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Ingegnere, critico e curatore d'arte, scrittore... A seconda delle circostanze l'ordine può cambiare

La sonata del Tamburello

Come scritto altre volte, Le danze di Piazza Vittorio, ad agosto non vanno in vacanza, ma continuano nel loro viaggio negli strumenti della musica popolare, alle scoperta delle radici comuni dei popoli del Mediterraneo.

Domani sera, dalle 19.00 in poi, nei giardini di Piazza Vittorio, grazie al maestro Mario Puorro, sarà al turno della sonata dedicata al tamburello… Parlare però di questo strumento, a essere sincero, è assai complicato, sia per la mia ignoranza, sia perché l’argomento, oggettivamente, è assai vasto.

Perchè il tamburello è senza dubbio uno degli strumenti più antichi: basta un setaccio per il grano, una pelle tesa, qualche sonaglio e il gioco è fatto.

Gli archeologi,infatti, hanno riportato alla luce antiche statue di donne sumere in possesso di tamburelli già a partire dal XXI secolo a.C. E un paio di secoli dopo, appaiono le sue prime rappresentazioni nelle tombe egizie.

In Italia, nel Salento, sono stati ritrovati alcuni graffiti rupestri nelle grotte di Porto Badisco risalenti a circa 6000 anni fa, che lo raffigurano. E vi sono tante, tante immagini di tamburello nei vasi della Magna Grecia, da cui, osservandoli bene, si nota come già all’epoca, si suonasse in maniera differente tra la Sicilia , la Calabria e la Puglia.

Nel Medioevo, il “tamburello con sonagli” o basco è rappresentato in scene di “danza vocale”, ovvero di “canzoni a ballo”, come descrivono i due affreschi: “Gli effetti del buon governo” di Ambrogio Lorenzetti, nel Palazzo Pubblico di Siena, e la “Danza delle donzelle nel giardino d’amore” di Andrea di Bonaiuto, nella Cappella degli Spagnoli in Santa Maria Novella a Firenze.

E nel Settecento, diviene patrimonio della musica colta, suonato sia nelle opere liriche di Gluck, sia nelle Danze di Mozart.

Fin qui, immagino, tutto chiaro: il caos comincia parlando nell’ambito della musica popolare, visto che ogni sito consultato dice una cosa differente.

Almeno nel Salento esistono due tipi di tamburello: quello ovale e quello circolare. Quello ovale viene chiamato anche tamburrina, tamburella, soffietta oppure ovalina; la tamburrina ha diverse misure, il diametro massimo è di 36cm e il peso non supera i 5hg. Quello di forma circolare ha un diametro di 28cm per gli adulti e 26cm per i bambini, il peso invece è solitamente contenuto entro 450g e 520g per i tamburellisti professionali.

A questi si affianca la tammora, dal diametro è in genere compreso tra i 35 e i 65 centimetri, che a seconda dei siti web, può avere o non avere i sonagli e i tamburi da mare, a doppia membrana.

Comunque sia la questione, però, andando oltre a bieche discussioni terminologiche, vi aspettiamo domani, per divertirci assieme…

E avremo come ospite speciale il buon vecchio Davide Del Popolo Riolo, candidato al Premio Urania (noi facciamo il tifo per la sua vittoria !)

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Tornando da Reggio

Reggio1

A primavera, mentre i meli
cidonii, irrigati da fluenti
rivi, lì dove le vergini
hanno i loro puri giardini, e i grappoli d’uva,
che crescon sotto l’ombre
delle viti, sbocciano e fioriscono, per me Eros
non riposa in alcuna stagione,
ma, come il vento gelido di Borea,
carico di fulmini,
soffiando da Afrodite con fiammanti
colpi di follia, ceruleo e senza riposo,
mi scuote dalle radici
mente e cuore.

E’ una poesia di Ibico, poeta di Rhegion, tra l’altro inventore della Lira fenicia, che mi piace immaginare come l’antenato degli strumenti suonati da Le danze di Piazza Vittorio, che rende bene la bellezza dei giorni che ho trascorso e il poco entusiasmo nel tornare a casa.

Scilla

Giorni in cui ho nuotato all’ombra degli scogli dove, secondo Licofrone

gli Scillei s’odon latrati.
Tutti, tra ciechi scogli, e dal marino
Profondo gorgo assorti, e lacerati.

