Annibale, Napoleone e Rommel: alcune delle battaglie piu sopravvalutate della storia

Charly's blog

Per quanto riguarda lo studio della storia il sistema scolastico italiano adotta una metodologia di studio imperniata sue due principi:

  • Lo studio diacronico;
  • Lo studio delle res gestae;

Il risultato pratico è che per quasi tutti la storia è una sfilza di nomi e date da associare a sovrani e battaglie trascurando tutto il resto e dimenticando rapidamente il dimenticabile. Essendo la storia una disciplina immensa e non padroneggiabile in toto, la scuola inevitabilmente porta a favorire alcune parti – la storia italiana nel nostro caso –  e alcune tematiche a discapito di altre.

Se consideriamo solo le battaglie storiche, a cui la scuola dedica un’attenzione spasmodica, è facile sconfinare nell’ucronia: come sarebbe andata la storia se le cose fossero andate diversamente? Ma in alcuni casi è possibile dare una risposta netta: non sarebbe cambiato nulla. Vediamo perché.

—- Canne… il capolavoro superfluo —-

Siamo nell’estate del 216…

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Il quadrato magico del SATOR (Parte 1)

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Il palindromo (dal greco antico πάλιν “di nuovo” e δρóμος “percorso”, col significato “che può essere percorso in entrambi i sensi”), per chi non se lo ricordasse è una sequenza di caratteri che, letta al contrario, rimane invariata. Per esempio, in italiano: “i topi non avevano nipoti”. Il concetto è principalmente riferito a parole, frasi e numeri. Secondo una leggenda l’inventore e il primo virtuoso del genere sarebbe stato il poeta greco Sotade, vissuto ad Alessandria d’Egitto nel III secolo.

Tra i palindromi più famosi, vi è il quadrato magico del SATOR, una frase latina

S A T O R
A R E P O
T E N E T
O P E R A
R O T A S

che, oltre ad essere leggibile dal dritto al rovescio e viceversa, può essere rappresentata in un quadrato di 5 x 5 caselle all’interno del quale si può leggere nelle quattro direzioni possibili: da sinistra verso destra, e viceversa, oppure dall’alto verso il basso, e viceversa.

Inizialmente si credette che il Quadrato fosse un’invenzione medievale, perché tutti i ritrovamenti fino ad allora effettuati non erano databili prima del IX secolo. Ma nel 1868 uno scavo archeologico tra le rovine dell’antica città romana di Corinium (oggi Cirencester, nel Gloucestershire, in Inghilterra) rivelò la curiosa iscrizione sull’intonaco di una casa databile al III sec. d.C.. In tale frammento, oggi conservato al museo archeologico della stessa città, il Quadrato appare nella sua versione speculare, che inizia con la parola ROTAS

Si cominciò allora a diffondere la convinzione che esso rappresentava un modo adottato dai primi Cristiani, la cui fede religiosa era ancora contrastata e vietata dai Romani, per adorare la croce in forma dissimulata: le due parole TENET, infatti, disegnano al centro del quadrato un croce perfetta, centrata sull’unica lettera N. L’ipotesi si rafforzò allorché Felix Grossner, pastore evangelista di Chemnitz, scoprì dopo numerose prove che le 25 lettere del quadrato potevano essere disposte in modo da formare le parole PATERNOSTER incrociate e poste tra le lettere A ed O, corrispondenti, in questa interpretazione, alle lettere Alfa ed Omega dell’alfabeto greco, il principio e la fine di tutte le cose.

A rinforzare ulteriormente la tesi cristiana contribuì un’ulteriore scoperta, avvenuta nella città siriana di Dura-Europos, sull’Eufrate, antica colonia romana (300-256 a.C.). In essa furono ritrovato quattro esemplari del Quadrato Magico, tutti nella versione speculare, databili attorno al 200-220 dell’era Cristiana.

Ipotesi che fu messa in crisi però nel 1925 quando gli scavi archeologici che interessarono i resti dell’antica città di Pompei, sepolta dalle ceneri dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., rivelarono sull’intonaco della casa di Quinto Paquio Proculo l’iscrizione (sebbene mutila) del quadrato magico. Undici anni più tardi, nel 1936, ne fu rinvenuta un’altra, stavolta completa, sulla scanalatura di una colonna mediana nel portico occidentale della Grande Palestra.

Ora è possibile che prima dell’eruzione del Vesuvio vi fossero cristiani a Pompei: la questione però è che l’interpretazione cristiana, con la presenza dell’Alfa e dell’Omega, presupponeva la conoscenza del versetto dell’Apocalisse

Io sono l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine, colui che è, che è stato e che sarà

libro che, nelle ipotesi più ottimistiche, che prendono per fondata la testimonianza di Ireneo di Lione, è stato scritto almeno nel 96 d.C.

