Carmen e Amleto

Amleto

La mia piccola riflessione sulla Carmen, ha, in maniera inaspettata, scatenato un piccolo dibattito, con diversi interventi interessanti: il primo è di Lanfranco Fabriani, uno dei pezzi da novanta della fantascienza italiana. Tra l’altro, Lungi i vicoli del tempo è uno dei primi Urania che ho comprato..

Lanfranco affronta un tema molto importante, nel postmoderno, il rapporto tra originale e citazione.

Infatti, ci sono voluti quasi duecento anni per avere di nuovo uno Shakespeare fedele all’originale. Io vengo dall’epoca della filologia, in cui ci si danna per restituire l’esatto significato di ogni parola di un testo. Si può giocare con i testi, il postmoderno ce lo ha insegnato, lo faccio anche io, ma il gioco deve essere assolutamente riconoscibile e non coinvolgere l’originale.

Ragionando per assurdo, uno che non abbia mai visto la Carmen, e non ne conosca la storia (ed è possibilissimo che ciò accada, visto che si tratta di un’opera lirica) e l’avesse vista per la prima volta in quella circostanza, considererebbe ciò che ha visto come la vera vicenda illustrata dal testo di Meilhac e Halevy e musicata da Bizet?

E poi, proprio un appassionato di fantascienza che ha scoperto che per anni ha letto classici tagliati, parzialmente riscritti, a volte “migliorati” con traduzioni infiorettate e svolazzanti, tanto da non essere certo della paternità di quello che ha letto, dovrebbe condonare certe operazioni?

Non posso che essere d’accordo: il postmoderno non si rapporta più al Reale, ma alle sue rappresentazioni. Il citazionismo, l’imitazione e il pastiche, il riuso spregiudicato e ironico delle fonti più disparate, con continuo mescolamento tra i prodotti “alti”, derivanti dalla riflessione intellettuale, e quelli della cultura di massa ha però senso se l’originale, risulta essere conoscibile, per spiazzare e sorprendere il lettore. In caso contrario, si rischia il plagio.

Altro punto di vista è quello dello scrittore Davide Del Popolo Riolo, a cui faccio gli auguri di buon compleanno che si interroga su cosa spinge a reinterpretare l’originale.

Non avendo visto questa versione della Carmen di Bizet, non saprei dire se sia valida. Quello che ha colpito negativamente me non è però che l’opera sia stata cambiata, perché questo va benissimo, ogni epoca reinterpreta i classici (e anche quando li riscrive uguali, ne cambia il significato, come insegna Pierre Menard di Borges).

Quello che è secondo me pericoloso è che si modifichi l’opera non a fini artistici ma a fini moralistici, didattici. Perché mescolare l’arte con il moralismo, o con il politicamente corretto, non è mai una buona idea, secondo me. Questa mattina pensavo a un paradosso: se le donne non devono essere uccise nelle opere d’arte, eliminiamo per esempio da Delitto e castigo l’omicidio della vecchia usuraia. Raskolnikov cambia idea e non la uccide. Che rimane del romanzo? Un raccontino insignificante…

Piccola nota a margine: perché nella Restaurazione si riscrivevano le opere elisabettiane ? Per moralismo ? Forse no, dato che, sotto molti aspetti, quella società era assai più libertina e meno ipocrita di quella Tudor e di quella vittoriana.

E’ che forse, come diceva bene Toulmin in Cosmopolis, l’uomo barocco si illudeva che il Cosmo e la Società fossero un meccanismo razionale, rispondente a un principio superiore. E il caos, l’indeterminatezza etica delle opere elisabettiano, non erano che un rami storto da raddrizzare, al fine di ricostruire una perfezione perduta.

Infine, qualche amico mi ha chiesto cosa diavolo sia l’Ur-Hamlet che ho citato nel mio post. Ora, dalle fonti dell’epoca, sappiamo come l’Amleto di Shakespeare sia stato scritto e messo in scena tra il 1600 e il 1601. Però, l’11 giugno 1594 è registrata una rappresentazione di un altro Hamlet, da parte proprio dei Lord Chamberlain in cui recitava il buon Will e ancora più indietro il celebre letterato Thomas Nashe allude ai discorsi tragici di Amleto già a partire dal 1589.