Ho ammirato la bellezza del museo della Magna Grecia, che dopo tanto tempo riportato agli antichi e meritati splendori

Saline

Ho nuotato nelle splendide acque di Saline Joniche, testimonianza di come lo Stato Italiano abbia ingannato e illuso il nostro Sud.Negli anni ’70 e ’80, l’area fu al centro di importante processo di sviluppo industriale ed infrastrutturale che portò alla realizzazione del complesso chimico della Liquichimica Biosintesi, di un porto industriale e della Officina Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato.

L’esperienza industriale di Saline Joniche però ha avuto una durata breve e molto limitata: la Liquichimica Biosintesi fu chiusa pochi mesi dopo l’inaugurazione a causa della pericolosità dei mangimi prodotti, la Officina Grandi Riparazioni fu chiusa all’inizio degli anni 2000, ed il porto (di fatto mai veramente attivo), è ostruito da un imponente banco di sabbia

Eppure, in questo disastro, è nata una delle più straordinarie oasi naturali d’Italia, in cui sostano folaghe, anatre, aironi cenerini e cavalieri d’Italia, ma talvolta anche fenicotteri rosa.

Oppure sono salito nello straordinario borgo di Pentedattilo, che colpi la fantasia di Escher e che a poco a poco rinasce a nuova vita. Luogo gotico e immaginifico, in cui chiudendo gli occhi, quando il vento è violento tra le gole della montagna, ci si illude di ascoltare i lamenti delle vittime della strage degli Alberti

Ho scoperto, l’infinita, poetica spiaggia di Condofuri, che altrove sarebbe affollata di persone, ma che, qui, in Calabria, diventa specchio e perfetta rappresentazione della

O beata solitudo, o sola beatitudo

tanto agognata nel caos quotidiano

Giorni in cui ho osservato i buddaci nel loro ambiente naturali, in cui portano a spasso statue di giganti, Mata e Grifone e una specie di carillon, decorato con angeli e nuvole d’ogni tipo, che dovrebbe rappresentare l’Assunzione di Maria

Ho partecipato alla prima mazurka clandestina nel porto di Reggio e applaudito ad Arasì la bella presentazione di Un Amore Pizzicato del buon vecchio Pino Vivace, che con le sue parole, ha ben raccontato, con tutte le sue contraddizioni, la grande anima della Calabria .

Giorni in cui ho mangiato quantità industriali di granita, ho bevuto la gazzosa al caffé, ho scoperto come a Catona crescano i manghi e in cui mi è tornata la voglia di scrivere.

Reggio_calabria_illustrazione_ottocentesca

Così sentendomi un poco di vivo, ho cominciato a lavorare a un nuovo romanzo, ispirato al diario di viaggio di Edward Lear, il grande scrittore di limerick, di cui, quasi per caso, ho ripercorso gli stessi passi… E di tutto questo, sono grato alla Calabria e a tutti coloro con cui ho condiviso questi giorni…

Angkor (Parte III)

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Prima di godermi le meritate, almeno spero, ferie a Reggio e in Grecanica, nella speranza anche di fare una capatina al festival Paleariza, riprendo la mia chiacchierata su Angkor. Come raccontavo, la situazione nell’Impero Khmer, già tesa sotto Udayadityavarman II, divenne critica sotto il suo successore Harshavarman III, che dopo una fallimentare sconfitta subita in una guerra con i vicini Cham, vide prevalere le spinte centrifughe nei suoi domini, tanto che il suo dominio si ristrinse solo alla zona di Angkor.

Di questo ne approfittò l’ennesimo homo novus khmer, Jayavarman VI, che era un grosso proprietario terriero della zona nord-occidentale del regno, con un ampio latifondo nei pressi di Phimai, nella valle del fiume Mun, attualmente l’ odierno Isan thailandese. Jayavarman, per crearsi una sorta di legittimità presso i suoi seguaci,nelle iscrizioni del primo periodo del suo regno, si vantava una discendenza dalla mitica coppia di principi Kambu Swayambhuva e sua sorella (e sposa) Mera, anziché da predecessori reali.

