Palazzo Caprini

Per chi non lo sapesse, la Spina di Borgo era un insieme di edifici di Roma posti tra castel Sant’Angelo e la piazza San Pietro, posti dove adesso è via della Conciliazione.

Dopo la realizzazione voluta da papa Alessandro VI nell’imminenza del Giubileo del 1500 della via Alessandrina, con le successive trasformazioni chiamata dai romani via di Borgo Nuovo, gli edifici di Borgo erano delimitati da due strade (convergenti a forma di cuneo) chiamate Borgo Nuovo quella a nord, e Borgo Vecchio, quella a sud. Ne derivò un assetto urbanistico dalla forma triangolare allungata con la punta rivolta verso castel Sant’Angelo, che per la somiglianza con quella della spina di un circo romano, prese il nome di “Spina di Borgo”.

Per motivi di traffico, ossia facilitare l’accesso dei pellegrini a San Pietro, gli antenati dei redattori di Roma fa Schifo ne caldeggiarono per secoli la demolizione: tra le tante proposte fatte in tal senso, vi furono quelle di Carlo Fontana nel 1692, Cosimo Morelli, l’architetto di Palazzo Braschi, nel 1776 e Giuseppe Valadier rilevabile da un disegno del 1812.

Alla fine, a favore della demolizione si schierò uno dei grandi sostenitori del piccone risanatore, ossia Mussolini, il quale commissionò a Marcello Piacentini e Attilio Spaccarelli il progetto urbanistico di via della Conciliazione.

I lavori cominciarono nel 1936, poi a causa delle vicende della guerra la demolizione andò a rilento, finché, la Democrazia Cristiana, in occasione del Giubileo del 1950, mise il turbo ai lavori.

L’intervento novecentesco causò la perdita di buona parte del tessuto urbano del rione di Borgo, con la demolizione del palazzo dei Convertendi, del palazzo Jacopo da Brescia, del palazzo del Governatore, del palazzo Alicorni, del palazzo Rusticucci-Accoramboni (di Carlo Maderno) e della chiesa di San Giacomo a Scossacavalli.

I palazzi dei Convertendi, Jacopo da Brescia, Alicorni e Rusticucci sono stati ricostruiti più o meno liberamente, utilizzando nella ricostruzione elementi degli edifici demoliti. L’antica chiesa di San Lorenzo in Piscibus subì trasformazioni radicali e fu inglobata all’interno di nuovi edifici, mentre l’oratorio di Santa Maria Annunziata in Borgo (La Nunziatina) fu ricostruito sul lungotevere Vaticano.

Intorno al vuoto ottenuto dagli sventramenti furono mantenuti, a nord, il palazzo Torlonia-Giraud e la chiesa di Santa Maria in Transpontina, oltre ad un isolato ottocentesco; a sud il palazzo dei Penitenzieri, il palazzo Serristori e una porzione del palazzo Cesi-Armellini. Alcuni elementi decorativi degli edifici scomparsi (come il portale e la loggia del palazzo dei Convertendi) furono reimpiegati nelle nuove costruzioni o trasferiti altrove. La fontana del Maderno, sita in piazza Scossacavalli (al centro del rione), fu collocata davanti alla basilica di Sant’Andrea della Valle; la fontana dei Delfini, posta da papa Pio IX sul fronte orientale della “Spina”, fu trasferita nei Giardini Vaticani. Alle testate ottocentesche del Poletti, situate sull’estremità orientale, si sostituirono due palazzi più grandi, con colonne e fontane, mentre a ovest, verso piazza San Pietro, prevalse il progetto di due avancorpi con loggiati aggettanti verso il centro della strada.

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Tra le tante storie sui luoghi perduti della Spina, spiccano quelle legate al palazzo dei Convertendi, fu prima sede dell’Ospizio di Convertendi, una sorta di casa famiglia per i protestanti che volevano convertirsi alla fede cattolica, poi della Congregazione delle Chiese Orientali, il dicastero che si occupa di favorire la crescita, salvaguardare i diritti e il patrimonio liturgico, disciplinare e spirituale delle comunità cattoliche orientali di rito armeno, bizantino, copto e siro: cioè quelle che, dopo lo scisma del 1054, ruppero con i patriarchi ortodossi d’oriente (Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme) e tornarono in piena comunione col Pontefice Romano, mantenendo però la loro liturgia e il loro diritto ecclesiastico.

Ebbene, questo palazzo è l’ultima fase di una complessa evoluzione: verso la metà del XV secolo ai margini nord-ovest della piccola Piazza Scossacavalli in Borgo esisteva una casa, chiamata “della Stufa”. Una Stufa (dalla parola tedesca stube), era qualcosa tra un bagno romano e una sauna moderna, e veniva spesso frequentata da artisti, i quali potevano schizzare liberamente i nudi degli avventori. Nel 1500 la casa fu venduta al protonotario apostolico Adriano (o Alessandro) de Caprineis, appartenente alla nobile famiglia Caprini di Viterbo.

In quegli anni, il Papa Alessandro VI Borgia andava perseguendo il suo progetto di aprire una nuova strada tra Castel Sant’Angelo e San Pietro. I privati disposti a costruire edifici alti almeno 5 canne (11 m ca.) lungo il nuovo percorso, chiamato dal nome del papa via Alessandrina e poi Borgo Nuovo e inaugurato nel 1500, ottenevano privilegi speciali, come esenzioni fiscali. Il Caprini adempiette a tale obbligo acquistando una porzione di un’altra casa vicino alla stufa ed erigendo un piccolo palazzo progettato da Donato Bramante. L’edificio doveva essere ancora incompiuto il 7 ottobre 1517, quando il Caprini lo vendette per 3.000 ducati a Raffaello. L’artista ne completò la costruzione, spese lì gli ultimi 3 anni della sua breve vita, dipingendo fra l’altro in quelle stanze la Trasfigurazione, e morendo lì il 6 aprile 1520.

In realtà, Raffaello, probabilmente non gradiva molto vivere in quel palazzetto: probabilmente lo aveva comprato solo per affetto nei confronti dello zio e per la sua vicinanza al suo principale luogo di lavoro; sappiamo come nel dicembre del 1519 avesse acquistato i diritti di enfiteusi su un terreno posto all’angolo tra via Giulia e via dei Cimatori, che avrebbe dovuto accogliere due palazzi ben distinti, di cui il primo, con la fronte su “strada Julia”, destinato ad abitazione e bottega dell’artista, e il secondo, probabilmente, per appartamenti d’affitto.

Qui Raffaello avrebbe potuto sfruttare al meglio i contatti che gli offriva il quartiere dei Fiorentini, pullulante di artigiani altamente specializzati e di personaggi facoltosi, che si sarebbero ben presto potuti trasformare in altrettanti committenti di opere prestigiose.

Con una mentalità che potremmo definire già manageriale, Raffaello avrebbe sottolineato, con la sua nuova “casa d’artista” in via Giulia, il suo ruolo e la sua dignità intellettuale nella Roma cinquecentesca. Il destino volle altrimenti…

Che importanza aveva Palazzo Caprini? Di fatto primo esempio di ciò che viene definito “palazzetto alla romana”, ovvero una tipologia abitativa ideata da Bramante stesso, destinata a personaggi di minore importanza che gravitavano attorno alla figura papale e non potevano permettersi grandi palazzi, ma non rinunciavano a una residenza di rappresentanza. Tipologia edilizia che sarà replicata in tutte le salse da Cinquecento all’Ottocento, a cominciare dallo stesso Raffaello, che lo imitò nel palazzo Jacopo da Brescia, nel palazzo palazzo Branconio dell’Aquila, nel palazzo Vidoni Caffarelli e palazzo Alberini.