Per cui, doveva esistere un’altra tragedia, perduta, ma dedicata al Principe di Danimarca, da cui Shakespeare trasse l’ispirazione… Quando andavo a scuola io, quest’opera si attribuiva a Thomas Kyd, che dovrebbe essere autore anche del King Leir, che Shakespeare trasformò nel re Lear, però, a quanto pare, negli ultimi anni qualche critico ipotizza che possa essere stata scritta sempre dal nostro Will, come prima e immatura versione dell’Amleto che conosciamo

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Altered Carbon: lo spettacolare trailer in italiano della più costosa serie mai realizzata da Netflix

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Altered Carbon di cui vi abbiamo già parlato diverse volte in precedenza, mostrandovi anche un primo assaggio, ha adesso un full trailer che vi mostriamo in coda al post. La serie, presa da un soggetto di Richard K. Morgan, è ambientata 300 anni nel futuro in un mondo dove la coscienza può essere estratta e conservata in dispositivi digitali, per poi essere re-inserita in corpi organici e sarà composta da 10 episodi. Nel cast ci sarà anche Joel Kinnaman, diventato famoso soprattutto grazie alla serie TV The Killing.

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Carmen deve morire

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I puritani di Cromwell, come tutti coloro che tentano di raddrizzare a bastonate la fallibile natura umana, odiavano il teatro: perché le commedie e le tragedie, per affascinarci, devono rappresentare i nostri lati oscuri e ridicoli, le nostre passioni più intense, la nostra natura contraddittoria e corporea, proprio ciò che viene più odiato da chi sogna di renderci simili ad angeli.

Per cui, dal 1642 al 1660 i teatri inglesi rimasero chiusi, con qualche minima eccezione: dato che i puritani erano amanti della musica e del canto, specie se con alti contenuti morali, non furono proibiti gli spettacolo musicali. Per cui, seguendo il principio del fatta la legge, trovato l’inganno, molte tragedie elisabettiane furono musicate alla male e peggio.

Per ovviare a tale furbata, furono così emessi una serie di editti e autorizzavano l’arresto degli attori sorpresi a recitare.

Il tutto cambia nel 1660: Carlo II era un amante del teatro, però, dato il suo esilio, il suo modello estetico era Corneille e la tragedia francese. Per cui, per approfittare della riapertura dei teatri, attori e impresari, per non continuare a fare la fame, dovettero rapidamente adeguarsi.

I vecchi teatri o erano stati distrutti o erano ridotti in condizioni disastrate: per cui ne furono costruiti di nuovi, seguendo il modello italiano con platea e palchi. La platea fu costruita a “U” (in leggera discesa) ed accoglieva dieci file di panche circa. Sulla platea erano posizionati due palchi e sopra vi era la galleria. Le dimensioni erano però maggiormente ridotte rispetto ai teatri italiani e francesi. Il palcoscenico adiacente alla sala consentiva una maggiore intimità tra attori e spettatori.

Dato che Carlo II era un notorio gaudente e donnaiolo, per arruffianarlo furono introdotte le attrici in scena: la principale diva dell’epoca, Nell Gwynn, divenne l’amante del re. In più, sempre per imitare Corneille, fu cambiata la metrica usata per il teatro, adottando l’heroic couplet era un distico composto da due pentametri giambici a rima baciata.

Cambiò anche la tipologia di pubblico: aumentando il costo dei biglietti, questo fu costituito soprattutto da nobili e alto borghesi

Queste innovazioni ebbero un grande impatto sia sul modo di recitare, sia sul repertorio: la maggior parte delle opere di Shakespeare divennero improvvisamente fuori moda. Così, per continuarle a rappresentare, furono soggette a un “ammodernamento”, per venire incontro ai nuovi gusti.

Dryden con All for Love, riscrive Antonio e Cleopatra. Nahum Tate interviene pesantemente sul Re Lear e la sua versione avrà così successo, da calcare le scene per più di un secolo. Girano versioni di Amleto in cui sono cancellate le scene dei becchini e Romeo e Giulietta con ambientazione nell’antica Roma e con matrimonio finale.