Impegnato in una lunga guerra civile per riunificare l’Impero e contro i seguaci di Udayadityavarman, non svolse una grande attività di edificazione di templi e conquistato il trono, fu probabilmente ucciso da una congiura organizzata dal fratello maggiore Dharanindravarman I nel 1107. Il quale, però, fece l’errore di non uccidere il nipote Suryavarman, figlio di Jayavarman VI, il quale nel 1110 vendicò il padre. Secondo un’iscrizione, saltò in cima all’elefante dello zio Dharanindravarman I e uccidendolo come fece il dio Garuna che nelle sembianze di un uccello catturò un serpente con gli artigli, facendosi incoronare subito dopo.

Suryavarman fu un diplomatico, mandò un’ambasciata nella lontana Cina e un guerriero indomabile. Conquistò a nord-ovest diversi territori dei mon di Dvaravati. Dopo aver definitivamente preso il controllo del Regno di Lavo, che si era reso indipendente dai khmer,attaccò invano l’altro regno mon di Haripunjaya,l’attuale Lamphun nella Thailandia del Nord. Conquistò altri territori ad ovest, verso il confine con i birmani del Regno di Pagan, a sud, nella penisola malese, ripristinò la suzeraineté, la potestà feudale, Khmer sul regno di Tambralinga (corrispondente più o meno all’odierna provincia
thailandese di Nakhon Si Thammarat), ad oriente si impadronì di diverse province del Champa, mentre a nord si espanse fino ai confini meridionali dell’odierno Laos.

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E soprattutto fu un grande amante dell’arte: fu lui a fare edificare lo splendido Angkor Wat, combinazione unica tra il tempio-montagna, cioè il progetto standard per i templi nazionali dell’impero, e il successivo piano di gallerie concentriche. Il tempio è la rappresentazione del Monte Meru, la casa degli dei: le cinque torri centrali simboleggiano i cinque picchi della montagna, mentre le mura e il fossato simboleggiano le montagne e l’oceano che la circonda. Per sottolineare la sua rottura con il passato e proclamare una nuova era di prosperità,Suryavarman non dedicò il tempio a Shiva, ma Visnù, Signore dei Mondi e del Dharma. Per questo, l’Angkor Wat è orientato ad Ovest, non a est, come buona parte dei templi della città.

Il muro più esterno del tempio, lungo 1 25 metri per 802 metri di larghezza e alto 4,5 metri, è circondato da una fascia di terreno libero e da un fossato, che ha il compito di accogliere le acque monsoniche stabilizzando la falda sottostante. L’accesso al tempio da est è lungo un declivio di terra, e attraverso un passaggio rialzato in pietra arenaria da ovest; quest’ultima è l’entrata principale ed è un’aggiunta successiva probabilmente al posto di un precedente ponte. In ogni punto cardinale ci sono delle entrate (gopura); la più grande è quella a ovest con tre torri in rovina, che in una sorta di frattale, richiama perfettamente la forma dell’Angkor Wat.

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Sotto la torre più meridionale c’è una statua di Vishnu, conosciuta come Ta Reach, che probabilmente occupava in precedenza il sacrario centrale del tempio e che fu spostata qui quando l’Angkor Wat fu dedicato al culto buddista. Tra le torri corrono delle gallerie che arrivano fino alle due entrate ai lati del gopura, dette anche “porte degli elefanti”, perché sono abbastanza grandi da permettere il loro passaggio. Queste gallerie hanno dei pilastri quadrati nella parte esterna (ovest) e sono chiuse da pareti nella parte interna (est). Il soffitto tra i pilastri è decorato con fiori di loto; la parte ovest del muro
con figure danzanti e la parete a est con finestre balaustrate, con figure maschili danzanti e animali rampanti, con devata, inclusa l’unica nel tempio che mostra i propri denti (a sud dell’ingresso).

