Samurai contro Calabresi

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Ogni tanto mi tocca assistere a discussioni, anche parecchio accese, tra amici che sostengono la superiorità del samurai e della sua katana sul cavaliere medievale, e viceversa.

Secondo me, è una diatriba assai sciocca: entrambi hanno sviluppato la loro scherma, le loro armi e tattiche in contesti diversi e specifici; è come paragonare un grizzly a un leone. Entrambi svolgono il ruolo di superpredatori nella loro nicchia ecologica, con il massimo dell’efficienza possibile, ma se li scambio di posto, entrambi farebbero la fame.

Però tre cose, mi piacerebbe scriverle. La prima riguarda la nascita della mitologia della spada e del samurai, assai tarda. Può sembrare strano, ma differenza del mondo europeo e di quello arabo, la scherma è diventata centrale relativamente tardi: sino alla fine del XIII secolo l’arma principale del samurai era l’arco, sostituito progressivamente dalla yari, la lancia, ad un certo punto i giapponesi si trovarono a combattere le combattere le loro battaglie come fossero scontri tra falangi contrapposte.

Solo nel periodo Tokugawa si affermò definitivamente il primato della spada. Solo dal 1523, portare il daishō, la coppia di lame costituita fino al XVII secolo da tachi e tantō, e solo in seguito da katana e wakizashi, divenne privilegio del buke, la classe militare al vertice della piramide sociale.

Tra l’altro, è proprio nel periodo dello Shogunato, complessivamente pacifico, in cui il samurai diviene un burocrate, che nasce, come consolazione a questo declassamento, la mitologia della spada. Per questo, vengono compilati una serie di manuali, sia di tipo pratico, su come tirare decentemente di scherma, sia in trattati più filosofici, l’equivalente del Vom Kriege del nostro Carl von Clausewitz.

La stesura di tali manuali si snoda lungo tutto il periodo Tokugawa, attraversando tre fasi: i primi cinquant’anni dopo l’instaurazione del periodo Tokugawa, durante i quali non era certo che vi sarebbero state ulteriori guerre, la seconda metà del XVII secolo, quando la classe ritenuta inferiore, quella dei mercanti, cominciò a prosperare a discapito dei samurai, e il XVIII secolo, durante il quale la classe samuraica fu alla ricerca di un nuovo ruolo sociale, perduto progressivamente nel lungo tempo di “pace”

Tutta questa manualistica, fu sintetizzata in quello che chiamiamo bushido nel 1899 da Nitobe Inazō, personaggio a suo modo paradossale: da una parte fu uno principali esponenti della modernizzazione Menji, dall’altra creò una “narrativa” conservatrice, eroicizzando il ruolo del samurai.

Seconda, la complessa tecnica di lavorazione, in cui si partiva dal tamahagane, un blocchetto di metallo prodotto con la fusione dei minerali delle cave estrattive, e lo si ripiegava più volte su sé stesso per un massimo di 15 piegature. Per ogni piega gli strati si moltiplicavano in maniera esponenziale dando origine, al termine della quindicesima, a ben 32.768 strati.

Tutto ciò non era una prova di eccellenza, ma un dispendioso, in termini di tempo e di energie, tentativo di risolvere un grosso problema di base: la pessima qualità del ferro giapponese. Un povero armaiolo giapponese doveva farsi un mazzo tanto per raggiungere lo stesso risultato ottenuto, con assai minore fatica, da un lombardo.

Terza, esiste un procedente, nel 1582, di scontro tra giapponesi e occidentali, la cosiddetta battaglia di Cagayan, in cui i Wokou, un’accozzaglia di pirati e ronin, ebbero la sfortuna di sbattere il grugno contro un particolare Tercio spagnolo.

Intorno al 1573, si sviluppò un ampio commercio tra il Giappone e l’isola filippina di Luzon , in particolare nelle province di Cagayan, Manila e Pangasinan. Ciò accese gli appetiti di un avventuriero giapponese, che le cronache spagnole chiamano Tai Fusa, che non dovrebbe essere un nome proprio, ma la deformazione del titolo giapponese Taifu, capo.