Così come sono infondate le ipotesi che fanno riferimento alla cabala e alla numerologia: facendo un poco di calcoli, il sistema di equazioni che lo rappresenta non ha soluzione univoca, ma N soluzioni con ben quattro gradi di libertà.

Dato che, durante gli scavi archeologici di Pompei, venne alla luce anche un altro quadrato palindromo (sulla parete di una casa nel Vicolo Meridionale della Regio I, che divide l’insula VI, dove si trovano la Casa del Criptoportico e la Casa di Lucio Celio Secondo, dall’insula X, dove si trova la Casa del Menandro), di ordine più piccolo rispetto al SATOR, ma con caratteristiche analoghe

R O M A
O L I M
M I L O
A M O R

E’ possibile ipotizzare come questa tipologia di quadrati magici fossero una sorta di gioco enigmistico dell’epoca, una sorta di anagrammi anfibologi, contenente volutamente più chiavi di lettura che si rivelavano differentemente a seconda del livello di conoscenza e profondità del lettore.

Ad esempio, nel caso del SATOR, il lettore meno colto si sarebbe fermato alla lettura letterale e forse avrebbe afferrato i significati simbolici abbastanza comuni nel mondo antico, come i quattro elementi pitagorici, traendo la lettura, riga per riga: “Il seminatore, tiene, la falce, le opere agricole, le ruote”. Una persona più acuta avrebbe compreso l’anfibologia e le avrebbe trasferite dalla sfera terrestre a quella celeste, cogliendo il legame tra seminatore agricolo e Seminatore celeste, scorgendo la lettura, riga per riga,: “Il Creatore, tiene, il Grande Carro, le costellazioni, le stelle”. Chi fosse dotato poi di cultura, sia letteraria che filosofica, avrebbe intuito la chiave di interpretazione bustrofedica ricca di metafore, traendo lettura, riga per riga: “Dio, si prende cura, del Creato, come l’uomo si prende cura, dei suoi campi.

Nella Tarda Antichità, in cui c’è una vera passione per i giochi di parole e gli acrostici, qualche intellettuale, giocando con il Sator, si accorse di come si potesse leggere anche in chiave cristiana: da quel momento in poi, fu adottato come elemento decorativo in ambito ecclesiastico, specie se benedettino.

San Pietro in Cryptis a Ofena

Appena fuori dall’abitato di Ofena, sulla discesa verso la Valle del Tirino, vi è il borgo di San Pietro, ai cui limiti, sulla via che conduce al Convento dei Cappuccini, incontriamo la Chiesa di San Pietro in Cryptis o ad Cryptas (alle grotte), un gioiello medievale che sino a pochi anni era abbandonato a se stesso, tanto da avere per parecchio tempo il tetto crollato

Di matrice benedettina, la chiesa si presenta ad un’unica navata con abside semicircolare, e presenta una particolare distribuzione su due livelli: infatti, la stessa è detta anche Chiesa delle Grotte appunto per la presenza, a livello sottostante, di “grotte”, ossia ambienti ipogei di origine paleocristiana, ancora oggetti di studio.

La chiesa è preceduta da una specie di pronao con due bifore romaniche otturate del XIII secolo e da un pavimento in mosaico bianco e nero a forme geometriche. Il portale è opera di Silvestro da Ofena, come ricorda l’iscrizione che riporta appunto l’anno di esecuzione, il 1196. Da questo anno in poi non abbiamo più notizie della chiesa fino al 1470 quando Sante di Rocca di Mezzo fu nominato, oltre che capitano di Ofena, anche preposto della chiesa. Si sa poi che la prepositura nel 1525 fu affidata dal Papa Clemente VII a Girolamo del Pozzo, parente di Alfonzo Piccolomini, conte di Celano. La prepositura
fu fornita di una rendita di 40 ducati d’oro perciò, da questo momento, il beneficio viene conteso tra varie famiglie. Nel 1547 il priorato fu dato dall’abate di S. Pietro ad Oratorium, a Pompeo Piccolomini e nel 1629 a Federico Capponi, fiorentino, che era anche abate di Capestrano. La rendita era salita a 80 ducati. Nel 1733 il beneficio passò a Francesco Maria Corsi di Capestrano.

All’interno sono conservati, in condizioni precarie, affreschi del Quattrocento: sull’altare maggiore sono raffigurati Cristo, Angeli e Santi; su un altare a destra, sotto un arco gotico vi sono affreschi raffiguranti un’Annunciazione e una Madonna con Santi e Angeli.

