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Ingegnere, critico e curatore d'arte, scrittore... A seconda delle circostanze l'ordine può cambiare

Terza intervista su Sei dell’Esquilino se ai Candidati al I Municipio

Terza ntervista ai candidati al Primo Municipio: stavolta è stato il turno non di un semplice aspirante consigliere, ma di Federica Festa, la candidata Presidente del Municipio Roma I Centro del M5S, con cui non si può essere d’accordo su molte cose, ma merita un applauso per averci messo la faccia ed esposto le sue proposte sul futuro dell’Esquilino. Dato che a differenza di Paolo Cirmi e di Giorgio Benigni non ho il piacere di conoscere la signora, copio la biografia dal suo sito istituzionale

Sono nata a Roma nel 1973, e amo la mia città ogni giorno. Vivo a Testaccio con il mio compagno Marco e mio figlio Enea, di otto anni. Mi sono laureata in Lettere, in storia del teatro, alla Sapienza. Ho fatto un master in new media e comunicazione all’Università di Tor Vergata. Ho una formazione teatrale, autorale e di didattica delle arti.

In ambito lavorativo, mi sono occupata dal 1998, come autrice teatrale, artista o organizzatrice, di creare eventi culturali e ricreativi per adulti e bambini: manifestazioni, spettacoli, concerti, laboratori per bambini, centri estivi. Ho scritto e messo in scena decine di spettacoli su tematiche civili e sociali e spettacoli comici per bambini.

Amo prendermi cura del mio territorio iniziative culturali e a sostegno di chi ne ha più bisogno: ho collaborato con le associazioni che si occupano dei diversamente abili, con la Parrocchia di S. Maria Liberatrice in iniziative benefiche, con i comitati di quartiere e Retake per le azioni sul territorio e per la gestione dell’area giochi.

Sono stata clown in ospedale per Soccorso Clown dal 1999 al 2016. Ho ideato e gestito al primo Municipio lo Spazio Gioco Iqbal dal 2015 al 2019. Una ludoteca all’interno dell’asilo nido pubblico di via Emo dove si svolgevano attività pensate per i bambini dal 12 mesi ai 3 anni, progetti di accoglienza dei genitori e esperienze artistiche per le famiglie. Ho pubblicato due libri: uno sulla censura, Teatro Proibito (2011) e l’altro Fare teatro con i piccolissimi (2020) sulla didattica del teatro per i bambini fino ai 3 anni.

Detto questo, le lascio la parola

  1. Il commercio dellEsquilino soffre per diversi motivi: una sovrabbondanza di negozi tipo Mini market e una diminuzione del Commercio tradizionale. Come immagina un nuovo regolamento per il commercio all’Esquilino che possa dare nuova vita al commercio?

Come cittadina in primis e come candidata Presidente del Movimento 5 stelle, Lista per Virginia Raggi e Roma ecologista non credo ci sia bisogno di ulteriori regolamenti. La Giunta Raggi ne ha prodotti alcuni indispensabili (Verde, Polizia, Città Storica, per dirne alcuni)
I negozi e il commercio che sono stati sempre nel dna dell’esquilino: artigianato e tessile. Famosissimi in tutto il centro Italia erano le boutique tessili di piazza Vittorio che confezionavano abiti da sposa.

Puntare sul commercio di qualità è l’unica strada che possa garantire all’Esquilino, il ritorno ad essere quel motore economico che è stato per decenni. Quel riferimento anche culturale di cui il centro di Roma sente ancora una grande mancanza. Qui all’Esquilino avevano sede tante attività che lavoravano nell’ambito artigianale e in quello tessile e per noi del Movimento 5 Stelle, questa è la strada da percorrere, come si sta già facendo con la giunta Raggi con la creazione del distretto degli artigiani a Tor di Nona e la ridefinizione del Campo Boario come centro delle arti applicate.

Esquilino diventi un nuovo distretto artigianale e tessile che sappia offrire un modello di crescita finalmente diverso da questo attuale. E’ stato lasciato al caso e mai governato da una scelta politica consapevole, eppure parliamo del rione più popoloso del primo municipio.
Teniamo molto ad una razionalizzazione delle licenze che tuteli la varietà e qualità di proposte commerciali, che ampli il regolamento del commercio per la citta storica il quale limita l’attività determinate categorie. Sul versante della legalità vogliamo creare uno sportello municipale per la denuncia di abusi commerciali
.

Per esempio, si può pensare ad un progetto comunale per il palazzo di MAS, caratterizzante per il Rione?

Mas è un edificio privato. Possiamo in sinergia con i comitati di quartiere, con la proprietà e il comune proporre un tavolo di lavoro per un progetto partecipato che restituisca questo edificio ad una utilità rionale. Se immaginiamo riattivarsi la grande rete di negozi e del piccolo commercio artigianale e tessile dell’Esquilino, allora in funzione di una vera sinergia di rione, possiamo fare di questo palazzo un’accademia popolare di arti e mestieri, un polo che possa tramandare alle generazioni future l’importanza del Lavoro e il carico culturale che quel lavoro porta dentro di sé. Una dignità culturale e artigianale condivisa con il rione.

Ci impegniamo a restituire i beni disponibili e indisponibili del patrimonio comunale alla cittadinanza, come l’ex Cinema Apollo, i locali di Via Napoleone III per creare un housing sociale, come da proposta comunale, nonostante la non collaborazione dell‘ex ministro Gualtieri alla soluzione della ventennale diatriba.

  1. Il Nuovo Mercato Esquilino è uno dei simboli del Rione ma versa in condizioni di degrado, accompagnato da problemi igienici, problemi di carico-scarico, etc. Come si può rilanciare il Mercato, uno dei più grandi di Roma? E in che tempi è possibile?

Il mercato Esquilino vorremmo diventasse un mercato rionale unico a Roma, per modernità e integrazione culturale, con proposte di street food, eventi gastronomici e artistici, che uniscano, come già accade per il nuovo mercato Testaccio, arte, cibo e degustazione creando un polo identitario del rione. Ci impegneremo da subito per questo progetto. Per i mercati rionali sono stati stanziati 25 milioni per la loro riqualificazione (anche Alberone, Capasso, San Giovanni di Dio) e12 milioni sono in arrivo. Ci muoveremo insieme per Mercato Esquilino.

  1. Dalla Stazione Termini a Colle Oppio il Rione è frequentato da senza fissa dimora che, gioco forza, bivaccano, in condizioni disumane, nei sottopassaggi, sotto i portici, nei giardini, generando contemporaneamente fenomeni di risse, ubriachezza molesta, violenza nei confronti di donne, scippi etc. La presenza di numerose mense Caritas nel Rione ha aumentato ulteriormente la loro presenza e gli sforzi combinati delle forze dell’ordine finora non sono riusciti a contenere il fenomeno, o se lo fanno, presentano grosse difficoltà. Come si può risolvere il problema sicurezza e decoro offrendo contemporaneamente una soluzione dignitosa a queste persone per garantire loro un’assistenza dignitosa?

Ci daremo da fare su due temi: l ‘incremento dei servizi a bassa soglia (docce e bagni pubblici) e la proposta di dislocazione di una delle tre mense Caritas presenti all‘Esquilino. Va ripensato un intervento unitario delle politiche sociali municipali, implementato il numero di assistenti sociali al Pua, resa più capillare l’azione della sala operativa sociale evitando che si creino, come è successo nei tempi recenti, posti vuoti nei centri accoglienza della zona e accampamenti nelle strade e sotto i portici.

Coinvolgere i percettori di reddito di cittadinanza nei piani di unità collettiva per piccole azioni di supporto al territorio (aiutare ad attraversare la strada nei pressi delle scuole, aprire e chiudere una area verde…), nei limiti delle potenzialità del singolo. Per dare seguito alle proteste dei residenti che lamentano episodi di violenza e degrado vogliamo creare una commissione speciale municipale sulla sicurezza e legalità che lavori di concerto ad un osservatorio cittadino e commerciale per monitorare congiuntamente abusi di orari, inquinamento acustico, e tuteli la salute e il benessere dei residenti.

  1. Nel Rione e in particolare in Piazza Vittorio ci sono diverse criticità riguardo alla sicurezza stradale: attraversamenti in posti scomodi e poco visibili e perciò poco sicuri, strisce pedonali totalmente assenti nella zona del Mercato. Piazza Vittorio, Via Labicana e Via Merulana è una pista da corsa e andrebbero messi dei dissuasori e delle segnalazioni di strisce pedonali con led. Preciso più avanti. Come si pone in merito a questo e di fronte al problema dei parcheggi, molto sentito con l’apertura di numerosi déhors dei ristoranti?

Le occupazioni di suolo pubblico emergenziali hanno permesso in questi mesi di non far chiudere centinaia di esercenti, ma vanno assolutamente razionalizzate le osp (occupazioni di suolo pubblico), rimuovendo quelle irregolari e quelle eccedenti. Tutelare il lavoro anziché qualche parcheggio lo consideriamo di primaria importanza, in una prospettiva lunga di mobilità sostenibile.

il Problema del parcheggio in una città con 2.700.000 automobili è IL PROBLEMA ovunque e lo sarà ancora per decenni se non si cambia cultura civica e se non si realizzano opere importanti nella mobilità. In questo senso noi non possiamo che favorire i progetti che vogliono nuove linee di tram come quella pensata che costeggi Piazza Vittorio e prosegua per via Lanza-via Cavour e arrivi a Piazza Venezia, con il progetto di farla procedere anche oltre. Non si può pensare che l’automobile continui ad essere un elemento centrale e insostituibile nella vita quotidiana dei romani. Lo è stato fino ad oggi, con una politica miope e pavida di imporre un cambiamento nella mobilità e abbiamo sotto gli occhi i risultati. Sta a noi anche attuare la transizione ecologica giorno dopo giorno, cambiando le abitudini.

Il sacrificio richiesto ai residenti è alto in termini di rumori e schiamazzi notturni. Per questo la giunta raggi ha istallato 42 impianti di videosorveglianza pubblica, tra cui Stazione Termini e Viale Castro Pretorio, e si sta mettendo in rete anche la videosorveglianza privata.
Va aperto, per il problema dei parcheggi, la piastra a Termini e resa gratuita o convenzionata per i residenti.

Qual è la visione in merito alla viabilità in generale?

Va definita la segnaletica stradale intorno alla piazza (non possiamo aspettare un altro incidente mortale come avvenne nel lato della piazza vicino via Mamiani). Inoltre bisogna rinnovare i binari del tram oramai molto sconnessi che fanno vibrare molto i tram ripercuotendosi sui palazzi. Inoltre è già attivo il progetto del tram di nuova generazione che attraversa il lato piazza di via Mamiani, va in via dello Statuto e scende per via Lanza andando verso Fori imperiali-Piazza Venezia.

  1. La Sovrintendenza capitolina ha un progetto per la riqualificazione dei portici di Piazza Vittorio che però finora tarda a decollare. Cosa propone per la riqualificazione della piazza?

il progetto del Municipio uscente, ancora sulla carta da anni, sulla riqualificazione dei portici (che è stato scelto x bilancio partecipato del Comune); inoltre lo stato pietoso della sede stradale dell’anello viario (di competenza municipale), pieno di toppe e buche e mai rifatto dal Municipio che ne ha le competenza…Tutto ciò grida vendetta.Per quanto finora verificato siamo in contatto come cittadini con il Dipartimento di tutela ambientale (dott.ssa Tiziana Pescosolido) per completare la cessione della casetta liberty nel progetto partecipato del chiosco interno al giardino e di presa in carico dei bagni pubblici. Abbiamo intenzione di proseguire l’iter per la valorizzazione dei beni archeologici presenti sotto il piano stradale dei Giardini, come già avvenuto per altre fermate della metropolitana.

E cosa propone per la riqualificazione del Parco di Colle Oppio?

Abbiamo indicato nel nostro programma l’urgenza di riqualificare in un progetto partecipato il parco, riunendo le realtà associative sportive locali, del terzo settore, i comitati di quartiere, i cittadini e le cittadine del rione per pensare insieme come ridisegnare lo spazio che loro andranno a agire poi quotidianamente.

  1. Il Rione è soffocato dai rifiuti, soprattutto quelli commerciali. Cosa prevede il suo programma per la raccolta rifiuti nel rione?

In molti rioni del primo municipio il servizio porta a porta funziona, e in collaborazione tra Ama e condomini si è trovato l’idonea collocazione dei secchioni dell’umido e dell’indifferenziato e a Monti è attiva una sperimentazione con i 7 punti di raccolta. Vorremmo estendere il porta a porta anche a Esquilino. Le utenze non domestiche usufruiscono di un servizio di raccolta dedicato che, a volte riferisce Ama :“evidenzia conferimenti non del tutto corretti da parte di alcuni esercenti (abbandono abusivo dei materiali e/o utilizzo improprio dei contenitori stradali)”. In questo i gestori della ristorazione devono impegnarsi a non lasciare sul marciapiede i rifiuti, armonizzando con gli operatori gli orari di ritiro. Il decreto semplificazioni propone il ritorno de della pratica del vuoto a rendere nei comuni, e come municipio ci adopereremo perché si crei una rete virtuosa tra consorzi, ristoratori, somministratori e comune per favorire il riciclo del vetro e la riduzione dell’abbandono delle bottiglie per le strade della movida notturna.

Ora a differenza di altri commentatori, non esprimo nessuna perplessità sulla mancanza di specifica formazione amministrativa da parte della candidata, trovo il suo percorso professionale affascinante, o il fatto che molte proposte siano prese pari pari dal programma di Cirmi, spese per quelle proposte, come quella delle convenzione con la Piastra di Termini, che gli attivisti grillini avevano giudicato demagogiche e irrealizzabili…

Il problema grosso, con cui si deve scontrare Federica Festa, è molto più grande di lei: molte delle questioni che cita, a volte in maniera approfondita, altre troppo superficiale, non sono di competenza del Municipio, ma del Comune. E all’obiezione, valida ad esempio per l’ex Apollo o per il Nuovo Mercato Esquilino,

bella idea, ma come mai non l’ha fatto prima l’Amministrazione Raggi

a meno di avere una peculiare abilità nell’arrampicarsi sugli specchi, è purtroppo difficile rispondere

Seconda intervista su Sei dell’Esquilino se ai Candidati al I Municipio

Seconda intervista ai candidati al Primo Municipio: stavolta, chi ci ha messo idee e faccia è Giorgio Benigni, del PD. Sinceramente, dato che simpatizzanti di FdI e Cinque Stelle, continuano a lamentarsi delle risposte “inadeguate”, sarei curioso di leggere le idee dei loro, di candidati, tanto abili nel riempire Facebook di slogan roboanti e irrealistici, da assemblea studentesca, tanto pronti a fuggire a gambe levate dal confronto, quando si tratta di affrontare temi concreti.

Giorgio, nel Rione, è noto, in positivo, più o meno tutti: chi, come me, non si dedica alla politica o non ha i figli alla scuola Di Donato, lo conosce per l’impegno che ha messo ogni anno nell’organizzare la festa di San Giovanni a San Vito, uno dei momenti di aggregazione estiva del Rione. Per cui, tutto gli si può dire, tranne che non vive l’Esquilino, con i suoi tanti problemi, ma ricordiamocelo anche, con le sue meraviglie, che lo rendono un luogo unico da vivere

Il commercio dell’Esquilino soffre per diversi motivi: una sovrabbondanza di negozi tipo Mini market e una diminuzione del Commercio tradizionale. Come immagina un nuovo regolamento per il commercio? Per esempio, si può pensare ad un progetto comunale per il palazzo di MAS, caratterizzante per il Rione?

