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Ingegnere, critico e curatore d'arte, scrittore... A seconda delle circostanze l'ordine può cambiare

Nuova serata con Le Danze di Piazza Vittorio

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Gli ambasciatori di Hans Holbein il Giovane, esposto alla National Gallery di Londra, fu dipinto nella primavera del 1533 per Jean de Dinterville, plenipotenziario del re di Francia Francesco I presso Enrico VIII Tudor, rappresentato accanto al suo amico e spia vaticana Georges de Selve.

Nel quadro sono implicitamente raffigurate tramite metafore legate agli oggetti dipinti alcune questioni legate alle missioni diplomatiche di Jean. Il liuto in primo piano, fuori del suo astuccio, gettato con trascuratezza sotto il tavolo, con una corda spezzata, è un simbolo facilmente riconoscibile di discordia.

Dietro la sua impugnatura, un libro di inni luterani. Ciò precisa come tale discordia sia quella presente tra chiesa cattolica e chiesa luterana, o meglio tra il papa e Anna Bolena, simpatizzante di Martin Lutero. Sotto l’innario, accanto al liuto, giace un gruppo di flauti, pronti a ricostituire l’armonia perduta, simboli del tentativo di mediazione. A sinistra, sullo stesso scaffale, un globo terrestre, la cui rappresentazione scrupolosa permette di identificarlo come quello del geografo Behaim, commissionato dai mercanti di Norimberga nel tentativo di aprire nuove rotte commerciali che dominava il commercio delle spezie, e un libro contabile tedesco di Peter Apian, tenuto aperto da una squadra.

I segni sul mappamondo proseguono il tema della discordia. Il globo è rovesciato rispetto a chi lo guarda, cosicchè i nomi appaiono sottosopra. Vi sono però delle eccezioni. Tutti i nomi in territorio europeo sono leggibili e rispetto all’originale sono stati aggiunti altri nomi importanti per la carriera diplomatica di de Dinterville, come ad esempio la sua città  natale. Spiccano il Brasile e la linea di demarcazione del trattato delle Tordesillas. Il mappamondo è immagine visibile della lotta contemporanea tra le principali potenze europee per il possesso di territori commercialmente importantissimi. Il libro di aritmetica commerciale ne sottolinea le motivazioni economiche.

Sullo scaffale superiore della tavola, tra Dinterville e de Selve, è posato un globo celeste, una serie di strumenti scientifici e astronomici e un libro chiuso. Anche il globo può essere identificato. Fu realizzato nel 1532 da Schoner, l’uomo la cui opera innovativa nelle scienze applicate al commercio era destinata ad estendere ulteriormente il suo ruolo chiave di promotore della pubblicazione del De Rivolutionibus orbium coelestium, di Copernico. nel 1543.  Oggetto che testimonia gli interessi scientifici dell’ambasciatore

Al centro visuale del quadro, fulcro della prospettiva, un insieme di strumenti e di apparecchi per padroneggiare l’osservazione celeste e ottenere una conoscenza esatta del tempo e del luogo. Il quadrante cilindrico è nella posizione dell’equinozio. Lo stesso vale per il globo celeste, nell’equinozio d’autunno, con lo scorpione in ascesa. La futura regina Elisabetta nacque il 7 settembre 1533, poco prima dell’equinozio. Sulla colonna più vicina al globo, Holbein ha dipinto le ombre in modo che la data che si vede sia il venerdì santo, 11 aprile 1533, data in cui fu incoronata Anna Bolena. Il crocefisso d’argento, quasi nascosto, ed il tappeto ottomano ricordano i poteri con cui si doveva fare i conti, Asburgo e Turchi.

Il dipinto di Holbein ha saputo cogliere in che modo l’ambasciatore francese avrebbe voluto essere ricordato dai posteri, ma celebra anche i progressi a cui ancora oggi attribuiamo grande valore. L’artista ha dedicato una cura infinita alle superfici di oggetti desiderabili, di gran valore economico e bellezza, ma anche capolavori di abilità  tecnologica. Prestigio e potere sono rappresentati da questo insieme di beni preziosi e dagli abiti e dalla posa di personaggi ritratti, serenamente consapevoli della loro importanza. Eppure come serpenti nell’eden, più o meno nascosti appaiono teschi, ricordando il memento mori e la transitorietà del tutto.

