Captain Marvel: il nuovo trailer del film sui supereroi con Brie Larson

KippleBlog

Captain Marvel, il nuovo film del Marvel Cinematic Universe, ha un nuovo trailer. Diretto da Anna Boden e Ryan Fleck, il film vedrà l’attrice Brie Larson nei panni del personaggio dei fumetti Carol Danvers e sarà ambientato nel 1995. Captain Marvel, che sarà il ventunesimo film ambientato nell’universo narrativo dei supereroi Marvel, sbarcherà nelle sale italiane 6 marzo 2019. Nel frattempo ecco il nuovo trailer:

View original post

Annunci

Forma Urbis (Parte II)

Può sembrare paradossale, ma se abbiamo un’idea abbastanza chiara di quale fosse la prassi degli antichi romani nel misurare i terreni, questo grazie ai Gromatici veteres, una corposa raccolta di manuali di agrimensura messa insieme durante il V secolo d.C. la nostra conoscenza, per quanto attiene alla legislazione amministrativa e catastale, specialmente urbana, è invece alquanto sommaria.

Grazie ai Gromatici veteres, sappiamo come funzionasse la groma. lo strumento utilizzato nel tracciare sul territorio allineamenti tra loro ortogonali, costituita da un’asta verticale che si conficcava nel terreno e recante in sommità un braccio di sostegno per due aste tra loro ortogonali. Le estremità delle aste avevano dei fori a distanza uguale sui quali venivano appesi dei fili a piombo, che risultavano due a due tra loro ortogonali. O come utilizzassero, per misurare le inclinazioni del terreno, una sorta di antenata della nostra livella.

E tramite questi strumenti, I Romani delimitarono vaste estensioni di terra mediante limitationes (delimitazioni, limitazioni), che per lo più erano centuriationes (centuriazioni), composte da quadrati o rettangoli di terreno definiti da vie di campagne dette limites (limiti) fra loro parallele o ortogonali, o strigationes, vale a dire suddividendo i campi in strisce separate da limiti paralleli. Gli spazi fra limiti
successivi, sempre uniformi nell’ambito di una singola limitatio, erano costantemente pari a un multiplo di un actus (=35,48 m) o, in vari casi di più antica delimitazione, di un vorsus (= 30 m). I limiti principali nelle centuriazioni erano il decumano massimo e il cardine massimo e tutti gli altri limiti erano paralleli a uno dei due. L’orientamento più ortodosso per tali limiti, precisamente definito nel Corpus, era da oriente a occidente per i decumani e dal meridione al settentrione per i cardini.

Se però passiamo al catasto vero e proprio, la situazione cambia totalmente: la prima citazione certa l’abbiamo da Granio Liciniano, una sorta di autore di romanzi storici dell’epoca di Adriano, ci informa che, almeno dal 165 a.C., una documentazione catastale esisteva già per il «territorio del popolo romano» (ager populi Romani), tanto che Cornelio Lentulo, il nemico giurato di Tiberio racco fu in grado di recuperare, con atti ufficiali alla mano, almeno 50.000 iugeri di terra dal territorio campano, illegittimamente usurpati da privati e collettività, lasciando traccia dell’operazione in «una mappa bronzea di detti campi che fece affiggere nell’atrium Libertatis, mappa più tardi distrutta da Silla»

L’Atrium Libertatis, per chi non lo sapesse, era un monumento dell’antica Roma, sede dell’archivio dei censori, situato sulla sella che univa il Campidoglio al Quirinale, a breve distanza dal Foro Romano, in cui erano conservate le liste dei cittadini e in cui si svolgeva la cerimonia di liberazione degli schiavi da parte dei padroni. L’edificio scomparve agli inizi del II secolo, in seguito all’eliminazione della sella montuosa sulla quale sorgeva per la costruzione del Foro di Traiano. Le sue funzioni furono ereditate dall’insieme costituito dalla Basilica Ulpia e dalle due biblioteche collocate ai lati della colonna di Traiano.

