La casa natale di D’Annunzio

Prima del 1510, Pescara era una cittadina molto periferica e di scarsa rilevanza all’interno del Regno di Napoli. Esistevano delle mura inframmezzate da torri di guardia, cingevano solo una parte del borgo vecchio di Aterno, ormai noto come Pescara, cioè la parte meridionale dell’attuale via dei Bastioni, e la parte sul fiume di via delle Caserme. Tali mura risalivano all’epoca bizantina, poi vennero fortificate dai Normanni e da Giacomo Caldora nel primo Quattrocento.

Le cose cambiarono nel Cinquecento: per fronteggiare il problema degli assalti ottomani, Carlo V lanciò un ampio progetto di fortificazione delle coste del regno di Napoli: essendo Pescara l’unico centro di medio dimensione di quella parte del Giusterato d’Abruzzo, fu deciso di situarvi la roccaforte a difesa delle sue coste.

Così fu realizzato un progetto molto ambizioso, che prevedeva una fortezza trapezoidale irregolare, situata nello spazio del borgo di Porta Nuova a sud del fiume, con due bastioni a nord a difesa della doganella e la caserma delle armi, dove si trova l’attuale Questura. La fortezza dunque si componeva di sette grandi bastioni lanceolati, con relativi vertici minori sui lati dei vertici maggiori, controllante il tratto di costa pescarese e l’agglomerato che vi sorgeva all’interno.

Di conseguenza, la cittadina rimase confinata dentro le mure, tranne una piccola componente, dall’altra parte del fiume, che si cominciò ad aggregare dal XVII secolo attorno la basilica della Madonna dei sette dolori costituendo un piccolo insediamento, che nel 1747 venne chiamato Pescara Ultra (in contrapposizione con la Pescara Citra della fortezza) e fu aggregata alla provincia teatina.

Nel 1807, Giuseppe Bonaparte promulgava la riforma ammnistrativa del Regno di Napoli che ordinava la formazione dei decurionati e consigli provinciali e distrettuali e la sostituzione della figura del camerlengo con quella del sindaco; come conseguenza della riforma, il territorio di Pescara Ultra, che contava 1500 abitanti ed era noto localmente come Villa Castellammare, divenne un comune autonomo aggregato al distretto di Penne nell’Abruzzo Ulteriore separandosi dalla fortezza pescarese, che resterà invece nel distretto di Chieti dell’Abruzzo Citeriore, che a sua volta fu aggregata al comune di Francavilla.

Decisione che causò polemiche e proteste a non finire: Castellammare non intendeva farsi carico di nessuno dei debiti della vecchia amministrazione dell’Universitas di Pescara, mentre Pescara Citra non gradì per nulla il ruolo sminuito. La rivalità rimase però molto accesa, al punto che si resero necessari interventi della guarnigione militare borbonica per evitare la degenerazione di scaramucce in vere e proprie battaglie. Così la racconta D’Annunzio

Un’antica discordia dura tra Pescara e Castellammare Adriatico, tra i due comuni che il bel fiume divide. Le parti nemiche si esercitano assiduamente in offese e in rappresaglie, l’una osteggiando con tutte le forze il fiorire dell’altra. E poiché oggi è prima fonte di prosperità la mercatura, e poiché Pescara ha già molta dovizia d’industrie, i Castellammaresi da tempo mirano a trarre i mercanti su la loro riva con ogni sorta di astuzie e di allettamenti. Ora, un vecchio ponte di legname cavalca il fiume su grossi battelli tutti incatramati e incatenati e trattenuti da ormeggi. Li odii tra i Pescaresi e i Castellamaresi cozzano su quelle tavole che si consumano sotto i laboriosi traffici cotidiani. E, come per di là le industrie cittadine si riversano su la provincia teramana e vi si spandono felicemente, oh con qual gioia la parte avversa taglierebbe i canapi e respingerebbe i sette rei battelli a naufragare!

Le cose cambiarono a inizio Novecento, grazie all’azione di lobbying di due pescaresi doc, Acerbo e D’Annunzio, che convinsero i consigli comunali delle due cittadini a chiedere al governo Orlando di decretare la loro fusione, mettendosi ovviamente a litigare sul nome che avrebbe avuto la nuova città: le proposte in gioco furono Aterno, dal nome della città romana della zona, e Castelpescara, per non fare torto a nessuno.

A spostare il tutto sul nome di Pescara fu D’Annunzio, che il 16 maggio del 1924 scrisse a Mussolini una lettera nella quale chiedeva l’annessione di Castellammare e l’elevazione della città a capoluogo di provincia, risultato che ottenne il 2 gennaio del 1927.

Il 6 dicembre 1926 Mussolini così telegrafò a D’Annunzio, che si trovava a Gardone Riviera, annunciandogli la notizia:

Oggi ho elevato la tua Pescara a capoluogo di provincia. Te lo comunico perché credo che ti farà piacere. Ti abbraccio.

E D’Annunzio rispose:

Sono contentissimo della grande notizia e sono certissimo che la mia vecchia Pescara, ringiovanita, diventerà sempre più operosa e ardimentosa per dimostrarsi degna del privilegio che oggi tu le accordi. Ti abbraccio

Tutto ciò ebbe anche un impatto inaspettato nella vita del Vate. Come simbolo della nuova città e ringraziamento per quanto fatto, la sua casa natale a Pescara Citra, ora noto come Pescara Vecchia, fu proclamata nel 1928 monumento nazionale, che D’Annunzio aveva cominciato a fare restaurare dal cognato architetto Antonino Liberi, che aveva lavorato anche al Kursaal, al fine di commemorare la madre, Luisa De Benedictis, che vi era morta nel 1917 e in cui il poeta era nato, il 12 marzo 1863.

La trasformazione a monumento nazionale, ovviamente, ebbe l’effetto di scaricare sul contribuente pescarese i costi dei lavori. Antonino lavorò alla ristrutturazione fino al 1928, liberando il piano terra dalle botteghe e conservando la loggia, il cortile, il pozzo, la scuderia e le rimesse. In seguito d’Annunzio si mostrò insoddisfatto dei progetti: era infatti deluso dalla scelta di livellare i tre gradini che permettevano di accedere alla camera padronale, i quali erano invece legati al rispetto e all’adorazione della madre (da lui furono definiti “Tre gradini d’altare” nel Notturno).

Per cui sostituì il cognato con l’architetto Maroni, lo stesso del Vittoriale, il quale, previde nel suo progetto la necessità di reintegrare tutto l’edificio con l’esproprio dei locali che per circostanze diverse se ne erano staccati nel tempo. Solo nel 1933 si arrivò alla risoluzione definitiva, quando da parte dello Stato fu emanata una legge che ne prevedeva l’esproprio, il restauro e la sistemazione della casa, che fino a quel momento era stata affidata alle cure della custode Marietta Camerlengo.

