Parlando di Montesilvano

spar

Diciamola tutta: in vita tutto mi sarei aspettato, tranne di dovere assistere in Italia al ritorno degli arresti politici e deportazioni, come sta succedendo a Riace. Il tutto tra gli applausi di una minoranza di barbari e il tacito assenso dei mediocri, disposti a transigere a ogni principio, pur di rimanere aggrappato alla poltrona

Dinanzi a tale infimo spettacolo, non si può rimanere indifferenti. Come dicevo a una mia amica, un paio di mesi fa, preferisco essere rimproverato dai posteri per avere fallito, piuttosto che per non avere combattuto.

E mi riempie di rabbia sentire vecchi amici, che per rabbonirmi, continuano a ripetermi

“Ma che te frega, tanto il sindaco calabrese è una zecca comunista…”.

Perché qui la questione non è di essere di destra o di sinistra, ma di rimanere umani… A riprova di questo, racconto un’altra esperienza, meno conosciuta rispetto a quella di Riace, che, in un contesto diverso, ha ottenuto risultati simili a quelli del comune calabrese.

Sto parlando di Montesilvano, cittadina prossima a Pescara a dire il vero ho difficoltà a capire dove comincia l’una e finisce l’altra, che per anni ha avuto la disgrazia di essere invasa l’estate da orde di Brugnoli e affiliati di ogni genere e risma.

Tempo fa, in città furono posti due dei famigerati Cas (grandi centri di accoglienza straordinaria), i ghetti, che tanto piacciono a Salvini, in cui venivano rinchiusi i migranti, sulla cui gestione le realtà locali erano ben poco coinvolte e che tutto svolgevano, tranne il ruolo di poli di integrazione. Ora, Francesco Maragno sindaco di Montesilvano, di centro destra, appena eletto, ha deciso invece di seguire una strada differente, analoga a quella di Riace, basata sui cosiddetti Sprar, “sistemi di protezione per richiedenti asilo e rifugiati”, in cui gli enti locali implementano, in collaborazione con le proprie realtà di volontariato, dei progetti territoriali di accoglienza, in linea con le caratteristiche e le peculiarità del territorio e con le loro specifiche strategie di politica sociale.

In particolare, gli Enti locali possono scegliere la tipologia di accoglienza da realizzare e i destinatari che maggiormente si è in grado di prendere in carico, fermo restando un livello di standard e servizi che tutti i progetti sono tenuti a garantire. Pertanto i progetti possono essere rivolti a singoli adulti e nuclei familiari, oppure a famiglie monoparentali, donne sole in stato di gravidanza, minori non accompagnati, vittime di tortura, persone bisognose di cure continuative o con disabilità fisica o psichica. Per le persone con una vulnerabilità riconducibile alla sfera della salute mentale sono previsti progetti specificamente dedicati.

A livello territoriale gli Enti locali, in collaborazione con le realtà del privato, garantiscono interventi di “accoglienza integrata” che superano la sola distribuzione di vitto e alloggio, prevedendo in modo complementare anche misure di orientamento e accompagnamento legale e sociale, nonché la costruzione di percorsi individuali di inclusione e di inserimento socio-economico.

In termini pratici, questa sbrodolata burocratica, come si è realizzata in Abruzzo ? Per prima cosa, il Sindaco ha fatto chiudere i due grandi ghetti, distribuendo i migranti in strutture più piccole e distribuite sul territorio comunale: in parallelo ha fatto partire delle politiche centrate sull’istruzione e sulla formazione dei nuovi arrivati e sul loro impiego in numerose attività di rilevanza pubblica, in lavori socialmente utili come ad esempio la cura e la manutenzione della spiaggia per i diversamente abili, dei servizi cimiteriali e del verde.

Iniziative in cui hanno guadagnato i migranti, non più numeri, ma persone, il tessuto sociale di Montesilvano e i cittadini, che hanno visto, nel concreto quanto sia inconsistente il castello di carte, basato sulla paura, su cui Salvini ha costruito il suo potere…

E che in Italia sono assai più diffuse di quanto la propaganda voglia farci credere…

Annunci

Più parrozzo per tutti

Parrozzo

Tornando a Pescara, anche se non è proprio stagione, perché è un dolce natalizio, non ho potuto non assaggiare il buon vecchio parrozzo. Per chi non lo conoscesse, questo dolce trae origine dall’antica cultura contadina e pastorale: è infatti ispirato al Pan Rozzo, pagnotta che nelle campagne abruzzesi veniva impastato con la farina di mais, che costava assai meno rispetto al grano, per essere poi cotto alla meno peggio nel forno a legna, che aveva il vantaggio di conservarsi per parecchi giorni

Nel 1919 il pescarese Luigi D’Amico, cresciuto nella bottega del nonno omonimo tra prodotti alimentari, pesci salati e granaglie, che aveva aperto un caffé all’angolo tra Piazza Garibaldi e l’attuale Corso Manthonè, per lanciare la sua attività ebbe l’idea di lanciare un nuovo dolce, ispirato a tale pagnotta.