Silla, per dirla tutta, distrusse tale documentazione per impedire che qualcuno in futuro rivendicasse la proprietà delle terre di cui, più o meno illegamente si erano impadroniti i suoi seguaci. Avendo poi la mappa di Lentulo un ruolo più propagandistico che pratico, è probabile che nella realtà quotidiana le mappe catastali, conservate negli armadi del complesso, fossero realizzate in membrana (pergamena), linteae (su tela), chartaceae (su papiro). Inoltre è assai probabile che documentazione simile fosse conservata nella Curia del Senato e nell’aerarium Saturni o tesoro di Stato e più tardi nel fisco imperiale alla annona. Sempre a tale epoca, risalgono il caso del tempio di Mater Matuta del Foro Olitorio, in cui compariva una mappa della Sardegna datata al 174 a.C.20. Simile era il caso del tempio di Tellus presso le Carinae

E’ probabile che la riorganizzazione augustea di Roma, che passa dalla suddivisione arcaica, basata motivazioni sacrali, articolata sulle le quattro tribù «primigenie», Suburana, Esquilina, Collina e Palatina, con asse Nord-Sud e con il centro geometrico sulla Velia, forse per la presenza sul colle del tempio dei Lares populi Romani, a quella razionale e matematica, ispirata alle esperienze ellenistiche, con le quattordici regioni, elencate in senso antiorario, con un centro geometrico collocato sul Capitolium e con il Sud-Est in alto. Convezioni, queste, che indipendentemente dalla probabile esistenza di una Forma Urbis risalente alla prima età imperiale, sono adottate anche da quella Severiana.

La documentazione catastale relativa alle province, invece, comincia con l’amministrazione imperiale, ma questo non vuol dire che prima non esistessero archivi locali: un’iscrizione dell’anno 68 d.C., risalente, quindi al breve regno di Galba, ci informa che documenti del genere si conservavano in un «santuario del Cesare» o «del Principe», da localizzare nell’ambito del palazzo imperiale del Palatino, secondo Nicolet

Essi erano costituiti dai due elementi distinti: una mappa, o forma, e la relativa leggenda didascalica, o lex. Qualche volta, delle mappe abbiamo delle monumentali versioni marmoree, come gli esemplari del catasto di Orange (Arausium), in Francia, o versioni in bronzo, purtroppo molto frammentarie. Per quanto riguarda la leggenda, è interessante la scoperta, avvenuta recentemente nella provincia di Zamora, in Spagna, di un frammento bronzeo relativo ad una divisio agri et finium nella quale il modo stesso della descrizione mostra chiaramente che una mappa doveva accompagnarsi al testo…

Il Tempio italico di Castel di Ieri

 

Uno dei tanti luoghi affascinanti dell’Abruzzo è Castel di Ieri; fu probabilmente un pagus dei Peligni Superequani come dimostrano i diversi reperti e resti di edifici venuti alla luce nella contrada S. Pio, i muri diruti nella Contrada Casarino, le tracce di acquedotti nella Contrade Frascate e Alvanito, i resti di un edificio pubblico e due frammenti di mattone con bolla nella zona Cese Piane, muri e pavimenti in calcestruzzo nella località S. Nicola, un blocco di calcare irregolare con un’iscrizione proto-sabellica e un pavimento mosaicato in contrada S. Rocco, una costruzione a due cinte in grandi blocchi
poligonali (un centro fortificato) con frammenti di tegoloni e doli e frammenti ceramici menzionati dal De Nino come bucchero italico sulle vette chiamate Rave Fracide, Ara della Serra, Rava del Barile e del Piede Mozzo. A ciò si devono aggiungere alcune incisioni rupestri rilevate dal De Nino in contrada Costa.

Ma i resti archeologici più importanti saltarono fuori nel 1987, durante lo stesso per la costruzione di un capannone agricolo, in cui gli operai si trovarono davanti una serie di lastre di marmo modanate. Lo scavo, compiuto dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo, ha permesso di portare in luce i resti di due edifici templari, uno più recente (A), risalente al II sec. a.C. e monumentalizzato nel secolo successivo, dopo la Guerra Sociale e un altro più antico (B) risalente al IV sec. a.C. (come prova una serie di depositi rituali contenenti materiale votivo), preceduto a sua volta da una necropoli di tombe a circolo, utilizzate tra l’ottavo e sesto secolo prima di Cristo.

Per cui, allo stato attuale possiamo ricostruire la complessa storia del sito, che si estendeva probabilmente su un’area di m. 120 x 90 ca. Nella tarda Età del Bronzo, vi era probabilmente un santuario, associato a una sorgente carsica, poi prosciugata, in cui forse si onorava un’antecedente di Mefite, la dea italica legata alle acque, invocata per la fertilità dei campi e per la fecondità femminile, tra l’altro venerata da prima della nascita di Roma anche al’Esquilino, in cui si trovata un boschetto sacro (lucus Mefitis) a lei dedicato.