I lavori, ripresi nel 1934, furono completati dal Maroni nei primi mesi del 1938: con l’abbattimento delle case diroccate si poté creare, su via delle Caserme, una piazzetta decorativa; si fece terminare il lato nord della Casa Monumentale con un corpo di fabbrica lineare per tutta la lunghezza di quel lato, innalzato per due piani, con un porticato al piano terra e il primo destinato a libreria. Furono chiuse le botteghe e tutto il piano terra fu rivestito e schiarito con lastre di travertino; i balconi, sorretti da mensole arricciate, furono di nuovo circondati con ringhiere.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, la casa fu danneggiata dai bombardamenti e saccheggiata dalle truppe alleate: per cui, furono necessario ulteriori restauri, che terminarono nel 1949.

La casa natale di D’Annunzio è ben diversa dal Vittoriale, con la ricchezza degli arredi, la varietà dell’accumulo collezionistico o lo stesso gusto per l’horror vacui per cui è famoso il Vate. E’ una casa di provincia, dove si respira ancora oggi una certa ristrettezza, tipica di certi ambienti piccolo borghesi di fine ‘800. Niente sfarzo, nessuna opera d’arte eccezionale, solo ricordi, suggestioni che si acuiscono leggendo le descrizioni oniriche che d’Annunzio fa nel Notturno, dove immagina-ricorda stanza per stanza la casa natale, libro che con le sue citazioni accompagna il visitatore.

Uscendo dalle sue sale, tornano in mente le parole de le Faville del Maglio

Tutto mi intenerisce e tutto mi ferisce.
Vivo in ogni cosa, e sono a ogni cosa estraneo.
Sento in tutte queste creature il mio medesimo sangue,
e sono infinitamente lontano da loro.
E la vecchia casa è pur sempre impregnata della mia vita puerile
come se pur ieri ne fossi uscito fanciullo.
Verso sera mi sentivo così stanco che ho chiesto di rimanere solo ne la mia stanza.
Mi sono seduto sull’inginocchiatoio, di cui ti ho parlato una volta;
sul vecchio inginocchiatoio delle mie preghiere infantili.
Ho appoggiato il capo alla sponda del letto;
e nei rumori della casa, nei rumori della strada,
ho udito udito cose che non potrò mai raccontare…

 

La chiesa di Santa Caterina d’Alessandria

Parlare della chiesa di Santa Caterina d’Alessandria a Palermo è abbastanza complesso, data la sua lunga e a volta poco chiara storia, che provo a sintetizzare.

Benché la Sicilia non presentasse grande interesse per i Domenicani, poiché da una parte non erano radicati i movimenti ereticali che volevano combattere e dall’altra non erano presenti le grandi facoltà di teologia in cui l’ordine poteva trovare i suoi novizi, Federico II fece carte false affinché i predicatori si trasferissero a Palermo, tanto che nel 1217 i primi frati furono ospitati inizialmente dall’Ordine teutonico, quindi ben visti agli occhi dell’Imperatore.

Il motivo di tale benevolenza era puramente politico: da una parte Federico II voleva utilizzare i Domenicani come strumento di pressione politica nei confronti delle vertici dei comuni lombardi, a torto o ragione, accusati di simpatia per il catarismo. Dall’altra, li utilizzava per rompere le scatole ai musulmani che aveva deportato a forza a Lucera, per farli convertire con le loro prediche.

Idillio che duro però molto poco, dato che i domenicani, nella disputa con Roma, si schierarono senza se e senza ma dalla parte del Papa. Di conseguenza, furono cacciati a pedate dalla Magione e non trovandosi un tetto sopra la testa, modello squatter, occuparono l’ex monastero abbandonato delle suore basiliane presso la primitiva chiesa di San Matteo al Cassaro.

Ovviamente, lo Stupor Mundi, dato il suo caratteraccio, fece di tutto per rendere loro la vita difficile, arrivando a multarli spesso e volentieri per l’occupazione abusiva… Soprusi che durarono anche sotto Manfredi e che si attenuarono con la conquista angioina.

Tranne che in Sicilia: i nobili siciliani, dando origine a una lunga tradizione, non erano per nulla felici sia dell’aumento delle tasse voluto da Carlo I, sia del fatto che il re di Napoli pretendesse che le pagassero sul serio e completamente.

Per cui, decisero di ribellarsi, chiedendo aiuto all’imperatore di Bisanzio Michele VIII Paleologo, sia a Pietro d’Aragona. Secondo la tradizione, la rivolta sarebbe stata scatenata in concomitanza con la funzione serale dei Vespri del 30 marzo 1282, lunedì dell’Angelo, sul sagrato della chiesa del Santo Spirito, a Palermo. A generare l’episodio fu la reazione al gesto di un soldato dell’esercito francese, tale Drouet, che si era rivolto in maniera irriguardosa a una giovane nobildonna accompagnata dal consorte, Ruggero Mastrangelo, mettendole le mani addosso con il pretesto di doverla perquisire.

In verità, Ruggero erano uno dei nobili contrari alle tasse, che sotto gli Svevi aveva ricoperto cariche pubbliche. Venne eletto capitano del popolo e, dopo la cacciata dei francesi, governò il libero Comune di Palermo insieme a Nicoloso d’Ortoleva, Arrigo Baverio e Nicolò d’Ebdemonia. Fu lui che, dopo un incontro con Bonifacio di Camerana, capitano del popolo del Comune di Corleone che da poco aveva scacciato gli Angioini seguendo l’esempio di Palermo, decise di unire le forze ed estendere la rivolta ed unire tutti i siciliani nella lotta ai francesi.

In questo caos, i domenicani, che erano accusati di essere filo francesi, se la passarono alquanto brutta: fu però proprio la famiglia di Ruggero a tirare loro fuori le castagne del fuoco. Il Capitano del Popolo, in segno di riconciliazione, gli donò il terreno e il denaro che permise loro di costruire finalmente il loro convento palermitano e Benvenuta, la sua figlia, che sposò in prime nozze Orlando Aspello e, alla morte di questi, Guglielmo Aldobrandeschi, conte di Santa Fiora, ebbe l’idea di fondare un monastero femminile sotto controllo di questo ordine religiosi

Il monastero fu costruito su uno sperone di terra che potrebbe corrispondere alla punta est della Neapoli punica, proprio sulle mura che delimitavano la Palermo punico-romana, oggi coincidenti con la via Schioppettieri. Nel suo sviluppo, il monastero ha inglobato la chiesa di S.Stefano dell’Ammiraglio, sorta a suo tempo su una delle porte della città araba, la Bâb-al-Bahr, corrotta in Bebibalcar. In questo spazio urbano era presente il palazzo della famiglia Mastrangelo, una volta appartenuto, a Giorgio d’Antiochia, l’ammiraglio di re Ruggero.

