalpini; al seguito di tale vittoria, il 13 maggio Consalvo occupò Napoli.

Ettore non era con lui, perché impegnato nell’inseguimento di nell’inseguimento del principe di Salerno, Antonello da San Severino che, dopo aver sostato in Aversa l’8 maggio, si era diretto verso Capua assieme a Ivo di Allègre e l’aveva occupata. Al comando di 500 cavalieri e 100 fanti, vi entrò a sua volta il 10, cacciandone i Francesi. La guerra continuò nelle valli del Garigliano, dove Ettore colse l’occasione per rifarsi con Federico di Monforte, a cui riprese le terre di Roccadevandro e Camino.

Contro il castello di Roccadevandro, ben munito, mosse Fabrizio Colonna il 23 ottobre con 1.500 fanti e sei pezzi di artiglieria; il Monforte, molto più debole e privo di aiuti, fu costretto ad arrendersi. Il 3 gennaio 1504, con la resa di Gaeta, la conquista del Regno si poteva considerare compiuta. In quelle circostanze Ettore toccò i vertici della sua fortuna. Il Cattolico, oltre ad infeudarlo delle terre di Miglionico, con il titolo di conte, e di Aquara, gli conferì il possesso di Mignano, Roccadevandro, Camino e Camigliano e della gabella nuova di Capua. Fu poi designato ad accompagnare Prospero Colonna nella spedizione che conduceva prigioniero in Spagna Cesare Borgia. L’università di Capua colse l’occasione per conferirgli l’incarico di intercedere a suo favore presso il sovrano, perché le confermasse alcuni privilegi.

Secondo la tradizione, durante il viaggio Fieramosca soggiornò anche a Roma,in una casa-torre medioevale di Trastevere, situata ad angolo tra piazza di Santa Cecilia e piazza dei Mercanti, che risale alla seconda metà del XIII secolo.

Tornato in Italia nel 1505, la iella si accanì su Ettore: a seguito della pace di Blois dello stesso anno, fu privato da Consalvo di Roccadevandro e Camino, già feudi del Monforte, e a Miglionico, che ritornò sotto il dominio del principe di Bisignano, in cambio dell’indennizzo ridicolo di 600 ducati sui fiscali di Civitella d’Abruzzo. Di fronte alla sua ferma opposizione, il sovrano lo avrebbe fatto rinchiudere agli arresti domiciliari in un castello.

Alla fine, tenuto a pane e acqua, Ettore dovette cedere: non gli sarebbero state risparmiate, di conseguenza, difficoltà economiche, in seguito alle quali vendette il feudo di Camigliano e poi quello Aquara a Giulio de Scortiatis (1512). Dice la leggenda che fosse caduto in disgrazia per aver amato la figlia del re e che, imprigionato, fosse stato poi liberato per intercessione di lei e mandato in esilio.

In ogni caso, Ettore entrò in sciopero, rifiutandosi di combattere per le armi spagnole e cercando un altro ingaggio come capitano di ventura. Ci provò nel 1506 con il marchese di Mantova; dell’aprile 1510 è invece una sua analoga offerta alla Repubblica di Venezia, a sostegno della quale, in una lettera alle autorità veneziane, Ettore ricordava le benemerenze proprie – in particolare la partecipazione alla disfida – e quelle dell’avo Rossetto, che era stato al soldo della Serenissima durante la guerra di Ferrara. Chiedeva per sé una condotta di 100 uomini d’arme, altrettanti cavalieri leggeri e il comando dell’artiglieria con 400 fanti e una compagnia di 150 cavalieri per ciascuno dei fratelli Guidone e Cesare.

Richiesta rifiutata sia per motivi economici, era alquanto esosa e per motivi diplomatici: in rotta con Venezia, il 20 maggio 1509 era stato emesso un bando con cui il re Cattolico vietava a tutti i sudditi di andare al servizio dei Veneziani, pena la morte.

Nel 1512, Ettore, nel tentativo di trovare un accomodamento con gli Spagnoli, passò al servizio di Fabrizio Colonna e partecipò alla battaglia di Ravenna dove fu gravemente ferito. Dopo la guarigione il Fieramosca raggiunse Ancona per mettersi al servizio del viceré di Napoli, Raimondo de Cardona.

Il quale gli consigliò di perorare la sua causa presso la corte spagnola, dato che la restituzione dei feudi “Angioini” era stata concepita, in origine, come accomodamento provvisorio, in attesa di poter procedere ad un “equivalente excambio in stato con vaxalli”

Per cui, Ettore si recò a Valladolid, sede della corte del re di Spagna, dove morì di malattia il 20 gennaio 1515 all’età di 39 anni.