Saturno contro

Anelli

La piccola riflessione sull’applicazione del teorema di Bayes all’analisi della probabilità della vita extraterrestre ha scatenato una ridda di discussioni che, ridotte all’osso, sono riconducibili a due principali temi: il primo è sul rapporto tra p(a), probabilità che esista vita nell’Universo e pt(a), probabilità che esista una civiltà tecnologica.

Ora, benché qualcuno, partendo dall’Equazione di Drake, la formula matematica che dovrebbe stimare il numero di civiltà extraterrestri esistenti in grado di comunicare nella nostra galassia. si è mostrato  particolarmente ottimista su pt(a), in realtà l’unica cosa che possiamo affermare è il diverso valore delle due probabilità.

Se ipotizziamo che una civiltà possa nascere solo da un’intelligenza di tipo biologico, è immediato come pt(a) sia molto minore di p(a); il problema è che non abbiamo la più pallida idea di quale sia l’ordine  di grandezza del loro rapporto.

Butto un numero a caso: se p(a) fosse pari all’1% , pt(a) sarà 1.000, 1.000.000, 1.000.000.000 di volte più piccola ? Se dovessimo basarsi sulla nostra esperienza empirica, dovremmo considerare pt(a) come  infinitesimale, ma a priori, nulla ci autorizza a pensare che quanto osserviamo nella nostra stessa porzione di universo, valga anche per il resto. Il ragionamento si complica ulteriormente se, e da
scrittore di fantascienza non me la sento di escluderlo a priori, ipotizziamo che una civiltà possa nascere anche da Intelligenze Artificiali.

In tale caso, la loro correlazione, ossia la tendenza che hanno la probabilità di vita aliena e la probabilità di civiltà extraterrestre a variare insieme, data la presenza di elementi non biologici, potrebbe diminuire.

Il secondo punto, è relativo alla distribuzione spaziale e temporale di p(a): sulla prima, dati i ragionamenti sulla Zona Abitabile nei sistemi stellari, la legge dei grandi numeri e il teorema del limite centrale, possiamo ragionevolmente ipotizzare come sia di tipo gaussiano. Il problema vero, su cui non possiamo dire nulla, è stimare il valore della sua varianza. Il definire a priori il fatto che sia ristretta, simile a un impulso, ossia ipotizzando che la vita sia presente solo sulla Terra o larga, ossia che la vita, qualunque forma abbia assunto, dal batterio all’omino verde, sia abbastanza comune nell’universo, è attualmente non possibile e si può dimostrare sempre applicando il teorema di Bayes: chi lo fa, infatti, da voce, in maniera più o meno consapevole a considerazioni teologiche e filosofiche, piuttosto che scientifiche.

La varianza stretta è l’ennesima riproposizione dell’idea che l’Uomo sia un’eccezione, degna di merito e meritevole di centralità, nell’Universo. La varianza larga, invece, presuppone l’assunzione dell’uniformità della Natura, cosa che lascerebbe perplesso il buon Hume.

Allo stesso tempo, ignoriamo come p(a) vari nel tempo, in funzione del mutare dell’Universo, idea che, sia la brevità della nostra osservazione empirica, sia per un retaggio aristotelico, ci è alquanto estranea. Eppure, questo cambia, anche in tempi assai rapidi e nel nostro cortile di casa. Può sembrare ad esempio strano, ma dai rilievi della sonda Cassini, ai tempi dei dinosauri, la caratteristica saliente  di Saturno, gli anelli, non esistevano…

Furono generati infatti circa 230 milioni di anni fa, un’inezia, rispetto ai tempi cosmici, dall’impatto di una cometa con le lune ghiacciate di quel pianeta

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La risposta dell’Esquilino

piazza Vittorio-3-6

In queste settimane, l’attacco che, dai tempi di Marino, il Corriere della Sera sta portando, con un’informazione scorretta e tendenziosa, nei confronti del rione Esquilino, sta raggiungendo un parossismo inaspettato. Alcuni collegano queste azioni all’attuale campagna elettorale: il sottoscritto, avendo assistito a quanto accaduto a Milano per esempio nei quartieri di Isola e di Garibaldi (via Padova si è salvata solo per il sopraggiungere della crisi immobiliare), ha un altro sospetto.

Tutta questa strategia comunicativa, che amplifica all’eccesso i problemi di un’area urbana, creando Bronx immaginari, è finalizzato a un meccanismo speculativo tanto semplice, quanto efficace: fare pressione psicologica sui residenti, convincerli ad abbandonare l’area, magari vendendo sottocosto e al contempo convincere le istituzione a promuovere, con la scusa della riqualificazione, progetti di gentrificazione, con una forte componente speculativa, che le volte che vanno a buon fine si traducono in profitti per i singoli e non per la collettività, ma che spesso si concludono in colossali fallimenti.

