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Ingegnere, critico e curatore d'arte, scrittore... A seconda delle circostanze l'ordine può cambiare

La cripta dei Cocchieri

cripta chiesa dei cocchieri madonna dell'itria

Una delle più importanti sodalizi di Palermo è la Venerabile Confraternita di Santa Maria dell’Itria dei Cocchieri, protagonista sin dal 1598 di una straordinaria processione del Venerdì Santo, in cui i fercoli, in dialetto “vare”, sono portati a spalle da fedeli e confratelli, trasportando le statue della Madonna Addolorata e del Cristo morto in giro per le antiche strade e vicoli della Kalsa, costeggiando antichi palazzi nobiliari.

Caratteristica particolare e originale di questa processione che attrae cittadini e turisti, è la sfilata di “personaggi” che sfoggiano le antiche livree dei nobili casati dai variopinti colori, una volta datori di lavori dei confrati.

Apre il corteo una grande croce di legno, accompagnata ai lati due membri in marsina, seguita dai i confrati con livree azzurro ed oro in rappresentanza della casa Branciforte di Trabia e di Butera, marrone e argento per la casa Settimo di Fitalia e Giarratana, giallo e verde per la casa Valdina, giallo e azzurro per la casa Baucina, rosso e giallo per il Municipio, nonché altre di casa Galati, Mazzarino, Scalea.

Nel Seicento, infatti, In segno di rispetto, lutto e devozione il Venerdì Santo vigeva il divieto di spostarsi in carrozza, “pirchì ‘u Signuri è ‘nterra”, quindi i cocchieri godevano un giorno libero e potevano partecipare numerosi a questo sacro evento. Circostanza che consentiva ai nobili di ingraziarsi il consenso delle autorità religiose ottenendo inoltre l’indulgenza plenaria per resa devozione.

Tornando alla storia della Confraternita, questa nacque inizialmente come Compagnia di San Riccardo, vescovo inglese, protettore dei carrettiere, per il lavoro che faceva da giovane. Nel 1596 i cocchieri “Maiuri” che prestavano la loro opera presso le case aristocratiche della città, si aggregarono in quella che più che un sodalizio religioso, appariva una sorta di sindacato di categoria, trasformandola nella “Venerabile Confraternita di Santa Maria dell’Itria dei Cocchieri”, dedicata alla patrona della Sicilia.

Il riconoscimento ufficiale, con atto rogato dal notaio Vincenzo Donato, avviene in data 22 settembre 1596. Il sodalizio religioso si pose quindi la finalità di perseguire la pratica delle virtù cristiane, di venerare e promuovere il culto di Maria SS. Addolorata e del Cristo morto, di assistenza tra i confrati, e di fornire una sorta di welfare ai poveri della Kalsa. In più fu data a tutti gli impiegati delle case nobilieri, come staffieri, stallieri, palafrenieri e camerieri, di iscriversi alla Confraternita

Il 22 ottobre del 1614 furono approvati dall’Arcivescovo di Palermo Giannettino Doria, colui che rese Santa Rosalia patrona di Palermo, i primi Capitoli, ossia la raccolta di norme che regola la vita delle confraternite.

Intanto i fondatori del sodalizio si autotassarono della somma di “Dodici once di Sicilia” ciascuno, una cifra ragguardevole per i tempi, e con il patrocinio dei loro padroni iniziarono l’edificazione della loro chiesa, dedicata ovviamente a Santa Maria dell’Itria, sopra una cripta in precedenza utilizzata come ritrovo dalla Compagnia di San Riccardo.

Cripta che si trovava nella “ruga magistra” della Kalsa, la nostra via Alloro, che aveva il vantaggio di essere vicina ai luoghi di lavoro dei cocchieri, ossia i principali palazzi nobiliari dell’epoca. La chiesa molto semplice, fu terminata nel 1611.

Il complesso, però merita una visita proprio per la cripta, che come quella delle Repentite, era utilizzata per la mummificazione, tramite essiccazione, e per la sepoltura dei confrati. Tale cripta è a forma rettangolare, ampia circa 150 mq, si estende sotto la chiesa, il sovrastante sagrato e parte della strada ed è articolata su due livelli: il primo è costituito dal locale dedicato alla sepoltura, in cui sono presenti novanta loculi; destinazione d’uso che durò sino alla fine del XVIII secolo, quando il vicerè Domenico Caracciolo, anticipando di qualche anno l’editto napoleonico di Saint Cloud vietava di seppellire i morti dentro le mura della città e istituiva i cimiteri pubblici suburbani

Il secondo livello, in cui si scende tramite una scala, è il invece dedicato ai colatoi, dove si praticava la mummificazione dei cadaveri.