Questo gli diede l’autorevolezza di un modello, ripreso da vari architetti del ‘500 (palazzo Porto di Palladio, Palazzo Uguccioni a Firenze) e nelle epoche artistiche successive.

Palazzo_caprini

Che aspetto aveva? Difficile a dirsi. Paradossalmente, nonostante l’importanza, ne abbiamo un’idea vaga, grazie a incisioni e disegni dei contemporanei: una stampa di Antoine Lafréry del 1549, disegni di Jean de Cheveniéres e di Andrea Palladio (1541 ca.), di Domenico Alfani (Natale 1581), di Ottavio Mascherino e da un affresco nelle Logge di Gregorio XIII in Vaticano eseguito da Antonio Tempesta e Matteo Brill… Immagini purtroppo tra loro contraddittorie e che non coincidono i dati ottenuti durante le demolizioni di via della Conciliazione.

Ad esempio, secondo Lafréry, l’edificio aveva tre finestre su Piazza Scossacavalli e cinque su Borgo Nuovo. Secondo quanto rilevato negli anni Trenta, l’edificio aveva il fronte principale lungo Borgo Nuovo, con 3 finestre lungo Piazza Scossacavalli e 2 lungo Borgo Nuovo. L’unica cosa abbastanza chiare è come l’edificio si articolasse su due piani: il piano terra era decorato con bugnato, con bugne ottenute mediante un processo denominato “di getto”, che Bramante aveva ricreato osservando i resti romani di Colle Oppio.

Le bugne non erano ottenute sbozzando la pietra, ma mescolando in una cassaforma pozzolana, calce e altri materiali. Tecnica, che permettendo di risparmiare tempo e denaro, ebbe un immediato successo nella Roma del Cinquecento, tanto da essere adottata da Palazzo Massimo alle Colonne, eretto nel 1532 da Baldassarre Peruzzi; solo che nel Palazzo Caprini, essendo sperimentale, durò molto, molto poco, tanto che nel 1581, le bugne risultavano essere scomparse.

Nel bugnato si aprivano il portale e le porte dei negozi, sormontato dalle piccole finestre di un soppalco. Questo piano costituiva il “podio” del piano superiore, che adottava l’ordine dorico. Questo piano era caratterizzato da colonne sormontate da una trabeazione con architrave e un fregio decorato da triglifi e metope. Fra le campate del piano superiore erano inserite balaustre. La costruzione era poi conclusa da un attico di servizio le cui finestre erano aperte nel fregio dorico della trabeazione.

Ancona Sotterranea

Il mio viaggio nelle Marche misteriose oggi fa tappa ad Ancona; inizialmente questa era poco più di un emporio prima miceneo, poi greco arcaico, costituito da un molo, qualche magazzino e una serie di botteghe, in cui i mercanti proveniente dall’Ellade scambiavano beni di lusso e merci con gli abitanti dell’interno.

Le cose cambiarono nel 387 a.C., quando, secondo la tradizione, un gruppo di greci provenienti da Siracusa, in fuga dalla tirannide di Dioniso I, si impadronirono di quella sorta di centro commerciale, trasformandolo in una città, chiamata Ankón, gomito, dalla forma con cui appariva il Conero visto dal mare.

In realtà, probabilmente l’origine di Ancona è assai meno romantico: al fine di controllare i commerci con i celti della Gallia Cisalpina, senza avere il dazio alla mediazione commerciale etrusca, Dioniso lanciò un ambizioso progetto di colonizzazione dell’Adriatico.

Oltre ad Ankón, in Italia Dioniso fondò infatti Adría (attuale Adria), in Dalmazia Issa (attuale Lissa) e in Albania Lissos (attuale Alessio). Dionisio inoltre favorì la fondazione, da parte dei cittadini di Paro, della colonia di Pharos (attuale Cittavecchia), nell’isola di Lesina, ove è ricordata anche l’esistenza di Dimos (l’attuale città di Lesina). La colonia siracusana di Issa a sua volta fondò Tragyrion (attuale Traù), Korkyra Melaina (attuale Curzola) ed Epetion (attuale Stobreč, sobborgo di Spalato). Tragyrion, infine, potenziò l’emporio greco di Salona. L’Adriatico, per alcuni decenni, rimase così sotto completo controllo siracusano.

Questo progetto fu anche l’occasione, per Dioniso, per liberarsi di quantità industriali di scontenti e oppositori politici, che con le buone e con le cattive, furono spediti nelle nuove città, tra cui l’ammiraglio Filisto, il possibile costruttore della Fossa Filistina, il canale artificiale per regolare il corso del Po, che corrispondeva grosso modo all’attuale Adigetto da Rovigo fino a Botti Barbarighe, da dove poi proseguiva in direzione nord-est fino a sfociare presso l’attuale Pellestrina.

I coloni siracusani di Ankón, però, dopo qualche anno, si trovarono davanti a un problema imprevisto: le falde acquifere della città erano insufficienti a dissetare tutti gli abitanti. Per cui, dovettero sin dall’inizio provvedere a realizzare una serie di cunicoli che captavano le acque delle sorgenti del Conero, per poi distribuirle nella città.

Questo primitivo acquedotto, dopo parecchi chilometri in gallerie scavate a mano nella roccia sfociava poco al di sopra del porto alimentando quella che oggi è conosciuta come la Fonte del Filello o fonte Greca nei pressi del Palazzo degli Anziani. Successivamente questo sistema è stato ampliato e dotato di complesse cisterne di smistamento delle acque chiamate Chiocce dai vecchi fontanieri.

Il termine Chioccia deriverebbe dalla leggenda della gallina dalle uova d’oro: in gergo La Chioccia (Gallina) sarebbe la cisterna mentre le Uova d’Oro sarebbero i rami dell’acquedotto che partivano dalla cisterna centrale. L’accostamento tra acqua e oro fa capire come, in tempi passati, le risorse idriche fossero il bene più prezioso.

Di fatto, queste cisterne svolgono un ruolo molto simile a quello dei castellum aquae dell’antica Roma, dove l’acqua che ridistribuivano l’acqua proveniente dagli acquedotti. nei vari distretti della città in base alle diverse esigenze.

Infrastruttura che crebbe con gli anni, diventando una sorta di città sotterranea parallela a quella esistente sopra al suolo, ma di cui, paradossalmente, si hanno notizie certe solo dal Quattrocento, Nella seconda metà del 1800 queste strutture vennero potenziate e migliorate, recuperando una parte dell’antico acquedotto di Santa Margherita. Acquedotto distrutto nel 1799, probabilmente collegato con le falde del Conero grazie a dei cunicoli: solo negli ultimi anni si è riusciti a capire le reali dimensioni di quest’opera idraulica.

Ora, cosa visitare di questa interessantissima infrastruttura idrica ? Il primo luogo è proprio accanto a uno dei simboli di Ancona, la Fontana del Calamo, il cui nome sembra derivare dalla parola latina Càlamus, “Canna”, a testimonianza che si era dominati da un ambiente di tipo palustre.