Per reagire a tali attacchi, chiedere un’informazione più corretta e intellettualmente più onesta e promuovere una vera politica di riqualificazione urbana, il Comitato Piazza Vittorio Partecipata ha scritto la seguente lettera al direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, che invito a sottoscrivere

Roma, 20 febbraio 2108

Gentile Direttore,

negli ultimi giorni il suo giornale ha dedicato più di un articolo al rione Esquilino, probabilmente mosso da alcuni fatti di cronaca. Il modo in cui sono state riportate le notizie, i titoli scelti, le fonti selezionate e, complessivamente, il tono e il contenuto degli articoli, hanno suscitato una reazione negativa in molti residenti e nei tanti comitati, associazioni, realtà civiche e di volontariato che da anni lavorano all’Esquilino dando corpo e contenuto alla vocazione inclusiva, multiculturale, accogliente di questa zona importante e emblematica della nostra città.

Tutti noi siamo consapevoli dei problemi e delle criticità esistenti, di cui conosciamo cause e effetti, e in modi diversi siamo in contatto con le amministrazioni pubbliche, le aziende responsabili dei servizi, le istituzioni, le forze dell’ordine, da cui pretendiamo maggiore attenzione, efficienza, capacità di coordinamento, tutela dei diritti di tutti e di tutte le persone che vivono, lavorano, visitano e attraversano il nostro rione.

Nel frattempo animiamo iniziative sociali, culturali, sportive, progetti e programmi per il miglioramento della vivibilità, del traffico, della manutenzione dei luoghi pubblici, di relazione e coordinamento con le comunità straniere, con gli imprenditori e gli operatori turistici e del commercio. Animiamo l’informazione e il dialogo informato attraverso testate locali e molteplici pagine e gruppi nei social più accreditati. Siamo una comunità variegata, molteplice, complessa, ma informata, evoluta e attenta.

Specialmente, amiamo il nostro rione, del quale, quotidianamente, vediamo e subiamo i limiti (che spesso sono derivanti da scelte e questioni che riguardano l’intera capitale, il Paese, e molto oltre, se solo pensiamo alla questione dei migranti e dei senza fissa dimora), ma sosteniamo e incrementiamo ogni opportunità che possa valorizzare la tenuta sociale, l’accoglienza dei più deboli, che possa preservare la qualità e la bellezza dei luoghi nei quali viviamo, la consapevolezza che ciascuno debba fare la sua parte ma che insieme si possa fare molto di più.

Non intendiamo minimizzare i problemi o nascondere le difficoltà, ma vogliamo mantenere l’attenzione sulla complessità delle dinamiche sociali che l’Esquilino ha saputo affrontare con intelligenza e creatività, come dimostrano i tanti esperimenti riusciti di convivenza e dialogo interculturale, come si può vedere nelle nostre scuole e negli spazi pubblici.

In questo contesto, pensiamo che il Corriere della Sera abbia trattato in modo superficiale, ambiguo e ingiustificatamente scandalistico i recenti fatti di cronaca accaduti all’Esquilino, segnando una brutta pagina del servizio giornalistico.

Chiediamo pertanto un’informazione più completa e plurale e soprattutto un vero approfondimento, e le proponiamo un incontro pubblico, da organizzare in forma congiunta, con Paolo Conti, che con equilibrio e competenza gestisce la rubrica Una città, mille domande, i cui risultati possano trovare spazio nel giornale.

Certi di un suo positivo riscontro, la salutiamo cordialmente

Che la Luna sia pegno d’amore

Valafrido

Avrei voluto attaccare briga con chi apre bocca a sproposito, oppure contro gli ignavi, che hanno sempre paura di esporsi e untuosi nascondono le loro idee dietro un apparente essere al di sopra delle parti. Ma sono troppo stanco per arrabbiarmi con il prossimo. Così, preferisco parlare di Valafrido Strabone, abate, teologo e poeta gay franco.

Valafrido lo strabico, questo significa il suo soprannome, nacque da una famiglia di morti di fame. Ebbe però la fortuna di studiare nell’importante abbazia di Reichenau, fondata un paio di secoli prima da Pirmino, uno spagnolo allievo di San Colombano e uno dei principali scriptorium dell’età carolingia e ottoniana.