Per cui riprodusse il giallo del granoturco con quello delle uova, alle quali aggiunse la farina di mandorle; invece, lo scuro colore dato dalla bruciatura della crosta del pane cotto nel forno a legna fu sostituito con la copertura di cioccolato. Da buon commerciante, per lanciare il nuovo prodotto, scelse come promoter il più noto pescarese dell’epoca, il buon vecchio Vate.

Gabriele D’Annunzio ricevette il primo “prototipo”, a Gardone, il 27 settembre accompagnato da una lettera assai ruffiana, in cui era scritto

“Illustre Maestro questo Parrozzo – il Pan rozzo d’Abruzzo – vi viene da me offerto con un piccolo nome legato alla vostra e alla mia giovinezza”.

Il Vate, che senza dubbio alcuno amava le cose buone della vita e che non si tirava mai indietro, quando si trattava di promuovere le cose della sua terra, rispose dedicando un madrigale in dialetto al nuovo dolce

“È tante ‘bbone stu parrozze nov e che pare na pazzie de San Ciattè, c’avesse messe a su gran forne tè la terre lavorata da lu bbove, la terre grasse e lustre che se coce e che dovente a poche a poche chiù doce de qualunque cosa doce . Benedette D’Amiche e San Ciattè …”

Ottenuta quindi la benedizione dannunziana, D’Amico partì lancia in resta per promuovere il prodotto. Armando Cermignani,  da giovane gran ceramista e pubblicitario, realizzò i disegni e i colori della sua scatola, in cui, Sulla scatola, compaiono i versi pubblicitari scritti dal Vate:

“Dice Dante che là da Tagliacozzo,/ ove senz’arme visse il vecchio Alardo,/ Curradino avrie vinto quel leccardo/ se abbuto avesse usbergo di Parrozzo”.

In più per dare un tono al nuovo caffè furono commissionati a Tommaso Cascella i quadri che adornano ancora oggi le sale del caffè. Il ritrovo del Parrozzo è ora al civico 41 di via Pepe, l’antica sede della bottega alimentare della famiglia D’Amico fu distrutta nella seconda guerra mondiale. Negli anni Sessanta l’azienda passò nelle mani della figlia Teresa e di suo marito Giuseppe Francini. Negli anni Settanta fu realizzata una moderna linea di confezionamento che portava la conservazione del Parrozzo da uno a sette mesi.

Negli ultimi anni, l’azienda ha avuto qualche traversia; però a dire il vero, e i legittimi inventori non l’abbiano a male,  io il parrozzo, più per pigrizia che per altro,  me lo gusto nelle pasticcerie di via Firenze…

Lorium

Lorium1

Castel di Guido, per noi romani, è noto soprattutto per la presenza della discarica di Malagrotta, che ha goduto del poco simpatico record di essere la più grande d’Europa. Qualche raro appassionato, ne conosco un paio, ricorda la presenza di un’importante oasi naturalistica della Lipu…

Pochissimi, invece, hanno idea del suo importante patrimonio archeologico: nell’antichità era noto come Lorium, località di origine etrusca, che prosperò nell’età antonina, indicata nella Tabula Peutingeriana, lo stradario dell’antica Roma, come prima stazione di posta sulla via, al XII miglio dall’Urbe e pure citata da Eutropio, nel suo “Breviario ab Urbe condita”, nella Regio romana VII Etruria.

Il cursus publicus, l’organizzazione dei viaggi, funzionava infatti grazie a una serie di alloggi di tappa (mansiones) e delle poste di scambio intermedie (mutationes) lungo le strade consolari. La mansio era un edificio dove ci si poteva rifocillare e passare la notte; nella mutatio (letteralmente: scambio) era possibile lasciare le proprie cavalcature e prenderne di fresche.

Due o tre miglia più avanti a Lorium vi era la stazione di posta di Bebiana,le cui iscrizioni dimostrano che vi stazionavano diversi commercianti distaccati dal centro di Centumcellae, la nostra Civitavecchia.

Lorium era famosa per la presenza di una villa imperiale, dove era stato educato l’imperatore Antonino Pio, che ne fece una reggia e che vi morì nel 161, in cui Marco Aurelio andava a trovare sia la moglie, sia il suocero. Da Frontone sappiamo come l’imperatore filosofo si lamentasse per la sconnessione dei basoli della via Aurelia i quali facevano “inciampare e scivolare il suo cavallo”. Insomma, il problema delle buche perseguitava già all’epoca i romani di ogni classe sociale.