Un aspetto non ancora indagato del culto di tale è l’eventuale rapporto tra questo culto e un rito di transizione quale la transumanza, che costituiva il passaggio delle greggi ai nuovi pascoli stagionali. Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che a ridosso dei percorsi tratturali erano presenti antiche aree sacre dedicate alla Mefite. Tornando al sito di Castel di Ieri, all’epoca risalgono anche una serie di offerte rituali in selce e ossidiana; alcuni ipotizzano, inoltre, dato che dal luogo risultano ben visibili il tramonto del sole ed il sorgere della luna, come questo santuario arcaico potesse avere una valenza
archeoastronomica

Con il prosciugarsi della sorgente, il santuario fu abbandonato e il luogo fu utilizzato come necropoli per l’élites della zona: dagli scavi del 2010, sono risultate circa otto tombe a circolo, in origine simili a quelle di Fossa, in cui sono stati trovati corredi fibule, medaglioni, bracciali in bronzo e in ferro. Tra il sesto e il quarto secolo, la necropoli fu seppellita da una grossa frane e se ne perse la memoria. Così, fu costruito i tempio B, scoperto fortuitamente nel 1997 in seguito ai lavori per la copertura del complesso, situato davanti alla gradinata d’accesso del tempio A, a due metri di profondità dal piano di calpestio dello stesso e presenta lo zoccolo in blocchetti di pietra e l’alzato in terra cruda. Nell’area sono stati rinvenuti materiali di varia natura: una scultura frammentaria in pietra locale raffigurante un leone, vari frammenti di marmo bianco venato combacianti ed un sedile in calcare locale decorato con finte rocce sono i ritrovamenti collegabili a statue di culto.

Prima del secondo secolo, il tempio B viene distrutto da un terremoto: i Peligni, decidono quindi di costruirne uno nuovo, il tempio A più grande e “moderno”, influenzato dalla cultura artistica medio- repubblicana di ispirazione ellenistica. Nel fare questo, per risparmiare e fare prima, riutilizzano diversi materiali e decorazioni provenienti da tempio B.

Il tempio A, quello scoperto nel 1987 e quindi meglio indagato, è costruito su alto podio (largh. m. 15,12; lungh. m. 19,8), con basamento in opera poligonale (terza maniera, blocchi lisciati e ben connessi), foderato da lastre in pietra modanate che si addossano ad una gettata in opus caementicium molto spessa; il rivestimento, costituito da un sistema a tre lastre (base, centrale, coronamento), si conserva per intero sui lati posteriore e sinistro, mentre sul destro restano solo le lastre di base. Si accedeva al tempio tramite un’ampia gradinata, perfettamente conservata, che consentiva l’ingresso alla cella tripartita attraverso un profondo pronao, con quattro colonne sulla facciata e due poste al centro in seconda fila, in asse con i muri interni che distinguevano l’ambiente centrale dai due laterali. La cella, divisa in tre parti uguali, presenta ancora l’alzato di blocchi di travertino in opera quadrata, rivestiti con intonaco policromo all’interno e acromo all’esterno, dei quali rimane il primo filare mentre la struttura muraria di elevato era realizzata in blocchetti irregolari, rinvenuti nei crolli e negli strati pertinenti dall’abbandono della struttura.

I tre ambienti della cella conservano la pavimentazione musiva a piccole tessere bianche con fascia perimetrale nera, e quello mediano presenta al centro un emblema col motivo del meandro sviluppatosi intorno a cinque quadrati decorati con disegni geometrici e all’ingresso la già citata iscrizione musiva (databile alla metà del I sec. a.C.) che ricorda i tre personaggi che si occuparono dei lavori di costruzione e del “collaudo” del tempio ex pag(i) de[cr(eto)]. Sul fondo dell’ambiente centrale è il basamento della statua di culto (successivo alla costruzione del tempio), che occupa l’accesso ad un sub- ambiente, presente in tutte e tre le celle, caratterizzato da una soglia in pietra su cui sono visibili tracce di una cancellata e di una porta a battenti centrale, interpretabile come un armadio a vista utilizzato per la conservazione di oggetti connessi con il culto o con il carattere pubblico del tempio (archivio, “cassa comune”, o deposito di denaro della comunità da utilizzare in casi di estrema necessità)

Dalla sua decorazione provengono antefisse, del tipo Vittoria alata e giovane stante nudo con mantello, frammenti della syma frontonale, degli antepagmenta e di altre lastre decorative fittili. Tra i materiali votivi in bronzo si segnalano una statuetta raffigurante Ercole in combattimento, un braccetto di offerente con patera e un piccolo zoccolo di animale. I materiali votivi fittili consistono in un ex- voto a mascherina e varie statuine, teste, mani, piedi e bovidi; inoltre un occhio in pietra e vasellame a vernice nera e in bronzo. Ad una fase più recente, infine, sono da attribuire resti di lucerne, anche
bronzee, monete e alcuni riccioli in bronzo.

