Selinunte (Parte I)

Selinunte, l’antica città siciliota, deriva il suo nome dal sèlinon, il sedano, che cresceva abbondante nella sua zona e che divenne anche uno dei suoi principali articoli di esportazione, tanto da decorare le sue monete.

La città fu fondata da una procedente colonia greca in Sicilia, Megara Iblea, nel 650 a.C. tra le due valli del Belice e del Modione, su un luogo non interessato da precedenti insediamenti indigeni. Selinunte fondò a sua volta nel 570 a.C. Heraclea Minoa presso la foce del suo estremo confine meridionale, il fiume Plàtani. Grazie alla fertilità del suo territorio e agli ottimi rapporti commerciali con l’epicrazia cartaginese, l’insieme delle colonie puniche in Sicilia, raggiunse rapidamente la bellezza di 100.000 abitanti.

Dopo la vittoria siracusana ad Himera, per evitare rappresaglie, Selinunte non solo cambiò fronte, dichiarandosi fiera nemica dei punici, ma sfruttando cinicamente la nuova alleanza, cominciò a espandersi ai danni dei vicini, a cominciare da Segesta.

La rivalità tra Selinunte e questa città, scatenò numerose guerre: il primo scontro avvenne nel 580 a.C. dal quale Segesta uscì vittoriosa. Nel 415 a.C. Segesta chiese aiuto ad Atene perché intervenisse contro l’intraprendenza selinuntina supportata da Siracusa. Gli ateniesi presero come pretesto la richiesta di Segesta per intraprendere una grande spedizione in Sicilia ed assediare Siracusa. Evento concluso con un’epocale disfatta per gli ateniesi, che dovrebbe essere abbastanza noto ai più; così Tucidide racconta il triste destino degli sconfitti

Nelle cave di pietra il trattamento imposto nei primi tempi dai Siracusani fu durissimo: a cielo aperto, stipati in folla tra le pareti a picco di quella cava angusta, in principio i detenuti patirono la sferza del sole bruciante, e della vampa che affannava il respiro. Poi, al contrario, successero le notti autunnali, fredde, che col loro trapasso di clima causavano nuovo sfinimento e più gravi malanni. Per ristrettezza di spazio si vedevano obbligati a soddisfare i propri bisogni in quello stesso fondo di cava: e con i mucchi di cadaveri che crescevano lì presso, gettati alla rinfusa l’uno sull’altro, chi dissanguato dalle piaghe, chi stroncato dagli sbalzi di stagione, chi ucciso da altre simili cause, si diffondeva un puzzo intollerabile. E li affliggeva il tormento della fame e della sete (poiché nei primi otto mesi i Siracusani gettavano loro una cotila d’acqua e due di grano come razione giornaliera a testa). Per concludere, non fu loro concessa tregua da nessuna delle sofferenze cui va incontro gente sepolta in un simile baratro. Per circa settanta giorni penarono in quella calca spaventosa. Poi, escluse le truppe ateniesi, siceliote o italiote che avevano avuto responsabilità diretta nella spedizione, tutti gli altri finirono sul mercato degli schiavi.

Pochi però sanno che Siracusa subito dopo, organizzò una rappresaglia contro Atene, spedendo nell’Egeo una flotta costituita da 35 navi così suddivise: 20 siracusane; 2 selinuntine; 3 tarantine e 10 di Thurion. Al suo comando vi era uno dei principali responsabili della difesa della città siciliana, Ermocrate.

Spedizione che fu ben poco gloriosa: dopo avere conquistato Amorgo, a causa di una riduzione dello stipendio, imposta dalla tirchieria spartana, Ermocrate dovette fronteggiare una sorta di sciopero dei soldati e marinai, si trovò letteralmente in mezzo alla rivolta di Mileto contro Tissaferne, preso a randellate sia dagli Ioni, sia dai Persiani, per subire infine un’umiliante sconfitta a Cizico.

Dinanzi a tale fallimento, i siracusani, che si aspettavano ben altro risultato, condannarono all’esilio Ermocrate. Nel frattempo, Selinunte ricominciò a mettere a ferro e fuoco il territorio di Segesta: questa, non sapendo a chi santo votarsi, decise di chiedere aiuto a Cartagine, offrendo in cambio un tributo e la disponibilità a ospitare nel suo territorio presidi militari punici.

Per sua fortuna, era suffeta a Cartagine Annibale Magone, voglioso di vendicare il nonno Amilcare, sconfitto e ucciso durante Battaglia di Imera da parte dei Greci sicelioti nel 480 a.C. Annibale convinse il recalcitrante senato punico con due argomenti: una vittoria di Selinunte avrebbe significato un forte potere nell’ovest della Sicilia, in grado di minare gli interessi punici; la presenza di Segesta avrebbe ingrandito il dominio punico, senza arrischiarsi di entrare in guerra contro la forte Siracusa.

Nel 410 a.C. Annibale inviò un esercito di 5000 soldati africani e 800 mercenari italici (prima in servizio con la spedizione ateniese) in Sicilia, armando anche cavalieri per i soldati italici, mettendo le forze a stazionare a Segesta. Mentre le forze di Selinunte stavano saccheggiando il territorio di Segesta, si frammentarono in più gruppi a causa della negligenza, le truppe selinunte uscirono, catturarono i ladri selinuntini di sorpresa, infliggendo almeno 1000 perdite tra i greci e catturando tutto il bottino che avevano raccolto. Segesta era salva da attacchi greci per il momento, dato che i selinuntini si ritirarono nella loro città dopo la loro sconfitta.

Selinunte, temendo il peggio, chiese aiuto a Siracusa, che, però, impegnata nell’Egeo, decise di non decidere. Nel frattempo, il Senato cartaginese, dato il costo non indifferente di una guerra, cercò di trovare un accordo di compromesso, scaricando al contempo la patata bollente a Siracusa.

Mandò infatti un’ambasciata alla città siciliana, chiedendole da fare da arbitro nella disputa tra Segesta e Selinunte: in caso la polis aretusea avesse ordinato ai selinuntini di ritirare le proprie truppe dai territori adiacenti alla colonia megarese, i cartaginesi avrebbero a sua volta ritirato l’esercito mercenario posto a protezione di Segesta.

Selinunte, sempre convinta dell’appoggio militare siracusano, però rifiutò l’accordo. Cartagine a questo punto si aspettava che Siracusa rompesse i rapporti solidali con i selinuntini, ma il governo democratico di Diocle si mostrò abbastanza cauto decidendo di mantenere la symmachia (alleanza) con Selinunte, dichiarando di conseguenza con la stessa di condividerne amici e nemici, senza però voler rinunciare a mantenere la pace anche con Cartagine.

Dinanzi a questa posizione alla Ponzio Pilato, il Senato cartaginese ruppe gli indugi, lasciando carta bianca ad Annibale Magone, che si fece prendere la mano: si vantò infatti di avere 120 000 uomini e 4000 cavalieri reclutati dall’Africa, dalla Sardegna, dalla Spagna e anche dai greci di Sicilia, oltre che a volontari punici.

Con una scorta di 60 triremi ai soldati, furono traghettati dall’Africa a Mozia, in Sicilia, vettovaglie ed equipaggiamenti d’assedio da 1500 navi da trasporto nella primavera del 409 a.C. Annibale lasciò un giorno di riposo ai suoi soldati con gli ordini di restare fuori da Selinunte, catturando la città di Mazara, un avamposto sulla strada per Selinunte, per usarla come base logistica.

L’armata cartaginese portò con sé gli equipaggiamenti d’assedio a Selinunte, mentre la flotta era ormeggiata a Mozia. Selinunte, comunque, fu avvisata dell’avvicinamento di Annibale, dato che alcuni cavalieri avevano avvistato l’esercito cartaginese al suo arrivo a Mozia, dando l’allarme. I cittadini selinuntini prepararono le loro difese, chiamarono tutti i loro fuori dalla città entro le mura e raccolse i viveri per l’assedio, chiedendo aiuto alle altre colonie greche.

E così successe il patatrac. Gela e Agrigento armarono i loro soldati, pronti a spedirli alla volta di Selinunte, ma le due poleis aspettavano Siracusa per unire le loro forze a quelle aretusee, ma ottennero come risposta che prima di prestare soccorso ai selinuntini, i soldati siracusani dovevano occuparsi di una guerra ingaggiata contro i calcidesi. Per cui Selinunte rimase sola contro i cartaginesi.

Annibale Magone, ignaro di questo, invece di stringere d’assedio la città, per risparmiare tempo e impedire che arrivassero rinforzi, sfruttando la sua superiorità numerica, decise di assaltare direttamente Selinunte.

Lasciato un reparto nel settore est della città per far fallire ogni tentativo di avanzare da parte dei rinforzi greci, i cartaginesi attaccarono probabilmente la città da nord con sei torri d’assedio di legno e arieti supportati, il primo giorno, dai mercenari italici. Gli arieti erano coperti da una placcatura in ferro per proteggerli dal fuoco. Selinunte, nel suo passato più recente, non era incappata in assedi per questo aveva poca conoscenza dell’arte bellica. Le torri d’assedio, che erano più alte delle mura della città, contenevano molti frombolieri e truppe da lancio. Queste attaccarono i difensori sulle mura che furono costretti a fuggire a causa della pioggia di proiettili.

Dopo gli arieti furono adoperati contro le mura, nelle quali fu infine aperta una breccia. In ogni caso, l’assalto di fanteria, guidato dai mercenari sanniti, fu alla fine respinto dopo tutto il giorno di battaglia; parte della ragione della sconfitta è che le macerie delle mura non furono portate via, ostacolando così i movimenti del reparto dell’esercito cartaginese. Mentre gli uomini di Selinunte scacciarono i cartaginesi, le donne e i vecchi presero con loro le vettovaglie dalle mura ed effettuarono riparazioni. A notte fonda i cartaginesi si ritirarono dall’assalto nel loro accampamento.

Annibale rinnovò i suoi sforzi il giorno seguente. Arcieri e frombolieri furono posizionati in alto alle sei torri, liberando così le mura dai difensori greci posizionati in diverse sezioni. Sei arieti furono nuovamente utilizzati contro le mura e alla fine diverse brecce furono fatte per permettere alle truppe puniche di entrare. Successivamente le macerie furono portate via dalle brecce, gruppi di soldati entrarono a turni. Una volta che le mura furono sfondate i greci abbandonarono i loro sforzi nel difenderle; si barricarono in piccole strade e combatterono ferocemente faccia a faccia coi nemici. Per nove giorni e nove notti battaglie per le strade imperversarono nella città, le truppe iberiche dell’esercito punico condussero l’assalto ai greci che combatterono strenuamente nelle strade, mentre tegole e mattoni erano gettati sui cartaginesi dalle donne sui tetti. Malgrado le pesanti perdite, il numero di soldati dell’esercito cartaginese permise loro di penetrare lentamente in città. Il nono giorno le donne greche esaurirono i proiettili, questo facilitò le condizioni per i cartaginesi. I greci cominciavano a perdere terreno e l’ultimo loro presidio fu nell’agorà.