Non c’è nulla di campanilistico in questo dipinto, che rappresenta due aristocratici francesi, eseguito in Inghilterra da un artista tedesco, zeppo di allusioni ai centri commerciali della Germania, dell’Italia e di Istanbul, a sviluppi intellettuali nati a Norimberga, Wittenberg e Londra e a complessi giochi diplomatici. Un immagine dell’Europa che sarà e in cui viviamo oggi: con le sue piccinerie, gli egoismi economici, i suoi contrasti artificiali tra culture e religioni.

Ma che suggerisce anche una possibile soluzione, per superare le barriere: i due uomini poggiano su un pavimento finemente intarsiato che ricalca con precisione analitica quello duecentesco dell’abbazia di Westminster, a Londra, in cui vi è un’iscrizione

spericus archetypum, globus hic monstrat macrocosmum

Che ricorda come l’Arte sia la base dell’Armonia tra Microcosmo e Macrocosmo, il linguaggio universale, in tutte le sue forme, dalla Pittura alla Musica, che permette di superare ogni artificiosa divisione

La strada che seguon Le Danze di Piazza Vittorio, lottando contro ci distrugge il bello e ci rende meno umani…

E questa sera, dalle sette in poi, prima nei Giardini di Piazza Vittorio, poi al Gatsby, ci sarà un nuovo capitolo di questa lunga e aspra battaglia…

 

Le Ninfe di Bracciano

Acqua

In questi giorni, si discute tanto della questione Lago Bracciano: ora non sono esperto del tema, ma è innegabile che le sue risorse idriche siano siano sovra utilizzate, a fronte di una ricaduta, su Roma, alquanto limitata. Poi, nel caso specifico dell’Esquilino la carenza d’acqua da ben prima che parlasse di siccità, Li er barista già smadonnava sul tema a gennaio, è assai probabile che tutta la questione sia un comodo alibi per l’Acea, per nascondere la sua incapacità a manutenere in maniera dignitosa le condotte idriche della città, a fronte dei 70 milioni annui di utili medi.

Per, questo sono al fianco alla battaglia che l’artista Moby Dick, aiutato da Giusysta combattendo, al fianco dell’amministrazione di Anguillara Sabazia, per difendere il lago: Marco, che appena finirà questa sorta di Idiocracy alla Matriciana che sta diventando la questione del Murale di Mauro Sgarbi, mi piacerebbe coinvolgere in qualche progetto di street art all’Esquilino, ha utilizzato il suo immenso talento visionario, centrato sull’armonia tra Uomo e Natura, per raccontare sui muri la strage che stiamo compiendo, con immensa superficialità, ai danni di uccelli, pesci e animali palustri.

Così, richiamando la pittura di John Everett Millais, ha realizzato sui muri di Anguillara una sorta di elegia preraffaellita

Tarascio

La prima strofa è dipinta sulle pareti del centro anziani La Stazione, dove la Signora del Lago, circondata da pesci, versa una lacrima, in cui si intravede l’alga locale che sta scomparendo, “isoetes sabatina”, pensando a ciò che si è perduto.

La seconda sui muri dell’edificio Piroga, con la Dama di Shalott, che stanca della sua esistenza, destinata com’è a guardare il mondo solamente attraverso ombre e riflessi, osa sfidare la bellezza

La terza alla Scuola Scalo con due figure di donne verticali con intreccio di pesci che passano loro accanto a spirale, a girale di acanto, in una danza che richiama l’armonia del Creao.

La quarta, sui muri della Scuola di Via Verdi, in cui l’eterno femminino ritorna nel cuore della Grande Madre.

La quinta, a Anguillarese,in cui una donna si specchia nell’acqua, circondata da aironi, cigni e gabbiani, ricordando il dovere che abbiamo di non perdere mai la speranza.

Via Giolitti e Il barbiere della “meluccia”

Esquilino's Weblog

Dl sito www.laboratorio roma.it

Le botteghe dei barbieri a Roma erano dei veri e propri centri culturali, i ritrovi dove si apprendevano le ultime notizie, dove si discuteva dei temi correnti della politica, dell’arte, dei fatti ed intrighi della Curia.