Questi, nel 1580, radunò una varipinta masnada di guerrieri e occupò Cagayan. Come reazione, il governatore generale Gonzalo Ronquillo incaricò Juan Pablo de Carrión, hidalgo e capitano della marina spagnola, di guidare la rappresaglia.

Gonzalo Ronquillo, tra l’altro, scrisse in un suo rapporto a Filippo II

I giapponesi sono il popolo più bellicoso e attaccabrighe che si possa trovare in questa parte del mondo, armati con artiglierie, picche e moschetti e protetti da armature di ogni tipo; tutta colpa dei portoghesi e della loro fame di profitto, che porterà loro e i giapponesi all’Inferno.

Carrión, da militare esperto, decise di sfruttare a suo vantaggio la superiorità delle navi occidentali, affondando a cannonate un paio di sampan giapponesi. Tai Fusa non la prese sportivamente e sottovalutando l’avversario, radunò una flottiglia e salpò verso le Filippine, assetato di vendetta.

Per combatterlo, Carrión raccolse quaranta soldati e sette navi: cinque piccole barche di supporto, una nave leggera (San Yusepe) e una caracca (La Capitana). Mentre passavano il capo Bogueador, la flotta spagnola incontrò un sampan, che si era staccato dalla flotta di Tai Fusa, per mettersi in proprio nell’attività di taglieggiamento delle popolazioni native. Pur in inferiorità numerica, Carrión assaltò la nave pirata, ordinando l’arrembaggio.

Le spade dei pirati ebbero enormi difficoltà con le armature spagnole e con le tattiche del tercio; in più, a quanto pare, le armi da fuoco fornite a caro prezzo dai portoghesi erano alquanto scadenti. Così, i Wokou fecero una prima, pessima figura.

Dato che l’appetito vien mangiando, Carrión continuò a navigare lungo il fiume Cagayán, finché non si trovò davanti il grosso della flottiglia di Tai Fusa, costituita da diciotto sampan. Il capitano spagnolo diede l’ordine di prenderle a cannonate, poi sbarcò i soldati del tercio, che approfittando della confusione nel campo nemico, scavarono delle trincee, sbarcarono le artiglierie, cominciando a sparare ad alzo zero sui pirati.

Vista la mala parata, Tai Fusa cercò di negoziare un accordo, chiedendo, con il massimo della faccia tosta, un contributo in oro, come rimborso delle spese sostenute, in cambio del suo ritiro. Come risposta, ebbe però un solenne pernacchione.

Così facendosi due conti, aveva in fondo circa seicento soldati, a fronte di una quarantina di spagnoli, Tai Fusa ordinò l’attacco; peccato che ignorava di trovarsi davanti i migliori fanti dell’epoca; erano infatti tutti veterani del famigerato Tercio Viejo de Sicilia, costituito da buona parte da coscritti calabresi, che dopo aver passato la vita a terrorizzare turchi, francesi e olandesi, speravano di godersi una meritata pensione ai tropici.

Risultato, non solo il tercio respinse tre attacchi giapponesi, ma sua volta, contrattaccò, mettendo in rotta i nemici, che, imparata la lezione, si guardarono bene di farsi vivi da quelle parti…

Una madre apprensiva (Apoll. III 90-110)

Studia Humanitatis - παιδεία

da Apollonio Rodio, Argonautica III 90-110 (testo greco ed. G.W. Mooney, London 1912); commento da adattamento di I. BIONDI, Storia e antologia della letteratura greca, 3. L’ellenismo e la tarda grecità, Firenze 2004, pp. 292-295.