Il saccheggio fu terribile: 16.000 cittadini selinuntini furono uccisi, 5.000 fatti schiavi, 2.600 riuscirono a fuggire ad Agrigento. Così lo racconta Diodoro Siculo

Presa così la città, altro non udivasi che gemito a pianto presso i Greci, e presso i Punici altro no ascoltavansi che barbariche grida, e fremito di giubilo […] Annibale comanda di uccidersi tutti […] Questi barbari tanto nella cruda empietà superavano tutti

Dopo avere chiuso la pratica Selinunte, per vendicare l’onta della sua famiglia, Annibale Magone decise di avanzare verso Imera, dove dopo avere sconfitto i Siracusani, che si erano finalmente resi conto del caos che si era scatenato, prese la città, la distrusse totalmente, prendendo come schiavi donne e bambini, per poi sacrificare sacrificò 3.000 prigionieri greci alla memoria del nonno. Soddisfatto, se ne tornò a Zyz, la nostra Palermo, per poi imbarcarsi per Cartagine.

Nel frattempo, Ermocrate, che era giunto come esule a Zancle, la nostra Messina, fece costruire cinque navi da guerra e assoldò 1.000 uomini tra i messinesi e altri 1.000 tra i superstiti di Imera giunti nella città dello stretto. Uniti i contingenti alla sua armata, cercò con l’aiuto di alcuni philoi (influenti amici), di rientrare a Siracusa, ma poiché non gli fu permesso, decise allora di volgere verso le zone interne della Sicilia. Giunse a Selinunte. Si rese conto della devastazione portata da Annibale. Il generale siracusano non si curò degli interessi punici; fece rialzare le mura – nonostante l’ultimo trattato di Annibale lo vietasse – richiamando tutti i selinuntini che – non essendo filo-punici – avevano cercato rifugio altrove. Ermocrate fece di Selinunte il suo centro operativo, dedicandosi con sommo impegno al saccheggio dell’epicrazia cartaginese.

Cosa che scatenò un altro colossale casino: Annibale colse l’occasione per chiudere definitivamente la partita con i Greci di Sicilia. Per prima cosa assediò la città di Akragas, cui aveva invano chiesto di allearsi o restare neutrale. Grazie alla posizione difficilmente prendibile (Akragas sorgeva su colline scoscese che erano state fortificate da ciclopiche mura nei punti più vulnerabili) gli Agrigentini respinsero l’attacco e lo stesso Annibale morì in un’epidemia di peste che divampò nell’accampamento cartaginese. Il vice di Annibale, Imilcone, riuscì a risollevare gli animi nell’accampamento cartaginese, ma dovette fronteggiare l’arrivo di 35.000 siracusani in aiuto ad Akragas. I Carteginesi diedero battaglia per intercettare l’esercito siceliota, ma ebbero la peggio e persero 6.000 uomini. I generali agrigentini non sfruttarono però l’occasione di rompere l’assedio ed attaccare i Cartaginesi in ritirata.

La situazione si capovolse nuovamente nelle settimane successive, quando una flotta di Imilcone, salpata da Palermo e Mozia, riuscì ad ottenere una grande vittoria contro un convoglio di navi siracusane che portavano provviste ad Agrigento. I mercenari campani e gli alleati greci che difendevano Akragas, giudicando disperata la situazione, decisero allora di abbandonare la città e furono presto seguiti dai civili. La città sguarnita fornì ai Punici un bottino mai visto: dopo sette mesi di assedio, Akragas cadde nel dicembre del 406 a.C.

Conquistata Akragas, Imilcone pose l’assedio a Gela. Gli abitanti di Gela resistettero fino all’arrivo di Dionisio I, nuovo tiranno di Siracusa, che era giunto in soccorso con un esercito di circa 30.000 fanti, accompagnato da una flotta di 50 navi. Dopo uno stallo di qualche settimana di fronte alle mura di Gela, Dionisio tentò un assalto di sorpresa all’accampamento punico, che venne respinto. Visto il fallimento della sua offensiva, decise di evacuare nottetempo tutta la popolazione di Gela e successivamente anche quella di Camarina, visto che non sarebbe riuscito a difendere nemmeno questa città. Imilcone poté quindi occupare le due città sulla strada di Siracusa senza colpo ferire. Arrivato fin sotto le mura di Siracusa, l’esercito cartaginese venne tuttavia colpito da un’epidemia che fece perdere a Imilcone la metà dei suoi uomini e lo costrinse a offrire un trattato di pace (404 a.C.) a Dionisio prima di ritornare a Cartagine: i Cartaginesi avrebbero conservato l’egemonia sui territori dei Sicani e degli Elimi; le città conquistate potevano essere ripopolate a patto di non erigere mura difensive e pagare un regolare tributo a Cartagine; Leontini, Messina e tutte le altre città siceliote e sicule rimanevano libere di reggersi con proprie leggi. Imilcone tornò trionfalmente in Africa e sciolse il suo esercito… Il resto è un’altra storia…

In tutto ciò, Selinunte, dopo essere stata ripopolata da Ermocrate, cadde sotto il dominio cartaginese, senza mai raggiungere i fasti del passato. Nel 276 a.C. fu conquistata da Pirro, fu abbandonata definitivamente durante la Prima Guerra Punica, quando i suoi abitanti furono evacuati a Lilibeo.

Selinunte non fu più abitata: le foci intasate dei fiumi resero la zona malsana, dissuadendo così nuovi insediamenti: Strabone definisce la sua terra come disabitata. In epoca bizantina, vi si stabilì un monastero basiliano. Il colpo di grazia, infine, le fu inferto da un violentissimo terremoto che, in epoca bizantina (VI-IX secolo), ridusse i suoi monumenti a un cumulo di rovine. Un ultimo vano tentativo di farla rinascere fu fatto in epoca araba (IX-XI secolo) – Idrisi la chiama “Rahl’-al-Asnam” cioè “villaggio dei pilastri” – dopo di che di Selinunte si perse pure la memoria.

A riscoprirlo, fu lo storico palermitano Tommaso Fazello, che ogni tanto fa capolino nei miei post, priore del convento panormita di San Domenico. Lo studioso effettuò l’attenta rilettura dei testi di Erodoto, Diodoro Siculo,Eusebio, Tucidide,Empedocle, Diogene Laerzio, Strabone, Pausania,Tolomeo, Plinio.Dopo una prima ricognizione a Mazara del Vallo compiuta per la quaresima del 1549, approfondì ulteriormente gli studi sui libri di Diodoro e le gesta di Annibale Magone. Nell’ottobre del 1551, attraverso la descrizione dei particolari topografici, individuò ed identificò univocamente con la terra di Lipulci. le rovine di Selinunte, distinguendole dalle architetture di Mazara e dagli immediati centri abitati del comprensorio nel raggio di decine miglia.

Nel 1779, nonostante un decreto di re Ferdinando IV vietasse lo smantellamento delle sue rovine (usate dagli abitanti della zona come cave di pietra), le devastazioni proseguirono fino a quando il governo italiano non vi pose una custodia permanente. I primi saggi e scavi furono eseguiti nel 1809 da parte degli inglesi. Nel 1823, due architetti inglesi, Samuel Angell e William Harris, iniziarono a scavare a Selinunte nel corso del loro tour in Sicilia e si imbatterono in diversi frammenti delle metope dal tempio arcaico oggi chiamato come “Tempio C.” Benché le autorità borboniche avessero cercato di fermarli, costoro continuarono il loro lavoro e cercarono di spedire i loro reperti in Inghilterra, per il British Museum. Grazie al cielo le spedizioni di Angell e Harris furono bloccate e dirottate a Palermo, per essere conservate nello splendido Museo Salinas

Benvenuto Flavio

Benvenuto Flavio… Probabilmente quando ti racconteremo di quest’anno strano, farai la stessa mia faccia di quando la mia bisnonna mi narrava dei giorni della Spagnola. In futuro, ti faremo arrabbiare, ci considererai dei vecchi babbioni incompetenti, magari anche a ragione, non capirai subito le nostre azioni o le nostre parole…

Ma sappi che tutti quanti, tua mamma, tuo papà, Valerio, i nonni, noi zii, ti vogliamo un bene dell’anima e tutto quello che facciamo, è al meglio delle nostre possibilità. Mi piacerebbe che tu e Valerio amasse i libri che mi fanno sognare, l’arte e la musica popolare… Però, in fondo a ragione il buon Gibran

I tuoi figli non sono figli tuoi.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore,
ma non le tue idee.
Perché loro hanno le proprie idee.
Tu puoi dare dimora al loro corpo,
non alla loro anima
.
Perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire,
dove a te non è dato di entrare,
neppure col sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro
ma non volere che essi somiglino a te.
Perché la vita non ritorna indietro,
e non si ferma a ieri.
Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani
.

E questo vale anche per gli zii… Insomma, qualsiasi cosa tu voglia essere o fare nella vita, che ti renda felice e ti riempia di soddisfazione.

Santa Maria in Domnica

Navicella

Una delle chiese più rinomate per i matrimoni a Roma è Santa Maria in Domnica, nota ai più come Navicella, è anche una delle principali testimonianze della storia e delle stratificazioni del Celio. Nome, quello della Navicella, che deriva dalla fontana posta dinanzi al suo ingresso, che rappresenta una galera romana, poggiata su due scalmi. Il ponte è delimitato da un corrimano sostenuto da nove mensole alternate ad altrettanti boccaporti. Particolarmente caratteristica la testa di cinghiale posta a decorazione della prua della nave, mentre sulla poppa è riprodotto il castello.

In epoca romana nei pressi del colle Celio sorgevano i Castra misenatium, il quartiere del reparto di marinai della flotta di stanza a capo Miseno, il cui principale incarico, quando non era impegnato in attività militari in mare, era quello di manovrare il velarium, l’enorme tenda che copriva il Colosseo e che, manovrato da un sistema di funi e carrucole, serviva a riparare il pubblico dal sole e dalle intemperie durante lo svolgimento degli spettacoli.

Secondo la tradizione i marinai del castra avrebbero fatto realizzare un modello marmoreo di una barca, per offrirlo (una sorta di ex voto) alla dea Iside, protettrice dei naviganti. Un’altra versione attribuisce la paternità dell’ex voto ai soldati del Castra peregrina (alloggi riservati, tra l’altro, ai militari di passaggio a Roma) per ringraziare la dea per uno scampato naufragio.

Andato perduto durante il Medioevo, i resti del modello furono ritrovati all’inizio del XVI secolo nei pressi della basilica di Santa Maria in Domnica. Prima che andassero di nuovo definitivamente perduti, papa Leone X incaricò lo scultore Andrea Sansovino di farne una copia che, tra il 1518 e il 1519, fu collocata davanti all’entrata della chiesa.

Tornando alla chiesa, questa occupa occupa il luogo dove era situata la V Coorte dei Vigiles, il corpo che aveva compiti di polizia urbana e di prevenzione degli incendi,istituito da Augusto nel 7 a.C. e suddiviso in sette caserme – le Coorti appunto – e sette distaccamenti – Excubitora.

Ne sono conferma i resti di un edificio a due piani, ritrovati nei primi anni del Duemila e alcune basi marmoree con iscrizioni riguardanti proprio la V Coorte, rinvenuti durante alcuni scavi svolti nel XIX secolo. Intorno al IV secolo, l’edificio, non si sa bene in quali circostanze, fu cristianizzato: prima divenne un oratorio, poi un titulus, ricordato negli atti del sinodo di papa Simmaco, nel 499.