I confrati non badarono a spese, pur di decorare la loro ultima dimora: nella cripta sono presenti elementi architettonici di un certo pregio, come l’arco trionfale ribassato sostenuto da due piloni quatrangolari, che introduce all’altare dove si celebravano le messe in suffragio delle anime defunte; i soffitti presentano volte a botte e a crociera e il pavimento conserva ancora dei brani originali di cotto bicromo consumati dal tempo e dal calpestìo.

Nel 1729 la confraternita dei cocchieri cominciò a ospitare nella cripta la Confraternita di Gesù e Maria, che poteva celebrare le sue cerimonie religione, in cambio dell’aiuto alla sepoltura dei confrati e alla condivisione delle spese di manutenzione della cripta. La Confraternita di Gesù e Maria decorò l’ambiente con un ciclo di affreschi, raffiguranti le anime purganti che attraverso l’intercessione dei santi acquisivano la salvezza.

Nella seconda metà del Settecento, accusata di simpatie massoniche, assia comuni nella Palerma dell’epoca, la patria di Cagliostro, la Venerabile Confraternita di Santa Maria dell’Itria, fu soppressa perché dichiarata eretica.

I confrati se ne fecero una ragione, continuando le loro attività in segreto: però, anche per i decreti di Caracciolo, la loro cripta fu progressivamente abbandonata e se ne perse memoria, per essere riscoperta nel 1980 e progressivamente restaurata.

Secondo una leggenda, comune a tutte le cripte e i sotterranei di Palermo, dalla cripta dei cocchieri partivano un tempo, dei camminamenti sotterranei che la mettevano in comunicazione con altre chiese e palazzi della zona…

Le tombe dei due Guglielmi

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Secondo la leggenda, Guglielmo II il Buono, succeduto al padre sul trono di Sicilia, si sarebbe addormentato sotto un carrubo, colto da stanchezza, mentre era a caccia nei boschi di Monreale. In sogno gli apparve la Madonna, a cui era molto devoto, che gli rivelò il segreto di una “truvatura” con queste parole:

“Nel luogo dove stai dormendo è nascosto il più grande tesoro del mondo: dissotterralo e costruisci un tempio in mio onore”.

Dette queste parole, la Vergine scomparve e Guglielmo, fiducioso della rivelazione in sogno, ordinò che si sradicasse il carrubo e gli si scavasse intorno. Con grande stupore venne scoperto un tesoro in monete d’oro che furono subito destinate alla costruzione del Duomo di Monreale, cui furono chiamati per la realizzazione maestri mosaicisti greco-bizantini (“i mastri di l’oru”) dell’interno

La realtà, in verità, è assai più prosaica: le polemiche seguite alla sepoltura di Ruggero II, in cui la volontà dell’arcivescovo Gualtiero Offamilio si era imposta sugli ultimi desideri del re normanno si erano trasformate in un grave vulnus per l’autorevolezza della dinastia Altavilla.

In qualche modo, tale onta doveva essere lavata: per cui Guglielmo II il Buono provvide alla fondazione nel 1174 di una chiesa dinastica, con funzione di sepolcreto reale: Santa Maria la Nuova; anch’essa in una sede diversa da Palermo, ma questa volta limitrofa alla capitale, a Monreale. Concepito come chiesa dell’annessa abbazia territoriale benedettina, indipendente dalla cattedra di Palermo, nel 1178 l’abate Guglielmo ottenne da Papa Lucio III che fosse costituita l’arcidiocesi metropolitana di Monreale e la chiesa abbaziale elevata al rango di cattedrale, in modo da potersi contrapporre al clero panormita

Iniziativa appoggiata da Guglielmo, che sin dall’inizio, omaggiò la chiesa una sequenza infinita di privilegi e concessioni reali, anche perchè con la costruzione di tale complesso sacro, riprendere un tema propagandistico assai caro ai suoi antenati: quello dell’equiparazione tra gli Altavilla e gli imperatori di Bisanzio, andando anche oltre quanto fatto da Ruggero II, che si era limitato a replicare i Santi Apostoli di Costantinopoli.

Concependo un complesso costituito da la chiesa dinastica, il convento dei benedettini e palazzo reale, ripropone quanto è presente a Bisanzio, con il Sacro Palazzo costantinopolitano e la cattedrale di Santa Sophia. E se Santa Sophia viene considerata la «Grande Chiesa», anche Monreale funge da grande chiesa di Stato, sostituendosi alla cattedrale di Palermo. La fondazione di Monreale duplica il polo civile, costituito dal “Palazzo dei Normanni”, e si opponeall’unico polo del potere religioso della capitale, sminuendo il ruolo del suo ambizioso arcivescovo.