Quando sono arrivato qui, nel 1999, a Piazza Vittorio c’erano ancora i negozi degli abiti da sposa e Via Emanuele Filiberto era nota per i gioiellieri. Poi questo tratto identitario si è perso. C’è bisogno di un regolamento del commercio non all’Esquilino ma in tutta la Roma patrimonio UNESCO, ovvero quella dentro le Mura Aureliane e le Mura Gianicolensi, capace di tutelare e valorizzare il commercio e l’artigianato di qualità, con strumenti che vanno dalla fiscalità di vantaggio al marketing territoriale. E’ importante che i Rioni riscoprano vocazioni commerciali e artigianali che li hanno caratterizzati in passato fuggendo l’omologazione dei minimarket. Con due premesse però: la legge che ha liberalizzato il commercio costruendo il contesto ideale per la proliferazione dei minimarket è una legge nazionale che non può essere abrogata da un Municipio; la crescita a due se non tre cifre dell’e-commerce, ovvero degli acquisti in rete è un fenomeno epocale e globale che sta già trasformando il paesaggio commerciale delle città. Detto questo quello che si può fare è molto. Noi non abbiamo solo le serrande abbassate di MAS ma ci sono numerosi spazi commerciali chiusi e sottoutilizzati anche tra Via Biancamano e via Ludovico di Savoia. Se facciamo ripartire le attività in tutto il Rione e riscopriamo una nostra vocazione artigianale e commerciale allora arriverà anche l’investitore giusto per MAS.

  1. Il Nuovo Mercato Esquilino è uno dei simboli del Rione ma versa in condizioni di degrado, accompagnato da problemi igienici, problemi di carico-scarico, etc. Come si può rilanciare il Mercato, uno dei più grandi di Roma? E in che tempi è possibile?

Un mercato è un centro commerciale e un centro culturale. Sono un cliente assiduo di questo mercato che, con oltre 200 attività tra alimentari e vestiario è una realtà economica importantissima non solo per il Rione ma per la città intera. Ogni volta incontro persone che vengono da tutta Roma a comprare qui. Ciò nondimeno esistono delle criticità urbanistiche e amministrative che datano già dai lavori del2000/2001 e che sono la causa di continui rimpalli di responsabilità tra gli esercenti e l’amministrazione capitolina. Sul carico scarico l’amministrazione municipale uscente ha lavorato bene per assicurare lo spazio di Via Lamarmora, resta il problema dei parcheggi dei camion che devono andare su Via Marsala e non sostare su Via Giolitti. Seconda criticità il compattatore AMA che rappresenta una idea superata di raccolta e gestione dei RSU. Il Mercato Esquilino che ho in mente deve diventare un laboratorio dell’economia circolare – ottima la raccolta dell’invenduto il sabato pomeriggio promossa da ReFoodgees- dove tutti gli scarti si trasformano da rifiuto in materia prima in connessione con tutti gli altri mercati del primo Municipio, ma questo mercato dovrà anche essere un luogo dove trovano spazio nuove e antiche forme di artigianato: dalla gastronomia alla sartoria, dai liquori ai calzolai. E poi sono passati 20 anni dalla ristrutturazione. Se i giardini di Piazza Vittorio hanno conosciuto due riqualificazioni in 20 anni, perché non pensare ad una riqualificazione urbanistica che includa i due edifici del Mercato, i parcheggi, via Turati e Piazza Pepe? Tutto quel quadrante urbanistico va ripensato. Sono certo che a fronte di una piano di riqualificazione coerente anche i micro problemi igienici che hanno riguardato solo pochi singoli esercenti su un totale di centinaia sarebbero ampiamente superati.

  1. Dalla Stazione Termini a Colle Oppio il Rione è frequentato da senza fissa dimora che, gioco forza, bivaccano, in condizioni disumane, nei sottopassaggi, sotto i portici, nei giardini, generando contemporaneamente fenomeni di risse, ubriachezza molesta, violenza nei confronti di donne, scippi etc. La presenza di numerose mense Caritas nel Rione ha aumentato ulteriormente la loro presenza e gli sforzi combinati delle forze dell’ordine finora non sono riusciti a contenere il fenomeno, o se lo fanno, presentano grosse difficoltà. Come si può risolvere il problema sicurezza e decoro offrendo contemporaneamente una soluzione dignitosa a queste persone per garantire loro un’assistenza dignitosa?

Esiste il distretto dei rubinetti, quello del mobile e persino quello delle sedie. Penso che l’Esquilino abbia tutte le caratteristiche per essere quello che potremmo chiamare “distretto della solidarietà”. Il problema non sono le mense Caritas che sono troppe, ma i servizi socio sanitari che sono scarsi. La sfida non è spostare i poveri lontano dagli occhi ma costruire percorsi sociosanitari di reinserimento. Proprio all’Esquilino abbiamo accumulato un capitale sociale di conoscenza delle fragilità che non andrebbe disperso ma messo a sistema. Esiste un nesso di cui non parliamo mai tra disagio sociale e disagio mentale. La gran parte di quelli che il gergo popolare chiama “barboni” vive forme diverse di malattia mentale. Ora, con tutta la buona volontà non può essere la “Sala Operativa Sociale” l’unica realtà insieme all’assessorato alle politiche sociali ad occuparsi delle migliaia di senza fissa dimora. Ci vogliono psicologi e psichiatri specializzati in questo tipo di disagio mentale. Certo, saranno interventi più costosi ma, vi assicuro, sono soldi ben spesi. Facciamo degli esempi. Roma spende in politiche sociali il 70% pro capite di quello che spende Milano ma ha molti più poveri da assistere, Se spendessimo come Milano dovremmo destinare alle politiche sociali altri 200 milioni di Euro all’anno, una cifra che è inferiore a quello che buttiamo ogni anno andando in giro per l’Italia e per l’Europa a piazzare i nostri rifiuti che non riusciamo a processare qui. 200 milioni in politiche sociali sarebbero risorse che restano sul territorio in ottica sia di occupazione che di miglioramento della qualità della vita cittadina. Cerchiamo di costruire una soluzione vera nel medio lungo periodo e non fermiamoci all’emergenza.

  1. Nel Rione e in particolare in Piazza Vittorio ci sono diverse criticità riguardo alla sicurezza stradale: attraversamenti in posti scomodi e poco visibili e perciò poco sicuri, strisce pedonali totalmente assenti nella zona del Mercato. Come si pone in merito a questo e di fronte al problema dei parcheggi, molto sentito con l’apertura di numerosi déhors dei ristoranti? Qual è la visione in merito alla viabilità in generale?

Non è giusto morire sotto una macchina per andare a fare la spesa. L’episodio del professore investito a Piazza Vittorio deve essere considerato uno spartiacque, e determinare un ripensamento generale tanto quanto l’investimento di Mark Matibag nel 2005 che ha portato al movimento per la pedonalizzazione di via Bixio. Ora quell’incrocio è più sicuro: il taglio degli alberi su Via Conte Verde realizzato dall’amministrazione municipale e lo sparti traffico hanno migliorato la situazione ma certo resta ancora da fare. Bisogna trovare il modo per illuminare di più quell’incrocio e superare le resistenze di ACEA -ARETI. Sulle strisce pedonali va fatto un discorso generale per tutto il Rione specificando che andrebbe utilizzata una tecnica più onerosa ma più duratura, chiamata “gocciato” in modo tale da non dover rifare le strisce pedonali ogni anno e mezzo. Per quanto riguarda la sottrazione dei parcheggi vorrei che il disappunto determinato dai dehors fosse almeno pari a quello della sottrazione dei parcheggi determinata dalla presenza dei cassonetti. Onestamente tra una pedana di un ristorante e una fila di cassonetti la mia preferenza va alla prima. Lavoriamo per cambiare il sistema di raccolta dei rifiuti e recupereremo decine e decine di parcheggi.

  1. La Sovrintendenza capitolina ha un progetto per la riqualificazione dei portici di Piazza Vittorio che però finora tarda a decollare. Cosa propone per la riqualificazione della piazza? E cosa propone per la riqualificazione del Parco di Colle Oppio?

Con la giunta Raggi il ritardo è stata la politica pubblica più diligentemente perseguita. Penso che le iniziative messe in piedi in questi mesi, dal cinema ai diversi eventi sportivi e culturali, alla piazza della Salute promossa dall’EMPAM che ci sarà nelle prossime settimane per arrivare alla realizzazione del chiosco in cogestione tra MATEMU’, Gatsby e la Scatola Sonora possano davvero rappresentare quell’elemento che manca ad una piena fruizione dei giardini. Su Colle Oppio vanno ascoltati e coinvolti i cittadini come è stato fatto, in parte, per Piazza Vittorio. E’ assurdo che si siano fermati i lavori di riqualificazione degli impianti sportivi della Polveriera. Ma a parte il caso singolo ci vuole un grande progetto paesaggistico che faccia rivivere questa che è una magnifica terrazza sul Colosseo come luogo per il tempo libero e il relax dei cittadini romani e sopratutto dei bambini e dei ragazzi.

  1. Il Rione è soffocato dai rifiuti, soprattutto quelli commerciali. Cosa prevede il suo programma per la raccolta rifiuti nel rione? Ovviamente ci sarebbe da parlare di molto altro ancora, ma staremmo ore e non è intenzione.

Ne ho già accennato prima. Io penso che il cassonetto sia un sistema superato e superabile di raccolta dei rifiuti. A tale proposito penso che vada completato il progetto iniziato dalla Giunta Marino per fornire tutto l’Esquilino del sistema di raccolta porta a porta. Questo rappresenta la precondizione per scongiurare il fenomeno del cosiddetto ”errato conferimento” che porta gli esercizi commerciali e di somministrazione a gettare i loro rifiuti nei cassonetti, destinati invece ai residenti. Ce la possiamo fare. Ci dobbiamo credere. E’ chiaro che se ci fermiamo all’oggi e vediamo come si muove AMA viene solo da piangere. Ma in tutte le città europee e del nord Italia nei centri storici non si sentono i cattivi odori e non esiste lo schifo che sopportiamo tutti i giorni noi passeggiando per le nostre strade. Una volta a Torino mio figlio mi disse: “papà ma questa città non puzza!” Ecco è anche per non vergognarmi più di fronte a una domanda di un bambino che ho deciso di candidarmi al primo Municipio.

Ora, una delle doti che apprezzo di più di Giorgio è la pacatezza e la volontà di anteporre sempre la mediazione allo scontro: io tante volte, al suo posto, avrei mandato al diavolo l’interlocutore. L’altra è nella sua capacità di evitare la tentazione in cui sta cadendo la politica dell’Esquilino, quella dell’eccessiva semplificazione.

Ricordiamoci quando diceva Bernard Shaw

Per ogni problema complesso, c’è sempre una soluzione semplice. Che è sbagliata.

Le problematiche dell’Esquilino sono complesse e le soluzioni semplici hanno solo creato danni: pensiamo alla questione bancarelle sotto i portici. C’è stata una crociata, giusta, per eliminarle, spacciandole come principale causa del degrado del Rione. Le abbiamo tolte e stiamo ancora peggio.

Ora, in politica, come fa Giorgio, bisogna trovare la forza di riflettere globalmente e andare oltre i facili slogan e dire anche cose scomode… Chi non lo fa, ce lo insegna la storia, è un demagogo e può vincere le elezioni, ma di certo non governare…

La Tonnara di Mondello

Ai tempi di Zyz, la costa di Mondello aveva un aspetto molto diverso dall’attuale, con il mare esteso sino l’attuale borgata di Partanna, tesi rafforzata dalla testimonianza dello storico greco Polibio, il quale racconta come Amilcare Barca, quando vi sbarcò per stabilire il suo accampamento fortificato sull’ Heirktè, il nostro Monte Pellegrino, nel golfo vi trovò porto sicuro per il suo “numeroso naviglio” che recava il mostruoso nano “Bes” (mostrousa divinità apotropaica fenicia) effiggiato sulla prora per intimorire i nemici.

Nel corso delle due successive epoche, quella romana e quella bizantina, la fisionomia della città non venne modificata. Tuttavia, a causa dei disboscamenti, del riversamento a valle della terra superficiale dei monti delimitanti la piana e del ritirarsi del mare, la zona di Valdesi si trasformò in un porto fangoso. I depositi alluvionali e i detriti provenienti dai monti vicini, infatti, non poterono defluire liberamente in mare e trasformarono il terreno (già ricco d’acqua) in un’estesa palude.

A testimonianza di questo processo, durante il periodo arabi Mondello era conosciuta con il nome di Marsa ‘at Tin che, tradotto letteralmente, vuol dire Porto del Fango. Inoltre, lo scrittore arabo del XII sec. ‘Ibn ‘al ‘Atir, citato da Michele Amari racconta come nell’anno 848 d.C.

“dieci salandre di rum (ovvero dei Cristiani), spintesi nelle acque di Palermo, gittarono l’ancora in Marsa ‘at Tin (nome arabo del Golfo di Mondello, letteralmente Porto del Fango) e sbarcarono per dare il guasto”.

dove le salandre erano poco più che barche, a riprova della diminuzione delle dimensioni del golfo. Nonostante il rischio di malaria, dovuto all’impaludamento, gli arabi sfruttarono al meglio le risorse della zona: nell’estremo lembo settentrionale del golfo venne creato un piccolo villaggio di pescatori, mentre le parti più basse dell’attuale Valdesi, in comunicazione con il mare, venivano sfruttate come saline, come viene ancora oggi ricordato dal nome di una strada chiamata, appunto, via Saline. Nonostante la zona fosse lontana dal centro abitato arabo, venne interessata dai lavori pubblici che i dominatori musulmani effettuarono per migliorare la rete idrica cittadina, con la costruzione dei Qanat, un’enorme opera ingegneristica consistente in canali sotterranei che, intercettando le falde naturali del terreno, portavano acqua in superficie.

Dopo un periodo di decadenza, la rinascita economica dell’area si ebbe con gli Aragonesi: nella Piana di Gallo si svilupparono numerose attività agro-pastorali legati alle coltivazioni degli orti e dei vigneti, al taglio dei canneti, all’allevamento, ma soprattutto allo sfruttamento di un’ampia foresta, una propaggine della nostra tenuta della Favorita. Lo sviluppo delle attività agricole venne facilitato dalla ricchezza idrica del suolo, garantita da una grossa sorgente di acqua potabile, l’Ayguade e dal recupero delle vecchie canalizzazioni arabe, che raccoglievano le acque delle falde freatiche dei monti Billiemi e Pellegrino e le convogliavano verso le vasche di raccolta e di distribuzione.

Nel versante meridionale della vicina laguna o pantano, fu ulteriormente ampliata la salina che produceva e raffinava il prezioso elemento, utilizzato in grande quantità per salare il pescato ed il rimanente venduto nei mercati cittadini in concorrenza con quello trapanese. A questa si aggunse anche l’attività dei conciatori di pelli, che si erano installati nella nostra Valdesi, il cui volume di affari era particolarmente elevato, grazie soprattutto alle varietà di articoli di pellami, di cuoi e di marocchini conciati col tannino, l’acido che si estrae anche dalla battitura dei ramoscelli e dalla spremitura delle odorose foglie di mirto (Myrtus communis). A partire dal XII secolo, la pianta venne diffusamente coltivata nel Piano di Gallo ed ancor più nella prima metà del Trecento, grazie alla famiglia di imprenditori pisani di origine sarda dei Gaddu da Nubula, che sfruttarono il territorio colmando una serie di pantani.

Ma il vero motore dell’economia della Mondello medievale era la Tonnara, che era in grado di offrire numerosi posti di lavoro sia a maestranze specializzate quali pescatori, salatori, cordai, mastri d’ascia (falegnami), calafati e bottai, che ad un ingente numero di marinai generici, bordonari (carrettieri), contadini, jurnalari (lavoratori giornalieri) e carbonai. A questi si aggiungeva una folta schiera di uomini di fatica, impiegati soprattutto nella costruzione e nella riparazione delle reti con la cespugliosa ddisa (Ampelodesmos mauritanicus), cime di grosse dimensioni per l’ancoraggio delle complesse.

Ovviamente, la Tonnara di Mondello era del tipo di corsa, installata vicino alla costa, ancorata al fondo marino con un numero imponente di ancore, sulle Il complesso di reti e cavi viene chiamata isola che si estende per 5 km e larga 40-50 metri. L’isola viene calata all’inizio di maggio, periodo in cui inizia il passaggio dei tonni, e ritirata quando tutti i branchi di tonni hanno fatto il viaggio di andata. La tonnara è composta da cinque camere, divise da reti chiamate porte che vengono aperte e chiuse dai tonnaroti per il passaggio del pesce da una camera ad un’altra.