Il barbiere aveva una sua autorità, un suo prestigio nel rione, perché era colui che sapeva tutto, dava consigli: passava insomma per un uomo colto.

Ma oltre ai barbieri di riguardo, con tanto di salone, c’erano anche i “barbieri de la meluccia”: a piazza Montanara, a Foro Boario, a Campo Vaccino e sotto Portico d’Ottavia, nei luoghi insomma dove si radunavano i contadini che si offrivano  per il “mercato delle opere” (nell’800 le “opere” erano i lavori dei campi), accanto ai muri delle case mettevano in file quattro-cinque sedie che facevano da bottega all’aperto e soprattutto a chi facevano la barba mettevano una piccola mela in bocca, per tendere le…

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Un altro brano di Come un Tuono d’Estate

Romanzo

Come promesso, il mio contributo artistico, misero e trascurabile, alla lotta per difendere il murale di Mauro Sgarbi al Nuovo Mercato Esquilino  contro i nemici del Bello, che ritengono scomoda un’opera che celebra la tolleranza e il dialogo tra diverse culture.

Nel romanzo che sto scrivendo, Come un Tuono d’Estate,  con cui tenterò l’avventura del Premio Urania, ho inserito questa scena, che trasfigura gli eventi di questi giorni e che spero vi diverta e vi faccia riflettere.

I due infami dei fratelli Lupetti, non so come definirli altrimenti, intuendo la mala parata, si sono dissolti nel nulla; per cui, mi è toccato tornare a piedi all’Esquilino, con un’afa asfissiante. Sono così sudato, che tra poco lascerò la scia, come le lumache e temo di puzzare anzichenò. Prima di passare a casa per cambiarmi e poi tornare in redazione, mi tocca passare a ritirare un paio di pantaloni dal mio sarto di fiducia, a via Principe Amedeo.

Non l’avessi mai fatto! Proprio davanti alla caserma Sani, c’è un assembramento di camicie nere. Sospettando che si tratti di qualche manifestazione di protesta contro il governo D’Annunzio, mi avvicino. Invece, mi trovo una decina di fascisti annoiati, che ascolta Fischiabotti pontificare sotto in cartello, su cui, disegnata con mano incerta, appare la scritta

                No a Sironi ! Viva gli artisti fascisti ed esquilini

Mi do un botta sulla fronte… Ancora con la storia del maledetto murale, che sta facendo ridere tutto il Rione.  Qualche tempo fa, il tenente colonnello Annibale Bergonzoli, famoso per la sua ben curata barba, il suo amore per i bassotti, il pantagruelico appetito e per avere più fegato che cervello, per celebrare il suo ritorno incolume dalla Tripolitania, ha deciso di commissionare a Sironi una pittura per decorare una parete di quella caserma, in teoria in magazzino, in pratica, un covo di imboscati.

Per una volta, Sironi non ha rappresentato le desolanti periferie milanesi che vedo nei quadri dell’ufficio di Alberto, ma un panorama roccioso,  interrotto da rovine di antichi edifici romani. In questa terra aspre e carsica, si ergono, come statue di acciaio e diamante, le figure di soldati, prigioniere della loro  fatica e solitudine.

Non posso dire che mi piaccia, però mi evoca i dolori e l’emozioni della guerra: per me non basta altro…  Invece Fischiabotti, che la trincea l’ha vista da lontano, visto che faceva il furiere all’ospedale militare del Celio, ha preso il murale come un affronto personale: lui dice che perché viola l’architettura sabauda della caserma, offendendone le forme.

Secondo quella linguaccia di Leo, che sulla polemica ha dedicato qualche articolo, per fare divertire i lettori, è tutto nato dalla speranza che qualcuno dei fondi stanziati dal Governatorato per riqualificare l’Esquilino, che pare riguardino anche la pittura murale, possa finire delle sue tasche.