Intorno al 678, papa Agatone, palermitano, vissuto la bellezza di 106 anni, la trasformò in una diaconia, dedicata all’assistenza dei poveri del Celio. Notizie di diaconia compaiono nell’Itinerario di Einsiedeln poi nel Liber Pontificalis nella vita di Leone III (795‐816) che elargì ricchi doni alla ecclesia sanctae Dei genitricis quae appellatur dominica.

Perchè abbia avuto l’appellativo di Dominica, è complicato a dirsi. Potrebbe derivare dal latinizzazione nome di Ciriaca (la cui traduzione dal greco significa “che appartiene al Signore”), santa di Nicomedia, il cui culto era assai diffuso nella Sicilia greca, da cui proveniva Agatone, oppure dai praedia dominica, aree di pertinenza imperiale sul cui territorio si edificò la chiesa.

La primitiva basilica giunse in cattive condizioni ai tempi di papa Pasquale I (817‐824), il quale volle restaurarla dalle fondamenta, ampliandola e arricchendola di decorazioni. Il nuovo edificio, con un portico a quattro colonne antistante la facciata, con l’abside e l’arco trionfale preziosamente decorati di mosaici, è giunto quasi intatto fino ai nostri giorni.

Dopo un piccolo restauro voluto da Innocento VIII, il destino della basilica fu strettamente legato a quello della famiglia Medici. Il primo cardinale titolare di quella famiglia fu infatti Giovannide’ Medici, il futuro papa Leone X, che nei primi anni del Cinquecento, affidò ad Andrea Sansovino la costruzione della nuova facciata. Lungo tutta la navata centrale, sopra le finestre, fa poi dipingere un fregio di leoni (richiamo al nome che il committente ha assunto da pontefice), putti e dalle insegne medicee dell’anello, del diamante e delle tre piume.

Fu poi il turno di Giuliano de’ Medici, il futuro papa Clemente VII. Dopo qualche decennio, il titolo tornò ai Medici, con Giovanni di Cosimo I de’ Medici, nominato cardinale a 17 anni, ma che lo tenne per due soli anni (1560-1562), morendo giovanissimo di tubercolosi. La diaconia passò così (1565-1585) a Ferdinando, sesto figlio di Cosimo I de’ Medici e fratello del precedente, creato cardinale a 14 anni e divenuto poi, a 38, Granduca di Toscana. A lui si deve la realizzazione del soffitto della basilica.

Intorno al 1670, il pistoiese Lazzaro Baldi, allievo di Pietro da Cortona, dipinse gli affreschi posti sotto il mosaico dell’abside. Nel 1734 Clemente X affidò la chiesa ai padri Melchiti, mentre intorno al 1830 furono eseguiti i primi restauri da parte del cardinale Tommaso Riario Sforza. Nel 1876, sotto la direzione del pittore ferrarese Alessandro Mantovani, Giovanni Brunelli e Luigi Roncati eseguono gli affreschi della navata centrale a motivo floreale, con scritte che riproducono alcune litanie alla Vergine Maria. L’opera si accorda sia con i motivi delle litanie mariane del soffitto, che con i putti ed i leoni del fregio di papa Medici.

I restauri furono poi ripresi a fine Ottocento sotto la direzione tecnica di Busiri Vici e dell’architetto ingegnere Gaetano Bonoli, patrocinato dal cardinale Consolini e finanziato da Propaganda Fide. Il loro scopo era sanare gravi infiltrazioni di umidità, riparando i relativi danni e a ricostituire l’unità stilistica interna della chiesa (che era ormai chiusa da tempo) e a restaurare il portico. Con l’occasione venne anche fabbricata e installata la cancellata ancor oggi in situ, e il 5 marzo 1882 la chiesa venne ufficialmente riaperta. La chiesa divenne parrocchia nel 1932, dell’area tra piazza di Porta Metronia, il Colosseo e piazza San Clemente. Tra il 1920 e il 1930 Giuseppe Ceracchini realizza gli affreschi degli altari laterali, mentre nel 1958 è stata costruita la confessione semianulare sotto l’abside da Ildo Avetta.

Cosa visitare della Navicella, matrimoni permettendo? Cominciamo dalla facciata rinascimentale, come dicevo opera del Sansovino, caratterizzara da un arioso portico con cinque arcate separate da lesene in travertino, con due finestre, aperte ai lati del rosone circolare originale. Nel timpano, gli stemmi marmorei di Innocenzo VIII (al centro) e dei cardinali Giovanni e Ferdinando de’ Medici (ai lati). Nel campanile a vela, sito lungo il fianco destro, è installata un’antichissima campana che reca la data 1288.

L’interno della chiesa è a pianta basilicale con tre navate divise da colonnati che sostengono arcate con tre absidi. La navata centrale è divisa da quelle laterali da due file di nove colonne che, con i pilastri sporgenti rispettivamente dalla facciata e dal muro di fondo, portano i dieci archi delle arcate su entrambi i lati. Le absidi che coronano la navata centrale e le laterali, a pianta semicircolare, sono legate ai muri della chiesa. Le diciotto colonne della navata sono tutte di reimpiego: sedici in granito grigio e due in granito rosa di Assuan.

La chiesa è dominata dal mosaico absidale, raffigurante la Beata Vergine Maria che, seduta in trono, è in procinto di consegnare Gesù bambino e benedicente ai fedeli. Ai suoi piedi, con lo sguardo rivolto verso il popolo, Pasquale I (raffigurato con il nimbo quadrato ad indicare che era vivente durante la composizione del mosaico) sembra consegnare ai fedeli la Vergine e, tramite Lei, Gesù. Le schiere angeliche fanno da corona a questa scena. Una scritta commemorativa chiude il catino absidale. Sia i tratti della Vergine che gli angeli sono eseguiti secondo il canone artistico bizantino e monastico e non secondo l’iconografia romana di Maria Regina. Potrebbe essere la realizzazione da parte di artisti orientali accolti a Roma durante la persecuzione iconoclasta. Nell’arco è raffigurato Cristo Salvatore racchiuso in una mandorla (segno della vita) e seduto su una sfera (segno del mondo) affiancato da due angeli e dai dodici Apostoli. In basso (a destra e a sinistra) sono raffigurati Mosè ed Elia, per ricordare la Trasfigurazione

Il mosaico è dominato dall’epigrafe voluta dallo stesso Pasquale I

Questa casa prima era stata ridotta in rovine, ora scintilla perennemente decorata con vari metalli e la sua magnificenza splende come Febo nell’universo che mette in fuga le tenebre della tetra notte. O Vergine, il probo vescovo Pasquale ha fondata per te questa aula regale che deve rimanere splendida nei secoli

Gli affreschi di Lorenzo Baldi rapresentano invece tre episodi della vita di san Lorenzo e santa Ciriaca di Roma, divisi da colonne dipinte che riprendono quelle autentiche poste ai lati del catino. Guardando da sinistra verso destra sono rispettivamente raffigurati: la guarigione di santa Ciriaca (in ginocchio davanti a san Lorenzo); la lavanda dei piedi; la distribuzione dei beni ai poveri da parte di san Lorenzo secondo le direttive di papa Sisto II. Nelle piccole lunette laterali sono inoltre raffigurati san Zaccaria, con vesti sacerdotali e turibolo, ai cui piedi c’è san Giovanni Battista (sinistra) e l’angelo che ispira l’evangelista san Giovanni, riconoscibile per l’aquila posta ai suoi piedi (destra).

Guardando verso l’altro, si può ammirare il soffitto ligneo voluto da Ferdinando de’ Medici, costituito da cassettoni dipinti e suddiviso in lacunari, che ha nel riquadro centrale la dedica a Leone X e lo stemma del giovane cardinale. I due cassettoni più grandi riprendono il tema della nave (o Arca) riferito sia alla Beata Vergine Maria (“Arca dell’Alleanza”) che alla Chiesa, che naviga nel mare tempestoso delle vicende storiche compiendo la sua opera di salvezza universale. Su entrambi i lati, ad intervalli regolari, sono rappresentati, con i segni dell’iconografia tradizionale, i quattro evangelisti (san Luca, toro; san Matteo, uomo; san Giovanni, aquila; san Marco, leone). I cassettoni rimanenti riprendono invece le litanie e i titoli della Vergine Maria.

San Pietro ai tempi di Clemente VII

Emiciclo raffaellesco

Nonostante la pessima fama avuta tra gli umanisti, sotto Adriano VI, grazie ai risparmi sulle spese correnti della corte pontificia, i lavori della Fabbrica di San Pietro riprendono di gran lena, in particolar modo nel braccio meridionale della Basilica. Lo stesso avviene nei primi anni di Clemente VII.

Questo papa, al fine di ottenere un più severo controllo tecnico ed amministrativo e di eleminare le ruberie degli appaltatori, con la Costituzione Admonet Nos suscepti del 12 dicembre 1523 nomina una commissione stabile di sessanta membri (Collegium LX virorum) scelti tra i funzionari stessi della Curia romana, appartenenti ad ogni nazionalità e forniti di particolare perizia tanto nella parte architettonica, quanto in quella economica, come in quella legale.

Il Collegio gode di piena autonomia decisionale ed è posto alle immediate dipendenze della Santa Sede, restando investito delle più ampie facoltà, sia di ordine amministrativo che giudiziario. Infatti disponeva di un proprio Tribunale e di rappresentanti nelle ventiquattro “commissarie” dello Stato Pontificio.

Clemente VII, revocando la nomina del Commissario delle Indulgenze, rende poi irrevocabili i diritti del Collegio, al quale volle accordare altre vaste facoltà con la Costituzione Dudum admonente del 1 giugno 1525.

Nel 1524, sotto la supervisione del Sangallo, Giuliano Leni, nobile romano con la passione per l’ingeneria, realizza volta a rosoni di sud-est sull’esempio di quella di sud-ovest, realizzata negli anni 1522-23, e sono innalzate le pareti laterali del braccio meridionale fino alla trabeazione dell’ordine maggiore interno.

Nel luglio 1525 Giuliano Leni alza un castello per erigere le colonne del deambulatorio; nel maggio 1526 gli vengono pagati 6 capitelli grandi di travertino a 150 ducati d’oro l’uno, che probabilmente sono quelli delle paraste dell’ordine maggiore interno; nell’aprile 1527 vengono registrati pagamenti di architravi per la cappella del Re, che probabilmente sono quelli sopra le nicchie rettangolari
della parete esterna del deambulatorio.

I lavori subiscono un notevole rallentamento a causa del Sacco di Roma nel 1527 e dell’interruzione dei finanziamenti alla Fabbrica. Le vedute disegnate da Maerten van Heemskerck o derivate dai suoi disegni sono la fonte più attendibile per conoscere la situazione del costruito raggiunta nel 1535 circa, prima della ripresa dell’attività edilizia sotto Paolo III (1534-49).

In queste vedute sono visibili i pilastri della crociera con gli arconi di collegamento provvisoriamente protetti da tetti a falde e i pennacchi appena iniziati. Nel braccio meridionale i pilastri di crociera sono collegati con i contropilastri per mezzo delle 2 volte a rosoni; le pareti laterali del braccio appaiono completate fino alla trabeazione d’imposta della grande volta, e l’emiciclo terminale è costruito, all’incirca come è previsto nel progetto di Raffaello, fino all’altezza di un piano. Nel braccio nord i contropilastri sono innalzati fino al livello del primo ordine, ma mancano le pareti e l’emiciclo terminale. La costruzione del braccio orientale, verso la facciata, non sembra progredita di molto e intorno alla crociera sono visibili ancora i ruderi del transetto dell’antica basilica.