Per realizzare il suo piano affinché Giasone conquisti il vello d’oro con l’aiuto di Medea, che costerà agli inconsapevoli protagonisti angosce e sofferenze, e tutta presa dal desiderio di vendicarsi di Pelia, Hera coinvolge Atena e Afrodite. Proprio quest’ultima collabora con la moglie di Zeus con la sorridente fatuità di una bella donna, compiaciuta di vedere una potente rivale, già sconfitta al tempo del giudizio di Paride, costretta a umiliarsi una seconda volta, per chiederle aiuto. Hera, pertanto, richiede l’intervento di Eros, e ciò offre ad Apollonio Rodio lo spunto per una sorridente scenetta. Non appena Afrodite sente pronunciare il nome del figlio, eccola recitare la parte…

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Il Museo civico di Sulmona

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Il Complesso dell’Annunziata è sede del museo civico di Sulmona, il maggiore museo artistico-archeologico della Valle Peligna. Le sale sono ospitate nei 10 locali del Complesso della Santissima Annunziata. Nelle prime 4 sale vi sono reperti archeologici di grande importanza e nell’ultima sala si possono ammirare i resti di una ricca domus romana. Le sale dalla 5 alla 10 ospitano la Pinacoteca, con opere che vanno dal XIII al XVIII secolo.

La nascita del museo è opera Antonio De Nino, illustre ricercatore e archeologo abruzzese, che lo fondò alla fine del XIX secolo, allestendolo in un primo momento in una sala di Palazzo Cattaneo in Via Corfinio.

In origine era costituito essenzialmente da reperti archeologici rinvenuti in varie zone della città. La continua crescita del fondo museale e l’acquisizione da parte del Comune di una serie di arredi provenienti dall’Abbazia di Santo Spirito al Morrone portarono, nel 1894, al trasferimento della collezione civica nell’ex-monastero di Santa Caterina, dove furono collocate anche opere medievali, rinascimentali e barocche pervenute nel frattempo. Agli inizi del Novecento il patrimonio museale fu ulteriormente incrementato da affreschi staccati da chiese ed edifici cittadini e dal gruppo di dipinti su tavola e sculture lignee recuperato dallo storico dell’arte Pietro Piccirilli dalla diruta chiesa di Sant’Orante ad Ortucchio, crollata a causa del sisma del 1915. Infine, nel 1927, sotto la direzione di Guido Piccirilli, il museo trovò la sua definitiva ed idonea collocazione nel Palazzo della Santissima Annunziata, ristrutturato dopo il 1960 in occasione del trasferimento dell’Ospedale civile che da secoli vi era ubicato; a seguito del sisma del 1984 il prestigioso edificio ha subito un nuovo restauro, che ha interessato anche la quasi totalità dei dipinti e della statuaria lignea.

Danneggiato dal terremoto dell’Aquila, il complesso è tornato fruibile nel 2015. L’intero percorso archeologico, che si articola su due diversi livelli dello storico Palazzo della Santissima Annunziata, ha inizio al piano terra con la sala dedicata al periodo preromano, ove i numerosi reperti di epoca preistorica, protostorica ed italica sono esposti secondo un preciso criterio sia cronologico che topografico, con possibilità di procedere per successivi approfondimenti tematici. Il materiale copre il periodo compreso dai 500.000 ai 2.000 anni fa e illustra il passato del territorio, dapprima con uno sguardo panoramico più ampio dedicato alle aree limitrofe degli altopiani di Navelli e delle Cinque Miglia, per poi focalizzare l’attenzione sull’area peligna.

Al contempo il percorso procede in successione cronologica attraverso l’esposizione di testimonianze del Paleolitico, Neolitico, delle Età del Rame, del Bronzo e del Ferro: dalla statuetta fittile acefala steatopigia di Fonte San Callisto nei pressi di Popoli, risalente al Neolitico, ai manufatti in ceramica, ai corredi funerari dell’Età dei metalli, ricchi di armi e monili, fino ai bronzetti votivi legati al culto di Ercole, il cui culto è attestato sul territorio almeno a partire dal IV sec. a.C.

Riemergono dal passato italico, attraverso le testimonianze epigrafiche nel dialetto peligno, anche gli antichi culti di Cerere e Venere e la presenza di veri e propri collegi sacerdotali femminili, attestati a Sulmona e nella vicina Cansano, l’antica Ocriticum.

