Poeti della Sicilia Araba

Uno dei grandi limiti dei revisionisti della Sicilia Araba, che considerano l’Emirato di Siqilliyya un’epoca di oscura decadenza, è la mancanza di una visione ad ampio raggio di quel periodo storico: si limitano a elencare battaglie, guerre civili e rivolte, senza considerare quanto accaduto in ambito economico o culturale.

E sono questo aspetto, Balarm non ebbe nulla da invidiare a tante capitali del mondo musulmano dell’epoca: vi furono grandi dotti, nelle rabat e nelle madrase, in cui si studiavano e s’insegnavano la lessicografia, la grammatica, le scienze religiose anche giurisprudenza (detto Fiqh o hadith in arabo).

Tra questi uomini colti spiccano Ibn Rachiq, di Marsala, di origine bizantina, che scrisse una storia della Ifriqiya, dal tempo della conquista araba, il siracusano Ibn al-Fahhàm, teologo sciita, il tizio che teorizzò come, in attesa dello svelarsi del Mahdi alla fine dei tempi, il potere doveva essere delegato non a un uomo, ma all’assemblea dei fedeli, Zafar as-Siqilli, autore del trattato Conforti politici, dedicato a Ibn Hagiar, notabile musulmano di Palermo, poi generale al servizio dei normanni, tradotto in italiano da Michele Amari, che consiste in una serie di consigli per l’uso del potere indirizzato a re, principi, califfi e quanti altri esercitano la professione del comando sui sudditi o subalterni, con i testi e i consigli che assomigliano a quelli che quattro secoli dopo Niccolò Machiavelli dava ai Medici nel suo Il Principe.

E soprattutto Ibn Qattà, palermitano, grande storico e letterato, che fuggì in Egitto ai tempi della conquista normanna, che fu autore di una Storia della Sicilia, andata perduta e di un compendio dei poeti arabo-siculi, « Perla preziosa, sui poeti dell’Isola », di cui si sono ritrovati solo dei frammenti.

Si sa che l’opera era composta da ben 170 saggi sui poeti arabi di Sicilia, dal X al XII secolo e, di questi sono rimasti solamente 70. Altre indicazioni della stessa fonte sono state incluse in un’altra antologia di poesia araba del V secolo dell’ègira (XI-XII secolo), redatta dal segretario di Saladino, la Kharidat al qasr di ‘Imàd ad-din Isfahani.

Perchè, molti lo ignorano, l’Emirato di Siqilliyya fu sede di una delle più importanti scuole di poesia araba dell’epoca, i cui temi e forme furono poi ereditati dai poeti di corte della scuola siciliana di Federico II, alle origini della poesia italiana.

Una letteratura di corte, tra i verseggiatori fu il primo emiro dell’isola e molti altri poeti erano ministri e generali, i cui temi principali erano la lode per i potenti, in modo che concedessero doni e prebende ai poeti, l’amore per il vino, all’epoca erano molto laschi nel rispettare il divieto coranico, il tema amoroso nella versione del corteggiamento, dell’incontro e dell’abbandono e la nostalgia della terra natale.

Così, ne approfitto per farvi conoscere alcune delle loro poesie. Comincio con Al Basar, mistico, che cantò l’amore e la bellezza del creato come doni di Dio.

Ecco una gazzella ornata di orecchini,
Che mi canta le nenie quand’io son fuggito;
Quand’ella vede ciò che m’è successo.
Come prato variopinto,
Nulla temo quando mi è compagna,
Poiché nell’amor suo mi consumo.
Il suo volto è luna che spunta;
che si è superba e crudele
uando ha preso tutto per sé il mio amore;
E quindi soffro.
Su un tralcio sottile,
Le è dolce il mio lungo dolore.
O crudeltà: ed io sto per morire!
Sdegnosa, lontana da pietà,
non rispetta né patto né fede.
Tace ostinata;
Tiranna, ingiusta;
Diversa da quella che fu un giorno.
Oh felice chi le sta accanto!

