Il Castello Piccolomini

E di notte com’era calmo e lucente il lago, simile a una striscia d’argento, sotto le finestre del palazzo, alla luce della luna piena, mentre il vecchio castello gettava lunghe ombre sul paese addormentato.

Così Edward Lear, il grande scrittore di limerick, che sarà protagonista di un mio prossimo romanzo, descriveva il Castello Piccolomini di Celano, che all’epoca di affacciava ancora sul lago del Fucino.

Castello che risale ai tempi di Federico II, il quale, diventato nel 1220 imperatore, dichiarò guerra a Tommaso, conte di Celano, che era il più potente feudatario del regno siciliano e aveva l’ambizione, mettendo contro il Papa e gli Svevi, di crearsi uno stato indipendente comprendente Molise e Abruzzo.

Guerra che duro tre anni mettendo a ferro e fuoco la Marsica e che culminò con l’assedio di Celano; in quell’occasione l’imperatore, sul colle di San Flaviano fece costruire delle fortificazioni provvisorie di legno e terra battuta, che furono probabilmente smantellate dopo la resa del borgo, che fu distrutto e i cui abitanto furono costretti all’esilio.

Bando che fu tolto per intercessione papale: così Celano fu ricostruita in un nuovo sito a circa 1 km di distanza sul colle San Vittorino. con la morte di Federico II, e dopo un breve periodo di regno di Federico d’Antiochia tra il 1252 e il 1253, Celano tornò al conte Ruggerone ovvero ai Berardi fino al 1282; per breve tempo fu concessa nel 1287 a Raimondo d’Artois consanguineo di Carlo I d’Angiò, per tornare poi nelle mani della dinastia dei conti di Celano.

In tale occasione, fu eretta una prima fortificazione in muratura, comprendente torrette rettangolari “a scudo” e una torre la torre-mastio sommitale a pianta quadrata. Intorno al 1390, Pietro da Celano decise di rimordernare il tutto, costruendo il solo piano primo con le torri quadrangolari agli angoli, fino al marcapiano, integrando la torre-mastio sull’angolo nord-est ed edificandpo il cortile interno alle mura dotandolo del loggiato con arcature a sesto acuto ancora visibile.

A riprova di ciò, nel 1392 il conte di Celano, ordinò poi l’edificazione della Chiesa di Sant’Angelo e dell’antico convento dei Celestini, donando ai monaci il suo antico palazzo, il che fa supporte come al momento in cui il conte lasciò la sua vecchia dimora l’edificazione del nuovo castello sulla cima del colle S. Vittorino fosse iniziata da qualche tempo.

Per avere altre notizie sul castello bisognerà attendere il tempo del matrimonio della contessa Icobella, nipote di Pietro, con Lionello Acclozzamorra, duca di Bari, mediocre condottiero, collezionò sconfitte in quantità industriale, ma buon affarista, dato che sotto il suo dominio fece infine regolarizzare dagli Aragonesi il tratturo Celano-Foggia potenziando questa via pastorale tanto da farla divenire un cardine dell’economia marsicana.

Essendo Lionello un amante dell’architettura, riprese la costruzione dell’edificio nel 1451, portando quasi a compimento l’opera con la realizzazione del piano nobile, del cammino di ronda e delle quattro torri d’angolo. In più, senza creare particolari contrasti con quanto costruito in precedenza, adattò il tutto alle nuove esigenze della guerra d’assedio, cambiate a seguito dell’introduzione delle prime bombarde: abbassò l’altezza delle torri angolari, aumentò lo spessore delle mura e e realizzò l’apparato a sporgere con il soprastante cammino di ronda a pari altezza lungo tutto il perimetro dell’edificio, per facilitare lo spostamento dei difensori.

Nel 1495, con la morte di Ruggerotto, figlio di Icobella e dell’Acclozzamorra,Castello Piccolomini si estinse la dinastia dei Berardi, ma nel 1463 Antonio Todeschini Piccolomini, nipote di papa Pio II, fu investito della Contea di Celano da Ferrante d’Aragona. Antonio i riprese la costruzione del castello apportando aggiunte e decorazioni architettoniche che trasformarono il maniero in palazzo residenziale fortificato.

Egli, infatti, completò il secondo piano del loggiato del cortile con archi a tutto sesto impostati su capitelli recanti i simboli della sua famiglia: la croce e la luna falcata. Fece aprire diverse finestre fra le quali quella rettangolare del prospetto principale decorata con mostra a cassettoni, e fece realizzare molte loggette pensili poste sugli sbalzi poggianti su beccatelli in pietra ancora oggi visibili sulle pareti dell’edificio.