Li conobbe Wetti, grande latinista e mistico, e il teologo Grimaldo, i quali intuirono il suo talento poetico. Nell’827, Valafrido si recò a perfezionare la sua formazione, specialmente quella teologica, nella grande Abbazia di Fulda ove ebbe come maestro il celebre Rabano Mauro, grande erudito dell’epoca, conobbe il suo innamorato, il teologo eretico Gotescalco e studiò da autodidatta il greco classico

Nell’829 divenne precettore del figlio più giovane di Ludovico il Pio, in seguito ricordato con il nome di Carlo il Calvo. Di questo periodo il poeta non parla, ma sembra alludervi con la sibillina frase nebbie palatini contenuta in una delle liriche a Gotescalco: sembrerebbe che Valafrido fosse rimasto coinvolto in conflitti dinastici e politici, tanto da venir costretto nell’833 all’allontanamento o all’esilio da Lotario. Il ritorno di Valafrido coincise con l’ascesa al potere di Carlo il Calvo nell’834. Nell’838, al termine del suo impegno di istruttore, fu nominato abate di Reichenau.

Essendosi schierato nella parte sbagliata nelle guerre civili franche, fu scacciato da Ludovico il Germanico, e riparò a Spira, e poi forse anche a Murbach. Sconfitto Lotario a Fonteney, fu nell’842 reintegrato da Ludovico stesso nella sua carica.

Ai sui tempi Valafrido era famoso per opere che a noi sembrerebbero assai bizzarre. Esordì infatti con la Visio Wettini, la descrizione poetica della visione mistica dell’oltretomba che ebbe il suo insegnante di latino, per poi passare al Liber de cultura hortorum, una sorta di manuale di giardinaggio in versi e al Versus de imagine Tetrici che con la scusa di descrivere la statua equestre di re Teodorico che Carlomagno aveva fatto portare da Ravenna, e collocare davanti alla reggia in Aachen, il nostro poeta si sperticava in lodi per arruffianarsi Ludovico il Germanico.

Valafrido scrisse, da buon abate quale era, anche edificanti vite di santi: dell’immaginario san Mamma di Cappadocia, patrono di Langres, pastore e mago, di Blaithmaic, monaco irlandese spellato vivo dai vichingi, di San Gallo e di San Othmar. In più, come una sorta di editor ante litteram, rielaborò in miglior latino rozze compilazioni già esistenti; e altrettanto fece con la vita di Carlomagno di Eginardo e con quella di Lodovico il Pio di Thegano, da lui ripubblicate

Se l’attività poetica di Valafrido fosse terminata qui, potremmo lasciarlo nell’oblio senza alcun problema; però, accanto a queste opere ufficiali, vi sono decine di poesia d’amore, dedicate a Gotescalco, incarcerato per le sue idee poco ortodosse sulla Grazia, sulla Redenzione e sulla Predestinazione.

Di seguito una delle sue poesie

Cum splendor lunae fulgescat ab aethere purae,
tu sta sub divo cernens speculamine miro,
qualiter ex luna splendescat lampade pura
et splendore suo caros amplectitur uno
corpore divisos, sed mentis amore ligatos.

Si facies faciem spectare nequivit amantem,
hoc saltim nobis lumen sit pignus amoris.
Hos tibi versiculos fidus transmisit amicus;
si de parte tua fidei stat fixa catena,
nunc precor, ut valeas felix per saecula cuncta

che tradotta malamente dal sottoscritto, suona

Mentre splende nell’aria la pura luce della Luna
tu rimani sotto questo meraviglioso e divino
spettacolo, ammirando come questa splende
simile al fuoco puro di una torcia selvaggia
che con il suo bagliore abbraccia due amanti,
divisi nel corpo, ma legati nel pensiero.

Se il tuo volto non può contemplare il viso amato,
questa luce sia per noi pegno e legame d’amore.
Un amico fidato ti portò questi piccoli versi.
Se la catene della tua fedeltà è salda io prego
che tu stia bene e felice per tutti i secoli infiniti

Capodanno Cinese 2018

 

Questa domenica salto il turno sul parlare dei potenziali eroi italiani dei romanzi steampunk, la prossima settimana comincerò a parlare degli esploratori italiani in Indonesia, e come tradizione, racconterò il mio diario minimo dedicato al Capodanno Cinese a Piazza Vittorio.

Diario che questa volta, comincia il sabato, a pranzo… Grazie alla dritta di un amico, non di Li, ormai grande fautore della cucina ebraico romanesca, sono andato a provare la ravoleria cinese che ha preso il posto del Caffè Termini a via di Santa Croce in Gerusalemme: premesso che lo ritenevo un ottimo bar, spesso ci facevo colazione, non solo tra quelli che si è strappato le vesti nel cambio di destinazione.

Perché ritengo che non conti la nazionalità di un locale, ma la sua qualità… Preferisco senza dubbio mille volte l’Hang Zhou di Sonia a qualsiasi bettola tenuta da italiani. Ora, questa ravioleria, dal nome impronunciabile, è un guadagno, non una perdita per il Rione. Già il fatto che realizzi i ravioli a vista e che presenti cibi tradizionali, è un punto di merito

 

Detto questo, stamattina, vedendo il tempo, temevo il peggio: in più ero assai dispiaciuto, avendo assistito da mesi ogni mattina, mentre andavo al lavoro, alle prove dei vari spettacoli, dal fatto che la pioggia mandasse in fumo i tanti sforzi.