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Un viale rialzato di 350 metri unisce il gopura occidentale al tempio vero e proprio, con dei naga a balaustra e sei gruppi di scalini che su ambedue i lati conducono verso la città. Tempio che è composto da tre gallerie che si alzano verso la torre centrale; ogni livello è più alto di quello precedente e sono probabilmente dedicati a Brahma, alla luna a Vishnu. Ogni galleria ha un gopura a ogni punto cardinale, e le due gallerie interne hanno delle torri agli angoli, in modo da creare la configurazione a cinque elementi, in onore del mitologico monte Meru, che gli studiosi di architettura Khmer hanno
definito quincunx

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La galleria più esterna misura 187 per 215 metri, con agli angoli dei padiglioni invece che delle torri e i suoi muri sono decorati con un’estesa serie di bassorilievi, con scene tratte dai poemi indiani Ramayana e dal Mahabharata. Partendo dall’angolo a nord-ovest in senso antiorario, la galleria più occidentale mostra la battaglia di Lanka (tratta dal Ramayana, dove Rama sconfigge Ravana) e la battaglia di Kurukshetra (tratto dal Mahabharata, che mostra l’annientamento reciproco dei clan Kaurava e Pandava). Seguono poi delle scene storiche nella galleria più meridionale, una processione di
Suryavarman II, e poi i 32 inferni e i 37 paradisi della mitologia indù. Glaize scrive di

queste anime sfortunate che stanno per essere gettate giù all’inferno a soffrire con crudeltà così articolate che a volte sembrano del tutto sproporzionate rispetto al crimine commesso. Così succede che alle persone che hanno danneggiato l’altrui proprietà vengono rotte le ossa, gli ingordi sono spaccati in due, i ladri di riso tormentati da ventri enormi di ferro incandescente, coloro che raccolsero fiori nel giardino di Shiva hanno le teste trafitte da chiodi, e i ladri sono lasciati nel gelo più intenso.

Nella galleria a est c’è una delle scene più rinomate, la grande creazione del mare di latte, e mostra 92 asure e 88 deva che usano il serpente Vasuki per far ribollire il mare sotto la direzione di Vishnu. La galleria a nord mostra la vittoria di Krishna su Banasurae una battaglia tra gli dei induisti e asure. I padiglioni agli angoli nord-ovest e sud-ovest contengono ambedue delle scene in scala ridotta, alcune non identificate, ma per lo più tratte dal Ramayana o dalla vita di Krishna.

Più oltre, le gallerie più interne immediatamente seguenti sono connesse tra di loro e alle due biblioteche che le fiancheggiano da un terrazzamento a croce, aggiunto in seguito, sempre in occasione della riconversione a tempio buddista.Salendo dal secondo livello in poi, sulle pareti abbondano i devata, singolarmente o in gruppi di quattro. Il cortile al secondo livello è di 100 per 115 metri, e può darsi che fosse in origine riempito d’acqua a rappresentare l’oceano intorno al Monte Meru.

Tre gruppi di scalini su ciascun lato conducono in alto verso le torri angolari e gopure della galleria più interna. La scalinata molto ripida rappresenta la difficoltà di salire nel regno degli dei. La galleria più interna, detta Bakan, è un quadrato di 60 metri di lato con gallerie che connettono i gopura con il sacrario centrale e gli altri sacrari secondari situati sotto le torri angolari. Le coperture delle gallerie sono decorate con corpi di serpente che terminano in teste di leone o di garuna. Dei frontoni scolpiti decorano gli ingressi delle gallerie e dei sacrari. La torre sopra il sacrario centrale si eleva per 43 metri a un’altezza di 65 metri dal piano del terreno; diversamente dai precedenti templi-montagna, la torre centrale si eleva sopra le quattro torri che la circondano.

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Nel tripudio di bassorilievi, Suryavarman II, forse anche alquanto vanitoso, si fece ritrarre più volte:un bassorilievo nella galleria sud di Angkor Wat lo ritrae mentre conduce la corte reale. È seduto su un elaborato palchetto con tutto il telaio scolpito in modo da somigliare ad un serpente naga. Sulla testa porta un diadema a punta, e ha dei ciondoli alle orecchie. Indossa delle cavigliere e dei bracciali. Nella mano destra tiene quello che sembra un serpente morto (non se ne conosce il significato). Ha il dorso che si curva dolcemente, con le gambe incrociate sotto di lui. L’immagine è di generale serenità e sicurezza della sua posizione e del suo potere. È circondato da assistenti, e sopra la testa ha una moltitudine di parasoli, ventagli e scaccia mosche, che nella società di Angkor fungevano da simbolo di alto rango, così come di conforto. Ai lati ci sono dei consiglieri, alcuni dei quali con la mano sul cuore in segno di lealtà.In altri rilievi, il re è mostrato in tenuta da guerra, in piedi sopra un elefante. Tiene un’arma nella sua mano destra, e uno scudo rotondo nella sinistra. Vari ranghi di soldati sono allineati dietro di lui.