Nella veduta da sud-ovest di Maerten van Heemskerck è rappresentata in primo piano la parete esterna del deambulatorio meridionale raffaellesco. Appaiono lo stilobate circolare con i suoi profili semplici, le semicolonne dell’ordine di 9 palmi con base attica, le paraste dell’ordine di 3 palmi e mezzo (0.78 m) che fanno da congiunzione con le edicole e le paraste delle edicole prive ancora delle colonne.

Attraverso il portale al centro, ancora senza cornice, si scorge la parasta con capitello dorico e la volta di una nicchia della parete interna del deambulatorio. Sulla parete interna del contropilastro di sud-est viene rappresentata in modo dettagliato la parasta terminale scanalata con il capitello e il risalto di trabeazione, ma non è stata ancora eseguita una parte della parete orientale del braccio con la relativa trabeazione. Nella parete meridionale di entrambi i contropilastri si notano delle aperture ad arco sfalsate, forse per illuminare le scale a chiocciola interne.

Nel braccio meridionale è ancora presente il muro del transetto della vecchia basilica; dietro a questo è raffigurato l’arcone di collegamento dei 2 piloni meridionali della cupola, provvisti qui di copertura. Dai cumuli di terra in primo piano spuntano blocchi di pietra lavorata e un capitello corinzio, materiale forse approntato per il deambulatorio e abbandonato dal 1527. A destra si scorgono il corpo longitudinale della basilica costantiniana, la rotonda di Santa Maria della Febbre, l’obelisco e la cuspide della vecchia torre campanaria.

Per una teoria universale dell’utopia e delle sue contraddizioni

Holonomikon

Nel post della scorsa settimana, proponevo en passant un quadrato semiotico costruito a partire dal concetto di utopia, su cui probabilmente vale la pena soffermarsi, anche perché faceva la sua comparsa un quarto vertice che forse avrà suscitato qualche curiosità (se non qualche perplessità) nei lettori.

La Città Ideale del Rinascimento, dipinto anonimo, probabile omaggio a Leon Battista Alberti, databile tra il 1470 e il 1490, conservato presso la Galleria Nazionale delle Marche di Urbino.

Innanzitutto, un passo alla volta.

1. Utopie: il punto zero da cui tutto ha inizio

L’utopia, come bene o male sappiamo tutti, sta a indicare una situazione, un assetto politico o sociale o economico, un modello, che rappresenta un ideale con cui confrontare il nostro mondo. Dalla Repubblica di Platone (390-360 a.C), che tocca vari temi del pensiero cari al filosofo greco, all’Utopia di Thomas Moore (1516), a cui si…

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Pirro (Parte III)

Statere di Alessandro il Molosso

Pirro, dalle complesse vicende macedoni aveva imparato una dura lezione: l’Epiro non aveva né le risorse umane, né economiche per potere svolgere una politica di potenza. In più, non poteva contare sull’appoggio deciso dei suoi alleati tra i diadochi, sospettosi delle sue ambizioni. Per trovare uomini e denaro, decise di guardare in quella zona, tanto ricca, quanto a prima vista, facile a conquistarsi: le colonie greche in Sud Italia e in Sicilia.

Dal 350 a.C. in poi entrambe le zone erano in forte crisi geopolitica: se la Sicilia subiva la pressione cartaginese, sempre sul punto di essere annessa nell’epicrazia, la Magna Grecia era vittima dell’espansionismo delle popolazioni di lingua e cultura sannita, come i Lucani. Per contenerla, Taranto aveva chiesto spesso e volentieri aiuto ad avventurieri e capitani di ventura provenienti dalla Grecia. Nel 342 a.C. Taranto, per risolvere il problema, chiese aiuto alla sua antica madrepatria, Sparta, che inviò in aiuto ai suoi coloni uno dei suoi re: Archidamo III.

Figlio e successore di Agesilao, nato intorno al 400, Archidamo salì al trono all’età di circa 40 anni, poiché Agesilao morì nel 361. Ma la sua attività fu considerevole anche come principe reale. Lo si trova la prima volta quando, insieme col re Cleombroto, intercedette per l’assoluzione di Sfodria, che aveva tentato un colpo di mano sul Pireo mettendo Atene nella necessità di fare la guerra. Nella battaglia di Leuttra, al posto del padre vecchio e malato, riordinò come poté l’esercito sgominato e operò come meglio era possibile la ritirata. Anche dopo l’invasione di Epaminonda nel Peloponneso, diede prova di talento militare e coraggio, assalendo insieme col corpo di truppa mandato da Dionisio di Siracusa e devastando la parte orientale dell’Arcadia, nella quale circostanza sottomise Carie e devastò la Parrasia. Quando Arcadi, Argivi e Messeni tentarono, in seguito al ritiro del contingente siciliano, richiamato da Dionisio, di tagliare all’esercito spartano la ritirata, Archidamo inflisse loro nel 368 una notevole disfatta, in cui non morì neanche uno Spartano: onde lo scontro fu chiamato battaglia senza lacrime. Nell’anno 364 assalì, a richiesta degli alleati Elei, l’Arcadia sud-occidentale, e lasciò nella fortezza di Crommio un presidio, il quale fu assediato dagli Arcadi. Archidamo, nel suo tentativo di rompere l’assedio, ebbe un insuccesso, e fu anche ferito. Poco prima della battaglia di Mantinea si adoperò con ardore a difendere Sparta. Agesilao morì nel 361-60, e, come si è detto, Archidamo III gli successe sul trono.

Nei primi anni del suo regno scoppiò la guerra sacra, ed egli fu alleato di Filomelo, secondo una tradizione poco credibile, per essere stato da questo corrotto, insieme con la moglie Dinica. Spesso guidò gli eserciti in tale periodo, ma nell’ultimo anno di guerra, ripudiato da Faleco, l’ultimo duce focese, raccolse i mercenarî focesi, mentre gli veniva domandato aiuto dai Tarantini minacciati e assaliti dai limitrofi popoli barbari, Messapi e Lucani. Non si diresse immediatamente verso l’Italia, ma si recò a Creta, dove rifondò la città di Litto distrutta da Faleco.

Purtroppo le fonti storiche sono molto scarne sulla spedizione di Archidamo: si ha notizia che perse la vita nel tentativo di espugnare la città di Manduria, a causa di una freccia lucana. Plutarco, che si vantava di essere “esperto di giorni”, ferma la scomparsa del prode spartano al 7 di metagitnione, nome del secondo mese del calendario attico e ionico e corrispondente all’ultima parte dell’estate (per cui è ragionevole stimare un 3 agosto). Data affatto fausta per la causa greca poiché nello stesso giorno, a Cheronea, in Beozia, la Lega Achea, composta da forze tebane e ateniesi, veniva sconfitta dall’esercito di Filippo II di Macedonia. Sulla condotta dei tarantini nella guerra non si sa nulla, ma di sicuro l’alleanza con Archidamo si mantenne solida; tanto che, dopo la morte del condottiero, Taranto fece di tutto per riavere le spoglie del re.

Morto Archidamo, Lucani e Messapi rialzarono la testa: per tenerle a bada, allora i tarantini si rivolsero a un antenato di Pirro, Alessandro I, detto il Molosso. Alessandro era il sovrano dell’Epiro, fratello di Olimpiade e marito di Cleopatra, rispettivamente madre e sorella del suo più famoso nipote Alessandro Magno.Nel 334/333 a.C., mentre l’Alessandro macedone dichiarava guerra alla Persia, il Molosso sbarcò con un esercito numeroso sulle coste italiche.

Gli attacchi del Molosso si concentrarono dapprima su Eraclea (strappata ai Greci nel 338, ora riconquistata a danno dei Lucani), poi sull’area tirrenica con l’occupazione della capitale dei Bretti, Cosenza. Avanzò poi in Apulia fin presso Arpi, riuscendo ad occupare il suo porto di Siponto. Dopo essersi alleato con i Iapigi contro i Sanniti che li minacciavano da nord-ovest, sperando di recuperare Posidonia, già caduta nelle mani dei Lucani, avanzò fino al Silaro (Sele) e li vinse in battaglia. Il susseguirsi dei successi, seppur effimeri, che avevano garantito una certa sicurezza alle poleis magno-greche, non ebbe però lunga durata.

Nonostante i successi bellici, le azioni di Alessandro iniziarono ad irritare Taranto. Il re epirota spostò la sede della Lega Italiota da Eraclea a Turi, e questo provocò agitazione nel governo tarantino, in quanto delegittimava la leadership della città ionica sulla Lega stessa. Il controllo di quest’ultima passava direttamente nelle mani del Molosso, che perseguiva propri fini di conquista, puntando a formare un proprio “impero” nel territorio italico, cosa che i tarantini non volevano.

A peggiorare il tutto, furono i rapporti tra Alessandro il Molosso e i Romani: dato il comune nemico sannita, stabilirono un’alleanza tra loro, per spartirsi il sud Italia. Taranto, invece, temeva, a ragione come la sconfitta sannita, portando i romani a contatto con territori dell’orbita tarantina, avrebbe sostituito un cattivo problema con uno pessimo. Per evitare tale scenario, Taranto ruppe con Alessandro il Molosso uscendo dall’alleanza e quindi sottraendogli un appoggio essenziale.

Dinanzi alla defezione delle poleis della Magna Grecia, Alessandro il Molosso si ritrvò ben presto isolato e senza appoggi. Così nel 330 fu ucciso a tradimento da un esule lucano mentre cercava di ritirarsi attraversando un fiume, mentre il suo esercito veniva sconfitto da Lucani e Bretti (con cui la stessa Taranto aveva stretto alleanza) a Pandosia sul Crati.

Così racconta la sua morte Tito Livio

Egli (Il Molosso) aveva attorno di sé duecento esiliati Lucani, ai quali accordava la sua confidenza; senza pensare che una simil sorta di gente ha sempre la fede mutabile secondo la fortuna. Intanto per le piogge continue, le quali giunsero ad inondare le vallate, e a separare le altezze (colline) ne avvenne che l’esercito restò assolutamente diviso in tre bande; in guisa che l’una non poteva porgere aiuto all’altra.

Due di queste bande poste sopra i due colli, nei quali non stava la persona del Re, furono all’improvviso oppresse e rotte dalla subitanea venuta ed assalto dei nemici i quali tutti poi si volsero ad assediare il Re medesimo, sul terzo colle. Ciò vedendo quei duecento esuli Lucani si affrettarono a mandare messaggi ai compatrioti per trattare della loro restituzione in patria; e, avendone ottenuto il consenso, promisero di dare nelle loro mani il re, o vivo o morto. Ma Alessandro, allora, con una sola compagnia di uomini scelti eseguì un’ardita impresa. Attaccò, corpo a corpo, il capitano dè Lucani e l’uccise; dopo di che, avendo raccolto i suoi che fuggivano dispersi, giunse ad un fiume, in cui le recenti ruine di un ponte indicavano il passaggio. Nel mentre che l’armata traversava questo guado difficile, un soldato stanco ed affamato dalla fatica, maledicendo al fiume e rimproverandogli quasi il suo nome abominando, esclamò:

” Giustamente sei chiamato Acheronte!”.