Nel testamento Benvenuta prevedeva l’area per l’edificazione del nuovo edificio comprendente la primitiva chiesa di San Matteo al Cassaro e la chiesa di Santo Stefano d’Ammirato, le rendite dei beni di Palermo, Salemi, Sciacca e Trapani necessarie per la realizzazione. Dispone il proprio monumento funebre nella primitiva «Cappella di Sant’Orsola» della chiesa di San Domenico e il futuro trasferimento dello stesso nell’erigenda chiesa del monastero di Santa Caterina.

Monastero che, pur avendo la caratteristica peculiare d’assistenza rivolta alle classi femminili più deboli e svantaggiate quali le semplici donne meretrici, era così ricco che nel 1314, prestò cinquanta onze alla città per aiutarla a difendersi da un imminente attacco dell’esercito di Roberto d’Angiò.

Ovviamente, a causa della ristrutturazione barocca, rimane ben poco della costruzione originale: solo l’ingresso all’aula capitolare che si affaccia sul chiostro, costituito da una porta di accesso affiancata da due bifore, che riproduce un modello tipico dei prospetti medievali delle aule capitolari.

Lo stesso schema si ritrova nel chiostro benedettino di Monreale e in quelli trecenteschi di Sant’Agostino a Palermo, di San Giovanni a Baida e di Santo Spirito ad Agrigento. Il ritmo geometrico che decora le ghiere degli archi acuti della porta e delle bifore riecheggia attraverso una interpretazione corsiva forme della tradizione arabo-normanna, con bugne a guancialetto che si ritrovano in tanti edifici palermitani come, ad esempio, il campanile della chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio detta la Martorana.

Nel 1407, il re Martino I di Sicilia, in teoria per contrastare il rilassamento dei costumi delle suore, in pratica per controllare le loro ricchezze, modificò lo statuto del convento prevedendo due nuovi responsabili in affiancamento alla badessa che rispondevano direttamente al Capitolo della Cattedrale e ai giurati del Senato Palermitano.

Questo tentativo di esproprio, fallì a causa delle complesse vicende che portarono alla morte del re per malaria in Sardegna e al Compromesso di Caspe e le suore di Santa Caterina continuarono ad accumulare ricchezze. Nel Quattrocento il monastero fu strettamente legato alle famiglie Abatellis e La Grua. Naturalmente la monacazione aveva risvolti altamente positivi e vantaggiosi per la salvaguardia del patrimonio familiare, infatti nel 1461 suor Elisabetta Abatellis cedette alla madre tutti i diritti sui beni paterni, con la clausola che alla morte del padre due parti dell’eredità andassero al fratello Francesco, un terzo alla sorella Antonia. Alla fine del Quattrocento vivevano a Santa Caterina altre due esponenti della famiglia Abatellis: Elisabetta, che entrò in monastero alla morte dell’omonima badessa e ne prese il nome, e Margherita che divenne badessa ai primi del Cinquecento.

Data questa ricchezza crescente, nel Cinquecento, il monastero cambiò natura, passando come target dalle ex meretrici alla clausura delle classi nobiliari, che dovevano trovare un luogo dove piazzare le figlie che non volevano maritare. Ciò, implica, per ovvio motivi di marketing, un ampliamento della chiesa, a scapito dei palazzi e delle cappelli vicine.

Per cui, nel 1566, la badessa, suor Maria del Carretto, decise di ricostruire totalmente la vecchia chiesa gotica, ingaggiando il fiorentino Francesco Camilliani e il milanese Antonio Muttone, che all’epoca stavano lavorando alla sistemazione di Piazza Pretoria e della Fontana della Vergogna.

I due architetti nel realizzare l’edificio, si ispirarono alle chiesa del Gesù del Vignola. Da inizio Seicento in poi, la chiesa cominciò la ricca decorazione in marmi mischi della chiesa. Nel 2014, incuria e disinteresse hanno determinato pericolosi cedimenti e distacchi dalle superfici esterne del monumento che hanno dettato urgenti interventi di consolidamento e restauro. Dal luglio 2014 il monastero di Santa Caterina non accoglie più le monache dell’Ordine Domenicano e l’intera struttura, seppur di proprietà del Ministero dell’Interno dipartimento del patrimonio Fondo Edifici di Culto, è affidata alla Curia palermitana, la quale dopo avere restaurato tutto il complesso, nel 2016 ha riaperto al pubblico la chiesa, il convento e l’ottima pasticceria, con gli enormi cannoli farciti al momento, i golosissimi panini di Santa Caterina, ripieni di zuccata e mandorle con scorza di limone, i sospiri in pasta di mandorle, aromatizzati al liquore e le fedde (natiche) del cancelliere, Una pasta di mandorle al pistacchio che nasconde un ripieno di crema di latte e confettura di albicocche.

Ora la chiesa è uno spettacolo per gli occhi: secondo il costume della nobiltà isolana che indirizzava le proprie risorse quasi esclusivamente a spese di rappresentanza per l’affermazione del proprio primato, le monache espressero il loro prestigio nell’addobbo marmoreo della chiesa, tra i più fastosi dell’epoca.

Le fanciulle entrate in monastero versavano infatti una cospicua dote che, per quanto inferiore a quella matrimoniale, costituiva un filtro selettivo che escludeva le appartenenti ai ceti più bassi, accettate solo in qualità di converse. Nel flusso ininterrotto di intarsi ed elementi scultorei si percepisce chiaramente il senso barocco della religione come pompa, festa, lusso, apparato.

I ritrovamenti documentari fanno supporre che il rivestimento marmoreo di Santa Caterina sia stato avviato tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo con i pilastri della crociera e protratto per oltre tre decenni. La decorazione è giocata principalmente sulle usuali cromie degli sfondi rossi e neri e del bianco degli inserti scultorei; il suo significato è riconducibile alla glorificazione di Santa Caterina e dell’ordine domenicano.

Lungo la navata assumono particolare risalto i plinti basamentali, divisi dalla zona superiore, dal risalto dei cornicioni ed eseguiti in tempi diversi. Sul lato sinistro, il primo rappresenta una fontana, con raffigurazioni di attributi mariani; sui due seguenti, che fiancheggiano specularmente la cappella, è presente un leone araldico da ricondurre allo stemma del casato di suor Lorenza Antonia Amato, che fece realizzare i lavori a proprie spese tra il 1711 e il 1713.