In più, Guglielmo, che era unanimente stimato, così lo definisce una cronaca dell’epoca

Nel tempo, in cui quel re cristianissimo, al quale nessuno fu secondo, teneva le redini di questo regno, fra tutti i principi egli era il più grande; copioso di ogni bene, era chiaro di stirpe, bello della persona, forte, avveduto, ricchissimo. Era il fiore dei re, la corona dei principi, lo specchio dei guerrieri, il decoro dei nobiii, fiducia degli amici, terrore dei nemici, vita e forza del popolo, salvezza dei miseri, dei poveri, dei viandanti, fortezza dei lavoratori. Vigeva al suo tempo il culto della legge e della giustizia. Ciascuno nel regno era pago della sua sorte. Per ogni dove era pace e sicurezza; il viandante non temeva le insidie dei masnadieri, né il nocchiero quelle dei pirati

doveva esaltare il ruolo della sua famiglia, dando degna sepoltura al padre, come dire, alquanto controverso, nel nuovo mausoleo dinastico. Per fare questo, replicò quanto fatto dal nonno Ruggero II a Cefalù, per sottolineare come Guglielmo I il Malo fosse, nonostante tutto, degno figlio di tale padre.

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Per cui, fece costruire un mausoleo a baldacchino, andato perso nell’incendio del 1811, anche per ribadire le discutibili pretese della sua famiglia sul regno di Gerusalemme; tra l’altro, Guglielmo, dopo la sua conquista da parte di Saladino, provò a realizzare il colpo gobbo. Nella primavera successiva, inviò infatti la flotta normanna in Terrasanta: il suo ammiraglio Margarito di Brindisi, con 60 navi e 200 cavalieri, pattugliò la costa della Palestina impedendo costantemente a Saladino di occupare altri porti crociati; infine, nel luglio 1188 sbarcò a Tripoli, allontanando momentaneamente i musulmani dalla costa. La morte precoce e le vicende della III Crociata impedirono al re normanno di realizzare il suo sogno

Inoltre Guglielmo II, rispettando la tradizione di famiglia, seppellì il corpo paterno in un mausoleo di porfido, per ribadire il legame tra gli Altavilla e gli antichi imperatori romani. Per lui, invece ha in mente ben altro. Come disposizione testamentale, si fece seppellire ai piedi dell’altare maggiore del Duomo di Monreale, così che l’officiante della messa si dovesse inginocchiare sulla sua tomba.

Imitando quanto fatto da Costantino con i Santi Apostoli, anche Guglielmo immagina la chiesa di Santa Maria la Nuova come un sacrario, laddove il suo corpo si presenta come reliquia insigne. Una collocazione in verità ambigua, in verità: da una parte, il suo corpo mortale è partecipe della sacralità del luogo, ottenendo una sorta di viatico per Paradiso, costringendo il clero a venerarlo; dall’altra, essendo la tomba calpestata dal medesimo clero, è anche una dichiarazione di estrema umiltà

Ambiguità simbolica che viene risolta nella Controriforma: l’arcivescovo Ludovico I Torres, preso dallo spirito del Concilio di Trento, trasferisce il suo corpo in una più modesta sepoltura nei pressi del sepolcro del padre Guglielmo. Modesta per dimensioni e materiali: il comune marmo bianco, decorato con glifi dal sapore rinascimentale

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Presentazione di Sulle tracce di Maria Graham

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Sabato 20 luglio, alle ore 18, sarà presentato nel salone degli Affreschi del Palazzo Conti, uno dei tanti luoghi dei miei romanzi, il libro

Sulle tracce di Maria Graham, tre mesi passati a Poli sulle montagne a est di Roma nel 1819

traduzione di un diario di viaggio di una donna eccezionale, che meriterebbe di apparire nella narrativa steampunk. Maria nacque a Cockermouth nella contea britannica di Cumberland il 19 luglio 1785. Era figlia di George Dundas, un capitano che succedette a Nelson nel comando dell’Elephant e che rimasto famoso per essere stato un nemico giurato dei pirati nel mare dei Caraibi.

George fu congedato nel 1808 e data la sua esperienza, fu nominato responsabile dei cantieri navali della British East India Company a Bombay: decise quindi di trasferirsi in India con tutta la famiglia, ma durante il viaggio Maria si innamorò di un giovane ufficiale navale scozzese, Thomas Graham, terzo figlio di Robert Graham, l’ultimo Laird of Fintry.