A chi siano i due templi è difficile dirlo: è probabile, per la presenza di più celle, che il tempio A sia stato un luogo di culto per più divinità, a tutela del territorio e della sua gente. A prima vista, considerando il ritrovamento di molti frammenti, rinvenuti nella cella principale, di una statua di pregiato marmo bianco, relativi a un pesante mantello orlato di serpenti, si potrebbe pensare come il complesso fosse dedicato a Ercole, venerato come protettore dei pastori, a cui forse era dedicato anche il tempio B, e a Minerva…

San Fantino il giovane

Ilgiovane

Sempre parlando dei Santi Calabro Bizantini, oggi è il turno di San Fantino il giovane, sulla cui vita ortodossi e cattolici non vanno proprio d’accordo. Ad esempio, per i primi, Fantino nacque nel 902 a Villa Mesa di Calanna, dove a fine Ottocento furono individuati sia un insediamento, esplorato a fondo pochi anni fa, sia una necropoli bizantina, in cui fu nel 1894, fu trovato un amuleto del IX – X secolo in steatite da portare al collo raffigurante S.Giorgio, e, nel 1920 un enkolpion bronzeo per reliquie con immagini incise e scritte cristiane datato al VI – VII secolo il che dimostra una sua utilizzazione per tre – quattrocento anni. L’identificazione di questo luogo come patria del santo, secondo gli ortodossi, dipenderebbe dal nome della madre, Vriena, che è il nome della madre di Santa Febronìa, eremita di Palagonia, in provincia di Catania,  a cui venne dedicato un monastero femminile, proprio nel territorio di Calanna.

Per i cattolici, invece, il nostro eroe nacque a Taureana, nel 927 , cosa che potrebbe spiegare il perché gli sia stato dato il nome di Fantino: però, sia cattolici, sia ortodossi concordano sul nome dei genitori Giorgio e Vriena e sul fatto che questi, per devozione o per liberarsi di un figlio alquanto discolo, a otto anni lo appiopparono a Sant’Elia lo Speleota, il quale era quotidianamente diviso tra il dovere gestire il monastero di Melicuccà e dal suo amore per la solitudine, qualcuno parlerebbe di misantropia.

Elia, forse ricordando quanto fatto da sant’Arsenio per lui, invece di cacciare Giorgio e Vriena a pedate, prese a cuore Fantino e gli insegnò a leggere, a scrivere e a fare di conti; così Fantino a tredici anni,invece di tornarsene a casa, decise di farsi monaco, benché Elia glielo sconsigliasse, vedendo in lui uno spirito affine. Il nostro eroe, preso la tonsura, ebbe gli incarichi di cuoco e di portinaio, attività che, come dire lo tenevano troppo in contatto con il resto del mondo per i suoi gusti. Per questo, prese come esempio Eia, dedicandosi a una dura ascesi spirituale, con la pratica di lunghi digiuni, che
nel tempo divennero totale astensione da qualsiasi cibo e bevanda e maturando un profondo amore per la solitudine.

Tanto che, a trent’anni, essendo Melicuccà strapiena di monaci, Fantino se ne andò alla chetichella, per ritirarsi a fare penitenza in una solitudine assoluta in cui ebbe come unici compagni il freddo e la fame. Il monaco autore del suo bios narra un episodio in cui il nostro eroe dovette contendersi due pere selvatiche con dei cinghiali; essendo Fantino un calabrese doc, le bestie selvagge ebbero la peggio. Un’altra volta, avendo l’abito monastico totalmente consunto, Fantino fu costretto correre sulla spiaggia per riscaldarsi, sino a che trovò un po’ di lino per coprirsi lasciato da un tessitore, ma, essendo insufficiente. cadde in deliquio per il freddo e si svegliò solo perché sentì i topi che lo rosicchiavano.

Insomma, Fantino condusse una vitaccia per diciotto anni, sino a quando un cacciatore lo trovò in misere condizioni e preoccupato della sua salute fisica e mentale, corse ad avvertire i suoi parenti, i quali, messa una mano sulla coscienza, tentarono di convincerlo a vivere la sua condizione di monaco, in maniera, come dire, un poco più normale; successe però l’inaspettato, con Fantino che convinse il parentado della bellezza della vita ascetica, trasformandoli così in entusiasti seguaci.