Sul lato destro è raffigurato in altorilievo Giona che sta per essere inghiottito dal mostro marino, seguito dal Sacrificio di Isacco e dalla Probatica Piscina. Immediatamente sopra ai plinti sono altorilievi di sante e beate domenicane quali la Beata Giovanna di Portogallo e Santa Margherita d’Ungheria; nei rilievi sotto le grate sono raffigurati a sinistra La visione di San Giovanni a Patmos, San Domenico riceve il Rosario e San Domenico resuscita il nipote del cardinale di Fossanova; a destra L’apparizione della Madonna a Reginaldo d’Orleans, Santa Caterina riceve le stimmate ed Una monaca domenicana aiuta il Cristo portacroce.

I pilastri della cupola furono realizzati tra il 1702 e il 1705 sotto la direzione dell’architetto Andrea Palma. Ai due verso la navata lavorò Giovan Battista Ragusa, autore anche delle statue di San Pietro Martire e San Vincenzo e di numerosi altri ornati in marmo bianco nella navata. Santa Caterina vi compare in trono trionfante, con un libro aperto, mentre uno dei saggi pagani viene atterrato da un leone. Ad Andrea Palma viene tradizionalmente attribuito anche il disegno dell’altare di Santa Caterina posto nel transetto.

La decorazione del presbiterio fu iniziata nel 1705, grazie al cospicuo lascito di suor Vittoria Felice Cottone, da Giovan Battista Marino e dai figli Gaspare e Antonino sotto la direzione di Giacomo Amato, il cui stile, memore della formazione romana, per le più ampie campiture si distingue nettamente dalle decorazioni a mischio ideate da Paolo Amato o Angelo Italia.

La strategia di Trump

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Uno dei grandi punti di forza di Trump è il fatto che le controparti, per il suo modo poco ortodosso di rapportarsi con l’altro, tendono a sottovalutarlo, ipotizzando non abbia competenza e intelligenza per pianificare e portare avanti una strategia.

Ciò è avvenuto in campagna elettorale, con la Corea e con la Cina: in questi giorni, invece, sta avvenendo per il Medio Oriente. Sin dall’inizio, Trump si è posto contro le decisioni dell’amministrazione Obama, evidenziandone sia gli enormi costi e i fallimenti dell’America in progetti di Nation Building da un lato, e la debolezza dimostrata nei confronti degli avversari dall’altro.

Per cercare di invertire la rotta, Trump ha applicato una strategia del rischio calcolato, ispirato, come raccontato in altri post, alla teoria dei giochi, in modo da convincere i vari attori politici dell’area sul fatto che un conflitto sia più dispendioso, per i loro interessi, rispetto a una trattativa, anche anche aspra, che porti a un balance of power, che permetta la riduzione dell’impegno militare USA e al contempo ne difenda i tradizionali interessi.

Interessi che in fondo sono riconducibili a tre capisaldi: il primo è la vendita delle armi ai partner del Golfo, per coprire la loro debolezza geopolitica e per biechi motivi di politica interna. Donald Trump ha sottolineato l’importanza di mantenere una forte base manifatturiera negli Stati Uniti, quindi, è probabile che l’industria della difesa sia chiamata a svolgere un importante ruolo in questo senso, il che implica la necessità di garantire ampi mercati di esportazione.

Il secondo, è ovviamente, il tradizionale rapporto di alleanza con Israele, che Trump ha di fatto rafforzato, rispetto alla precedente amministrazione Obama. Il terzo, la sicurezza del flusso ininterrotto di fonti energetiche dalla regione: nonostante una certa retorica, agli USA del petrolio e del gas medio orientale importa ben poco, perché grazie alla sua crescente produzione interna, non solo ha raggiunto l’autonomia, ma si è trasformato in un esportatore.

Tuttavia, Trump ha interesse a controllare il mercato dell’energia, sia per garantire gli interessi degli alleati europei e asiatici, impedendo che si avvicinino troppo alla Russia di Putin, sia per avere uno strumento di pressioni sulla Cina, la cui economia, in caso di embargo petrolifero, rischierebbe di crollare come un castello di carte.

Realpolitik, quella di Trump, che si è però dovuto scontrare con due problemi, che si trascinavano dai tempi di Obama: la questione ISIS e le ambizioni geopolitiche dell’Iran. Risolto, più o meno, il primo punto, il presidente americano si è concentrato sul secondo, mettendo Teheran in una situazione alquanto scomoda, dopo l’eliminazione di Qassem Soleiman.

Da una parte i vertici iraniani, dovevano reagire in qualche modo, per motivi di politica interna e per non perdere la faccia con gli alleati dell’area: dall’altra, non potevano rischiare un escalation, che oggettivamente, li avrebbe visti perdenti.

Per cui, hanno adottato un approccio, come dire, da “sceneggiata napoletana”: hanno avvertito con largo anticipo Bagdad dell’attacco, che a sua volta ha avvertito i comandi americani, in modo che questi potessero mettere al sicuro sia i loro soldati, sia quelli dei loro alleati.

Poi, hanno lanciato i missili, ben lontani da bersagli pericolosi: fatto questo, hanno alternato dichiarazioni roboanti a uso dell’opinione pubblica interne e concilianti in ambito internazionale. Tutto questo sarebbe finito qui, se non fosse accaduta la tragedia del Boeing ucraino, con tanti poveri cristi che ci sono andati in mezzo, che si è trasformata in un boomerang per Teheran, minandone tutta la credibilità.

E Trump ne ha approfittato alla grande, sfruttando la peculiarità dell’Iran, che, cosa spesso poco chiara all’italiano medio, è qualcosa di di ben diverso dalle autocrazie teocratiche come l’Arabia Saudita.

Teheran è di fatto un ircocervo, caratterizzato da complessa architettura “duale”, con un equilibrio sempre meno stabile tra organi elettivi e non elettivi e da centri di potere formale e informale. Gli organi elettivi comprendono il Presidente della Repubblica, il Parlamento, l’Assemblea degli esperti sulla Guida.

Il Presidente della Repubblica presiede il governo, di cui nomina i ministri, che però possono essere sfiduciati dal Parlamento, Tra le sue prerogative vi è la nomina degli ambasciatori, dei direttori della banca nazionale e della National Iranian Oil Company (NIOC).

Il Parlamento è composto composto da una sola camera da 270 membri, cifra elevata nel 1999 a 290 in considerazione dell’aumento della popolazione. L’elezione avviene ogni quattro anni attraverso un sistema misto di collegi uninominali e plurinominali, con cinque seggi riservati alle minoranze religiose: uno ciascuno per ebrei,zoroastriani, cristiani assiro-caldei e due per gli armeni.

Tra i poteri del Parlamento iraniano vi sono l’approvazione del bilancio statale, la ratifica dei trattati internazionali e la nomina di sei membri rimanenti del Consiglio dei guardiani, uno degli organi non elettivi. Anche se è poco noto, la dialettica interna a tale Parlamento è, come dire, assai vivace, tanto da fare impallidire quella della politica italiana.

