Two Frustrations With the Data Science Industry

Nathan Brixius

I saw some serious BS about data science on LinkedIn last night. This is nothing new, but this time I couldn’t help myself. I went on a small rant:

I don’t give a shit if you call yourself a data scientist, an analyst, a machine learning practitioner, an operations research specialist, a data engineer, a modeler, a statistician, a code poet, or a squirrel. I don’t care if you have a PhD, if you went to MIT or a community college, if you were born on a farm or in a city, or if Andrew Ng DMs you for tips. I want to know what you can do, if you can share, if you can learn, if you can listen, and if you can stand for what is right even if it’s unpopular. If we’re good there, the rest we can figure out together.

I must have tapped into…

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Il Cantiere d’Assisi Parte I

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Alle Medie, quando mi parlarono in fretta e furia degli affreschi delle Storie di San Francesco ad Assisi, mi raccontarono come fossero tutte opera di Giotto. Al Liceo, quando fu trattato lo stesso argomento, mi raccontarono come questi affreschi fossero stati dipinti dal cosiddetto Maestro di Isacco, che la maggior parte degli studiosi identificava con Giotto e che una minoranza, specie in ambito anglosassone, associava al Cavallini.

Chiacchierando un paio di settimane fa con uno storico dell’arte, pare che a oggi l’orientamento si di considerare quel ciclo di affreschi opera di più botteghe: una capitanata dal Maestro di Isacco, artista di formazione romana, probabilmente il Cavallini, anche se non sono mancate altre ipotesi identificative, una guidata dal Maestro del Compianto un artista di formazione fiorentina, ma capace di apprendere e reinterpretare le novità romane, quasi sicuramente Giotto, e l’ultimo, l’Allievo del Maestro d’Oltralpe, di cui si sa ben poco, che innesta su una humus culturale dipendente dal Gotico Francese, le sue riflessioni sulle novità romane e toscane.

Una situazione alquanto complicata, dipendente da due fattori: il primo, la colossale iella della perdita di tutti i dati contabili relativi alla decorazione della basilica, ad esempio, l’unica traccia della presenza di Giotto ad Assisi è del 1309, una sorta di chiusura di mutuo, cronologicamente riferibile ai lavori della Basilica inferiore.

L’altro fattore, è quel colossale pallista chiamato Vasari: ora benché esistesse sicuramente una tradizione orale sulla presenza giottesca ad Assisi, tanto che Benozzo Gozzoli rappresentò il pittore tra i francescani illustri nei suoi affreschi della chiesa di San Francesco a Montefalco, la prima testimonianza scritta risale al buon Ghiberti che, nel commentario del 1452, scrisse che Giotto

” dipinse nella chiesa d’Asciesi nell’ordine dei frati minori quasi tutta la parte di sotto. Dipinse a Santa Maria degli Angeli ad Ascesi”.

dove probabilmente, per parte di sotto intendeva la Basilica inferiore. Nella prima edizione del 1550, delle sue Vite, il buon Vasari, si limitò a riferire come Giotto fosse stato ad Assisi, che avesse completato il lavoro cominciato da Cimabue, acquisendo grande fama e avesse poi dipinto sia nella basilica inferiore, sia in Santa Maria degli Angeli.

Notizie parziali, ma come evidenziato, non in contraddizione con i dati attuali. Il problema che nel 1563, Vasari va a fare una gita ad Assisi, per raccogliere informazione per la seconda edizione delle Vite. O perchè le sue guide, per guadagnare mance, ci abbiano dato di fantasia, assecondando il suo orgoglio toscano, o perchè non vi erano informazioni disponibili, l’aretino cominciò a far viaggiare la sua fantasia.

Affermo come il progetto della basilica superiore fosse richiesto a Iacopo Tedesco, che disse essere papà di Arnolfo di Cambio (mentre nella realtà lo scultore era figlio di Messer Lapo, notaio a Colle Val d’Elsa). Poi disse che il crocefisso esposto sopra una trave della chiesa superiore fosse di Margaritone d’Arezzo.

Continuò con raccontare dell’arrivo di pittori bizantini, che avevano come allievo Cimabue. Questi, però, dimostrando la sua superiore abilità, cominciò a dipingere la tribuna della Basilica Superiore, per poi poi passare alle volte e alla parte alta della navata. Però, essendo richiamato a Firenze, si fece sostituire dal suo allievo Giotto, che terminate le Storie di San Francesco, si dedicò alla riprendere la decorazione della Basilica Inferire, per poi essere affiancato da una caterba di allievi, come Giottino, Puccio Capanna, Buffalmacco.