Risultato, Fantino non sapeva cosa fare di questa inaspettata torma di di discepoli, anche perché nelle sovrappopolate grotte di Melicuccà non c’era posto, neppure a pagarlo oro: per cui decise di trasferirsi con tutta la compagnia bella nel Mercurion, dove fondò un monastero femminile nel quale furono accolte la madre e la sorella Caterina e due monasteri maschili, in uno dei quali trovarono accoglienza il padre e i fratelli Luca e Cosma.

Tuttavia, il desiderio della vita eremitica divorava Fantino, tanto che vestito di una tunica di pelli di capra scappò dal monastero nottetempo e giunse in un paese (Mercure?) ove fu scambiato per una spia e rinchiuso in cella, qui assalito dagli insetti, si difendeva raschiandosi con dei cocci. Chiarito l’equivoco da un funzionario bizantino di passaggio Fantino, eremita sì, fesso no, si convinse a tornare ai monasteri del Mercurion, dove in compagnia dei suoi discepoli prediletti, tra cui San Nilo, per i romani, il fondatore dell’abbazia di Grottaferrata, trascriveva codici miniati, mangiava verdure crude e pane secco, dormiva sulla nuda terra e per le domeniche e le festività pregava incessantemente in piedi dall’ora nona (tre del pomeriggio) sino alla Divina liturgia (mattino seguente).

Fantino, da buon santo calabrese, compì miracoli in quantità industriale. Una volta, un’orsa che devastava gli alveari del monastero fu allontanata definitivamente col solo cenno della mano. Un’altra, all’invocazione del suo nome zampillò d’improvviso un getto d’acqua abbondantissimo per dissetare dei monaci, i quali affaticati andavano in cerca di alcune mule che si erano allontanate dal pascolo.

Effetto collaterale di tali prodigi, era, citando il suo bios ” che la gente in massa affluiva a lui di continuo, al pari di uno sciame, e non gli permetteva di godere senza disturbo il bene della solitudine”, ossia Fantino si trovò perseguitato dai rompiscatole, così, per avere un poco di tranquillità, si recò in visita santuario di San Michele al Gargano. Il pellegrinaggio durò diciotto giorni di cammino costante, mangiando, praticamente quasi nulla. Ed anche lì attese l’inizio della Divina liturgia incessantemente in piedi.

Una notte, dopo la recita dell’ufficio, ebbe una terribile visione che non volle comunicare ai suoi monaci perché erano “cose assolutamente indescrivibili”. Poi “gettato via il saio se ne andò nudo per i monti”, dove “prese a star senza bere, senza mangiare e senza alcun vestito perfino per venti giorni di seguito”. Continuando a vivere in solitudine e in penitenza ” si nutrì per quattro anni di erbe selvatiche e di niente altro”. Quando i monaci lo rintracciarono e lo trassero a forza al monastero. riprese a ritornare “là dove si aggirava prima, preferendo le fiere agli uomini”.

Dinanzi a tale ostinazione, per convincerlo a tornare alla vita normale, i suoi discepoli gli spedirono San Nilo, il quale, con la pazienza che lo contraddistingueva, dovette subirsi il racconto,di una visione di angeli risplendenti e di demoni, “fitti più di sciami di api”, che lo riempirono “di timore e di orrore”. Infine Fantino, trasportato “in una regione risplendente di luce”, sentì “echeggiare un inno ineffabile, incessante, di cui non ci si può saziare” e vide sfavillare “un fuoco straordinario”, che lo riempì “di divino furore”. Seguì la vista dell’inferno, “luogo pieno di fumo maleodorante, privo di luce”, popolato di dannati che “sospiravano dal profondo con infiniti lamenti”. Trasportato poi “in un luogo splendente ed eterno” ebbe la visione dei beati e l’incontro con i genitori. Tornato in sé il nostro eroe concepì “un totale disprezzo per le cose del mondo”.

Tra l’altro, dalla vita di San Nilo si ricavano numerose notizie intorno a Fantino. Una volta questo, avendo sentito che San Nilo era affetto da un grave male alla gola, si recò nella sua grotta per visitarlo e lo persuase a seguirlo nel monastero per prestargli le cure necessarie. Un altro giorno San Nilo, essendo molto sofferente per le percosse che gli erano state inflitte dal demonio e che gli avevano procurato le paralisi del lato destro del corpo, fu invitato da San Fantino a leggere durante la veglia notturna che precedeva la festa degli apostoli Pietro e Paolo l’elogio in versi scritto in loro onore da San Giovanni
Damasceno. Durante la lettura il malore andò scemando a poco a poco fino a scomparire.