Fortuna che Giove Pluvio, o meglio il buon Ying Long, il drago signore della pioggia e della siccità, alleato dell’Imperatore Giallo, che aiutò a sconfiggere il selvaggio Chi You nella mitica battaglia di Zhuolu, scatenando un diluvio e facendo alzare una fitta nebbia, che confuse i barbari nemici degli Han, è stato clemente

 

Per cui la festa è potuta cominciare, con le tradizionali danze del Leone e del Drago. O meglio, la prima, secondo Lì, ma non ci metterei la mano sul fuoco e del Nian un mostro che vive negli abissi marini oppure sulle montagne. Esso compare una volta ogni primavera, oppure intorno alle giornate del Capodanno cinese, per attaccare la gente, tra cui predilige i bambini. Il Nian è sensibile ai rumori troppo forti, ed ha paura del colore rosso.

Per cui, si balla e si suona il tamburo per cacciarlo, assieme agli altri spiriti maligni, affinché il nuovo anno sia un nuovo anno ricco e fortunato.

 

Lo stesso principio vale per il drago, i draghi sono portatori di buona sorte, riflesso delle loro qualità principali, oltre che di forza e dignità, anche di fertilità, saggezza e di fasto. L’apparizione di un drago è spaventosa e sfrontata, ma allo stesso tempo di disposizione benevola, qualità antitetiche che hanno portato l’animale fantastico ad essere associato all’autorità imperiale.

Concedetemi però una piccola divagazione: da meneghino adottato, ho assistito al cambiamento della zona di Via Paolo Sarpi. Premesso che paragonarla all’Esquilino è un poco forzato, se dovessi trovare un equivalente milanese, penserei più alla zona di Via Padova, con i suoi mille popoli e il fatto che i media abbiano più interesse a evidenziarne più i problemi che gli aspetti positivi, però quando vivevo a Conchetta, ogni santo giorno dovevo leggere sui giornali la lenzuolata di turno su quella via degradata.

In dieci anni, grazie alla volontà politica e agli investimenti, quella che era considerata la vergogna di Milano ne è diventato un fiore all’occhiello. Cosa che manca qui a Roma, specie in relazione al nostro amato rione

Zhang

In attesa che la nostra politica si svegli, però, anche per dare una risposta concreta ai soloni dal ricco portafoglio che scrivono su tanti giornali, che predicano a sproposito, la vera integrazione nasce dal basso. Su questo, noi de Le Danze di Piazza Vittorio non ci tiriamo indietro: per cui, grazia alla nostra signora Zhang, entusiasta allieva di danze popolari, gran cuoca e insegnante di cucina cinese, abbiamo celebrato l’anno del Cane con un sontuoso banchetto

E dato che amiamo la musica e la danza, non potevamo non ballare, a modo nostro

 

Per cui, al prossimo Capodanno, che questo anno del Cane sia propizio a tutti noi !

Fine

Bayes e gli Alieni

Marvin_the_Martian

La scoperta di numerosi pianeti extrasolari ha causato due distinte reazioni nei miei amici che bazzicano il mondo della fantascienza: da una parte vi sono gli entusiasti, convinti che l’Universo pulluli di omini verdi, dall’altra gli scettici, che lo immaginano come un deserto privo di vita.

Tale divisione si è ulteriormente acuita, paradossalmente, proprio a causa delle ricerche paleontologiche sulla nostra buona, cara vecchia Terra. Negli ultimi anni, infatti, ci sono sempre più indizi sul fatto che i primi organisti unicellulari fossero già presenti in giro quattro miliardi di anni fa, appena 500 milioni di anni dopo la formazione del nostro pianeta.

In più è ormai certo il fatto che la Terra fosse abitata 3,5 miliardi di anni fa, con Archea che sfruttavano la fotosintesi, che producevano o consumavano metano, cosa che fa pensare come all’epoca, l’evoluzione avesse compiuto parecchi passi…

Il che farebbe pensare come la Vita, date le giuste condizioni al contorno, tenda ad apparire con facilità e quindi non sia così rara in giro per l’Universo. Così, nel 2002 Charles H. Lineweaver e Tamara M. Davis provarono, partendo da questa intuizione,  a calcolare quale fosse la relativa probabilità della vita in giro per le Galassie, lavorando sulla distribuzione di Poisson.

