Un sabato d’ottobre

Causa tendinite provocata dalle buche dei marciapiedi dell’Esquilino, a qualcuno al Campidoglio saranno fischiate le orecchie, con tutti gli insulti che ho tirato loro in questi giorni, questo sabato la mia mobilità è alquanto ridotta, per cui mi tocca rimanere a poltrire a casa. Ed è un vero peccato ! Perché oggi di cose da fare ne avrei avute parecchie: ad esempio, la presentazione del fumetto Blacksteam di Valentina Di Stefano e Pierpaolo Pasquini da Jaku Toys a Garbatella. Blacksteam, per chi non lo conoscesse, è un fumetto steampunk ambientato a Roma nel 1886. con protagonista Artemisia Severini (Missy) scienziata libertina che studia fenomeni meta psichici.

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Oppure senza andare così lontano, sarei potuto andare a Palazzo Merulana, per fare una capitina alla terza edizione di Esquisito l’evento dedicato ai sapori dell’Esquilino, con una degustazione guidata in un percorso enogastronomico, con tappail Palazzo del Freddo di Giovanni Fassi, Radici – Pizzicheria Salentina, il Caffè Ciamei, l’ Antico Forno Roscioli, il Gatsby Café e la Norcineria e Gastronomia Cecchini.

ottobrata

E subito dopo partecipare all’Ottobrata romana dell’Onlus Diritti al Cuore, una cena di raccolta fondi per la missione sanitaria che svolgeranno a fine ottobre, .allietata da balli popolari laziali e canti a cura del gruppo Le danze di Piazza Vittorio e dalle lettura di poesie in romanesco.

Invece, mi tocca rimanere a casuccia: già è stata una faticata immane spingermi a Piazza Vittorio, dove ho avuto l’occasione di ammirare qualche lavoro di poster art. Benché ne sia innamorato, non ho l’abitudine, a differenza di altre associazioni che bazzicano l’Esquilino, di farmi bello con il lavoro e l’impegno altrui; per cui, tengo a sottolinearlo, sono iniziative spontanee e ammirevoli di artisti romani, con cui Le danze di Piazza Vittorio non c’entrano nulla.

Però, una cosa mi piacerebbe ricordarla: quando cominciammo a lavorare con i murales, il grande oppositore del progetto su parecchi gruppi social dell’Esquilino, ci accusò, con toni apocalittici di aprire Piazza Vittorio al degrado. Ho l’impressione, però, che l’aver trasformato il rione un laboratorio di street art, ha aperto la strada invece all’arte e alla bellezza.

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Inveni portum

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Al VI miglio dell’Appia Antica , sul lato sinistro, si trova il più grande mausoleo circolare della via Appia, detto Casal Rotondo, di età augustea, è formato da un corpo cilindrico, originariamente rivestito di travertino, impostato su un basamento quadrangolare di 35 metri per lato, con un anello di base decorato da un fregio di grifi e un tetto conico a squame. Nella parte inferiore del cilindro il rivestimento offriva una sorta di piani di seduta per la sosta.

Nel Medioevo, i Savelli vi costruirono sopra una torre medievale, da cui si dedicavano al loro passatempo preferito, ossia il taglieggiare mercanti e pellegrini; a fine Trecento, quando il complesso passò agli Orsini, la trasformarono in un piccolo casale, da cui ha tratto il nome moderno l’edificio.

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Chi vi sia sepolto, è un mistero… Nel 1848 l’architetto e archeologo Luigi Canina, scavando nei dintorni, trovò alcuni frammenti di marmo, tra cui lastra marmorea con sopra scritto il cognomen Cotta con il campo epigrafico riquadrato da una cornice decorata da kyma lesbio e pseudo-anse laterali, decorata con cerchi concentrici. Ciò lo portò a ipotizzare come il sepolcro fosse sormontato da un’edicola circolare e come il mausoleo fosse l’ultima dimora di Messalla Corvino, console nel 31 a.C. eretta dal figlio Messalino Cotta, oratore e intellettuale dell’epoca di Augusto.