L’Assemblea degli esperti sulla Guida, composta da 88 membri, ha il compito di eleggere tra i suoi ranghi la Guida suprema, il grande capo religioso dell’Iran.

Gli organi non elettivi sono i già citati Guida Suprema, il Consiglio dei Guardiani e il Consiglio del Discernimento. La Guida suprema, eletta a vita, gode del potere di indirizzo di tutti gli organi dello Stato. Il rahbar è inoltre comandante supremo delle forze armate, di cui nomina il capo di stato maggiore, ha il controllo degli apparati di sicurezza (servizi segreti e corpi paramilitari pasdaran e basiji) e delle fondazioni religiose, che hanno un ruolo fondamentale nella scassatissima economia iraniana, nomina il vertice del potere giudiziario e delle emittenti radiofoniche e televisive nazionali.

Di particolare importanza è la facoltà assegnata alla Guida suprema di nominare 6 dei 12 componenti del Consiglio dei guardiani della Costituzione, organo che ha sia il compito di controllare come tutti gli atti emessi dal Parlamento siano in linea con la sharī‘a, sia di verificare la potenziale eleggibilità dei candidati al Parlamento.

Infine, il Consiglio per il discernimento avrebbe in teoria il compito di dirimere le controversie tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani, ma negli ultimi anni, i suoi membri sono riusciti nell’incredibile impresa di litigare in contemporanea con entrambe le istituzioni.

Insomma, un sistema estremamente complesso, che Trump ha preso di mira, cercandone di aumentarne la conflittualità. In particolare, il Presidente americano ha individuato come principale bersaglio gli organi non elettivi, costituiti da un variegato gruppo di mullah: alcuni sono persone ammirabili per cultura e pietà religiosa, altri sono parecchio sopra le righe. La maggior parte, invece, teorizzano tanto il martirio altrui quanto aborrono il proprio, dato che vorrebbero trascorrere più tempo possibile in questa valle di lacrime a godersi i privilegi e le ricchezze dovute alla loro posizione.

Gli ultimi gesti di Trump, da una parte hanno mostrato come possano diventare potenziali bersagli, dall’altra, con le ultime sanzioni ad personam, li ha colpiti in ciò che hanno più caro, il portafoglio. Azioni che dovrebbero ammorbidirli, sia per rendergli più propensi alla trattativa, sia per screditarli.

Al contempo ha varato ulteriori sanzioni per colpire le esportazioni di acciaio, alluminio, rame e ferro e anche altri settori dell’economia come l’edilizia, il tessile, l’industria manifatturiera e quella mineraria, in modo da aumentare lo scontento della piccola borghesia iraniana, già prostrata, di cui il Parlamento è il litigioso portavoce..

Intervista a William Gibson

The Quatermass Xperiment

Jillian Tamaki

Traduco in italiano una bella intervista a William Gibson uscita oggi su The New York Times, uno scrittore affascinante e un uomo intelligente.

“La storia alternativa, secondo me, è un gioco più impegnativo”, afferma l’autore di “Agency” e altri romanzi di fantascienza, “se non altro perché la narrativa storica convenzionale, come la storia, è essa stessa altamente speculativa”.

Quali libri sono sul tuo comodino?

Pila attuale:

“I ragazzi della Nickel”, di Colson Whitehead. In attesa della modalità più silenziosa, cerco romanzi emotivamente potenti, e questo ha tutte le premesse di esserlo.

“Austral”, di Paul McAuley. Un vero scienziato che scrive fantascienza forte e emotivamente naturalistica, è una cosa rara.

“Cox’s Fragmenta” (due volumi), a cura di Simon Murphy. Gli stessi “Fragmenta”, nella British Library, sono 94 volumi di folio, ben oltre 200 pagine ciascuno, di “ritagli diversi” dai giornali di Birmingham e di Londra, “ordinati in una cronologia caotica” dalla…

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Also sprach Uwe Meinhardt

overman

Ci sono molti modi, per leggere Übermensch di Davide del Popolo Riolo. Il più banale, diciamolo, è quello ucronico, del solito mondo, scritto chissà quante volte, in cui i cattivoni nazisti, con l’aiuto dei servili e opportunisti italiani, hanno vinto la guerra… Chiave di lettura certo vera, ma che mostra una certa pigrizia culturale e intellettuale, che si limita a scalfire appena la superficie delle cose.

Un pochino più acuta, ma neppure tanto, perché di fatto, non ci si spreca neppure così tanto, dato che è un esercizio più di erudizione, che di riflessione, è il ricercare tutte le citazioni storiche e fumettistiche, che costellano il romanzo: perché, sotto certi aspetti, Übermensch è anche un grande frullatore pop, dove si mischiano, fondono e integrano l’alta e bassa cultura, dal calcio alla Resistenza, dalla kriptonite ad Anna Frank, da Filini all’Ovra.

Oppure si può osare di più: Übermensch è un atto d’amore per la scrittura e la fantascienza italiana… Da quando la bazzico, sento, in quantità industriale, lamentele sulla sua crisi, sulla diminuzione del numero dei lettori e sul fatto che non vi sia un ricambio generazionale. Tutto vero, senza dubbio alcuno. Però, ho l’impressione che questo sia comune a tutta la lettura, trasversale a ogni genere. Ciò, magari mi beccherò qualche pernacchione, in fondo, chissene frega, non è dovuto alla nostra maggiore ignoranza, ma è legato al dipanarsi della singolarità tecnologica: il compenetrarsi tra Reale e Virtuale, il progressivo sostituire dell’Umano con l’Artificiale, stanno mutando in maniera irreversibile il rapporto che il Singolo ha con lo Spazio e con il Tempo. Alla struttura sequenziale e causale, che bene o male ci accompagna da quando prendevamo a sassate i mammut, si sta sostituendo una simultanea e retroattiva, realizzando le profezie di Marinetti e dei Futuristi. La nostra capacità di tenere alta l’attenzione, di seguire il filo del discorso progressivamente si indebolisce e altri linguaggi si sostituiscono a quello della pagina scritta. E dato che il Medium è Messaggio, ciò muta a sua volta il nostro rapporto con la realtà, alimentando questo circolo virtuoso o vizioso, a secondo di come lo viviamo.

La scrittura, per sopravvivere, può seguire due strade: la prima è di standardizzarsi, di raccontare storie banali, utopie, avventure o distopie lette mille e una volta, sostituendo ai personaggi delle maschere e riducendo all’osso la struttura della frase, evitando qualsiasi aggettivo o verbo che sembri strano o inusuale. Il tutto nella speranza di crescere una generazione di lettori in batteria, capaci di appassionarsi all’equivalente letterario degli omogeneizzati per bambini.