I due si sposarono in India nel 1809. Nel 1811, la giovane coppia ritornò in Inghilterra, dove Graham pubblicò il suo primo libro, Journal of a Residence in India , seguito poco dopo da Letters on India. Alcuni anni dopo suo padre fu nominato responsabile del cantiere navale di Città del Capo, dove morì nel 1814, all’età di 58 anni, essendo stato promosso contrammiraglio appena due mesi prima.

Come molte mogli di ufficiali della Marina, Maria passava il suo tempo ad annoiarsi a terra; per ammazzare il tempo, invece di dedicarsi alle faccende domestiche, si improvvvisò un lavoro come traduttrice ed editrice. Cominciò a scrivere libri per bambini, in cui curava anche le illustrazioni.

Nel 1819 visse in Italia per un certo periodo, lasciando ricordo della sua permanenza in un libro che pubblicò l’anno successivo a Londra: “Tre mesi trascorsi nelle montagne a est di Roma”.

Maria, assieme al marito Thomas e a un amico pittore, si stabilì a Poli, dove visse diverse avventure, avendo un soggiorno molto movimentato. Ad esempio, i briganti che stazionavano su Monte Guadagnolo, venuti a sapere della loro presenza, tentarono in tutti i modi di rapirli per ottenerne poi un riscatto.

Nel libro, Maria si comporta come una moderna reporter: segue gli accadimenti in prima linea, intervista i locali e anche gli zingari di passaggio. La narrazione è intervallata da aneddoti e digressioni storiche, riflessioni sociologiche e descrizioni paesaggistiche. Il suo peregrinare era, infatti, alimentato dallo stesso interesse che ha motivato Byron e tanti altri a viaggiare in Italia in quegli anni.

Nel 1821, Maria fu invitata ad accompagnare il marito a bordo della HMS Doris , una fregata di 36 cannoni, sotto il suo comando. La destinazione era il Cile e lo scopo era proteggere gli interessi mercantili britannici nell’area. Però, nell’aprile del 1822, doppiato Capo Horn , Thomas morì di febbre, lasciandola vedova.

Tutti gli ufficiali navali di stanza a Valparaiso – britannici, cileni e americani – cercarono di aiutare Maria (un capitano americano si offrì persino di riportarla in Gran Bretagna), ma lei era determinata a farcela da sola. Affitò una casetta, litigò con la maggior parte degli inglesi che abitavano in zona, giudicandoli volgari, anche se molto civili, e visse tra i cileni per un anno intero. Nel 1822, fu anche testimone di une dei peggiori terremoti della storia del Cile, di cui descrisse tutte le vicende, suscitando un dibattito tra i geologi dell’epoca.

Aveva infatti notato come uno degli effetti del terremoto fosse stato di fare emergere vaste aree di terra dal mare, e nel 1830 quell’osservazione fu inclusa nell’opera rivoluzionaria The Principles of Geology del geologo Charles Lyell, come prova a sostegno della sua teoria secondo cui le montagne erano originate da vulcani e terremoti. Quattro anni un geologo conservatore, George Bellas Greenough, decise di attaccare le teorie di Lyell; invece di criticarlo direttamente, lo fece ridicolizzando in un articolo le osservazioni di Maria, che non era una persona che accettava il ridicolo.

Il secondo marito e suo fratello si offrirono di duellare con Greenough, ma lei disse, secondo il nipote John Callcott Horsley

“Tacete entrambi, sono capace di combattere da sola le mie battaglie e intendo farlo”.

Così si impegnò in una lunga polemica scientifica con Greenough, che fu risolta a suo favore addirittura da Charles Darwin, che aveva osservato lo stesso fenomeno durante il terremoto del Cile nel 1835, a bordo della Beagle .

Tornando alla sua biografia, Maria nel 1823, decise di abbandonare il Cile e di tornare a casa: durante il viaggio, fece una sosta in Brasile, dove fu presentata all’imperatore Pietro I del Brasile, che la prese in simpatia, tanto da nominarla istruttrice della figlia, la principessa Maria.

Così quando raggiunse Londra, Maria consegnò i manoscritti dei due nuovi libri al suo editore, raccolse il materiale didattico a supporto del suo nuovo lavoro e ritornò in Brasile nel 1824. Ahimè, dato il suo caratterino, che la portò a litigare con metà corte, l’incarico fu presto revocato. Durante i pochi mesi trascorsi con la famiglia reale, Maria strinse una grande amicizia con l’imperatrice Maria Leopoldina d’Austria, di cui condivideva gli interessi nelle scienze naturali. Dopo aver lasciato il palazzo reale, Graham incontrò ulteriori difficoltà nell’organizzare il ritorno a casa; controvoglia, rimase in Brasile fino al 1825, quando finalmente riuscì a trovare un passaggio per l’Inghilterra.