Più incisivo, invece, fu l’intervento che fece sulla cinta muraria: egli rinforzò gli angoli più esposti della spezzata che segue le curve di livello, inglobando le vecchie torri ad “U” con delle grandi torri circolari munite di scarpa nella parte inferiore. Inoltre, per dare maggiore protezione agli ingressi ampliò la cinta stessa in corrispondenza di essi munendoli di antiporta. L’ingresso pedonale a sud-est fu preceduto da un rivellino triangolare con torre circolare ad angolo.

Nel 1591 Camilla Peretti, sorella di papa Sisto V, acquistò la contea dai Piccolomini. Così nel castello dimorò Michele Peretti, nipote del Papa, allievo di Torquato Tasso e grande amico del Marino, condottiero fallito, grande amante del teatro e cosa rara per la nobilità papalina dell’epoca, grande imprenditore:dedicandosi alla finanza, su autorizzazione di papa Paolo V, nel 1609 Michele Peretti venne autorizzato all’istituzione di un monte di pietà chiamato “Monte Viano” con un capitale di 220.000 scudi. Contemporaneamente si impegnò in attività di scavo ed estrazione di metalli preziosi e non dal “Monte della Fogna, contado della città di Camerino, vicino al fiume della Fiastra”. Insomma, uno dei pochi nobili romani che non dissipò il patrimonio, ma lo arricchì.

Michele, stranamente, non cambiò molto del castello: fece aprire sul mastio alcune finestre con architrave semplice e si autocelebrò con un’iscrizione posta sull’ingresso del castello, oggi leggibile solo nella prima riga. Nel 1647 Celano fu coinvolta con tutta la Marsica nella rivoluzione napoletana di Masaniello contro gli Spagnoli ed il castello fu occupato dai rivoluzionari appoggiati dal Barone Antonio Quinzi dell’Aquila e dal nostro Marchese di Palombara.Dopo la pubblicazione di un editto rivoluzionario del Quinzi (8 gennaio 1648), il governatore d’Abruzzo Pignatelli inviò nella Marsica il mercenario Pezzola ad assediare il castello. Dopo numerosi attacchi falliti, solo alla fine della sommossa di Napoli il castello e la città si arresero.

Dopo i Peretti la contea di Celano passò ai Savelli; anche il nome di questa famiglia figurava in un’iscrizione, oggi distrutta, posta sopra l’arco dello scalone che conduce al piano nobile. In seguito la contea passò agli Sforza-Cesarini e successivamente agli Sforza Cabrera Bovadilla, ultimi conti di Celano prima dell’abolizione dei feudi (1806). In questo periodo, furono realizzate le tamponature settecentesche create per consolidare il loggiato superiore dopo i terremoti del 1695, 1706 e 1780. Al piano terra alcuni ambienti vennero utilizzati per creare la prigione feudale.

Nel 1892 la proprietà divenne de del Marchese Orazio Arezzo da Celano e successivamente della famiglia Dragonetti dell’Aquila. Nello stesso anno l’angolo ovest del Castello diventò sede provvisoria del carcere mandamentale, mentre nel 1893 diviene monumento nazionale sottoposto alla tutela delle Belle Arti del nuovo Regno d’Italia.

II catastrofico terremoto che si abbatté sulla Marsica il 13 gennaio 1915 cancellando interi centri abitati, provocò gravissimi danni anche al castello di Celano: crollarono molte volte e tutti i solai, il doppio loggiato dei cortile, parte del cammino di ronda e delle merlature e tutte le loggette pensili; le torri angolari denunciarono gravi lesioni e quella a sud-est risultò distrutta per metà della sua altezza. L’edificio fu lasciato in completo stato di abbandono per più di 25 anni, con gravi danni alle strutture già pericolanti. Nel 1938 lo stato operò l’esproprio per pubblica utilità e nel 1940 iniziò i lavori di restauro che, dopo l’interruzione della seconda guerra mondiale, ripresero nel 1955 per terminare nel 1960.

Il castello è sede del Museo d’Arte Sacra della Marsica e della Collezione Torlonia di Antichità del Fucino.

Il Museo è situato nel piano nobile, in 12 stanze articolate in varie sezioni: scultura, pittura, oreficeria e paramenti sacri. Di notevole pregio le ante lignee del XII secolo provenienti dalla Chiesa di S. Maria in Cellis di Carsoli e dalla Chiesa di S. Pietro in Alba Fucens; il trittico di Alba Fucens (XIV sec.), prezioso lavoro di pittura, scultura ed oreficeria; lo splendido dipinto del XV secolo raffigurante “ La Vergine ”, realizzato da Andrea De Litio; la Croce Orsini , datata 1334; la stauroteca del XIII secolo, prezioso esempio di arte bizantina.