Come in una tragedia greca Suryavarman fu la sua hybris, la sua tracotanza, la volontà di compiere azione che trascendono i limiti dell’Umano, attirandosi così l’ira e l’invidia degli dei.

L’ultima iscrizione che accenna al suo nome è del 1145 in relazione a un’invasione pianificata del Regno Champa. Probabilmente morì durante una spedizione militare tra il 1145 e il 1150. Seguì quindi un altro periodo in cui molti re regnarono brevemente e furono rovesciati con la violenza dai successori. Le armate dei Cham approfittarono dell’instabilità creatasi nel 1177, sconfiggendo la Kambuja in una battaglia navale sul lago Tonle Sap e annettendola come provincia del Regno Champa.

Al-Khidr, l’Uomo Verde

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Una delle figure più affascinanti e misteriosa del Corano è al-Khidr, l’Uomo Verde, che compare nella sura XVIII (la sura della Caverna), così tradotta in italiano da Bausani

60 E quando Mosè disse al suo servo: “Non cesserò d’andare finché non sia giunto al Confluir dei Due Mari; altrimenti passerò lunghi anni in cammino “. – 61 E quando giunsero al Confluir dei Due Mari, dimenticarono il Pesce che avevan portato con sé, e questo prese la sua via, libero, nel mare. – 62 E quando furon passati oltre, Mosè disse al suo servo: “Porta il nostro cibo mattutino, ché troppo ci ha stancati questo viaggio!” – 63 Rispose il servo: “Sai che cosa è avvenuto? Allorché ci rifugiammo alla Roccia, io dimenticai il Pesce; e Satana solo mi fece dimenticar di parlartene, ed il Pesce prese la sua via, meravigliosamente, nel mare”. – 64 “Questo è quel che volevamo!” rispose Mosè, e tornarono indietro, seguendo i lor passi. – 65 E s’imbatterono in uno dei Nostri servi, cui avevam dato misericordia da parte Nostra, e gli avevamo insegnato della Nostra scienza segreta. – 66 E gli disse Mosè: “Posso seguirti, a patto che tu mi insegni, a rettamente guidarmi, di quel che a te fu insegnato?” – 67 Rispose: “Sì, ma tu non saprai, con me, pazientare; – 68 e come del resto potresti esser paziente in cose che tu non comprendi?” – 69 Ma Mosè ribatté: “Mi troverai, se a Dio piace, paziente, ed io non ti disobbedirò in nulla”. – 70 Disse l’altro: “Se tu dunque vuoi seguirmi, non domandarmi nulla di cosa alcuna, finché non sia io a fartene menzione”. – 71 E così partirono, finché, quando salirono sulla Nave, quegli la forò. ” L’hai tu forata, gli chiese Mosè, per far annegare tutti quei che vi stan sopra? Hai certo commesso una cosa enorme!” – 72 “Non ti dicevo, rispose, che tu non avresti potuto, con me, pazientare?” – 13 “Non mi riprendere, ribatté Mosè, perché me n’ero dimenticato. Non m’imporre dunque punizione gravosa”. – 74 E andarono ancora finché s’imbatterono in un giovanetto,che quegli uccise. “Hai ucciso un’anima pura senza alcuna necessità di vendicare un’altra anima? Hai commesso cosa inaudita!” – 75 Rispose: “Non ti dicevo che tu non avresti potuto, con me, pazientare?” – 76 E Mosè rispose: “Se d’ora in poi ti chiederò una sola cosa, non accompagnarti più a me, avrai scusa sufficiente per abbandonarmi”. – 77 E andarono ancora, finché, giunti a una città, chiesero del cibo a quegli abitanti, ma essi rifiutaron d’ospitarli. E trovarono in quella città un muro che stava per crollare e quegli lo raddrizzò. Allora Mosè gli disse: “Se avessi voluto avresti potuto farti pagare per questo!” – 78 “Qui ci separeremo, rispose l’altro, ma prima ti darò la spiegazione di queste cose sulle quali non hai potuto pazientare. – 79 Quanto alla nave, essa apparteneva a povera gente che lavorava sul mare, ed io volli guastarla, perché li inseguiva un re corsaro che prendeva tutte le navi a forza. – 80 Quanto al giovanetto, i suoi genitori eran credenti, e tememmo che egli li forzasse ad empietà e miscredenza – 81 e volemmo che il loro Signore desse loro in cambio un figlio più puro e più affezionato. – 82 Quanto al muro, esso apparteneva a due giovanetti orfani di quella città e sotto c’era un tesoro che loro apparteneva e il loro padre era un uomo pio; e il tuo Signore volle che essi pervenissero all’età adulta e poi essi stessi scavassero fuori il tesoro, come segno di misericordia da parte del Signore. E ciò che feci non lo feci io. Ecco la spiegazione di quello su cui non hai potuto esser paziente