O Ali ibn ‘Abd ar Rahmàn che visse alla corte di Ruggero II, nato a Butera

Godi degli aranci che hai colto. La loro presenza è presenza di felicità.
Benvenute le guance dei rami, benvenute le stelle degli alberi!
Si direbbe che il cielo abbia piovuto oro puro,
e la terra ce ne abbia foggiato sfere lucenti

O il suo omonimo trapanese che così racconta il castello di Maredolce

Aduna Favara dei due mari ogni valore e pregio
Una vita piacevole la bellezza dei luoghi senza uguali
si diramano in nove ruscelli le tue acque
e quel loro fluire separate che incanto!
La battaglia d’amore ha il suo terreno di centro tra l’uno e l’altro mare
e in riva al tuo canale la passione attende
oh il lago delle due palme che meraviglia! E il palazzo sovrano eretto in mezzo al lago
che lo cinge
le acque pure e chiare dei due rami di mare
sono perle liquefatte tutta quella liscia lama è un lago
i rami del giardino si protendono
a vedere i pesci a scherzare
e nuota il pesce nelle sue acque limpide
e cantano gli uccelli nel suo folto d’alberi
le arance quando nell’isola maturano
sono fuochi che ardono su rami di crisolito
e il limone somiglia al palore dell’amante
dopo notti di lontananza e di tortura
e somigliano le palme a due leali amanti
in guardia dai nemici in un forte per loro inaccessibile
o pende un sospetto su di loro ed essi
si ostinano a mettere alla prova il pensiero di chi dubita O palme dei due mari di
Palermo vi irrorino
Le piogge d’abbondanza senza pause
Gioite dei decreti del destino concedetevi ogni gaudio
E gli eventi avranno pace
All’unisono con Dio proteggete il popolo d’amore All’ombra vostra sia l’amore
inviolabile
L’ho veduto questo con i miei occhi
Ma sentissi parlare di simili delizie crederei a un imbroglio

O Ibn Hamdis, il grande siracusano che così raccontò il dolore dell’esilio

Sicilia mia. Disperato dolore
si rinnova per te nella memoria
Giovinezza. Rivedo le felici follie perdute
e gli amici splendidi

Oh paradiso da cui fui cacciato!
Che vale ricordare il tuo fulgore?
Mie lacrime. Se troppo non sapeste di amaro formereste ora i suoi fiumi
Risi d’amore a vent’anni sventato a sessanta ne grido sotto il peso
Ma tu non aggravare le mie colpe
se l’Iddio tuo già concesse il perdono
In alto la penombra si dirada
agitata dai veli della luce
ma questa luce è un modo del distruggersi
manda luce chi perde la sua vita.

Annunci

No ai cordoli, sì alla smart city

Cordoli

Un mio caro amico, a volte un poco paranoico, si è convinto di come l’amministrazione Raggi abbia deciso di applicare una politica sociale, urbanistica e culturale punitiva per l’Esquilino, come reazione al fatto che di voti, nel Rione, i grillini ne hanno presi pochini…

Io non la penso come lui: più che altro, ritengo che le varie decisioni che hanno impattato su Piazza Vittorio, compresa la battaglia contro la street art, siano figlie del pressappochismo, del mancanza di preparazione e in dei casi, dal volere difendere piccoli e meschini interessi di bottega.

L’ultimo esempio, di questo dilettantismo allo sbaraglio, è nel volere rimettere i cordoli di 40 cm da via Napoleone III a via Principe Eugenio, con la scusa di proteggere la corsia preferenziale, spaccando a metà il Rione. A differenza di tanti qualunquisti del web, mi ricordo bene gli impatti di quella decisione, quando fu realizzata in passato: ora, non credo, come alcuni politici starnazzatori, che causò “l’invasione”, che brutta parola, di attività cinesi e bengalesi, il loro arrivo è frutto di processi economici e sociali ben più complessi, ma ebbe effetti drammatici sul traffico; parecchi miei amici, se la sono vista brutta, in diversi incidenti stradali, provocati da quella soluzione.

Ma al di là di questo, la mia vera perplessità è che, in una  Europa che si sta orientando verso soluzioni di smart city, di modelli di gestione shared del traffico urbano, in cui sono state presentate linee guida ben specifiche, sia strategiche, sia operative e in cui l’ European Investment Advisory Hub sta supportando l’accesso a uno sproposito di fondi europei da dedicare all’innovazione in tale ambito, ancora si stia proponendo e discutendo su soluzioni ottocentesche, spacciate come “arredo urbano europeo”…

Un’Europa in cui, invece, a cominciare dalle città austriache, per passare a Bilbao, Praga, Madrid, Cambridge, Copenaghen, Helsinki e in generale tutte le città che hanno aderito Co-Cities Commonly Agreed Interface (CAI), ci si sta orientando, invece, grazie al crollo notevole dei costi, su soluzioni basate su sensoristica avanzata ed algoritmi di IA. Soluzioni che si ripagano, purtroppo, in tempi rapidi con le multe e che rispetto alle tradizionali telecamere permettono di essere integrati con tante soluzioni innovative di trasporto urbano, dalla gestione adattata del traffico e del trasporto pubblico all’introduzione della gestione a slot degli incroci.