A valle dei loro ragionamenti, i due scienziati ipotizzarono che nel 13% dei pianeti simili alla Terra, con almeno un miliardo di anni sul groppone, vi fossero esseri viventi più o meno complessi. Il problema è che, come spesso accade quando si entra nel campo dell’inferenza statistica, fa capolino il buon vecchio teorema di Bayes.

Così nel 2012 David Spiegel e Edwin Turner hanno provato ad esaminare il problema applicando tale metodo: così nel loro articolo, Bayesian analysis of the astrobiological implications of life’s early emergence on Earth, hanno dimostrato come  tutte le stime fatte dipendono purtroppo dal valore che si da a priori alla probabilità  che esista la vita nell’Universo.

Semplificando all’osso il loro ragionamento, posto

P(A/E) = (P(E/A) P(A))/P(E)

con

P(A/E) la probabilità che sia vita in uno dei tanti luoghi dell’Universo, nel caso questa sia presente su uno specifico pianeta

P(E/A) la probabilità che vi sia la vita uno specifico pianeta, nel caso questa fosse presente in un altro luogo dell’Universo

P(A) probabilità che vi sia vita in un altro luogo dell’Universo

P(E) probabilità che la vita sia presente su uno specifico pianeta.

Nel caso specifico della Terra, P(E)=1

Per cui avremo

P(A/E) = P(E/A) P(A)

In più, nell’ipotesi che lo sviluppo della vita sulla Terra sia indipendente  ad esempio da quella avvenuto su Trappist 1, avremo

P(E/A)= P(E) P(A)/P(A)= P(E)=1

ossia

P(A/E)= P(A)

Di conseguenza, tornando al  discorso di Spiegel e Turner, la probabilità che vi sia vita nel resto dell’Universo, è indipendente dal fatto che questa si apparsa, anche in tempi rapidi, sulla nostra Terra. Inoltre, non avendo nessuna indicazione empirica del valore di P(A), questo potrebbe essere anche 0.

Questo non significa che siamo soli nell’Universo: significa, al contrario, che dobbiamo impegnarci per cercare le prove della vita extraterrestre. Anche un semplice banale batterio, rendendo P(A) diverso da 0 permetterebbe di fare pendere l’ago della bilancia alla parte di un Universo pieno di altri mondi abitati…

Alla ricerca di Amleto

Amleto2

Tempo fa, ho accennato alle complesse vicende del testo dell’Amleto di Shakespeare nel tempo e di come esistesse una precedente tragedia sullo stesso argomento, il cosiddetto Ur-Hamlet. Ciò ha però scatenato altre curiosità nei miei amici che vertono soprattutto su questo tema: come diavolo hanno potuto, le vicende di un principe danese vendicativo, bugiardo, dal pessimo carattere e inquietante affabulatore colpire la fantasia dei drammaturghi elisabettiani ?

Forse, nelle vicende di Amleto vi è una lontano fondamento storico: ma il folclore popolare le deformò, caricandole di elementi favolistici, comuni a tante tradizioni: il tema del figlio vendicatore, che si finge pazzo per sfuggire agli assassini del padre è infatti presente in altre saghe irlandesi e scandinave e sotto certi aspetti, anche nella storia di Lucio Giunio Bruto, il fondatore della Repubblica Romana.

Ora la storia di Amleto avrebbe avuto solo una risonanza locale, nota solo a pochi eruditi, se non ci fosse stato il vescovo Absalon, una delle figure più interessanti e pittoresche del Medioevo anche per il suo essere allo stesso tempo uomo di chiesa, di stato e guerriero, noto per essere l’archetipo dei chierici di D&D, dato che fu lui, con la scusa che un uomo di chiesa non potesse versare il sangue nemico, il primo ecclesiastico a usare la mazza ferrata invece che la spada, così descritto dal buon Giorgio Manganelli

Il fondatore sacro di Copenaghen potete salutarlo nella sua effigie sul palazzo municipale: è Absalon, vescovo guerriero, uscito indenne da una strage di re, duro e alacre battezzatore degli ultimi pagani baltici; nel suo secolo, il dodicesimo, in Islanda si scrivevano le saghe, stupendo documento della morte del Nord arcaico. Ma Absalon era questo paradosso, un vichingo cristiano, un «romano»; e fu lui a dar mandato al suo scrivano Saxo Grammaticus di scrivere in latino quella cronaca danese che generò Amleto e i suoi fantasma

La politica estera del buon Absalon era finalizzata a rendere la Danimarca indipendente dall’Impero Tedesco: per far questo, usò anche la penna. Mise infatti a libro paga un anonimo sacerdote della diocesi di Roskilde, lo sappiamo perché nelle sue opere esalta questa città in ogni modo, incaricandone di scrivere le storie della loro nazione, per esaltare le gesta degli antichi re danesi. Così nacquero il Chronicon Lethrense, che parlava dei re pre-cristiani e il Chronicon Roskildense, che invece parlava della conversione della Danimarca.