Le cinque camere che compongono l’isola sono:

Camera grande: dove vengono ammassati i tonni prima della mattanza;
Camera Levante: si trova a destra della camera grande e serve per dividere i tonni se il pescato è abbondante e si vuole fare più di una mattanza;
Camera Bastarda: dove i tonni arrivati in questa camera vengono contati per sapere se il numero è adeguato per effettuare la mattanza;
Camera Ponente: è la camera più piccola che porta direttamente alla “camera della morte” ed è l’ultima a chiudersi prima della mattanza;
Camera della morte: l’unica ad avere sul fondo una rete chiamata “coppu” che viene issata dalle barche che si dispongono attorno ad essa, per far affiorare i tonni in superficie;

Una chiara testimonianza della grande quantità di pescato che si ricavava dalla tonnara mondellese e della conseguente ricchezza che tale attività produceva tra i suoi lavoranti nella prima metà del Cinquecento e per riflesso anche alle economie della vicina città murata di Palermo, ci è fornita grazie al rinvenimento di due documenti notarili datati a 27 d’aprile I indicionis 1518. Le due missive sono indirizzate a sua Cesarea et Cattolica Maestà Carlo V. La prima lettera fu inviata dai monaci del convento di San Francesco di Paola di Palermo lamentando la modesta quantità di pesce loro assegnato annualmente, con il conseguente peggioramento della loro dieta alimentare, ridotta a base di verdure e di farinacei. Con tale richiesta i monaci speravano di ottenere in donazione ben quattro tunnina salati, anziché i soliti doi pesci per tonnara stabiliti dalla Magnae Regiae Curiae Rationum, attraverso l’interessamento di un non meglio identificato Giacobo Lo Caxo. La lettera prosegue specificando che la richiesta deve intendersi estesa a tutte le tonnare del golfo di Palermo ed a quelle di Sòlanto e di Mondello, in particolare.

Il secondo plico, spedito dalla madre superiora del venerabile Monasterio di donne nominato li Sette Angeli, che era posta dietro la cattedrale e fu distrutto nel 1860, aveva il medesimo tenore del primo; infatti dopo un preambolo interlocutorio in cui denunciava l’indigenza quotidiana, la sorella lamentava di

«…fare asperrima vita, et mai mangiamo carne, et latticino, se non cose quadregesimali et se con dette elemosine non conseguissero alcun pesce salato, loro vivere sarebbe difficultoso continuamente mangiando herbe supplicano Vostra Majestà che si degni far gratia a detto Monastero delli altri doi pesci, che detto quondam Giacobo Lo Caxo tenia sopra dette tonnare…».

Anche il monastero e l’annessa ecclesia Sancti Nicolai de Plano, i cui resti sono visibili tra le attuali località di Partanna e dello Z. E. N (Zona Espansione Nord), ricevette numerose donazioni di tonni per far fronte ai periodi di misero raccolto dovuto alle stagionali invasioni di cavallette. Anche i pescatori avevano delle lamentele da fare a sua maestà, poiché a causa della lunghissima lista di chiese e di conventi che dovevano ogni anno approvvigionare gratuitamente, i poveri tonnaroti, molto spesso, tornavano a

«…casa nudi e digiuni e delusi affatto della sortita pesca…».

Lamentele più pretestuose che altro, dato che la ricchezza della zona, fu tale da attirare le mire dei pirati barbareschi: per difendere la tonnara dalle loro scorrerie, già nel 1455 il Senato Palermitano fece costruire la torre, un tempo presidiata da 3 soldati, alta 13,50 metri con un diametro alla base di 10 metri e dalle 3 piccole finestre.

La torre, paradossalmente, non fu citata nella relazione che nel 1584 scrisse l’architetto fiorentino Camillo Camilliani sullo stato delle fortificazioni costiere in Sicilia, che intitolò

«Descrittione delle marine di tutto il regno di Sicilia con le guardie necessarie da cavallo e da piedi che vi si tengono».

La cita invece il diarista Marchese di Villabianca, a fine Settecento, nel suo repertorio delle tonnare dell’Isola descrisse anche quella di Mondello “che si stende alquante miglia di mare dalla spiaggia”,

riferendo anche notizie sui proprietari della torre con queste precise parole:

“La famiglia Gerbino de’ baroni della Gulfotta ne tiene gran parte di pertinenza per retaggio delle famiglie Guiglia ed Agate, quale di Agate ne tenne per corto tempo la padronanza. Porzione pure di questa tonnara spettano alii Miceli e baroni Bona. Alfonso Guiglia nel 1637 fu il primo che ne fé l’acquisto dalla R. Corte. E i baroni della Gulfotta, Gerbino ne tengono tre decimi parti delle onze 275 annuali della gabella ordinatria della tonnara”.

Poche anche le notizie degli assalti subiti dal villaggio di Mondello e, tra queste, c’è da registrare quella proveniente da un archivio spagnolo di Simancas che informa di uno sbarco di turchi alle pendici del Monte Pellegrino e a Mondello nel 1562. Gli assalti dei pirati continuarono certamente per tutto il Seicento e il Settecento, ma se ne trova solo qualche traccia nei documenti. E’ registrato tuttavia l’assalto dei corsari turchi avvenuto nel 1793. Furono prese di mira due galeotte di pescatori che avevano gettato le lunghe reti a poca distanza dalla costa, ma quella volta la sorte favorì i siciliani. Infatti, le imbarcazioni corsare manovrarono in modo maldestro, tanto da trovarsi impigliate nella rete stesa dai pescatori di Mondello. E allora, fu facile a questi – una volta tanto – catturare i pirati e le loro barche.

Prima intervista su Sei dell’Esquilino se ai Candidati al I Municipio

Paola Morano, amministratrice del gruppo Sei dell’Esquilino se su Facebook, dedicato al rione romano in cui vivo, ha promosso un’interessante iniziativa, che sfrutta in modo costruttivo Facebook. In occasione della campagna elettorale per il Comune e il Municipio, oltre a permettere ai candidati, ovviamente del Centro Storico, di presentarsi agli elettori, ha proposto un’intervista, per capire le loro proposte sul cercare di risolvere gli annosi problemi del rione.

Il primo a rispondere, spero non l’ultimo, è stato Paolo Cirmi, che si presenta per la lista Calenda. Ora, Paolo, che da quanto ho capito abita a Testaccio è encomiabile per due cose: la prima è la conoscenza delle problematiche e delle vicende del Rione, che non mi sarei mai aspettatato da chi non è di zona e il fatto che ci abbia messo la faccia.

Insomma, i tanti candidati, io direi anche troppi, candidati dell’Esquilino, temo che la frammentazione del voto riduca le probabilità di essere eletti, che in queste settimane hanno riempito di slogan i social media, alla possibilità di dare risposte concrete agli elettori, anche non condivisibili, ancora non si sono fatti vivi.

Lascio la parola a Paolo

  1. Il commercio dell’Esquilino soffre per la sovrabbondanza di minimarket che soffocano il commercio tradizionale. Un nuovo regolamento potrebbe dare linfa vitale al commercio dell’Esquilino? Si può pensare ad un progetto comunale per il palazzo di MAS, caratterizzante per il Rione?

Di regolamenti varati nel tempo con l’intento di tutelare le attività commerciali e artigianali e rimasti lettera morta se ne contano parecchi. Anche l’ultimo, la Delibera di Assemblea Capitolina n.47 “Regolamento per l’esercizio delle attività commerciali e artigianali nel territorio della Città Storica” è stato approvato il 17 aprile 2018, non ha sortito gli effetti desiderati. La mia proposta prevede interventi articolati in due fasi: a breve e a medio termine, e un progetto a lungo termine che integri l’azione a sostegno del commercio con la riqualificazione delle aree comuni dell’intero rione.

Nell’immediato:
Incremento dei controlli, in collaborazione con la Polizia Locale, sull’effettivo rispetto dei regolamenti e delle delibere esistenti.
Stretta sulla burocrazia municipale, per ridurre al minino le tempistiche relative alla concessione di autorizzazione commerciali.

A medio termine, in accordo con l’Amministrazione Comunale:
Applicazione di aliquote IMU agevolate per le attività commerciali e artigianali identificabili come “di pregio” o che soddisfino le esigenze di acquisto al dettaglio dei residenti, come già sperimentato a Reggio Emilia.
Apertura di un tavolo di lavoro con Municipio, Comune e rappresentanti delle attività commerciali del Rione, che, entro un massimo di sei mesi, definisca un piano per l’Esquilino che risponda alle specifiche esigenze locali e non sia semplicemente calato dall’alto
.

Un commercio di pregio non nasce solo dalle regole, ma anche dalla percezione che ne ha il cittadino: di pari passo al suo rilancio, è necessario un rilancio globale dei cuori pulsanti del Rione, a cominciare da Piazza Vittorio.

Per questo, mi impegno a portare avanti da subito:

Azione costante di pressing su AMA, perché garantisca la pulizia del Rione

Interlocuzione con le Forze dell’Ordine, perché aumenti il controllo del territorio, combattendo le sacche di illegalità, con controlli continui e non solo sporadici, come avviene ora.

Azione di “marketing territoriale”, utilizzando ad esempio i Portici di Piazza Vittorio per impostare una narrazione che combatta l’idea di luogo condannato al degrado, oggi spesso associata al Rione.

Infine, passata l’emergenza Covid, il mio impegno sarà rivolto a:

Ampliamento dell’offerta di eventi culturali del Rione, che non si può limitare solo al Cinema all’aperto d’estate. Cito, tra le idee che ho raccolto, quella di riproporre in autunno Busker Festival, sperimentato anni fa, oppure, quella di un Festival del Teatro e della Letteratura in primavera, da organizzare con il coinvolgimento delle realtà e delle associazioni locali.
Valorizzazione delle feste estive del Rione, come la Festa di San Giovanni all’Arco di Gallieno o la festa di strada che trasforma via Balilla in una social street ogni terzo weekend di giugno

Ed eccomi a rispondere a una domanda più specifica.

Si può pensare ad un progetto comunale per il palazzo MAS, caratterizzante per il Rione

Riguardo alla questione MAS, sono onesto, non mi va di prendere in giro i cittadini: come Amministrazione possiamo porre dei vincoli, proporre un tavolo con la Proprietà per identificare una destinazione d’uso che avvantaggi il Rione, ma alla fine è la Proprietà che decide. Trovo che la proposta di altri candidati di espropriare MAS, sia demagogica e non praticabile: i fondi sono quelli che sono e nel Rione ci sono priorità più impellenti a cui destinarli.

Come vedete, i temi non hanno confini definiti. Parliamo di commercio. E parliamo di riqualificazione.

Mi impegno a recuperare gli spazi di proprietà comunale sottoutilizzati del Rione; in particolare, via Giolitti: in primis c’è da mettere fine allo scandalo dell’ex Cinema Apollo, il palazzo liberty del Comune con l’amianto sul tetto (presenza dell’eternit certificata nel 2016), caduto nel dimenticatoio dal 2007. Entro un massimo di due anni deve essere restituito all’uso dei Cittadinanza. In parallelo, c’è da risolvere il vulnus dei negozi di proprietà comunale: mi impegno, in collaborazione con la Polizia Locale e l’Amministrazione comunale, a fare partire controlli a tappeto, per fare identificare e chiudere eventuali attività irregolari e lanciare bandi, sulle nuove assegnazioni, che in termini di punteggio, preferisca la qualità dell’offerta commerciale, al mero dato economico.

A questo, dobbiamo aggiungere un’altra questione, trasversale sia al commercio, che di certo è avvantaggiato se la via è riqualificata, sia alla mobilità cittadina. L’attuale progetto della Giunta Raggi, per la trasformazione del Trenino della Casilina in Tram, è, nel tratto esquilino, totalmente privo di senso! Perché replicare tratto di binari per via Giolitti, quando si potrebbero utilizzare quelli già esistenti del tram 5 e del tram 14 ?

La mia proposta è di dismettere a regime il tratto di via Giolitti e trasformarlo nella “The High Line” capitolina, un parco con pista ciclabile, punti ristori, gazebo per spettacoli, che permetta la valorizzazione delle ricchezze artistiche del quadrante, come il Tempio di Minerva Medica, Santa Bibiana, la vecchia Stazione d’Energia della Stazione Termini, che è un monumento di archeologia industriale e ovviamente, l’Apollo e l’Ambra Jovinelli.

Un approccio globale, dal rilancio del commercio alla cultura, affinché Via Giolitti sia un boulevard e non una discarica.

  1. Il Nuovo Mercato Esquilino, uno dei simboli del Rione, versa in condizioni di degrado. Problemi igienici, problemi di carico-scarico, etc. Come si può rilanciare il Mercato, uno dei più grandi di Roma? E in che tempi è possibile?

Il Nuovo Mercato Esquilino è una risorsa, non un problema. Tutte le aree di miglioramento, preferisco usare questo termine, debbono essere affrontate assieme al Co.Ri.Me, ossia non contro, ma con la collaborazione degli esercenti.

Prima questione, l’igiene:

Controlli più frequenti e mirati in collaborazione con la ASL, con sanzioni anche severe per i banchi che sbagliano ma senza penalizzare l’intero mercato con chiusure indiscriminate.
Avviamento delle procedure necessarie per i lavori di adeguamento: reperimento dei finanziamenti e stesura dei bandi (orizzonte temporale minimo diciotto mesi).

Seconda questione, lo scarico e carico merci:

la soluzione di via Pepe, con tutti i suoi limiti, deve essere portata a compimento quanto prima.

Terza questione, la valorizzazione del complesso delle ex caserme. Anche in questo caso il tema riqualificazione del mercato sconfina nella valorizzazione del territorio.

Per prima cosa, mi impegno a rendere fruibile al grande pubblico il Ninfeo Romano, da integrare in un più ampio percorso turistico archeologico dell’Esquilino, che comprenda e valorizzi i resti del Sessorianum a Santa Croce in Gerusalemme, le tombe di via Statilia, il Tempietto di Minerva Medica, i resti degli horti Lamiani a Piazza Vittorio, l’auditorium di Mecenate e la volta Gatti, di cui si può valutare una sistemazione alternativa ai giardini di Piazza Dante.

È necessario valorizzare il Giardino Confucio, rendendolo un polo culturale, in collaborazione con l’Università: i murales dell’Aula Magna, che ritraggono abitanti del Rione, dovrebbero essere in qualche modo visitabili. Il mio obiettivo è di coinvolgere Co.Ri.Me, Università e associazioni culturali per definire insieme un programma pluriennale di eventi e mostre, che funga da volano alla riqualificazione del Mercato. Infine, c’è il murales. Anche se non a tutti piace, l’opera è diventata uno dei simboli del Rione, tanto da essere segnalata in numerose guide turistiche internazionali e citata nei testi internazionali d’arte contemporanea.

Concludendo, con modalità differenti da quelle dell’Amministrazione Alfonsi, con la collaborazione della Sovraintendenza e con opportuno bando, mi impegno portare a conclusione il progetto.

  1. Dalla Stazione Termini a Colle Oppio il Rione è frequentato da senza fissa dimora che, gioco forza, bivaccano, in condizioni disumane, nei sottopassaggi, sotto i portici, nei giardini, generando fenomeni di risse, ubriachezza molesta, episodi di microcriminalità. La presenza di numerose mense Caritas nel Rione ha favorito la loro presenza e gli sforzi combinati delle forze dell’ordine finora non sono riusciti a contenere il fenomeno. Come si può risolvere il problema sicurezza e decoro offrendo contemporaneamente una soluzione dignitosa a queste persone per garantire loro un’assistenza dignitosa?

Credo che ci sia, nell’affrontare questo tema, la tendenza a invertire la causa con l’effetto: spesso ho letto che la presenza delle strutture di assistenza per i senza tetto sia considerata la causa della loro presenza nel Rione, quando è vero il contrario. Se, queste strutture sparissero dall’Esquilino, gli homeless non se ne andrebbero, ma diverrebbero più disperati, facendo crescere ulteriormente i problemi.