La seconda consiste nell’affermare con orgoglio il ruolo della scrittura come creatrice di mondi: sfidare il lettore, moltiplicando gli stili, le voci narranti e i piani temporali, mostrando come questa possa fare molto di più di qualsiasi altro media. Cosa che vale soprattutto per la fantascienza: a differenza del Giallo, che è consolatorio, perché in fondo, mostra sempre una Realtà perfettamente conoscibile e razionale e anche un poco bigotta, dove il Bene trionfa e i cattivi sono puniti delle loro colpe, questa invece è una seminatrice di dubbi e incertezza.

La Realtà, nella fantascienza, come in fondo avviene nel nostro quotidiano, può essere irrazionale, incomprensibile, crudele o peggio indifferente, mostrando come in fondo, all’Universo, di quella scimpanzé nudo e presuntuoso chiamo Uomo, non possa fregargliene di meno.

E tutta questa inquietudine, traspare nelle pagine di Übermensch, che ci pone una serie di scomode domande: come ci possiamo rapportare, con un essere dal potere assoluto ? Lui, come ci giudicherebbe, nei nostri limiti e piccolezze ? La sua etica sarebbe figlia della cultura o della natura ? Sarebbe figlia della responsabilità o come direbbe il buon Nietzsche, si realizzerebbe al di là del bene e del male ? La sua perfetta libertà, consisterebbe nell’annullamento del sé ?

Perché in fondo, Uwe Meinhardt, nella sua solitudine, si pone le stesse domande di Ecce Homo

Quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo? Questa è diventata la mia vera unità di misura, sempre più. L’errore (- la fede nell’ideale -) non è cecità, l’errore è viltà… Ogni risultato, ogni passo avanti nella conoscenza è una conseguenza del coraggio, della durezza con sé stessi, della pulizia con sé stessi…

Ibn Jubayr a Palermo

Ibn Jubayr è stato un viaggiatore e poeta arabo-andaluso. Studiò scienze religiose e letteratura e diventò funzionario nell’amministrazione del wali di Granada. Per una improvvisa crisi religiosa intraprese il viaggio alla volta di Mecca, al fine di adempiervi il precetto del pellegrinaggio e partì quindi da Granada nel 1183.

Toccò nelle sue tappe Ceuta e da qui si diresse, passando per la Sardegna, la Sicilia e Creta, verso l’Egitto, al fine di dirigersi poi verso la Penisola Araba navigando lungo il Mar Rosso.

In Sicilia tornò nel 1184, al ritorno dal suo lungo viaggio che lo aveva portato a soggiornare per 9 mesi a Mecca e, quindi, a Baghdad, Mosul e Aleppo e nell’isola soggiornò fino al febbraio 1185. Nel suo resoconto di viaggio che descrisse l’isola all’epoca dei Normanni.

A titolo di curiosità, tratta da una vecchia traduzione ottocentesca, ecco la descrizione che da di Palermo, in cui vi appare forse la prima descrizione di Santa Maria dell’Ammiraglio

Si conta di Palermo capitale della Sicilia. — Iddio la restituisca [ai Musulmani].

Città metropoli di queste isole riunisce in sè i due pregi, [cioè] prosperità e splendore. Ha quanto puoi desiderare di bellezza reale ed apparente e di soddisfazioni della vita [nell’età] matura e fresca. Antica e bella, splendida e graziosa, sta alla posta con sembiante seduttore, insuperbisce tra piazze e pianure che sono tutte un giardino, larghe ha le vie e le strade, ti abbaglia la vista colla rara beltà del suo aspetto. Città maravigliosa, costrutta come Cordova, gli edifizi suoi sono tutti di pietra da taglio detta kardan.

Un fiume d’acqua perenne l’attraversa, ai fianchi di lei scaturiscono quattro sorgenti. Il suo Re qui allietò la vita di piaceri fugaci, onde la fece capitale del suo regno franco — Dio lo annienti! — I palazzi del Re ne circondano il collo, come i monili cingono i colli delle ragazze dal seno ricolmo, ed egli tra giardini e circhi si rigira di continuo fra delizie e divertimenti. Quante sale egli ha in essa e quanti edifizi! — Possano questi non essere più abitati da lui! — Quante loggie e quanti belvederi!

Quanti conventi possiede egli ne’ dintorni, conventi di ricca architettura, i cui monaci egli dotò largamente di fondi estesi! Quante chiese dalle croci gettate in oro ed argento! — Può essere che fra breve Dio, colla sua potenza, mandi a quest’isola giorni migliori, la ritorni dimora della fede e la riconduca dal timore alla sicurezza, perocchè Egli è onnipossente.

In questa città i Musulmani conservano traccie di lor credenza, essi tengono in buono stato la maggior parte delle loro moschee e vi fanno la preghiera alla chiamata del muezzin. Vi hanno dei sobborghi dove dimorano appartati dai Cristiani; i mercati sono tenuti da loro e son essi che vi fanno il traffico. Non tengono adunanze congregazionali il venerdì, essendo queste proibite; la recitano però nelle feste solenni, facendo l’invocazione a nome del [Califfo] abbasida. Vi hanno un qadi al quale si appellano nelle loro divergenze, ed una moschea congregazionale dove si radunano per le funzioni, e in questo mese santo vi fanno grande sfoggio di luminaria.

Le moschee [ordinarie] poi sono tante da non contarsi; la più parte servono di scuola ai maestri del Corano. In generale questi Musulmani non praticano coi loro confratelli alla dipendenza degli infedeli e non [godenti sicurtà] nelle sostanze, nelle donne e nei figliuoli — Dio, per bontà sua provveda a costoro coll’opera sua benefica.

Nel complesso delle somiglianze che passano fra questa città e Cordova, poichè per un qualche verso cosa rassomiglia a cosa, v’ha che essa pure ha la parte antica della città, detta al-Qadr al-qadim (il Castello antico, il Cassaro vecchio), la quale si trova nel centro della città moderna, e Cordova — Dio la protegga — è disposta alla stessa maniera.

In questo Cassaro vecchio si trovano dei palazzi che sembrano castella eccelse, con belvederi dal largo orizzonte, sì che gli occhi restano abbagliati a tanto splendore.Una delle cose degli infedeli più degne di nota da noi qui osservate, è la Chiesa detta dell’Antiocheno. Noi la visitammo il giorno di Natale, che è giorno di festa solenne per i Cristiani, e la trovammo piena di grande concorso di uomini e donne. Vedemmo tale costruzione a cui ogni descrizione vien meno, ed è indiscutibile che essa è il monumento più bello del mondo.