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E per dare maggiore importanza alla sua presunta grande scoperta, aumentandone il decoro, Canina fece erigere, con suddetti frammenti, una quinta architettonica. Peccato che Messalla Corvino fosse sepolto sulla via Latina… In più, studi più recenti hanno però escluso la pertinenza dell’epigrafe e dei frammenti architettonici al mausoleo di Casal Rotondo; si tratterebbe invece di quanto resta di un altro sepolcro, molto più piccolo, che doveva sorgere nelle immediate vicinanze. Tale sepolcro è stato ipotizzato come un’edicola circolare di circa m. 4 di diametro e m. 4,40 di altezza, poggiante su una
base di tre gradini, ornata all’esterno da lesene corinzie, sormontata da un tetto conico a scaglie, su cui si elevava un cippo a pigna.

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Tholos che In base alla decorazione, suggerita dai frammenti superstiti ed alle caratteristiche paleografiche e stilistiche dell’iscrizione, essa si daterebbe ai primi anni del principato augusteo, e precisamente tra il 36 ed il 28 a.c.. Per tale motivo si è riconosciuto nel Cotta dell’iscrizione un membro della famiglia degli Aurelii Cotta, vissuto nel I sec. a.c., cioè prima del Marco Aurelio Cotta Massimo Messalino, adottato da questa famiglia. Si tratterebbe allora di Lucio Aurelio Cotta, zio di Giulio Cesare, con cui ebbe un rapporto complicato, prima avversari politici, essendo Cotta sillano, poi, dopo la
conquista delle Gallie, alleato, console nel 65 a.c., e vissuto probabilmente sino al 30-20 a.c., epoca in cui si puòdatare il sepolcro, o di un suo nipote, Marco Aurelio Cotta, vissuto un po’ dopo.

Tuttavia, recenti ed autorevoli proposte di datazione dell’epigrafe intorno al 15- 10 a.c., ripropongono l’ipotesi che il nostro personaggio sia un Cotta di età ancora successiva, e precisamente si propende il già ricordato Aurelius Cotta, padre adottivo del console del 20 d.c. M. Aurelius Cotta Maximus Messalinus, grande amico di Ovidio che forse ricoprì cariche pubbliche intorno alla metà del I sec. a.c.

Sempre nelle vicinanze del Mausoleo, è stata trovata una variante del famoso distico elegiaco

Inveni portum. Spes et Fortuna valete!
Sat me lusistis; ludite nunc alios!

che tradotto in italiano fa così

Ho trovato infine il mio approdo. Vi dico addio Speranza e Fortuna!
Abbastanza mi avete ingannato; ora prendetevi gioco di altri!

Si tratta della pietra sepolcrale di Lucio Annio Ottavio Valeriano che cosi dice

D(is) M(anibus) s(acrum) L(ucius) Annius Octavius Valerianus
evasi effugi spes et fortuna valete
nil mihi vo(b)iscum est ludificate alios

ossia

Sacro agli Dei Mani. Lucio Annio Ottavio Valeriano.
Sono fuggito. Sono fuori. Speranza, Fortuna, vi saluto.
Non ho più niente da spartire con voi.
Prendetevi gioco di qualcun altro

Iscrizione che ha dietro una storia affascinante: per caso, ne fu scoperta un’imitazione proveniente dalla remota città di Romula-Malva nella distante provincia romana di Dacia: una tavoletta di argilla, risalente al periodo a cavallo tra il II e III secolo (171– 230 d.C.), riproduce l’epitaffio del già citato Lucio Annio Ottavio Valeriano, ripetendone perfino il nome, che fa così

D(is) M(anibus) s(acrum) L(ucius) Annius Octavius Valerianus
evasi effugi gpes et Fortuna valete
nil mih(i) vovi(s)cum est ludific[ate alios]

Gli errori nel testo (gpes e vovi(s)cum) rivelano, tra l’altro, in colui che l’ha inciso, una conoscenza approssimativa della lingua latina, o quantomeno della sua ortografia:l’aver trovato, a distanza così remota, l’incredibile coincidenza del nome e del testo, con quest’ultimo che se ne distacca solo per i due refusi, ha fatto supporre che, in entrambi i casi, ci si trovi di fronte allo stesso Annio Ottavio Valeriano a cui era destinato il sarcofago incompiuto di Casal Rotondo.