La Collezione Torlonia, acquistata dallo Stato nel 1994, consta di 184 oggetti e 344 monete di bronzo romane; tutte le opere in esposizione vennero alla luce nell’area del Fucino durante il prosciugamento del lago nella seconda metà del 1800, ad opera di Alessandro Torlonia.

I pezzi più preziosi della Collezione sono senza dubbio la Testa di Afrodite (III-II sec. a. C.), uno dei più raffinati esempi scultorei rinvenuti nel territorio abruzzese e i Rilievi in pietra calcarea (II sec. d.C.), vere e proprie cartoline dell’epoca, raffiguranti uno specchio d’acqua con due gruppi di operai intenti al prosciugamento delle acque e una veduta di città e del suo territorio.

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Roma Capitale Umana

piazzavittorio

In giro per il web, si legge una favoletta, che si dice africana, che ridotta all’osso fa così

Durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggivano, un colibrì volava in senso contrario con una goccia d’acqua nel becco.

“Cosa credi di fare?” Gli chiese il leone.

“Vado a spegnere l’incendio!” Rispose il piccolo volatile.

“Con una goccia d’acqua?” Disse il leone con un sogghigno di irrisione.Ed il colibrì, proseguendo il volo, rispose: “Io faccio la mia parte!”.

Ora, viviamo giorni di grandi incendi, scatenati da un potere cieco e arrogante, che nasconde la sua incapacità e la sua pochezza, dietro l’odio e la paura, trasformando gli ultimi nei capri espiatori di tutti i problemi dell’Italia.

Dinanzi alle fiamme, possiamo voltarci dall’altra parte o lottare contro di queste, con tutti i nostri limiti e le nostre debolezze.

All’Esquilino, abbiamo scelto la seconda strada: domani mattina, dalle 10 in poi, scenderemo tutto in piazza al fianco dell’Associazione Genitori della scuola Di Donato, per affermare il primato dell’accoglienze rispetto al rifiuto. Ecco l’appello ad aderire

Alla Roma solidale, antirazzista e multiculturale: scendiamo in piazza a esprimere il nostro dissenso nei confronti del DL sicurezza e di politiche sull’immigrazione basate sulla paura e sulla discriminazione.

Da quindici anni siamo impegnati con bambine, bambini e famiglie a promuovere pratiche inclusive e solidali, in un quartiere storicamente aperto a tutte le comunità. Alla luce degli ultimi avvenimenti sentiamo l’esigenza di far sentire che non ci riconosciamo in provvedimenti che rendono il nostro Paese inospitale, ignorano i diritti umani più basilari e costruiscono barriere, alimentando una paura che si trasforma in odio razzista.

Non possiamo accettare la chiusura dei porti, non possiamo stare a guardare in silenzio mentre centinaia di persone ogni giorno rimangono in balia delle onde, destinati a una morte tremenda.

Per questo invitiamo le cittadine e i cittadini, le scuole aperte e solidali, le comunità di migranti di tutta Roma, le realtà del territorio che lavorano instancabilmente con loro per tutelarne i diritti, a incontrarci per un presidio rumoroso e colorato, dove farsi sentire e gridare:

Roma Capitale Umana

Vino nell’antica Roma

michelangelo-Bacco

Porta con te oltre al favore divino
Fabulo mio, la più scelta cucina
e un fiore di ragazza e vini e sali
e una gioia di vivere sfrenata.

Se vorrai fare in casa mia
una cena incantevole.

E’ una poesia di Catullo, che celebra una delle grandi passioni dell’antica Roma, il vino. Questo, come ricorda Properzio, era il rimedio agli affanni e citando Orazio, contribuiva ad allontanare le preoccupazioni che rendevano la fronte corrugata. Persino quell’ipocrita moralista di Seneca, ne parlava bene

“Ogni tanto è bene arrivare fino all’ebbrezza, non perché questa ci sommerga ma perché allenti la tensione che è in noi. L’ebbrezza scioglie le preoccupazioni, rimescola l’animo dal più profondo e, come guarisce da certe malattie, così guarisce anche dalla tristezza”

Passione per lungo tempo riservata solo agli uomini: fu vietato infatti alle donne (cui era riservato il mulsum, vino mescolato al miele nella misura di ¼ di miele per un litro di mosto già fermentato da tre settimane) e agli adolescenti (che potevano consumare solo vina secundaria, cioè vini di vinacce) sino ai tempi di Cesare. Le gentili signore, però, ebbero una vittoria morale ai tempi di Livia Drusilla, moglie di Augusto.