Le sue pareti interne sono tutte dorate, hanno lastre di marmo a colori, di cui mai si son vedute l’eguali, tutte lavorate a mosaico in oro, contornate di fogliame in mosaico verde. Dall’alto si aprono finestre in bell’ordine, con vetri dorati che acciecano la vista col bagliore de’ loro raggi e destano negli animi una suggestione da cui Dio ci tenga lontani.

Ci venne riferito che il fondatore di questa Chiesa, dal quale essa prende il nome, vi abbia speso dei quintali d’oro. Egli era il visir del nonno dell’attuale Re politeista. Questa chiesa ha un campanile sorretto da colonne di marmo di vario colore; esso è fatto a cupole (piani) sovrapposte l’una all’altra, tutte a colonne, onde è chiamato il Campanile dalle colonne. È questa una delle costruzioni le più maravigliose che veder si possa. — Dio col suo favore e coll’opera sua generosa lo nobiliti presto colla chiamata del muezzin.

Le donne cristiane di questa città all’aspetto sembrano musulmane, parlano [arabo] correttamente, si ammantano e si velano [come quelle]. In detta solennità uscirono fuori vestite di abiti serici, ricamati in oro, avvolte in drappi splendidi, velate con veli a colori, calzando scarpe dorate.

Procedeano verso le loro chiese, o [meglio] covili, adorne di ogni ornamento muliebre musulmano, di gioie, di tinture e di profumi. E, a guisa di scherzo letterario, ci rammentammo del verso del poeta: Colui che un dì entra in chiesa, v’incontra antilopi e gazzelle. Dio ci guardi da una descrizione che tiene del futile e ci porta alla vanità dello scherzo, ci preservi dal mettere in carta cosa che frutti biasimo, perocchè Egli, gloria a Lui! vuol esser temuto, Egli è il Condonatore.

San Cataldo

Dinanzi allo splendore della Martorana, San Cataldo può, agli occhi del visitatore distratto e frettoloso, sfigurare: di fatto, vi è un singolare contrasto tra lo splendore dei mosaici della prima e la severa semplicità della seconda.

Contrasto dovuto anche alla diversa origine delle due chiese: la prima era un ex voto di Giorgio d’Antiochia, a perenne testimonianza del potere e della ricchezza del grand’ammiraglio. La seconda, invece, era la cappella privata del palazzo di Maione da Bari, un luogo di privato raccoglimento, tra l’altro mai completato, a causa della morte violenta del committente.

Figlio di un giudice barese, Maione iniziò la carriera nella pubblica amministrazione normanna durante il regno di Ruggero II che lo nominò dapprima scriniario (responsabile dell’archivio della Curia regia), quindi vicecancelliere e infine cancelliere. Poco dopo l’incoronazione di Guglielmo I d’Altavilla fu da questi insignito del titolo di amiratus amiratorum, emiro degli emiri, equiparabile a quello di primo ministro.

In questo ruolo, Maione fu da una parte responsabile della repressione delle spinte autonomiste dell’aristocrazia feudale, dall’altra del cambio del baricentro della politica normanna, riportandolo dall’Africa, con il progressivo abbandono dei domini tunisini, al Sud Italia.

Ovviamente, tale politica non poté che portargli uno sproposito di nemici: la notte del 10 novembre 1160, mentre rincasava da una visita all’arcivescovo Ugo, fu assassinato in un agguato organizzato lungo la Via Coperta da Matteo Bonello, un giovane esponente dell’aristocrazia, a cui non fu estraneo lo stesso arcivescovo che fece chiudere le porte del palazzo alle spalle di Maione tagliandogli ogni via di fuga.

Nel luogo in cui fu ucciso Maione, a Palermo, si trova una spada appesa ad un portone, che la leggenda attribuisce proprio a Matteo Bonello. In realtà si tratta di un falso storico, in quanto l’elsa della spada è del tipo “a vela”, caratteristica del periodo non precedente al XVI secolo.

Dato che Maione era assai severo nel perseguire gli evasori fiscali, parecchi mercanti della zona non ebbero alcun ritegno nel profanare il cadavere, prendendolo a calci e sputi, strappandogli capelli e barba e trascinandolo lungo le strade.

Il re Guglielmo fu costretto, per placare la rivolta a dichiarare che non avrebbe arrestato Bonello, affidando il governo al normanno Enrico Aristippo, arcidiacono di Catania, scienziato di fama e primo traduttore dal geco dell’Almagesto di Tolomeo, del Menone e del Fedone di Platone, di Aristotele e di Diogene Laerzio.

Quel gran pettegolo di Ugo Falcando, che aveva una cattiva parola per tutti, espresse invece tutta la sua ammirazione per Aristippo, definendolo

Mansuetissimi virum ingenii et tam latinis quam grecis litteris eruditum,
familiarem sibi delegit ut vicem et officium interim gereret admirati,
preessetque notariis, et cum co secretius de regni negotiis pertractare

Nonostante la nomina di Enrico, Matteo Bonello temeva ancora la rappresaglia di re Guglielmo, per cui, per evitare rogne, alzò la posta in gioco, organizzando una congiura contro lo stesso monarca. L’Altavilla fu catturato il 9 marzo 1161, mentre dava udienza con Aristippo nel salone della Torre Pisana del Palazzo dei Normanni, fu imprigionato e dichiarato decaduto, mentre veniva proclamato re al suo posto il figlio Ruggero, peraltro ancora di 9 anni.

La rivolta tuttavia si trasformò in una barbara sommossa incontrollata. Vennero trucidati diversi membri della corte e fu avviata una caccia ai musulmani che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. I palazzi reali vennero saccheggiati e dati alle fiamme con la distruzione di un insostituibile patrimonio librario (fu persa l’edizione in latino del Kitāb Rujār) e artistico (fra tutti si ricorderanno il planisfero d’argento e la sfera armillare realizzati dal grande geografo arabo Idrisi per conto di Ruggero II, quasi certamente fatti a pezzi e fusi), oltre alle preziosissime porcellane.

Furono inoltre bruciati gli atti conservati negli archivi e i registri del catasto, probabilmente per precisi interessi personali di chi aveva usurpato beni immobili e fondi. L’harem fu violato e le donne violentate, mentre si trucidavano gli eunuchi che assolvevano a corte gli incarichi amministrativi più importanti. I musulmani (che operavano nel campo dei commerci e cui era vietato in modo assoluto possedere armi) restarono in balia della plebaglia, riuscendo in buona parte a salvarsi solo grazie alle viuzze assai strette dei quartieri da loro abitati. La particolare ferocia della rivolta baronale – che colpì tra l’altro il noto poeta Yahya ibn al-Tifashi – indusse al-Idrisi ad abbandonare per sempre la Sicilia alla volta del Nordafrica, dove morì sei anni più tardi.