Egli, giunto in Dacia, forse per commercio, potrebbe aver dettato l’epitaffio in un momento critico in cui avvertì l’inatteso sopraggiungere della morte mentre si trovava in quel paese lontano, lasciando incompiuto il sarcofago a Roma

Un fianco dell’Etna si muove lateralmente. Facciamo il punto.

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di Alessandro Bonforte, Francesco Guglielmino, Giuseppe Puglisi

E’ stato pubblicato di recente sulla rivista scientifica Science Advances un articolo riguardante i risultati di misure di deformazione del suolo eseguite sul fondale marino antistante il vulcano Etna. Le misure hanno messo in evidenza l’esistenza di un lento movimento verso Est che interessa anche il versante sommerso del vulcano. Questa scoperta ha suscitato un grande clamore mediatico, sia per l’impatto internazionale della rivista, sia per l’argomento in questione, ovvero il lento scivolamento verso il mare del fianco orientale del vulcano, fatto peraltro già noto da decenni. Proprio questo aspetto è stato esageratamente amplificato da alcuni media che hanno riportato la notizia, soprattutto sul web, enfatizzando l’aspetto catastrofico del fenomeno, e ipotizzando il possibile crollo dell’intero versante e il conseguente tsunami. Questo scenario è un evento estremo e, in quanto tale, altamente improbabile. In questa sede intendiamo quindi fare chiarezza…

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Un giorno a Incheon

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L’8 ottobre scorso, a Incheon, in Corea del Sud, è stato presentato il report sul cambiamento climatico elaborato dall’Intergovernmental panel for climate change (Ipcc) dell’Onu. Cambiamento climatico che è una realtà incontrovertibile, per il semplice motivo che dal 1700 in poi siamo usciti da una piccola era glaciale; più complesso per motivi matematici legati alla teoria del caos, stimare sia l’impatto dell’attività umana, sia valutarne gli effetti a medio periodo.

Questo non vuol dire che non esistano: solo che per valutarli, dobbiamo utilizzare non calcoli precisi e formule deterministici, ma modelli euristici, fallibili e revisionabili in funzione dell’esperienza concreta e di nuovi dati. Per questo, paradossalmente, la realtà che ci aspetta potrebbe essere ancora peggiore di quella stimata dall’Ipcc.

Ma in concreto, cosa dice questo rapporto ? Ipotizza il mondo a cui potremmo andare incontro se non dovessimo raggiungere l’obiettivo fissato dall’accordo di Parigi, in vigore dal 2016, entro 12 anni. Accordo che India e Cina dicono di rispettare a parole, ma che nei fatti violano senza ritegno, da cui si sono ritirati gli Usa di Trump, con il rischio di essere imitati da Australia e Brasile.

Con questo patto, detto anche Cop21, i Paesi firmatari si sono impegnati a mettere in campo misure significative per limitare il surriscaldamento del clima, mantenendo le temperature tra il grado e mezzo e i due gradi in più rispetto ai livelli pre-industriali. Al momento, il termostato segna già +1°C rispetto al suddetto limite, lasciandoci con un margine di manovra di solo mezzo grado. Ma proprio presto mezzo grado potrebbe fare la differenza tra il nostro mondo e una distopia alla Mad Max.

Può salvare tra il 70% e il 90% delle barriere coralline, che a 2°C cesserebbero di esistere; può ridurre l’innalzamento dei mari di 10 centimetri, permettendo a oltre 10 milioni di persone di scampare ai rischi correlati all’erosione della terra ferma; può diminuire la drammaticità di eventi climatici come le ondate di caldo, la siccità e i cicloni tropicali; può frenare lo scioglimento del permafrost e garantire la sopravvivenza di diverse specie animali.