La questione welfare, assistenza ai più deboli, non deve essere confusa con quella dell’ordine pubblico: sono due questioni distinte e tali devono restare. In ambito welfare, mi impegno a sostenere una semplificazione delle procedure e un’attribuzione specifica delle responsabilità operative, in modo che quando il cittadino segnala un problema non si senta rispondere “non è di mia competenza” o “stiamo monitorando”. Casi come quelli dei senza tetto morti per strada a luglio e ad agosto o la vicenda di Dana, che si è risolta per merito dei cittadini e non certo delle istituzioni, non si debbono più verificare: non è una questione di politica, ma di etica e di umanità!

Per l’ordine pubblico, è necessaria, con il coinvolgimento delle forze di polizia e ovviamente nei limiti di quanto previsto dalla legislazione vigente, l’applicazione di una politica di tolleranza zero. Al contempo è necessario rendere efficace, con le opportune integrazioni e con controlli a tappeto, l’ordinanza anti alcool:questo, nonostante le ironie fuori luogo, era il senso della dichiarazione di Calenda sulla movida a basso costo.

  1. Nel Rione e in particolare in Piazza Vittorio ci sono diverse criticità riguardo alla sicurezza stradale: attraversamenti in posti scomodi e poco visibili e perciò poco sicuri, strisce pedonali totalmente assenti nella zona del Mercato. Come porsi in merito a questo e al problema dei parcheggi, ancor più sentito con l’apertura di numerosi déhors dei ristoranti? Qual è la visione in merito alla viabilità in generale?

Riguardo ai problemi della sicurezza stradale, la mia proposta è di realizzare delle zone 30 nelle vie più pericolose del Rione, penso a Conte Verde, Giolitti e Merulana. Il problema è realizzarle in modo da non ostacolare i mezzi di soccorso. Per questo, più che dossi, pensavo all’utilizzo di isole spartitraffico e dei cosiddetti “cuscini berlinesi”, eventualmente in associazione a soluzioni di IoT, come a Madrid, che sanzioni con multe chiunque violi il limite.

A questo è necessario associare una revisione degli appalti di manutenzione stradale, in cui si deve privilegiare la qualità, per evitare il fenomeno delle strisce che scompaiono dopo una settimana, al massimo ribasso, e una campagna, da far partire nell’immediato, di ripristino dei marciapiedi del Rione, che si stanno trasformando, a causa delle erbacce e della pavimentazione sconnessa, in una trappola per invalidi. Tra l’altro ritengo necessario anche sanzionare i ciclisti e i monopattini che scambiano tali marciapiedi per piste da corsa: il fatto che siano ecologici, non implica che non debbano rispettare il prossimo e le regole del Codice della Strada!

Altro punto che ritengo qualificante del mio programma è rilanciare il Progetto Partecipato per la riqualificazione di Via Carlo Alberto, i cui esiti stanno prendendo polvere in qualche ufficio comunale e che devono essere realizzati nel concreto. Un analogo progetto partecipato, a mio avviso, ovviamente che non si limiti alle chiacchiere, ma che venga realizzato in tempi rapidi, dovrebbe essere avviato anche per via Emanuele Filiberto.

In generale, è mia intenzione impegnarmi nella realizzazione dei progetti di urbanistica tattica, ovviamente quelli fattibili nel concreto, raccolti nel Libro Bianco dell’Esquilino, che sono stati proposti e ampiamente discussi su questo gruppo Facebook.
Sulla questione parcheggio, ricordiamo che all’Esquilino c’è un immenso parcheggio, semi vuoto, la Piastra della Stazione Termini. Per alleviare il problema nei quadranti più critici, l’idea è di stipulare, con il supporto dell’Amministrazione Comunale, una convenzione con la Piastra, affinché i residenti del Rione, possano o gratis o a prezzo ridotto, usufruire dei servizi di tale parcheggio.

  1. La Sovrintendenza capitolina ha un progetto per la riqualificazione dei portici di Piazza Vittorio che però finora tarda a decollare. Cosa si propone per la riqualificazione di Piazza Vittorio e del Parco di Colle Oppio

Per prima cosa, con l’appoggio dell’amministrazione comunale, un’intensa e decisa azione di pressione affinché finalmente questa riqualificazione parta. Per quanto riguarda la piazza vorrei concentrarmi sul giardino e sui portici. Riguardo al giardino, il progetto dell’Amministrazione Raggi è monco, perché manca sia la parte di manutenzione, sia di gestione condivisa da parte dei cittadini. Il mio impegno è che arrivino fondi per la realizzazione di entrambi.Dal punto di vista culturale, i giardini non devono vivere solo l’estate, ma tutto l’anno. In collaborazione con le associazioni del Rione, mi impegno a far partire un programma che li trasformi in un polo culturale per l’intera città. Lo stesso vale per i portici; tra l’altro, farò di tutto per fare rendere fruibili all’Enpam gli scavi archeologici degli Horti Lamiani.

Colle Oppio è un punto dolente ma centrale nel programma della Lista Calenda, che prevede il recupero del decoro e del controllo del territorio, la sua riqualificazione, sia con attività affidate a privati, sia valorizzando al meglio i resti archeologici. Oltre alla Domus Aurea, sono presenti sia i resti delle Terme di Tito, sia quelli delle Terme di Traiano, che devono essere aperti al grande pubblico e valorizzati, vista anche la vicinanza al Colosseo.

  1. Il Rione è soffocato dai rifiuti, soprattutto quelli commerciali. Come affrontare il problema della raccolta rifiuti nel Rione?

Purtroppo la raccolta porta a porta nel Rione è stata un fallimento: se vogliamo essere pragmatici, in attesa che AMA riorganizzi al meglio il servizio, bisogna tornare provvisoriamente ai secchioni. La mia proposta per semplificare la gestione e la raccolta è quella di utilizzare, come in Lombardia, delle soluzioni di Smart City. A Milano, con 13.000 installazioni, si sta sperimentando lo smart bin, il bidone intelligente, un cestino, dotato di un particolare sensore, capace di rilevare il proprio livello di riempimento, ma anche la frequenza e l’orario di utilizzo attraverso. I dati raccolti vengono inviati tramite rete wireless a un software che li analizza e li elabora permettendo un monitoraggio più efficace, una ottimizzazione del processo di raccolta dei rifiuti, l’intervento più tempestivo in caso di situazioni critiche (evitando l’accumulo di rifiuti al di fuori del bidone stesso) e, infine, la riduzione dell’impiego di mezzi e operatori.

In alcuni Comuni dell’Emilia-Romagna è in fase di sperimentazione un’altra soluzione innovativa di Smart Waste. In una piattaforma ecologica dedicata, l’accesso ai contenitori per i rifiuti avviene solo tramite identificazione dell’utente, mediante app, tecnologia NFC (near field communication, tramite smartphone) o RFID (con tessera sanitaria). I cassonetti sono normalmente chiusi e il conferimento dei rifiuti avviene senza la necessità di toccare leve e pedali. Il sistema permette di controllare il comportamento dei cittadini e i quantitativi di raccolta differenziata.

Queste soluzioni tecnologiche, che potrebbero essere implementate nell’Esquilino come progetto pilota, integrandole con la piattaforma IPSE Parsit, della Regione Lazio, faciliterebbero sia l’identificazione di viola le regole del vivere civile, sia adeguare le tariffe TARI ai comportamenti più o meno virtuosi dei cittadini.

Piccole note a margine dell’intervista. Fondamentalmente, mi hanno colpito due cose: la prima è che per una volta, in campagna elettorale, si è andata oltre l’ottica “piazzavittoriocentrica” che spesso condiziona la politica locale. Senza dubbio, i portici umbertini sono uno dei nuclei urbanistici del Rione, ma questo è molto più ampio e differenziato. Che come piattaforma politica si parli della riqualificazione di altri quadranti, Paolo si è concentrato su via Giolitti, il che egoisticamente mi fa piacere, perchè è vicino dove abito, ma di luoghi da riqualificare ce ne sono a bizzeffe e la politica non deve dimenticarli.

La seconda è l’approccio concreto, non solo spiega come vuole fare le cose, ma anche le tempistiche e tecnocratico: a Roma, purtroppo, la classe dirigente, sia di Destra, di Centro, di Sinistra o Cinque Stelle, ha sempre avuto un rapporto conflittuale con l’innovazione e la tecnologia, portando al paradosso che nell’Urbe si è sperimentato tanto, ma implementato poco (e quando si è fatto, vedi Data Center della Regione Lazio, hanno speso una marea di soldi pubblici, con risultati disastrosi).

Sarebbe il momento in cui la politica si impegni a invertire il trend: la tecnologia non è la soluzione a tutti i problemi, ma comunque una mano la da sempre. Questi benedetti cassonetti “smart”, con cui ho avuto a che fare per motivi di lavoro, non sono stati applicati solo a Milano o in Emilia, ma anche in diverse zone del Sud Italia e della Sicilia. Hanno avuto sicuramente un impatto positivo, ma a Roma, per incidere veramente, devono essere associati a una ristruttazione dell’AMA.

Sono d’accordo, ma questo purtroppo è un dato di fatto, che all’Esquilino la raccolta a porta a porta funziona da schifo e che ha ridotta a discariche gli androni dei condomini, a riprova della validità del vecchio detto che l’ottimo sia nemico del bene. Il servizio deve essere pesantamente riorganizzato, ma questo non si fa dall’oggi al domani ed implica transitori e soluzioni tampone, sui cui si può discutere, ma che devono essere realizzate.

Altra applicazione della tecnologia è nella questione parcheggi: sicuramente la proposta Piastra è interessante, perchè allieva il carico su una porzione dell’Esquilino che ha problemi pesanti in questo ambito, ma che magari si lamenta meno sui social di altre zone del Rione, più abili nel fare il pianto greco sui social.

Ora si potrebbe adottare le heat maps, che sfruttando la copertura cellulare, servizi fornito da tutti gli operatori telefonici, potrebbero dare un’immagine precisa delle difficoltà di parcheggio nell’Esquilino e guidare la politica, nell’individuare soluzioni, tenendo conto che a quanto pare, per molto abitanti del Rione, fare cinquanta metri a piedi per raggiungere la propria auto sembra una tragedia greca.

Altro utilizzo della tecnologia, che non c’entra nulla con l’intervista, che però riguarda una questione che è focale nella campagna elettorale romana, è nella progettazione delle piste ciclabile: nella loro sciatteria, i Cinque Stelle, come si faceva negli anni Settanta, si sono limitati a tracciare strisce lungo le principali arteria stradali, il che oltre a complicare il traffico, ha portato a definire percorsi non ottimali e pericolosi per ciclisti, che certo non invogliano al loro utilizzo. Sarebbe il caso, come in nord Europa, cominciare a utilizzare gli algoritmi di machine learning per la loro progettazione e ottimizzazione.

Piccola nota, per terminare le mie chiacchiere: dal mio punto di vista mi ha fatto piacere che la politica abbia preso in considerazione la questione del Libro Bianco, un progetto partecipato dal basso di straordinario interesse, ahimé interrotto dal Covid, che spero che prima o poi ritorni operativo, con la collaborazione con la Casa dell’Architettura.

Atene contro Siracusa Parte XXX

La notizia del prossimo arrivo dei rinforzi ateniesi, preoccupò alquanto Gilippo e i vertici politici di Siracusa, perchè, in una sorta di supplizio di Sisifo, sembrò riportare tutto da capo a dodici. Per cui, fu deciso di annientare definitivamente il corpo di spedizione di Nicia, con un duplice attacco per terra e per mare.

Se sull’efficacia della fanteria, c’erano pochi dubbi, Gilippo si era dimostrato un comandante capace, visti i precedenti, qualche perplessità c’era sulla flotta: anche perché i navarchi siracusani, stavolta non avevano intenzione da fare da esca, ma volevano anche loro dare un contributo fondamentale alla vittoria, annientando il nemico, cosa però più semplice a dirsi e che a farsi.

Frattanto a Siracusa, quando s’apprese di questo nuovo rinforzo in arrivo dal mare, nacque subito l’impulso di provocare un secondo scontro con la marina ateniese, con l’appoggio dei reparti di fanteria che, proprio in vista di questo nuovo impegno, nell’intento d’anticipare lo sbarco dei rincalzi nemici, s’eran venuti arruolando. I Siracusani s’ingegnarono di applicare alla marina, tra le altre modifiche tecniche, in quei particolari della struttura navale che lasciavano intravedere, dall’esperienza dello scontro passato, le possibilità migliori di successo, anche la riduzione su ogni trireme, della parte prodiera, per renderla più corta e quindi più massiccia, e l’aggiunta alle prue di solide orecchiette, cui s’adattavano di puntello, confitte nella curvatura prodiera, travi lunghe sui sei cubiti, prominenti all’esterno e inchiodate all’interno della fiancata. Con l’identico dispositivo di armamento delle prue i Corinzi si erano battuti contro la squadra ateniese a Naupatto.

Per fortuna dei navarchi siracusani, la Lega Peloponnesiaca, oltre che a un generale, aveva spedito in Sicilia anche un ammiraglio all’altezza, Aristone di Pirrico, di cui sappiamo ben poco, ma che possiamo ipotizzare che fosse meno ambizioso e meno corruttibile di Gilippo. Aristone, memore sia dalla battaglia di Salamina, sia dei recenti sconti navali contro ateniesi, si rese conto come il loro vantaggio, la manovrabilità delle navi, poteva essere annullato se la battaglia si fosse combattuta in uno spazio ristretto, come il Porto Grande.

In tale bacino, i triremi nemici non avrebbero avuto lo spazio fisico per eseguire la manovra che prediligevano, ossia aggirare la nave avversaria, spaccargli i remi, per poi abbordarla o speronarla di lato. Per cui, propose agli arsenali siracusani di rendere più robuste e pesanti le proprie navi e rafforzare il rostro della prua, per speronare frontalmente i triremi ateniesi, più leggeri: al contempo, tale manovra sarebbe stata più semplice da eseguire per i marinai siciliani, meno addestrati di quelli nemici

Siracusani erano convinti della propria supremazia tecnica contro una flotta nemica che non disponeva di pari migliorie costruttive, fragile nel settore di prua, poiché la tattica di combattimento ateniese prescriveva, aggirando l’unità avversaria, di trafiggerla sul fianco, più che d’urtarla direttamente di prua. Inoltre il terreno di lotta, il porto grande, spazio ristretto per squadre che si contrastavano numerose, era propizio a Siracusa, che impiegando la tattica dell’urto prua contro prua avrebbe sfondato le prore avversarie piantato i propri speroni tozzi e potenti contro strutture incavate e non robuste a sufficienza. Agli Ateniesi, per l’angustia dello specchio d’acqua, non sarebbero riuscite le manovre
d’aggiramento sul fianco, o la loro tattica caratteristica di forzare le linee nemiche, quella destrezza cioè che infondeva alla marina ateniese la più temibile fiducia. Con tutte le energie i Siracusani avrebbero cercato di spezzare al nemico le manovre di forzamento, mentre il luogo chiuso avrebbe creato infiniti intralci ai tentativi ateniesi di sfilare lungo il fianco delle unità nemiche per speronarle in quel punto. Intanto i Siracusani sarebbero ricorsi anzitutto all’impiego di quella manovra, ritenuta goffa incompetenza dei loro piloti, di percuotere con la propria la prua nemica, e in questa tattica principalmente risiedeva il segreto del futuro trionfo. Poiché agli Ateniesi, ricacciati con violenza, non rimaneva altra scelta che far forza sui remi all’indietro, verso terra, per di più a breve tratto ed entro una fascia di spiaggia molto limitata in direzione del proprio campo, mentre la costa interna del porto, tranne quella zona esigua, sarebbe stata totalmente in possesso dei Siracusani. E in un generale assieparsi delle navi travolte dalla foga siracusana, in quel ristretto specchio, gli Ateniesi avrebbero finito per urtarsi e ostacolarsi, fino al completo disordine (ed era questo il fattore di più grave svantaggio in ogni scontro navale disputato dagli Ateniesi, non avere cioè,l’intero slargo della rada a propria disposizione per indietreggiare). I Siracusani osservavano inoltre che avendo essi solo la facoltà di attaccare dalla parte del mare aperto o, d’indietreggiarvi, gli Ateniesi non avrebbero più potuto, interponendosi lo scoglio ostile del Plemmirio e la ristrettezza dell’imbocco portuale, scegliere il largo per teatro delle proprie manovre avvolgenti.