Soluzioni che senza volere imitare Vienna o Dublino, che hanno adottato   IBM Watson, potrebbero essere realizzate con investimenti, coperti da fondi europei, abbastanza limitati: basandosi su esperienze analoghe, un sistema integrato di smart mobility, che gestisca il traffico e non solo protegga con le multe la corsia preferenziale, basata su

  1. Sensori intelligenti che trasmettono i segnali a 169 Mhz, in modo da non alimentare le paranoie sui campi elettromagnetici degli elettori grillini o dei nemici del led;
  2. Relativi Concentratori;
  3. Piattaforma centrale condivisa in cloud e aperta, tramite un’architettura di tipo SENSOR ENABLING PLATFORM (SEP),scalabile e che permetta di fare dialogare sensori di tipologie differenti;
  4. Adozione di algoritmi di Intelligenza artificiale, basati su reti bayesiane, che non solo ottimizzerebbero i flussi di traffico, ma permetterebbero di ridisegnare la mobilità complessiva del Rione.

Costerebbe, per un’area compresa tra Porta Maggiore e Termini, sull’asse Via di Porta Maggiore, Via Principe Eugenio e via Napoleone III, tra i 15.000 e i 20.000 euro. Però, per far questo, servirebbe coraggio, fantasia, intelligenze e visione del futuro… Virtù di cui le amministrazioni capitoline, dai tempi di Nathan, hanno ben poco avuto a che fare…

L’Archeologia delle Letteratura

 

Quando ho conosciuto Federico Cenci, editore della Cliquot, in uno degli altri luoghi simbolo della rinascita dell’Esquilino, Radici, la nostra cara Pizzicheria Salentina, sono rimasto colpito da tante cose: dalla sua competenza e passione, se non le avesse, non si sarebbe mai dedicato a un’attività folle e infame come l’editoria, dalla sua curiosità, che lo porta a scavare nel Passato, per ritrovare e ridare nuovo lustro a opere che, spesso per iella, sono finite ai margini della letteratura e per la cura e l’amore messa nello stampare i suoi libri, cosa sempre più rara, in un’Italia che sta perdendo l’amore per la bellezza.

Già, perché i suoi libri, oltre che per i contenuti, sono belli a vedersi, per la cura nei dettagli che possiedono. dalla qualità della carta e dei caratteri di stampa alle copertine: così ho accettato di dargli una mano, per organizzare una presentazione nel Rione.

Era una scommessa, perché si sa, in Italia, a differenza dei paesi di lingua anglosassone, la narrativa fantastica è snobbata, considerata un qualcosa di cui vergognarsi: scommessa che è stata vinta.

Grazie al pubblico che è accorso numeroso, ad Andrea e Valeria, che si sono fatti in quattro affinché l’iniziativa avesse successo, per dimostrare a tutti gli scettici e i piagnoni di professione, che l’Esquilino non è degrado e decadenza, ma cultura e speranza.

A mia moglie che, nonostante le stampelle, mi ha supportato e sopportato e a Umberto Rossi, che tra le tante doti, è anche un amante del caffè di Ciamei, che ci ha guidato nel viaggio compiuto ieri nella narrativa pulp americana.

E speriamo, che in futuro, l’esperienza di ieri, che è stato anche un piccola prova che l’idea di Esquilino.con non sia poi così bislacca, si posso replicare nei prossimi mesi…

Lieber2

Blade Runner 2049: la nuova clip con Ryan Gosling

KippleBlog

Blade Runner 2049, sequel del celeberrimo Blade Runner, è uno dei film più attesi del 2017. In questa nuova clip che vi proponiamo, il giovane detective protagonista interpretato da Ryan Gosling si trova immerso in una realtà ben diversa da quella che abbiamo visto finora nell’universo di Blade Runner. Niente grattacieli e metropoli, ma piuttosto uno scenario che ci ricorda la realtà di alcuni Paesi del terzo mondo oggi. Il film sbarcherà nelle sale cinematografiche a ottobre. Buona visione!