Il problema è perché uno scenario così tragico, invece di scuotere le coscienze, è, specie in Italia, passato quasi inosservato o perché, ciò che dovrebbe essere di stimolo per l’evoluzione tecnologica e sociale, è invece visto come un’inutile fonte di fastidio.

A mio avviso, i motivi potrebbero essere, in fondo, tre: negli anni scorsi, per sensibilizzare le coscienze, chi si occupava del tema ha spesso gridato “Al lupo, al lupo”. Ricordo ancora le conferenze del presunto espertone, che annunciava come entro il 2010 tutto il litorale romano, da Ostia al Trullo, sarebbe finito sotto un metro d’acqua… Il che, oltre a rendere purtroppo meno credibile chi cercava di evidenziare seriamente i potenziali rischi, ha di fatto desensibilizzato le coscienze, facendo passare l’idea del

“Dato che ce la siamo scampata sino ad oggi, ce la scamperemo anche in futuro”.

Il secondo è purtroppo l’eccessiva politicizzazione della questione: avere reso il climate change una bandiera della Sinistra, invece che un tema trasversale, ha purtroppo reso purtroppo l’altra metà della popolazione ostile a prescindere da qualsiasi dato concreto sia fornito.

Il terzo è purtroppo legato alla natura umana: noi siamo scimmie che per non essere sopraffatte dall’Ignoto, hanno un bisogno psicologico di ordine, struttura e sicurezza. Per questo tendiamo a concentrarsi sull’apparente continuità, sullo status quo, ignorando i cambiamenti che la mettono in discussioni. Per questo non ci rendiamo conto della singolarità tecnologica che stiamo vivendo o consideriamo come normali le catastrofi climatiche che sempre più spesso costellano la nostra vita.

Per superare questi problemi è sempre più necessario ripensare il come comunichiamo al resto del mondo la questione del Cambiamento Climatico

#Romadicebasta

Il 27 ottobre alle 10.30 si terrà a Piazza del Campidoglio il sit in di protesta #Romadicebasta, promosso dal gruppo Facebook “Roma per tutti Tutti per Roma”, un grido di dolore contro quei dilettanti allo sbaraglio che stanno conducendo a ramengo la Città Eterna.

Ora, avendo aderito, come lurker, al gruppo, l’ho visto crescere da poche decine di persone ai numeri di oggi e ho assistito alle prime discussioni sull’organizzare una protesta: soprattutto, ho la fortuna di conoscere le organizzatrici.

A volte abbiamo avuto idee differenti, non siamo stati d’accordo su iniziative o metodi, più spesso abbiamo collaborato: in ogni caso le ritengo donne straordinarie, capaci di coniugare una grande cultura a un’immensa passione civica, che nasce dall’amore per il bello e per il buono.

Per questo, all’inizio, ho avuto a comprendere l’attacco che ha fatto loro Roma fa schifo

I romani hanno un enorme problema non facilissimo da risolvere: la loro ignoranza crassa, diffusa, ostentata, rivendicata, autocompiaciuta. Sono impreparati su tutto e considerano questo un pregio di cui vantarsi. Non conoscono nulla di nulla, ma vogliono esprimersi considerando il loro giudizio, scevro da qualsiasi approfondimento, valevole quanto quello di chi ha studiato e approfondito quella o quell’altra questione. Gli ignoranti ci sono in tutte le città del mondo, beninteso, ma la sensazione (complicata da dimostrare, invero, ma papabile) è che a Roma la percentuale sia decisamente maggiore: sopra il livello di guardia e tollerabilità. Inoltre a Roma di fronte ad un ceto d’insipienti assai attivo e rumoroso, s’oppone silente e mesta la vasta e inutile schiera dei cittadini preparati e aggiornati