I mongoli alla conquista dell’Europa

mongoli

Uno dei temi affrontati spesso dalle ucronie, le storie alternative, è quello della conquista mongola dell’Europa: in un modo o nell’altro, si ipotizza come il buon Ögodei fosse meno amante della bottiglia rispetto al resto del parentado,e che quindi, non morendo di cirrosi epatica nel 1241, invece di far ritirare le sue armate dall’Ungheria per l’elezione del suo successore, avrebbe dato tempo loro di sottomettere il resto del continente.

In realtà, la storia è ben più complicata e interessante di quanto è normalmente raccontata nei libri di scuola. Che lo stesso Genghis Khan avesse l’intenzione di estendere i suoi domini sino al Grande Mare Occidentale, il nostro Oceano Atlantico, è testimoniato, oltre dai racconti di quella che è impropriamente chiamata Storia Segreta dei Mongoli, è in realtà una biografia in versi del grande conquistatore, anche dalle vicende che si svolgono tra il 1219 e il 1223.

Nel 1219, in reazione all’assassinio dei suoi ambasciatori, Genghis Khan, invase l’Impero corasmio, uno stato islamico che si estendeva in Persia, Battriana e Transoxiana e una campagna durata tre anni, lo conquistarono. Il sultano corasmio Muhammad II del Khwarezm morì in un’isola nel Mar Caspio, lasciando suo figlio Jalal al-Din Mankubirni senza un regno. Quando Jebe,uno dei generali mongoli che inseguivano il sultano corasmio, venne a conoscenza della sua morte, chiese a Genghis Khan di poter continuare le proprie conquiste per un anno o due, prima di tornare in Mongolia attraversando il Caucaso.

Attendendo la risposta del Khan, Jebe ed un altro generale, Subedei, condussero un’armata di 20.000 uomini, di cui ciascun generale comandava un tumen e effettuarono un raid durante il quale attaccarono la Georgia e ne uccisero il sovrano. Genghis Khan garantì a Jebe e a Subedei di poter proseguire la propria spedizione, e dopo essersi fatti strada nel Caucaso, sconfissero una coalizione di tribù del luoghi, per poi attaccare i Cumani, il cui Khan si recò quindi dal genero, il principe Mstislav Mstislavich, convincendolo a prestargli il proprio aiuto nel combattere i Tataro-mongoli. Mstislav
strinse dunque un’alleanza con alcuni principi russi, incluso Mstislav III di Kiev.

Questa alleanza però, subì una disastrosa sconfitta nei pressi del fiume Kalka; ciò convinse i mongoli della possibilità di conquistare senza troppe difficoltà l’Occidente. Nel 1227 Genghis Khan era probabilmente impegnato nell’organizzare tale campagna, ma la sua morte e tutte le complesse procedure connesse alla nomina del suo successore. Il titolo di Gran Khan non era infatti ereditario, ma veniva assegnato da un kuriltai, l’assemblea a cui partecipavano khan, i capiclan, i generali, i comandanti e tutti coloro che potevano vantare nobili o influenti origini, per mezzo di una votazione
democratica a maggioranza semplice.

Il che significava che la morte di un Gran Khan era seguita da un paio d’anni di ehm campagna elettorale… Così, dopo una serie di colpi di scena che non sfigurerebbero alle primarie per l’elezioni dei presidenti americani, nel 1129 Ögodei divenne Gran Khan. Ora, Ögodei era sicuramente un ottimo politico e un buon amministratore, ma come generale, a differenza del padre, faceva alquanto schifo. Per cui affidò il comando della spedizione a Occidente, rispettando a quanto pare le ultime volontà di Genghis Khan a un suo cugino, Bätü alle cui dipendenza vi erano proprio Jebe e Subedei, che per la
precedente campagna, erano considerati i massimi esperti locali dell’argomento “conquista della Russia”.

Questa all’epoca era una labile federazione di stati feudali, meno militarizzati e urbanizzati di quelli dell’Europa Occidentale, con le città difese al massimo da una palizzata di legno. Fu abbastanza semplice averne ragione, da parte dei mongoli, applicando la strategia dello Shock and Awe, distruggendo le élite militari variaghe in rapide battaglie e mettendo a ferro e fuoco i centri urbani che osavano resistere.

Nel 1236 venne conquistata la regione della Volga. L’anno seguente venne conquistata la città di Rjazan’ (sede del principato omonimo) e il villaggio (selo) di Mosca. Nel 1238, infine, venne conquistato il principato di Vladimir-Suzdal’, il più importante all’epoca. Nel 1239, anche grazie a un accordo con veneziani e genovesi, fu conquistata la Crimea. Nel 1240, in pieno inverno (fine novembre – inizio dicembre) i Tataro-mongoli assediarono, conquistarono, saccheggiarono e distrussero la città di Kiev, poi provarono a saggiare la resistenza polacca, con un rapido raid, in cui i mongoli, sottovalutando il
nemico e non conoscendo ben l’ambiente operativo, non mantennero fede alla loro fama di invincibili guerrieri.