Figura che nella sua ambiguità, colpisce l’immaginario dell’Oriente: la troviamo sia nelle fiabe indiane, in cui si confronta con il Re dei Serpenti, in quelle persiane, in cui aiuta il principe Mahub nelle sue imprese e in cui accompagna Alessandro Magno alla ricerca dell’Acqua della Vita.

L’Imam Bukhari riporta che il Profeta così lo definì

“Al-Khidr (‘l’Uomo Verde’) era così chiamato perché una volta sedeva su una terra arida e bianca, dopo ciò questa terra diventò di un verde lussureggiante di vegetazione.”

Definizione che ha poco a che vedere, nonostante quello che pensano tanti eruditi, di un genio e il guardiano della vegetazione, magari ereditato dalla mitologia pre-islamica. Al-Khidr è al contrario, una potente metafora della ricerca della verità e della conoscenza, colui che ci spinge ad andare oltre il nostro deserto interiore di preconcetti e false credenze che diamo, per pigrizia, conformismo, abitudine e paura, per scontati.

Al-Khidr, come San Giorgio, è il patrono dei viaggiatori, non solo di coloro che percorrono i sentieri della Terra, ma di chi avventura in una strada ben più pericolosa: quella del rimettersi in discussione, di accettare la sfida del cambiare se stessi.

Secondo il saggio sufi Al-Qaysarī, le tenebre, che nelle leggende circondano la dimora di al-Khidr, costituiscono la totalità del possibile nascosto nella vita di ogni uomo, il cui esaurirsi corrisponde alla sua completa realizzazione, nella pienezza della Libertà e della Verità.

La tenebra è quindi quanto si contrappone alla luce, ma è anche ricettacolo della stessa, in quanto le tenebre della contingenza, contrapposte alla luce dell’essenza, sono anche il luogo dove esclusivamente può avvenire l’illuminazione spirituale. Come la luce si riverbera nei vari gradi di realtà, così ad ogni livello di illuminazione corrisponde la propria tenebra, che altro non è che la misura della distanza dell’anima da Dio.

E il viaggio, con il suo distaccarsi dalle scorie dell’apparente buonsenso, imparando a utilizzare la creatività e il pensiero laterale, trasmuta le tenebre in luce, riscoprendo se stessi nella conoscenza di se stessi e del Divino, in fondo due facce della stessa medaglia.

Così la terra che al-Khidr, vivifica, sollecitando il nostro amore per la Sapienza, è il nosto io, per realizzare la nostra rinascita spirituale e l’ingresso a una vita più autentica e completa

Danza, Chitarra e García Lorca

Tra qualche giorno sarà l’anniversario dell’assassinio franchista del grande poeta Federico García Lorca, fucilato Il 16 agosto 1936 nei pressi di Viznar… Poco prima di morire, in un’intervista al Sol di Madrid, disse le seguenti parole

“Io sono uno Spagnolo integrale e mi sarebbe impossibile vivere fuori dai miei limiti geografici; però odio chi è Spagnolo per essere Spagnolo e nient’altro, io sono fratello di tutti e trovo esecrando l’uomo che si sacrifica per una idea nazionalista, astratta, per il solo fatto di amare la propria Patria con la benda sugli occhi. Il Cinese buono lo sento più prossimo dello spagnolo malvagio. Canto la Spagna e la sento fino al midollo, ma prima viene che sono uomo del Mondo e fratello di tutti. Per questo non credo alla frontiera politica”

Con gli opportuno aggiustamenti, siamo fortunati a vivere in tempi assai più civili e meno sanguinosi, le sue parole valgono anche per l’Italia dei nostri giorni. Anche noi abbiamo un governo fondato sull’ignoranza e sulla paura, che odia il Bello, il Razionale e il Buono.