Diciamola tutta: Massimiliano Tonelli non è che mi abbia mai dato l’impressione di essere un intellettuale colto e riflessivo, pronto a seguire la proposizione più celebre del Tractatus logico-philosophicus del buon vecchio Ludwig Wittgenstein

Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere

Non nego che tale impressione sia figlia di un mio immotivato pregiudizio, dato che, tutte le volte che mi sono confrontato con Tonelli su argomenti specifici, che vanno oltre la grancassa della demagogia da quattro soldi, come ad esempio la Smart City, non è che abbia mai fatto così brillanti figure.

Però lo vedrei meglio in compagnia del ceto d’insipienti assai attivo e rumoroso, magari aizzandolo con un bel megafono, che della vasta schiera di cittadini preparati…. Ma in fondo, riflettendoci meglio, la posizione di Tonelli è comprensibile: pur non arrivando agli estremi complottisti e parecchio ridicoli di Dinamopress, è innegabile che sia un imprenditore della comunicazione, che ha trovato come target il degrado: se questo si riducesse, sarebbe costretto a cambiare lavoro.

Per questo è assai tiepido su qualsiasi progetto serio di riqualificazione urbana e avaro di proposte e iniziative concrete per migliorare Roma: se lo facesse, rendendola meno schifosa, segherebbe il ramo dove si è appollaiato e da cui gracchia con tanto vigore. In più, temendo di perdere il monopolio del piagnisteo, è atterrito da qualsiasi movimento di protesta che sia estraneo al suo blog. In finale, il suo articolo deve essere preso per ciò che è: una difesa d’ufficio del suo orticello.

Lato mio, per quel che vale,c’è un’unica considerazione che è indipendente dalla manifestazione: è assurdo che, dopo due anni di manicomio, che l’opposizione alla Raggi parta dai cittadini, non dai partiti, il che mi fa piangere il cuore sul livello di desertificazione raggiunto dalla politica in questa città tanto magnifica, quanto assurda.

Detto questo, per quel che vale e salute permettendo, il 27 ci sarò…

Red Fish di Luo Guixia

Cina

Per chi non lo conoscesse, PARTY – l’arte da ricevere, nata nel 2010 da un’idea dell’architetto Francesca Bertuglia, che vivi qui all’Esquilino, è un modo diverso, più intimo e partecipato, di vivere l’arte all’interno di spazi privati, domestici o professionali.

Quadri, sculture, fotografie, installazioni incontrano persone non in uno spazio asettico e neutro, come quello di una galleria d’arte, ma in una realtà vissuta, in cui si sovrappongono ricordi ed emozioni. Ogni opera dialoga con tante tracce di vita, , che permettono di assaporare l’esperienza dell’Arte non più in una dimensione “altra” dal quotidiano, ma come “esperienza del quotidiano”.

Così venerdì 19 ottobre, nella casa settimo piano di via Santa Croce in Gerusalemme, 91 si potrà vivere e apprezzare la mostra Red Fish di Luo Guixia, una pittrice cinese che così si presenta

Sono un Pesce Rosso che è in viaggio (Luo Guixia)

Da otto anni vivo in Italia come straniera, in questi otto anni, mangio, vivo con gli italiani, ma la mia pelle, il mio volto sono sempre quelli di una asiatica.

Amo essere straniera, la lingua il modo di vivere diverso dalle mie origini, mi permette di pensare sempre.

Il Pesce Rosso per me è un simbolo del mio paese, la Cina.

Come gli occhi a mandorla sono un simbolo, oltre che una caratteristica etnica.

Mio padre possiede un acquario di pesci rossi, ogni volta che torno in Cina, guardo quei pesci rossi, penso sempre se sanno di essere pesci di un acquario, o no?

Vivono nell’acqua ma non ne percepiscono l’esistenza, percepiscono l’esistenza dell’acqua solo quando sono fuori dall’acqua.

Mi immagino di essere un Pesce Rosso anche io nell’acquario dell’universo.

