Informazioni su alessiobrugnoli

Ingegnere, critico e curatore d'arte, scrittore... A seconda delle circostanze l'ordine può cambiare

CarnevalEsquilino 4.0

carnevale

Anche quest’anno, con un poco di fatica e in formato ridotto, perché siamo stati tutti subissati di uno sproposito di impegni, sta arrivando CarnevalEsquilino 4.0.

Diciamola tutta: è un ottimo risultato, poichè siamo solo un gruppo di amici, con i nostri pregi e difetti, senza obiettivi o ambizioni di qualunque tipo, ma solo animati dall’amore per il Rione, dalla voglia di fare qualcosa di utile e dalla consapevolezza che in questa Italia sempre più fuori di testa, ogni giorno si combatte una guerra senza tregua, tra chi, per piccoli ed egostici interessi di bottega, vuole costruire muri e chi, al contrario, vuole erigere ponti, per lasciare un futuro degno a chi verrà dopo.

Noi abbiamo fatto una scelta di campo e abbiamo scelto come armi l’Arte, la Cultura, la Musica e la Danza…

Un grazie, come sempre, a Radici e al Palazzo del Freddo, che ci ospitano sempre nelle nostre imprese… Che ci sarà quest’anno ?

Venerdì 1 marzo, dalle 21,30 in poi, da Radici, Via Emanuele Filiberto, 38 Le danze di Piazza Vittorio terranno la loro festa di Carnevale, aperta a tutti: ossia berremo, canteremo e ci faremo qualche risata ballando

Martedì Grasso, 5 marzo 2019 dalle ore 19,30 alle 22,30 da Fassi, in via Principe Eugenio, ci sarà invece il tradizionale concerto del Coro di Piazza Vittorio…

Poi, ci saranno altri eventi del Rione, non organizzati da noi, ma sempre belli a vedersi. Sabato 3 Marzo, al mitico caffè 081, in via Merulana 83, si terrà Un Brindisi Con Pulcinella, per i più piccoli dalle 16-18 merenda baby aperitivo karaoke( la più bella mascherina verrà premiata)e per i più grandi dalle 18,30 alle 22,00.

Infine, per il secondo anno, domenica 4 Marzo ci sarà la sfilata in maschera da Piazza Vittorio allo Spin Labs a via Santa Croce…

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Così parlò Zoroastro (Parte II)

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Come Zoroastro ha influenzato Ebraismo, Cristianesimo e Islam ? Per capirlo diamo un’occhiata alle gāthā, i cantri sacri che costituiscono la parte più antica della religione iranica.

In una di queste, si legge chiaramente

Riconosco, o Mazda, nel mio pensiero, che tu sei il Primo e anche l’Ultimo, l’Alfa e l’Omega; che tu sei Padre di Vohū Manah, perché io ti ho fermato nel mio occhio, Tu sei il vero creatore di Aša, e tu sei il Signore dell’esistenza e delle azioni della vita attraverso il tuo operare

Per cui, lui è il primo a fondare una religione con l’idea di venerare un Dio Unico, Onnipotente e Onniscente, da cui derivano, non è chiaro se per Creazione o Emanazione tutte le cose.

Da Egli procedono gli Spiriti del Bene e del Male, che non per Natura, ma per Libero Arbitrio, hanno scelto il loro destino

I due Spiriti primordiali, che (sono) gemelli, (mi) sono stati rivelati (come) dotati di propria (autonoma) volontà. I loro due modi di pensare, di parlare e di agire sono (rispettivamente) il migliore e il cattivo. E tra questi due (modi) i benevoli discernono correttamente, non i malevoli. Allora, il fatto che questi due Spiriti si confrontino, determina, all’inizio, la vita e la non vitalità, in modo che, alla fine, l’Esistenza Pessima sia dei seguaci della Menzogna, ma al seguace della Verità (sia) l’Ottimo Pensiero

Così Zoroastro, asa il suo mondo spirituale sulla continua lotta tra Bene e Male, tra Ordine e Caos, in cui l’Uomo, con le scelte etico del suo quotidiano, non è oggetto, ma soggetto attivo; la via del bene e della giustizia (Aša) porterà alla felicità (Ušta), mentre la via del male apporterà infelicità, inimicizia e guerra.

Di fatto, quanto sintetizzato in versetto del libro di Giobbe

Militia est vita hominis super terram et sicut dies mercenarii dies ejus

Questa tensione etica dona significato alla Vita e alla Storia. Alla Vita, poiché Zoroastro afferma come, dopo la morte corporale, l’anima della persona attraversi un ponte (Chinvato Peretu) sul quale le sue buone azioni sono pesate con quelle cattive. Se prevalgono le prime, l’anima giungerà nella Regione della Luce, dominio dello Spirito del Bene, se invece vincono le seconde, sarà destinata alla Regione delle Tenebre e del Male. E di fatto lo Spirito del Male, notevolmente similare al concetto di Satana, come lo intendiamo comunemente: sovrano del mondo delle tenebre, col compito di punirele anime peccatrici.