L’imperatrice, infatti attribuì la lunga durata della sua vita, 86 primavere, alla sua abitudine di bere quantità industriali di vino secco, il Pucinum, e a mangiare spesso insalata di enula campana, dalla radice tozza come barbabietola, ma amara. Columella, nel suo De re rustica, descrive vigneti con la distanza di circa 3 m (dieci pedes) tra un filare e l’altro, con vigneti maritati ad alberi o sostenuti da pali in legno. Nel tempo, l’alberata etrusca venne sostituita da filari con intrecciata di canne, fino ad arrivare ad impianti a cordone, simili al guyot. Un ettaro di vigneto arrivava a produrre più di 150 quintali di uva, quindi con rese analoghe a quelle dell’epoca moderna, con rese che potevano arrivare anche a 200-300 ettolitri per ettaro.

Sempre Columetta descrive la tecnica della vinificazione in uso nell’antica Roma. I grappoli venivano vendemmiati ben maturi, con coltelli a forma di falce, e portati in cantina in ceste. Quelli immaturi ed alterati servivano per produrre il vino degli schiavi. Il mosto veniva fatto fermentare nei dolia, che venivano tappati ed interrati per 3/4 della loro altezza, che era attorno ai 2 m. Se il vino ottenuto era torbido veniva chiarificato con bianchi d’uovo montato a neve o latte fresco di capra.

Botti ed anfore erano spalmate al loro interno di resina di pino o di pece greca, per migliorare la conservazione; il vino era affumicato per tre giorni nel fumarium, cosa che lo rendeva più acido ed eliminava parte del colore e dell’alcool. Nel vino si versava anche acqua di mare, perché era ritenuta un buon conservante e stabilizzante.

La fermentazione ovviamente non era controllata e pertanto il grado alcolico dei vini poteva variare di molto. I Romani ovviavano a questo inconveniente effettuando dei tagli, ossia mescolando i vini meno alcolici con quelli più forti, o aggiungendo miele o aromi al mosto. La maggior parte dei vini venivano anche addizionati con sale, acqua marina concentrata, resina e gesso, una vera e propria sofisticazione, mentre i vini migliori e più strutturati, non venivano trattati, ma arricchiti aggiungendo il defrutum, un mosto concentrato che alzava la gradazione di uno o due gradi alcolici.

Al vino finito venivano spesso aggiunti estratti di erbe, miele, legni odorosi, essenze vegetali, mirra, assenzio profumi e rose, creando un’incredibile varietà di vini aromatizzati, spesso anche sottoposti a cottura assieme ad ingredienti in infusione. L’imperatore Eliogabalo offriva al popolo vino rosatum o vino mielato, oltre a vino aromatizzato, appositamente sistemato in piscine e in tinozze da bagno. Anche l’imperatore Gordiano II amava bere il vino rosatum come pure il vino aromatizzato dal lentischio, dall’assenzio e da altri aromi delicati.

Gli haustores, i sommeliers dell’epoca, classificavano i vini in un’infinità di modi (dolce, soave, nobile, prezioso, molle, delicato, ecc.), dimostrando così di avere un palato sensibilissimo. Il vino si mesceva in coppe larghe e quasi piatte. Prima di iniziare un banchetto, vi era l’uso di eleggere, sorteggiandolo ai dadi, un “magister bibendi”. Costui, che doveva astenersi dalla bevanda, aveva il compito di stabilire quante parti di acqua, calda o fredda, vi si mescolavano. Se poi il magister bibendi era Postumia, come ricorda Catullo, che prescriveva si dovesse servire del vecchio Falerno puro, allora si comprendeva bene il tono della serata.

Le diluizioni preferite, dopo aver scartato quella metà acqua e metà vino, giudicata pericolosa, erano quelle chiamate “a cinque e tre”. La proporzione a cinque era formata da tre quarti d’acqua e due di vino; quella a tre, invece, da due parti d’acqua per una di vino. All’inizio si servivano i vini migliori come il Falerno “rosso cupo”, mentre man mano che il convivio procedeva, si mettevano in tavola quelli sempre più scadenti.

Inizialmente le varietà di uva da vino più diffuse erano di origine greca, coltivate in Sicilia e nella Magna Grecia, le “Aminee” e le “Nomentanae”. Erano uve ricche di colore, da cui si ricavavano vini pregiati. Le “Apianae o Apiciae” erano uve a sapore moscato, molto aromatiche, che quando erano mature attiravano le api. Viti più produttive e resistenti provenivano dalle province, quali la “Balisca” (originaria, secondo Columella, di Durazzo in Albania), la “Rhaetica” molto diffusa nel veronese e la “Buririca”, che ha dato origine ai vigneti di Bordeaux. Sempre presente era la vite “Labrusca”, ossia selvatica, dalla quale si ottenevano vini di qualità più scadente.