Demolita nel 1503, venne ricostruita, in stile rinascimentale-manierista, su disegno dell’architetto Pellegrino Tibaldi fra il 1559 e il 1560 e realizzata da maestranze recanatesi. Si presenta come una lunga serie di tredici riquadri separati da volute, incentrati su altrettanti mascheroni gettanti acqua, da cui deriva la comune denominazione di Fontana delle Tredici Cannelle. I mascheroni, di cui 12 bronzei ed il centrale in pietra, raffigurano satiri e sileni. Quello centrale è sormontato dal bassorilievo del Cavaliere all’assalto, emblema della città di Ancona.

Accanto alla fontana, vi una piccola porta che conduce all’interno di una cisterna, da cui in passato venivano alimentate le tredici cannelle. Scendendo delle facili scalette, ci si trova all’interno di uno spazio diviso in due e allestito con dei pannelli esplicativi che raccontano la storia delle varie cisterne, di come venisse raccolta e distribuita l’acqua in Ancona, dandone un quadro generale.

Il secondo luogo è in piazza Stamira, dove, da un tombino, si scende in una cisterna formata da diverse gallerie collegate tra di loro e da 11 vasche collegate tra di loro grazie a degli archi ribassati e nell’insieme occupano 2.000 mq di superficie.

Infine, vi sono i cunicoli di Viale della Vittoria, a cui si accede da un tombino verticale di 2 metri d’altezza, una volta era chiamato Piana degli Orti perché, prima della sua edificazione, era una zona dedicata all’agricoltura. Probabilmente i cunicoli sottostanti servivano ad irrogare l’acqua nei campi sovrastanti e proprio per questo, l’estensione della cisterna di viale della Vittora è molto più ampia rispetto alle altre.

Schiavitù e agricoltura nel Sud Italia

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Ieri, su Facebook ho condiviso un articolo, sulla presenza della schiavitù in Sicilia nel Settecento: in verità, questa era diffusa in tutta Italia, con picchi a Roma, Firenze, Genova e Venezia. A dire il vero, all’epoca era un fenomeno in forte diminuzione, dato che gli schiavi erano utilizzati quasi esclusivamente nell’ambito domestico: diversa era la situazione tra fine Trecento e inizio Cinquecento, dove il loro impiego produttivo era assai più diffuso e variegato, legato anche alla necessità di compensare il vuoto demografico causato dalla Peste Nera.

In Toscana e nel nord Italia, lavoravano soprattutto nell’ambito manufatturiero; a Roma, invece erano impiegati nella pastorizia, nell’edilizia e nel caso specifico di quelli di origine turca, nel mantenimento dell’ordine pubblico. Può sembrare strano, ma nel Quattrocento i Conservatori del Campidoglio avevano a disposizione di un contingente di schiavi ottomani, in parte prigionieri di guerra, in parte regolarmente comprati a Edirne, che fungevano sia da poliziotti, sia da pompieri.

Nel sud Italia, invece, erano impiegati nell’agricoltura: l’acme si raggiunse in Sicilia, dove si era sviluppata un’economia di piantagione, dove il crash crops era costituito dalla canna da zucchero. Per descrivere il fenomeno, lascio la parola a uno dei massimi esperti sul tema, Salvatore Bono, citando un brano di un articoli pubblicato su Mediterranea

Dalla metà del Quattrocento, quando i Portoghesi cominciarono a frequentare le coste dell’Africa occidentale, sino alla foce del Senegal e oltre, ebbe inizio un trasferimento di schiavi africani verso la penisola iberica; ancor prima dunque della scoperta colombiana del continente americano e tanto più prima che avesse inizio la tratta atlantica. Dai primi decenni del Cinquecento e sino alla metà del secolo dalla penisolaiberica e direttamente dalle basi spagnole (plazas de soberanía) sulle coste maghrebine, in particolare da Tripoli, si attivò un traffico di schiavi neri verso l’Italia, anzitutto verso la Sicilia, dal cui viceré la piazzaforte di Tripoli dipendeva.

In Sicilia si concentrò una presenza di africani, valutata fra il 4 e l’1,5 per cento rispetto alla popolazione dell’isola (50mila individui nel primo caso, su oltre un milione e 200mila abitanti, ovvero 12.500) . In quel periodo alcuni signori siciliani disponevano di un gran numero di schiavi neri. I Fardella, ad esempio, potente famiglia trapanese, nel contrastare intorno al 1516 una avversa fazione cittadina potevano contare su un contingente di un centinaio di schiavi neri, i quali «primeggiavano per la forza e il coraggio e la fedeltà». Di un gruppetto di schiavi (16 uomini, perlopiù neri, e due donne, una nera e una mora) disponeva nel 1548 il catanese Antonio Statella

In uno dei primi contributi sulla schiavitù a Messina, Giovanna Motta segnalò una trentina di compravendite di schiavi fra il 1513 e il 1528, la maggior parte dei quali neri. Vi è invero qualche indizio che anche in altre regioni meridionali vi sia stata nel XVI secolo una presenza servile nera, pur se percentualmente modesta.

In un elenco di compravendite, a Bari e in altre località pugliesi, fra il 1539 e il 1597, riguardanti una trentina di schiavi, una ventina (due terzi dunque) sono “negri” e “etiopi”; gli schiavi, oggetto di atti stipulati nel Seicento risultano una ottantina di cui meno di un quinto neri o etiopi; non abbiamo voluto precisare di più i dati poiché in qualche caso la provenienza non è espressa o non è chiara (e tuttavia abbiamo compreso questi casi nel totale); qualcuno viene definito come «nerum turcum», così un certo Ahmed,ovvero «neram turcam», una di nome Fatma un’altra Rairma.

Verosimilmente si tratta di neri già viventi nell’ambiente maghrebino (o forse ottomano) e già islamizzati. In qualche raro caso il colore dello schiavo è definito come «alabastrum», aggettivo che non ricordiamo come usato altrove.

L’economia della piantagione, entra in crisi a metà Cinquecento, sia per il cambiamento climatico, sia per la concorrenza delle piantagioni atlantiche; tradizionalmente, a partire da Braudel, si ritiene come questa in Sicilia e in Sud Italia sia stata sostituita dalla cerealicoltura, per lucrare sulle esigenze alimentari delle metropoli occidentali in crescita demografica.

Effettivamente, se si vedono in numeri assoluti, questa interpretazione sembrerebbe esatta: la sola Sicilia, a metà Cinquecento, esporta mediamente 35.000-40.000 tonnellate di grano all’anno. In realtà, se si vedono i valori percentuali, a seconda degli anni, la percentuale venduta sui mercati esteri varia tra il 5% e il 12%.

La maggior parte delle granaglie è invece diretta al mercato interno, a Napoli, alla Calabria Ulteriore e nella Sicilia Orientale: se la prima è la megalopoli, piena di bocche da sfamare, la seconda e la terza orientano la loro agricoltura ed economica a produzioni sia a più alta intensità di lavoro, sia a maggiore valore unitario come il vino, olio, seta, zucchero, tessili, i formaggio, il tonno, il bestiame e manufatti artigianali.

I loro ricavi, tenendo conto delle oscillazioni del mercato, superano dalle quattro alle sei volte quelli legati all’esportazione dei cereali: questa ristrutturazione e differenziazione economica, che prevede la coesistenza di un nucleo di lavoratori specializzati, a cui periodicamente, come durante i periodi della raccolta, si aggiunge una quota parte di manodopera stagionale, meno professionalizzata e pagata, si sposava più a un modello tradizionale, risalente alla tarda antichità, strutturato sulla triade latifondo, colono e bracciante, che sull’adozione massiva della schiavitù.