E alla Storia, poichè Zoroastro è il primo, come conseguenza della battaglia tra Bene e Male, ad abbandonare una concezione ciclica del Tempo, legata ai cicli agricoli ed affermare invece una lineare, che parte dalla Creazione, per arrivare allo scontro finale, la nostra Apocalisse, uando, alla fine dei giorni, il male sarà definitivamente sconfitto, il cosmo verrà purificato in un bagno di metallo fuso e le anime dei peccatori saranno riscattate dall’inferno, per vivere in eterno, entro corpi incorruttibili, alla presenza di Ahura Mazda, l’Eterno Creatore.

Come questi concetti siano penetrati nell’Ebraismo e nelle religione da lui derivate, lo descrive assai bene Gerhard Schweizer

L’incontro con Zarathustra portò a una svolta religiosa di grande importanza presso uno dei popoli sottomessi: gli ebrei. Gli effetti furono di importanza storica mondiale. Gli ebrei di quel tempo passarono attraverso la più grande crisi della loro storia. Nell’anno 587 a.C. Nabucodonosor re di Babilonia aveva fatto distruggere la capitale ebraica Gerusalemme fino alle mura di cinta e deportato soprattutto uomini di lettere, sacerdoti, funzionari dell’amministrazione, commercianti e soldati nelle regione del Tigri ed Eufrate. Lo stato ebraico non esisteva più, l’intera élite intellettuale, e con lei una parte del popolo, viveva sotto il dominio di governanti stranieri, molto lontano dalla patria nativa. Quell’epoca – che è entrata nella storia col nome di prigionia babilonese – ebbe fine per mano di Ciro, il Grande Re dei persiani; egli fece tornare gli ebrei nella terra dei loro padri dopo aver conquistato il regno babilonese.

Ma idee e indirizzi spirituali di coloro che tornarono a casa erano diversi da quelli dei loro diretti antenati: nella loro permanenza in terra straniera erano stati influenzati dall’incontro e scontro con una cultura assolutamente nuova e, per certi versi, affascinante. Messi alla prova da quell’esperienza, profondamente disorientati, i sacerdoti ebrei cominciarono a riflettere intensamente sulle grandi questioni religiose, sul senso dell’esistenza; anche il popolo si mostrava ricettivo a nuovi messaggi profetici. Durante quel periodo storico vennero formulate parti fondamentali del Vecchio Testamento ispirate al patrimonio culturale straniero.

Innanzi tutto a Babilonia: da li gli ebrei presero il mito della creazione della prima coppia di uomini dal fango e la leggenda del diluvio Ma impararono molto anche dai persiani. Come possiamo però dimostrare che gli ebrei furono influenzati proprio dalla dottrina di Zarathustra? A questo riguardo siamo in possesso di un documento illuminante. Si trova nel Vecchio Testamento: il libro di Daniele. Non ne conosciamo gli autori, probabilmente il libro è stato scritto uno o diversi secoli dopo la morte del profeta ebraico. Deve poi trattarsi di una commistione di elementi leggendari e di avvenimenti realmente accaduti; ciononostante possiamo tirare alcune importanti conclusioni dal testo. Se proviamo a seguire la biografia di Daniele – per come la si può ricostruire con l’ausilio della tradizione biblica – ne rimaniamo sorpresi. Daniele visse alla corte del re babilonese Nabucodonosor; era stato destinato a una posizione di rango dagli alti funzionari che avevano avuto il compito di scegliere tra gli ebrei prigionieri i più belli, i più intelligenti e i più capaci per il servizio di corte.

Daniele fece carriera a corte grazie alla sua capacità di interpretare in maniera convincente i sogni di Nabucodonosor, e ciò non era poco in un paese in cui dai sogni si leggeva il futuro. Egli diventò addirittura alto funzionario. Quando Ciro conquistò Babilonia, l’esperto di riguardo andò a corte a Susa e diventò per decenni un importante consigliere del Grande Re Dario. Fin qui la sua biografia. Di importanza decisiva sono le parole che gli autori biblici a lui posteriori attribuiscono a Daniele. Nel dodicesimo capitolo del libro che porta il suo nome leggiamo: “E molti, sicché‚ giacciono dormienti sotto la terra, si sveglieranno, certuni per la vita eterna, altri per l’umiliazione e la vergogna eterne… Tu però Daniele (e’ Dio che parla) vai pure finché‚ arriverà la fine; e sii tranquillo, che tu risorgerai nella tua terra alla fine dei giorni”. Frasi simili non si erano mai trovate negli scritti del Vecchio Testamento.