Dopo il suo ritorno dal Brasile nel 1825, il suo editore John Murray le chiese di scrivere un libro sul famoso della HMS Blonde alle Isole Sandwich (come allora erano note le Hawaii ). Il re Kamehameha II e la regina Kamamalu delle Hawaii erano stati in visita a Londra nel 1824, quando morirono entrambi di morbillo, contro cui non avevano immunità. La Blonde fu quindi incaricata dal governo britannico di riportare i loro corpi alle isole hawaiane, con George Anson Byron al comando, cugino del poeta Byron.

Quando arrivò a Londra, Maria aveva affittato una casa a Kensington Gravel Pits, appena a sud di Notting Hill Gate, abitata da una variegata comunità di artisti, che orbitavano attorno a Constable e Turner. Maria cominciò a frequentarla; così conobbe il pittore Augustus Wall Callcott, all’epoca assai di moda. I due si sposarono il 20 febbraio 1827 e la loro luna di miele fu una sorta di Grand Tour in Germania, in Austria e in Italia.

Nel 1831, Maria ebbe una grave emorragia, che le rese invalida: pur rinunciando a viaggiare, continuò a scrivere libri e saggi d’arte. Nel 1837 Augustus Callcott fu nominato Lord ae sua moglie divenne nota come Lady Callcott. Poco dopo la sua salute cominciò a deteriorarsi e nel 1842 morì a 57 anni. Continuò a scrivere fino alla fine, e il suo ultimo libro fu A Scripture Herbal , una raccolta illustrata di curiosità e aneddoti su piante e alberi menzionate nella Bibbia, pubblicato nello stesso anno in cui morì.

 

Il prossimo romanzo

claudio

 

Diciamola tutta, dal punto di vista della narrativa, ho passato un paio di anni complicati: non ho avuto testa e tempo per scrivere, tranne qualche racconto steampunk per il buon Roberto Cera, dalla pazienza encomiabile e, lo confesso senza problemi, avevo perso parecchi stimoli: per il lavoro che faccio, robot, IA e computer quantistici sono cose che devo vendere per raggiungere gli obiettivi di quarter e mantenere a un livello dignitoso la parte variabile del mio stipendio, cosa che, ne converrete tutti, non che aumenti molto il loro fascino, rendendoli fonte di ispirazione.

Tutto è cambiato, in questi mesi, grazie a Davide del Popolo Riolo; come sapete, Davide, che ha scritto in questi anni tanti bei racconti e romanzi, ha esordito con De Bello Alieno, mi raccomando, leggetelo, un romanzo, che, scherzando, si può definire peplumpunk, in cui Caio Giulio Cesare, il geniale scienziato e imprenditore che, costretto da Silla ad abbandonare la carriera politica e militare, ha dedicato tutto il suo ingegno alla scienza e alla sua applicazione tecnica… La sua intelligenza e le sue invenzioni salveranno l’Urbe dall’invasione di feroci alieni.

Davide ha creato un universo narrativo tanto ampio, quanto affascinate: l’ho sempre pregato di continuare a raccontare le storie dei suoi personaggio, ma, giustamente, ha preferito dedicarsi ad altri progetti, che ritiene più stimolanti e i fatti gli stanno dando ragione. Lo scorso agosto, mentre ci riposavamo durante la visita dei Mercati Traianei, per scherzare, abbiamo cominciato a fantasticare sui possibili seguiti del suo romanzo e secondo me, sono venute fuori parecchie idee carine.

Idee che mi sono rimaste nel retrocranio, finché non mi è stato chiesto di partecipare a un’antologia steampunk. Con il permesso di Davide, ho cominciato a lavorarci sopra: così non ho scritto un seguito di De Bello Alieno, non me ne sentivo all’altezza e soprattutto non ho perso la speranza che possa farlo lui, ma un romanzo ambientato nello stesso universo narrativo, ma in un luogo e in tempo differente.