Con il tempo, questo processo si accentua ancora di più, prima con il boom della produzione vinicola, poi a quella degli agrumi: la crescita di quest’ultima produzione è legata al blocco continentale e all’occupazione inglese della Sicilia, in relazione alle esigenze di approvvigionamento della flotta e delle truppe di Sua Maestà. Ma il primo boom va registrato negli anni 1830 quando dal porto di Messina vengono spedite 373 648 casse di agrumi: un aumento di dieci volte rispetto alle 38 500 casse che nel 1776 erano partite dalla stessa città peloritana.

Il che da una parte fece aumentare esponenzialmente il valore degli agrumeti, Sonnino, nel 1876, ne stimava attorno alle 2500 lire per ettaro, contro una media siciliana di 40-41 lire, superando di dieci volte il vigneto e di cinquanta volte il seminativo asciutto. Dall’altra fece diffondere tale tipo di coltivazione anche nel resto del Sud Italia.

Coltivazione che però, orientandosi verso aziende agricole di medie dimensioni, in cui vi era un utilizzo intensivo di manodopera solo nella fase di raccolta, mise parzialmente in crisi il modello procedente, favorendo al massimo la stagionalizzazione della mano d’opera agricola.

Processo che si è accentuato ulteriormente nel Novecento: i processi di industrializzazione e terziarizzazione dell’economia italiana, insieme all’impetuosa meccanizzazione della produzione agricola, hanno progressivamente portato a una drastica riduzione del numero dei lavoratori impiegati nel settore agricolo negli ultimi 60 anni.

Questa costante diminuzione è stata accompagnata da un processo di sostituzione e rimpiazzo. Negli anni Sessanta, la migrazione interna ha interessato migliaia di lavoratori che “accettavano condizioni inferiori rispetto alla manodopera di pianura, più sindacalizzata” (Senato della Repubblica 1995, p. 3).

Successivamente – con l’emigrazione di massa degli uomini dalle aree rurali – si è verificato un passaggio significativo verso una più marcata femminilizzazione del lavoro agricolo bracciantile; invece, a partire dagli anni Novanta, la domanda di lavoro agricolo stagionale è stata soddisfatta principalmente da lavoratori stranieri.

Un ricambio della forza lavoro è stato dettato anche dalla convenienza socio-economica per gli imprenditori a reclutare manodopera più accondiscendente e di conseguenza maggiormente sfruttabile per tenere bassi i salari.

Esigenza dovuta al progressivo rafforzamento dell’oligopolio della grande distribuzione, i principali compratori della produzione agricola del Sud Italia, che ha imposto prezzi artificiosamente bassi. Per mantenere una redditività, non essendo comprimibili i capex, i costi infrastrutturali, hanno cercato in ogni modo di ridurre all’osso gli opex, i costi operativi.

Ciò da una parte, come nel Quattrocento ha provocato l’intensivizzazione dell’agricoltura meridionale e la riorganizzazione monocolturale della sua produzione per soddisfare le richieste massive di frutta e verdura, dall’altra, per la necessità di reperire un numero significativo di lavoratori esclusivamente per il breve periodo di raccolta della frutta e della verdura, ha fatto nascere una sorta di moderna versione dell’economia schiavista, caratterizzata da un mercato del lavoro agricolo progressivamente stratificato, con i lavoratori migranti impiegati nelle mansioni più pesanti e meno qualificate, dalla precarietà, dalla mobilità just-in-time, (peer “inseguire” le varie raccolte), dai rapporti di lavoro asimmetrici e non tutelati…

Riconoscimenti

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Bazzicando Linkedin, spesso mi capita di leggere post e articoli dai titoli roboanti, che si vantano di progetti e successi professionali strabilianti.

Incuriosito, anche perchè non si finisce mai di imparare, corro a leggerli, per poi scoprire che in fondo, come direbbe il buon Totò, non si tratta nulla più di

Bazzecole, quisquilie, pinzellacchere

rispetto a tante cose che io e i tanti professionisti con cui ho la fortuna di collaborare, ci troviamo ad affrontare ogni giorno. La conclusione è che, pensando più ai fatti che alle chiacchiere, spesso e volentieri non sappiamo vendere né le nostre competenze, né le nostre esperienze.

Per dare la giusta visibilità al loro lavoro e al loro impegno, ogni tanto racconto i loro successi; l’ultimo di questi è stato ottenuto oggi: una delle eccellenze europee nel manufacturing, ha emesso una gara di servizi professionali di consulenza e di progettazione della nuova soluzione di disaster recovery.

Gara in cui erano richiesti:

  • L’Assessment di dettaglio dell’attuale piattaforma di produzione
  • La Risk Analysis
  • La Business Impact Analysis
  • La Progettazione di massima, per proporre diverse alternative tecniche al cliente
  • La Swot Analysis, per supportare il suo processo di decisionale
  • La Progettazione di dettaglio, per dimensionare e dettagliare la sua scelta
  • La stesura del Disaster Recovery Plan

Gara a cui concorrevano importanti player in ambito Telco, System Integration e Consulting: eppure il cliente ha riconosciuto la competenza nel Disaster Recovery, nel Software Defined Data Center e nel Multi Cloud di professionisti, che magari non indosseranno il gessato e le cravatta di marca, che avranno un pessimo rapporto con le slide, ma quando si tratta di progettare e realizzare, non sono secondi a nessuno.

La badia di San Bartolomeo a Carpineto della Nora

La badia di San Bartolomeo a Carpineto della Nora sorge su un dosso roccioso e contro uno spettacolare anfiteatro di montagne, dominato dal monte Pietrarossa, alle pendici orientali del Gran Sasso. Appartiene all’antico ed importante complesso abbaziale fondato nel 962 da Bernardo, figlio di Linduno, conte di Penne, riedificato nel sec. XII e nuovamente nel XIII. Il monastero avrebbe ospitato in origine una congregazione benedettina, ricevendo dall’arcivescovo di Benevento un presunto braccio di San Bartolomeo; fiorì rapidamente e si sviluppò in prestigio e possedimenti, come ampiamente testimoniato dal Chronicon del monaco Alessandro, che ne racconta la storia dalle origini al 1193.

Il quale, come accennato parlando di San Clemente a Casauria, è uno testimoni delle bizzarre vicende di Ugo Malmozzetto, capitano al servizio dei normanni: per farla breve, nel 1066 il nipote del fondatore, che per ironia si chiamava anche lui Berardo o Bernardo, occupò l’Abbazia, i suoi edifici di servizio, i suoi campi e distrusse completamente le aree del Monastero occupate dai Monaci, costringendoli alla fuga e lasciando come unico custode religioso del luogo il fratello Sansone, che si era precedentemente fatto Monaco. Il tutto per impadronirsi delle ricche rendite.

Del caos scatenato, ne approfittò il Malmozzetto, che destituì Berardo dalla Contea di Penne, prendendone il posto, e liberando l’Abbazia di San Bartolomeo dalla sua tirannia: interessante notare come lo stesso avventuriero, trattato come un Anticristo nel Chronicon di San Clemente, in quello di San Bartolome è visto come un paladino e un difensore della fede.