Insomma, i teatranti della restaurazione intervenivano sulle opere elisabettiane semplificando il linguaggio, imponendo a forza le unità aristoteliche e il lieto fine, con i malvagi puniti e i buoni salvati.

Tutto questo per dire come modifiche, tagli e riscritture di opere teatrali, ci sono sempre state e sempre ci saranno: lo stesso Shakespeare sarà intervenuto, nella stesura dell’Amleto, su un testo precedente, il famigerato Ur-Amlet.

Per cui, non mi scandalizzo per la vicenda Carmen, soprattutto in mondo post-moderno, in cui la scrittura è basata sulla citazione e sulla ricombinazione… L’unico criterio è se tali intervento ha più o meno una validità artistica, se arricchisce o impoverisce l’originale.

Nel caso della Carmen, come per il Re Lear, ho parecchi dubbi sul suo esito: il buonismo, il finale consolatorio, ne diminuisce la loro capacità di spiazzarci, di sconvolgere tutte le convenzioni e maschere su cui basiamo la nostra vita.

Carmen non muore perché donna; muore perché uccisa dall’ipocrisia borghese di Don José, dalla sua paura della libertà… Salvarla, significa assolvere noi stessi, invece che costringerci a guardare i nostri abissi.

Numero 15 di Short Stories

Short

Conosco Giorgio Sangiorgi e Luca Oleastri da parecchio tempo: ne apprezzo il coraggio con cui lottano per promuovere la fantascienza italiana, l’impegno e dedizione che mettono ogni giorno, per realizzare i loro progetti.

Doti che hanno permesso alla loro creatura, Edizioni Scudo, di traguardare dieci anni di vita. A queste, dal mio personale e opinabile punto di vista, aggiungerei anche una pazienza degna di Giobbe: come ben sanno tutti gli editori che hanno avuto la sfortuna di avere con il sottoscritto, ho immani difficoltà a rispettare una qualsiasi scadenza.

Perché sono pigro, discontinuo, disperdo le forze dietro mille attività, invece che dedicarmi con rigore alla scrittura e ho un lavoro che mi assorbe come un vortice. Risultato o presento il tutto all’ultimo secondo utile o accumulo ritardi geologici.

Nonostante questo, forse a causa della distanza geografica tra me e loro, Luca e Giorgio non mi hanno mai malmenato: per ringraziarli di ciò e di tutto quello che hanno fatto, fanno e faranno per la fantascienza italiana, mi sono fatto forza e ho spedito un mio racconto per il numero speciale di Short Stories, dedicato al decennale.

Anche perché, diciamola tutta, Short Stories è una delle occasioni per dedicarmi alla mia grande passione, i racconti: non solo, come dicono le malelingue, siano minori il tempo e la fatica per scriverli…

Il racconto è una stoccata, l’aprire, in poche pagine, una ferita nel mondo… Se nel romanzo contano il fiato, la resistenza nel non perdere il filo d’ Arianna, la tenacia nel portare avanti personaggi e storie, nel racconto per citare il Perozzi, conta

fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione

Per cui accattatevillo !!!

NOVITÀ EDIZIONI SCUDO
Short Stories – Gennaio 2018, di A.A. V.V.
IL NUMERO DEL DECENNALE DI EDIZIONI SCUDO!

http://www.innovari.wix.com/edizioniscudo

250 pagine, dimensione 15,24 x 22,86 cm, rilegatura termica
(link diretto al libro stampato):

http://www.lulu.com/shop/product-23482394.html

Il numero quindici di Short Stories – rivista antologica illustrata di letteratura fantastica con racconti scritti da autori noti e meno noti, che spesso non trovano pubblicazione nel nostro paese. Questo numero di 250 pagine, contiene 20 racconti ed altrettante tavole in bianco e nero a tutta pagina, appositamente realizzate per illustrarli. Con racconti di: Pierre Jean Brouillaud, Alessio Brugnoli, Fabio Calabrese, Paolo Durando, Alberto Henriet, Bruno Lazzari, Maurizio Matassi, Giovanni Mongini, Paolo Ninzatti, Francesca Biomekkanoid Paolucci, Sandro Pellerito, Giorgio Sangiorgi, Paolo Secondini, Enrico Teodorani, Dario Tonani, Dino Toniolo, Luca Valmont, Bruno Vitiello, Cesare Zanasi.