Batu, Jebe e Subedei, visto il risultato, prima di riprendere l’offensiva, decisero di riorganizzare le truppe e di raccogliere più dati possibili sui loro nemici, riempendo di spie l’Europa Orientale; il problema è che sbagliarono nell’interpretare i dati raccolti. Ipotizzarono di trovarsi davanti una federazione analoga a quella di Rus, piuttosto che una serie di stati indipendenti e tra loro rivali, pronti a scannarsi tra loro e se ne necessario, allearsi con i mongoli per danneggiare il vicino.

Per cui, a causa di questo errore di valutazione, misero in piedi un complesso e dispersivo piano d’invasione, finalizzato a impedire che colui che ritenevano essere l’equivalente del Gran Principe di Rus, ossia Bela IV d’Ungheria, ricevesse aiuti dai suo ipotetici sottoposti. L’esercito mongolo fu così diviso in tre tronconi. Il principale avrebbe invaso l’Ungheria, i secondari avrebbero eseguiti manovre diversive in Valacchia e Polonia.

Se la prima manovra diversiva, fu più che altro un saccheggio in grande stile, che ebbe una sua utilità, evitando che i mongoli nei mesi successivi morissero di fame, la seconda fu da, punto di vista strategico, un colossale disastro: Kadan Khan, per prima cosa, ignaro del fatto che all’epoca Mindaugas fosse pagano e in lite con il resto del mondo, divise in due metà il suo contingente, spedendo 10000 soldati a invadere la Lituania, dove finirono massacrati tra torbiere e paludi.

Poi, baldanzoso, cominciò a saccheggiare borghi e città polacche, difese come la città russe da palizzate di legno, tra cui la stessa Cracovia, quando si trovò davanti la prima città dotata di mura, Breslavia. Qui cominciarono i problemi: i mongoli erano grandi esperti di poliercetica, ma nessuno, tra Batu, Jebe e Subedei aveva considerato la possibilità che nella campagna d’Occidente fossero previsti lunghi e difficoltosi assedi. Per cui, i genieri più vicini erano in Cina. In pratica, oltre che beccarsi gestacci e improperi da parte dei difensori polacchi, poco poteva fare.

A salvarlo dall’imbarazzante situazione, fu la notizia dell’arrivo di un’armata di soccorso, guidata dal duca Enrico II il Pio, forte di 8000 soldati raccolti alla male e peggio. Dato che una bella battaglia non si nega a nessuno e convinto, giustamente, di farne un sol boccone, abbandonò Breslavia, per affrontare i nemici nei pressi della fortezza di Legnica. La battaglia fu un successo per i mongoli, lo stesso duca fu tra i caduti, pagata però a caro prezzo. Dalla Historia Tartarorum del francescano Carmina de Bridia sappiamo che caduti tedesco polacchi furono 4000, mentre le truppe di Kadan Khan persero 2000 uomini.

Per cui, sapendo che si stava approssimando un contingente boemo, il generale mongolo decise prudentemente di ritirarsi, ma dovette cambiare in fretta e furia i piani, quando seppe che Venceslao di Boemia, altrettanto timoroso, stava ripiegando nel tentativo di raggiungere la Turingia e la Sassonia, per raccogliere ulteriori rinforzi. Kadan Khan quindi decise di incalzare un nemico che riteneva in fuga; con le sue avanguardie ottenne un primo successo nei pressi di Kłodzko, ma una settimana dopo, fu raggiunto a Olmütz dal grosso delle truppe boeme e costretto ad accettare battaglia in
condizioni di inferiorità e con un nemico assai più fresco.

Dopo un paio di giorni di scontri sanguinosi, in cui i mongoli rischiarono più volte la disfatta, Kadan, non si sa bene come, chiarì l’equivoco con Venceslao: polacchi e boemi non avevano nulla a che fare con gli ungheresi e se avvertiti con congruo anticipo, avrebbero anche dato una mano a Batu, Jebe e Subedei. Così Kadan Khan, dopo aver probabilmente pronunciato l’equivalente mongolo di “Ci scusiamo per il disturbo”, tornò a riunirsi con il grosso dell’esercito, pieno di gloria, con meno di un quarto degli effettivi con cui era partito, per compiere un’azione strategicamente inutile. Insomma, al
confronto Pirro era un dilettante…

Così le truppe mongole su concentrarono sul bersaglio grosso, l’Ungheria: dopo aver vinto per un pelo la sanguinosa battaglia di Mohi, in cui lo stesso Batu rischiò la vita e in cui i suoi arcieri furono massacrati dalla cavalleria pesante magiara e preso la poco fortificata Buda, con il re Beda IV in fuga, i mongoli si aspettavano che come in Russia, si verificasse una resa generale. Per cui, nominarono un darughachi in Ungheria e coniarono monete a nome di Khagan.