Infine, Fantino comunicò a San Nilo una sua visione. Aveva visto i monasteri in rovina trasformati in “luride abitazioni di giumenti” e bruciati dal fuoco e i libri gettati nell’acqua e resi inservibili. Il Santo intravide in quella visione la futura sorte dei monasteri che avrebbero subito la distruzione non solo per le incursioni dei Saraceni, ma anche per “il generale decadimento della virtù ed il rilassamento della disciplina”. Cosa che, detto fra noi, viste le condizioni geopolitiche della Calabria bizantina, era più una constatazione che una profezia.

Per cui, Fantino consigliò all’amico di andarsene via il prima possibile, cosa che Nilo fece, trasferendosi prima a Capua, poi a Gaeta e infine a Tusculum; dato che il nostro eroe era persona che faceva seguire i fatti alle parole, diede il buon esempio nel darsela a gambe. Alla tenera età di sessant’anni con i discepoli Vitale e Niceforo s’imbarcò alla volta della Grecia. Durante il viaggio, venuta a mancare l’acqua per i passeggeri, il fece riempire tutti i recipienti d’acqua marina, che a un segno di Croce fu trasformata in acqua potabile.

Raggiunta Corinto, si recò ad Atene per visitare il tempio della Madre di Dio, ossia il Partenone, che all’epoca era stato trasformato nella chiesa dedicata alla Panaghía Atheniotissa (Tuttasanta di Atene). Si mosse quindi verso Larissa, dove dimorò a lungo presso il sepolcro Sant’Achille, uno dei partecipanti a concilio di Nicea, che benché fosse morto tranquillamente nel suo letto, all’epoca godeva dell’immeritata fama di martire.

Trasferitosi a Tessalonica abitò per quattro mesi nel monastero del santo martire Mena, un soldato egiziano, che, come dire, ebbe secondo la tradizione una dipartita alquanto travagliata: rinchiuso in prigione, venne ricondotto davanti al prefetto, il quale ordinò la sua immediata fustigazione. Denudato completamente e steso a terra, venne barbaramente flagellato; condotto poi nel deserto e legato ad un palo sotto il sole cocente, venne nuovamente torturato. Le torture non erano tuttavia finite: Mena venne trascinato su punte acuminate di ferro, colpito al volto con mazze e infine percosso con verghe. Infine, rivestito del saio monastico, Mena venne decapitato, chiudendo definitivamente la vicenda.

Fantino, dato non perdeva l’abitudine a compiere miracoli, divenne subito una sorta di celebrità; per cui, per evitare scocciature, lasciato quel cenobio andò ad abitare fuori le mura della città. A Tessalonica il nostro eroe, dopo aver recitato “la straordinaria preghiera di Filippo di Agira”, guarì prodigiosamente un malato di nome Antipa. Un giorno, mentre si recava al tempio della santa martire Anisia, presunta figlia dell’imperatore Traino, s’imbattè nei santi monaci dell’Athos Atanasio e Paolo, che illuminavano “le solitudini come un faro” e rese gloria a Dio per quell’incontro. A Tessalonica indusse pure al pentimento un giudice che angariava la popolazione per avidità del denaro e un personaggio che occupava la carica più alta della città e compiva dei soprusi nei confronti di una vedova indifesa e di un orfano.

Un’altra volta, una donna fu guarita con della terra cosparsa sugli occhi malati. Un uomo afflitto da cefalea e da mal di denti ottenne d’improvviso la guarigione. Un moribondo ritornò in perfetta salute dopo un bacio datogli da Fantino. Una filatrice che doveva a un tale “molte monete d’oro” per suo mezzo ebbe condonata parte del debito, dato che Fantino si fece trascinare da lei,tirato da una corda attaccata al collo. davanti ai potenti della città, i quali per non perdere la faccia davanti a tutti i cittadini, finsero di soffrire di un’improvvisa amnesia sula cifra da restituire

Fantino sanò un sacerdote iconografo mandato da Costantinopoli a dipingere la sua icona, egli era idropico ed il santo gli apparve e stette due notti in posa, affinché l’iconografo, dopo esser stato guarito, poté dipingerlo.A una povera vecchia che gli chiedeva qualche spicciolo diede la sua tunica. Predisse l’insuccesso di una tribù di Bulgari che si preparavano a fare razzia nella regione. Due fratelli, “gonfi di veleno e d’inimicizia”, furono rappacificati. Fu indotto al pentimento un pentolaio che da sette anni “nutriva un’inimicizia implacabile nei riguardi di suo figlio”.