Sono pensieri attribuiti a un ebreo al servizio dei persiani e che a Susa ebbe senz’altro contatti quotidiani con seguaci di Zarathustra. Per la prima volta un ebreo annuncia la resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale. Nello stesso libro si legge, per la prima volta, che il divenire storico ha una meta precisa nella fine del tempo: la necessaria scomparsa del nostro mondo imperfetto e l’inizio raggiante di un eterno regno di Dio. Il libro di Daniele dimostra l’influenza della religione di Zarathustra sul pensiero ebraico. Non deve trattarsi certo dell’unico caso. Nel corso del III e II secolo a.C. gli ebrei si appropriarono anche della dottrina degli angeli e dei demoni, di Dio e Satana quali antagonisti universali in questo mondo terreno.

Gli ebrei non credettero più che sia il bene quanto il male provenivano in uguale misura da Dio e che in quanto tali dovevano essere accettati. Da quel momento tutto il male era da ascriversi a forze demoniache che operavano da un ben definito regno delle tenebre e contro le quali bisognava opporre un’energica resistenza. Nel II secolo a.C., la religione ebraica si configurava così come Gesù la conobbe. Il Redentore accolse poi diversi aspetti fondamentali di quelle nuove idee. E non solo lui. Seicento anni dopo, Maometto diede vita all’islamismo prendendo le mosse dal patrimonio ebraico e cristiano: anche quest’ultimo predicò che gli uomini erano posti in questo mondo per scegliere tra Dio e Satana; anche lui insegnò la resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale, anche lui annunciò il paradiso quale ricompensa per gli uomini retti e l’inferno come punizione per i peccatori.

Parco degli Acquedotti (Parte 1)

Uno dei luoghi più affascinanti della periferia romana è il Parco degli Acquedotti, in zona Tuscolana, tanto noto dal punto di vista visivo, è stato set di tanti film, come La Grande Bellezza, quanto poco conosciuto nel concreto fuori dal Grande Raccordo Anulare.

Il Parco, che stende per circa 240 ettari tra il quartiere Appio Claudio, via delle Capannelle e la linea ferroviaria Roma-Cassino-Napoli e come facile immaginare, prende il nome dalle rovine degli acquedotti presenti, rappresenta il residuo di un tratto di Agro Romano che originariamente si estendeva senza interruzioni fino ai Colli Albani, caratterizzato da vegetazione arborea, in particolare pini.

La zona, destinata a verde pubblico dal piano regolatore del 1965, come Villa Gordiani, si salvò dalla speculazione edilizia per la presenza delle baracche, i borghetti, che furono sgomberate negli anni Settanta.

Abbandonato per anni, come sempre succede a Roma, fu riqualificato grazie all’impegno di alcuni cittadini, che crearono il Comitato per la salvaguardia del Parco degli Acquedotti e di Roma Vecchia. Grazie anche all’appoggio di alcuni intellettuali, come Lorenzo Quilici, il comitato riuscì nel 1988 a far inserire l’area degli Acquedotti nel Parco regionale dell’Appia antica. Da quel momento in poi, è partito il lungo processo di recupero e valorizzazione. Perchè visitarlo ? Ovviamente, il pezzo grosso è costituito dagli acquedotti.

Nel parco ci sono i resti, imponenti, di 6 degli 11 acquedotti che resero celebre la città di Roma: Anio Vetus, Marcia, Tepula, Iulia, Claudio e Anio Novus (sovrapposti). A questi si aggiunge l’ acquedotto Felice (sovrapposto allo Iulia), che fu costruito in epoca rinascimentale dal papato e tutt’ora impiegato per l’ irrigazione.

L’Anio Vetus, è il più antico e il meno visibile, essendo il suo percorso sotterraneo, tra quelli presenti nel parco; fu costruito dal censore Manio Curio Dentato, che il senato aveva appositamente nominato “duumvir aquae perducendae” insieme a Fulvio Flacco, che però morì pochi giorni dopo il conferimento dell’incarico, grazie al bottino della guerra combattuta contro Pirro e Taranto tra il 272 e il 269 a.C. Questo lo rende il secondo, come antichità, tra tutti gli acquedotti romani, essendo stato preceduto di una quarantina d’anni dall’Acquedotto Appio.