Il problema è che l’Ungheria e la Croazia non erano la Russia; le fortezze dell’Ungheria Occidentale, come Fehérvár, Esztergom, Veszprém, Tihany, Győr, Pannonhalma, Moson, Sopron, Vasvár, Újhely, Zala, Léka, Pozsony, Nyitra, Komárom, Fülek e Abaújvár resistettero a oltranza; i mongoli si trovarono così impelagati in una guerra d’attrito, che non si aspettavano e a cui non erano preparati, che li vedeva sfavoriti dal punto di vista logistico e che impediva loro qualsiasi altra iniziativa strategica.

Guerra d’attrito, in cui cominciarono anche a fioccare le sconfitte: il tentativo di Jebe di invadere la Moravia fu respinto dai boemi, Subedei, nei pressi di Székesfehérvá, se la vide assai brutta, cadendo in una trappola ordita da truppe mercenarie italiane e rischiò di fare la stessa fine dei cavalieri teutonici nella battaglia del lago ghiacciato e il solito Kadan fece le sue solite figure di palta a Fiume, dove scoprì come le frecce delle balestre erano meno frequenti, ma più letali di quelle degli archi mongoli e a Clissa, nei pressi di Spalato, dove ebbe la brillante idea di caricare su una salita accidentata gli avversari, che fecero a pezzi la sua cavalleria.

A peggiorare la situazione ci si mise anche il clima: se i mongoli sopravvissero a un inverno gelido grazie alle provviste saccheggiate in Moldavia e Valacchia, in primavera, nelle pianure ungheresi, si scatenò un continuo diluvio universale, trasformandole in un infinito pantano, in cui i cavalli delle steppe pativano la fame e finivano azzoppati. Insomma, la morte di Ögodei fu per Baku una benedizione, fornendogli una scusa per uscire, senza perdere troppo la faccia, dal vicolo cieco in cui si era infilato.

Dall’esperienza, polacchi e ungheresi impararono moltissimo, riempendo le loro terre di fortezze: così, quando negli anni tra il 1280 e il 1285 ci fu la seconda invasione mongola dell’Europa, che benché sia stata condotta con più larghezza di mezzi rispetto a quella di Batu, nessun libro di storia tende a citare, questa collezionò una serie impressionante di sconfitte…

Insomma, tra il 1240 e il 1250, i mongoli, con un considerevole sforzo, avrebbero potuto conquistare l’Europa, ma essendo questa fuori dei lori principali interessi geopolitici, diretti all’Estremo Oriente, ritennero che il gioco non valesse la candela… Dopo, non ci sarebbe stata più una supremazia tattico strategico tale, da permettere un esito positivo a tale impresa.

Fantascienza e luoghi sconosciuti da scoprire: intervista a Dario Giardi

KippleBlog

Dario Giardi

Ciao Dario, è un piacere averti ospite sulle pagine virtuali di Kipple. Per chi non ti conoscesse ancora, ti andrebbe di presentarti?

Sono un curioso sognatore. Anche se il mio lavoro ufficiale è quello di ricercatore nel campo ambientale, ho sempre coltivato la passione per la scrittura. Ho iniziato come autore di guide turistiche per case editrici nazionali e internazionali. Una ricerca che mi ha permesso di scoprire luoghi inesplorati e storie dimenticate del nostro territorio che poi hanno ispirato le mie prime avventure nella narrativa.

Cosa ti ha spinto a scrivere fantascienza?

In tutte le storie che racconto, mescolo continuamente due piani: quello della verità, della scienza e quello della fantascienza perché ritengo profondamente che il secondo abbia sempre anticipato il primo anzi direi che senza il secondo il primo non sarebbe mai arrivato a certe scoperte. E poi cos’è davvero scienza e verità? Un mio amico…

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Qualunquemente

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E’ interessante notare come, nella Roma grillina, tra stazioni della Metro chiuse e originali proposte della Sindaca su cosa fare del fu TBM Salario, si stia verificando un fenomeno assai strano. Un simpatico trentenne, di nome Enrico Stefàno, che dopo avere frequentato un annetto di Scienze Naturali, si è laureato in giurisprudenza, ogni mattina si alza, credendo di essere il Sindaco o l’Assessore alla Mobilità, si alza e fa una dichiarazione sulle sue ricette per risolvere il problema del traffico a Roma.