E la presenza di Sironi, che da buon amico di Bergonzoli, pare abbia lavorato gratis, potrebbe mettere fine alle sue speranze, comuni alla maggior parte degli italiani, di campare a sbafo dello Stato.  Così me lo ritrovo davanti, con il fez nero, la barba annodata con la stringa di una vecchia scarpa, la camicia nera, sotto cui indossa una panciera, per evidenziare il torace e sembrare più atletico di quello che è,  i pantaloni sporchi di guano di gallina.

Cammina a testa alta, per impedire che la ricciolina del fez gli copra il naso, rosso per le troppe serate passate in osteria, con lunghi passi e la mani messe a conca, per imitare un atteggiamento a suo avviso marziale: quando però mi si avvicina, mi trattengo a fatica dal coprirmi il naso con un fazzoletto, per proteggermi dal fetore che emana.

Fischiabotti, er Caccoletta, dopo avere fermato un paio di fascisti che cercavano di filarsela alla chetichella, si ferma sotto il murale, gonfia il petto e comincia il suo concione. Solo la pigrizia, mi impedisce di allontanarmi.

“Camerati, a noi”.

Rispondendo a un riflesso condizionato, ma con la lentezza dovuta al caldo, che logora ogni impeto marziale, i presenti eseguono il saluto romano. Il tutto accompagnato da un cacofonico coro di

“A noi”

Fischiabotti sorride, inspira e riprende a urlare.

“Camerati, vi ho qui convocati in questa pubblica piazza”.

“Ma è ‘na strada !”.

Ci giriamo tutti verso il contestatore: è il garzone del macellaio, che è stato l’origine delle mie avventure, quando mi venne a riferire della telefonata di Alberto a don Umberto Terenzi.  Fischiabotti lo scruta pieno di rabbia: solo il tabù sul cannibalismo, gli impedisce di prenderlo a morsi.

“Come ti permetti di contestare, bolscevico !”.

Il garzone arrossisce.

“In verità non volevo contraddire nessuno… Era solo per precisare. ‘Na piazza è ‘na piazza, ‘na strada è ‘na strada”.

Fischiabotti sospira, per tornare a riprendere la sua posa oratoria

“Va bene, va bene…  Camerati vi ho convocati in questa pubblica strada, prode bivacco di manipoli, per spezzare i reni a questo dipinto, se possiamo chiamarlo tale, disfattista e decadente, che attenta a tutte le prische, belliche virtù esquiline e offende e ferisce, con la sua brutale e plutocratica esistenza, l’equinoziale bellezza del suo intonaco primigenio e sabaudo, che ricorda l’invitta memoria di sua Maestà Umberto”.

Mentre i fascisti applaudono, il garzone mi si avvicina

“Camisà, tu che hai studiato, che vorrebbe da dire ciò ?”

“Che il dipinto avrebbe rovinato la parete”.

Il garzone, soddisfatto della mia traduzione, annuisce, alza la mano e rivolto a Fischiabotti, comincia gridare

“Ma nun è così ! Prima era tutto zozzo e crepato…  Nun se poteva da vedere ! L’ha rimesso a novo!”

Fischiabotti stringe i pugni, poi alza il mento, rischiando di fare cadere il fez.

“Bolscevico, anche se fosse, se cotale Sironi avesse messo in quiete il flusso naturale degli eventi e della vitale materiale, ebbene, tale compito non sarebbe dovuto spettare a lui, ma uno degli artisti dell’Esquilino, che radunati in un opportuno fascio di combattimento, avrebbero scelto il soggetto e l’esecutore più confacente alla bellezza e alla dignità marziale del luogo, ossia me medesimo stesso”.

“Sì, maestro, però, premesso che er ser Bergonzoli, gran cliente prosciuttaro, sarebbe libero de fa dipinge ‘sta parete a chi je pare e piace, nun capisco perché er pittore addà essè pe’ forza dell’Esquilino… Me pare pure che sia famoso, ‘sto Sironi… Vero Camisà”.

Io fischietto, cercando di applicare il consiglio che er Braz mi ha sempre detto di seguire, in occasioni del genere…

                Io sono meticcio e di questi affari non mi impiccio

Fortuna che Fischiabotti, preso dalla foga oratoria e dalla rabbia, da pure un paio di pugni alla parete, mi anticipa, togliendomi le castagne dal fuoco.