I vini più diffusi nell’antica Roma provenivano dal Lazio, dalla Campania e dalla Sicilia. Alla fine della repubblica erano noti e ricercati il Falernum, il Caecubum, l’Albanum e il Vaticanum

Il Falernum, il celeberrimo vino che Petronio, nella famosa cena, fece offrire da Trimalcione ai convitati, esterrefatti, con il commento:

questo vino ha cento anni; esso ho vita più lunga dell’uomo

era prodotto in provincia di Caserta degli attuali comuni di Mondragone, Falciano del Massico, Carinola, Sessa Aurunca e Cellole. Si distinguevano tre diverse qualità: ben tre varietà: la più rinomata era il Faustianum, prodotto sulla media collina corrispondente agli attuali territori collinari del comune di Falciano del Massico e Carinola; quello di alta collina, il Caucinum nel territorio corrispondente alla collina di Casale di Carinola; mentre il vino di pianura aveva l’appellativo generico di Falerno.

Il Caecubum proveniva dalla zona di Fondi, era divenuto rarissimo già a tempi di Plinio, a causa dei lavori inerenti alla costruzione della fossa Neronis, un canale navigabile che avrebbe dovuto congiungere Pozzuoli e Roma, che mutarono le condizioni pedoclimatiche. Il suo nome si suppone derivi da caecus (cieco), congiunto a bibeo (bevo), o bibere (bere), vocaboli fusi insieme ad identificare il bere del cieco, cioè la bevanda preferita proprio da Appio Claudio Cieco.

L’Albanum era il nostro Bianco di Marino, mentre il Vaticanum era prodotto dalle vigne dove ora vi sono San Pietro e Borgo…. Detto questo, un altro brano del quarto libro di De Coquinaria

III. TRITO (ammorsellato) DI PESCI O DI POLPETTE. Trito marino: metti dei pesci (marini) nel tegame, aggiungi Salsa, olio, vino e brodo. Taglia a piccoli pezzi capi di porro e coriandoli; fai bocconcini di pesce tritando polpa di pesce cotto; mescola le ortiche marine ben lavate. Quando tutto ciò sarà lavato, trita del pepe, del ligustica, dell’origano; lavora; bagna con la Salsa e col sugo del tegame. Quando bolle, rompi una sfoglia di pasta per legare maggiormente. Cospargi di pepe in polvere e servi.

Minuto alla tarantina (detto così forse dalla qualità delle noci che venivano chiamate “di Taranto” o dal nome di qualche personaggio dell’epoca): taglia a piccoli pezzi, in un tegame, la parte bianca dei porri; aggiungi olio, Salsa, brodo, polpettine assai piccole e tempera in modo che tutto sia tenero. Fai le polpette alla maniera tarantina: troverai la ricetta tra le polpette (invece non c’è). Fai la salsa così: (prendi) del pepe, del ligustico, dell’origano; lavora; bagna con la Salsa e col sugo del tegame. Quando prenderà il bollore, rompi una sfoglia di pasta e lega. Cospargi di pepe e servi.

Minuto Apiciano: cuoci tutto assieme olio, Salsa, vino, capi di porri, menta, pesci, piccole salsicce, testicoli di cappone, ghiandole di lattonzoli. Trita del pepe, bagna di Salsa, aggiungi poco miele e il sugo del tegame; aggiungi vino e miele. Fai in modo che bolla. Quando bollirà, rompi una sfoglia di pasta e fai addensare, mescolando bene. Cospargi di pepe e servi.

Minuto Maziano (è una ricetta tratta da C. Mazio autore di uno scritto sull’arte della cucina): metti in un tegame olio, Salsa, brodo, taglia dei porri, del coriandro e piccole salsicce. Taglia a dadi la spalla cotta di porco con la sua cotenna. Fai in modo che tutto cuocia. A mezza cottura, unisci mele maziane (?) pulite e tagliate a dadi; trita il pepe, il cumino, il coriandolo verde, la menta, la radice di laser, bagna con aceto, miele, Salsa, poco mosto cotto e il suo stesso sugo; uniscivi poco aceto. Fai bollire. Cospargi di pepe e servi.

Minuto dolce di cedro: metti nel tegame olio, Salsa, brodo, teste di porri, trita col coriandolo, spalla cotta di porco e le polpettine. Mentre tutto cuoce, trita del pepe, del cumino, del coriandolo verde o il suo seme con ruta verde e radice di laser, bagna con aceto e unisci mosto cotto, il suo stesso sugo e aceto. Fai in modo che bolla. Quando bollirà metti nel te-game un cedro pulito dentro e fuori (sbucciato e senza semi), tagliato a cubetti e scottato. Cospargi di pepe e porta in tavola.