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La pastorizia, infine, che ha sempre contraddistinto l’economia locale, insieme all’agricoltura, è documentata dal celebre “Rilievo della Transumanza” che, anticipando il tema della viabilità sul territorio, introduce il percorso della successiva sezione romana, collocata al piano superiore.

La Sezione Romana, situata al primo piano, espone reperti databili al periodo compreso tra il III sec. a.C. e l’Alto Medioevo ed è suddivisa in quattro ambiti, ciascuno introdotto da versi di Ovidio: il territorio sulmonese; i luoghi sacri e di culto; le necropoli; l’antico assetto urbano. All’inizio dell’ambito dedicato al territorio è posta la riproduzione di un segmento della Tabula Peutingeriana (copia medievale dell’antica mappa di epoca romana che rappresentava tutto il territorio dell’Impero) riferito alla parte centrale della Penisola; fanno seguito i reperti che documentano le attività produttive agricole e commerciali, tra cui una serie di olle ed anfore, macine per cereali, monete (III – I secolo a.C.) ed il noto “Rilievo Dragonetti”, frammento del monumento funerario della gens Peticia, un’importante famiglia locale di ricchi commercianti.

Seguendo il percorso espositivo lungo il settore riservato agli antichi luoghi sacri si trovano le vetrine con oggetti votivi legati al culto di Ercole – attestato nell’area suburbana di Sulmona – e a quello di Cerere e Venere, presente nella vicina Ocriticum. Suggestiva, in particolare, la ricostruzione architettonica in scala 1:1 del sacello del Santuario di Ercole Curino, situato alle pendici del monte Morrone – nella vicina frazione Badia – e tradizionalmente legato alla memoria del poeta latino Ovidio. Segue, negli spazi dedicati alle necropoli, una ricca serie di corredi funerari rinvenuti nel corso del tempo nei pressi dell’abitato di Fonte d’Amore (IV – I secolo a.C). A documentare l’interesse per i beni archeologici ed antiquari che nel passato – grazie all’impegno degli studiosi locali Antonio De Nino e Pietro Piccirilli – ha portato all’istituzione del museo cittadino, le vetrine che espongono, insieme a reperti della “Collezione Pansa”, il frutto delle loro accurate ricerche in ambito urbano e nel comprensorio peligno. Alcuni importanti reperti provenienti dal centro storico, tra cui lacerti in pietra e fittili, frammenti scultorei e pavimenti musivi, danno modo di ricostruire l’aspetto urbanistico dell’antica Sulmo.

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Il punto di forza della sezione romana è la cosiddetta Domus d’Arianna. A circa 1,80 metri di profondità dal piano di calpestio del museo si trovano i diversi ambienti che costituivano la ricca dimora, quasi tutti con pavimento rivestito a mosaico con tessere bianche e fascia perimetrale nera, tranne gli ultimi due con pavimento in opus signinum, cioè composto da “cocciopesto” misto a scaglie di pietra e mattoni, con molta probabilità riferibili a locali di servizio.

I cinque ambienti della casa erano situati attorno ad uno spazio centrale scoperto – una piccola corte interna – con rozza pavimentazione, ove probabilmente alloggiava una vasca per la raccolta delle acque piovane. La maggior parte delle pareti di epoca romana sono andate perdute nei successivi interventi di spoliazione per recuperare materiale da costruzione, sebbene alcune in opus quasi reticulatum siano ancora ben visibili. Sono inoltre evidenti alcune modifiche apportate alla casa in un secondo momento, forse alla fine del I sec. a.C. quando, per mutate esigenze di spazio, si provvide a ridurre le dimensioni della stanza principale.