La congiura prevedeva la conquista di Palermo, ma Bonello, per motivi non chiari, non mosse le proprie truppe. Questo gli costò la perdita del controllo dell’insurrezione e gli uomini leali al Re (tra cui gli arcivescovi Romualdo di Salerno e Roberto di Messina e i vescovi Tristano di Mazara e Riccardo Palmer, designato quest’ultimo alla diocesi di Siracusa), riuscirono l’11 marzo a far liberare Guglielmo I dalla volubile folla palermitana che abbandonò i congiurati, subdolamente accusati di precisi interessi personali nella congiura realizzata. Una tragedia però colpì il Re mentre recuperava la sua libertà e la corona. Nelle fasi finali dell’assalto al palazzo una freccia all’occhio feriva a morte il piccolo Ruggero che, di lì a poco, sarebbe morto tra le braccia del disperato padre.

Apparentemente perdonato dal re (il grosso delle cui truppe era a Messina), Bonello fu invece fatto arrestare pochi giorni dopo nella reggia in cui era stato convocato da re Guglielmo, imbaldanzito dal fatto che l’esercito regio era ormai sbarcato a Palermo. Bonello fu portato in una robusta fortezza adiacente al palazzo reale, e lì gettato nei sotterranei dove, accecato e reso storpio per il taglio dei tendini, morì pochi giorni dopo.

Al termine di questa vicenda degna de Il Trono di Spade, le proprietà di Maione furono acquisite dal demanio regio e successivamente passarono in proprietà dell’Ammiraglio regio Silvestro di Marsico che nel 1161 vi seppellì la figlioletta Matilda, a memoria della quale resta una lapide sepolcrale oggi visibile in una parete interna nei pressi dell’ingresso. Nel 1175 il conte Guglielmo di Marsico vendette alla Dogana dei Baroni tutto il palazzo, comprensivo della cappella, in modo da diventare la sede della sua delegazione siciliana.

Per chi non lo conoscesse, la Dogana dei Baroni, nel regno di Sicilia, era l’ufficio regio preposto alla gestione degli affari feudali, il cui personale era principalmente formato da Saraceni, con sede centrale a Salerno, che si occupava nello specifico di: gestire le terre regie e le proprietà demaniali, autorizzare le compravendite di terre tra feudi, controllare i baroni e quantificare disponibilità patrimoniali (castelli, fortezze, terreni) soggetta a tassazione oltre all’entità delle forze in armi e di quelle mobilitatili.

Re Guglielmo II, nel 1182, concesse la cappella e gli edifici annessi alla comunità benedettina di Monreale i quali li utilizzarono come Gancìa (ospizio) per la cura degli infermi. Nel 1625 i locali annessi alla cappella vennero utilizzati come Foresteria dal Vescovo di Monreale e uno di questi, Giovanni Roano, si fece promotore nel 1679 della “ristorazione e degli abbellimenti” dell’edificio.

Nei primi anni del XIX secolo, durante il regno borbonico, nello spazio attorno alla chiesa fu realizzata una struttura per ospitare la sede della Regia Posta inglobando al suo interno la cappella e le sue dipendenze. Grazie all’impegno di alcuni uomini di cultura, soprattutto di Michele Amari, che sollecitò l’intervento della Commissione alle Antichità e Belle Arti, a partire dal 1877 si avviò l’impegnativo progetto di restauro della chiesa, condotto dal 1882 al 1885 dall’architetto Giuseppe Patricolo, che in questo caso, diede il meglio di sé.

Non rendendosi del fatto che l’edificio fosse una cappella privata e non una chiesa autonoma, invece che restaurare e recuperare i resti dell’antico palazzo normanno, li demolì, dando a San Cataldo una configurazione mai avuta nella sua storia; in più, ovviamente, come suo solito, colorò le sue cupolette di un rosso immaginario.

Altri interventi avvennero nel Novecento: con l’acquisizione della chiesa da parte dei cavalieri del Santo Sepolcro, che nel 1937 restaurarono e riconsegnarono al culto la cappella, furono collocate negli alveoli di spigolo delle absidi delle colonnine marmoree, che infatti ancora oggi presentano nel capitello il simbolo crociato dei cavalieri, e chiuse le finestre con infissi a transenna.

Il secondo intervento riguarda la demolizione dell’edificio seicentesco prospiciente la via Maqueda, danneggiato dai bombardamenti del 1943 e rimosso, infine, nel 1948. In seguito a tale demolizione, ai piedi del basamento su cui spicca oggi la chiesa, è stato ricavato uno slargo, in cui è stato messo in luce un frammento delle antiche mura urbane di età punica.

Rispetto alle altre chiese normanne di Palermo, proprio per la sua origine privata, San Cataldo è un unicum. Per prima cosa, per l’origine di Maione, nell’architettura è una chiarissima rielaborazione della tipologia di chiesa a tre cupole della tradizione romanica pugliese, cosa testimoniata anche del santo a cui è dedicata, un vescovo tarantino.

Poi, a differenza della Martorana la chiesa è dedicata sin dalla fondazione al culto latino; in più la presenza di tre ingressi, ne chiarisce meglio la sua origine di spazio privato. Le prime due aperture sono posizionate nella prima campata, dove aveva accesso la servitù e gli eventuali clientes; la terza apertura si colloca sul fronte, dove dovevano esserci la parte privata del palazzo di Maione, da cui entrava l’emiro degli emiri e i suoi famigliari, mentre nell’ultima campata vi erano gli officianti il rito.

L’architettura pugliese, però, non è riprodotta pedissequamente, ma reinterpretata secondo la tradizione costruttiva locale delle cube. Alla struttura a campate segnate da pilastri polistili della Puglia si sostituiscono quattro colonne sul modello delle chiese a quinconce di ispirazione bizantina, trasformando così la complessità dello spazio di concezione romanica strutturato a campate separate da membrature che segnano plasticamente le diverse entità spaziali in un continuum organico.

A questo poi si aggiunge il contributo della tradizione costruttiva islamica, dovuto al presenza nel cantiere di maestranza fatimide di origine egiziana, a cui si devono le finestre a taglio netto sul muro, il gioco dei lievi rincassi e modanature che animano le pareti, la tipologia costruttiva delle cupole e il coronamento della chiesa, che riprende il motivo musulmani della fascia epigrafica continua, come la ritroviamo in numerosi altri edifici palermitani, anche laici, come la Zisa e la Cuba, sostituendo all’iscrizione in caratteri cufici una a caratteri latini di invocazione alla Vergine.

Per il pavimento cosmatesco, che fonde elementi della tradizione romana con quella islamica, rimane sempre il solito problema di fondo delle chiese palermitane: quanto sia originale, quanto sia successivo e quanto sia frutto dell’inventiva del solito Patricolo…