“Sironi, ma chi sarebbe questo Sironi, mio caro bolscevico…  Perché è stato futurista ? Lo siamo stati tutti… E che ci vuole, a mettere due Zang bung bang in quadro ? Mica ci vuole una scienza !  Perché ha scopiazzato De Chirico… Io l’ho fatto prima e meglio di lui !  Ma poi chi sarebbe questo Sironi ! Mica ha venduto i quadri come ho fatto io, al gran Khan di Portogallo…  O ritratto lo Zar di Latveria… O vinto il primo premio, alla biennale di Zenda e di Brembate di Sopra ! Che avrebbe più di me, questo Sironi !”.

Il garzone scruta Fischiabotti dalla testa ai piedi.

“Caccolè, lui è bravo, tu no !”.

Non l’avesse mai detto: Fischiabotti diventa più rosso della bandiera dell’Unione Sovietica, poi, senza dire né asino, né bestia, si fionda sul garzone, per picchiarlo. Questo, essendo assai più piazzato, non si fa intimorire, anzi, reagisce con altrettanta foga.  Dopo qualche istante, Fischiabotti già soccombe alla prestanza altrui.

Non avendo intenzione di dividerli, guardo speranzoso gli altri fascisti: ma questi, dopo essersi fatti una risata alle spalle del loro camerata, ne approfittano per allontanarsi. Con molta calma, comincio a imitarli, ho troppe cose da fare per continuare ad assistere a questo spettacolo da caravanserraglio, quando mi trovo davanti tre poliziotti, guidati dar Biondone.

Si avventano sui contendenti, li dividono, dando qualche manganellata a Fischiabotti. Er Biondone, sarà forse la presenza della caserme a fare venire strane idee nella testa dei passanti, assume anche lui un atteggiamento marziale, additando i due attaccabrighe.

“Ma nun ve vergognate, alla vostra età ? Tu, torna a faticà che a don Ciccio je serve ‘n chilo de filetto… Te, Caccolè, in caserma davanti a me !”.

Fischiabotti diventa piccolo piccolo e si getta ai piedi der Biondone

“No, in caserma no, pietà…  Poi perché io sì e lui no ?”.

“Perché lui è un onesto lavoratore, mentre tu sei un parassita”.

Er Caccoletta comincia a starnazzare, più delle galline che vengono vendute vive al Mercato Esquilino

“Ma io sono il ras del fascio di combattimento !”

Er Biondone sputa a terra.

“Appunto”.

“Un giorno, agente, prenderemo il potere e la vedremo, se continuerà a fare l’infame con un onesto e devoto patriota”.

“Aspetta e spera…  Poi, detto fra noi, pure se voi fascisti prendeste er potere, tu nun continueresti a nun contà ‘n cazzo. Perché coglione sei e coglione rimani, pure se t’atteggi co’ la camicia nera”.

“Ma come…”.

Er Biondone azzittisce con un malrovescio Fischiabotti, poi fa cenno agli altri agenti.

“Toglieteme ‘sta monnezza da sotto l’occhio, portatela ar gabbio al Commissariato Esquilino”.

L’arabo palermitano

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In attesa di tornare ad Agosto, ogni tanto capita di scrivere qualche post sul Balarm; stavolta non parlerò di Danisinni, della sua esperienza di rigenerazione urbana centrata sulla street art, che potrebbe essere d’esempio per l’Esquilino o delle scoperte archeologiche fuori porta Sant’Agata, che ne potrebbero anticipare la datazione ai tempi dell’Emirato. Invece, parlerò dell’ abate Giuseppe Vella, personaggio degno di un film di Totò, la cui vicende sono state raccontate da Sciascia e che prima o poi le riproporrò in salsa fantascientifica.

Giuseppe era nato a Malta e compì sull’isola studi umanistici e teologici che lo portarono a entrare nell’Ordine gerosolimitano; tuttavia, non è che se la passasse molto bene, dal punto di vista economico, tanto che nel 1780, prese armi e bagagli e si trasferì a Palermo, per godere, in cambio di un tot di messe quotidiane alla sua memoria, di un vitalizio lasciatogli in eredita dalla zia suora. Il piano di Giuseppe era alquanto semplice: sto per un paio d’anni alla Kalsa, dopo qualche mese smetto di recitare messe, tanto zia sta di sicuro in Paradiso, e richiedo il trasferimento a Malta.