Guerra al Brasile

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Forse non tutti lo sanno, ma a fine Ottocento, l’Italia rischiò di entrare in guerra con il Brasile:a seguito del l’intensificarsi dell’emigrazione italiana in Sud America e dell’approfondirsi dei legami commerciali col continente allo scopo di assicurate protezione agli emigranti e agli interessi italiani fin dal 1853 la regia marina sarda istituì la stazione navale del Rio della Plata, cioè un nucleo di navi permanentemente dislocate in quelle acque, che ebbe lunga e movimentata vita al punto che in paio di volte crebbe fino alla forza di una divisione navale.

La crisi peggiore che dovette affrontare si presentò nel 1895 quando una serie di gravi violenze xenofobe a seguito di disordini politici colpì la comunità italiana che chiese protezione a Roma. Malgrado il governo brasiliano si fosse impegnato a far cessare le violenze e risarcire i danni nulla segui di concreto e nell’agosto del 1896 la situazione sembrò degenerare quando una specie di insurrezione anti italiana scoppiò a San Paolo Santos e Pernabuco con violenze e saccheggi.

Vista la passività del governo brasiliano Roma decise di applicare la politica del bastone e della carota: da una parte si ordinò una dimostrazione navale, per intimorire Rio, dall’altra fu inviato il plenipotenziario De Martino, per raggiungere un accordo.

Plenipotenziario che fu spedito in Sud America con il regio incrociatore Lombardia, che nel frattempo, bombardando a caso le spiagge carioca, avrebbe dovuto riportare a miti consigli i carioca; giunto a Bahia, però, l’equipaggio si trovò davanti a una città flagellata dall’epidemia di febbre gialla. Invece di prenderla a cannonate, come pretendevano a Roma, i marinai e gli ufficiali decisero di soccorrere gli ammalati.

Ahimè, anche loro finirono contagiati… Ben 137 marinai morirono per aver contratto la febbre gialla. Tra i morti il Comandante Olivari, che fu dei primi a soccombere, varii ufficiali e quasi tutti i sottufficiali, macchinisti e fochisti e il medico di bordo Fermo Zannoni, noto per essere campione di scacchi. A ricordo del loro sacrificio, il Circolo Operaio e la Società Italiana di Beneficenza e di Mutuo Soccorso di Rio de Janeiro, nel 1901 eressero nel cimitero di Cajù, un monumento, un obelisco sormontato da una statua rappresentante l’Italia con alla base un’altra statua di un marinaio con la bandiera ammainata.

Per cui, quando il Lombardia giunse a destinazione, a bordo aveva al massimo dozzina di uomini sani: in queste condizioni, sarebbe stato difficile intimorire chiunque. In più, aggiungendo beffa al danno, l’equipaggio fu curato dai sanitari dell’Accademia militare di Rio de Janeiro e per di più fu confinato in uno speciale lazzaretto nell’Isola Granda.

Per ovviare a questa meschina figura e riportare i degenti in Patria, fu spedito un secondo incrociatore o meglio, ariete torpediniere, il Piemonte, che approfittò dell’occasione per raccogliere informazioni sullo stato delle difese costiere e della flotta brasiliana.

Nonostante questo, per non sentire le lamentele dei nostri politici, che non volevano perdere la faccia, la Marina a malincuore dovette organizzare la spedizione punitiva contro i carioca, per difendere l’onore italico: buttandola in caciara e lavorando di fantasia, i nostri strateghi navali avevano ipotizzato che al seguito di qualche bombardamento e un poco di sana pirateria, si sarebbe attirato la flotta brasiliana fuori dalle sue basi per batterla in mare aperto. Subito dopo averla eliminata,o se essa avesse evitato il confronto rimanendo in porto, se il governo brasiliano non avesse dato soddisfazione si sarebbe dovuto porre il blocco a Rio e eventualmente occupare il porto di Santos che avrebbe costituito la base operativa e il reddito delle cui dogane avrebbe in parte coperto le spese dell’azione.