Questa vicenda, alquanto romanzata, cominciò a essere messa in dubbio con la scoperta che il crocefisso non fosse di Margaritone, ma di Giunta Pisano, che aveva persino firmato l’opera. E che le attribuzioni a cominciare da quella del transetto sinistro, opera di Pietro Lorenzetti, fossero date a caso…

E proprio da questa consapevolezza, nonostante le resistenze tradizionaliste, si cominciò a definire al meglio la complessa storia del Cantiere pittorico della Basilica Superiore

Chi s’ è arrubbata ‘a monnezza de Roma ?

Malagrotta

Mettiamola così: qualche giorno fa, tornando da lavoro, scherzavo senza ritegno con il buon Massimo Bruno, romanziere e grande esperto di fumetti.. A un certo punto, mi ha lanciato l’idea di buttar giù un raccontino, di urban fantasy, o come diavolo si chiama, il cui punto di partenza era la scomparsa dell’immondizia da Roma.

Da sciroccato quale sono, ho accettato la sfida: ne è venuto fuori uno schizzo, non mi azzardo a chiamarlo racconto, di cui oggi pubblicherò la prima puntata.

Schizzo, ambientato all’Esquilino, in cui mi sono divertito a fare un poco di satira e a riprendere a raccontare i mazzamurelli, qui la colpa è di Alessandro Forlani, che me li ha fatti ritornare in mente, ma essendo io un giullare, invece che uno scrittore, io miei si limitano a fare i buffoni e un personaggio di Lithica, di cui vorrei, in futuro riprendere le vicissitudini…

Insomma spero che oggi e nei prossimi giorni vi divertiate a leggere queste righe, per lo meno quanto io mi sono divertito a scriverle

Parte I

Non avevo dormito bene.  A un certo punto della notte, avevo avuto anche l’impressione di sentire rumori e cigolii provenire dalla cucina.  Pensando a una paracusia, ogni tanto ne soffro nel dormiveglia, mi rimisi sotto le coperte. D’altra parte, non che ci fosse tanto da rubare, nel mio bilocale.

Mentre mi tagliavo la barba, ebbi un’illuminazione. La sera prima, avevo avuto a cena Giacomo:  per fare bella figura, avevo cucinato scorfano con i pomodorini e cannolicchi gratinati, e come mio solito, mi ero scordato di buttare la capatura del pesce.

Turandomi il naso, immaginando il fetore che avrei trovato, mi recai un cucina, per tentare di mangiare qualcosa per colazione. Rimasi sorpreso: non c’era alcuna puzza.  Non ero raffreddato e grazie al cielo, tra i tanti disturbi di salute di cui soffro, non vi è l’asnomia.

Guardai la pattumiera: era vuota. Rimasi perplesso…   Avevo bevuto solo un paio di birre e un bicchiere di vinsanto…  Insomma, non potevo essere così ubriaco, da non ricordarmi di aver buttato l’immondizia nel secchione.

Alla fine, decisi di non rimuginare troppo: era successo e basta…  Solo che il mistero mi aveva fatto passare l’appetito.

Così mi vestii in fretta e furia, per correre al lavoro: l’ufficio del personale da un paio di settimane ci stava facendo stalking con mail minatorie, per ricordarci che, nonostante la flessibilità d’orario, prevista da contratto, dovevamo timbrare l’ingresso entro le otto e mezza. Avevamo provato ad accennare una minima protesta, ma i sindacati, in altre faccende affaccendati, avevano fatto i vaghi. Come era cambiato il mondo, negli ultimi anni… Nessuno aveva più la voglia di scioperare o manifestare per i diritti dei lavoratori e se qualcuno osava provarci, veniva accusato di disturbo della quiete pubblica.

Quando scesi in strada, a Viale Manzoni, rimasi però perplesso da un capannello di persone accanto ai secchioni.  Incuriosito, immaginando chissà quale misfatto compiuto dall’AMA, mi avvicinai; come tutti i presenti, rimasi a bocca aperta dinanzi all’unica cosa che non mi sarei mai aspettato. I cassonetti erano vuoti e tirati a lucido:  avevano un profumo antico,  di muschio bianco, come l’arbre magique che mio nonno metteva nella sua Giulia.