Nel Chronicon Lethrense, tra le tante cose, si racconta questa simpatica vicenda:

Il re danese Rorik Slengeborre dette a Orwendel e Feng il governatorato dello Jutland, e dette sua figlia a Orwendel come ricompensa per i suoi buoni servizi. Orwendel e la principessa ebbero un figlio, Amblothæ lo Jutlando. Il geloso Feng uccise Orwendel e prese sua moglie. Amblothæ capì che la sua vita era in pericolo e cercò di sopravvivere fingendosi folle. Feng inviò Amblothæ al re di Gran Bretagna con due servi, portanti un messaggio per il re britannico secondo cui egli avrebbe dovuto uccidere Amblothæ. Mentre i servi dormivano, Amblothæ corresse il messaggio scrivendo che i servi dovevano essere uccisi e lui stesso avrebbe dovuto sposare la figlia del re. Il re britannico fece quello che diceva il nuovo messaggio. Esattamente un anno dopo, Feng beveva alla memoria di Amblothæ, ma Amblothæ apparve e lo uccise. Bruciò poi gli uomini di Feng in una tenda e diventò il sovrano dello Jutland. Poi tornò in Gran Bretagna per uccidere il re britannico, che voleva vendicare la morte di Feng, e sposò la regina di Scozia. Amblothæ tornò nello Jutland e venne poi ucciso in battaglia al momento dell’arrivo.

Insomma, abbiamo il primo nucleo delle vicende di Amleto. Ora queste sarebbero rimaste sconosciute ai più, se Absalon non fosse stato insoddisfatto dal Chronicon Lethrense: l’autore faceva sì trasparire dalle sue pagine una grande antipatia per la Germania, ma essendo un buon prete considerava i re pagani come sentina di ogni vizio e questo ci poteva anche stare, e in più era sempre schierato dalla parte degli umili e dei vinti, con critiche feroci alla politica e al potere, visti come frutto di Mammona. Insomma, neppure i re cristiani ci facevano questa gran figura.

Urgeva quindi una nuova opera di propaganda: così Absalon tirò fuori un coniglio dal cilindro, il buon vecchio Saxo Grammaticus. Di lui sappiamo ben poco: il nonno e il padre era famosi guerrieri, lui invece era un religioso, che lavorava come cancelliere alla corte del nostro caro vescovo. Dato Il suo latino elegante e la conoscenza dell’antica Roma, ha forse studiato all’estero, nelle scuole vescovili di Francia e Italia.

Saxo, su ordine di Absalon, cominciò la sua opera storica, le Gesta Danorum, che continuò anche dopo la morte del vescovo: a titolo di curiosità, nel testamento di Absalon, gli viene condonato un debito di due marchi e mezzo d’argento, e gli si chiede di restituire due manoscritti che si era fatto prestare, che probabilmente sono proprio quelli del Chronicon Lethrense e Chronicon Roskildense. Saxo, a differenza del predecessore, non aveva intenti moralistici: sapeva inoltre che per riempirsi lo stomaco, con i suoi racconti doveva divertire il potente di turno, dai gusti poco raffinati e assai pulp.

Per cui, così modifica e amplia le vicende di Amleto

Horwendill e Feng, i figli di Gervendill, governatore dello Jutland, gli succedono. Horwendill, di ritorno da una spedizione vichinga in cui aveva ucciso Koll, re di Norvegia, sposa Gerutha, figlia di Rorik Slyngebond, re di Danimarca, e lei gli dà un figlio, Amleth. Ma Feng, per gelosia, assassina Horwendill, e convince Gerutha a diventare sua moglie. Amleth, per paura di condividere il destino di suo padre, fa finta di essere un imbecille, ma Feng, sospettoso, lo sottopone a varie prove per dimostrare la verità di ciò. Tra le altre cose egli cerca di intrappolarlo con una ragazza, la sua sorella adottiva (il prototipo di Ofelia), ma l’astuzia di Amleth lo salva. Quando però Amleth uccide una spia nascosta (come Polonio nel dramma di Shakespeare), e distrugge ogni traccia del delitto, Feng si convince che la follia del giovane è simulata. Di conseguenza egli lo invia in Gran Bretagna in compagnia di due assistenti, che portano una lettera ingiungente al re del paese di metterlo a morte. Amleth indovina il tenore delle loro istruzioni, e segretamente modifica il messaggio sulle loro tavolette di legno, in modo che da esse risultasse che il re doveva mettere a morte gli assistenti e dare ad Amleth sua figlia in sposa.