Su appositi pannelli esposti a parete sono state parzialmente ricomposte le pitture che abbellivano la domus, rinvenute nello scavo in numerosissimi frammenti: si tratta di un ciclo pittorico di notevole qualità artistica il cui schema decorativo fa riferimento al cosiddetto Terzo Stile pompeiano. L’intera partitura decorativa era impostata sulla rappresentazione di miti e simboli del ciclo dionisiaco, con una megalografia che ritrae la sacra unione di Dioniso e Arianna e la disputa tra Eros e Pan.
All’interno delle vetrine, allestite lungo il percorso, sono esposti i reperti restituiti dall’indagine dell’area – appartenenti all’età romana e alle successive epoche medievale e rinascimentale – oltre che altri manufatti pertinenti ai siti archeologici di Ocriticum e del territorio peligno: frammenti di maioliche, monete, oggetti decorativi e d’uso quotidiano.

Il passaggio al periodo medioevale, illustrato nella successiva sezione museale, è introdotto da alcuni frammenti della decorazione pittorica parietale provenienti dalla chiesetta di Santa Maria ad Cryptis (situata nell’area del santuario di Ercole Curino e fondata con molta probabilità da Celestino V nel sec. XIII) e da ceramiche datate dal VI al XVII secolo. Nell’attigua saletta multimediale il visitatore può, infine, accedere al catalogo della sezione, a filmati con ricostruzioni virtuali dei monumenti, o prendere visione delle fasi salienti degli scavi archeologici condotti nel territorio di riferimento.

La collezione medievale–moderna, collocata al primo piano del palazzo, negli ambienti del corpo principale che affaccia su corso Ovidio, si sviluppa su cinque sale e negli anni Novanta, in occasione della riapertura, è stata riorganizzata secondo criteri espositivi cronologici e tipologici. Lungo la scalinata di accesso e nella prima sala – detta “del Cavaliere” in quanto vi si conservavano le armature della Giostra Cavalleresca – ha trovato posto una nutrita e diversificata esposizione di reperti lapidei che vanno dal XII al XVI secolo, costituiti da rilievi, sculture a tutto tondo, elementi architettonici e decorativi, arredi liturgici; tra i pezzi esposti una testa coronata di alloro, quattrocentesca, rappresentante il poeta latino Ovidio, due immagini di Celestino V, un Santo in meditazione del sec. XIV e la statua di Santa Caterina dalle aggraziate movenze tardogotiche.

La sala successiva, intitolata a “Giovanni da Sulmona”, ospita una importante raccolta di dipinti su tavola e sculture lignee tra le più rappresentative del Quattrocento abruzzese: tra i pittori presenti, oltre all’illustre sulmonese che firma e data al 1435 il Tabernacolo, anche i Maestri di San Silvestro – altrimenti detto del Trittico di Beffi – e della Cappella Caldora, ai quali sono stati rispettivamente attribuiti il Dittico con Sant’Onofrio e la Maddalena e i capicroce del Crocifisso proveniente da Ortucchio; nell’ambito della scultura lignea degne di nota sono in particolare la Vergine Annunciata dalla vicina chiesa della SS. Annunziata e il San Giovanni Battista, per il quale è stato ancora una volta avanzato il nome di Giovanni da Sulmona, che avrebbe quindi svolto anche l’attività di scultore. La seguente “Sala degli Affreschi”, con la Vetrina delle Oreficerie, accoglie, oltre ad un altro piccolo gruppo di statue lignee e ad un esemplare in terracotta policroma datati dal XV a XVII secolo, una serie di affreschi recuperati da chiese ed edifici della città che documentano la pittura murale dell’età medievale, tra i quali emergono la Madonna col Bambino e Santi – lunetta distaccata dal portale della diruta chiesa di Sant’Agostino – e l’altro dipinto di analogo soggetto asportato dalla scalea di Palazzo Sanità, entrambi del sec. XV.

Nella vetrina centrale è esposta una significativa raccolta di oreficerie sulmonesi accanto a più tardi manufatti barocchi di produzione napoletana; al Tesoro della Casa Santa dell’Annunziata appartengono, tra i tanti, la trecentesca croce d’argento con smalti di scuola senese e due reliquiari del sec. XV punzonati con il bollo SVL, distintivo della prestigiose botteghe orafe locali attive tra il XIV ed il XVI secolo.