A valle di tutto questo caos, il complesso fu ricostruito, ospitando anche un importante scriptorium: Nnl 1258 i diritti feudali dell’Abbazia di San Bartolomeo furono però ceduti al vicino complesso di Santa Maria di Civitella Casanova. L’Abbazia di Carpineto divenne così dipendente da un altro monastero adottando la regola cistercense. Dal XIV secolo iniziò un periodo di decadenza. Dopo l’abbandono da parte dei monaci, le strutture architettoniche furono profondamente compromesse e del complesso rimase soltanto la chiesa che lascia ancora oggi intendere quale dovesse essere la grandiosità della Badia nel Medioevo.

Suggestiva è la sua facciata, animata da un portico dalla fitta cortina di pietre, aperto da due piccoli fornici leggermente arcuati disposti in maniera asimmetrica. Accanto si erge un torrione che per la massiccia mole sembra un’opera di difesa piuttosto che una torre campanaria; inoltre un elegante campanile a vento è impostato sul tetto in corrispondenza dell’arco di trionfo della navata centrale.

Ciò che impressiona di più, però, è il portale, nulla di più di una larga cornice che inquadra il portone, animata però una vivacissima e originale decorazione scultorea, i cui autori, purtroppo anonimi, si ispirano alle analoghi rilievi di San Pelino a Corfinio e degli architravi del pulpito di Santa Maria a Bominaco.

In tutti e tre i casi, la decorazione è basata sul tralcio di una vite, che nasce da un fascio di foglie di acanto e da una capretta che si contorce a brucare la foglia mentre allatta un cucciolo, le cui volute costituiscono un appoggio per figure di animali e mostri tratte dai bestiari.

La differenza tra San Bartolomeo e le opere precedenti è proprio in queste figure, che si dispiegano si dispiegano tra le volute in pose estremamente dinamiche, in una sorta di furor, come se volessero liberarsi dalla prigionia della pietra.

Gli artisti, poi, si impegnano a reinterpretare in chiave espressionistica movenze e gesti tratti dall’osservazione del Reale, piuttosto che dalle convenzioni simboliche che dominavano la scultura dell’epoca. Il che implicherebbe una conoscenza diretta e precisa della scultura gotica francese dell’epoca

I rilievi sono datati alla fine del XII secolo; il 1193, anno con cui si ferma la cronaca redatta dal monaco Alessandro, nella quale non si trova alcun riferimento ai lavori di facciata, può esser considerato il termine post quem. L’impianto della chiesa riproduce lo schema basilicale adottato in San Clemente a Casauria, dal quale si discosta nel capocroce per l’utilizzo di un linguaggio architettonico di più chiara derivazione gotico-borgognona.

La chiesa presenta un impianto a sala, ossia le tre navate, divise da tre archi a tutto sesto ricadenti su pilastri rettangolari, hanno pari altezza: si tratta di una tipologia diffusa prevalentemente oltralpe, che pure trova in Abruzzo diverse utilizzazioni. Tre archi a sesto acuto separano lo spazio dell’aula longitudinale dal presbiterio rialzato, composto dal transetto sporgente, dal coro rettangolare e dalla cripta tripartita da tozzi pilastri quadrangolari. Il transetto, diviso in tre campate rettangolari, è coperto da volte a crociera costolonata ricadenti su pilastri polistili ed è illuminato nelle testate da due rosoni, uguali in forme e dimensioni al rosone che apre nel capocroce. Se la struttura dell’aula può essere assegnata al XII secolo, la zona presbiteriale, così aperta al linguaggio borgognone, è datata a ragione dagli studiosi al primo Duecento.

a decorazione plastica delle cimase e dei capitelli rimanda al repertorio figurativo utilizzato in San Clemente a Casauria, sia nello stile che nelle forme (palmette, tralci, volute); allo stesso modo la mostra dell’arco trionfale propone il motivo a bastone spezzato già adoperato nel portico di Casauria, aggiungendo ai lati due grandi fiori a rilievo. Le monofore del presbiterio sono ornate da esili colonnine tortili interrotte al centro da un anello che in alcune segna lo sviluppo inverso della spirale; gli archivolti sono decorati da stelline, fiori, torciglioni e palmette e terminano su lunghi capitelli ad alberello centrale. Sono datate al X secolo le quattro colonnine (cinque fino al primo dopoguerra) che sorreggono la mensa d’altare, dai bei capitelli a stampella ornati da figure animali.

I Qanat di Palermo

Come Roma, esistono due Palermo: la prima è quella che abbiamo davanti agli occhi, in cui passeggiamo ogni giorno. La seconda, è una città nascosta, piena non dico di misteri, ma almeno di sorprese, che si sviluppa sotto i nostri piedi.

Una città costituita da cripte, catacombe, pozzi, cisterne, silos, camminamenti, cave in galleria e tante altre architetture sotterranee, che mostrano lo stretto rapporto simbiotico tra i suoi abitanti e il mondo ctonio.

Tra i luoghi più interessanti di questo mondo parallelo, vi sono i qanat, la cui origine ai tempi degli arabi e dei normanni, canali che, seguendo le particolari conformazioni del terreno e la morfologia friabile della roccia, vennero costruiti per portare acqua in superficie, svolgendo un ruolo più ampio di quello degli acquedotti romani, che si limitavano solo al trasporto dell’acqua e non a captare ed emungere le falde idriche. Questa tecnica, di origine persiana, veniva eseguita da particolari professionisti, chiamati muqanni.

La loro introduzione è legata ai mutamenti economici e sociali dovuti alla conquista araba: la Palermo bizantina era una cittadina che neppure arrivava a 30.000 abitanti, Balarm, in tempi alquanto ristretti, arrivò a dieci volte tanto.

Per cui, sorse il problema di come nutrire e dissetare questa marea di gente: per prima cosa, fu deciso di sfruttare l’acqua dei fiumi locali per un’agricoltura di tipo intensivo.

Quella linguaccia di Ibn Hawqal, che aveva un pessimo giudizio sugli arabi di Sicilia, tanto da scrivere

la conseguenza dell’abitudine di mangiare cipolle, è che in questa città, non si trovano più persone intelligenti, né abili, né competenti in un ramo qualsiasi delle scienze, né animati da sentimenti nobili e religiosi; anche la maggior parte della popolazione ha dei bassi istinti. Per la maggior parte sono della gente vile e senza valore, senza intendimento e senza una pietà reale. Sono per la maggior parte dei Barqajana e dei libertini che si aggrappano a un popolo che ha conquisto il paese ed è morto

ce ne ha dato però una descrizione abbastanza precisa. Il mercante di Baghdad ci parla infatti di piantagioni di maqathin ossia zucche e cocomeri che dovevano essere coltivati con l’aiuto dell’irrigazione. E soprattutto la cipolla, di cipolla, di cui secondo me era ossessionato:

“Non c’è persona, quale che sia la classe sociale, che non le mangi durante tutta la giornata, non c’è casa dove si consumino mattina e sera”

Da altre fonti, sappiamo anche della presenza di nuove specie introdotte dagli arabi: gli spinaci (che per la prima volta sono citati in Andalusia verso la fine del XI secolo), i carciofi (noti in Africa nel XIII secolo), e le melanzane che dall’India giungono in Egitto, in Tunisia e quindi, nel X secolo, si ritrovano in Spagna e in Sicilia.