Il mio mondo dove posso vivere e muovermi, è questa Terra.

Nell’acquario di chi?

Sono dentro l’acquario di chi?

L’acquario del padre di qualcuno?

Chi mi sta osservando?

Sono sincera, qualcuno mi sta osservando,

perché la mia vita non è solo mia.

Mostra che sarà accompagnata da un concerto di musica tradizionale cinese, ahimè solo su prenotazione, ma immagino che vi siano anche delle giuste e vincolanti esigenze di spazio. Wang Xiaoxu suonerà il Gu Zheng e Yu Dawei suonerà lo Xun, il più antico strumento musicale cinese. Cosa sono di preciso, questi strumenti ?

Il Gu Zheng è una sorta di cetra, probabilmente inventata periodo degli Stati Combattenti (453-221 a.C.) e diventa molto popolare durante le dinastie Qin e Tang (618-907 d.C.), che in antico si suonava pizzicando le corde con quattro plettri applicati alla mano destra, mentre la sinistra premeva le corde per ottenere note di diverso timbro e altezza. Dalla metà del XX secolo la tecnica esecutiva è stata però modificata: la mano sinistra, per esempio, può pizzicare le corde, come la destra

In genere lo strumento è accordato su scala pentatonica maggiore con cinque note in un’ottava: Do, Re, Mi, Sol e La; Fa e Si sono ottenuti premendo le corde a sinistra dei ponti mobili. L’intonazione di ogni corda varia con lo spessore; quelle della gamma più alta sono le più vicine al suonatore. Gli strumenti moderni hanno 21 o 23 corde in acciaio avvolto in rame.Il corpo principale del Guzheng è costituito da una cassa armonica rettangolare in legno Wutong (Paulownia tomentosa), sulla cui parte superiore sono tese le corde, legate attraverso i 2 ponti alle estremità del corpo. Il ponte dell’estremità di sinistra è costruito a forma di S mentre sul lato destro è diritto e sostiene nella parte inferiore i perni di sintonia per stringere o allentare le corde; la loro intonazione si può ottenere anche regolando opportunamente i ponti mobili che attraversano il corpo principale.

Il Guzheng è in grado di produrre effetti sonori che evocano immagini della natura come cascate, tuoni o cinguettii degli uccelli. Sino alla seconda metà del 1800, era utilizzato esclusivamente dalle orchestre suonavano alla corte imperiale, per poi passare progressivamente nel repertorio della musica popolare.

Lo Xun, invece, è una sorta di ocarina, con una storia di circa 7000 anni.Secondo la leggenda, sarebbe originato da un attrezzo da caccia detto “meteora di pietra”. Nell’antichità spesso la gente fissava ad una corda una pietra rotonda o una palla di fango lanciandole poi contro uccelli o animali. Alcune palle erano vuote e risuonavano in volo, quindi trovandolo divertente si iniziò a suonarle, così la meteora di pietra ha man mano cambiato funzione.

All’inizio questo era di pietra e osso, diventando poi di ceramica, con diverse forme: ovale, a palla, a pesce e a pera, fra cui quello a pera risulta il più comune.La parte superiore ospita l’imboccatura, il fondo è piatto, mentre le pareti hanno fori sonori. Le forme più antiche avevano un unico foro, aumentati in seguito, mentre solo alla fine del 3° secolo a.C. comparvero sei fori.

Recentemente, cosa strana per uno strumento così antico, lo Xun ha subito una forte evoluzione tecnica: il professor Chen Zhong del Conservatorio di Tianjin ha creato un Xun a 9 fori di ceramica purpurea di Yixing, nella provincia del Jiangsu. Questo mantiene non solo la forma e la tonalità originarie del Xun tradizionale, ma presenta un ampliamento del volume e registro musicale, può interpretare la scala musicale e i semitoni, il che lo rende uno strumento in grado di cambiar tono, con una tonalità antica, profonda, bassa e maestosa, decisamente unica.