Minuto di frutta primaticce: metti nel tegame olio, Salsa, vino taglia la cipolla scalogna seccata e taglia a dadi della spalla di maiale scottata. Quando tutto sarà cotto trita del pepe, del cumino, della menta secca, dell’aneto; bagna di miele, di Salsa, di passito, di poco aceto del suo stesso sugo e mescola. Unisci frutta primaticcia e metti a bollire finché sia tutto cotto. Rompi una sfoglia, con quella lega. Cospargi di pepe e servi.

Minuto di fegato e di polmoni di lepre: troverai la ricetta quando si parlerà della lepre. Metti in un tegame della Salsa, del vino, dell’olio e del brodo, dei porri e del coriandolo sminuzzati, delle polpettine, della spalla scottata di porco tagliata a dadi e pepe, del ligustico, dell’origano e metti tutto nel tegame. Mentre cuoce, trita del pepe, del ligustico, dell’origano, mescola col suo stesso sugo, col vino e col passito. Fai in modo che bolla. Quando bollirà, spezzetta una sfoglia e lega. Cospargi di pepe e servi.

Minuto di rose: con lo stesso condimento sopra descritto solo che vi aggiungerai un poco più di passito.

IV. TISANA E ORZATA. Per la tisana fai così: dopo averla lavata lavora la farina d’orzo che avrai preparato il giorno prima. Mettila sopra al fuoco vivo. Quando bollirà, metterai abbastanza olio e un piccolo fascio di anaci, della cipolla scottata, della santoreggia e della colocausa. Fai cuocere tutto nel suo stesso sugo. Aggiungi coriandolo verde e sale tritati insieme e fai in modo che bolla. Quando avrà bollito a dovere, togli il mazzetto e metti la tisana in un altro tegame stando attento che non tocchi il fondo e non prenda odore di bruciato. Sciogli bene e cola nel tegame sopra la colocausia. Prendi pepe, ligustico, poco puleggio secco, cumino e silfio sminuzzati che coprano bene il fondo del vaso; bagna di miele, aceto, mosto cotto, Salsa, getta nel tegame sopra il capo della colocasia, fai in modo che tutto bolla sopra fuoco dolce.

Tisana barrica (nome rimasto sconosciuto): ammolla ceci e lenticchie (piacevano molto ai Romani) e piselli. Spezza dell’orzo e uniscilo ai legumi. Quando ha bollito bene mettici abbastanza olio e sopra tagliaci il verde dei porri, del coriandolo, dell’aneto, del finocchio, bietola, malva, cavolo nero. Spezza minutamente queste verdure e mettile in una pentola. Lessa dei cavoli e trita abbastanza fine dei semi di finocchi, dell’origano, del silfio, del ligustico. Una volta tritati, stemperali con la Salsa, gettali sopra i legami e gira. Tagliaci sopra, a piccoli pezzi, dei cavoli.

V. ANTIPASTI. Antipasto da versare: cuoci nel brodo piccole bietole bianche, porri fatti riposare, sedani, bulbi (sono i Bunium Bulbocastanum), chiocciole scottate, ventrigli di polli, uccelletti e polpette. Ungi bene una padella e coprine il fondo con foglie di malva in modo che rimanga un po’ di spazio, mescola e trita i bulbi rovesciati, le prugne di Damasco, le chiocciole, le polpette e le piccole lucaniche; mescola con la Salsa, con olio, con lino. con aceto e metti a bollire. Quando bolliranno, trita del pepe, del ligustico, dello zenzero, poco piretro; mescola e versa nel tegame e fai bollire nella padella. Rompi molte uova e mescolale col sugo del mortaio. Agita e getta il tutto nella padella. Mentre cuoce trita del pepe, del ligustico, dello zenzero, poco piretro. Mentre versi aggiungi Salsa acida di vino. Ecco la ricetta: trita del pepe, del ligustico, bagna con Salsa e vino, tempera col passito e col vino dolce. Tempererai nella pentola, con poco odio. Farai bollire. Quando bollirà fai addensare con amido. Versa dalla padella in un piatto, prima lega le foglie di malva; spargi la salsa acida, viispargi sopra di pepe e porta in tavola.

Antipasto di erbe: condisci i bulbi con Salsa, olio e vino. Quando saranno cotti aggiungici fegato di maiale e delle galline, dei piedini e degli uccelletti tagliati. Metti a cuocere tutte queste cose. Quando bolliranno, trita del pepe, del ligustico, bagna con la Salsa, col vino, col passito perché sia dolce, bagna ancora col suo stesso sugo e rovescialo sui bulbi; quando bollirà lega con amido.