View original post

L’origine di Santa Croce in Gerusalemme

Santa_Croce

Dunque, per chi non lo sapesse, la bella notizia è che Manu sta cominciando a camminare con una stampella sola: se tutto andrà bene, dalla prossima settimana potrà abbandonarle. Insomma. grazie alla fisioterapia, il decorso sta andando molto bene.

Così, per festeggiare, in attesa della presentazione di domani del libro di Leiber alla Sala Giuseppina al Palazzo del Freddo, vi aspettiamo numerosi, riprendo a parlare del Sessorianum, narrando di come fosse Santa Croce ai tempi dei Secondi Flavi.

L’architetto a cui Elena, madre di Costantino, commissionò la trasformazione del consistorium, la sala delle udienze del Palazzo Imperiale, in un luogo di culto cristiano, si trovò davanti a un problema assai raro nella storia dell’Architettura: inventarsi una nuova tipologia di edificio.

Per fare questo, probabilmente si ispirò alle sale di rappresentanza absidate realizzate nei palazzi tardo imperiali, come a Spalato o a Tessalonica e alla basilica di Massenzio e Costantino della Velia, nei fori imperiali: non è escludibile a priori, il fatto che i progetti di tutti questi edifici non risalgano tutti a una stessa, identica mano.

Il consistorium, da quanto risulta dagli scavi archeologici degli anni Novanta, era di forma rettangolare, e lunga circa 40 metri per 30 metri di larghezza e 22 metri di altezza, con copertura piana o con capriate a vista. Tale ambiente aveva i suoi lati lunghi percorsi da un doppio ordine di grandi aperture , porte in quello inferiore, finestre in quello superiore, e forse così apparivano anche i lati corti, nei quali comunque è riscontrabile ancora la traccia delle aperture dell’ordine superiore.

Per trasformarlo in chiesa, l’architetto spostò l’asse principale dell’edificio sul lato lungo, mentre in origine si trovava forse su quello breve, e in uno dei lati brevi, quello est, fu inserita l’abside. Le aperture dei lati lunghi furono tamponate, e a ovest fu creata la facciata.

Risulta poi probabile come a quei tempi Santa Croce fosse suddivisa in grandi campate da due enormi arcate che hanno lasciato tracce profonde dei loro attacchi nei muri longitudinali dell’aula, impostate su colonne binate secondo una scansione anomala, che la rendeva molto simile, nell’interno alla basilica di Massenzio.

massenzio

L’area presbiteriale, tramite uno o forse due corridoi, ad un retrostante vano rettangolare di modeste dimensioni, con una volta a crociera: ai tempi dei Severi era forse lo spogliatoio in cui l’imperatore indossava le insegne ufficiali prima di comparire in pubblico. L’architetto di Elena, sempre in ottica di cristianizzare il tutto, lo trasformò in una cappella privata, in cui forse erano conservate le reliquie di Gerusalemme, che ai tempi di Valentiniano III fu decorata con uno splendido mosaico, molto celebrato in epoca medievale, ma di cui non rimane nulla.

L’attuale, è un re è un restauro del Peruzzi di un’opera realizzata nel Quattrocento da Melozzo da Forlì, forse senza il supporto del suo abituale socio Antoniazzo Romano: in teoria, in questa cappella le donne potrebbero accedere soltanto il 20 marzo, pena la scomunica, com’è scolpito in una lapide all’ingresso. Secondo la leggenda, il pavimento della cappella è sparsa la terra del Calvario, riportata anche questa da Elena, mentre nella cripta vi è la statua romana di Giunone, ritrovata ad Ostia Antica e trasformata, dato che a Roma non si butta niente, nel ritratto della madre di Costantino con la sostituzione di testa e braccia e l’aggiunta di una croce.

Tornando ai tempi dell’antica Roma, accanto alla cappella imperiale, riutilizzando un ambiente absidato, molto probabilmente un balnea, l’architetto, per completare il complesso sacro, realizzò uno dei primi battisteri dell’architettura cristiana. Avendo forse un’architettura tripartita, divenne poi il modello del successivo battistero del Santo Sepolcro di Gerusalemme, sempre voluto da Elena e da Costantino.