A quanto pare, le proteste dei vari comitati, per un Esquilino più pulito, stavano avendo effetto. Andai alla macchina, incrociando altri due secchioni, conciati allo stesso modo.  Durante il viaggio, percorrendo la Cristoforo Colombo a trenta all’ora,  accesi l’autoradio, per vincere la noia ed evitare di addormentarmi di nuovo.

Così scoprii come il tema di discussione principale delle varie trasmissioni delle radio locali non fosse il degrado della città o la campagna acquisti della Roma e della Lazio, ma l’improvvisa e inaspettata scomparsa della monnezza. Un ex Presidente del Consiglio, intervistato, aveva detto come fosse tutto merito delle sue magliette gialle.

La sindaca di Roma aveva ribattuto con una conferenza stampa, in un orario antelucano, evidenziando come tale scomparsa fosse il primo risultato della strategia del Movimento di  Zero Wast; ai giornalisti che chiedevano maggiori delucidazioni, rispose ammiccando e facendo l’occhiolino.

All’improvviso, il dibattito che stavo ascoltando, tra un colto sociologo che sosteneva il reddito universale di cittadinanza e un non ben identificato intellettuale, il cui principale merito era stato di scrivere a quattro mani un mattone, spacciandolo per romanzo storico d’avanguardia,  fu interrotto da un’edizione straordinaria del telegiornale.

La discarica di Malagrotta era scomparsa nel nulla e al suo posto, era comparso un lago azzurro, come quelli delle fiabe.

Continua 

Il grande ingegno: intervista al fumettista emergente Lorenzo Nicoletti

KippleBlog

Ciao Lorenzo, è un piacere averti ospite qui per la prima volta su Kipple Officina Libraria. Per chi non ti conoscesse ancora, ti andrebbe di presentarti illustrandoci un po’ il tuo percorso artistico?

LN: Ciao a voi, e grazie per questa bella opportunità. Il mio percorso artistico… bè disegno dall’età di 6/7 anni. I miei dicono che sono nato “con la matita e le bacchette (della batteria) in mano”. Quella di comunicare disegnando e suonando, è una passione che mi accompagna fin da piccolissimo. La domenica compravo sempre Il corriere dei piccoli e Il giornalino me lo mettevo di fianco sulla scrivania e ridisegnavo tutte le copertine. Avevo un’adorazione particolare per Lady Oscar: l’amavo (l’amo)!

Il mio gioiello, invece, era un libro (ormai introvabile) di Enzo Biagi: Storia di Roma a fumetti. Solo dopo molti anni ho scoperto perché ci tenevo tanto e perché continuavo ad osservare quelle fantastiche illustrazioni…

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Buon Compleanno Torpigna

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Può sembrare strano, le periferie romane sono sempre viste che luoghi senza memoria e senza storia, ma Tor Pignattara, la Torpigna di quando eravamo ragazzi, è arrivata alla veneranda età di novanta anni.

All’inizio del Novecento, l’area era tutta vigne, campi di fiori e di carciofi. Il suo punto focale era il fosso della Marranella,  che da via dell’Almone scorreva fino a sfociare nell’Aniene nella zona di Ponte Mammolo, creando un laghetto nell’omonima piazza, su cui si specchiava un’antica stazione di posta.

Nel 1911 l’area Tor Pignattara-Marranella venne considerata non più appartenente
all’Agro Romano, ma al Suburbio, avviandola di fatto ad una futura edificazione, pur non
rientrando ancora nelle competenze urbanistiche e amministrative comunali.

Attribuzione che avvenne  a inizio anni Venti,quando per combattere la malaria, il fosso fu coperto e alla via risultante nel 1926 fu dato il nome di Tor Pignattara, dal nome che il popolino romano dava al Mausoleo di Elena, madre di Costantino.