L’Anio Vetus raccoglieva le acque direttamente dal fiume Aniene (Anio) nei pressi di Tivoli, in un’area imprecisata, che secondo alcune fonti potrebbe trovarsi a circa 850 m da San Cosimato, presso la confluenza nell’Aniene del torrente Fiumicino, tra i comuni di Vicovaro e Mandela. Per la varibilità della portata, in epoca imperiale fu destinato esclusivamente all’irrigazione di ville e giardini. Lo speco è costruito in “opera quadrata” di tufo, con copertura triangolare costituita da due lastre di pietra calcarea.

l’Acqua Marcia è invece è il terzo acquedotto di Roma antica, costruito nel 144 a.C. e lungo circa 90 km, dal pretore Quinto Marcio Re. Raccoglieva l’acqua dell’alto bacino dell’Aniene e, contrariamente all’Anio vetus, che prendeva acqua dal corso del fiume, attingeva direttamente da una delle sue sorgenti, caratterizzato da un’acqua di ottima qualità e purezza, tanto da essere considerata la migliore tra quelle che arrivavano a Roma. Attualmente, nel parco sono visibili poche basse arcate, dato la gran parte fu distrutta per la costruzione dell’Acquedotto Felice

L’ultimo acquedotto dell’età repubblicana, il quarto, quello dell’Aqua Tepula, venne costruito dai censori Gneo Servilio Cepione e Lucio Cassio Longino nel 125 a.C.. Il nome era dovuto alla temperatura “tiepida” dell’acqua, a 16-17 gradi alle sorgenti, che erano situate nella zona vulcanica dei Colli Albani, al X miglio della via Latina, tra gli odierni comuni di Grottaferrata e Marino.Fino all’epoca augustea l’acquedotto scorreva lungo un tragitto completamente sotterraneo, servendosi anche delle strutture dell’acquedotto dell’Aqua Marcia, del quale poi utilizzò in parte anche le arcuazioni esterne.

Quello dell’ Acqua Iulia (Acquedotto Iulia) è stato il quinto acquedotto della città di Roma, costruito nel 33 a.C. dall’edile Marco Vipsanio Agrippa, amico e leale collaboratore di Ottaviano (in futuro imperatore Augusto), a cui fu dedicata l’opere pubblica. Raccoglieva l’acqua da sorgenti nel territorio tuscolano, al XII miglio della via Latina, identificate presso l’attuale ponte degli “Squarciarelli”, nel comune di Grottaferrata. Le sorgenti erano a poca distanza da quelle che alimentavano l’acquedotto dell’Aqua Tepula: ciò gli permetteva, facendo risparmiare parecchi sesterzi, di utilizzare lo stesso speco dell’acquedotto più antico, sinoalla piscina limaria (il bacino di decantazione) che si trovava nell’attuale zona delle Capannelle. Da lì in poi i condotti si separavano nuovamente, proseguendo in superficie ed utilizzando, per circa 9,6 km, le arcuazioni già edificate per l’acquedotto dell’Aqua Marcia, opportunamente ristrutturate per sostenere il maggiore sforzo. Il triplice condotto è ancora visibile nei tratti di arcate rimasti in piedi all’interno del parco.

L’acquedotto Claudio (in latino Aqua Claudia), l’ottavo in ordine di costruzione, è stato uno dei più importanti della Roma antica, sia per le tecnologie d’avanguardia utilizzate nella costruzione, che per il notevole impegno di mano d’opera, che per l’entità delle spese sostenute per realizzarlo. La costruzione dell’acquedotto fu iniziata nel 38 d.C. dall’imperatore Caligola e fu terminata sotto il principato di Claudio nel 52 d.C; pare tuttavia che l’acquedotto fosse già attivo nel 47 d.C, cinque anni prima della sua ultimazione.

L’ acquedotto raccoglieva l’acqua dai piccoli laghi formati da due sorgenti, denominate Curzia e Cerulea caratterizzate da acque molto limpide (la cui qualità sembra fosse inferiore solo a quella dell’Acqua Marcia), situate nell’alta valle dell’Aniene, tra gli odierni comuni di Arsoli e Marano Equo. La località può oggi identificarsi con il laghetto di Santa Lucia. Era lungo 46.406 miglia romane, pari a 68,681 km, dei quali circa 16 km in viadotto di superficie, di cui circa 11 km su arcuazioni e circa 5 km su ponti.

L’ altezza dell’acquedotto, compreso il condotto dell’Anio novus sovrapposto a quello dell’Aqua Claudia, varia da un minimo di 17 m a un massimo di 27,40 m; i piloni hanno una sezione di 3,35 m per 3,10 m di profondità, e distano circa 5,50 m l’uno dall’altro, mentre le arcate, leggermente sfalsate rispetto ai piloni, hanno una luce di circa 6 m. In corrispondenza dei numerosi tratti crollati, sono visibili i due condotti, in cui l’Anio novus è sovrapposto all’altro, entrambi di 1,14 m di larghezza per 1,75 m di altezza; realizzati in opera quadrata il condotto

Il “castello” si trovava poco oltre Porta Maggiore, all’inizio della nostra Via Giolitti (esisteva fino al 1880) e consisteva di 5 grandi cisterne rettangolari da cui le acque si dirigevano verso altri 92 “castelli” secondari che provvedevano allo smistamento nell’area urbana. Uno di questi castelli secondari era associato alla fontana monumentale dei Trofei di Mario.