Antipasto di zucche farcite: taglia sottilmente le zucche sul fianco con un tassello lungo e svuotale e mettile a scottare in acqua fredda. Farai il ripieno così: trita del pepe, del ligustico, dell’origano, bagna con la Salsa, trita le cervella scottate, rompi le uova crude e fai tutt’uno; tempererai con la Salsa. Le zucche di cui sopra, scottate, riempile con quel ripieno e richiudi col tassello e inseriscilo bene. Fai così la salsa acida di vino: trita del pepe e del ligustico, bagna con vino e Salsa, tempera col passito, mettici poco olio nel tegame e fai in modo che bolla. Quando bollirà addensa con amido e versa sulle zucche fritte la salsa acida di vino e cospargi di pepe. Servi.

Antipasto di pesche: pulisci e togli il nocciolo a pesche duracine e precoci, mettile nell’acqua fredda e disponile nella padella. Trita del pepe, della menta secca, bagna con Salsa, aggiungi miele, passito, vino e aceto. Versa il tutto in padella sulle pesche: mettici poco olio e fai cuocere a fuoco lento. Quando bollirà, lega con amido, cospargi di pepe e servi.

Lupercalia

Studia Humanitatis - παιδεία

di G. Dumézil, La religione romana arcaica: Miti, leggende, realtà, a cur. di F. Jesi, Milano 2011, 306-309.

Una volta all’anno, per un giorno, si spezzava l’equilibrio fra il mondo regolato, esplorato, suddiviso, e il mondo selvaggio: Fauno occupava tutto. Ciò accadeva il 15 febbraio, nella seconda parte del mese, durante la quale (ai Feraliadel 21) si stabiliva anche un vincolo necessario e inquietante fra altri due mondi, quello dei vivi e quello dei morti: fine dell’inverno, approssimarsi della primavera e dell’«anno nuovo» secondo l’antica ripartizione in dieci mesi: quei giorni rimettevano in questione ritualmente gli schemi stessi dell’organizzazione sociale e cosmica. Riti di eliminazione e riti di preparazione vi si intrecciavano, attingendo alla loro fonte comune: ciò che si trova al di là dell’esperienza quotidiana.

Andrea Camassei, Festa dei Lupercali. Olio su tela, 1635. Museo del Prado Andrea Camassei, Festa dei Lupercali. Olio su tela, 1635. Madrid, Museo del Prado.

Al mattino del 15 una confraternita di…

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Il teorema di Little spiegato a Stefàno

traffico

Puntuale come l’influenza, arrivano le dichiarazioni del buon Enrico Stefàno per le striscie blu per i residenti, infarcite di retorica e di pressappochismo.

Per cui, nel tentativo di far ragionare lui e le sue truppe cammellate, pia illusione , perché, come diceva mio nonno, chi nasce tondo non può morire quadro, proverò a utilizzare quella strana parola chiamata matematica, che però è difficile trovare in una stessa frase con il termine grillino.

Partiamo da una formuletta facile, facile, a prova di Presidente della III Commissione Capitolina Mobilità.

Pl = Pt – Po

ossia, Pl numero di parcheggi liberi in una strada è pari alla differenza tra il Pt, numero dei parcheggi totali e Po, numero dei parcheggi occupati. A dire il vero, non è che ci volesse una scienza per capirla. Ora, per aumentare il valore di Pl ho due possibilità: o costruisco nuovi parchetti, incrementando Pt, o diminuisco Po.

Benissimo, ma come diavolo si calcola il valore di Po: in teoria, per farlo, ci sarebbe una complessa branca della matematica, piena di formule ostiche e antipatiche, chiamata teoria delle code. Ma dato che non voglio traumatizzare i miei lettori e il Vice Presidente Vicario Assemblea Capitolino, mi limito a utilizzare una buona e semplice approssimazione, detta teorema di Little, che formalmente direbbe

Il numero medio di clienti in un sistema è uguale al tasso medio di arrivo moltiplicato per il tempo medio nel sistema

che tradotto nel nostro caso specificio, è traducibile in

Il numero medio di parcheggi occupati è pari al numero medio di macchine in ingresso nei parcheggi, per il tempo che li tengono occupati

che possiamo sintetizzare nella formula

Po = NT

dove N è il numero di macchine parcheggiate e T tempo per cui occupano il parcheggio. Facendo una semplice sostituzione, abbiamo come

Pl = Pt -NT

Per cui, per aumentare i parcheggi liberi o si diminuiscono le macchine, favorendo strumenti di mobilità alternativa o si diminuisce il tempo di parcheggio. Facciamo un ulteriore passaggio logico: Po è di fatto scomponibile in due componenti, i Por, la quota di parcheggi occupati dai residenti e Poe, quota dei non residenti, il che porta a un’altra formuletta.