Nel giorno prefissato, scattò il duplice attacco, terrestre e marittimo. Nel primo, Gilippo tentò una manovra a tenaglia, con la fanteria pesante siracusana che impegnava frontalmente gli ateniesi, mentre la fanteria leggera e la cavalleria, con una manovra aggirante, tentava di prenderli alle spalle.

Dato che Tucidide si concentra sulle vicende dalla battaglia marittima e che gli ateniesi non furono sloggiati dalle posizioni, è probabile che lo scontro terrestre si sia concluso con un fiasco da parte dei siracusani, con Nicia abile a non cadere nella trappola. Nel frattempo, cominciò lo scontro navale, che vedeva da una 75 triremi ateniesi contro 80 siracusani.

Con queste riflessioni sulla propria competenza bellica e sulla solidità del proprio apparato e fervidi insieme di nuove speranze, tratte dall’esito dello scontro già trascorso, mossero all’assalto simultaneo con l’armata terrestre e le squadre navali. Con un dato vantaggio di tempo le fanterie siracusane sfilarono fuori dalla cinta agli ordini di Gilippo che le avvicinò al baluardo ateniese, ossia a quella parete che si affacciava alla città. Intanto le truppe attestate sull’Olimpico, tutti gli opliti dislocati lassù, la cavalleria e i reparti leggeri siracusani convergevano verso il muro, ma dalla direzione opposta. Allo stesso istante tutte le navi di Siracusa e degli alleati si staccavano dai moli pronte a fronteggiare il nemico. Gli Ateniesi, persuasi dapprima che l’offensiva nemica si proponesse esclusivamente bersagli terresti, quando videro in moto improvviso anche i vascelli nemici, cadevano preda dello sgomento. Parte si allineò celermente sulle mura, parte davanti alle stesse, a contrastare gli aggressori:
parte accorse a sbarrare il passo alle divisioni che calavano a precipizio dall’Olimpico, un nugolo di cavalieri e di lanciatori di giavellotto. Gli altri infine balzarono sulle navi e intanto si schieravano a protezione della riva: appena gli equipaggi e le navi furono in assetto, alzarono le ancore e via contro il nemico: filavano con settantacinque triremi verso i Siracusani che rispondevano con un’ottantina di unità di linea.

O per un piano specifico da parte dei siracusani, per dare un senso di falsa sicurezza ai nemici, o perché i loro navarchi, presi dall’entusiasmo, decisero di ignorare gli ordini di Aristone, decisero di affrontare a mare aperto gli ateniesi: ebbero il buon senso di procedere a ranghi serrati, evitando così le manovre di aggiramento del nemico.

Così, il primo giorno trascorse con uno scontro abbastanza inconcludente: il secondo giorno, la battaglia fu sospesa. Nicia ne approfittò sia per riparare le navi danneggiati, sia per fortificare la rada, in modo da fornire un riparo sicuro ai suoi triremi

Per molte ore, in quel giorno, si sfidarono, scattando avanti e ritraendosi e alla fine si separarono senza che uno o l’altro dei contendenti si aggiudicasse un vantaggio degno di rilievo, risolutivo se non si tien conto dell’una o due navi ateniesi affondate dai Siracusani. Allo stesso tempo anche le fanterie si allontanarono dalle linee fortificate. Il mattino seguente dall’armata siracusana, immobile, non traspariva indizio di quale mossa preparasse per le ore immediatamente successive. Nicia ne approfittò, e soppesando il dubbio esito del confronto che pareva suggerirgli l’imminenza di un nuovo attacco siracusano costrinse i trierarchi a riattare gli scafi, riparando i guasti sofferti durante la battaglia, e fece ancorare alcuni bastimenti da carico innanzi alla palizzata che gli Ateniesi avevano confitto sul fondo della baia, a riparo della propria flotta, quasi a formare una darsena chiusa. Allineò i legni da carico lasciando tra l’uno e l’altro uno spazio di due pletri circa, per eventualmente offrire a un vascello incalzato da un diretto avversario un facile varco verso acque sicure e nuovamente un passaggio tranquillo per riuscire
al combattimento. Perfezionando quest’attrezzatura difensiva gli Ateniesi trascorsero quell’intera giornata, fino all’imbrunire.

Il terzo giorno, i siracusani fecero lo stesso errore di affrontare il nemico in alto mare, finché Aristone, esasperato, fece ai navarchi in liscio e busso epocale, riportandoli a miti consigli e a seguirli piano originale. Ora, l’ammiraglio corinzio conosceva l’abitudine, tutta ateniese di interrompere le battaglie navali per pranzare e di prendersi lunghe pause pranzo, cosa che alla battaglia delle Egospotami, in cui la loro flotta fu distrutta in spiaggia dagli spartani, mentre i marinai erano impegnati a cucinare, portò alla loro definitiva sconfitta nella guerra del Peloponneso.

Per cui, propose di migliorare la logistica siracusana, trasferendo il mercato alimentare in riva al mare, in modo che la pausa pranzo fosse ridottissima e fosse possibile attaccare di sorpresa i nemici. Il piano funzionò, gli ateniesi presi alla sprovvista, molti erano ancora a digiuno, dovettero reimbarsi più di fretta che di paura.

Il mattino successivo i Siracusani, ad un’ora più sollecita del giorno innanzi, ma con strategia invariata, manovrando le fanterie e la marina si riversarono contro gli Ateniesi, mentre le opposte squadre navali ricalcarono il modulo tattico già attuato, consumando la maggior parte del tempo a gettarsi sfide reciproche, finché Aristone di Pirrico, da Corinto, il più abile pilota in servizio nella flotta siracusana convinse i comandanti delle squadre a comunicare alle autorità cittadine preposte al traffico di alimentari, l’ordine di trasferire il mercato e di organizzarlo in riva al mare imponendo a ogni venditore di smerciare in quella sede fino all’ultimo prodotto commestibile giacente nel proprio magazzino. Così gli equipaggi, ricevuto dai capi l’ordine di smontare dalle navi, avrebbero consumato il pasto nelle vicinanze immediate della flotta riservandosi il tempo di riattaccare a sorpresa subito dopo e in quello stesso giorno, gli sbalorditi Ateniesi.

Lieti del consiglio si provvide a spedire il messaggio e si apparecchiò il mercato. D’un colpo i Siracusani presero a retrocedere di poppa in direzione della città e sbarcati in fretta presero il loro cibo, lì sul posto. Gli Ateniesi pensarono subito che il nemico vogasse indietro verso la città ritenendo ormai d’essere in minoranza, e sbarcando con comodo si dedicarono alle normali occupazioni, in particolare a riscaldare il rancio poiché ormai per quel giorno si stava sicuri che gli scontri fossero sospesi. Ma a un tratto gli equipaggi siracusani si lanciarono ai remi, affrettando la corsa diretti al nemico: il quale, stranito e in gran confusione, digiuno la maggior parte, senza traccia d’ordine montò come poté sulle navi e finalmente, a gran pena, riuscì ad allinearsi e a muovere.

A lungo le due flotte si fronteggiarono immobili: alla fine gli ateniesi, impazienti e affamati, attaccarono. I siracusani arretrarono verso il Porto Grande e i nemici caddero nella trappola, combattendo secondo quanto ipotizzato da Aristone: a peggiorare le difficoltà ateniesi, con le navi impossibilitate a muoversi in spazi ristretti e continuamente speronate, dall’avversario, vi era un altro stratagemma inventato dal corinzio: mise in acqua delle scialuppe, cariche di arcieri e di lanciatori di giavellotti, che muovendosi negli spazi ristretti, fecero strage dei rematori attici.

Per qualche tempo le squadre frenarono lo slancio, studiandosi: poi agli Ateniesi parve cattiva tattica ritardare, per lasciarsi imprudentemente cogliere dallo sfinimento. Deciso l’assalto celere, spronandosi l’un l’altro, partirono alla battaglia. I Siracusani sostennero l’urto rispondendo. Manovravano le navi attenti a colpire di prora, com’era nei loro piani e con l’armamento degli speroni, a ogni urto, aprivano voragini immense nel fasciame anteriore dei navigli ateniesi, là dove s’arrese la linea dei remi. Dalle tolde i lanciatori siracusani infliggevano profondi vuoti alle ciurme avversarie. Ma ancor più pesanti erano le perdite inferte da quei Siracusani che su scialuppe manovrabili aggiravano le triremi nemiche e guizzando lungo le fiancate e filtrando sotto le file dei remi, dai loro minuscoli gusci trafiggevano a morte i vogatori.

Gli Ateniesi, dopo aver visto affondare sette navi, ebbero il buon senso di ritirarsi: ancora stavolta, i navarchi siracusani presi dalla foga della battaglia, invece di rimanere nel Porto Grande, decisero di inseguire il nemico e andarono contro le difese approntate di Nicia, perdendo a sua volta delle navi, rendendo così la vittoria meno schiacciante.

Di fatto, la vittoria era più morale che tattica..

Stringendo i denti ed applicando questi artifici nello scontro navale i Siracusani riuscirono vittoriosi mentre gli Ateniesi, virando e insinuandosi negli spazi liberi tra i grossi navigli da trasporto, conclusero la ritirata al sicuro, nella propria darsena d’approdo. Le unità siracusane protrassero la caccia fino alla linea dei mercantili: oltre furono frenate dalle travi che, sospese all’alberatura dei legni grossi e armate di delfini, minacciavano le corsie tra fianco e fianco dei bastimenti. Una coppia di vascelli siracusani, eccitati dalla vittoria, si accostarono troppo e finirono sfasciati: anzi uno cadde in mano nemica con l’equipaggio intero. I Siracusani, sommerse sette navi ateniesi e devastatene altre in gran numero, inflitte serie perdite umane, sia in prigionieri catturati, sia in uomini abbattuti negli scontri, si ritrassero. Elevarono, in memoria del doppio confronto con gli Ateniesi, i due trofei, e come nutrivano ormai incrollabile la cosciente speranza d’uscir sempre dominatori in avvenire
da ogni combattimento marino, così s’affermava in loro la presunzione di poter presto avere in pugno anche le sorti del conflitto terrestre
.

Kolymbetra

Continuando la nostra visita nella Valle dei Templi di Agrigento, arriviamo all’area sacra che occupa l’estremità occidentale del terrazzo che si affaccia sulla Kolymbetra. Da tale area, in uso già dalla fine del VI secolo a.C., proviene una famosa testina modellata a mano di divinità con alto polos di fabbrica rodia o cretese della fine del VII secolo a.C., interpretata quale reliquia portata dai coloni geloi al momento della fondazione della città.

Ricordiamo che, anche se con riti molto più semplici rispetto al mondo etrusco e romano, laa fondazione di una colonia, anche presso i greci aveva carattere sacro; prima della partenza, gli ecisti, i capi dei coloni, erano soliti consultare un oracolo, spesso quello di Apollo a Delfi, oppure quello di Dodona, per scrutare la sorte del viaggio da intraprendere e sapere quale fosse il luogo di destinazione assegnato dalla divinità. Ovviamente, i sacerdoti di questi santuari, grazie al continuo afflusso dei pellegrini, avevano idee molto più chiare, rispetto ai coloni, della geografia e del contesto politico dei luoghi in si aveva intenzione di fondare una colonia e quindi potevano dare consigli sensati

Dopo la consultazione dell’oracolo, era il momento dell’organizzazione del viaggio: navi, armi, provviste di cibo, arnesi da lavoro. Sulle navi venivano portati anche i simboli delle divinità della madrepatria, come la testina ritrovata ad Agrigento. Tra i fondatori dovevano essere presenti anche gli agrimensori, per ripartire equamente le nuove terre.

Prima della partenza, quando tutto era stato predisposto, i futuri coloni si recavano sull’acropoli per i riti sacrificali, e il sacerdote della spedizione si recava al pritaneo, ossia il centro spirituale della città, dove si trovava l’altare di Hestia, e lì attingeva il fuoco sacro dal focolare della dea. Il fuoco veniva conservato con tutte le cure durante il viaggio e veniva poi depositato entro il pritaneo della nuova città, a testimoniare una sorta di filiazione sacra

Arrivati sul luogo da colonizzare, l’ecista e i suoi compagni fondavano la nuova polis, compiendo l’azione che in greco antico era chiamata ktisis, ossia “fondazione”, delimitando con un solco lo spazio della città, di un’estensione superiore ai bisogni immediati, ma in vista dell’espansione della colonia. L’ecista divideva poi le terre tra i coloni e separava lo spazio urbano in privato, pubblico (l’agorà) e sacro: (l’acropoli e i templi). A. Aveva anche il dovere di mantenere le usanze della madre patria (o “metropoli”). Dopo la morte, a volte veniva venerato come un eroe

Del santuario, legato quindi ai riti di fondazione si colgono sul terreno alcuni resti di difficile lettura pertinenti alla fase arcaica (oikos o recinto all’angolo nord occidentale e donari dei quali rimangono solo i tagli nella roccia) e alla successiva, ascrivibile alla prima metà del IV secolo a.C. (ampliamento dell’oikos arcaico,trasformato in un sacello a due ambienti; edicola aperta ad est). Spingendosi sul ciglio settentrionale di questo settore della collina, lungo il quale corre la linea delle fortificazioni (conservata a tratti) si giunge finalmente alla Kolymbetra.

La fonte storica più attendibile sulla Kolymbethra è Diodoro Siculo. Nei libri XI e XIII della Bibliotheca Historica, lo storico racconta come il tiranno Terone commissionasse all’architetto Feace la progettazione di un sistema idrico per l’antica città di Agrigento. Utilizzando gli schiavi cartaginesi catturati nella battaglia di Himera, Feace fece realizzare un insieme di ipogei, gallerie artificiali con la funzione di raccogliere le acque che trasudavano da un tipo di roccia porosa, la calcarenite, e di convogliarle, tramite un sistema di cunicoli, dalla collina verso il bacino della Kolymbetra, il cui nome significa in greco piscina.

Uno di questi ipogei, lungo circa 185 metri, con un dislivello di circa 11 metri, è stato recentemente riaperto al pubblico: il suo percorso, facilmente percorribile, è intervallato da due pozzi verticali, uno nei pressi della biglietteria della Kolymbetra (da cui possibile entrare e uscire); ed un secondo sul pianoro calcarenitico su cui è stato edificato il Tempio dei Dioscuri, costituito da un pozzo verticale a sezione rettangolare e profondo circa 10 metri.

Tornando al bacino della Kolymbetra così lo descrive Diodoro Siculo

una grande vasca…del perimetro di sette stadi… profonda venti braccia… dove sboccavano gli Acquedotti Feaci, vivaio di ricercata flora e abbondante fauna selvatica…

Il giardino, oltre ad essere un luogo di villeggiatura per i tiranni akragantini, era anche un luogo d’incontro per tutti gli abitanti della città: qui si ritrovavano, infatti, le donne per lavare i panni e chiunque volesse rinfrescarsi tra le acque limpide della piscina.

Un secolo dopo la Battaglia di Himera, lo stesso Diodoro Siculo afferma che la vasca fu interrata e trasformata in orto, diventando così una ricca area coltivabile. La presenza degli ipogei, la cui funzione originaria venne adattata all’uso agricolo, risultò fondamentale; l’acqua convogliata da questi acquedotti, infatti, alimentava una piccola vasca o “gebbia”[, situata accanto allo sbocco di un ipogeo, che serviva per irrigare il giardino. Questo sistema funziona ancora oggi, mantenendo coltivabile il terreno. Intorno al 1100 d.C., il Giardino venne trasformato in un canneto, dove veniva coltivata la canna da zucchero.

Tommaso Fazello, storico e frate domenicano, racconta che, intorno al XVI secolo, il Giardino della Kolymbethra diventò un horti abatiae, ovvero l’orto del vicino convento della Badia Bassa. Successivamente, tra il Settecento e l’Ottocento, quando in Sicilia si diffuse la coltivazione degli alberi da frutto, divenne un giardino di agrumi.Nel 1999 la Regione Siciliana lo affidò al FAI in concessione gratuita per un periodo di 25 anni, ponendo fine alla situazione di degrado venutasi a creare dagli ultimi decenni del Novecento.