E per realizzare tutti questi obiettivi, con una flotta comprendente due corazzate rapide della classe ITALIA, otto incrociatori pesanti, quattro incrociatori ausiliari sei torpediniere d’alto mare quattro torpediniere costiere, più un numero imprecisato di navi appoggio, si prevedano cinque mesi di navigazione, un consumo di 40000 tonnellate di carbone e di uno sproposito di viveri e munizioni, spediti a Santos con cadenza settimanale tramite mercantili nazionali.

Il tutto a un costo spropositato: a salvare i nostri viceammiragli da tale scomoda impresa e a calmare i bellicosi spiriti dei nostri politici, fu il buon De Martino, che con tanta pazienza, riuscì a raggiungere un ragionevole compromesso con il governo brasiliano… E tutto grazie a Dio, finì a tarallucci e vino.

Godzilla: Monster Planet, il trailer del cartone in arrivo su Netflix

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Godzilla: Monster Planet è il titolo dell’attesissimo cartone animato giapponese che presto dovrebbe sbarcare su Netflix. La storia, che si svolge 2000 anni nel futuro, vedrà come protagonista il più grande Godzilla di sempre, e a giudicare dal trailer non mancherà di intrattenere e stupire i tanti fan del cartone nipponico. Seguono trama e ultimo trailer:

La Terra è stata abbandonata dagli esseri umani a causa di una guerra segnata solamente da sconfitte contro i Kaiju. L’astronave Aratrum si dirige verso Tau Cestus E, un pianeta a 11.9 anni luce di distanza, ma le condizioni di vita si rivelano estremamente dure per gli umani. Il giovane Haruo, che ha assistito all’assassinio dei suoi genitori da parte di Godzilla quando aveva 4 anni, giura vendetta e decide di guidare una fazione di esseri umani decisi a riprendersi il proprio pianeta natale dal dominio del Re dei Kaiju. Haruo e la sua…

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La Sabbia negli occhi

Sabbia

Premetto una cosa: per una caterva di motivi, non sono un gran frequentatore dell’Apollo 11. Però, questo mercoledì 10 gennaio, alle ore 21.00, in occasione del film La Sabbia negli occhi, un film di Alessandro Zizzo farò un’eccezione.

Perché questo film tratta un tema ce mi sta molto a cuore, quello delle malattie rare: racconta la storia di Beatrice (Valentina Corti), sposata con Sergio (Adelmo Togliani) molto impegnata come insegnante e nel mondo del volontariato come psicopedagogista, dalla vita piena, che scopre di avere una malattia invisibile, che le entra dentro e inizia a scorrerle nelle vene, impedendole di muoversi, di sorridere, di essere felice, una malattia che ha un nome difficile da memorizzare: Sjogren, la malattia invisibile, ma pesante come un macigno.

Così impara ogni giorno a resistere, a guardare in faccia il dolore e continuare a sperare nel futuro, contro tutti e tutti.

Perché vi recita Adelmo, che non è solo un gran professionista, ma soprattutto una persona di cui si può dire solo che bene, che non mi prende a randellate in capo quando lo coinvolgo nei miei folli progetti e che sono felice di rivedere !

Per cui, segnatevi bene questi riferimenti

Mercoledì 10 gennaio ore 21.00

all’ Apollo 11

c/o Itis Galilei ingresso laterale di via Bixio, 80/a
(angolo via Conte Verde) – Roma

LA SABBIA NEGLI OCCHI

Regia: Alessandro Zizzo – Cast: Valentina Corti, Adelmo Togliani, Giorgio Consoli, Altea Chionna – Produzione: Lucia Marotta per A.N.I.Ma S.S. Onlus

al termine della proiezione, gli attori

VALENTINA CORTI
ADELMO TOGLIANI

incontreranno il pubblico