Da una parte, sono stato ispirato da una serie di libri straordinari, come ad esempio la raccolta di pettegolezzi di Svetonio, il Satyricon o quello straordinario capolavoro che è Io Claudio di Graves, il cui incipit

Io, Tiberio Claudio Druso Nerone Germanico eccetera eccetera (perché non voglio infastidirvi enumerando tutti i miei nomi), che ero una volta, e non molto tempo addietro, noto a parenti e amici e conoscenti sotto gli appellativi di Claudio l’Idiota, o quel Claudio, o Claudio il Balbuziente, o Cla-Cla-Claudio, o nel migliore dei casi Povero Zio Claudio, mi accingo a narrare la strana storia della mia vita

che è stato una sorta di mantra e di linea guida, mentre buttavo giù le sue avventure… Dall’altra… Diciamola tutta… A scuola ci danno un’immagina parecchio edulcorata degli antichi romani: in realtà, dall’ultimo plebeo al più nobile dei senatori, non avrebbero sfigurato ne Il Trono di Spade. Erano superstiziosi, feroci, cialtroni: insomma tizi difficili da sopportare, nella vita quotidiano, ma di cui è divertente scrivere.

Di conseguenza, quando uscirà il nuovo romanzo, spero che vi divertiate a leggerlo la metà di quanto l’abbia fatto io, nello scriverlo.

Tupaia il geografo

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E’ il 26 agosto del 1768 e la Nave di Sua Maestà Endeavour, un bel brigantino a palo, salpa da Plymouth con a bordo una insolita varietà di passeggeri. Indossano cappelli a tre punte, abiti di squisita fattura e hanno serventi al seguito. Sono scienziati, astronomi, botanici. Tra gli ufficiali c’è un americano che conosce una strana lingua lontana, tra i passeggeri ci sono ben tre artisti disegnatori. Tutto ciò che vedranno andrà documentato con dovizia di particolari. Committenti della spedizione sono Re Giorgio III, tramite l’Ammiragliato Britannico, e la Royal Society, la più prestigiosa società scientifica al mondo. Sir Joseph Banks, uno degli scienziati a bordo, dopo quel viaggio ne diverrà il presidente.

A capo di questo caravanserraglio, vi è un uomo più noto come cartografo, con il suo genio ha dato un contributo fondamentale alla sconfitta dei francesi in Canada durante la guerra dei Sette Anni, che come navigatore: James Cook.

La spedizione che guida ha due scopi: il primo, palese, è osservare il transito di Venere dall’isola di Tahiti, Oceano Pacifico. Cosa aveva di così importante quell’evento per far armare una nave con dodici cannoni e più di 70 uomini tra marinai, ufficiali e soldati? Da quel transito gli astronomi sarebbero stati in grado di stabilire, grazie all’accuratezza della più recente tecnologia, la distanza tra il Sole e la Terra. Cosa che avrebbe semplificato i complessi calcoli per determinare la longitudine e latitudine.

Il secondo, segreto, è svelare un mistero che ossessiona i geografi occidentali da secoli: l’esistenza del cosidetto continente australe, l’enorme massa di terra simmetrica, nel sud del mondo, all’Eurasia. Dopo un viaggio faticoso, giungono a Tahiti, dove, grazie alla mediazione dell’americano John Gore, che a causa di precendenti viaggi, mastica la lingua polinesiana, ottengono dai capi locali il permesso di costruire un osservatorio sulla cima di una montagna, dove attendono che Venere attraversi il disco solare. Purtroppo le diverse letture sono discordanti. Forse la causa è il ‘black drop’, un effetto ottico per cui il corpo nero si fonde con il margine del corpo luminoso. E’ in base a quei risultati l’astronomia di allora fissa la distanza della Terra dal Sole oltre i 150 milioni di chilometri.

Così a Cook non rimane che organizzarsi per raggiungere almeno il secondo scopo della sua spedizione: nel frattempo Banks, che oltre ad essere uno grande botanico, è anche un inguaribile donnaiolo, ha un reazione con una capo clan ,Purea, che gli inglesi, capendoci poco delle complesse gerarchie locali, definiscono regina.

Purea ha la fortuna di avere come consigliere un personaggio straordinario, Tupaia, sacerdote, giudice, diplomatico e geografo. Tupaia era nato nella metà del 1720 nel nord di Ra’itaea, in una famiglia di alto rango, e aveva ricevuto la sua prima istruzione a Tainui Marae. Figlio e nipote di navigatori aveva appreso in giovinezza i segreti della navigazione polinesiana. Dopo aver viaggiato in gioventù fra le isole, era stato ferito in uno scontro tribale, per poi approdare a Tahiti dove era divenuto consigliere politico dei reggenti. Con l’arrivo dei primi navigatori europei, Tupaia, che aveva un incredibile talento per le lingue, impara inglese, spagnolo e francese funge da mediatore con questi strani stranieri.