Oggi, all’ombra delle “gebbie”, le vasche che raccolgono l’acqua proveniente dagli acquedotti Feaci, crescono specie tropicali come il banano. Tipica è la macchia mediterranea, mirto, lentisco, euforbia e ginestra. A fondo valle, bordato da canne, salici e pioppi bianchi, si estende l’agrumeto che conta ben undici differenti qualità di agrumi, irrigato secondo le tecniche di tradizione araba, recentemente ripristinate. Rappresenta il 29% del terreno ed è costituito da aranci amari, mandarini, limoni, pompelmi, clementini e da diverse varietà di aranci dolci, come ad esempio il Portogallo, il Tarocco, il Brasiliano, il Vaniglia, il Vaniglia-rosa e varianti ancora più rare, come la Navel di Ribera e la Rossa dell’Etna. Dove il terreno è più arido crescono gelsi, carrubi, fichi d’India, mandorli e giganteschi ulivi. Stupisce un ulivo di 6,30 metri di circonferenza: età stimata tra gli ottocento e mille anni.

In lontananza, oltre la Kolymbethra, sul terrazzo occidentale della collina dei templi, si possono osservare i resti superstiti del tempio di Vulcano, di cui parlerò in futuro. Spostandosi sul margine meridionale si segua il costone roccioso sino all’area sacra ubicata ad Est di Porta V. Una singolare e interessante veduta delle fortificazioni (e dei relativi crolli), si coglie affacciandosi sul ciglio della collina. All’esterno e a ridosso della cortina muraria, in corrispondenza del santuario delle divinità ctonie, erano ubicate le officine dei coroplasti specializzati nella produzione di terracotte votive destinate alle offerte nei santuari.

Il Palazzo Arcivescovile di Palermo

Come tanti altri luoghi di Palermo, il Palazzo dell’Arcivescovado ha una storia lunga e complicata, che recentemente gli scavi archeologici ci stanno aiutanto a svelare. Nel 1999, in maniera inaspettata, hanno dimostrato che nell’area, parallela alla nostra via Matteo Bonello, in epoca punica esisteva una strada, larga circa 3 metri, che incrociava ortogonalmente l’asse principale del Cassaro: è la prima prova certa che la testimonianza degli storici antichi, sul fatto che Zyz, la Palermo Fenicia fosse costruita secondo i dettami di Ippodamo di Mileto.

Strada, a vocazione commerciale, che ha una vita lunghissima, dato che continua ed essere utilizzata in età ellenistica,romana e bizantina. Il fantomatico vecchioArcivescovado , che secondo Gaspare Palermo risale al 444 d.C. doveva essere una domus, di dimensioni contenute, che si trovava sul lato nord della basilica bizantina.

Le cose cambiano in età araba, quando in qualche modo, per le esigenze connesse alla grande Moschea, la strada fu interrotta più volte e risultava quindi percorribile solo da parte di pedoni e animali da soma. Cosa che ha portato gli studiosi a formulare due ipotesi. La prima è che nell’area dell’Arcivescovado gli arabi avessero costruito un darbo, una piazza circondata da case, destinate al mercato.

Un’altra ipotesi, che è saltata fuori a seguito dei recenti restauri, che hanno confermato come la Cattedrale di Palermo non sia nulla più della ristrutturazione della Moschea di Balarm, che lo spazio fosse il sahn, il suo cortile d’accesso con la fontana per le abluzioni e uno spazio coperto. Per cui, la Moschea di Balarm doveva avere un aspetto simile a quello della Grande moschea di Qayrawan in Tunisia, anch’essa di epoca aglabite.

Questa possiede un cortile, accessibile da sei porte laterali, con una pianta approssimativamente rettangolare (65 x 50 m), che è circondato da gallerie con colonne in granito e in porfido, riutilizzate dai monumenti antichi principalmente di Cartagine. Al centro si trova una vasca per la raccolta dell’acqua piovana, dotata di filtri per raccogliere la polvere prima di scaricare l’acqua nel grande serbatoio sotterraneo disposto sotto il cortile. Vi si trova anche un quadrante solare.

Tra l’altro, le dimensioni stimate dello spazio che sostituì la via punica, coincidono proprio con quelle della moschea tunisina. Per cui, la presunta ricostruzione della Cattedrale di Palermo, voluta da l’arcivescovo Gualtiero Offamilio, è consistita in realtà nella demolizione parziale delle strutture accessorie di origine islamica, che risultavano inadeguate al culto cristiano: arcivescovo che sistemò e ampliò il vecchio Arcivescovado Bizantino.

Palazzo che, dopo un migliaio d’anni, era ridotto ai minimi termini: così l’arcivescovo Simone Beccadelli, intorno al 1450, per evitare che gli crollasse il tetto sulla testa decise di costruire una nuova sede arcivescovile, nel lotto, che doveva essere vuoti, davanti la facciata occidentale della cattedrale, su adiacente al torrione medievale, manufatto successivamente inglobato nell’edificio. Nel 1460 è documentato il trasferimento della Corte Vescovile nella nuova sede del Palazzo Arcivescovile evento riportato nelle cronache di Tommaso Fazello, per cui i lavori devono essere stati realizzati anche molto in fretta. Della costruzione si ammirano ancora oggi l’elegante trifora gotico-fiammeggiante e il portale “catalano” con influenze partenopee, ove è scolpito lo stemma del fondatore adorno delle armi della famiglia Beccadelli di Bologna.

A tale epoca risale la presunta spada di Matteo Bonello, la cui elsa è inchiodata sul portone del Palazzo. Secondo la leggenda, proprio in questa via, un tempo conosciuta come “salita dell’Angelo Custode”, Matteo Bonello e un gruppo dei suoi uomini, tesero un agguato al suo grande rivale Maione che si era recato in visita dall’Arcivescovo, che era gravemente malato. L’imboscata, studiata nei minimi dettagli, si concluse con la morte del Primo Ministro, odiato dal popolo, e con lo scempio del suo corpo.

Ovviamente, la spada è molto più tarda dell’epoca normanna: questa risale a un’abitudine di inizio Quattrocento, quando il re Martino I concesse ai baroni lo ius gladii et necis, ovvero il diritto di spada e di morte nei confronti dei loro vassalli. Tale diritto, concesso dietro il pagamento di una tassa, permetteva quindi ai proprietari terrieri di processare e giustiziare a loro discrezione. Questa facoltà veniva simboleggiata da alte forche che si trovavano perennemente erette all’ingresso delle proprietà dei baroni, denotando l’autorità dei feudatari. Tuttavia, all’interno delle mura cittadine, non era possibile erigere forche, quindi l’autorità era probabilmente mostrata inchiodando un’elsa al proprio portone, in questo caso il proprietario doveva quindi essere il vescovo Beccadelli.

In epoca spagnola ogni vescovo si fece promotore di importanti lavori d’ingrandimento e abbellimento del sacro palazzo, opera iniziata col patrocinio dei balconi che costituiscono le teorie del prospetto orientale. Il balcone sovrastante il portale d’accesso fu finanziato dal vescovo Diego Haëdo nel 1592. Il cardinale Giannettino Doria, l’inventore di Santa Rosalia, provvide alla realizzazione dell’ala destra, mentre Pietro Martinez y Rubio realizzò l’ala sinistra e il raccordo con la torre campanaria. È documentata la Porta Canonica dirimpetto alla porta maggiore della cattedrale

I lavori conferirono alla facciata l’espressione artistica prettamente più in voga nella Palermo dell’epoca: lo stile rinascimentale. Le pareti in conci squadrati presentano finestre e monofore dal caratteristico profilo superiore a petto d’oca nell’interrato, balconi con finestre sormontate da timpani ad arco o triangolari con stemmi centrali al piano nobile, tredici finestre omogenee sono allineate nel terzo ordine. Solo il balcone centrale presenta un timpano con volute ad arco spezzato e stemma intermedio su elaborato architrave.

il prospetto sul Cassaro fu finanziato dall’arcivescovo Cesare Marullo che lo abbellì con il balcone in prossimità dell’angolo, manufatto commissionato a Vincenzo Gagini nel 1587[, recante sculture raffiguranti le imprese e le armi della famiglia Marullo. Opera in seguito soggetta ai rifacimenti e restauri voluti rispettivamente dal cardinale Doria e Raffaele Mormile all’inizio del XIX secolo. L’intero prospetto meridionale incorpora il palazzo vescovile e il Seminario dei Chierici, presenta all’angolo dell’ex vicolo di San Crispino il balcone realizzato da Valerio Villareale commissionato dall’arcivescovo Ferdinando Maria Pignatelli.

Nel XVI secolo l’edificio fu ulteriormente ampliato verso Porta Nuova lungo la strada del Cassaro, per ospitare anche il seminario arcivescovile (oggi sede della Pontificia facoltà teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista”). Per costruire quest’ala del palazzo fu abbattuta la preesistente chiesa di Santa Barbara la Sottana, di cui rimane la statua marmorea del 1496 custodita nel Museo Diocesano. I vari corpi inglobati furono modificati per creare un’unica facciata prospicienti le odierne Villa Bonanno e piazza della Vittoria, aree che costituivano il primitivo Piano di Palazzo Reale.

Internamente fu realizzato lo scalone d’onore o primitiva Rampa Marullo del 1587, gli ambienti abbelliti con stucchi realizzati da Serafino Filangieri, all’aggregato furono aggiunte la scuderia e la fontana. Al piano nobile il grande salone di rappresentanza, denominato Sala della Trifora, comunicante con gli appartamenti meridionali con panorama sulla piazza del Real Palazzo e gli appartamenti orientali con vista sulla cattedrale

Durante il XVII secolo furono effettuate delle modifiche per volontà del cardinale Giannettino Doria, alcuni ambienti furono avvicinati allo stile contemporaneo. In seguito l’interno subisce una rimodulazione nella conformazione delle stanze abbellite con la realizzazione di numerose pitture, in particolare gli affreschi del fiammingo Guglielmo Borremans eseguiti tra il 1733 e il 1734 per volere dell’arcivescovo Matteo Basile, culminanti con il ciclo delle Storie dell’infanzia di Cristo oggi rappresentate dalla Fuga in Egitto e dall’Adorazione dei Pastori. In esse il pittore, approdato in Sicilia dalle Fiandre dopo i suoi soggiorni a Roma e a Napoli, immette una concezione fino ad allora nuova nel convenzionale ambiente locale, proponendo una rivisitazione dei fatti evangelici e vetero-testamentari in chiave leggiadra e mondana, condotta con una levità nel racconto che equivale alla leggerezza di tocco del suo arioso stile rococò.

ltre pitture del romano Gaspare Fumagalli e seguaci, costituirono committenza dell’arcivescovo napoletano Serafino Filangieri, che nobilitano le volte e le pareti con splendide finte prospettive e le allegorie della Speranza e della Carità. Altre commissioni documentate furono realizzate da Pietro Martorana.La selva di torri campanarie neogotiche sul torrione furono progettate dall’architetto Emmanuele Palazzotto tra il 1826 e il 1835, intervento successivo ai danni arrecati da terremoto di Pollina del 5 marzo 1823 ed altri eventi sismici immediatamente precedenti.

Nel XIX secolo molti ambienti furono nuovamente modificati secondo il gusto del tempo pertanto le pitture barocche furono in parte eliminate e sostituite con nuove decorazioni come le tempere presenti sui soffitti del Salone Verde, Salone Giallo e Salone Azzurro, realizzate per conto dell’arcivescovo Giovanni Battista Nasel

Palazzo che dal 1927 ospita nelle sue sale il Museo d’Arte Diocesana di Palermo, fondato dal Cardinal Lualdi. Il nucleo iniziale della collezione era costituito soprattutto dalle numerose sculture che decoravano la Cattedrale di Palermo prima della radicale ristrutturazione del 1781 e che, fino ad allora, erano rimaste precariamente ammassate nei sotterranei della Cattedrale, del Palazzo Arcivescovile e all’interno di depositi vicini. Alla collezione si aggiunsero anche diverse opere d’arte e d’arredo sacro, proveniente dal Museo Nazionale di Palermo, oggi Galleria Regionale di Palazzo Abatellis, e asportate dalle chiese in demolizione a causa degli sventramenti subiti dal centro storico della città già dalla fine dell’Ottocento.

Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1952, il Museo viene nuovamente inaugurato per volere del cardinale Ernesto Ruffini, Arcivescovo di Palermo (1945-1967), con un nuovo e fondamentale allestimento dovuto a mons. Filippo Pottino, che aggiunse alla collezione molte opere provenienti dalle chiese distrutte dai bombardamenti anglo americani.

Tra il 1970 e il 1972, dopo lo scandalo suscitato dal furto della Natività del Caravaggio dall’Oratorio di San Lorenzo (1969), vennero trasportate ai depositi del Museo numerose opere provenienti da chiese chiuse al culto. Nel 1972 vi fu una nuova inaugurazione per volere del cardinale Salvatore Pappalardo, Arcivescovo di Palermo (1970-1996), che ne affidò la direzione a mons. Paolo Collura, ma non molti anni dopo il Museo fu di nuovo costretto alla chiusura per mancanza di personale e guasti alle strutture. Nonostante la chiusura al pubblico, si continuarono a raccogliere e restaurare opere e fu permessa la visita del Museo a studiosi e studenti.

A metà degli anni ottanta, su decisione del cardinale Pappalardo, cominciarono i lavori di restauro dei locali del Palazzo Arcivescovile, che interessarono tutti l’edificio. I lavori comportarono il disallestimento e la chiusura definitiva del museo, perché nel terzo livello dell’edificio (i sottotetti, dove fin dal 1927 si trovava una buona metà del museo) si decise di allocare gli uffici della Curia precedentemente al piano terra. I lavori furono necessari anche per consolidare i solai e i tetti del vetusto palazzo. Gli interventi, curati dall’ufficio tecnico della Curia con l’alta sorveglianza della Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Palermo, furono però molto traumatici per le fragili strutture del piano nobile, ragion per cui oggi i pavimenti delle sale del museo sono tutti con altezze diverse. Nel 1991 ebbero inizio anche degli scavi archeologici, i cui reperti possono essere osservati dai visitatori odierni del Museo. Nel 1998 e nel 1999 la prof. Maria Concetta Di Natale, con un ultimo importante contributo scientifico, organizzò due mostre nel Salone Filangieri con opere d’arte provenienti dai depositi, in attesa della riapertura del museo

Il Museo riaprì al pubblico il 22 dicembre 2003, come mostra temporanea per volontà del Cardinale Salvatore De Giorgi, Arcivescovo di Palermo, riaprendo con l’allestimento permanente il 1º giugno del 2004, presentando le opere esposte negli ambienti restaurati del pianterreno e del piano seminterrato. Dal 2010 il piano nobile è visibile, in seguito alla visita di Papa Benedetto XVI il 3 ottobre di quell’anno in quelle sale, con un’esposizione di opere puramente finalizzata ad arredare gli ambienti (dunque senza didascalie, non trattandosi di allestimento museografico), tranne che nella Sala Verde, dedicata alla Patrona di Palermo, Santa Rosalia, sulla base del temporaneo progetto espositivo di Pierfrancesco Palazzotto.