Dopo aver sposato la principessa, Amleth ritorna dopo di un anno in Danimarca. Delle ricchezze che aveva accumulato prende con sé solo alcuni bastoni cavi riempiti di oro, e arriva in tempo per un banchetto funebre volto a celebrare la sua presunta morte. Durante la festa fa bere ai cortigiani molto vino, ed esegue la sua vendetta durante il loro sonno ubriaco facendo cadere su di loro le tende di lana della sala, dotate di piolini che aveva affilato durante la sua follia simulata, e poi dando fuoco al palazzo. Uccide poi Feng con la sua stessa spada.

Successivamente, dopo una lunga arringa al popolo, viene proclamato re. Tornando alla Gran Bretagna per la moglie scopre che il suocero e Feng si erano promessi ciascuno di vendicare la morte dell’altro. Il re inglese, disposto a portare a termine di persona il suo impegno, invia Amleth in Scozia come pretendente della mano della sua terribile regina, Hermuthruda, famosa per aver messo tutti gli ex corteggiatori a morte; ma quest’ultima si innamora di Amleth. Al ritorno di Amleth in Gran Bretagna la sua prima moglie, il cui amore si dimostra più forte del suo risentimento, gli dice della vendetta preparata da suo padre. Nella battaglia che ne segue, Amleth vince impilando i morti caduti il giorno prima su dei pali, terrorizzando così il nemico.

Successivamente torna con le sue due mogli in Jutland, dove dovrà affrontare l’inimicizia di Wiglek, il successore legittimo di Rorik al trono di Danimarca. Amleth viene infine ucciso in una battaglia contro Wiglek e Hermuthruda, nonostante la sua promessa di morire con Amleth, sposa il vincitore.

Sempre a titolo di curiosità, ecco il dettaglio di come Saxo descrive la finta follia di Amleto

Quod videns Amlethus, ne prudentius agendo patruo suspectus redderetur, stoliditatis simulationem amplexus extremum mentis vitium finxit eoque calliditatis genere non solum ingenium texit, verum etiam salutem defendit. [2] Quotidie maternum larem pleno sordium torpore complexus abiectum humi corpus obsceni squaloris illuvie respergebat. [3] Turpatus oris color illitaque tabo facies ridiculae stoliditatis dementiam figurabant. [4] Quicquid voce edebat, deliramentis consentaneum erat; quicquid opere exhibuit, profundam redolebat inertiam. [5] Quid multa? Non virum aliquem, sed delirantis fortunae ridendum diceres monstrum. [6] Interdum foco assidens favillasque manibus verrens ligneos uncos creare eosdemque igni durare solitus erat; quorum extrema contrariis quibusdam hamis, quo nexuum tenaciores exsisterent, informabat. [7] Rogatus, quid ageret, acuta se referebat in ultionem patris spicula praeparare. [8] Nec parvo responsum ludibrio fuit, quod ab omnibus ridiculi operis vanitas contemneretur, quamquam ea res proposito eius postmodum opitulata fuerit

Che secondo la traduzione di Cipolla, diviene

Vedendo ciò, Amleto, perché un suo fare troppo accorto non destasse sospetti nello zio, simulando di essere stupido, finse un’inguaribile tara nella mente e con questa astuzia poté camuffare la propria intelligenza e insieme salvarsi la vita. Ogni giorno prendeva posto accanto al focolare della madre, come se fosse stordito dal dolore del proprio lutto, si gettava a terra e si ricopriva il corpo di un’indecente sporcizia; il colorito reso sordido, la faccia impiastrata di sudiciume erano l’immagine stessa di una grottesca follia. Ogni sua parola era delirio, tutte le sue azioni sapevano del torpore più assoluto. Non vi era nessuno, tra gli uomini che, deridendo la sua follia, non lo chiamasse mostro.

Talvolta, sedendo davanti al camino e raschiando pazientemente i tizzoni, fabbricava uncini di legno e li lasciava indurire al fuoco. Se gli si chiedeva che cosa facesse, rispondeva di star preparando le frecce acuminate per vendicare il padre. la risposta era oggetto di grande scherno, poiché tutti disprezzavano l’inutilità di tale risibile opera. Eppure, un giorno, l’opera sarebbe servita ad attuare il suo piano

Le Gesta Danorum diventarono una specie di bestseller dell’epoca: durante la vita di Saxo, ne furono realizzate numerose copie manoscritte. Però, nel 1342, nella cosiddetta Chronica Jutensis, un’opera storica dell’epoca, fu posto in appendice un suo bignami, il Compendium Saxonis, che ebbe talmente tanto successo da oscurare l’opera di cui era il riassunto. Così, a fine Quattrocento, si sapeva dell’esistenza delle Gesta Danorum, si conoscevano i contenuti, ma il testo originale si riteneva perduto.