Battistero, quello di Santa Croce, in cui vi era un’ampia vasca circolare, di cui furono trovate tracce negli scavi degli anni Novanta, rivestita di strette lastre rettangolari di marmo bianco, simili ma non tutte delle medesime dimensioni, che potrebbero essere di reimpiego e che come tipologia e come messa in opera rammentano quelle dei bacini dei battisteri di San Crisogono e di Santa Cecilia.

Sia la cappella delle reliquie, sia il battistero, erano adiacenti agli appartamenti privati di Elena, visto anche il ritrovamento di alcuni tratti del corridoio che li collegava al pulvinar, il palco reale in cui ai tempi dei Severi, l’imperatore e la corte assistevano agli spettacoli nel Circo Variano. Corridoio che Elena, lontana da occhi indiscreti, utilizzava per recarsi ad assistere alle funzioni religiose…

Presentazione de “La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore” di Fritz Leiber presso la Sala Giuseppina

leiber1400x2100

Dato che in questo mese sono stato un poco fuori dal mondo, non mi pronuncio su Piazza Vittorio di Abel Ferrara, non avendo visto il documentario: però, un poco di perplessità me la concedo, nel fatto che abbia avvallato con le immagini la pretesa di Casa Pound di essere l’unico polo culturale, diciamo così, dell’Esquilino.

Io consiglierei al buon Abel di farsi qualche passeggiata in più per il Rione, visto che avrà tutto i difetti di questo mondo, ma certo, dal punto di vista culturale, è tutt’altro che morto. La grande dote dell’Esquilino è che Arte e Cultura non sono imprigionate nei luoghi istituzionali, a volte un poco snob, ma nascono e crescono in mezzo alle persone: così il Mercato diventa un laboratorio d’arte contemporanea, i giardini di Piazza Vittorio un palcoscenico per la musica popolare, la torrefazione Ciamei una biblioteca e la sala Giuseppina del Palazzo del Freddo, in via Principe Eugenio 65, un caffè letterario.

Caffè letterario che venerdì 15 settembre, alle ore 19.00, muove i primi passi di una stagione intensa e appassionante con la presentazione della raccolta di racconti “La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore” di Fritz Leiber, uno dei giganti della narrativa fantastica, edito dalla Cliquot, una giovane e audace casa editrice, che prende nome da Chevalier Cliquot,un mangiatore di spade di inizio Novecento, che si esibiva nei circhi in quelli che venivano definiti sideshow, spettacoli marginali rispetto all’attrazione principale; eppure, senza di questi, lo spettacolo sarebbe state ben più povero e noioso.

Fritz Leiber, attore di cinema, campione di schema e gran scacchista, è uno scrittore assai sottovalutato: sotto certi aspetti, con i suoi giochi metaletterari, il suo sguardo obliquo su trame e personaggi, il suo rendere concreti negli oggetti e nella realtà urbana gli abissi dell’inconscio, è un profeta non riconosciuto del postmoderno. Questo, virtù assai rara, non avviene a scapito della leggibilità delle sue opere.

Leiber, per quanto sperimenti e possa percorrere strade nuove, non perde mai di vista il vero obiettivo della Narrativa: catturare il lettore, per fargli esplorare, accompagnato dalle parole, nuovi mondi, che costruisce assieme al libro, rispecchiando in questo le vette e gli abissi del proprio animo.

Tali doti si mostrano in pieni nei racconti inediti de “La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore”, tra cui uno, il cui finale è ambientato proprio nei giardini di Piazza Vittorio, il cui ritrovamento è già di per sé un’avventura degna di essere narrata.

Ci guideranno, alla scoperta di Leiber, Federico Cenci, editore della Cliquot, che è una sorta di archeologo della Letteratura, perché la seziona e la setaccia, per riportare alla luce tesori dimenticati e Umberto Rossi, critico e giornalista letterario, grande saggio della fantascienza italiana e soprattutto una delle persone dinanzi a cui mi sento tanto ignorante…

Per cui, vi aspettiamo tutti venerdì, Abel Ferrara compreso…

Presentazione “La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore” di Fritz Leiber