Inoltre, nelle zone umide della città si coltivavano anche il riso ed il lino, per fornire la materia prima ai laboratori di Tiraz, che costituivano una delle basi dell’economia locale. Nel IX secolo viaggiatori arabi raccontano che in Sicilia c’era un fiorente artigianato tessile, teso a produrre tessuti pregiati impreziositi con ricami d’oro e di perle: i cui laboratori si trovavano a la Kalesa, la nostra Kalsa.

Il cotone e la canapa, sempre tessuti nei Tiraz, secondo quanto racconta Yaqut, citato da M. Amari nella sua Biblioteca arabo–sicula, erano coltivati nei pressi dell’odierna San Giuseppe Jato. Lo stesso valeva per le piante coloranti, come l’indaco (azzurro), il cartamo (giallo), l’hennè (rosso – bruno) che nel XII secolo risulterà coltivato nel territorio di Partinico, il guado (blu), le foglie del mirto, utilizzate per la concia delle pelli, e il gelso utilizzato per l’allevamento del baco e quindi per la produzione della seta, anche la maggior parte di questa veniva importata da Rhegion e dalla Calabria bizantina.

Non mancavano il sesamo, il cimino, per dirla alla palermitana, che ancora oggi serve ad aromatizzare il pane, il carrubo, la manna di frassino e una malva, che serviva come pianta medicinale e che Ibn al Awwam racconta essere esportata in enormi quantità in Al-Andalus.

Venivano poi coltivate, sfruttando a pieno l’optimum climatico medievale, la palma da dattero, il banano, l’arancio amaro, il limone, la limoncella (lumia) e tanti, tanti vigneti. Il vino di Balarm era esportato in tutto l’Impero Bizantino e nel Nord Italia, e cosa che farebbe inorridire parecchi imam attuali, bevuto in abbondanza dai musulmani locali, che, mantenendo la tradizione greco romana, lo aromatizzavano con resina, senape e miele.

Il vino tra l’altro, assieme alle rose e al gelsomino, è alla base di un genere poetico, la rawdiya, che canterà l’amore per le piante e la bellezza dei giardini arabi della Sicilia ed uno dei tanti padri misconosciuti della poesia italiana

Di particolare importanza, poi, era la coltivazione del papiro, che tramite la mediazione di mercanti amalfitani e napoletani era acquistato soprattutto dalla cancelleria pontificia nel Patriarchio Lateranense, e della canna da zucchero, che il solito Ibn Hawqal chiama qasab farisi, canna di Persia, e che sino al Quattrocento fu una della basi dell’economia locale, la cui lavorazione, però, assorbiva quantità enormi di acqua.

Per cui, i fiumi palermitani venivano utilizzati essenzialmente per l’irrigazione: per cui, per la fornitura idrica, dovevano essere adottate altre soluzioni, a cominciare dalle sorgenti cittadine, documentate per la prima volta nei testi scritti arabi del X secolo, come Al-Muqaddasi (palestinese) e in alcuni bios dei santi calabro bizantini.

Ovviamente, queste sorgenti sono per la maggior parte disseccate: di molte, però ne rimane la memoria e l’etimo: Ayn Rutah (Averinga) in via Albina, Ayn Rom (la sorgente dei Cristiani) in piazza Sant’ Onofrio, Ayn as Shifa (la sorgente della Salute) in via Venezia. Tra le poche sopravvissute vi sono la sorgente di Ambleri (Ayn Inbileri) a Villagrazia, Nixa-Gabriele (Ayn Isa) alla Riserva Reale di Mezzomonreale, che tra l’altro merita una visita, Favara “la piccola” (Fawara al-Saghira) di Acqua dei Corsari e Baida “la bianca” (Ayn al-Bayda).

Queste, però, non bastavano alle esigenze di una città tentacolare: sempre secondo Ibn Hawqal

“la popolazione si disseta con l’acqua di pozzi posti all’interno delle loro case”

che sono stati ritrovati a centinaia all’interno delle mura della città antica e del centro storico Cinquecentesco, dentro ogni casa terrana, nei cortili, nelle diffuse xirba (piccoli giardini interclusi tra le abitazioni), dentro le chiese e monasteri, e in tutta la pianura, dalla costa fino alle pendici dei monti

Pratica che risale all’epoca fenicia è che stata favorita dalla stratigrafia locale, caratterizzata dalla presenza di una falda freatica a piccola profondità (5÷20m dal suolo) contenuta nelle calcareniti pleistoceniche del “terrazzo” che forma l’ossatura della piana di Palermo e dalla facilità di scavo di una roccia abbastanza tenera.

Anche questi si mostrarono inadeguati, per cui furono introdotti i nostri qanat, che emergono dal sottosuolo grazie alla loro pendenza minore di quella del piano stradale, creando, allo sbocco, una sorta sorgente artificiali. I qanat grazie al loro funzionamento poco invasivo nei confronti delle falde idriche erano opere di basso impatto ambientale, che rispettavano gli equilibri naturali degli acquiferi, essendo il loro regime idraulico caratterizzato da portate variabili, proprio in relazione al ciclo stagionale ed alla piovosità locale, con minimi nel periodo estivo. Ciclo, che ricordiamolo, nell’optimum medievale era diverso dall’attuale: la maggior temperatura, che favoriva l’evaporazione del Mediterraneo, causava una piovosità più frequente e intensa dell’attuale.

I qanat venivano realizzati definendo il punto di origine (dove si intercettava la falda o la sorgente) e quello di arrivo, dove si voleva condurre l’acqua. Lungo la traiettoria che univa questi due punti, venivano scavati, a distanza più o meno costante, dei pozzi utilizzati per la lavorazione e la ventilazione (pozzi seriali o discenderie).

Lo scavo in orizzontale, a partire dalle discenderie, veniva praticato, nelle due direzioni opposte.Dove la calcarenite non omogenea lasciava spazio a formazioni rocciose più dure, compatte e difficilmente scavabili, il cunicolo era realizzato nelle dimensioni minime e indispensabili al passaggio, pertanto veniva ristretto o diminuito in altezza.

Quando la falda si abbassava, veniva approfondita la base del cunicolo stesso realizzando il livello inferiore, collegato a quello superiore con un salto di quota. Nella Conca d’Oro grandi bacini d’acqua detti gebbie (dall’arabo gabyia, vasca irrigua), di forma quadrata, di cui l’ultima superstite si trova nell’antico fondo della chiusa di San Leonardo e Vignicella (attuale Ospedale Psichiatrico di via Pindemonte), erano posti allo sbocco dei qanat.

Questi erano caratterizzati da gallerie sotterranee a debole pendenza che potevano raggiungere lunghezze fino a 2 Km e la loro massima densità si trova a Ovest della città nelle zone di Mezzomonreale, Villa Tasca e Cuba, dove si trovano i sistemi di più antica datazione.

Attualmente, da quello che so io, ne sono visitabili tre: quello dell’Uscibene, adiacente al castello, il Gesuitico Basso e il Gesuitico Alto, che come dice il nome, nei secoli furono manutenuti e ampliati dall’ordine di Sant’Ignazio di Loyola

Il Gesuitico Basso, scomodo da visitare, fu scoperto nel 1979 durante gli scavi per la costruzione di un palazzo, è situato all’interno del suddetto Ospedale Psichiatrico e come accennavo prima, alimenta l’ultima gebbia ancora esistente.

Per potervi accedere è necessario scendere fino a circa 14 metri di profondità; la larghezza media è attorno agli 80 cm mentre l’altezza va da un minimo di 1 metro e 50 cm fino a qualche metro; la profondità massima si aggira sui 150 cm.