Con l’avvento del Cristianesimo, Lorium fu sede di una antica diocesi, con il titolo di Santa Rufina, unificata sotto papa Callisto II con la diocesi di Porto nell’attuale sede suburbicaria di Porto-Santa Rufina e nei suoi pressi, nel 846, Guido I di Spoleto, chiamato da papa Sergio II, sconfisse una banda di predoni saraceni.

 

 

Sulle vicine colline esistono numerose tracce di ville romane suburbane residenziali. Gli scavi della Soprintendenza archeologica di Roma presso la villa dell’Olivella nel 2006, condotti dopo iniziali scavi clandestini di tombaroli scoperti dalla Guardia di Finanza nel 2005, hanno riportato in luce un impianto termale con pavimenti a mosaico, pertinente ad una grande villa residenziale del II-III secolo. Villa che probabilmente era proprio la dimora imperiale.

Nello stesso luogo, infatti, nel 1815 vennero ritrovati due frammenti d’iscrizione, in uno dei quali si leggeva:” FAUSTIN. AUGUSTUS “. Il Nibby narra che all’epoca :

“Si trovarono varie statue tra cui una Giunone Velata, una Livia in forma di Pietà ed una Domizia in abito di Diana, conservate al Museo Clementino in Vaticano”

Dagli ultimi scavi possiamo ipotizzare come nella villa a tre livelli, con mura esterne costituite da imponenti sostruzioni in opus reticolatum in calcare bianco, che sporgono degradando con terrazze monumentali, fossero presente sia un ninfeo monumentale, sia un edificio termale, con calidaria, tepidaria,praefurnia, e frigidarium, tutti con con pavimenti a mosaico. Testimoniano la ricchezza della villa l’abbondante quantità e qualità di marmi e le paste vitree che che dovevano essere pertinenti a pavimenti in opus sectile.

Lorium5

Nelle vicinanze, vi è anche la cosiddetta villa delle Colonnacce, probabilmente di proprietà della gens dei Coeli, una famiglia legata alla corte imperiale, di cui è stata esplorata la pars rustica e un mitreo, con sedili scavati nel tufo e basso rilievi con rappresentazione di un serpente ed un volto brasato, molto probabilmente da cristiani della divinità Mitra. Nell’Ottocento fu rinvenuto un gruppo marmoreo raffigurante Mitra tauroctono conservato attualmente nella Galleria Doria Pamphili.

Lorium6

L’ultimo gioiello archeologico di Castel di Guido è il Mausoleo detto impropriamente di Antonino Pio; in realtà è uno dei meno note e meno studiate tombe monumentali dell’età tetrarchica. Posto sotto la chiesa dello Spirito Santo, anch’essa dalla storia assai interessante, dato che fu anche commenda templare, che ne ripropone, se pur parzialmente, le dimensioni se pur in forma ortogonale, il sepolcro conserva solo la sua cella sotterranea, a pianta circolare, con pilastro centrale rotondo e cinque grandi nicchie radiali, con arcosoli per le deposizioni, che sono, per motivi costruttivi, uno nella nicchia centrale, due in quelle sui lati e tre nelle nicchie di fianco all’entrata; l’ambulacro è coperto da volta a botte anulare.

Il corridoio, il cui ingresso è situato a sul lato sinistro della chiesa, è anch’esso voltato e provvisto di arcosoli. L’ipogeo riceveva luce da feritoie a “bocca di lupo”. Di questo sepolcro, sappiamo ben poco: che essendo costruito in un fundus di proprietà imperiale, il destinatario, doveva, in qualche modo, esserne legato. Data la struttura a due livelli, il defunto era sicuramente pagano; in più per i bolli laterizi e la struttura simile a quella dei mausolei di Romolo e di Massenzio, è stato realizzato, in fretta a furia, per la presenza di materiali di riutilizzo, intorno al 300 d.C.

Arte in cortile

ritorni

Come tradizione, per la legge di Murphy, quando il sottoscritto decide di recuperare le ferie non godute l’estate causa gare, si scatena una settimana di diluvio universale: ma data la sua testardaggine, al grido di vacanze siano, non mi arrendo e in qualche modo cercherò, con l’aiuto di ombrelli e impermeabili, di riempire in qualche modo le mie giornate.

A cominciare da domani, in cui, su suggerimento di un’amica, me ne andrò a godere un nuovo evento di Arte in Cortile, la cui filosofia di base è molto simile a quella de Le danze di Piazza Vittorio: usare Arte, Musica e Bellezza per riprendere possesso degli spazi comuni, per recuperare una vita di comunità che troppo spesso ci viene sottratta.