Così cominciò lo sviluppo del quartiere, abitato fin dall’inizio dalle famiglie provenienti dai paesini della provincia romana: e con la veloce costruzione delle case, che non fu abusiva, ma basata sull’affiancamento di cooperative edilizie e consorzi privati con la realizzazione di case popolari, alcune finanziate dal Governatorato di Roma con il provvedimento Mille Vani, nacque la necessità di fornire servizi: alla linea tranviaria a binario unico del 1916, che dalla stazione Termini giungeva a Tor Pignattara lungo la via Casilina ed entrava nel quartiere per via Amedeo Cencelli , il cosiddetto Giro dell’Anello, si aggiungeva l’apertura del cinema Due Allori, l’anno successivo e, nel 1928, l’attivazione della Condotta Sanitaria Casilina, in via della Marranella.

L’anno successivo venne inaugurata la scuola elementare Alfredo Oriani, in via Gino dall’Oro, quello che oggi il buon liceo classico Kant.

Ma la posizione piuttosto marginale dell’edificio rispetto al quartiere, costrinse presto l’amministrazione ad avviare i lavori per la costruzione di un nuovo complesso scolastico in via dell’Acqua Bullicante, chiamata così dalla sorgente solforosa che vi sgorgava, inaugurato nel 1938: la scuola elementare Luigi Michelazzi, la nostra Carlo Pisacane, uno dei laboratori, assieme alla Di Donato, dell’integrazione culturale a Roma.

Sempre nello stesso anno veniva inaugurato il cinema Impero, in via dell’Acqua Bullicante, su progetto di Mario Messina, che ha un suo gemello ad Asmara e che è uno dei gioielli del razionalismo italiano.

Con l’occupazione nazista, Torpigna diventa uno dei luoghi simbolo delle Resistenza: è il cuore del il Movimento Comunista d’Italia (Mcd’i), più noto con il nome del suo organo di stampa “Bandiera Rossa”, è stata la formazione politica e partigiana a Roma più attiva, più temuta e per questo più tenacemente perseguitata dai nazifascisti e sulla quale, per colpa del PCI, è caduto un ingiusto velo d’oblio.

I combattenti riconosciuti di Bandiera Rossa furono 1.183, cinque volte quelli del PCI e 481 più del Partito socialista, 186 i caduti, alcuni ricordati nelle lapidi presenti nelle vie di Tor Pignattara, pari al 34% del totale, vale a dire il triplo di quelli subiti dal PCI, cinque volte quelli del Partito d’Azione e 137 furono quelli arrestati e deportati.

Nella terribile primavera del ’44, Bandiera Rossa si rende protagonista di un gesto folle, clamoroso ed epico. Per il 1° Maggio, in una capitale ancora sotto assedio, l’Mcd’i esce allo scoperto e, una volta neutralizzati i locali sgherri fascisti, celebra pubblicamente la festa internazionale dei lavoratori nel quartiere di Tor Pignattara, con decine di bandiere rosse appese e centinaia di volantini distribuiti alla popolazione, proclamando la “Repubblica Autonoma di Tor Pignattara e Certosa”.

Dopo la guerra, Tor Pignattara affrontò tutte le problematiche delle periferie urbane dell’epoca, dalla coesistenza con i baraccati, che la rende anche luogo pasoliniano, in una pizzeria del quartiere ad esempio, Pasolini conobbe Franco Citti e nelle sue strade girò scene di molti suoi film alla difficoltà a gestire gli effetti del boom economico…

Tra l’altro molto non lo sanno, ma a Tor Pignattara aveva sede l’Unione Sportiva Casilina che diventando poi la Chinotto Neri e infine la Fedit, che giocava le partite in casa al Giordano Sangalli, accanto all’acquedotto Alessandrino e poi al Motovelodromo Appio, a via dei Cessati Spiriti, fu a lungo la terza squadra della Capitale, arrivando a giocare in Serie C.

Con il nuovo millennio, il quartiere cambia faccia: come l’Esquilino, è soggetto a due fenomeni tra loro spesso in contrapposizione, il trasformarsi in una delle aree urbane a maggiore multiculturalità e la gentrificazione strisciante, dovuta alla vicinanza con il Pigneto.

E questa pluralità di esperienze, oltre a rendere Torpigna uno dei luoghi simbolo della street art romana viene celebrata questo sabato 20 maggio con la nuova edizione di Alice nel paese della Marranella, che per un giorno trasforma l’omonima via in un grande spazio aperto dedicato alle arti figurative, performative e di strada.

Evento in cui dalle 10 di sera in poi, finché avremo fiato in corpo e forza nelle gambe, parteciperanno anche Le Danze di Piazza Vittorio !