La “Sala dei Catasti” custodisce alcuni volumi manoscritti, tra cui il prezioso Catasto onciario cittadino del 1376, il più antico delle province meridionali; qui sono collocati anche, oltre a busti reliquiario ed angeli reggi candelabro, arredi lignei sei-settecenteschi, quali un leggio in noce appartenuto al monastero di Santa Chiara e stalli di coro e banchi da sacrestia provenienti dalla vicina Abbazia di Santo Spirito al Morrone, insieme ad alcuni ritratti di abati celestini.

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Il percorso si conclude coerentemente nella “Sala Celestiniana”, dove è esposto, insieme a due dipinti cinquecenteschi, l’importante gruppo di tele provenienti ancora dall’Abbazia, tra cui le due grandi pale d’altare centinate collocate una di fronte all’altra nella chiesa abbaziale: San Benedetto che scrive la Regola del pittore neoclassico Antonio Raffaello Mengs e l’Apoteosi di San Pietro Celestino di Giovanni Conca, entrambe firmate e datate intorno alla metà del ‘700, che documentano in questo periodo il crescente rapporto artistico dell’Abruzzo con Roma.

Il complesso comprende anche il Museo del Costume Popolare Abruzzese e Molisano e della Transumanza, Allestito nella “Sala del Campanile”. il Museo propone un importante spaccato dell’etnografia locale attraverso tre diverse tipologie di manufatti: stampe, costumi popolari e oggetti d’uso, per la gran parte legati alla pastorizia, tutti pervenuti al Comune per donazione o acquisizione. Intorno alla raccolta di stampe, cuore della collezione museale, sono liberamente alternati abiti e oggetti pastorali, esposti senza un preciso criterio museografico, ma importanti per la ricostruzione di un mondo i cui usi e costumi sono ormai quasi completamente perduti e quindi preziosi per la conoscenza del territorio e delle sue peculiarità

Le stampe, circa 160 della collezione Accardo, riproduzioni del costume popolare abruzzese maschile e femminile, datano dal 1790 al periodo che precede l’Unità d’Italia. In realtà la storia del costume abruzzese e molisano è documentata in epoca relativamente recente e legata a quella del Regno di Napoli. Nella seconda metà del Settecento, infatti, Ferdinando IV di Borbone ordina la rilevazione dei costumi popolari del Regno e invia nelle varie province due pittori per ritrarre dal vero “le fogge di vestire più caratteristiche” – spesso abiti della festa sia femminili che maschili – e riprodurle poi sulle ceramiche della Real Fabbrica di Porcellane da lui creata nel 1771. La missione, iniziata nel 1783, durò quattordici anni e i pittori furono in Abruzzo dal 1790 al 1793. I disegni originali sono poi stati utilizzati non solo direttamente per decorare le porcellane, ma hanno fornito ispirazione ad altri artisti che li hanno riprodotti con diverse tecniche: incisioni, litografie, acquetinte e acquerelli, di cui sono esposti alcuni esemplari nel museo.

Alla più antica raccolta di incisioni sul costume risalgono le stampe n. 1 e 2 – Pastore e Donna d’Isernia – rispettivamente del 1791 e 1790; di pregio, tra le altre, le opere di Milani – Aloja, di Pinelli, dello Sgroppo e di Ferrari. L’ultima opera, in ordine temporale, è un disegno a penna di Francesco Paolo Michetti. A queste, si aggiungono quelle – non numerate – della raccolta tematica relative al costume di Pietraferrazzana (CH), dono del prof. Caferra.

Gli abiti rappresentati – esclusivamente femminili in quanto conservatisi più fedeli alla tradizione, rispetto a quelli maschili che hanno perso gradualmente i caratteri distintivi per via degli abituali spostamenti dell’uomo per lavoro – sono stati quasi tutti riprodotti, grazie al contributo del Lions Club; fanno eccezione quelli di Scanno e Pettorano sul Gizio con parti autentiche. Notevoli le differenze tra i costumi delle zone montane e quelli della costa, in modo particolare nella scelta dei tessuti e nei toni cromatici: così al panno lana prevalentemente nero per attrarre i raggi del sole, usato nell’entroterra, si oppongono stoffe più leggere e chiare sulla costa.