Dopo tutte queste imprese, ultra settantenne, fu visitato dai monaci Simone e Fozio, ai quali rivelò che Pietro Sclero stava scrivendo un libro per appropriarsi dell’autorità con la ribellione, ignorando la fine alla quale andava incontro. Ovviamente, come per la data della nascita, ortodossi e cattolici non concordano neppure per quella della morte: per i primi, morì il 14 novembre del 974. mentre per i secondi il 30 agosto di un anno prossimo al Mille.

Tirate fuori i fondi per l’ex Cinema Apollo

Amianto

Come sapete, anche per vicinanza geografica, sono sempre stato interessato alle vicende dell’ex cinema Apollo, lanciando anche una serie di proposte per riqualificare la struttura di proprietà del Comune, che però le varie amministrazioni del Campidoglio non hanno mai valorizzato, preferendo mandare tutto in malora, piuttosto che investirvi.

Negli ultimi anni la situazione è degenerata, a causa dell’amianto e quella che era una delle tante storiacce italiane di spreco, si è trasformata in un grosso problema per la salute pubblica: all’inizio i Cinque Stelle, come loro solito, hanno nascosto la testa sotto la sabbia, ma davanti la mobilitazione dei residenti e la visibilità che la notizia stava avendo sui media, hanno applicato, ispirati forse dalle abitudini
partenopee di Di Maio, l’antico principio del

Facite ammuina

A giugno, anche a seguito del sopralluogo della presidente della Commissione Cultura del Campidoglio, Eleonora Guadagno, i Cinque Stelle si riempirono la bocca con il proclama

Fondi per la bonifica dell’amianto entro giugno

per poi evidenziare, come le clausole in piccolo delle polizze assicurative

non significa che i lavori saranno immediati, perché le strutture competenti devono dare disponibilità in termini di progettualità

Il che tradotto per Li er Barista significa.

Regà, attaccateve, che nun ce ne po’ fregà de meno, che tanto er tumore ve viene a voi

Dato che di questi soldi non se ne è visto traccia, i residenti di via Giolitti hanno ricominciato a protestare, tanto che a settembre la stessa Raggi ci ha messo la faccia, avendo dichiarato sul suo profilo
Facebook

Venti milioni per le strade, otto milioni per le scale mobili e la sicurezza delle metropolitane, 300 mila euro per il completamento della scuola media di Corcolle, un milione per la manutenzione straordinaria dell’ex cinema Apollo, quattro milioni per le corsie preferenziali e la segnaletica stradale, ventotto milioni per co-finanziare il ponte dei Congressi, tre milioni per i parcheggi della stazione  Acilia-Dragona, tre milioni per la biblioteca pubblica di via della Lega Lombarda, sette milioni per riqualificare il verde pubblico, tre milioni per la riqualificazione del centro che accoglie i minori in via del
Casaletto, due milioni per gli incroci pericolosi sulle strade, 350mila euro per la ludoteca di Villa Torlonia.

In totale 125 milioni di euro che mettiamo a disposizione della città con l’assestamento di bilancio, grazie ai conti finalmente in regola ed ai risparmi che abbiamo realizzato. Il Ministero dell’Economia ci ha permesso di poter utilizzare i fondi risparmiati e la Giunta ha subito colto l’occasione per presentare un piano #sbloccacantieri, che ora è in discussione in Assemblea Capitolina. Tutte queste opere verranno avviate entro i prossimi cinque mesi e, quindi, i lavori vedranno presto il via.

Lo #sbloccacantieri che proponiamo all’Aula consente investimenti importanti per Roma: più lavoro, maggiori opportunità per le aziende e soprattutto il completamento di opere ferme da anni. Passo dopo passo lavoriamo per far rinascere Roma

Solo che dopo queste roboanti dichiarazioni, si è verificata una situazione analoga a quella del Marchese del Grilo con Aronne Piperno, della serie

Io i sordi nun li caccio e tu nun li becchi.

O meglio, in teoria un milione stanziato ci sarebbe pure, ma si tratta di soldi del monopoli, essendo questa cifra, come da regole di bilancio, vincolato alla messa a gara entro il 31 dicembre, cosa che, dato il totale menefreghismo del Campidoglio sula questione,non si è verificata.

Per cui, la parte più consistente della cifra, quella quella che doveva coprire il restyling generale, tornerà in cassa perché non c’è il tempo per elaborare un progetto e far partire l’appalto. Gli uffici tecnici lo hanno già ammesso in occasione di commissioni consigliari convocati ad hoc. Ma per l’amianto, che è la cosa più importante, dato il pericolo per la salute pubblica, l’impegno preso era quello di agire entro il 2018 con 150mila euro circa di quel milione.