Frequentando Banks e conversando con lui, a Tupaia viene un’idea bizzarra: accompagnare questi tipi buffi nel loro viaggio, per giungere in Gran Bretagna e comprendere a fondo lo strano modo di vivere e pensare di questi inglesi. Cook, alla richiesta del sacerdote di imbarcarsi, temendo di violare qualche strano tabù locale, risponde picche: ci vuole tutta l’autorità di Banks per fare cambiare idea al capitano.

Fu così che quando l’HMS Endeavour si preparò a lasciare Tahiti, Tupaia si unì all’equipaggio della nave come navigatore. Nelle quattro settimane seguenti, pilotò in sicurezza l’Endeavour attraverso le Isole della Società Sottovento e a sud a Rurutu. Per quasi sei mesi, dall’ottobre 1769, facilitò gli scambi tra l’equipaggio ed i Maori di Aotearoa in Nuova Zelanda con i quali era anche in grado di comunicare linguisticamente.

A bordo della HMS Endeavour, Tupaia incontrò molti scienziati della spedizione e travasò gran parte della sua conoscenza che venne poi trascritta in diari, schizzi, acquerelli e grafici. A lui si devono le conoscenze sulla religione e le pratiche rituali di Tahiti, sull’organizzazione tribale, sui metodi di gestione economici e, per i nostri scopi ancora più importante, sulle antiche pratiche di navigazione polinesiane.

Le sue conoscenze e, in particolare, molti disegni furono realizzati da uno dei disegnatori dell’Endeavour, Sydney Parkinson. Tra di essi una mappa che riportava le isole, i passaggi e gli stretti delle Isole della Società di Leeward, comprendente un mare di isole” da Rapa Nui (a Est) per oltre 7.000 km a Rotuma, a ovest, e più di 5.000 km da Hawai’i a nord a Rapa Iti a sud, di fatto documentando la vasta conoscenza geografica dei maestri navigatori delle Isole della Società.

Questa mappa, nota come la mappa di Tupaia, fu ritrovata tra le carte di Joseph Banks e, dopo la sua pubblicazione nel 1955, scatenò uno sproposito di polemiche. Da una parte, si aveva un’idea assai vaga sulla sua genesi, dall’altra, diciamola tutta, ci si capiva ben poco.

Solo dopo anni, siamo riusciti a trovare il bandolo della matassa. Secondo Cook, nessuna delle bozze disegnate dalle mani di Tupaia era sopravvissuta, per cui bisognava partire dalle tre versioni conosciute. Inizialmente era stato assegnato a Richard Pickersgill, un brillante sottufficiale (master’s mate) che aveva servito sul Dolphin con Wallis, il compito di assistere Tupaia nel disegno della bozza della mappa. La prima versione fu poi copiata da Georg Forster, un naturalista tedesco della spedizione. A lui si deve il rapporto di viaggio, A Voyage Round the World, che contribuì in seguito a descrivere l’etnologia delle popolazioni polinesiane.

Dopo l’abbandono della prima mappa, probabilmente nell’agosto del 1769, ne fu iniziata una seconda bozza in cui si notano frequenti cambiamenti nel modo in cui i nomi delle isole sono scritti. Secondo gli autori dello studio queste variazioni suggeriscono che Cook decise di coinvolgere nel progetto un linguista più talentuoso, forse lo stesso Banks o il disegnatore Sydney Parkinson. Inoltre, la stretta corrispondenza tra l’elenco delle isole nel diario di Cook e la copia di Banks fa presupporre che la seconda bozza della mappa potrebbe essere stata la versione base della copia di Banks, oggi conservata nella British Library. La stesura della terza bozza iniziò poco tempo dopo, il 5 febbraio 1770. In questa versione, le ortografie insulari furono ricontrollate con Tupaia e, in molti casi, adattate integrandole con informazioni raccolte dai contatti con i Maori.

Confrontando le diverse versione, ci si è accorti come Tupaia abbia svolto uno straordinario lavoro di mediazione culturale, costruendo un ponte tra due diverse concezioni dello spazio geografico: quella geometrica di noi europei, che deriva da Eratostene, con la griglia di latitudini e longitudini, e quella umanistica dei polinesiani, incentrata sul ruolo del navigatore, circondato da un mondo eterogeneo composto dall’oceano, dalla vita marina, dal vento e dalla corrente, dal sole, dalle stelle e dai pianeti e infine dalle isole. L’orientamento in questo sistema veniva costantemente affinato osservando i movimenti delle stelle di notte, del sole di giorno e le direzioni del vento e dei treni d’onda. Le nozioni astronomiche si basavano sul calendario lunare tahitiano che forniva le posizioni azimutali non solo della luna, ma del sole e delle stelle principali, così come il sorgere ed il tramonto ad una data latitudine.