Alla raccolta Fulgensi appartengono gli oggetti legati al mondo della pastorizia ed in particolare alla transumanza, complesso fenomeno che ha condizionato per secoli la vita di generazioni di persone – dedite ad un’attività fatta di duro lavoro e di privazioni – che spesso erano anche “uomini di cultura” e bravi artigiani.

Nel museo si trovano bastoni, detti vincastro se con manico ad uncino, ombrelli e fucili – strumenti tipici dei guardiani dei greggi – ma anche campane e campanacci, attrezzi per marchiare gli animali o bloccarli per la mungitura, corni per polvere da sparo o caglio, lampade e bottiglie per l’olio, scodelle, oggetti religiosi e libri; infine manufatti in legno prodotti dagli stessi pastori per utilità o passatempo.

I Quattro Pizzi

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Uno dei luoghi più affascinanti e meno noti di Palermo, perché lontana dal centro e dai soliti giri turistici, è il quartiere palermitano dell’Arenella-Vergine Maria, poco prima del cimitero di Santa Maria dei Rotoli, ai piedi del promontorio roccioso del Monte Pellegrino, che nasce come borgo di pescatori accanto alla Tonnara Florio.

Quartiere caratterizzato da un bel porticciolo turistico e da una spiaggia, tanto suggestiva, quanto meno affollata rispetto a quella di Mondello, caratterizzata da sabbia dorata e acque turchesi, in cui si si può prendere il sole dal mattino fino al tardo pomeriggio. Tranquillità e pace sono di casa, e si associano ad un panorama davvero particolare: a due passi dal mare infatti si trova anche una caratteristica tonnara con tutte le sue ancore in bella mostra, mentre alle spalle si erge maestoso il Monte Pellegrino.

In più è caratterizzata dalla Palazzina dei Quattro Pizzi, un’altra delle straordinarie dimore dei Florio. Il tutto nacque da Vincenzo Florio, che, nel 1830, acquistò il complesso della tonnara all’Arenella, dando poi carta bianca all’amico architetto Carlo Giachery per trasformarlo in una residenza.

Stranamente Giachery, che, nonostante fosse un convinto sostenitore dell’innovazione tecnologica in ambito dell’edilizia, era di rigida formazione neoclassica, diede fondo alla sua fantasia, ispirato sia ai modelli neogotici che andavano di moda presso la nascente borghesia imprenditoriale siciliana, sia alla tradizione chiaromontana e arabo-normanna locale, progettando l’originale edificio conosciuto come i “Quattro Pizzi”, per via delle quattro torrette angolari cuspidate, di cui una crollata per terremoto del 1968.

Giachery innestò sullo spigolo Sud-Orientale della tonnara, dove sembra che già esistesse una torre di avvistamento, un edificio non molto esteso a pianta quadrangolare sviluppandolo su due livelli che emergono dalla massa compatta della tonnara, con il piano terra con aperture di luce modesta che nella elevazione successiva si ampliano quasi a volere annullare la massa muraria e consentire una immediata compenetrazione tra lo spazio interno e quello esterno.

Una cornice a bastone, come nel gotico catalano, sorretta da una teoria di archetti polilobati demarca le due elevazioni segnando la quota d’imposta delle ampie aperture del primo piano. Queste con un leggero gioco di rincassi si aprono nella parete che prosegue per concludersi in un’altra serie di archeggiature intrecciate poste a sostegno della cornice terminale su cui grava un muretto d’attico concluso da un’alta e delicata merlatura.

Tutto questo è poca roba, rispetto alla fantasia decorativa che caratterizza gli interni, in cui motivi desunti dalla decorazione della sala di Ruggero di palazzo dei Normanni si abbinano multicolori disegni nelle volte a crociera raffiguranti le epiche gesta dei paladini secondo i tradizionali motivi ornamentali dei carretti siciliani.