L’ Anio Novus (“Aniene Nuovo”), come anche l’acquedotto Claudio, fu iniziato da Caligola nel 38 d.C e terminato da Claudio nel 52 d.C.e raccoglieva le acque nell’alta valle dell’Aniene, da cui il nome, al quale venne aggiunto l’aggettivo “novus” per distinguerlo dall’altro acquedotto Anio, di circa tre secoli più antico, che da allora assunse l’ appellativo “vetus”. L’acqua veniva presa direttamente dal fiume, circa 6 km più a monte delle sorgenti dell’ “aqua Claudia”, nei pressi del comune di Subiaco. Nel 98 d.C Traiano spostò l’origine dell’acquedotto circa dove oggi si trova il monastero di San Benedetto.

L’Anio novus aveva il percorso più lungo degli altri acquedotti dell’epoca: 58,700 miglia romane, pari a 86,876 km, di cui circa 73 km sotterranei e circa 14 in superficie; la metà del percorso superficiale era condiviso con l’Aqua Claudia, al cui canale l’Anio novus si sovrapponeva dal VII miglio della via Latina per giungere a Roma sulle arcuazioni, in buona parte ancora visibili, nel Parco degli Acquedotti.

L’ultimo acquedotto presente risale invece al 1585 ed è dovuto al vulcanico Sisto V, er Papa Tosto. Sin da quando era cardinale, acquistando la Villa di Monte Cavallo, aveva avuto l’ambizione di possedere un’enorme tenuta, estesa tra Quirinale, Viminale ed Esquilino: sogno realizzato dopo la sua elezione al soglio pontificio. Nacque così, sfruttando il genio del Fontana, Villa Montalto Peretti; si trattava di un’area vastissima, con edifici (come il Palazzo alle Terme e il Casino Felice), viali alberati, giardini, frutteti, fontane, peschiere e numerosissime statue, antiche e moderne (ad esempio, il Nettuno e Glauco di Gian Lorenzo Bernini, che oggi si trova al British Museum). La facciata principale era a occidente, proprio davanti alle rovine delle Terme di Diocleziano.

Ora tutto questo ben di Dio, per andare avanti, aveva necessità di uno sproposito di acqua; per cui Sisto V fece erigere l’acquedotto Felice, dal suo nome di battesimo, da Matteo Bortolani e da Giovanni Fontana, riutilizzando le sorgenti dell’Aqua Alexandrina e altre delle zone limitrofe, distruggendo i più antichi acquedotti e terminando il suo percorso alla fontana del Mosè

Jurij Gagarin

Simone Ghelli

Il breve racconto che segue potrebbe essere considerato anche come la costruzione di un personaggio o come l’incipit di una storia più lunga. Un racconto è sempre una finestra su qualcosa, lo spaccato di un mondo più grande che si espande fuori campo.

Mi chiamo Iuri, come Jurij Gagarin, ma più italiano.
Sono nato quattordici anni dopo il primo viaggio nello spazio. Dieci giorni prima moriva Pier Paolo Pasolini.
Mio padre non leggeva romanzi – sosteneva che fossero contrari al realismo socialista – ma L’Unità sì, quella la comprava ogni giorno.
Il mio nome l’ha scelto lui, la sera prima che venissi al mondo.

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La fine del Capodanno Cinese

Oggi è la festa delle Lanterne, che mette fine ai festeggiamenti del Capodanno cinese: sotto molti aspetti, è l’equivalente della nostra Epifania, la cesura tra il Tempo Sacro, che funge da ponte tra il Vecchio e il Nuovo, Morte e Rinascita, e quello ordinario del Quotidiano. La Festa delle Lanterne corrisponde anche alla prima notte di luna piena del calendario cinese e segna l’arrivo della Primavera. La luna piena, secondo la tradizione cinese, è simbolo di riunione familiare.

Secondo la leggenda, ai tempi della della dinastia Xia, belve feroci mettevano in serio rischio la vita e la sicurezza degli uomini, tanto che l’imperatore Yu il Grande, diede ordine di darvi una caccia spietata.

Un giorno però Zhu Que, uno degli uccelli vermigli, si smarrì e cadde sul mondo mortale. Tuttavia, un cacciatore ignorante pensò che l’uccello fosse una delle belve feroce e lo uccise.

Ciò provocò l’ira dell’Imperatore di Giada, che ordinò ai suoi servi celesti di scatenare il fuoco sulla Terra e bruciare tutto durante il quindicesimo giorno del primo mese. Tale notizia giunse alle orecchie di Xiwangmu, la Regina Madre dell’Ovest, la quale, piena di compassione, avvertì gli umani, che presi dal panico, non sapevano cosa fare.

Yu il Grande si ritirò a meditare, per trarre ispirazione su come agire, quando gli apparve innanzi  il suo antenato Huang Di, l’Imperatore Giallo, che gli suggerì di fare accendere a ogni famiglia lanterne e fuochi d’artificio il 14°, 15° e 16° giorno del 1° mese lunare.