Di certo, non uccide nella notte i poeti e gli artisti, ma fa di tutto per rendere loro la vita più difficile, perché non vuole confrontarsi con uomini liberi, pronti alla critica e alla riflessione, ma con dei ruffiani, abili nelle lusinghe e nelle finte lodi.

Per combatterlo, non dobbiamo dimenticare di essere Uomini, cittadini del Mondo e fratelli di tutti… Noi de Le danze di Piazza Vittorio lo ricordiamo con la musica e con il ballo.

Perchè, per parafrasare un altro grande spagnolo, Miguel de Unamuno, potranno vincere, ma non convincere.

Perché per convincere bisogna persuadere. E per persuadere avete bisogno di ciò che vi manca: la ragione e il diritto nella lotta.

Cose che mancano anche a chi da noi provvisoriamente occupa gli scranni del potere… E la mancanza, per dirla alla latina, di Ratio, Fides, Pietas, Maiestas, Virtus, Gravitas, prima o poi li condannerà alla sconfitta. Non sarà oggi, neppure domani: ci saranno giorni in cui saranno ubriachi della credulità degli ingenui e dell’applauso dei vili. Ma prima o poi trionferà la Realtà, facendo cadere le bugie come un castello di carte e mostrando il loro Nulla.

Per la Bellezza si occultare, ma mai distruggere

Per questo, con il ballo ricordiamo la poesia di Lorca

Nell’orto della Petenera

Nella notte dell’orto
sei gitane
vestite di bianco
danzano.

Nella notte dell’orto
incoronate
di rose di carta
e di busnaghe.

Nella notte dell’orto
i loro denti di madreperla
incidono l’ombra
bruciata.

Nella notte dell’orto,
le loro ombre si allungano,
e toccano il cielo
viola.

con cui recuperiamo frammento di un tempo estraneo ed eterno, che ci ricorda come, nonostante tutte le differenze con cui ci riempiamo la bocca, noi Uomini, dinanzi all’Universo, al Destino e al Sogno, siamo tutti uguali.

E con la musica, il suono della chitarra battente, della lira calabrese, del tamburello e dell’organetto, ci ricorda il dovere di non tacere, nonostante il rischio e il dolore a cui ci esponiamo

Incomincia il pianto
della chitarra.
Si rompono le coppe
dell’alba.
Incomincia il pianto
della chitarra.
È inutile
farla tacere.
È impossibile
farla tacere.
Piange monotona
come piange l’acqua,
come piange il vento
sulla neve.
È impossibile
farla tacere.
Piange per cose
lontane.
Arena del caldo Meridione
che chiede camelie bianche.
Piange freccia senza bersaglio
la sera senza domani
e il primo uccello morto
sul ramo.
Oh, chitarra,
cuore trafitto
da cinque spade.

Perché come dice un mio amico

A volte rimanere in silenzio significa mentire ed essere complici

Sempre citando le sue parole

Rimaniamo in silenzio troppo spesso per indifferenza, altre volte perché è più comodo, perché è senza dubbio più comodo e confortevole coltivare il proprio giardino rispetto a scrutare l’orizzonte della Storia e l’animo del prossimo. Ci si preoccupa di meno e ci si illude di vivere meglio. Eppure, se tutti facessimo così, il Mondo sarebbe costituito solo da Ingiustizia e Prevaricazione…

Noi de Le danze non vogliamo questo, per cui gridiamo, con la musica, la danza e il canto

 

COMPLESSITA’ e CROLLO delle CIVILIZZAZIONI.

pierluigi fagan | complessità

Recensione a E. H. Cline, 1177 a.C.Il collasso della civiltà, Bollati Boringhieri, Torino, 2014.