Po = Por + Poe

da cui

Pl = Pt – Por – Poe

Dato che il teorema di Little continua a valere, avremo che

Por = NrTr

ossia Nr, numero macchine parcheggiate dei residenti moltiplicato per Tr, tempo per cui i residenti le lasciano parcheggiate. Analogamente, avremo

Poe = NeTe

ovvero, potete intuirlo da soli, Ne numero macchine parcheggiate dei non residenti moltiplicato per il Te, il relativo tempo di parcheggio. Di conseguenza, sempre applicando le sostituzioni, abbiamo

Pl = Pt – NrTr -NeTe

dove Tr e Te di solito sono differenti e con Tr più grande di Te. Per cui, per incrementare PL, i posti liberi, ci sono una serie di possibilità. La prima, è diminuire Ne, arricchendo le alternative alla mobilità alternativa, cosa che richiede investimenti, di cui il Campidoglio è assai parco. La seconda è diminuire Te, aumentando il costo delle striscie blu per i non residenti, cosa che ha portato buoni risultati, come ammesso dallo stesso Stefàno, anche se ha gonfiato i numeri, ma che gli farebbe rischiare, dato il malcontento innescato, di essere vittima della legge di Lynch. La terza è ridurre Nr, provocando un esodo degli abitanti della zona, rendendola invivibile, cosa che sospetto l’amministrazione Raggi stia provando a realizzare all’Esquilino, vista la sua ritrosia ad affrontare le varie problematiche della zona. L’ultima è ridurre Nr, cosa assai facile, mettendo i parcheggi a pagamento per i residenti e dato che di solito Por è maggiore di Poe, assai reddditizia per le casse comunali.

Ossia, per essere cinici, si scaricano i costi delle inefficienze amministrative, su una minoranza di cittadini: il che può essere poco etico, ma cinicamente, se funzionasse….

In realtà, i dati reali mostrano come Pl, in condizione di alta congestione, cosa che si verifica sempre a Roma, tranne che a Ferragosto risulti essere invariante a Tr. Il che significa che a una diminuizione di Por corrisponde un incremento di Poe. Dato che Te si può ritenere invariante, ciò implica come aumenti e di molto Ne.

Cosa che in termini empirici implica che i posti liberati dagli abitanti del Rione siano occupati da non residenti, che si recano nelle zone circostanti. Quindi, oltre al danno, la beffa di vedere il traffico nella zona aumentato…

Ovidio, i Fabii e la battaglia del Cremera

Studia Humanitatis - παιδεία

di A. Fraschetti, in MEFRA 110 (1998), p. 737-752.

1.

Un puntuale confronto tra i Fasti di Ovidio e i calendari epigrafici sia precedenti (p. es., i FAM) sia contemporanei (p. es., i Fasti Praenestini: e in tal caso il confronto appare tanto più importante poiché i Fasti Praenestinifurono redatti da Verrio Flacco fra il 6 e il 9 d.C. dunque contemporaneamente a Ovidio che interruppe la redazione dei suoi nel 8 d.C.) documenta l’estrema precisione dei Fasti dello stesso Ovidio per quanto riguarda i giorni delle singole ricorrenze anniversarie. È una precisione del resto che non deve assolutamente stupire appena si pensi ad alcune esplicite dichiarazioni del poeta che si avrebbe torto a non prendere alla lettera: «quod tamen ex ipsis licuit mihi discere fastis…» (I 289), a proposito del dies natalis alle calende di gennaio del tempio di Esculapio e…

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Il «familiare bellum» dei Fabii e la battaglia del Cremera (13 febbraio 478 a.C.)

Studia Humanitatis - παιδεία

di T. Livio, II 48-50 – testo latino Weissenborn W., Müller H. J. (eds.), Titi Livi, Ab Urbe condita, pars I. Libri I-X, Leipzig, Teubner, 1898, pp. 121-125 – trad. it. C. Moreschini (ed.), Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, I, libri I-II, con un saggio di R. Syme, Milano, BUR, 2013, pp. 482-491.

[48.1] Igitur non patrum magis quam plebis studiis K. Fabius cum T. Verginio consul factus neque belli neque dilectus neque ullam aliam priorem curam agere, quam ut iam aliqua ex parte inchoata concordiae spe primo quoque tempore cum patribus coalescerent animi plebis. [2] itaque principio anni censuit, priusquam quisquam agrariae legis auctor tribunus existeret, occuparent patres ipsi suum munus facere, captiuum agrum plebi quam maxime aequaliter darent: [3] uerum esse habere eos, quorum sanguine ac sudore partus sit. aspernati patres sunt; questi quoque quidam nimia gloria…

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