Ora dato che i suddetto trentenne, per sua fortuna, dato che sono argomenti di una noia mortale, ha una conoscenza assai vaga della matematica connessa alla teoria delle code e del traffico, spesso tali idee, che lui ritiene geniali, con qualche rara eccezione, non posso che essere a favore delle piste ciclabili, anche se non capisco come facciano a Roma a costare molto più del resto del Mondo, se applicate nel concreto, più che mitigare il problema, lo renderebbero peggiore.

Vabbè, poco male… Grazie a Dio, siamo in democrazia e anche se magari si potrebbe chiedere un poco più di attenzione e competenza a chi svolge un ruolo istituzionale, tutti hanno il diritto di aprire bocca e metterci fiato: in questo, il sottoscritto non è secondo a nessuno. Ahimè, il buon Stefàno, ha la fortuna, chiamiamola così, di essere simpatico al buon Massimiliano Tonelli, Líder Máximo del blog Roma fa Schifo, che, per sua stessa ammissione, di teoria del traffico ne capisce ancora meno, il quale, prendendo per oro colato le sue dichiarazioni, le gonfia e le diffonde ai quattro venti, difendendole spada tratta, con l’unico risultato di fare irritare alquanto il romano medio, che magari non sarà un fine intellettuale, magari sarà schiavo “de la maghina”, ma per lo meno è dotato di un minimo di buonsenso.

Dinanzi le levate di scudi dei potenziali elettori, l’Ammistrazione Raggi, applica l’italica abitudine di applaudire alle proposte di Stefàno, per poi rimandarne l’applicazione al giorno del poi… Dato che questo teatrino, che ha molto del ridicolo, si sta ripetendo troppo spesso, un dubbio sorge spontaneo

Dato che, anche se del vincolo dei due mandati ai Cinque Stelle non frega più nulla, la Raggi è ormai bruciata, non è che stiamo assistdo alla lunga campagna elettorale del prossimo candidati sindaco grillino ?

San Filarete l’Ortolano

Diffusione del dialetto Greco-Calabro

Nell’immagine con cui apro questo post, è raccontata, meglio di mille parole, la progressiva scomparsa della lingua greca in Calabria. In età angioina, questa veniva usata in una vasta area, compresa tra Seminara, Taurianova, la valle del Mésima e l’altopiano del Poro. Verso la metà del XVI secolo la lingua greca era stata eliminata nel bacino del Petrace, in particolare nell’alta valle del Duverso e del Tasi. Nel corso del secolo successivo il fenomeno regressivo interessò talune valli del versante occidentale dell’Aspromonte che incombono sullo Stretto di Messina, come ad esempio le fiumare di Catona e di Gallico.

Nel corso del XIX secolo la perdita dell’antico idioma interessava centri come Pentedattilo, Africo, Brancaleone, Motta San Giovanni, Montebello Ionico, San Lorenzo; aree del versante ionico dell’Aspromonte. Nei primi decenni del XX secolo il fenomeno regressivo ha interessato i comuni di Palizzi, Staiti, Cardeto, Roccaforte del Greco, Amendolea e Condofuri. Alla sostituzione linguistica con i dialetto romanzo, favorita dalla politica e dalle gerarchie ecclesiastiche, si è associata anche un’operazione di cancellazione della memoria storica e culturale, volta a fare cadere nell’oblio il ruolo avuto da Rhegion e dal ducato di Calabria nell’impero dei rhomanoi. Così, parlare dei santi greco calabri è anche recuperare questi frammenti perduti della Storia.

filarete

Oggi è il turno di Filarete l’Ortolano; come avviene spesso in questi casi, i vari biografi non sono concordi sulle sue origini. i cattolici e una minoranza di ortodossi sostengono che fosse di origine palermitana; alcuni apologeti sostengono che egli sia nato nella zona del Val Demone, territorio ricompreso tra la provincia montuosa di Messina, Caronia e Catania, il cui nome deriva dall’iqlīm di Dimasc, un’unità amministrativa che prendeva il nome dalla perduta città di Demenna.

Secondo lo studioso e orientalista Michele Amari sarebbero da ricercare nella lingua greca, in particolare egli suppose che potesse derivare dal nome con il quale erano indicati gli abitatori di quel territorio, durante la conquista araba e cioè “perduranti” o “permanenti” (forse nella fede o nell’Impero), in quanto deriverebbe dal participio presente del verbo διαμένω (permanere, perdurare) del greco bizantino, ossia tondemenon, termine che diede nome al vallo e al contempo ad un fortilizio divenuto in seguito città in seguito chiamata Demona o Demenna. Significativo il fatto che una gola presso Rometta, capitale del thema di Sikelia non ancora dissolto, viene chiamata in un documento del 963 “Dimnasc” (la quale pronuncia sarebbe dimnaʃ) Per cui Filarete sarebbe nato in una delle persistenti aree ellenofone della Sicilia sotto la dominazione araba.