La nascita del Xun a 9 fori simboleggia la ripresa della vitalità dell’antico Xun cinese. In seguito uno studente del professor Chen Zhong, Zhang Liangshan, della troupe di canto e danza della provincia del Hubei, ha creato un Xun a 10 fori di palissandro, risolvendo il problema dell’impossibilità dei toni alti dello strumento.

Il Xun era tradizionalmente utilizzato nella musica di corte, suddiviso in Songxun e Yaxun. Il primo è piuttosto piccolo, tipo un uovo, e suona toni alti, mentre il secondo è più grande, con toni bassi e profondi, ed è spesso utilizzato insieme ad un flauto di bambù detto Chi. Il “Classico delle poesie”, il più antico testo di poesia della Cina, comprende il verso: Bo suona il Xun e Zhong il Hu”, che significa: uno suona il Xun e l’altro il Hu, per indicare l’ armonioso e profondo affetto fraterno.

Ombre sul Brasile

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E’ complesso spiegare quanto sta accadendo in Brasile e si rischia spesso di cadere nella retorica o nelle frasi fatte, tipo quelle di Left, il cui Gianni Fresu si è riempito la bocca di cesarismo, di golpe istituzionale e golpe giudiziario.

Con meno retorica, ciò che si sta vivendo non nasce dal nulla o da misteriosi complotti: è la diretta conseguenza delle scelte del buon Lula durante la sua presidenza, la quale, nonostante la sua fama progressista e rivoluzionaria, non fece niente altro che portare a compimento le iniziative varate dal suo predecessore, il socialdemocratico Fernando Henrique Cardoso.

Il quale, conviene ricordarlo, fu il primo a varare la riforma agraria, che assegnava ai contadini povere le terre dei latifondi incolti, a lanciare quello che Lula, con il suo talento comunicatore, chiamerà il programma Fome Zero (Fame Zero), che prevedeva la costruzione di cisterne per l’acqua nella regione semi-arida del Brasile di Sertão, oltre ad azioni per contrastare la gravidanza adolescenziale, rafforzare l’agricoltura familiare e permettere l’accesso al microcredito e Bolsa Escola, che forniva sussidi agli abitanti delle favelas, che in cambio dovevano garantire la scolarizzazione dei figli e provvedere alla loro vaccinazione.

Programma che Lula trasformò in Bolsa Famiglia, aumentando l’entità dei sussidi, integrandoli con forniture di energia elettrica e l’allargamento dell’assistenza sanitaria gratuita, con il Sus, il sistema unico di Salute.Stessa continuità l’ha avuta Lula, nonostante la sua estrazione marxista, nella politica economica, che è culminata nel PAC, programma di investimenti per risolvere molti dei problemi che hanno impedito all’economia brasiliana di espandersi più rapidamente. Le misure comprendevano investimenti nella creazione e nella riparazione di strade e ferrovie, la semplificazione e la riduzione della tassazione e la modernizzazione della produzione energetica del paese per evitare ulteriori carenze, in modo da rafforzare il settore privato.

Tuttavia, a ciò Lula, a differenza di Cardoso, ha messo su un sistema di corruzione e clientelismo, una cleptocrazia tale da fare impallidire quelli della nostra Prima Repubblica, cosa assai paradossale, per chi, nel 1992 partecipò alla campagna per deporre il presidente Fernando Collor de Mello, colpevole di una serie di una lunga serie di scandali legati a finanziamenti pubblici.

Nel maggio 2005, ad esempio, scoppiò lo scandalo del Mensalao, in cui molti membri del primo governo Lula, tra cui il tesoriere del PT e l’ex ministro José Dirceu, finanziavano illecitamente le campagne elettorali del Partito dei Lavoratori e “stipendiava” illegalmente decine di parlamentari dei cinque partiti alleati del PT per ottenere l’appoggio all’Esecutivo e votare a favore delle sue riforme.Tutto grazie al sistema di riciclaggio basato sulle agenzie pubblicitarie di Marcos Valério, il quale stipulava contratti con enti statali, gonfiava le fatture, non svolgeva la maggior parte dei servizi e
distribuiva soldi a destra e manca. Solo nel 2010, al termine del suo mandato, dopo avere ostacolato le indagini della magistratura in ogni modo possibile, Lula ammise di sapere tutto.