Più noto al grande pubblico è il Gesuitico Alto, che si sviluppa nel sottosuolo del quartiere di Altarello e, in particolare, al di sotto di casa Micciulla, nella via nave e nei territori agricoli circostanti.

Lungo tutto il cunicolo, alto generalmente 1,55 metri e largo 0,60-0,80 metri, si aprono sulla volta, a distanze variabili tra i 20 e i 50 metri, pozzi seriali che consentivano l’accesso al cunicolo per evacuare il materiale estratto e per ventilare l’ipogeo. La pendenza di tali cunicoli varia tra il 4 e il 6 per mille, in tale maniera si evitava l’instaurarsi di fenomeni erosivi.

Il Qanat Gesuitico Alto ha un cunicolo con uno sviluppo percorribile di circa 1100 metri; è un sistema ancora attivo con portata variabile tra 10 litri al secondo in periodo estivo e di oltre 40 litri al secondo nel periodo invernale. La prima notizia bibliografica dei Qanat risale al 1722 ma le opere cunicolari del Gesuitico Alto sono molo antiche, come dimostrano alcuni rinvenimenti archeologici del XII-XIII secolo e i quattro livelli di cunicoli che compongono il sistema di captazione.

I cunicoli del Gesuitico Alto presentano interessanti ed innovative soluzioni finalizzate ad una migliore captazione delle acqua di falda. I cunicoli più antichi, oggi non più percorsi dalle acque, sono scavati a 8 metri di profondità dal piano di campagna, mentre quelli più recenti si sviluppano a 16 metri di profondità, e risultano scavati non nelle calcarenite ma nella quarzarenite del Flysch numidico (strati di argilla di composizione variabile).

Numerose sono le sorgenti presenti lungo le pareti dei cunicoli che contribuiscono ad alimentare la portata del Qanat…

L’eredità di Karl Haushofer

Karl_Haushofer,_circa_1920

E’ difficile descrivere la figura di Karl Haushofer: nato nel 1869 a Monaco di Baviera da una famiglia di studiosi e di artisti, decise di interrompere la tradizione famigliare, dedicandosi alla carriera militare.

Ma a quanto pare, Karl se la cavava più come professore che come soldato: nel 1903 fu spedito a insegnare nell’accademia militare bavarese, e se la cavò così bene, che nel fu mandato in missione nel 1908 a Tokio, sia per studiare l’esercito giapponese, sia per consigliarlo come istruttore di artiglieria, cosa che gli cambiò la vita, donandogli un infinito amore per l’Estremo Oriente e la sua cultura, tanto da fargli studiare a più di quarant’anni coreano, mandarino, cantonese e giapponese.

Appassionato della filosofia di Arthur Schopenhauer, ovviamente in Oriente cominciò prima a studiare, poi a tradurre testi indù e buddisti, sviluppando un’inaspettata passione per l’esoterismo.

Nel rientrare in Germania, Haushofer percorse la Transiberiana, potendo così rendersi conto degli immensi spazi eurasiatici. Nel periodo 1911-1913 lavorò per il dottorato in filosofia dell’università di Monaco con la tesi Dai Nihon, Betrachtungen über Groß-Japans Wehrkraft, Weltstellung und Zukunft. Nel 1913 diede alle stampe un’opera di notevole successo, in cui raccontava le sue esperienze orientali: Dai Nihon (“Il Grande Giappone”).

Nell’aprile del 1913 cominciò a seguire i corsi di geografia (di cui avrebbe conseguito poi il dottorato) presso l’Università di Monaco. Durante la Prima guerra mondiale, chiamato alle armi, combatté in Lorena, Piccardia, Galizia, Alsazia, Champagne, Carpazi ed infine ancora in Alsazia. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale l’autore intraprese lo studio delle opere di Kjellen, Ratzel e Mackinder, diventando appassionato di geopolitica, sviluppando una riflessione sempre incentrata sul difficile rapporto tra potenze marittima e terrestri.

Da buon tedesco conservatore, fu traumatizzato dalla sconfitta e dal trattato di Versailles, sviluppò una profonda antipatia per le nazioni anglosassoni, accusati, con il loro egoismi, di tarpare le ali, “tre grandi popoli del futuro” ossia Tedeschi, Russi e Giapponesi.

Come in campo militare la guerra, attraverso la massificazione e la brutalizzazione della morte, aveva tolto dignità umana al nemico, così il patto di Versailles, seppur nel nome della pace, aveva umiliato le popolazioni sconfitte; tant’è che si configurò più che altro come una punizione nei confronti dei paesi sconfitti negando ogni possibilità di ricostruzione sana, soprattutto nel settore dell’economia, lasciando al contrario un’ipoteca di morte e distruzione sull’Europa.

Karl, nel definire il trattato di Versailles, parlò di

“cancellazione della Germania come soggetto politico della storia”.

Fu qualcosa di ben peggiore. Gli Stati Uniti non ratificarono mai il trattato poiché erano in cerca di nuovi mercati e dunque nutrivano un forte interesse affinché si verificasse una rinascita economica in Europa. E il pagamento dei debiti di guerra fu uno dei punti fondamentali per agevolare tale ripresa. Così, con un’operazione analoga a quello che sarà il piano Marshall, vennero elargiti prestiti alla Germania che in gran parte li utilizzò per pagare le sanzioni a Francia e Gran Bretagna, a loro volta indebitate con gli Americani.

Questa partita di giro, creò un circolo vizioso, che rese l’economia tedesca un’appendice di quella americana: così il crollo di Wall Street, diede origine a quell’effetto valanga, che prima portò all’ascesa di Hitler, poi allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Nel frattempo, come ogni intellettuale tedesco dell’epoca Karl fondò la sua società segreta esoterica, come fuga dalla realtà che pareva sempre più complessa, incomprensibile e disumanizzante. Fu così tra i primi membri della Vril, che come dire, aveva delle idee alquanto bizzarre, che non sfigurerebbero in un mio romanzo di fantascienza… Ecco come la descrive un’esperta del tema

La Società Vril o Loggia Luminosa fu fondata in Germania nel 1921 come “Società Pangermanica di Metafisica” per esplorare le origini della razza ariana. Fu costituita inizialmente da un gruppo di donne medium psichiche dirette dalla croata Maria Orsic, già medium della Thule Gesellschaft, che sosteneva di aver ricevuto delle comunicazioni da alieni Ariani viventi su Alpha Tauri, nel sistema di Aldebaran. Secondo la Orsic questi alieni avevano visitato la Terra e si erano insediati in Sumeria e la parola Vril deriva dall’antica parola Sumera vri-il: simile a dio. Una seconda medium del gruppo fu conosciuta solo come Sigrun, una delle nove figlie di Wotan. La Società Vril combinava gli ideali politici dell’Ordine degli Illuminati di Baviera con il misticismo Hindù, la Teosofia di Madame Blavatsky e la Cabala Ebraica. Fu il primo gruppo nazionalista Germanico ad usare il simbolo della swastika come un emblema di collegamento tra l’occultismo Orientale e quello Occidentale. La Società Vril presentava l’idea di un matriarcato sotterraneo, un’utopia socialista governata da esseri superiori che avevano padronanza sulla misteriosa energia chiamata Forza Vril. Questa società segreta fu fondata sulla novella di Bulver Lytton “The Coming Race” (La razza ventura), del 1871. Il libro descrive una razza di uomini psichicamente molto più avanzata della nostra, da essere quasi simili a dei. Per il momento sono nascosti e vivono in caverne, tunnel e grandi cavità al centro della Terra. Presto emergeranno per regnare su di noi. Mentre compivano le ricerche per “Il Mattino dei Maghi”, Jacques Bergier e Louis Pauwels ottennero la dichiarazione riportata sopra da uno dei più grandi esperti missilistici del mondo, il Dr.Willy Ley, che lasciò la Germana nel 1933. Il Dr. Ley disse che i membri della Società Vril credevano di possedere una conoscenza segreta che li avrebbe resi in grado di mutare la loro razza e li avrebbe resi simili agli uomini nascosti nelle viscere della Terra.