Venerdi 15 settembre ore 19

Palazzo del Freddo Fassi, Sala Giuseppina

Via Principe Eugenio 65

Devil, cambiamento climatico e tombini

marvel-netflix-daredevil-frank-miller-man-without-fear-jpg

In attesa che Manu dalla prossima settimana possa cominciare ad abbandonare le stampelle, mi sarebbe piaciuto scrivere due righe sulle serie che sto seguendo su Netflix, Daredevil, riscrittura tanto moderna quanto shakespeariana dei fumetti di Miller o Jessica Jones, riscrittura noir, intima e minimalistica di Alias, oppure investigare sulla presunta apparizione de Le Danze di Piazza Vittorio su Rai Uno…

Però, dato che le dichiarazioni della nostra amata sindaca, sul fatto che Roma si sia allagata come conseguenza delle fogne inadeguate al cambiamento climatico, mi hanno fatto accapponare la pelle,  essendo l’ennesimo esempio di una retorica politica, trasversale a tutti gli schieramenti, che utilizza problemi generali per giustificare il proprio pressappochismo, ho deciso di scrivere qualche riga sul tema.

Ora, l’archeologia e la storia, in ambito mediterraneo, hanno permesso di ricostruire le variazione climatiche negli ultimi duemila e passa anni: abbiamo avuto dei periodi di optimum climatico, periodi caldi in cui è avanzata la desertificazione, come tra il 100 e il 300 d.C. e tra il 1100 e 1300 d.C., nell’acme del periodo caldo romano e medievale e piccole ere glaciali, come la “Piccola Età Glaciale Alto medievale” (500-750 d.C.) e “Piccola Età Glaciale Arcaica” (520-350 a.C.).

In tempi recenti, abbiamo avuto una Piccola Età Glaciale, dal 1500 d.C. al 1850 d.C. . Ora, essendo in un periodo post-glaciale, è ovvio che la temperatura sia aumentata: a questo processo naturale si è molto probabilmente aggiunto un effetto antropico, dovuto all’industrializzazione e all’emissione di gas serra, che però, per motivi matematici legati alla teoria del caos, è difficile da stimare con sicurezza.

Stima che è resa più complicata dal fatto che questo processo di riscaldamento globale, negli ultimi due secoli, è regredito almeno tre volte: dal 1890 al 1895, dal 1920 al 1927, dal 1970 al 1985. Processo climatico, di cui è possibile stimare il trend a medio periodo con le opportune tecniche matematiche, ma che è complicato mappare sul tempo atmosferico quotidiano. A naso, possiamo dire che la media delle precipitazioni diminuirà, aumentando però i fenomeni di picco: per ovvi motivi, la massa d’acqua inferiore a quelle oceaniche, non si produrranno uragani come quelli caraibici, però questi temporali potrebbero impattare sulle piene del Tevere.

clima

Ed è ovvio che una politica e un’urbanistica seria debba intervenire, per costruire il futuro: ma questo, come detto, riguarda il medio periodo. I temporali settembrini di Roma, a fronte di un agosto secco, invece riguardano il Passato, ne parlava Stendhal e il Presente, degli effetti me ne lamento sul blog dai tempi di Veltroni.

A maggiore riprova, basta dare un’occhiata ai dati divulgati dallo stesso Campidoglio…

Per cui, cara Sindaca, invece di sacrificare un consigliere del PD a Xipe Totec o ripristinare la processione dell’ Aquaelicium per Giove Pluvio, che consisteva nel trasporto di una pietra di forma cilindrica, deposta nel tempio di Marte, rappresentante le forze vegetative della terre, fino al tempio di Giove Capitolino, con le matrone che scioglievano le chiome e si denudavano i piedi, magari potrebbe rispettare gli impegni presi con gli elettori e, a differenza delle precedenti amministrazioni, a dedicarsi con serietà al dissesto idrogeologico dell’Urbe.

Il che non significa solo pulire tombini, cosa in cui, nonostante i suoi proclami, è stata latitante, perché il 10% del totale sistemato non è un pessimo risultato, ma una prese in giro dei cittadini: ma riprendere i progetti di indagini sulle cause degli allagamenti e di predisposti i piani di mitigazione del rischio idraulico e di gestione delle emergenze, interrotti da Alemanno, manutenere gli impianti fognari delle periferie,invece che lamentarsene, imporre ai vertici Acea di anteporre gli investimenti per le opere idrauliche al servizio della città ai dividendi per gli azionisti…

Altrimenti, il prossimo settembre saremo da capo a dodici !