Nel 2007 il Brasile annunciò la scoperta di enormi giacimenti petroliferi nella zona chiamata del «pre-sal»: acque profondissime, fino a 5.000 metri, e giacimenti situati sopra sedimenti salini spessi centinaia se non migliaia di metri. Il pre-sal avrebbe fatto del Brasile il quarto produttore mondiale di greggio. Così la Petrobas, l’azienda petrolifera statale, all’epoca guidata da Dilma Rousseff, divenne un immenso bancomat per il presidente e la sua cricca.

Forse proprio per ringraziare Dilma di questa pioggia di denaro, in maniera alquanto inaspettata, Lula fece in modo da candidarla come suo successore: ora Dilma, personalmente molto più onesta di Lula, donna dal grande temperamento e instancabile lavoratrice, non aveva però il carisma, la capacità di mediatore e l’abilità nell’intrigo del suo predecessore. In più dovette fronteggiare gli effetti della crisi economica: furono tagliati gli investimenti nelle infrastrutture, i programmi a supporto delle favelas, il che fece degradare rapidamente la loro condizione, tanto che ad oggi il numero degli omicidi annui brasiliani è tornato a oscillare intorno ai 70.000, numeri da zona di guerra, ma il tasso di corruzione rimase invariato.

E quello che negli anni precedenti per il brasiliano medio era visto come un male necessario, divenne all’improvviso un peso insopportabile. Nel 2014 il faccendiere Alberto Youssef, che in passato ha messo mani e piedi negli scandali finanziari più drammatici della storia del Brasile, approfittando della riduzione della pena garantita dalla nuova legge sui pentiti, consegnò al suo avvocato una lista di 100 nominativi di politici di altissimo livello in tutto il Brasile, gente che intascava mazzette faraoniche da Petrobas e dalle aziende che ruotavano attorno a questa.

Si scoprì che un cartello composto dalle tredici maggiori imprese di costruzioni brasiliane pagavano tangenti ai direttori lottizzati delle varie aree di controllo della Petrobras e si aggiudicavano così importanti commesse pubbliche. I direttori erano designati dai principali partiti che hanno composto il governo di Lula da Silva e di Dilma Rousseff. Ognuno riceveva una “commissione” in base alla sua forza; il 3% di sovrapprezzo sull’appalto per il Partito dei lavoratori di Lula (PT), il 2% agli alleati del Partito del Movimento Democratico Brasiliano (Pmdb) il 2% e 1% a quelli del Partito Progressista (PP).

E l’opposizione non era stata con le mani in mano: il suo ex leader. Aecio Neves è stato intercettato mentre si metteva d’accordo sul pagamento di una tangente di 500.000 euro dalla JBS. Tutto ciò, unito alla crisi sociale ed economica, ha provocato la desertificazione della politica brasiliana, dando spazio a Bolsonaro, che è un qualcosa di ben diverso da Berlusconi, da Salvini e da Di Maio. E’ infatti l’espressione dei ricchi brasiliani, con il loro egoismo, le loro paure e il loro senso di inferiorità nei confronti degli USA.

In fondo, tutta la loro idea della politica è riconducibile a

“Per rendere Brasilia come Washington, dobbiamo imitare e portare all’estremo quanto vi fanno”

Il che porta a una piattaforma elettorale basata su un neoliberismo aggressivo, in cui il povero è visto come un nemico. Per cui, Bolsonaro o non la realizzerà, oppure, per metterla in pratica, non avendo il consenso di parte della popolazione, dovrà ricorrere alla forza, mettendo in crisi le basi della fragile democrazia brasiliana