Queste divisioni del tempo permettevano agli isolani di osservare ed apprezzare i movimenti dei corpi celesti per i loro diversi scopi. I navigatori polinesiani sapevano che le stelle fisse non cambiano la loro posizione l’una rispetto all’altra e conoscevano quali stelle ed i pianeti erano visibili in certe stagioni dell’anno. Quindi erano in grado di identificare le stelle quando si innalzavano dall’orizzonte, memorizzandone la posizione per trovare la direzione. Il suo riferimento più importante era la costellazione della Croce del Sud che, come la stella polare ha una direzione fissa indicando però il Sud. La sua forma richiama un aquilone dove l’allineamento della stella superiore Kaulia/Gacrux e di quella inferiore, Ka Mole Honua/Acrux, mostra la direzione meridionale. Come per la stella polare nell’emisfero nord, anche la Croce del Sud si alza man mano che ci si avvicina al polo sud. Alla latitudine delle Hawaii, la distanza dalla stella superiore alla stella inferiore è la stessa distanza da quella stella inferiore all’orizzonte, ed è di circa 6 gradi. Questa configurazione si verifica solo alla latitudine delle Hawaii. Tupaia usava la cosiddetta bussola stellare (star compass), un costrutto mentale e non tecnologico come la bussola occidentale, in cui l’orizzonte visivo viene suddiviso in 32 “case” dove una casa è una parte dell’orizzonte dove risiede un corpo celeste. Ciascuna delle 32 case è separata da 11,25° di arco per un cerchio completo di 360°.

Per effettuare una sintesi tra queste due visioni contrapposte, utilizzando un approccio “relativistico”, andando oltre il concetto di direzione cardinale assoluta, posizionandosi in un punto, chiamato Avatea, e abbandonando lo spazio cartografico utilizzato dai cartografi europei. Interessante il fatto che Avatea, tradotto dagli Europei “mezzogiorno”, veniva determinato dalla massima elevazione del sole ovvero quando si trovava allo zenith. Partendo da Avatea, determinò poi un nord posizionale al centro del grafico come riferimento per disegnare due rotte oceaniche: la prima tra Rotuma e Rapa Nui (che copre un quinto della circonferenza della terra) e l’altra tra Tahiti (Otaheite) e le Hawai’i

Nella mappa una rotta può praticamente iniziare ovunque. Ciò che conta è la posizione relazionale delle isole all’interno dei percorsi di viaggio ed il loro orientamento da Avatea. Come sappiamo, su una carta non bastano solo i rilevamenti ma anche le distanze. È importante comprendere che la distanza tra le isole sulla mappa di Tupaia non è un indicatore di distanza reale: non si misura in miglia ma è solo una funzione del tempo necessario per il viaggio e viene misurata in notti di viaggio (e in qualche modo dipende dall’esperienza del viaggiatore). Un’altra cosa da notare è che la forma delle isole non ha nessun senso e quindi cercare di trovare somiglianze con mappe realizzate dagli Occidentali è errato.

Tutte le rotte sono chiaramente orientate rispetto Avatea. Per poter navigare, gli utilizzatori dovevano quindi porsi su una delle isole sulla carta e tracciare due linee immaginarie dalla loro posizione: una verso Avatea, il loro nord posizionale, e l’altra verso l’isola di destinazione. L’angolo misurato in senso orario dalla prima alla seconda linea era il rilevamento usato da Tupaia per indicare le sue isole. Sorprendentemente in una visione occidentale può essere espresso in gradi e quindi usato da una bussola. La cosa straordinaria è che la differenza tra i rilevamenti da isola a isola presi sulla Mappa di Tupaia e quelli su una mappa di Mercatore è ben al di sotto di 5°. Le differenze sembrano diventare maggiori quando le conoscenze sulle posizioni delle stesse divengono più vaghe.

Tupaia, poi, durante il viaggio, osservando i disegnatori della spedizione, imparò a dipingere: così abbiamo oggi una serie di suoi quadri, che ci danno un’idea di come quest’uomo geniale cercava di comprendere e interpretare le stranezze di noi europei. Purtroppo, il polinesiano non realizzò mai il suo sogno di vedere Londra: morirà di malaria a Batavia, città olandese, oggi Jakarta in Indonesia. Così Cook lo ricorda nel suo diario di bordo.

“He was a Shrewd, Sensible, Ingenious Man, but proud and obstinate which often made his situation on board both disagreeable to himself and those about him, and tended much to promote the deceases that put a period to his life”

E quando nel 1773 tornò in Nuova Zelanda, le piroghe dei maori si avvicinarono alle sue navi gridando

“Tupaia”