Museo che da questa estate è stato completamente riallestito, dispiegandosi su 27 sale ed esponendo circa 300 opere. Grazie al nuovo allestimento si può accedere a luoghi fino a poco tempo fa inaccessibili come la galleria scavata all’interno della torre campanaria che veniva utilizzata solo dagli arcivescovi per seguire le funzioni religiose al balcone di fronte all’ingresso principale della Cattedrale. Oggi, chiunque visiti il museo può godere, affacciandosi al balcone, della bellissima vista su via Matteo Bonello: privilegio anticamente consentito soltanto ai vescovi e al loro entourage. Accessibile al pubblico, anche la galleria che dal piano nobile, consentiva agli arcivescovi di uscire dal Palazzo in sicurezza,

Tra le opere esposte vi sono le statue quattrocentesche della distrutta cappella di Santa Cristina della Cattedrale di Scuola di Domenico Gagini e la pietra tombale di un cavaliere giacente realizzata da Francesco Laurana, alcuni reperti ed il modello in gesso della Tribuna di Antonello Gagini, un tempo collocata nel presbiterio della Cattedrale, la bellissima collezione donata dal magistrato Giacomo Spadaro alla diocesi di Palermo che racchiude quarantotto pezzi di maiolica, per lo più siciliana, il primo ritratto ufficiale di Santa Rosalia dipinto da Vincenzo La Barbera e portato in processione nel settembre del 1624, due mesi dopo il ritrovamento delle ossa della Santa Patrona, le splendide tavole del pittore napoletano Mario di Laurito, dipinti di Pietro Novelli, due frammenti in stucco delle allegorie della Fede e della Clemenza (1728) di Giacomo Serpotta e la grande pala di Vito D’Anna “L’incoronazione di Santa Rosalia, il crocifisso ligneo della metà del Quattrocento appena restaurato e mai esposto, proveniente dall’oratorio di San Vito, l’Angelo annunziante di Domenico Gagini e una meravigliosa maiolica quattrocentesca della Madonna col bambino ad opera di Andrea della Robbia.

Per dare un’idea della vita quotidiana degli arcivescovi nell’epoca barocca, è stata poi ricostrutia l’alcova del cardinale Gravina dove sono in mostra anche gli abiti di porpora del cardinale Francesco Carpino.

Giorgione street artist

Come accennavo, parlando della testimonianza di Vasari, documenti certi sulla giovinezza di Giorgione non ce ne sono, tanto che, dopo anni ancora stiamo discutendo sul suo cognome. Da una parte, Enrico Maria dal Pozzolo segnala che in alcune carte dell’archivio storico del Comune di Castelfranco Veneto si fa cenno ad un tale Zorzi, nato nel 1477 o 1478, il quale nel 1500 fa domanda al Comune per essere esentato dal pagamento delle tasse in quanto non più residente nel paese; dato che il soprannome di Giorgione gli fu dato solo dopo la morte, il nostro Zorzi è stato identificato con il pittore. Il problema è che, con la datazione emersa dal codice di Sidney, il nostro Giorgione dovrebbe essere nato un paio di anni prima.

Per cui non il documento sul Giorgio, il tredicenne incarcerato a Venezia per commesso un qualche piccolo reato, che si era ipotizzato essere connesso alle inadempienze del contratto di apprendistato nella bottega di Bellini o del Carpaccio, potrebbe non essere lui. Lo stesso tizio, soprannominato Zorzon, che nel 1483 viveva a Castelfranco con la madre, con di una modesta rendita derivante da tre campi messi a livello e di un reddito 12 Lire provenienti dalla propria bottega artigianale, di cui però non sappiamo la tipologia.

Insomma, o ha ragione Vasari, oppure ci troviamo dinanzi a un caso di omonimia, che ha mandato il tilt i biografi e gli studiosi: a peggiorare il tutto, la seconda teoria, quella del cognome Cigna, è basata su indizi ancora più vaghi. In ogni caso, è assai probabile che il nostro Zorzi, qualunque sia stata la sua stirpe, debba avere studiato come apprendista in qualche bottega veneziana

Carlo Ridolfi, l’equivalente veneziano di Vasari, noto per la sua raccolta di biografie di pittori locali, intitolata Le Maraviglie dell’arte, uscita nel 1648 e per le monografie su Tintoretto e Veronese, racconta che Giogione al termine l’apprendistato, tornò nel suo paese natale, dove si impratichì nella tecnica dell’affresco presso alcuni artisti locali e cominciò a dedicarsi a un’attività, che in termini moderni, definiremmo di street art, aderendo a una voga che già imperversava sin dal XV secolo in tutte le città della terraferma, ma non bancora a Venezia: la decorazione ad affresco delle facciate di case e palazzi.

Decorazione che si basava su canoni ben consolidati: una struttura lineare su due piani, con balaustra-poggiolo al centro, con finestre a triplice balconata appena scandite da colonnine. Negli intervalli di facciata, tra una finestra e l’altra, vengono scandite campiture di scene ora di ispirazione mitologica ora di personaggi da glorificare o simbologie, il tutto intervallato da fasce o fregi secondo canoni consolidati. Giorgione innovò tale decorazione in termini sia di stile, sia di contenuti, tanto da attirare l’attenzione di Tuzio Costanzo, condottiero di origini messinesi (“prima lancia d’Italia” per il re di Francia Luigi XII), si era trasferito a Castelfranco nel 1475, dopo aver servito a Cipro la regina Caterina Cornaro, guadagnandosi il titolo di viceré, il committente della Pala di Castelfranco, che lo raccomandò ai suoi contatti veneziani.

Tornato in Laguna, sempre per farsi pubblicità, Giorgione dipinse la facciata sua stessa casa in Campo San Silvestro, ottenendo un successo clamoroso, tanto che cominciarono a fioccare le commissioni: secondo Vasari

Dilettossi molto del dipignere in fresco: er fra molte cose che fece, egli condusse tutta una facciata di Ca’ Soranzo in su la piazza di San Polo. Nella quale oltra molti quadri et storie, et altre sue fantasie, si vede un quadro lavorato a olio in su la calcina: cosa che ha retto alla acqua, al Sole, et al vento; et conservatasi fino a oggi

Ora, Ca’ Saranzo era uno dei principali palazzi gotici di Venezia, dimora di una famiglia che diede anche un doge alla Repubblica di Venezia, Giovanni Soranzo e sedici procuratori di San Marco. Fu Giovanni Soranzo che accolse in questa dimora Dante Alighieri mentre fungeva da ambasciatore per i Da Polenta signori di Ravenna.

Nonostante gli affreschi di Giorgione siano scomparsi, il palazzo è noto nel folclore veneziano come casa dell’Angelo perché sulla sua facciata è visibile (anche se non troppo riconoscibile se non ci si fa caso) una statua di un angelo con un foro sopra la testa. La leggenda narra che in tempi passati la casa fosse abitata da Iseppo Pasini, un avvocato molto devoto alla Vergine Maria ma che, sotto sotto, tanto onesto non era: pare avesse accumulato molte ricchezze lucrando sulle spalle della povera gente. Egli aveva in casa una scimmietta ammaestrata che si occupava delle faccende domestiche e di cui andava molto fiero. Ma era del tutto ignaro che la scimmia fosse il diavolo in persona, volenteroso di appropriarsi della sua anima. L’unico motivo per cui non l’avesse ancora fatto era la devozione del Pasini nei confronti della Madonna. A scoprire la doppia identità della scimmia fu padre Matteo da Bascio quando si recò a Ca’ Soranzo per un pranzo. Il religioso ordinò alla scimmia di uscire subito dalla casa facendo un foro sul muro, buco che sarebbe servito come eterna testimonianza dell’accaduto.

Tornato a tavola padre Matteo rimproverò il Pasini per le sue malefatte, rendendo tutto più teatrale strizzando un lembo della tovaglia dal quale uscì del sangue, quello di tutte le persone vittime degli imbrogli dell’avvocato. Questi scoppiò in lacrime e promise che avrebbe restituito tutto il maltolto alle sue vittime. Tuttavia rimaneva un buco alla parete della casa, dal quale il demonio poteva entrare da un momento all’altro. Padre Matteo suggerì al Pasini di difenderlo con l’immagine di un angelo.

Tornando a Giorgione, ad arricchire il racconto di Vasari, ci si mette Ridolfi, che ci testimonia

Lavorò in questo tempo la facciata di Casa Grimana alli Servi; e vi si conservano tuttavia alcune donne ignude di bella forma, e buon colorito. Sopra il Campo di Santo Stefano, dipinse alcune mezze figure di bella macchia. In altro aspetto di casa sopra un Canale a Santa Maria Giubenico, colorì in un’ovato Bacco, Venere, e Marte fino al petto, e grotesche a chiaro scuro dalle parti, e bambini

Di tutto questo ben di Dio, è rimasto ben poco: solo la Nuda del Fondaco dei Tedeschi e il fregio della sua presunta casa a Castelfranco, di cui parlerò in futuro..

La Peste di Giustiniano

Qualche tempo fa, parlai degli effetti della cosiddetta Peste Antonina sull’Impero Romano… Ora riprendo il discorso, concentrandomi sugli impatti storici della seconda grande pandemia tardo antica, la Peste di Giustiniano, imperatore i cui successi furono minati alla fondamenta da due problemi che, anche oggi, è difficile risolvere.

Il primo, il cambiamento climatico: ai suoi tempi, al trend naturale di diminuzione delle temperature, si aggiunsero gli impatti di due o tre eruzioni vulcaniche di grande portata, avvenute nel 525-536, nel 539-540 e nel 547. Si presume che l’eruzione del 536 provenisse da un vulcano ad alta latitudine, probabilmente in Alaska o in Islanda, mentre il vulcano 539/540 potrebbe essere stato l’Ilopango nell’attuale El Salvador.Tuttavia, anche l’eruzione 535 del Krakatoa è una valida candidata. Un altro sito vulcanico sospettato di esser coinvolto nel fenomeno è la caldera di Rabaul nel Pacifico occidentale, esplosa intorno al 540.

Eruzioni che a causa dell’enorme quantità di ceneri prodotte, che bloccarono i raggi solari, produssero un raffreddamento globale medio di circa due gradi: risultato, la produttività agricola crollò e ci furono carestie in tutto il mondo.

Procopio di Cesarea, così racconta l’evento

Tutto quest’anno fu eziandio segnalato da un grandissimo prodigio, apparendo il sole privo di raggi a simiglianza della luna, e quasi il più dei giorni cercaronlo indarno gli umani sguardi; spoglio pertanto dell’ordinario chiaror suo risplendeva oscuro e fosco anzi che no: presagio, al tutto verificatosi, d’imminente guerra, di peste, fame, e d’ogni altro malore correva in quello stante l’anno decimo dell’imperatore Giustiniano

Un’altra fonte è Cassiodoro

Dal momento che il mondo non è governato dal caso, ma da un Divino governo che non cambia i suoi scopi a caso, gli uomini sono naturalmente allarmati dai segni straordinari che colgono nei cieli, e chiedono con cuore ansioso quali eventi essi possano sottendere. Il Sole, prima delle stelle, sembra aver perso la propria luce abituale, e appare di un colore bluastro. Ci meravigliamo di non vedere l’ombra del nostro corpo a mezzogiorno, e di sentire il possente vigore del calore solare sprecato in debolezza, e di cogliere fenomeni che accompagnano un’eclissi transitoria prolungarsi per un anno intero. Inoltre la Luna, anche quando è piena, è priva del proprio naturale splendore.

Strano è fin qui stato il corso dell’anno. Abbiamo avuto un inverno senza tempeste, una primavera senza mitezza e un’estate senza calore. Cosa possiamo sperare per il raccolto, se i mesi che avrebbero dovuto maturare il grano sono stati raffreddati dalla bora? Cosa produrrà l’abbondanza se la terra in estate non si scalderà? Cosa farà aprire le gemme se la pioggia madre non riprenderà? Queste due influenze, il gelo prolungato e la siccità inopportuna, appaiono in conflitto con tutte le cose che crescono. Le stagioni sono cambiate divenendo immutabili e ciò che le piogge intermittenti potevano causare, la siccità da sola non può certo produrre.

Ma poiché l’anno passato fu prospero, con i frutti del passato, la tua prudenza potrà vincere la futura scarsità se tu farai in modo che le provviste possano essere sufficienti per i mesi a venire. Riponi dunque tutto ciò che sia utile per scopo alimentare. Il privato reperisce con facilità il necessario se il pubblico mette a disposizione strumenti adeguati.

Inoltre non affliggerti nell’incertezza per i grandi fenomeni del presente, ritorna sui tuoi passi nel considerare le cose delle natura e cerca la ragione certa in ciò che il volgo sbalordito coglie come incerto. Infatti così si pone quanto prestabilito dall’ordine divino, per cui gli astri dell’anno presente nelle loro sedi concordarono le mutue amministrazioni così da rendere alla superficie del suolo una condizione invernale, secca e fredda.

L’aria fra cielo e terra è ispessita dal rigore della neve e rarefatta dai raggi del sole. Questo è il grande spazio diffuso fra il cielo e la terra. Quando tale spazio è puro e illuminato dai raggi del sole ci mostra il suo vero aspetto mentre quando elementi estranei si fondono con esso lo fanno tendere attraverso il cielo come una pelle, per cui né i veri colori dei corpi celesti potranno apparire né il loro calore potrà attraversarla. Con tempo nuvoloso ciò accade per un limitato periodo mentre la sua straordinaria estensione ad un periodo prolungato ha prodotto questi effetti disastrosi, spingendo il mietitore a temere il gelo, rendendo i frutti induriti quando dovrebbero essere maturi e facendo l’uva invecchiare acerba.

Ma la divina provvidenza ci insegna a non preoccuparci ed a proibire di ritenere tali prodigi come segni della collera divina. Tuttavia senza dubbio sappiamo che ciò è avverso ai frutti della terra, in quanto non vediamo una specifica legge per la quale ci si possa nutrire con il cibo consueto.

Lascia dunque che sia vostra cura di fare in modo che la scarsità di questo anno non porti rovina a tutti noi. Così dal primo amministratore è stato ordinato alla nostra presente dignità che ci si avvalga dell’abbondanza precedente per attenuare l’attuale miseria.”

A questa iella imprevista, si aggiunse la pandemia: la prima ondata partita dal porto egiziano di Pelusio nell’ottobre del 541 e proveniente, secondo Evagrius e Procopio, dall’Etiopa, interessò l’anno seguente rapidamente la valle del Nilo e la Palestina, estendendosi a Nord fino ad Antiochia; in primavera il morbo colpiva Costantinopoli e in Illiria, mentre ad Ovest erano coinvolte le province africane (Tunisia e Algeria) e la Spagna. Nel 543, ad Occidente flagellava l’Italia, ancora la Spagna, le province francesi di Arles e di Lione, risalendo il Rodano, mentre ad oriente colpiva la regione caucasica corrispondente al regno di Atropatene (Azerbaidjan).

Con una pausa di 11 anni, nel 557, da Antiochia l’epidemia si accende nuovamente, coinvolgendo l’anno seguente la capitale Costantinopoli e nel 559, Paolo Diacono ci dice che sono interessate Ravenna e l’Istria. Dal 570 al 574 si registra ondata epidemica: dopo avere colpito tutta l’Italia viene segnalata in Liguria e, da Gregorio Magno, a Ostia; l’anno seguente si diffonde nuovamente nella Francia meridionale, seguendo il corso del Rodano e in parte dell’alta Loira. La quarta ondata si svolge tra il 580 e il 582, mentre la quinta tra il 588 e il 591.

Nella seconda fase pandemica, che si svolte dal VII secolo in poi, che potremmo definire peste di Eraclio, ha la prima ondata nel 599, con il focolaio a Costantinopoli, per diffondersi in Mesopotamia; le ondate successive interessarono la Turchia nord-occidentale, la Tracia meridionale (nel 618), la Siria e la Mesopotamia nel 628. Con la nuova ondata si registra una nuova comparsa della malattia a Marsiglia, Roma e Pavia nel 654, mentre era stata segnalata nuovamente nel 635 in oriente (Siria), con l’inizio dell’espansione araba e 4 anni dopo in Palestina e in Egitto, mentre nel 640 ritornava a Costantinopoli e a Tessalonica

Si registra una pausa di 44 anni ma nel 684, a partire dal Libano e dalla Palestina, l’epidemia riprende e tramite i trasporti marittimi giunge due anni dopo in Egitto, a Costantinopoli, oltre che sulle coste egee della Turchia, tra il 697 e il 700; in occidente è segnalata nel 694 a Narbonne e da lì si propaga lungo le coste della Francia meridionale. trascorrono altri 40 anni, nel 740 è di nuovo epidemia in Libano e Palestina; poi, dopo sette anni, il contagio si diffonde ancora mediante le rotte marittime verso la Sicilia e la Calabri, Infine, nel 767, si registra l’ultima riaccensione a Napoli; ricordiamo che contemporaneamente alla Sicilia, sempre nel 747 veniva coinvolta l’intera Grecia e l’anno seguente nuovamente la capitale dell’impero Costantinopoli.