Ahimè, il progetto fallì miseramente: perché, la zia, conoscendo probabilmente di quale pasta fosse fatto il nipote, aveva scritto una clausola testamentaria piena di clausole vessatorie, degne della peggiore assicurazione: non solo c’erano una decina di suore che a turno dovevano controllare l’effettiva recita delle messe, ma queste, pena la perdita del vitalizio, dovevano essere recitate solo in uno specifico altare della chiesa di Santa Maria della Pietà.

Per liberarsi da questa condanna, Giuseppe accettò, perdendo il beneficio, di essere dal 1782 cappellano nel monastero di San Martino delle Scale di Monreale, presso Palermo. Lì, mentre continuava a lamentarsi del suo stomaco vuoto, avvenne l’evento che gli cambiò la vita: il 17 dicembre 1782 Muḥammad ibn ʿUthmān, ambasciatore del Marocco, si imbatté in una tempesta, che ne danneggiò il veliero e lo costrinse a rifugiarsi nel porto della Cala.

Se la nave venne prontamente fatta riparare dall’arsenale borbonico, la nobiltà locale si mobilitò per rendere onore all’illustre ed esotico ospite: solo che sorse un grosso problema. In quegli anni, su Balarm e le sue glorie era quasi caduto l’oblio: per di più, non vi era nessuno, in tutta la città non si trovava un dragomanno che spiaccicasse una minima parola di arabo.

I vari principi e baroni si stavano arrovellando le meningi su come fare, finchè uno dei servitori della casata Butera, si ricordò di Vella: certo, proprio arabo non lo parlava, ma di certo, qualcosa di maltese l’ambasciatore l’avrebbe capito. Così Giuseppe fu prelevato a forza dal convento, lavato, profumato e rivestito e proclamato gran dragomanno delle municipalità, fu usato come guida turistica di Muhammad e del suo seguito.

Di certo, tra gesti e parole biascicate, riuscirono a capirsi, tanto che l’ambasciatore, dopo essersi cibato il percorso arabo normanno, chiese se fossero rimaste testimonianze storiografiche dell’emirato: panico totale, finché a Vella, non venne in mente che, mentre lavava i pavimenti della biblioteca del convento, di aver intravisto delle opere scritte in lingua maomettana. Per cui, l’ambasciatore fu portato in fretta e furia a Monreale, dove dopo essersi goduto il panorama, esaminò i codici.

A essere arabi, lo erano di certo: ma non parlavano di Balarm, ma erano una copia del Corano e una biografia del Profeta, che la pace sia con lui… Così, ripartito l’ambasciatore, non servendo più il grande dragomanno municipale, Vella fu riportato a pelare cipolle a San Martino: ma dato che la fame aguzza l’ingegno, Giuseppe ebbe un’idea geniale… Visto che mancano documenti di questa benedetta epoca araba, beh inventiamoceli: tanto qui i dotti sono così ignoranti in materia, che, qualsiasi cosa butto giù, ci cascano.

Così cominciò la sua carriera di falsario: all’inizio del 1783 iniziò a trapelare in città la notizia dell’esistenza di un manoscritto in caratteri cufici, si tratta della suddetta biografia di Maometto,e Vella affermò come tale codice contenesse invece il registro della cancelleria araba in Sicilia,fingendo anche di tradurne alcuni passi. Il che. oltre a solleticare l’orgoglio panormita, entrò a gamba tesa nella politica locale: come al solito, il re a Napoli tentava fare pagare le tasse alla nobiltà parassitaria locale e questa faceva orecchi da mercante, appellandosi alla tradizione locale.