Che cosa ci azzeccasse Karl tutta questa paccottiglia, è difficile a dirsi: probabilmente rafforzò la sua convinzione che lo Stato costituisse il legame tra Territorio e Popolo, custode vivente di una Tradizione sempre viva, perenne nel suo continuo mutare.

Nel 1919, accettò s’iscrisse nuovamente all’università e, presentando una tesi sui mari interni del Giappone, nel 1919 è nominato professore di geografia all’Istituto di Geopolitica presso l’Università Ludwig-Maximilians di Monaco, dove conobbe un eccentrico allievo di nome Rudolf Hess, di cui divenne grande amico.

Hess avvicinò Karl al nazismo: tuttavia, più che diventare intimo di Hitler, Haushofer si avvicinò alla sinistra del NSPD, in particolare a Gregor Strasser, che fu poi eliminato nella Notte dei Lunghi Coltelli: cosa accomunasse uno studioso borghese e conservatore a un tizio che sosteneva la necessità di uno “slittamento a sinistra” del partito nazista, l’adozione di formule organizzative sul modello dei soviet, a necessità di collaborare con i marxisti per una svolta anticapitalistica, la nazionalizzazione delle fabbriche e l’esproprio dei latifondi, è poco comprensibile.

In ogni caso, Karl, per il suo legame con il possibile delfino di Hitler, fu organico al sistema, ottenendo i fondi per la pubblicazione della sua rivista, ricevendo riconoscimenti ufficiali e cariche istituzionali, come ad esempio la presidenza dell’Accademia tedesca nel 1934, oppure vari incarichi direttivi presso il Parlamento volksdcutsche (dei tedeschi all’estero), e il Volksbund für das Deutschtum im Ausland (la Lega per la difesa del Germanesimo all’Estero).

Haushofer non vide di buon occhio la nuova guerra mondiale, in particolare l’invasione dell’Unione Sovietica. Inoltre, quando nel 1941 Rudolf Hess s’involò per l’Inghilterra, rimase privo di protettori altolocati e la moglie rischiò di venire perseguitata dalle Leggi di Norimberga, essendo di origine parzialmente ebraica. In seguito al fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944, suo figlio Albrecht, diplomatico di carriera e membro della congiura, fu arrestato nel dicembre 1944 e internato in una prigione di Moabit, a Berlino; l’intera famiglia finì nel mirino della Gestapo. Haushofer venne deportato a Dachau. Albrecht non vide la fine della guerra, poiché fu giustiziato dalle SS il 23 aprile, pochi giorni prima che l’Armata Rossa irrompesse nelle strade della capitale.

Terminato il conflitto, Karl Haushofer fu interrogato dagli ufficiali statunitensi, tra cui il professore Edmund A. Walsh, per determinare se bisognasse processarlo a Norimberga per crimini di guerra; nonostante Walsh l’avesse scagionato dalle accuse, il 21 novembre 1945 un decreto delle autorità d’occupazione statunitensi gli revocò il titolo di professore onorario ed il diritto alla pensione. Disperati e ridotti alla miseria, la notte tra il 12 e il 13 marzo 1946, Martha e Karl Haushofer si suicidarono ingerendo dell’arsenico.

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Ma quale era il pensiero di Karl? Come detto, la sua riflessione parte dall’idea che le potenze marittime esistenti siano come custodi dello status quo e non permettano l’emancipazione dei popoli, non solo attraverso il colonialismo inglese e francese, ma anche tramite l’ideologia del Presidente statunitense Wilson, che comprometteva seriamente ogni ipotesi di cambio, persino interno ed istituzionale, “il diritto classico dei popoli”, come affermava Carl Schmitt.

Per rompere questo blocco, proponeva di ristrutturare il mondo in grandi aree di integrazione politica geograficamente estese nel senso dei meridiani, le cosiddette panregioni, in grado di superare i limiti degli Stati nazionali e costituire più ampi ed efficaci ambiti di azione politica, economica, sociale. Le panregioni teorizzate da Haushofer erano quattro: la Pan-Europa, che oltre all’Europa comprende anche l’Africa e il Vicino Oriente ed ha al proprio interno un sistema mediterraneo guidato dall’Italia; la Pan-America, dal Canada allo Stretto di Magellano; la Pan-Russia, estesa verso sud fino a comprendere il subcontinente indiano; la Pan-Pacifica, comprendente la Cina, l’Indonesia e l’Australia.

Ora, se gli Stati Uniti potevano sfruttare un proprio lebensraum, inteso come spazio economico e culturale, nella Pan-America, costituite dalle nazioni dell’America Latina, diversa era la condizione della Pan-Russia, che nonostante le sua estensione, non poteva esprimere tutto il suo potenziale per il dominio inglese dell’India, dalla Pan-Europa e della Pan-Pacifica, i cui potenziali leader, Germania e Giappone, erano soffocati dall’assenza di risorse, causate dal loro ridotto spazio vitale.

Per cui, entrambe dovevano mirare alla creazione di un ecosistema politico ed economico, di cui sarebbero state il fulcro, con cui coagulare progressivamente la struttura della panregione. Visione che, a differenza di quella hitleriana, anteponeva la diplomazia alla violenza, sotto certi aspetti Karl fu l’ispiratore degli accordi di clearing commerciale, e che propendeva a un accordo organico con Urss, Italia e Giappone.

Per questo e per il fatto che Hess fosse progressivamente emarginato dal regime, ridusse progressivamente l’influenza di Karl nella politica estera tedesca, tanto che da fargli dichiarare, durante gli interrogatori americani

Nel Terzo Reich non esisteva alcun organo ufficiale che si occupasse delle dottrine geopolitiche o le approfondisse, cosicché il partito faceva uso di slogan mal digeriti desunti da quelle dottrine, senza però capirli. Solo Rudolf Hess e il ministro degli Esteri Constantin von Neurath (il primo dai tempi in cui fu mio allievo, prima che esistesse il partito nazionalsocialista) avevano una certa comprensione della geopolitica, senza però poterla imporre.

Paradossalmente, fu il Giappone a interpretare nel concreto la geopolitica di Karl, con l’occupazione della Manciuria, poiché, privo di estese aree agricole, aveva la necessità di acquisire terre coltivabili, con il controllo delle coste cinesi in modo da controllare il commercio del petrolio, materia prima essenziale per lo sviluppo dell’industria nipponica e con la proposta della creazione dalla Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale.

E forse, la politica tedesca negli ultimi venti anni, con il tentativo di subordinare l’Unione Europea ai suoi interessi economici è ispirata, in maniera implicita o esplicita, alle visione di Karl; così i populismi, in fondo, nascono anche dalla reazione viscerale ai costi sociali della realizzazione concreta dei sogni della geopolitica.