coverwe4E’ da poco uscito lo studio di Cline su quel periodo storico che segnò la fine della civilizzazione dall’Età del Bronzo e l’inizio di quella dell’Età del Ferro, nelle zone prospicienti il Mediterraneo orientale. Lo studio che raccoglie tutte le ricerche archeologiche e le teorie storiche più recenti, sull’antichità mediterranea, giunge alla fine a concludere che, dal momento che nessuna delle cause addotte sino ad oggi in ipotesi, da sola, riesce a spiegare un crollo così intenso, esteso e più o meno, sincronico, allora deve essersi trattato di un crollo sistemico. Crollo sistemico, teoria delle catastrofi e teoria della complessità, sono le risorse epistemiche a cui Cline e non solo, si rivolge per spiegare quel che fino ad oggi spiegar non si è potuto. Sintomatico che il ricorso ad una visione sistemica o meglio di “crisi sistemica”…

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La sonata della Chitarra Battente

Come sapete, quest’anno le sonate estive de Le danze di Piazza Vittorio quest’anno sono legata da un filo conduttore: un viaggio nel Mondo e nella Storia, per riscoprire gli strumenti che accompagnano la danza e la musica popolare.

Questa sera, la sonata è dedicata alla chitarra battente, uno strumento le cui origini risalgono al XIV secolo. Per dirla tutta, è una variante delle chitarra barocca, tanto che i brani di Corbetta ne La Guitarre Royalle dediée au Roy e di de Visée in  Livre de Guitarre, dedie au Roy sono eseguibili da entrambe le tipologie di strumenti.

La differenza è nella tecnica con cui sono suonate: la chitarra barocca, inclusa in orchestre che comprendevano la tiorba, l’arciliuto, la viola da gamba e il cembalo, era suonata a pizzico: tipologia che produceva un suono acuto, adatto alla musica da camera

La chitarra battente, invece, veniva suona con la botta, quella che oggi chiamiamo pennata, con la mani sinistra che si limita a tenere la posizione degli accordi. Di conseguenza, il suono era più pieno e tondo e permetteva di accompagnare al meglio il canto.

Se la chitarra barocca si è evoluta progressivamente nella nostra chitarra classica, la chitarra battente, passando alla musica popolare, ha mantenuto la forma delle origini,simile ad un otto allungato, con larghezza delle spalle prossima a quella della pancia. Le fasce laterali sono più spesso di altezza superiore a quelle della chitarra francese e il fondo dello strumento può essere sia piatto che bombato.

Il fondo piatto è costituito spesso da due tavole affiancate, quello bombato è spesso costituito da una serie di doghe di due diversi legni, di colore chiaro e scuro, incollate fra loro e alternate in modo da creare un motivo cromatico. La tavola armonica è quasi sempre in abete, talvolta può essere in ciliegio o gelso.

Il piano armonico può presentare una o tre buche. In quest’ultimo caso oltre alla buca centrale sono presenti due buche, più piccole, contrapposte e situate in prossimità delle spalle. Sia nei modelli con unica buca centrale, che nei modelli a tre buche, vi è sempre inserita in esse una decorazione chiamata rosa, realizzata in legno, in cartoncino o pergamena. Il manico, in legno di noce, pero, pioppo, prugnolo, è più corto di quello della chitarra francese. La tastiera spesso è assente o comunque, se presente, è posta allo stesso livello della tavola armonica e reca un numero di tasti che varia da 9 a 12.

L’accordatura a seconda delle diverse zone dell’Italia, può variare da 6 a 14 corde. In termini di curiosità, anche Stradivari realizzò delle chitarre battenti e uno dei capolavori della liuteria del Seicento, è chitarra battente realizzata a Perugia nel 1725 da Jacopo Mosca Cavelli, un artigiano probabilmente originario di Pesaro

Questo splendido esemplare – lungo 93 cm, largo 25 e spesso 14, costruito con legni di abete e noce, con parti decorate in avorio, madreperla e guscio di tartaruga – è presumibilmente appartenuto a qualche membro delle famiglie Chigi o Pamphilij.

Nella parte alta del piano armonico, in prossimità dell’attaccatura del manico, è intarsiata una citazione biblica dall’Apocalisse: Sicut citharoedorum citharizantium in citharis suis, un estratto del passo che dice: La voce che udii era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe (Ap 14, 2).

Per cui, se vi interessa, ci trovate questa sera alla solita panchina: sino alle 20.30 faremo il repertorio tradizionale, poi ci scateneremo, con il buon Giacomo, in qualche brano accompagnato dalla voce di Emanuela Cinà,  con la chitarra battente.