In ogni caso, dal bios scritto dal monaco Nilo, sappiamo che nacque intorno al 1020 e come battezzato con il nome di Filippo, in omaggio al grande esorcista di Agira, detto appunto “scacciaspiriti”. Inoltre è probabile che, con la sua famiglia, dovunque fosse nato, a un certo punto si fosse trasferito a Balarm. Ora, sulla tolleranza dell’emirato di Ṣiqilliyya sono stati sprecati fiumi d’inchiostro e questa, a seconda del clima politico e delle paturnie dell’epoca è stata valutata in maniere differente.

In realtà, non bisogna fare di ogni erba un fascio: il rapporto tra musulmani e cristiani è mutato più volte, a seconda delle valutazioni politiche dell’emiro di turno, delle contrasti politici e militari tra sunniti e sciiti locali e per ragioni economiche, provocando uno spostamento continuo di popolazione tra le due sponde dello stretto di Messina. All’epoca kalbita, sia per i commerci crescenti con l’Italia del Nord, sia per la necessità di incrementare la produzione agricola, i rapporti tra le due religioni erano parecchio amichevoli, per cui, Filippo non dovette forse passarsela così male, ovviamente con
tutte le limitazioni a cui erano soggetti i dhimmi

Le cose cambiarono al raggiungimento dei suoi diciotto anni, quando l’imperatore di Costantinopoli Michele IV Paflagone (1034-1041) con una invasione condotta dal grande generale macedone Giorgio Maniace cercò di liberare la Sicilia dal giogo musulmano che si concluse con la vittoria temporanea di Troina del 1040. Date queste vicende, l’atmosfera per i cristiani di Balarm sara diventata assai pesante, per cui poteva sembrare un’idea attraente il cambiare aria.

Così, Filippo di trasferì prima a Rhegion, poi a Sinopoli, dove decise di dedicarsi alla vita monastica: a 25 anni si ritirò nella valle delle Saline, che oggi è identificabile con la zona di Seminara (RC) e dintorni. Qui il santo ricevette l’ordinazione monastica ad opera dell’igumeno Oreste del Sacro Imperiale monastero delle Saline, fondato da Sant’Elia il Giovane nell’880, originario di Enna, a cui appunto l’imperatore Leone IV il Sapiente gli conferì il titolo “imperiale”. Tale monastero era il principale insediamento religioso in un’area che secondo taluni studiosi vedeva tra eremi, skiti e piccoli cenobi, circa
un centinaio di luoghi vissuti unicamente da monaci e che senza alcun dubbio diedero vita ad un’importante scuola monastica da cui uscirono molti santi italo-greci. L’igumeno diede a Filippo il nome di Filarete, che secondo la tradizione latina significa “pescatore”, mentre secondo quella greca significa “amante della virtù”

Filarete, probabilmente non era un grande intellettuale o un fine teologo, ma di certo non mancava di voglia di lavorare: all’inizio si dedicò alla pastorizia, aiutando con l’occasione coloro che si erano persi o si erano infortunati in montagna, al punto da divenire il loro padre spirituale. Successivamente fu un instancabile agricoltore per conto del monastero, quando gli fu assegnato un appezzamento di terra, che lui coltivava avendo sempre addosso una pesante catena, che gli doveva tener viva in mente l’idea della schiavitù del peccato e per l’afflizione del corpo, vestito unicamente di una tunica di paglia. Attività che lo ha portato ad avere, nel calendario ortodosso, l’appellativo di ortolano

Dato che Filarete amava spaccarsi la schiena a zappare, il suo duro lavoro rendeva molti frutti che donava anche ai poveri che in quel tempo si erano moltiplicati esponenzialmente per via delle guerre che infuriavano in quel periodo. L’ascesi di Filarete, come tradizione dei monaci greco calabri si basò inoltre in lunghe veglie ed estenuanti digiuni, spesso si nutriva di erbe bollite, con il dispensiere del convento che gli lesinava, sale, vino e pane.