A questa esclamazione il Re si arrestò turbato; si ricordò del destino che gli era stato predetto; e, rimasto alquanto sospeso, ondeggiava incerto se doveva, o no, passare alla opposta riva del fiume. Allora Solimo, uno dei suoi ministri, vedendolo esitare in un pericolo così presente, gli dimadò che intendeva fare, e così dicendo, gli indicò i Lucani, che cercavano di sorprenderlo. Infatti, Alessandro vedendoseli veramente arrivare in folla, non tardò ad imbrandire la spada, e a spingere il suo cavallo per passare il fiume e già, uscito dalla profondità delle acque, era giunto nel guado sicuro, quando uno di quegli sbanditi Lucani con un dardo lo passò da un canto all’altro.

Cadde da cavallo il misero col dardo infisso nella ferita, ed il fiume lo trasportò sino alle poste dè nemici. Colà il cadavere fu preso, e lacerato in una orribile maniera. Lo divisero in due parti; l’una mandarono a Cosenza, e l’altra serbarono con loro a straziarla. Frattanto che si divertivano a maltrattarlo, facendolo bersaglio a colpi di pietre e di giavellotti tirati da lontano, una donna, mescolandosi alla turba, che fuori ogni modo dalla umana rabbia incrudeliva, pregò che si facesse sosta alquanto; e, ciò fattosi, disse loro lacrimando che d’essa aveva il marito ed i figlioli prigionieri in Epiro, e com’essa sperava poterli riscattare col corpo del Re, quantunque straziato e mutilo si fosse.

Così finì quel giuoco crudele. Quello che avanzò delle membra fu sepolto a Cosenza per cura di una sola donna: le ossa furono mandate ai nemici a Metaponto: indi trasportate in Epiro alla moglie Cleopatra, ed alla sorella Olimpiade, delle quali una fu madre di Alessandro Magno e l’altra sorella.

Dopo la morte del condottiero epirota, la situazione per Taranto non migliorò. Il problema messapico rimaneva invariato, ma ancor più preoccupante era l’avanzata romana verso sud. Nel 327 a.C. Neapolis cadde per mano di Roma e Taranto non riuscì ad impedirne la sconfitta. La vicinanza romana esortò gli Apuli a stipulare un’alleanza con la nuova potenza egemone; i Lucani stessi si avvicinarono ai latini, che progettavano il colpo finale ai Sanniti. Il governo tarantino, per rallentare la marcia romana, con una certa furbizia diplomatica che l’aveva sempre contraddistinto nella sua lunga storia, riuscì a scatenare contro Roma i Sanniti e gli stessi Lucani, richiamando le stesse origini doriche che univano come fratelli i tarantini con gli italici. Questi ultimi, convinti dalle parole della polis greca, si scagliarono contro i Romani, i quali tennero testa ai loro nemici avanzando in territorio lucano ma soprattutto in quello apulo, avvicinandosi pericolosamente alla città ionica.

Nel 304 a.C. i Lucani si allearono ai romani; da parte loro, i tarantini, intuendo il pericolo, richiesero ancora una volta aiuto alla madrepatria Sparta, la quale ne approfittò per appioppare alla sua vecchia colonia una sorta di pericolo pubblico, Cleonimo, figlio di Cleomene II, escluso per il suo carattere violento dalla successione al trono in favore di Areo I.

Cleonimo, Sbarcato a Taranto con 5000 mercenari laconi, organizzò in fretta e furia un esercito di più di 20.000 fanti e 2000 cavalli, cosa che riportò a miti consigli Romani e Lucani. Dopo aver scacciato i Lucani da Metaponto, lo spartano entrò in città da conquistatore, perseguendo ogni sorta di abusi sulla cittadinanza. I greci, irritati dal suo comportamento, lo costrinsero ad abbandonare la penisola italica, rifugiandosi nell’isola di Corfù. Cleonimo voleva vendicarsi dell’affronto subito: sbarcò allora sulla costa salentina e marciò verso Taranto che, incredibilmente, per fermare l’invasione, riuscì a stipulare un accordo con i suoi nemici: i Messapi e i Romani. I vecchi avversari si incontrarono sotto le mura di Thuriae, ed insieme ricacciarono Cleonimo e i suoi mercenari in mare.

Dopo questo insuccesso, tra l’altro Cleonimo ne combinò un’altra delle sue into dai venti dell’Adriatico, approdò con la sua flotta ai lidi veneti. Gli esploratori inviati per verificare la situazione del territorio, lo informarono che vi era un sottile cordone litoraneo, poiché oltrepassati gli sbocchi marittimi, vi erano i bacini lagunari e che si potevano vedere, piuttosto vicine, campagne coltivate e, più in fondo, delle alture, i Colli Euganei. Appena fu informato che vi era anche la foce di un fiume profondo, era il Brenta, dove le navi potevano essere messe al sicuro, ordinò che la flotta risalisse il corso d’acqua. Tuttavia, le navi più grandi non riuscirono a risalire il fiume; allora, fatto passare un considerevole numero di soldati sulle navi più leggere, egli raggiunse tre villaggi popolati. I soldati spartani devastarono e saccheggiarono la zona al margine della laguna veneta, fecero razzia di uomini e di greggi, incendiarono le abitazioni e si diressero verso altri villaggio. Giunta notizia a Padova, scrive lo storico Livio, subito i patavini decisero di muovere contro il nemico. Divisi in due schiere, si portarono rapidi nei luoghi assaliti e dove avevano preso ormeggio le navi del nemico, sorpresero i soldati, li assalirono, li inseguirono e ne distrussero alcune imbarcazioni.

Cleonimo, vinto dai Patavini, fu costretto a ritirarsi precipitosamente verso il mare, con appena un quinto della sua flotta. Livio racconta, quindi, dei Patavini che combattono per difendere villaggi lontani una ventina di chilometri dalla loro sede e situati alla foce del Brenta, ma non specifica in quale ramo terminale del fiume. L’identificazione, o una precisa ubicazione di questi villaggio, sono tuttora discusse. Considerando che nel basso medioevo, lungo il corso finale del Medoacus Maior, sorsero villaggi di notevole importanza, la maggior parte degli studiosi ritiene che gli Spartani siano entrati nel territorio patavino per le foci del Maior, dopo essere approdati nel lido di Malamocco e presume che i villaggi in questione debbano ricercarsi nelle aree basse di Sambruson, Lugo e Lova (dove un ramo dell’antico Brenta sfociava in laguna) e in quelle più alte di Campagna Lupia.

Nel 301, disperati, i tarantini chiamarono il solito Agatocle di Siracusa, che portò di nuovo l’ordine nella regione con la sconfitta dei Bruzi, imponendo la sua autorità alle città magnogreche. Cosa testimoniata anche da Aristotele che narra come il re dei Sicelioti trovasse sulle terre apule una torque appartenente al cervo che Diomede consacrò ad Artemide ed egli a sua volta lo dedicò a Zeus.

Ma dopo la morte di Agatocle, la pressione degli italici fu sostituita da una assai più aggressiva, quella romana…

Il museo archeologico di Campi

Campi, in provincia di Teramo è abbastanza nota per essere dal 2018 inclusa nel club dei “Borghi più belli d’Italia”: oltre alle bellezze paesaggistiche e architettoniche, il paese merita una visita anche per uno dei principali musei archeologici d’Abruzzo, sito nel convento della chiesa di San Francesco, eretta, secondo la tradizione, subito dopo la morte del santo, in ricordo del suo passaggio in zona.

Si accede al museo attraverso un porticato dove è possibile ancora ammirare le pregevoli finestre bifore e il portale polilobato che introduceva alla Sala Capitolare. Avviato dal soprintendente Valerio Cianfarani per ospitare i prestigiosi reperti della necropoli di Campovalano, che si estende tra la chiesa di San Pietro e il paese di Campli, ai piedi dei monti Gemelli.

L’intero sito insiste sull’area di un terrazzo fluviale, di circa 50 ettari, compreso tra i corsi del torrente Misigliano (a nord) e Fiumicino (a sud), immerso nel verde, circondato da rilievi collinari e fossi. Si trova fra le quote di 426 e 455 metri sul livello del mare ed è solcato dalla “via sacra”, al tempo utilizzata come sede dei riti funebri La strada attraversa il terreno oggetto di scavo dall’anno 1967. Ha orientamento nord – sud ed ha avuto almeno 2 fasi di pavimentazione. Si mostra lastricata con grosse pietre di fiume, ciottoli, breccia, laterizi e delimitata da lastre calcaree infisse nel terreno.

Nel 290 a.C. questa porzione di territorio, secondo le fonti classiche, era indicata come «ager Praetutianus», ossia: agro abitato dal popolo dei Pretuzi

La notizia certa del primo reperto rinvenuto in questa area giunge nell’anno 1887 quando l’archeologo Felice Barnabei, in Notizie di scavi d’Antichità, riporta che Francesco Savini ha rinvenuto una oinochoe in bronzo in seguito aggiunto nelle raccolte del museo di Teramo.Qualche anno prima era stata recuperata a Campli una spada italica in bronzo, del tipo Cuma, con un frammento di fodero, oggi esposta presso il museo civico di Ascoli Piceno.

Da questi ritrovamenti era già possibile intuire che la zona custodisse materiale archeologico, ma solo nell’anno 1964 ne arrivò la conferma. Fu Luigi Cellini, un contadino, che arando il terreno di quest’area con mezzi agricoli meccanici, raggiunse i piani d’inumazione delle sepolture riportando alla luce numerosi reperti. In seguito il sito rivelò di contenere un notevole numero di tombe a tumulo appartenute ai popoli Italici dei Pretuzi e dei Piceni ancora oggi solo in parte esplorate. Attualmente, infatti ne sono state scavate 610, ma gli archeologi ne stimano la presenza di diverse migliaia.

Lo scrittore teramano, ispettore onorario della necropoli, Giammario Sgattoni, accompagnato da Italo Cicconetti, nell’autunno del 1964, si recò in visita all’agricoltore per convincerlo a rendere noti e pubblici gli oggetti trovati e metterli a disposizione della Soprintendenza delle Antichità dell’Abruzzo e del Molise. Così nel 1967 cominciarono gli scavi, che mostrarono come la necropoli fosse organizzata in modo da rispecchiare l’organizzazione sociale e politica delle città dei vivi, strutturata in classi a partire dal VII sec. a.C. Le classi sociali più abbienti dimostrano una vera e propria ostentazione del lusso nelle sepolture, dato che va letto come una vera e propria propaganda politica nei confronti delle classi subalterne.

Un esempio straordinario è dato dalla tomba n. 100 che per dimensioni (lung. m 4,70, prof. m 1,80 e largh. m 2,8) e per corredo funerario, presenta tutti gli elementi simbolici di uno status sociale elevato. Il defunto sembra appartenere ad un alto grado militare: accanto a lui è infatti sepolto il carro da combattimento. Tutto il corredo racconta una storia sociale precisa: vari sevizi da mensa testimoniano la consuetudine del banchetto riservata alla classe aristocratica; solo in questo corredo è documentata anche la scrittura, prerogativa del pater familias che costituisce, oltre che uno strumento di comunicazione, anche la testimonianza più alta del sapere del defunto. Il defunto era adagiato supino sul lato destro della fossa, in alto, le braccia distese lungo i fianchi, la testa appoggiata su un ciottolo piatto a mò di cuscino.