In questo modo, l’Imperatore di Giada, avrebbe pensato che gli incendi avessero già provveduto a bruciare tutto. Così, questi guardando verso la Terra e vedendo fuoco, fiamme e fulmini ovunque decise di soprassedere nella sua punizione: l’inganno era riuscito e le persone furono salve.

Così da quel giorno le persone accendono lanterne e sparano fuochi d’artificio ogni quindicesimo giorno del nuovo anno per celebrare il successo. Questa è leggenda: la realtà è probabilmente assai più banale. L’imperatore Han Wudi era salito, dopo una successione parecchio contestata,il quindicesimo giorno dopo l’inizio dell’anno e, per commemorare l’evento, avrebbe fissato questa data come giorno di festa.

Ogni anno egli, la sera precedente la luna piena, lasciava il palazzo per festeggiare con la popolazione e, per l’occasione, le famiglie appendevano lanterne colorate lungo le strade. A partire dal 104 a.C., l’evento è stato inserito tra le maggiori feste nazionali, diventando sempre più importante, con l’osservanza di regole che imponevano la presenza di lanterne in tutti i luoghi pubblici e davanti ad ogni casa, mentre nelle zone più animate e nei centri culturali della città si tenevano grandi mostre di lanterne, offerte all’ammirazione della popolazione che poteva impegnarsi nella soluzione di indovinelli e in suggestive danze.

Con lo scorrere del tempo, la manifestazione acquisì carattere permanente. Nel 713, durante la dinastia Tang, nella capitale di allora, Chang’an, venne costruito un monte di lanterne alto 7 metri, impiegando ben 50 mila lanterne; mentre durante la dinastia Song, la Festa divenne sempre più popolare prolungandosi sino a 5 giorni che divennero 10 nella dinastia Ming.

Così le lanterne divennero con il tempo una sorta di rito propiziatorio, in cui si esprimono desideri e si affidano a queste i sogni e gli auguri per i mesi che verranno. Ad esempio, secondo la tradizione, le donne che vogliono avere figli durante il nuovo anno, devono camminare sotto le lanterne appese recitando preghiere.

Oltre che con le lanterne, questo giorno è caratterizzato dalle sfide a base di indovinelli, usanza che risale ai tempi della dinastia Song. Le lanterne nei luoghi pubblici sono decorate con degli indovinelli scritti su pezzi di carta e appesi o incollati: tutti possono leggerli e divertirsi a trovare la soluzione. Di solito c’è la possibilità di vincere un piccolo premio se si è i primi a dare la risposta esatta.

Si dice che risolvere gli indovinelli delle lanterne sia molto difficile: possono essere scritti sia in prosa che in poesia, con rime o senza e di solito sono molto ambigui… un esempio?

Ti seguo per migliaia di chilometri senza perdermi; non temo né il caldo né il freddo; non mangio e non bevo; ma quando il sole scompare a Ovest, scompaio anche io.

Per chi non l’avesse capito, si tratta dell’Ombra…  Altra usanza di questo giorno è mangiare le yuanxiao, palline ripiene realizzate con farina di riso glutinoso, realizzate in modi diversi a seconda della regione e i ripieni più diffusi sono crema di petali di rosa, pasta di sesamo, pasta di fagioli rossi dolci o marmellata di giuggiole. Possono essere fritte, bollite o cotte a vapore e ogni metodo di cottura dona loro un sapore diverso. Solitamente si mangiano in una zuppa. La forma circolare di questi dolci simboleggia unione, armonia e felicità.

Infine, durante questo giorno si eseguono le danza tradizionali del leone e del drago, lla barca, yānggē, danza dei tamburelli e camminata sui trampoli.

Ammiano, Olimpiodoro e Prisco

Unni

Il popolo degli Unni supera ogni limite di barbarie. Siccome hanno l’abitudine di solcare profondamente le guance con un coltello ai bambini appena nati, affinché il vigore della barba, quando spunta al momento debito, si indebolisca a causa delle rughe delle cicatrici, invecchiano imberbi, senz’alcuna bellezza e simili ad eunuchi. Hanno membra robuste e salde, grosso collo e sono stranamente brutti e curvi, tanto che si potrebbero ritenere animali bipedi o simili a quei tronchi grossolanamente scolpiti che si trovano sui parapetti dei ponti. Sono così rozzi nel tenore di vita da non aver bisogno né di fuoco né di cibi conditi, ma si nutrono di radici di erbe selvatiche e di carne semicruda di qualsiasi animale, che riscaldano per un po’ di tempo tra le loro cosce e il dorso dei cavalli. Adoperano vesti di lino oppure fatte di topi selvatici, né dispongono di una veste di casa e di un’altra per fuori. Ma una volta che abbiano fermato al collo una tunica di colore sbiadito, non la depongono né la mutano finché, logorata dal lungo uso, non sia ridotta a brandelli. Nelle assemblee, tutti loro, in questo medesimo atteggiamento discutono degli interessi comuni. Nessuno di loro ara né tocca mai la stiva di un aratro. Infatti tutti vagano senza aver sedi fisse, senza una casa o una legge o uno stabile tenore di vita.