Vella, fiutata l’aria, utilizzò la sua falsa traduzione per fornire, sul piano storico e giuridico, gli elementi necessari per l’ abolizione degli antichi privilegi feudali dei baroni siciliani, ottenendo così una serie di prebende da parte della Corona, tra cui la nomina a titolare della cattedra di orientalistica e studi arabi dell’Università di Palermo. Vide così la luce l’opera Il Consiglio di Sicilia, portata a termine e data alle stampe nel 1789-92, poi Il Consiglio d’Egitto, basato su nuove presunte scoperte, l’annuncio, poi rimasto tale, della scoperta delle opere perdute di Tito Livio in “traduzione” araba e cinque lettere in lingua volgare che sarebbero state inviate all’emiro di Sicilia al-Hasan ben al-Abbas negli anni tra l’882 e l’887, dai papi Marino I, Adriano III, Stefano V… Lettere su qualche sito e blog ancora si presentano come reali, che tratterebbero del riscatto di prigionieri cristiani e in cui, in italico idioma degno dell’armata Brancaleone, si legge qualcosa come

“Lu papa Marino servus di omni li servi di lu Maniu Deu, te saluta multu, e te diko, Maniu Amir di Sicilia Alasan, filiu di Alabbas, ki abeo kapitatu la tua littera signata kun la giurnata dilli quindici di lu mense Aprili oktocento oktanta tre …”

Dato che i nobili palermitani poco erano intenzionati a pagare le tasse, oltre a mettersi a studiare in tempi di record l’arabo, per combattere Vella con le sue stesse armi, sguinzagliarono contro di lui tutti i i dotti d’Europa: cosicché la truffa fu scoperta e Giuseppe fu arrestato e condannato, il 29 agosto 1796, a 15 anni di prigione da scontare a Castello a Mare. Grazie però all’intervento reale, che grazie all’imbroglio qualche riforma era riuscito a farla, la pena comminata fu poi commutata in arresti domiciliari, che egli trascorse nel casino da lui acquistato Mezzomorreale, fino alla morte, nel maggio 1814 o nel maggio 1815…

Così, il truffatore, oltre a cancellare qualche diritto feudale, permise la nascita degli studi arabi sulla Sicilia… E se sappiamo qualcosa su Balarm, lo dobbiamo anche al suo tentativo di riempirsi stomaco e tasche..

Proposte sulla Street Art a Roma

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La battaglia per il Murale di Mauro Sgarbi nel Mercato Esquilino, che sono convinto avrà buon esito, dato che i suoi nemici si sono ridotti alle menzogne e ai giochetti da avanspettacolo, può essere però l’occasione per ripensare il ruolo della Street Art a Roma.

Data l’inerzia delle istituzioni, a Roma la Street Art è in una sorta di area grigia, la cui gestione è affidata soprattutto al buonsenso dei singoli e delle istituzioni: quando questo manca, come nel caso del Nuovo Mercato Esquilino o nelle vicende di Pinacci Nostri a Pineta Sacchetti, quando i promotori hanno rischiato una multa di 7200 euro per la mancata presentazione della SCIA, il volere interpretare un intervento artistico come manutenzione ordinaria di un edificio, provoca situazioni paradossali, in cui come per il gruppo consiliare dei 5 Stelle del I Municipio, la politica si pone in contrasto con la volontà popolare, tradendo il suo mandato, difendendo gli interessi egoistici di singoli e contrastando qualsiasi intervento partecipato di riqualificazione territoriale.

La Street Art non è tinteggiatura di pareti, ma un’Arte che vive in una dimensione comunicativa aperta, che abbandona i luoghi in cui questa viene tradizionalmente imprigionata e commercializzata, i musei e le gallerie, per tornare a essere il centro della Vita e della Società.

L’Arte così recupera una sua dimensione politica, intesa come narrazione e costruzione dell’identità della Polis, il vivere collettivo diversificato e complesso, in una dialettica costruttiva non con lo spazio urbano, ma con l’ecosistema sociale.

Proprio per sottolineare questo ruolo e questo valore aggiunto, le Danze di Piazza Vittorio vogliono lanciare una proposta politica alle istituzioni, Comune e Municipi, a cominciare dal I, affinché si possa modificare l’attuale iter amministrativo, per semplificarlo e rendrlo meno ambiguo, prendendo esempio da quanto è stato realizzato in questi anni a Torino.

In particolare che le decisioni sulla Public Art siano accentrate in un’opportuna Commissione Per l’Arte Pubblica, CAP, che potrà valutare e autorizzare l’intervento, a valle di un modulo in cui si descrive l’intervento e ci si impegna a mantenerlo nel tempo e di un bozzetto.