Mentre gli scavi i condotti da Valerio Cianfarani negli anni 60 e 70 portarono alla luce la maggior parte delle tombe dell’età orientalizzante e arcaica (VIII-VI sec. a.C.), nelle indagini condotte a tappeto da Vincenzo D’Ercole negli anni 80 e 90 si sono rinvenute tombe riferibili soprattutto alle fasi italico-ellenistiche (IV-II sec. a.C.). Con l’età orientalizzante e con quella arcaica (VIII-VI sec. a.C) la necropoli attraversa il suo momento di massimo fulgore. Si impiantano i grandi tumuli, circondati da pietre e del diametro che può variare dai 4 ai 25 metri, ai lati di una imponente strada. I tumuli meglio conservati sono quelli di minori dimensioni, relativi a sepolture infantili. Nel corso del primo millennio, l’organizzazione della necropoli ha subito una vera e propria trasformazione: dalla fase “monarchica” in cui i tumuli sono disposti per nuclei familiari, si passa alle sepolture senza corredo della prima fase repubblicana (metà V, metà IV a.C.) e quindi alle tombe di età ellenistica che sono a fossa.

Queste ultime sono tutte orientate verso sud e non verso occidente come accade nelle fasi più antiche. I corredi sono costituiti da vasi in ceramica lavorati al tornio, frequentemente verniciati in nero; nelle sepolture femminili si rinvengono numerosi strumenti per la cura del corpo come nettaunghie, nettaorecchie, ed anche nelle tombe maschili scompaiono le armi per lasciare il posto a strigli e vasi porta – sabbia, strumenti tipici dell’uomo atletico. La necropoli continua ad essere utilizzata fino agli inizi del II sec. a.C. quando la pianura torna ad essere utilizzata a scopi agricoli.

Fin da subito, sorse il problema di dove conservare i reperti ritrovati: dopo tanti discussioni, l’opportuno museo fu inaugurato ne 1989. Si tratta di una struttura di dimensioni abbastanza contenute, composta com’e’ da quattro sale.

Il percorso espositivo si articola in tre sale principali, che ospitano più di 30 teche e vetrine contenenti oggetti appartenuti ai corredi funerari delle sepolture. Per mezzo di ricostruzioni grafiche ed ambientali, un percorso didattico illustra l’evoluzione del rito funerario presso un’etnia Pretuzia, di ambito culturale Medio – Adriatico o Piceno, intorno all’antica Interamnia Urbs, ossia Teramo. Con la scomparsa di questa civiltà l’area divenne di nuovo territorio agricolo – pastorale e presso i sepolcri venne edificata la chiesa di San Pietro Apostolo in Campovalano.

Il corredo funebre della prima fase è molto semplice, poiché caratterizzato dalla presenza di un solo oggetto decorativo posto sul torace dell’inumato. I monumenti funerari più antichi sono costituiti da grandi tumuli con circoli di pietre.

Nelle sepolture del VII – VI secolo a.C., periodo aureo della civiltà pretuzia, si assiste ad un cambiamento del sistema di sepoltura, con corredi arricchiti da armi oltre che da una grande varietà di vasellame, realizzato con tecniche varie tra cui quella etrusca, a simboleggiare il banchetto funebre. Tra questi spicca il ricco corredo di una giovane aristocratica, composto da numerosi e raffinati gioielli, come la preziosa collana di grani in lamina d’oro e i bracciali d’argento di tradizione celtica. Emblematica inoltre è la tomba n. 100, che per la grandezza, la monumentalità e la ricchezza del corredo lascia immaginare fosse quella di un personaggio d’alto rango sociale: accanto al sepolcro, inoltre, sono stati rinvenuti i resti di un carro da guerra o da parata.

Dall’età Arcaica fino all’età della crisi, IV-III sec. a.C., si assiste gradualmente ad un generale impoverimento dei corredi e a tutte quelle trasformazioni culturali di transizione verso l’epoca classica – romana. Nella Sezione antropologica, i resti ossei analizzati offrono preziose informazioni sul sesso, le malattie, i traumi, le malformazioni e l’età della morte. Infine nello spazio dedicato alle “novità” è esposto il ricco corredo di una giovane aristocratica composto di numerosi e raffinati gioielli tra cui spiccano la preziosa collana di grani in lamina d’oro di cultura magno-greca e i bracciali d’argento di tradizione celtica.

L’ex carcere delle Benedettine

Carcere delle Benedettine

Da quanto sappiamo dai documenti storici, le prime famiglie rom giunsero via mare nel regno di Napoli a inizio Quattrocento, come profughi in fuga dai territori bizantini, a causa delle invasioni turche. I primi stanziamenti furono in Abruzzo: da lì, si spostarono progressivamente verso sud. Intorno al 1422, giungono in Grecanica e dopo una decina d’anni, traversano lo Stretto di Messina, dove sin da subito, sono integrati nelle società locale, ottenendo dalle autorità locale lo status di «nazione» riconosciuta, con autonomia giudiziaria, ossia il diritto di essere giudicati, in caso di controversie giudiziarie, secondo le proprie consuetudini.

Nel 1474 due capitribù si sposano con donne di Messina e diventano anche loro cittadini messinesi, assieme ai loro parenti ottengono il privilegio di «discorrere», cioè viaggiare per il Regno. Le cose cambiano nel 1492, a seguito della cacciata degli ebrei dalla Sicilia: i rom locali li sostituiscono in alcune attività economiche.

Di fatto, ottengono il monopolio delle attività di fabbro e calderario: il loro successo in tale campo è tale che le loro botteghe sono riconosciute e integrate nei regolamenti delle corporazione cittadine. Questo impatta notevolmente sulle abitudini dei rom siciliani. Da una parte, li costringe a una parziale sedentarizzazione: gran parte dell’anno la trascorrono lavorando in bottega, mentre l’estate si trasformano in fabbri itineranti per le varie fiere siciliane.

Dall’altra, il loro inurbamento a Palermo, dove addirittura fondano una loro contrada nell’Albergheria, coincidente l’area attualmente compresa tra vicolo Mercurio, vicolo degli Zingari, Largo Michele Gerbasi e via dei Benedettini

Sappiamo da Gioacchino Di Marzo, storico ottocentesco, avessero l’abitudine di lavorare per i vicoli di quell’area, posta dinanzi San Mercuzio, con un’incudine poco elevata da terra. Cosa che costrinse le autorità palermitane a emettere, nei secoli, una serie di leggi, che, con la sensibilità di oggi, chiameremmo antinfortunistiche.

L’ultimo di questi decreti fu emanato il 24 luglio 1849, specificando

i così dette (sic) zingari non possono situarsi a lavorare nelle strade e nei luoghi pubblici ma nei piani designati con licenza del Senatore, con dover apporre innanzi la forgia il parafuoco, onde non recar danno al Pubblico, ciò che deve espressarsi nella licenza

Essendo quindi una delle tante componenti della società, come abitudine locale, dovettero organizzarsi nella loro associazione di categoria, che svolgeva il ruolo sia di sindacato, sia di confraternita religiosa: per volontà del padre gesuita Luigi Lanuza che si prendeva cura di essi ed era divenuto il loro predicatore, nei primi anni del Seicento i rom palermitani costituiscono la “Congregazione di Gesù e Maria dè Cingari”.

A partire dal 7 aprile 1680, ottenuta la concessione di un terreno da Pietro Diez, costruirono poi la chiesa della “Madonna che va in Egitto”, come a rappresentare la loro situazione di immigrati. Alla posa della prima pietra presenziò lo stesso D. Pietro Diez al suono di tamburi e spari di mortaretti. Chiesa che esiste ancora oggi, dalla facciata molto semplice, al cui interno si conserva una tela settecentesca, raffigurante Gesù e Maria, copia dell’omonimo dipinto di Borremans nella chiesa di Sant’Isidoro, e un gruppo ligneo policromo con la Fuga in Egitto (secolo XVIII).

Grazie poi al solito Mongitore veniamo a sapere che in un angolo, a sinistra della spaziosa piazza della Cattedrale di Palermo si trova, dipinta sul muro, una immagine, opera del famoso pittore palermitano Giuseppe Albina detto il Sozzo, raffigurante la Vergine con il Bambino nell’atto di allattarlo. L’immagine, risalente al 1604 e restaurata rozzamente nel 1685, era molto venerata, oltre che dagli zingari, dai palermitani, che passando da lì le rivolgevano sempre qualche preghiera, incominciò a dispensare grazie nel 1697.

La prima che se ne sappia fu in beneficio d’una povera Zingana, che un giorno portatasi dinnanzi a questa Sacratissima Immagine, cominciò a dirottamente piangere; accompagnando le lagrime con lamenti, e singhiozzi; onde movea la compassione all’udirla: e stimavan tutti inconsolabile il suo dolore. Richiesta da colui, che costumava accendere la lampana [votiva] alla Vergine della cagione del suo largo pianto, con voce interrotta dalle lagrime ne rese la ragione con dire: Eh, come non volete ch’io pianga, e mi lamenti, se alcuni buoni Cristiani han condannato mio marito alla galea, ed io so di certo, che vi sta ingiustamente». […] Vi furono alcuni, che commossi alle lagrime dell’infelice Zingana tentaron l’impresa di far riveder la causa del misero marito già condennato […]. Ciò che non poteron però uomini di qualità, potè agevolmente la stessa Zingana, avvalorata dalla protezion di Maria […].

Andò dunque un giorno a gettarsi a’ piedi del Generale delle galee, a cui espose le ragioni del condennato marito: e tanto disse, e allegò con lagrime copiose a favor di esso, con le parole postele in bocca dalla Gran Madre, che il Generale, commosso al suo pianto, e intenerito a pietà per li stimoli interni, co’ quali punse il suo cuore la Vergine, le promise la grazia. […] Quindi amendue [la zingana con il marito, n.d.r.] riconoscendo dalla Vergine la liberazione, andarono a rendere le dovute grazie davanti alla Sacrosanta Immagine. Anzi il Zingano in testimonio dell’ottenuta libertà, lasciò ivi appesa una catena di ferro, insieme con un pajo di ceppi, somiglianti a quelli, che il tenean ristretto sulla galea.

Le voci di giubilo, che levaron alto i due Zingani in ringraziamento dell’ottenuto favore, e le lagrime, che per soprabbondare allegrezza versarono a’ piedi di Maria, tirarono un gran concorso di gente d’ogni condizione […]

Ora agli inizi del 1700 a Palermo, per la crisi economica, c’è una sorta di boom della prostituzione. Per contrastarlo, le autorità inizialmente decisero di emanare una serie di regolamenti repressivi: alle “malefemmine” era vietato circolare dopo il tramonto del sole. Non era permesso sedere davanti alle chiese o ripararsi sotto i tendoni dei mercati neppure per chiedere l’elemosina. In caso di violazione di tale regole, la punizione prevista era severissima: otto frustate e rasatura dei capelli alla prima trasgressione; venti frustate e rasatura delle ciglia alle recidive.