Assomigliano a gente in continua fuga sui carri che fungono loro da abitazione. Quivi le mogli tessono loro le orribili vesti, qui si accoppiano ai figli sino alla pubertà. Sono infidi e incostanti nelle tregue, mobilissimi ad ogni soffio di una nuova speranza e sacrificano ogni sentimento ad un violentissimo furore. Ignorano profondamente, come animali privi di ragione, il bene ed il male, sono ambigui ed oscuri quando parlano, né mai sono legati dal rispetto per una religione o superstizione, ma ardono di un’immensa avidità di oro. A tal punto sono mutevoli di temperamento e facili all’ira, che spesso in un sol giorno, senza alcuna provocazione, più volte tradiscono gli amici e nello stesso modo, senza bisogno che alcuno li plachi, si rappacificano

E’ difficile non conoscere questo brano di Ammiano Marcellino, dato che appare quasi in tutti i libri di scuola, per rendere l’impressioni del popolo romano, dinanzi all’arrivo di questi nomadi delle steppe, che a loro sembravano essere quasi degli alieni. Ma in realtà, Ammiano è solo uno dei tanti storici dell’epoca che trattarono degli unni e probabilmente, l’unico che non ebbe un contatto diretto tra con loro.

Cosa che ebbe Olimpiodoro, il quale nacque in un momento imprecisato tra il 365 e 380 a Tebe d’Egitto; fu poeta di professione, pagano di religione, scrisse 22 libri d’un’opera storica che trattavano gli avvenimenti dal 407 al 425, che dedicò a Teodosio II. Forse a causa della sua cultura (e non per regolare carriera politica), ebbe incarichi pubblici e fu amico di varie personalità.

Nel 412 gli Unni erano ancora lontani dal costituire una minaccia seria sull’impero,perché mancavano di unità politica: solo un trentennio più tardi sarebbero stati unificati da Attila. Pertanto, costituivano vari raggruppamenti stanziati in parte sulla sinistra del Danubio (attuale Romania), in parte nel cuore della Pannonia, perfino nella provincia Valeria (tra Danubio e Sava, moderna Iugoslavia). Il primo gruppo aveva tentato appena qualche anno prima (408) col re Uldis di varcare il Danubio, ma erastato facilmente fermato dalle truppe bizantine e fatto tornare indietro. Ma il secondo gruppo aveva rapporti di amicizia con l’imperatore di Ravenna: ancora nel 409 Onorio, alle prese in Italia coi Goti di Alarico, chiedeva la loro alleanza. Per rafforzare tali rapporti, Ravenna decise di spedire un’ambasciata a cui fu messo a capo, per le complesse vicende proprio Olimpiodoro, per i suoi rapporti di amicizia con al corte della pars Occidentis.

Lo storico si imbarcò al Pireo, per giungere via mare a Salona, rischiando un paio di volte il naufragio, per poi recarsi in Pannonia, dove ebbe una buona impressione degli Unni, restando colpito dall’eccellente preparazione militare che ne faceva ottimi arcieri. Di questo viaggio, però, abbiamo solo un tardi riassunto, che sembra quasi la trama di un romanzo de Il Trono di Spade, essendo le opere di Olimpiodoro per la maggior parte perdute.

Lo storico Olympiodoros nella prima sezione della sua storia discute del re Donato, degli Unni, e dell’eccellente tiro con l’arco dei loro re, e riferisce che lui stesso, lo storico, si era recato in un’ambasciata presso di loro e Donato. Tragicamente poi, racconta del suo viaggio via mare e della sua pericolosità, e di come Donato, ingannato dopo un giuramento, venne perfidamente strangolato; di come Chalaton il più importante dei loro re si era infiammato di sdegno per l’assassinio, e di come venne placato e imbonito nuovamente con regali

Analoga fu l’esperienza dello storico Prisco di Panion, che nacque a Panio (Panium), in Tracia, intorno al 420. Nel 448/449 ebbe la fortuna all’ambasciata presso il re degli Unni Attila, nel seguito di un ufficiale suo amico, un certo Massimino: tale esperienza fu riportata, come una sorta di diario, nelle sue Storie.

Grazie al cielo, proprio questa parte della sua opera è quella che si è salvata: fu parzialmente trascritta e paragrafata in in due opere compilate per volere e sotto la supervisione dell’imperatore bizantino Costantino VII Porfirogenito (913-959), che raccolsero le testimonianze delle ambasciate inviate dagli imperatori romani (Excerpta de legationibus Romanorum ad gentes, “Estratti delle ambasciate dei Romani presso gli stranieri”) e di quelle ricevute (Excerpta de legationibus gentium ad Romanos, “Estratti delle ambasciate degli stranieri presso i Romani”).