Modulo

Poi, dato che la Public Art è un dono fatto alla collettività, si chiede come sia l’artista, sia il proprietario dell’edificio in cui è stata eseguita l’opera, possa usufruire di vantaggi nell’ambito delle tasse locali. Infine, che il Comune riconosca alle aree a forte presenza di Street Art lo status di Museo Diffuso e accentui il suo impegno per la loro promozione e valorizzazione.

L’Imprevedibilità del Bene

raganella

Parlando della Shoah, si cita spesso la banalità del male, sul fatto che chiunque potesse ridursi a ingranaggio di una macchina di sterminio, giustificando poi a posteriore le sue azioni, per auto assolversi.

Meno nota e studiata è il suo contraltare, l’imprevedibilità del bene, che come un’erbaccia, tende a spuntare all’improvviso, dove meno te l’aspetti, in persone che a tutto penseresti, tranne che potessero essere eroi.

Faccio un esempio concreto: Zofia Kossak Szczucka, una scrittrice polacca di romanzi storici, convinta antisemita e razzista, tanto da proporre negli anni Trenta la cacciata degli ebrei dal suo paese, con la deportazione in Madagascar, e misure fortemente discriminatorie nei loro confronti.

Entrata nella Resistenza antinazista, per caso, nel 1942, assistette all’esecuzione di un ragazzo ebreo a pochi passi da lei… Non so cosa scattò nella sua mente, ma nell’agosto dello stesso anno, quanto nel Ghetto di Varsavia cominciavano le deportazioni, scrisse Protest! in cui pur ribadendo il suo antisemitismo, descriveva con commozione e orrore le atrocità che accompagnavano la liquidazione del ghetto e parlava per la prima volta dell’assassinio di un milione di ebrei, finalmente descritti come esseri umani innocenti, uccisi perché ritenuti dai nazisti “razza inferiore“, invitando i suoi connazionali a reagire.

Nel settembre 1942, fece seguire alle parole le azioni: fondò a Varsavia il Consiglio per l’aiuto agli ebrei (noto come Zegota),una complessa struttura organizzativa dotata di filiali in tutta la Polonia e di un servizio di staffette, che riuscì a coinvolgere centinaia di polacchi nell’opera di soccorso agli ebrei in fuga dai ghetti, distribuendo oltre 50.000 documenti falsi, trovando alloggi di copertura, nascondendo bambini in conventi ed orfanotrofi, aiutando finanziariamente le famiglie che offrivano un rifugio ai perseguitati.

Zofia rischiò di persona: per il suo impegno contro l’Olocausto, venne arrestata e rinchiusa in carcere prima di finire ad Auschwitz, nell’ottobre del ’43, come prigioniera politica. Ne uscì per essere interrogata in altre località, in attesa di essere giustiziata e si salvò grazie a un coraggioso raid della Resistenza.

Eppure, nonostante questo, finita la guerra, andata in esilio in Gran Bretagna, perché contraria al regime comunista, ricominciò a scrivere i suoi saggi antisemiti… E immagino che, in qualsiasi Paradiso sia finita, sia rimata alquanto stupita e perplessa nell’essere riconosciuta, il, 13 settembre del 1982 dal Yad Vashem come una dei Giusti fra le nazioni.

Oppure, per parlare di storie più vicina e noi, padre Libero Raganella, nato il 7 maggio 1914 nel popolare quartiere di San Lorenzo, dove poi ha trascorso gran parte della vita sino alla sua morte nel 1990, in qualità di sacerdote ed educatore presso la parrocchia dell’Immacolata e San Giovanni Berchmans e l’annessa Opera Pio X, dei padri Giuseppini del Murialdo.

Padre Libero, che veniva sempre a fare la spesa al  vecchio Mercato Esquilino, comprava il caffè da Ciamei, il gelato da Fassi e le pastarelle da Regoli, era un amico di mio nonno e immagino di tante altre persone del Rione. Io l’avrò incrociato centinaia di volte, ma mai avrei pensato che avesse salvato così tanti partigiani ed ebrei…