Questo norme, ovviamente, ebbero uno scarsissimo impatto: per cui, per risolvere il problema, si decise di ricorrere allo strumento del welfare. Intorno al 1749, Monsignor Isidoro del Castillo, un aristocratico che aveva preso i voti ed era parroco della chiesa san Nicolò all’Albergheria, decide di fondare un ospizio in cui le prostitute, potessero trovare ed un luogo dove potere redimersi imparando un mestiere, tra vicolo degli Zingari e Largo Gerbasi

Fallito il sodalizio con notabili ed ecclesiastici del tempo, Isidoro Castillo non si arrende, si spoglia di molti dei suoi beni e raccoglie elemosine al fine di costruire un Istituto che raccolga queste donne, chiamandolo: Casa di Maria Santissima delle Abbandonate o Casa di Istruzione ed Emenda, benché nel corso degli anni l’Istituto abbia cambiato più volte il nome, diventando ad esempio Casa di Nostra Signora Derelitta o Reclusorio di Cozzo, quest’ultimo dal nome di don Giuseppe Cozzo, canonico della Cattedrale che prendendo a cuore l’Istituto e contribuito al suo ampliamento ed alla fabbrica della nuova Chiesa, poi inglobata e destinata ad altri usi.

Tuttavia, per la contrada in cui era stato costruito, è noto soprattutto come Ritiro delle Zingare, anche se le donne rom, anche se non era destinato a loro. Nel 1774 il parroco Isidoro muore, ma l’Istituto aveva cominciato a funzionare così l’opera pia viene continuata dal Governo sotto la custodia di quattro deputati.

Il complesso è nel tempo ingrandito, a forma di trapezio irregolare, assumendo il suo aspetto massiccio a due elevazioni e nessun fregio o decoro architettonico. Tuttavia con i numerosi locali, il cortile interno ed un giardino nel retro, accoglie le donne che scegliendo di cambiare vita, erano occupate con lavori manuali di cucito, tessitura e ricamo.

Come ricorda Gaspare Palermo nella sua “Guida Istruttiva…”:

durante le feste solenni o durante la Settimana Santa, le derelitte prostitute si ritiravano in questo luogo a spese dei benefattori. Tempo di preghiera, esercizi spirituali e penitenza, dopo tre giorni erano libere di andarsene, benché molte, desiderose di ravvedersi, rimanevano nell’Istituto.

La Rivista Europea, nel dare notizia del decesso della nobildonna Eleonora Statella, duchessa di Sammartino, avvenuta, per colera, il 2 luglio 1837, informa i lettori che gran parte del suo patrimonio fu devoluto a

elemosine dei poveri ed al Reclusorio delle zingare, per soccorrere alcune ragazze da lei tolte dalla vita povera e vagante e raccolte a sue spese in quell’asilo

Il primo decreto, n° 9949 datato Napoli 29 gennaio 1846, autorizza:

il Ritiro di donne sotto il titolo degli zingari in Palermo ad accettare la donazione tra vivi disposta in suo favore da D. Gabriele Raibandi con atto de’ 28 di agosto 1845 pel notajo Giuseppe Maria Terranova; salvo i diritti de’ terzi e l’esecuzione de’ pesi imposti, che saranno notati nella platea del Ritiro

Il secondo, n. 3165 con data Gaeta 5 luglio 1852, recita:

Decreto che accorda il sovrano beneplacito al ritiro delle zingare in Palermo per accettare il
disposto in pro del medesimo da D. Giuseppe Carabotta con testamento de’ 28 di aprile 1851 presso il notajo Francesco Anelli, dovendosi adempiere agli obblighi impositivi, de’ quali sarà preso notamento nella chiesa del ritiro, e ciò salvo i diritti de’ terzi

Nel 1878 la gestione viene affidata alle suore del Buon Pastore che avevano il ministero di occuparsi di giovani donne in difficoltà, come recita una lapide di marmo posta all’ingresso:

Casa di Istruzione ed Emenda diretta dalle Suore del Buon Pastore”

Successivamente e per alcuni anni, l’uso dei locali è condiviso ed un’ala è destinata a carcere minorile finché non divenne definitivamente penitenziario femminile col nome popolare di “Carcere delle Benedettine” come la maggior parte dei palermitani lo conosce, perché l’edificio insiste proprio sulla via dei Benedettini.

Nel 1982 il Carcere è chiuso per le precarie condizioni statiche e funzionali e le recluse sono trasferite a Termini Imerese; nel 1984 è aperto nel parlatorio un negozio di oggetti di artigianato siciliano, ma soltanto per due anni. Intorno al 2000 è occupato da militanti del PCL (Partito Comunista dei lavoratori) per trasformarlo in Centro Sociale, denominato “Ex Carcere“.

Nel frattempo Il 10 Ottobre 2008 l’IPAB Opera Pia Reclusori Femminili vende l’Immobile alla Fondazione CEUR, nata a Bologna nel 1990, finalizzata alla formazione e alla cultura. Dopo uno sgombero forzato l’ex carcere è riconsegnato all’ Opera Pia, per essere nuovamente occupato il 20 Febbraio del 2009.

Il 21 febbraio 2014 la fondazione CEUR comincia i lavori di ristrutturazione che terminano nel 2016, trasformando il tutto nel collegio universitario Camplus con aule di studio, sale multimediali, palestra e diversi spazi di socializzazione tra cui un auditorium, cucina, mensa e 110 posti letto situati nei due piani superiori.

Come sant’Alessio divenne famoso a Roma

Tempo fa, raccontai la strana vicenda per cui la biografia di un discepolo di Buddha si fosse, per una serie di traduzioni e adattamenti, trasformata in quella di un santo romano: traduzioni che progressivamente, avevano spostato ad Occidente lo scenario geografico delle vicende narrate.

Rimaneva però una questione in sospeso: perché Alessio avesse acquisito così popolarità presso il popolo romano. Il merito è della nobile famiglia dei Savelli, che vantò cinque papi, innumerevoli cardinali, vescovi, senatori e condottieri. Nel 1270 la famiglia ottenne la carica di Maresciallo di Santa Romana Chiesa (nella persona di Luca Savelli) e custode perpetuo del Conclave e nel 1375 ebbe persino la responsabilità di un tribunale, la Corte Savella competente a giudicare cause criminali per delitti comuni di varia natura, che estendeva la sua competenza su tutti i laici della famiglia pontificia, e che divideva la sua giurisdizione in Roma con quello di Tor di Nona, con diritto di infliggere la pena capitale che veniva eseguita o presso il carcere stesso, altrimenti a piazza Padella presso la chiesa di San Nicolò degli Incoronati detto anche de Furcis (presso l’attuale testata di ponte Giuseppe Mazzini) per la presenza stabile del patibolo, o a piazza di Ponte attuale piazza di ponte Sant’Angelo.

Il tribunale disponeva di un giudice, due notari, un bargello, un custode delle carceri e un esecutore delle condanne. Era situato in un immobile di proprietà della famiglia, sede dell’attuale Collegio Inglese; carcere dove fu imprigionata anche la povera Beatrice Cenci.

Ora, Cencio Savelli (noto anche come Cencio Camerario e per essere stato papa con il nome di Onorio III) ereditò la vecchia fortezza dei Crescenzi sull’Aventino e cominciò a ristrutturarla e ampliarla, tanto tanto da arrivare, con varie fortificazioni, fino alla Marmorata. Rocca che aveva uno straordinario valore strategico nella Roma dell’epoca, dato che controllava il passaggio attraverso il “ponte S.Maria” (oggi ponte Rotto) e la strada di accesso all’Aventino dal Tevere, oggi nota con il nome di Clivo di Rocca Savella ma in passato conosciuta con il nome di “vicolo di S.Sabina” (perchè conduce alla chiesa di Santa Sabina).

Del castello rimane solo la cinta muraria, costruita con piccoli tufelli e con torri squadrate disposte a distanze regolari,La rocca terminò il suo ruolo di fortificazione intorno al XVI secolo per divenire un ampio giardino racchiuso da mura, anche se la zona, a causa della sua posizione strategica, non perse mai completamente la sua vocazione bellica. Infatti la rocca fu utilizzata dai romani durante la difesa della Repubblica Romana del 1849 per cannoneggiare le milizie francesi posizionate a porta S.Pancrazio. Il parco, noto anche con il nome di “parco Savelli”, fu realizzato nel 1932 su disegno di Raffaele De Vico ed è denominato “Parco (o Giardino) degli Aranci” per la presenza di numerosi alberi di melangoli, ossia aranci amari, secondo la tradizione portati a Roma da San Domenico.

Ora, la Rocca Savella era assai vicina alla chiesa di San Bonifacio, dove, secondo la versione latina della biografia di Alessio, era sua volta accanto alla domus di suo padre Eufemiamo. Per cui fu assai facile, per i Savelli, associare i due edifici. In più, con una forzatura logica che appare parecchio strana a noi moderni, i Savelli, essendo proprietari della Rocca, dovevano esserlo stati anche della domus della famiglia di Alessio: di conseguenza, non potevano che essere suoi parenti.

Questa parentale immaginaria, che aumentava il prestigio famigliare, fu esaltata in ogni modo. Onorio III, il buon Cencio Savelli, nel 1218, a seguito del ritrovamento nel maggio dell’anno precedente del presunto corpo di Alessio, rilanciò il culto del Confessore romano associandolo definitivamente nel titolo della basilica, nuovamente consacrata, al nobile e martire romano Bonifacio. In più, scartabellando nelle cantine di Rocca Savella, trovò una vecchia scala, che ovviamente, identificò come quella in cui il santo faceva penitenze e chiedeva l’elemosina: scala che, promossa immediatamente da vecchia cianfrusaglia a importante reliquia, fu trasferita in pompa magna nella chiesa.

Papa Onorio IV, Giacomo Savelli, con l’aiuto del fratello Pandolfo, monumentalizzò il tutto: fece infatti costruire una cappella, in cui custodire la scala e dare opportuna solennità alla scala, poggiata su uno degli altari. Cappella in cui erano presenti un cenotafio di Onorio IV, un’edicola di gusto gotico contenente un’immagine dipinta su muro e raffigurante la Theótokos decorata da due cherubini e affiancata ai lati dalle immagini di Sant’ Alessio (a sinistra) e Sam Bonifacio (a destra) nell’atto di presentare, rispettivamente, Pandolfo, in abito da senatore e con il « berrettone all’antica alla Ducale di broccato d’oro », e la figlia Adrea, altrimenti identificata con la moglie del Savelli e un ciclo di affreschi ossia

sacris picturis representantibus vitam S. Alexii

Il culto di Sant’Alessio ebbe un nuovo fulgore a fine Cinquecento e nella prima metà del Seicento, quando i Savelli tornarono di nuovo alla ribalta, sia perchè imparentati con Sisto V, sia per la nomina a Principi di Albano, tanto che il santo divenne addirittura protagonista di un’opera teatrale, una sorta di colossal dell’epoca, rappresentata celebre teatro Barberini di Roma nel 1632 e replicata nel 1634. La memorabile rappresentazione, di grandioso impatto scenografico, stabilizzava una lunga tradizione agiografica, letteraria e figurativa, ponendo al centro Roma, scenario tragico ideale del melodramma cristiano.

Le presenze nel 1632 dell’emissario imperiale austriaco Hans Ulrich Furst von Eggenberg e nella replica del 1634 del principe Carlo Alessandro Vasa, fratello del re di Polonia, hanno indubbiamente caricato di una valenza politica la sacra tragedia, nella quale l’Urbe, eclissando l’immagine ingiuriosa di « prostituta di babilonia » propagandata dai protestanti , si presentava come la città santa dei santi, patria di Alessio, la cui mitica figura si prestava a incarnare l’exemplum virtuti : il nobile di antico lignaggio romano che si fa povero, il buono e caritatevole pellegrino, l’uomo che fugge ogni sensualità (anche se compresa nel sacro vincolo del matrimonio), l’alter Christus deriso ma vittorioso sul male e sulla morte, l’uomo la cui santità, rivelata miracolosamente all’interno di una chiesa di Roma, riconosciuta dal pontefice Innocenzo, dagli imperatori Onorio e Arcadio e dal numeroso concorso dei fedeli, compianta sino alla disperazione dai famigliari più stretti, ha il potere, infine, di convertire chi lo aveva disprezzato.