Descrizione di tale ambasciata, che comincia con una descrizione etnografica degli Unni, che riprende e ampia quella di Ammiano

Il racconto che segue mostra l’impressione che ebbero i romani, al tempo dei loro primi contati con gli Unni . La loro feroce tribù, come riferisce lo storico Prisco, si stabilì sulla riva ulteriore della palude Maeotis. Essi erano abili nella caccia ed in nessun altra attività, se non questa. Dopo che si organizzarono in una nazione, non fecero altro che turbare la pace delle razze vicine, con furti e saccheggi. Mentre i cacciatori della tribù perlustravano il territorio, come al solito, sulla riva opposta della palude Maeotis, videro un cervo comparire improvvisamente davanti a loro ed entrate nella palude; l’animale prese a condurli, come fosse stata una guida, per il cammino, ora avanzando e ora fermandosi. I cacciatori lo seguirono a piedi, e quindi attraversarono la palude Maeotis, che si riteneva fosse invalicabile come il mare.

Quando apparve loro la terra sconosciuta degli Sciti, il cervo scomparve. Si ritiene che gli spiriti, da cui derivavano la loro discendenza, avessero fatto questo per invidia nei confronti degli Sciti. Gli Unni, che erano stati fino ad allora, completamenteall’oscuro del fatto qualsiasi altro mondo che esistesse al di là della palude Maeotis, rimasero pieni di ammirazione per il paese degli Sciti, e, dal momento che erano persone molto intelligenti, compresero che quel passaggio, che fino ad allora era rimasto del tutto sconosciuto, era stato mostrato loro dagli dei. Quindi tornarono al loro popolo, e raccontarono loro quello che era successo, lodarono la Scizia, e li persuasero a seguirli lungo la strada che il cervo, come guida, aveva mostrato loro. Si riversarono, quindi, nella Scizia, sacrificando a quella vittoria tutti gli Sciti che presero prigionieri al loro ingresso, mentre gli altri vennero vinti e sottomessi. Presto,attraversata la palude, come una enorme tempesta, sottomisero le nazioni degli Alipzuri, gli Alcidzuri, gli Itimari, i Tuncassi, e i Boisci, che confinavano sulla riva della Scizia. Essi poi assoggettarono, dopo una lunga guerra contro quella popolazione, anche gli Alani che erano stati pari a loro nelle armi, ma molto diversi nella civiltà, nel modo di vita, e nell’aspetto.

Quegli uomini, che forse in nessun modo sono stati mai superati nell’arte della guerra, andavano a combattere incutendo il terrore con i loro sguardi, e spargendo non poco terrore per il loro aspetto orribile, e per il loro volto terribilmente scuro. Hanno una sorta di grumo informe, se così si può dire, ma non un volto, e come dei fori di spillo al posto degli occhi. Il loro aspetto selvaggio testimonia l’ardire del loro spirito, perché sono crudeli anche verso i loro figli dal primo giorno in cui vengono al mondo. Essi infatti tagliano le guance dei maschi con la spada in modo che, prima di ricevere il nutrimento del latte, siano costretti ad imparare a sopportare una ferita. Essi invecchiano senza barba, e i giovani crescono senza bellezza, perché un viso solcato da cicatrici di spada da parte a parte, non ha certo la grazia naturale di una barba. Sono piccoli di statura, sono addestrati al movimento rapido del corpo, sono maestri nell’equitazione e sempre pronti con l’arco e la freccia, hanno le spalle larghe, il collo tozzo, e sono sempre eretti e fieri. Questi uomini,insomma, vivono sotto forma di esseri umani, ma con la ferocia delle bestie

Il Primo Re. Impressioni di un archeologo.

La Sindrome del Colibrì

locandina-verHo visto “Il Primo Re” al cinema. Da archeologo lo aspettavo da parecchio tempo, e l’attesa è stata ripagata in toto. Matteo Rovere ha portato nelle sale italiane qualcosa di un livello così alto a cui, francamente, non siamo abituati. Talmente è un unicum questo film, per potenza visiva, contenuto, ricostruzione storica, scenografia e chi più ne ha più ne metta, che quasi certamente non sarà apprezzato dal grande pubblico come merita. (Spero ovviamente di sbagliarmi).

Vedendo il film e le interviste rilasciate dal regista, possiamo notare come alla base di quest’opera ci sia una precisa e ben fatta ricerca archeologica e delle fonti, il che ha portato sul grande schermo una ricostruzione che, non mi faccio problemi a dirlo, è pressoché perfetta, con solo qualche sbavatura. C’è la ricostruzione della storia, che però è più corretto definire più mito. Questo, sicuramente, i colleghi archeologi a cui si è rivolto…

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