Solo che siamo a fine novembre e tutto tace, per cui, alla faccia dei cittadini, che possono mettersi l’anima in pace e schiattare senza fare troppo rumore, se ne parlerà a babbo morto… La questione è che gli esquilini sono buoni e cari, ma non amano farsi prendere in giro dal Potere. Per cui, invece di abbozzare, buoni e quieti e non disturbare il conducente, scenderanno in piazza per difendere il loro diritto alla salute.

Domani alle 16.00, a via Gugliemo Pepe, ci sarà una manifestazione e un evento culturale per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vicenda. alle 17 verranno proiettati brani del film che racconta la lotta per salvare il cinema Apollo partita ormai da 17 anni ed è al tempo stesso testimonianza di potenzialità e contraddizioni del Rione. Immagini suoni volti..tutti esquilini! Una ragione in più per non mancare…

La singolarità è già arrivata…

Cos’è, allora, è la singolarità? È un periodo futuro durante il quale il ritmo del cambiamento tecnologico sarà così rapido, e il suo impatto così profondo, che la vita umana sarà trasformata in modo irreversibile. Né utopico, né distopica, questa epoca trasformerà i concetti su sui ci basiamo per dare un senso alle nostre vite, dai nostri modelli di business al ciclo della vita umana, compresa la morte stessa. Capire la singolarità altererà la nostra prospettiva sul significato del nostro passato e le conseguenze per il nostro futuro. Comprenderla veramente nella sua interezza cambierà la visione della vita in generale e della propria vita. Considero chi ha veramente compreso la singolarità e che ha riflettuto sulle sue implicazioni per la sua vita come un “singolaritano”

E’ una frase Raymond Kurzweil, saggista e inventore americano, tratta dal suo libro La singolarità è vicina  del 2005, in cui viene esposta la tesi secondo cui la singolarità tecnologica si verificherà nell’arco della prima metà di questo secolo, e che mi risuonava nella testa ieri, giorno in cui mi hanno spedito, quasi a forza, a un corso su questo tema, cosa che il sottoscritto, che negli anni in consulenza era visto come bizzarro quando ne parlava, non so se considerare una beffa o una vittoria postuma.

Per dirla tutta, il buon Raymond ha anche toppato: la singolarità non è qualcosa che avverrà in un domani più o meno prossimo, ma la stiamo vivendo da almeno quindici anni. Non si tratta più di riflettere sul se e sul quando avverrà, ma sul come, e questo, purtroppo è oltre i nostri limiti cognitivi. Proprio per sfuggire a questa consapevolezza, ci siamo inventati una serie di meccanismi psicologici, concentrandoci sul Presente e sul breve periodo.

Quanto riflettono seriamente su come sia cambiata la nostra vita, come abitudini e comportamenti, rispetto agli anni Novanta del secolo scorso ? Di fatto i miei coetanei hanno vissuto a cavallo di due ere, ma preferiamo non pensarci.

E questo navigare a vista ha purtroppo anche il suo prezzo:si perdono uno sproposito di opportunità. Rispetto a dieci anni fa, in cui avevo sicuramente più energie, freschezza mentale e motivazioni, sono sicuramente assai più produttivo. Questo dipende sia da una maggiore esperienza nel gestire i carichi di lavoro, sia dalla maggiore competenza acquisita. Ad occhio, ho guadagnato un 20% di tempo, che una parte dedico a me stesso, una parte alla mia autoformazione, una parte a portare avanti nuove attività aziendali.

Ora se fossi affiancato da un’IA, nulla di futuristico, basterebbe una di quelle attualmente in commercio, che potrebbe sostituirmi nelle incombenze più ripetitive e a minore valore aggiunto, questa percentuale salirebbe a un buon 60% e sospetto che per i colleghi che si occupano di networking, oberati da studi di fattibilità e analisi di coperture, andrebbe ancora meglio. Allora perché non farlo ? Perché l’attuale organizzazione aziendale non saprebbe sfruttare questa presunta sotto occupazione e invece di inventarsi un modo per utilizzare le capacità e il tempo recuperato per creare nuovo business, la utilizzerebbe, con la scusa di ridurre i costi, come occasione per comprimere il numero delle risorse.

In generale, quindi, il nostro sistema economico ha paura di accettare la sfida di gestire e facilitare il cambiamento, perché non ha idea di come mitigare gli inevitabili costi sociali, però il nascondere la testa sotto la sabbia non fermerà l’orologio…

Ora non so se ha ragione Rifkin, quando, scopiazzando Marx, parla dell’imminente fine del capitalismo. So solo che tra cinque anni, la nostra società sarà ben diversa dall’attuale e noi stiamo rinunciando al diritto dovere di fare in modo che sia anche migliore.