Con l’estinzione dei Savelli, dopo la morte del principe Giulio nel 1712, vennero meno le ragioni che saldavano il culto di Alessio all’antica famiglia romana. I rifacimenti settecenteschi previdero così un nuovo allestimento scenografico realizzato attorno al 1750 dallo scultore Andrea Bergondi, nel quale la reliquia venne definitivamente integrata nella raffigurazione artistica.

La « vera scala di Alessio » fu montata sopra la statua in stucco del santo, raffigurato disteso, reduce da un’agonia santa, con i classici attributi della croce e del bordone da pellegrino. Come nel sogno di Giacobbe, la scala è percorsa illusionisticamente dagli angeli i quali riempiono anche la parte inferiore e superiore della rappresentazione che, dai suoi molteplici punti di vista, ricrea l’impatto teatrale dell’ultimo atto del dramma de Il San Alessio.

Rappresentazione teatrale che colpì anche la fantasia del grande pittore Georges de La Tour: in un suo Alessio, disteso e con la bocca semiaperta, ha in mano la lettera che contiene la rivelazione. Il suo viso viene investito dalla luce intima e soffusa della torcia del giovane servo, creando tutt’attorno un’atmosfera di religioso silenzio. Probabilmente, anche l’originario discepolo di Buddha l’avrebbe apprezzato…

Jabouna Line

Devo essere sincero: alle Medie ero l’incubo del mio prof di Educazione Musicale: mi incartavo con gli esercizi di solfeggio, consideravo il flauto dolce una stupida tortura più che uno strumento musicale, mi annoiavo a morte, quando il prof cercava di farmi entrare in testa la data di nascita di Rossini o l’elenco completo delle opere di Bach. Se vi aggiungete anche il fatto che sono stonato come un campanaccio, all’epoca nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato su un’eventuale mia passione per la Musica.

Eppure, la vita ha deciso altrimenti, conducendomi a lidi inaspettati. Anche se continuo a sbagliare con rigore scientifico tutte le note, la Musica e la Danza mi hanno insegnato tanto, su me stesso e sugli altri. Mi ha reso più curioso e più tollerante; mi ha dato la forza per combattere e di conoscere tanti amici e splendide persone.

Uno di questi è Sherif Fares: approfittando del suo ultimo progetto musicale, mi sono fatto raccontare qualcosa di lui, della sua sensibilità e visione del Mondo, imparando sempre qualcosa di nuovo

Ciao Sherif come stai? Cominciamo dalla domanda più banale in assoluto? Chi sei? Se ti dovessi presentare a un estraneo, quale sono le prime parole che ti verrebbero in mente?

Ciao fratello mio, beh d’istinto mi verrebbe da dirti che sono una persona qualunque…con una spiccata dose di curiosità, ma sapendo dove vuoi parare, ti rispondo così: sono un italiano con origine egiziana, oppure… Un mediterraneo, un po’ percussionista 🙂 a te la scelta 🙂

Da cosa è nata la tua passione per le percussioni? Quali sono le difficoltà più grandi che hai dovuto affrontare, per padroneggiare bene come fai tu questa tipologia di strumenti? Le soddisfazioni più grandi che ti hanno dato?

Tutto inizia ad una festa di ferragosto di tanti anni fa, guardando un amico che inaspettatamente prese un djembe di un ragazzo la vicino a noi e iniziò a suonarlo. In quel momento, qualcosa mi ha stregato, e oggi a distanza di anni, ripenso a quel momento e alla piega che la mia vita ha preso a causa di questa passione: tempo speso, soldi investiti, metamorfosi mentale e caratteriale…  Si, metamorfosi! Devi sapere che la percussione, come tutte le discipline, esige molto impegno e soprattutto perseveranza. non sempre risulta un divertimento (pratica, esercizi, pratica, esercizi… e spesso noiosi, soprattutto all’inizio, poi…), ma se si segue questa prassi (sola e unica via di apprendimento tra l’altro) si scoprono un sacco di cose inaspettate sul proprio carattere e sul funzionamento “del tutto”. Se non arrivano questi pensieri, o si ha già abbandonato il percorso, o probabilmente si suonicchia solo per svago.

In quanto a soddisfazioni… Anche solo il fatto di suonare e progettare (soprattutto on-line, stando comodo a casa 🙂) con percussionisti e percussioniste che stimo e ammiro, mi ha ripagato di tutti i noiosi sforzi fatti rinchiuso in stanza con metronomo e tamburo 😉 … Altra soddisfazione è il fatto di essermi (per ovvie ragioni) ritrovato con “le danze di Piazza Vittorio”:

Uno, mi piace sapere che la mia presenza completa l’immagine sonora del gruppo che adempie alla peculiare caratteristica del quartiere in cui suoniamo e…

Due, la musica popolare italiana e francese che si balla con le danze di Piazza Vittorio, con l’aggiunta del mio sound nordafricano, volente o nolente ci ricorda da dove attingiamo e che le radici sono le stesse, sia al nord che al sud del Mediterraneo.

Data la mia straordinaria ignoranza in materia, potresti raccontarci le caratteristiche e la storia degli strumenti che suoni?

Ok, dopo aver studiato diversi stili percussivi e non, mi sono soffermato sul tamburo cornice:

Uno, per la praticità di trasporto, che ovviamente l’ha reso lo strumento più diffuso e tramandato al mondo.

Due, il tamburo a cornice ha una varietà di suoni e stili che in altre percussioni è difficile trovare. Quello che suono io in particolare si chiama: “tar” o “bendir” o “duff”, poi ci sta pure il “riq” che è più piccolo e ha l’aggiunta di 20 cimbaletti intorno alla cornice.

Per quanto concerne la storia, è molto semplice: fin dall’inizio della civiltà sviluppatasi ai bordi del Mediterraneo, questi tamburi hanno viaggiato in lungo e in largo, specialmente con l’avvento delle tratte commerciali, da notare come grazie alle tratte arabe, quasi tutti i territori dove hanno lasciato il segno, tutt’oggi si ritrova questo tipo di tamburo, simile o meticciato, vedi isole dell’Oceano indiano, Sud est asiatico, centro Asia, Africa musulmana, fino ad arrivare alle ultime presenze arabe (con la tratta negriera illegale) nelle Americhe, come Brasile e Portorico.

Visto che conosci a fondo sia la musica popolare araba, sia quella italiana, ci puoi dare la tua impressione su somiglianze e differenze? Da profano, non ne vedo molte ed entrambe mi sembrerebbero figlie di un’unica, grande eredità mediterranea…

Beh, sì, come ho scritto prima… Le radici sono le stesse… Si parla di amore, di terra… Uguale, ma se dobbiamo parlare delle diversità: due cose balzano subito all’attenzione del tamburellista italiano alle prese con i tamburi a cornice arabi. E sono: il peso del tamburo in sé, e la tensione della pelle… Al sud del Mediterraneo si predilige un suono più intenso, più corposo, con più volume, più bassi e note… Per permettere ciò, la scocca dei tamburi deve essere più spessa e con la pelle molto tirata…

Per quanto riguarda invece il sound, il groove in generale… Lo stile italiano ha preso moltissimo dall’antica Grecia. In Nord Africa il sound predominante è un mix di Andalusia, Oriente arabo e Africa “nera”… Potrei continuare a parlarne paragonando i vari strumenti melodici, anch’essi simili, ma non ne entro in merito perché

uno) non ne usciremmo più 🙂 e

due) non sono così tanto informato per sentenziarne quanto si dovrebbe.

Questi mesi di chiusura forzata, che ti hanno lasciato, dal punto di vista umano?

Un po’ di delusione… Speravo tanto in una presa di consapevolezza collettiva, ma niente, vedo sempre più stoltezza e individualismo… Purtroppo. Ci vorrebbe un po’ di studio obbligatorio di un qualsiasi tamburo 🙂 per risanare un pochetto la superficialità creatasi negli ultimi anni 😉 

So che in queste settimane, ti sei impegnato a fondo in un progetto che sta coinvolgendo percussionisti da tutte le quattro parti del mondo? Ce ne puoi parlare?

Sììì, questa è una delle soddisfazioni che mi gratificano maggiormente (grazie esercizi noiosi!!! 😉) … Il progetto si chiama “Jabouna Line” si tratta di una immaginaria e antica nave commerciale africana che fa avanti e indietro per il globo portando testimonianza di diversi stili percussionistici… Tra cui il più diffuso tamburo a cornice!

Che oltre ad essere il mio tamburo preferito, è anche il mio insegnante di storia, e mi ha insegnato che siamo in qualche modo connessi grazie alle tratte passate, pur se tragiche e devastanti, oggi possiamo condividere questa passione, un po’ come il fiore di loto che nasce dal fango.

Tornando al progetto, quando vivi pensando solo e sempre alle percussioni, si attiva un meccanismo di attrazione più o meno volontario, che agisce in modo che altre persone simili “ti stanno cercando” a loro volta… E il gioco è fatto… Ho deciso di fare dei brevi video dove metto in risalto tre percussionisti accomunati da qualcosa

 Nel fare interagire persone, storie e culture differenti, quali sono le difficoltà principali che hai incontrato?

Sembra banale… Ma la lingua è tutt’oggi un problema… A volte si risolve con pazienza e traduttore on-line, altre volte non c’è proprio verso, e tocca rinunciare …Purtroppo l’istruzione non è scontata… A parte questo, non ci sono tanti altri paletti, anche perché il mondo del musicista è per ovvi motivi senza barriere e abbiamo una mentalità abbastanza aperta per relazionarci tra di noi, nonostante veniamo da circostanze diversissime.

In questo viaggio tra diverse tradizioni musicali, cosa ti ha colpito di più? A tuo avviso, quali sono le principali somiglianze e differenze tra loro?

Il linguaggio!!!  Sarebbe il groove che si decide di dare al modo di suonare! Nei video di questo progetto mi soffermo sugli assoli (improvvisazioni ben piazzate sul ritmo base), e ogni assolo ha un linguaggio ben definito, da un assolo si capisce molto sul contesto musicale a cui un percussionista appartiene… Osservando il primo episodio di Jabouna Line “the arab trade” si nota quanto lo stile di fare l’assolo è tipicamente arabo nonostante la situazione geografica e culturale sia palesemente diversa. Egitto…Tagikistan… Indonesia…

Sono lontanissimi! Ma la maniera “quadrata” di “comunicare” colpi è inconfondibilmente araba!

La musica e La danza sono veramente linguaggi universali?

Mmmh direi di sì… Si tratta di comunicarsi di raccontarsi, con diversi trascorsi e diverse sfumature…Quindi pure se non si parla a voce, si comunica e condivide qualcosa… Perciò è a pieno titolo un linguaggio

Per sapere di più del progetto “Jabouna Line” questo è il link alla sua pagina Facebook

https://www.facebook.com/Jabouna-Line-100147244891283