Ma quale era la malattia che si stava diffondendo ? Se la peste antonina, dai sintomi descritti di Galeno, sembrerebbe in qualche modo simile al nostro Covid, la peste di Giustiniano, era la nostra peste bubbonica. Procopio così la descrive:

“Quelli di cui il bubbone cresceva di più e maturava suppurando si salvarono in gran parte, senza dubbio perché la proprietà maligna del carbone, già ben indebolita, era stata annullata. L’esperienza aveva dimostrato che questo fenomeno era un presagio quasi sicuro del ritorno alla salute. Ma l’esito era letale per quelli in cui il bubbone conservava la sua durezza”

Un altro autore, Grégorio da Tours così riporta:

“Nasceva all’inguine o all’ascella una piaga simile a quella che produce il morso di un serpente, e il veleno agiva in tale maniera sui malati che il secondo o il terzo giorno morivano. Inoltre la forza del veleno toglieva alla gente i sensi …”

Tra gli autori latini, Paolo Diacono ne fa una descrizione molto suggestiva:

“… piccole ghiandole delle dimensioni e forma delle nocche di dita nascevano all’inguine degli uomini o in altre parti più nascoste, l’apparizione di questi gangli era presto seguita da una febbre intollerabile e il malato moriva in tre giorni. Ma se il paziente superava il termine di tre giorni c’era speranza di vita”

In riferimento all’evoluzione epidemica, particolarmente grave, Gregorio da Tours così si esprime:

“…come mancavano presto le bare e il legno, si mettevano sottoterra insieme 10 persone ed anche di più. Una domenica contammo nella sola basilica di Saint-Pierre (di Clermont) trecento corpi”

Giovanni, vescovo di Efeso, racconta della paura di morire e sulla conseguente isteria generalizzata. Nella sua città natale, Amida in Siria, racconta che:

…gli abitanti attraversavano le strade defecando come galline o abbaiando come i cani; i bambini gironzolavano tra le tombe urlando e mordendosi tra di loro, emettendo gemiti simili al suono di trombe, e non ricordando la strada per casa, come se poi ci fosse qualcuno ad aspettarli. I più disperati invocavano gli Apostoli, convinti che coloro potessero salvarli, per poi rifugiarsi nelle chiese e morire, esausti, per la malattia.

Che impatti ebbe questa pandemia ? Dal punto di vista culturale, sottoposta alla violenza della peste la società rispose utilizzando le credenze e le conoscenze che traevano la loro origine dalle tradizioni pagane popolari e dalla cultura medica antica; nel corso del VI secolo e poi ancora di più nei due secoli seguenti, le società latine e occidentali ebbero la capacità di arricchire il bagaglio delle competenze ideologiche disponibili con nuovi concetti attinti dalla Bibbia e dai Vangeli.

Questo rafforzò la posizione della Chiesa, che spesso e volentieri, rimane l’unica istituzione funzionante durante le ondate pandemiche: da una prte i fedeli sono maggiormente partecipi alle manifestazioni liturgiche e vengono istituite nuove manifestazioni per consolidare la religiosità. Dall’altra, questa arricchisce, con le donazioni ereditarie e gli ex voto, il suo patrimonio e potere economico.

In Europa Occidentale, le ondate della pandemia sono caratterizzate dal fatto che i focolai nascano nei porti, con il contagio che si diffonde poi versi l’interno seguendo il corso dei fiumi; data la scarsa densità di popolazione e la limitata mobilità, gli impatti demografici furono contenuti. Però, questo non significa che la pandemia non cambiò la società.

La peste colpì principalmente le poche città ancora attive, affrettandone il tracollo: in più, ridusse notevolmente, i commerci nell’area mediterranea, portando sia all’autarchia economica degli stati romano-barbarici, sia alla carenza di liquidità. Questo accellerò sia la diffusione dell’economia curtense, sia la nascita del feudalesimo, visto che il potere statale, non avendo denaro, cominciò a pagare con terre i suoi impiegati. Di fatto, la peste fu una delle concause di quel processo che Pirenne, in Maometto e Carlo Magno, considerava originato dalle invasioni arabe.

Ancora più drammatiche le conseguenze nell’Impero d’Oriente, ancora densamente popolato e urbanizzato. Costantinopoli perse il 40% della sua popolazione, quasi trecentomila persone, mentre la mortalità media nel resto dell’Impero era del 25%. Complessivamente, morirono tra venticinque e i cinquanta milioni di persone. Il crollo demografico, con il calo della manodopera, fece esplodere l’inflazione, già nel 544 era stato denunciato che i commercianti, gli artigiani, gli agricoltori e i marinai avevano raddoppiato o triplicato i prezzi delle loro merci o del lavoro. Questa, unita alla recessione economica, Procopio ci racconta che il Comes Sacrarum Largitionum riducesse le dimensioni della moneta aurea così come per il follis, moneta bronzea, portò all’impoverimento dei ceti popolari e della borghesia cittadina.

Di conseguenza, l’Impero si trovò senza soldati e senza denaro per arruolare mercenari: per prima cosa furono interrotti tutti i progetti di Riconquista dell’Occidente, poi si incontrarono immense difficoltà per difendere i confini. Di questo ne approfittarono Longobardi, Slavi, Avari e infine gli Arabi, che , avevano un vantaggio in quanto le loro abitudini, impostate sul nomadismo nelle zone desertiche, si integravano bene in un contesto geografico sfavorevole alla diffusione della Pandemia. Eraclio, nonostante i successi contro i Persiani, non aveva più le risorse, umane ed economiche per ricacciarli indietro

La Villa delle Vignacce

Un paio d’anni fa parlando del Parco degli Acquedotti, avevo accennato alla Villa delle Vignacce, in cui stata rinvenuta la statua di Marsia Appeso, ora esposta alla Centrale Montemartini: questa villa, la cui storia è lunga e complessa, è una delle più grandi del suburbio romano ed era situata al IV miglio della via Latina a cui era collegata tramite un diverticolo, che metteva in comunicazione questa via con la Labicana. Durante lavori eseguiti nel 1999 in via F. Luscino 82 ne fu rinvenuto un breve tratto. Un secondo tratto di questo diverticolo si trova inglobato nel fabbricato di viale Spartaco 139.

Il nome con cui è conosciuta, Vignacce deriva o dalla presenza in zonadi alcuni vigneti , il cui vino non era sicuramente di buona qualità o dal termine medioevale pignatte, le anfore inserite nella struttura muraria per alleggerire il peso delle volte nella costruzione della cupola di una vasta sala circolare di cui si vedono ancora i resti. Un accorgimento costruttivo riscontrato in altri monumenti del III e IV secolo d.C. come nel Circo di Massenzio, nel Mausoleo di Elena sulla via Casilina, detto Tor Pignattara e nella villa dei Gordiani sulla via Prenestina.

Il proprietario della villa delle Vignacce probabilmente era Quintus Servilius Pudens facoltoso costruttore di laterizi, legato alla corte imperiale. La sua attività imprenditoriale, attestata già nel 123 d.C. proseguì per tutta la seconda metà del regno dell’imperatore Adriano (117-138). Provenivano infatti dalle sue officine anche i mattoni usati per la costruzione di Villa Adriana a Tivoli. Un personaggio facoltoso, come testimonia la ricchezza delle opere rinvenute: una statua di Afrodite, il Ganimede Chiaramonti, la Tyche di Antiochia (ora ai Musei vaticani), un ritratto di Giulia Domna (moglie dell’imperatore Settimio Severo).

La villa sorgeva su un terrapieno al IV miglio della via Latina ed era delimitata da un muro lungo 120 metri con contrafforti. Come accennavo, la sua vita è stata lunga e complicata: dagli ultimi scavi sembrerebbe come, sul suo sito, in età tardo repubblicana doveva esistere una villa rustica, associata a una tenuta agricola.

Nel I d.C. questo complesso, che aveva uno scopo essenzialmente produttivo, fu ristrutturato e ampliato, tanto che nella zona dove sorgeranno i successivi balnea, fu costruito un ampio fabbricato in opera laterizia, i cui confini non sono ancora stati rintracciati. Sono stati scoperti sette vani, ma l’impianto doveva essere sicuramente più esteso, come dimostra il fatto che alcuni ambienti mostrano di proseguire ad ovest oltre il limite di scavo. La decorazione delle pareti, uno strato di intonaco rosso, fa pensare che potesse essere una sorta di magazzino; alcuni hanno pensato anche a delle tabernae, in cui venivano smerciati i prodotti agricoli della tenuta.

Quintus Servilius Pudens rilevò la tenuta e trasformò il complesso agricolo in una villa lussuosa, con grande impatto scenografico, con un impianto termale e ambienti di servizio. Il nucleo principale del complesso, a pianta mistilinea, era formato dal corpo di fabbrica posto a sud, che si componeva di una grande sala rettangolare, absidata, con due nicchie su ogni lato. Alle spalle degli scarsi resti di questa struttura passava un corridoio con volta a crociera. Ad est di tali ambienti si trovava un altro nucleo della villa, costituito da un vano quadrangolare (non più visibile) coperto con volta a crociera, da cui – attraverso un grande fornice – si accedeva ad un’aula rettangolare che presentava su ciascun lato una piccola sala quadrata. Questo vano, conservatosi fino ai giorni nostri (tranne la copertura con volta a botte) costituiva una sorta di anticamera per un ambiente rettangolare absidato con nicchie.

E’ stato possibile ricostruirne parte delle decorazioni architettoniche e scultoree dell’epoca, grazie al rinvenimento di alcuni pezzi di pregio, fra cui un capitello, frammenti di colonne, elementi statuari fra cui una testa di Zeus Serapide o Esculapio, lastre pavimentali e parietali. Alcuni resti musivi relativi a pavimenti sono conservati in situ; di estremo interesse e’ il rinvenimento, sull’intradosso di un grande frammento di crollo di volta a crociera, di un rivestimento a mosaico decorato a motivi vegetali con tessere di pasta vitrea.

A fine del II secolo d.C. ci fu una prima ristrutturazione del complesso: furono ampliati e rinnovati i balnea e la cisterna pentagonale a due piani, posta a sud ovest e parallela all’acquedotto Felice. Il piano inferiore, diviso in tre vani con volta a crociera, sostiene i quattro ambienti del livello superiore, privi della copertura originaria. All’esterno la costruzione era decorata con nicchie. Per la presenza di paramento murario e di nicchie sui lati prospicienti la villa è stata attestata l’ipotesi che la cisterna fosse anche un ninfeo di cui i proprietari e gli ospiti della Villa potevano ammirare i giochi d’acqua dagli ambienti collocati a Sud della cisterna.

La seconda ristrutturazione avvenne all’epoca di Massenzio, quando il complesso fu incorporato nel demanio imperiale: il figlio di Massimiano, che era un grande amante dell’architettura, anche perché probabilmente aveva capito che l’edilizia era una sorta di strumento keynesiano per rilanciare l’economia stagnante dell’Urbe, tornò a ristrutturare le terme, fece costruire la grande sala circolare, che, in maniera simile al tempio di Minerva Medica, doveva fungere da padiglione per le feste, e decorò le stanze con volte ricoperte di mosaico d’oro e in pasta vitrea.

A differenza di altri siti analoghi, la Vigna delle Vignacce non fu abbandonata, ma continuò a essere utilizzata e ristrutturata per tutta la tarda antichità, anche dopo la caduta dell’Impero d’Occidente: addirittura i Goti la riutilizzarono come abitazioni di qualche personaggio importante.

L’ultimo evento edilizio del complesso delle Vignacce è rappresentato dalla costruzione di un muro con cortina a spina di pesce nel settore Nord Est; la tecnica edilizia, documentata a Roma in edifici di VI d.C., induce a datare a quest’epoca la struttura. L’epoca di appartenenza della muratura potrebbe essere coeva a quella in cui avvenne l’assedio dei Goti di Vitige a Roma nel corso della guerra greco-gotica degli anni trenta del VI secolo. Sappiamo da Procopio che i Goti tennero il loro accampamento base in un luogo da secoli ben noto e oggi chiamato Campo Barbarico, distante non più di 500 metri in linea d’aria dalla villa delle Vignacce; quest’ultima potrebbe essere stata collegata funzionalmente e strategicamente al Campo. La villa, entrata poi a fare parte del patrimonio di San Pietro, fu utilizzata incessantemente dal I al VI-VIII secolo fino a essere definitivamente abbandonata nel IX secolo.

I primi scavi di cui si ha qualche notizia risalgono al Cinquecento e si devono alla famiglia degli Astalli, all’epoca proprietaria dell’area. Si trattò evidentemente di scavi finalizzati alla ricerca di sculture da collezione. La villa, poi, è certamente conosciuta e citata, per le sue imponenti conserve d’acqua, nella celeberrima opera del Fabretti sugli acquedotti, nella seconda metà del XVII secolo. Al 1780 risalgono gli scavi condotti nella villa da Volpato, finalizzati al recupero di sculture e materiali per servire all’erigendo Museo Pio-Clementino. Nell’ultimo decennio del Settecento, l’area della villa e tutta la tenuta di Roma Vecchia passano in proprietà di Giovanni Torlonia. Proprio alla famiglia Torlonia, nel corso dell’Ottocento, si devono una serie di interventi di scavo nei terreni posti tra il IV ed il VII miglio della via Latina. Lo studio antiquario preliminare avviato con il progetto Villa delle Vignacce ha permesso di raccogliere in proposito una serie di documenti inediti o quasi dimenticati che permettono di arricchire notevolmente il quadro dei dati sull’area, oltre che di aprire la strada all’eventuale ritrovamento dei numerosi arredi scultorei allora rinvenuti ed in gran parte andati dispersi. In particolare, negli anni Ottanta del XIX secolo,gli scavi Torlonia hanno interessato un’importante villa aristocratica che, in via ipotetica, potrebbe forse essere identificata con il settore residenziale della villa delle Vignacce. Ai primi del XX secolo Ashby fornisce quello che può essere considerato il primo studio scientifico sulla villa. Ad esso fa seguito negli anni Venti, sempre ad opera dell’archeologo inglese ed in collaborazione con Lugli, un secondo lavoro di analisi, che in parte riprende e corregge, in parte approfondisce quanto delineato nel lavoro precedente.

Gli scavi furono ripresi negli anni Ottanta e riguardarono l’area tra l’acquedotto Marcio/Felice e la cisterna monumentale della villa negli anni Ottanta: scavo finalizzato ad indagare le relazioni strutturali e funzionali tra la cisterna e l’acquedotto, a cui seguirono quelli del 2006, a cura dell’American Institute for Roman Culture, con il sostegno dell’American Express Foundation.

Sempre al complesso residenziale delle Vignacce sono stati attribuiti una serie di fabbricati rustici rinvenuti ai primi del Novecento nell’ambito dei lavori connessi con la realizzazione della Ferrovia Roma-Napoli, a non più di 400 metri circa dal nucleo principale della villa. In quest’area negli anni Ottanta del XX secolo sono stati poi rinvenuti numerosi resti di edifici monumentali, sia a carattere residenziale che produttivo e funerario, rimasti purtroppo fino ad ora quasi inediti. Tra di essi si segnala l’esistenza di una villa monumentale, caratterizzata da una lunga fase di utilizzo ed una serie di strutture sepolcrali. La contiguità tra questi resti e la villa delle Vignacce induce ad ipotizzare, almeno per una parte di essi, l’eventualità dell’esistenza di una qualche forma di rapporto reciproco.

Dalle sintetica rassegna dei dati topografici raccolti emerge così, per il tratto di territorio articolato lungo la via Latina subito dopo il IV miglio, un quadro di presenze monumentali di età tardo repubblicana ed imperiale estremamente ricco. A questo si aggiunga che l’area suddetta era in antico interessata dal passaggio di ben sei acquedotti antichi la gran parte dei quali correnti su monumentali arcate tuttora in buona parte conservate. Se l’idea della villa unica dovesse essere confermata dalle nuove indagini, si avrebbe così l’interessante caso di una residenza privata estesa su molti ettari attraversata ed in un certo senso all’interno segmentata da una serie di terreni pubblici, quelli degli acquedotti e delle loro immediata pertinenze