Un evento che potrebbe e dovrebbe essere imitato anche nel rione Esquilino, alla faccia della boria di alcuni presunti grandi artisti locali, convinti nella loro testa, non si sa su quale base logica, che condividere il Bello con la collettività significhi impoverirli…

Però, bando alle polemiche made in Piazza Vittorio… Come giusto che sia, lascio la parola agli organizzatori dell’evento

Anche quest’anno ritorniamo nel cortile di via Giuseppe la Farina. Ritorno atteso, perché negli anni Arte in Cortile è diventata una tradizione consolidata, un appuntamento che ci porta a ritornare non solo con i piedi, ma anche con il cuore e con la mente.

Ritorniamo per incontrarci dopo l’estate, gustando insieme lo spazio di un cortile che torna per un giorno a farsi accogliente, e che ci consente di raccontarci e di condividere nuovi stimoli e idee. Ritorniamo in un semplice cortile, a calpestare le strade del quotidiano, ma con un atteggiamento nuovo perché accompagnato dalla creatività artistica, e quindi meno che mai un gesto ripetitivo.

Quest’anno ad accoglierci, provocarci, interrogarci con le loro opere, insieme a Paola Marinelli, ci saranno gli artisti Daniela Bellofiore e Aldo Frezza. Un trio che ha scelto di interrogarsi sul significato del ritorno, fisico e simbolico. I luoghi della mente e le memorie sepolte s’intrecceranno con i luoghi fisici della collettività. Spazi materici e spazi immaginari si andranno sovrapponendo, come si sovrappongono i materiali nelle opere polimateriche.

Valore aggiunto all’incontro sarà un evento di Arte Solidale, iniziativa lanciata da Paola Marinelli per sostenere associazioni ambientaliste o umanitarie attraverso l’arte: questa volta il sostegno andrà alla onlus Retake, movimento di cittadini impegnati nella valorizzazione degli spazi comuni. Alle 19.00 attraverso una riffa di opere d’arte tutti potranno sostenere il movimento no profit e i più fortunati torneranno a casa con un’opera.

Vi aspettiamo nel Cortile di via La Farina 37 dalle 17.30 alle 21.00, Metro A – Furio Camillo.

Parlando dei tamburi a cornice arabi

sherif

Come raccontato altre volte, quest’anno Le Danze di Piazza Vittorio, oltre ai tradizionali laboratori del venerdì sera presso la scuola Di Donato all’Esquilino, ne terranno alcuni anche il mercoledì, a Primavalle, presso la sede dell’associazione Diritti al Cuore.

Laboratori che, oltre a riguardare le danze popolari italiane e francesi, tratteranno anche dei tamburi a cornice arabi. Tema di cui, confesso, so ben poco, nonostante un mio collega, che, in maniera inaspettata, stia cercando, con pessimi risultati, di spiegarmi le differenze tra req, tar, duffe e bendir…

Per cui, per evitare di scrivere fischi per fiaschi, lascio la parola al buon Sherif Fares, responsabile del laboratorio, per capire le motivazioni di tale proposta

Gli strumenti in questione, sono tamburi a cornice egiziani, parenti della nostrana tammorra muta. Perché proprio i tamburi a cornice per rappresentare i tamburi del mondo? E non i djembe o altro? (per i caproni come me, che erano la disperazione del professore di educazione musicale delle medie, dicesi djembe i bonghi)

Semplice, i tamburi a cornice sono i più diffusi al mondo, dai tempi che furono… E sono sempre stati versatili ed economici… Al giorno d’oggi ogni parte del globo che possiede questa percussione ha personalizzato tecnica ai propri ritmi…

I tamburi a cornice inoltre essendo con diametri di diverse misure si possono complementare benissimo creando note differenti. Infatti il modo più divertente e più conosciuto per prendere il meglio da un ensemble di frame drums è la poliritmia… Che significa? significa che ognuno fa un ritmo diverso, ma allo stesso bpm… Solitamente i più ampi fanno la base, i medi i controtempo e gli acuti le improvvisazioni e variazioni…

Il tutto arricchito da un background di uno importantissimo strumento acuto e risonante… Nel nostro caso (visto che i tamburi sono egiziani) potranno essere i sagat (piattini egiziani). La poliritmia è il sistema più semplice per imparare a suonare lo strumento… il resto si scoprirà strada facendo… la storia, la geografia, il senso del gioco sul ritmo…

Per cui, questa tipologia di tamburi sono un perfetto specchio di cosa siano, in fondo, le Danze di Piazza Vittorio… Un viaggio per il mondo, in cui le differenze non sono ostacoli, ma occasioni, per conoscersi meglio e costruire assieme nuove armonie.

Di seguito un paio di esempi concreti di tale viaggio… Come la Rumba si possa suonare con le percussioni arabe

E un incredibile e affascinante esempio di reggae nubiano