Come accade spesso in Italia, chi lavora senza lamentarsi, invece di essere elogiato, viene trattato da scemo: Filarete non sfuggì a tale sorte. Infatti, quando egli si ammalò gravemente, i confratelli lo portarono nel monastero e fattolo distendere sul letto lo lasciarono riposare, credendo che avesse energie sufficienti per poter vivere, per cui lo privarono della necessaria assistenza ed il santo morì abbandonato e solo , così come condusse la sua vita. Il giorno seguente i confratelli gli celebrarono il funerale frettoloso, senza tener conto del profumo che emanava il suo corpo,

Il buon Filarete ebbe però una sua soddisfazione postuma: racconta il bios che una donna affetta da cecità, a seguito di una grave emorragia celebrale, si recò sulla tomba ad implorare l’aiuto di Sant’Elia il Giovane, che era estremamente vivo nella devozione dei fedeli a causa dei suoi innumerevoli miracoli, per ricevere un’intercessione. In una visione gli apparve il santo che gli disse di rivolgersi alla tomba di San Filarete, che era in grado di guarirla. La donna chiese ai concittadini del santo, ma questi risposero con boh e, quindi, si recò presso il monastero chiedendo di potersi recare sulla sua tomba, ma i monaci, provarono a cacciarla a male parole.

Ma la donna era irremovibile: Sant’Elia gli aveva detto di chiedere la grazia a Filarete e che quindi da qualche parte questo doveva saltare fuori. Alla fine, il dispensiere dal braccino corto, gli venne in mente come l’unico Filarete del convento fosse l’ortolano morto un paio d’anni prima, per cui, con molto scetticismo, l’accompagno a pregare sulla sua tomba, in cui avvenne il miracolo.

Così il nostro eroe si trovò promosso da Filarete chi a grande santo locale e i suoi confratelli, cosa che probabilmente lui avrebbe poco apprezzato, si buttarono a capofitto nel business dei pellegrinaggio, costruendo un oratorio sulla sua tomba. Nel 1133 il monastero venne costruito sulle rovine dell’originario e dedicato ai Santi Elia e Filarete. Però, si assistette ad un fenomeno curioso, in quanto la devozione di San Filarete si sviluppò enormemente al punto che il monastero venne successivamente conosciuto unicamente con il nome del santo ortolano, facendo così vivere alla sua ombra quello del fondatore ovvero Sant’Elia. Risulta essere un paradosso in quanto l’umile ortolano era estremamente devoto del santo fondatore, al punto da portare sempre con sé il libro della sua vita.

Ora la memoria stava progressivamente scemando, come tutti i suoi colleghi greco calabri, finché non ci mise lo zampino Cardinale Giannettino Doria, personaggio molto particolare, in perenne lite sia con i viceré spagnoli, sia con a nobiltà locale, di cui non condivideva le manie autonomiste. Benché amasse la bella vita, sia durante la peste, sia durante le numerose carestie, mise i beni della chiesa al servizio dei poveri. In un periodo di crisi economica, ordinò che tutti, nella sua diocesi, consegnassero l’argento posseduto e proibì alle monache, sotto pena di scomunica, di nascondere l’argento proprio o altrui nei loro chiostri.

Giannettino Doria, poi si impegnò, nel tentativo di rilanciare l’orgoglio civico di Palermo, città sempre più marginale nei domini spagnoli, in un recupero della tradizione greca e normanna. Per questo costruì a tavolino il culto di Santa Rosalia, che sino al 1624 era una perfetta sconosciuta e si dedicò alla promuovere la devozione dei tanti santi panormiti. Di quest’impegno ne ebbe beneficio anche Filarete, che fu inserito nel Calendario Palermitano.

Dopo la distruzione del suo convento nel grande terremoto del 1693, l’abate Generale dell’ordine basiliano di Palermo, Pietro Minniti, chiese la restituzione delle reliquie del santo affinché tornassero nella terra natia, cosa concessa da Clemente IX. La traslazione, con destinazione la cattedrale di Palermo fu celebrata con solenni suppliche il 14 gennaio del 1703. Ed in tale data fu inscritta la celebrazione nel martirologio romano. La festa della traslazione fu celebrata sino al 1929, mentre quella del santo fino al 1958, anno in cui la sua festa fu definitivamente cancellata dal calendario liturgico romano.

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La nostra storia non finisce però qui: lo scrittore Santo Gioffré, appassionato studioso di Barlaam di Seminara, donò intorno al 2000 un suo uliveto, per far costruire la più grande chiesa ortodossa dell’Italia meridionale, dedicata a Elia il Giovane e Filarete, associata a un monastero femminile ortodosso. Nel 2001 il Primate della Chiesa Ortodossa, Sua Santità Bartolomeo I Patriarca Ecumenico di Costantinopoli ha benedetto la sua prima pietra. La chiesa è stata , completata nel arco di un anno e mezzo, è stata realizzata secondo il modello classico dell’arte sacra bizantina e decorata con affreschi eseguiti da un artista greco.