Tale paradosso attirò l’attenzione di Christiern Pedersen, un teologo e traduttore danese che lavorava a Parigi, che incuriosito, intorno al 1512 cercò in Danimarca in lungo e in largo una copia esistente dell’opera di Saxo, impresa che ebbe buon fine grazie all’arcivescovo di Lund Birger Gunnersen, straordinario bibliofilo, che gliela prestò volentieri. Con l’aiuto di Josse Bades, Pedersen la rifinì e la stampò nel 1514.

Questo fece conoscere le Gesta Danorum agli eruditi dell’epoca: ma il vero boom avvenne grazie a Johannes Oporinus, il Giangiacomo Feltrinelli dell’epoca, che ne pubblicò un’edizione di gran successo nel 1534. Edizione che finì nelle mani di François de Belleforest, storiografo di corte di Giovanna di Navarra, che, per arrotondare lo stipendio, la regina era alquanto tirchia, traduceva tutto quello che gli poteva capitare a tiro, a cominciare dai classici italiani come Matteo Bandello, Giovanni Boccaccio e Francesco Guicciardini.

A un certo punto Belleforest, leggendo le Gesta, si trova davanti la vicenda di Amleto e nel 1570 decide di trasformarla nel terzo quinta serie delle sue Histoires Tragiques . Per renderla digeribile al francese dell’epoca, i cui gusti sono assai meno pulp della corte danese del 1200, allunga del doppio l’originale aggiungendo dialoghi, notazioni psicologiche e osservazioni moraleggianti.

Però, Belleforest, mantiene in pieno gli elementi base della vicenda di Saxo: il suo Amleto sa fin dapprincipio del modo in cui è morto il padre, la storia dello spettro appare di sfuggita e in maniera poco chiara, e perciò la sua finta pazzia è perfettamente giustificata; inoltre, non muore nel compiere la vendetta ed è un uomo di energica azione appena si presenta il momento buono

Il testo francese di Belleforest, in originale, finisce presto nelle mani degli University Wits, il gruppo di scrittori e drammaturghi che bazzicavano gli ambienti universitari di Oxford e Cambridge. Uno di questi decide di trasformare in tragedia il testo di Belleforest, dando così origine all’Ur-Hamlet, che riscuote un ottimo successo sulle scene. Probabilmente, questo autore non noto introduce, per soddisfare il gusto dei londinesi dell’epoca, altrettanto pulp di quello dei nobili danesi, una serie di innovazioni rispetto al testo originale: evidenzia e amplia il ruolo dello spettro del padre di Amleto (lo sappiamo per certo, perché Lodge, in Wit’s Misery, del 1596, parla del fantasma che al teatro urlava lamentosamente “Amleto, vendetta”) e introduce, ispirato da The Spanish Tragedy, la scena della recita, il duello finale con Laerts e la morte del protagonista.

Forse, a seguito di un ipotetico viaggio in Danimarca dei The Lord Chamberlain’s Men, la sua compagnia teatrale, dopo la decapitazione di Essex, Shakespeare decide di reinterpretare l’Ur-Hamlet: nel far questo, però adotta due geniali variazioni.

La prima è che fa coincidere il punto di vista dello spettatore con quello di Orazio, l’amico di Amleto, che poco capisce delle azioni e dei moventi del Principe di Danimarca e che per affetto, tutto gli perdona, mettendo in buona luce un bastardo degno di Iago.

La seconda, che sfugge spesso anche ad attori e registi, beh, meglio lasciare la parola al buon vecchio Harold Bloom

Come nel testo di Belleforest, l’Amleto dei primi quattro atti di Shakespeare è un giovane di circa vent’anni, uno studente dell’università di Wittenberg, dove desidera tornare e dove tra i suoi amici vi sono il nobile Orazio e gli sventurati Rosencrantz e Guildenstern. Laerte, che appartiene alla medesima generazione, desidera forse tornare all’università di Parigi. Dopo non più di qualche settimana, l’Amleto dell’atto V ha tuttavia trent’anni (secondo quanto dice il becchino) e sembra avere almeno la stessa età del trentasettenne Shakespeare. Tornato al vecchio dramma, l’autore partì forse da un Amleto ancora minorenne (come quello di Belleforest e dell’Ur-Hamlet shakespeariano), ma può darsi che il processo di revisione abbia prodotto l’Amleto maturo dell’atto V. Affezionato, in certa misura, al personaggio della versione precedente, il drammaturgo non risolve la contraddizione. Quando chiamò il figlio Hamnet, Shakespeare aveva solo ventun’anni, e non ne aveva più di venticinque quando scrisse il suo Ur-Hamlet. Voleva entrambe le cose: rimanere aggrappato alla visione giovanile di Amleto e mostrare un Amleto ormai maturo.