Per la sostanziale efficacia e armonia dell’insieme si potrebbe ipotizzare anche l’intervento nella decorazione di un artista colto, come Salvatore Gregorietti, per la straordinaria somiglianza di questa iconografia con quella del soffitto della Stazione di Giardini-Naxos dello stesso.

Decorazione che colpì così tanto lo zar di Russia Nicola I assieme alla zarina Alessandra e la figlia granduchessa Olga in visita a Casa Florio nel 1845, da volere anche in patria una decorazione così composita delle volte: ne commissionarono una copia identica da riprodurre nella loro residenza imperiale di San Pietroburgo. In più, se ne innamorarono talmente da fare riprodurre fedelmente i ” Quattro Pizzi ” a Snamenka, vicino a San Pietroburgo, sulle rive del golfo di Finlandia, nel parco della sua residenza estiva di Peterhof che, in memoria di Palermo, chiamò “Renella”.

Quando negli anni cinquanta dell’Ottocento i Florio si inserirono nell’industria del sommacco, una spezia attualmente utilizzata in cucina, ma che all’epoca era un’importante fonte dei tannini impiegati in tintoria e nel processo di concia delle pelli, sempre allo Giachery fu commissionata una torre- mulino a vento per la molitura della corteccia e delle foglie di tale pianta.

All’inizio del XX secolo anche per i Quattro Pizzi venne redatto un progetto di trasformazione in albergo una volta esauritosi l’esercizio della tonnara, ma la sempre più pressante crisi di liquidità sconsigliò Ignazio Florio jr. dal proseguire nell’intento: la villa venne ristrutturata per permetterne una dignitosa abitazione. L’incantevole residenza, ultima testimonianza immobile della potenza economica dei Florio, si è salvata dal disfacimento grazie a donna Lucie Henry seconda moglie dell’ultimo della dinastia dei Florio, Vincenzo jr (l’ideatore della leggendaria “Targa Florio”). Lucie Henry, donna affascinante, di spiccata intelligenza e grande personalità, non esitò ad alienare alcuni suoi preziosissimi gioielli per salvare l’immobile dalla vendita all’asta.

Fino al 12 gennaio 2016, la bella residenza, dove si respira ancora la Belle Epoque, apparteneva alla signora Silvana Paladino vedova del compianto Cecè Paladino, pupillo e nipote acquisito di Vincenzo Florio che non ebbe figli suoi. Cecè Paladino era nipote amatissimo di Lucie Henry, figlio di Renè Henry Paladino che Lucie aveva avuto da una precedente relazione. Nipote prediletto del cavaliere Vincenzo Florio, fu dallo stesso educato a sua immagine e somiglianza e alla sua morte nominato erede universale.

Cecé, oltre ad essere uno degli organizzatori della Targa Florio, è stato uno dei pionieri dell’immersione subacquea in Italia, fu forse il primo a scoprire i rostri della battaglia navali delle Egadi tra romani e Cartaginesi, fece parte della squadra nazionale italiana dei subacquei, per cui conquistò la medaglia d’oro, fu campione del mondo, ma anche stimato collaboratore di Jacques Cousteau e operatore di importanti filmati naturalistici.

Cosa vedere ai Quattro Pizzi, oltre alle bellezze architettoniche ? Il luogo custodisce tante memorie della Targa Florio, una delle più antiche corse automobilistiche al mondo, la cui prima edizione risale al 1905: tra essi un dinamico calamaio in bronzo a forma di macchina da corsa, quasi certamente di Duilio Cambellotti, donato a Vincenzo Florio nel 1908 per la Prima coppa automobilistica Monte Pellegrino, le tavole dello stesso Cambellotti e di altri artisti per «Rapiditas», l’elegante e moderna rivista, che raccontava i fasti della corsa e che era giudicata una delle più belle e lussuose nell’Italia degli inizi del Novecento. Ma vi si ammirano anche i quadri di Aleardo Terzi, di Marcello Dudovich, di Margaret Bradley, figlia del giornalista inglese al seguito della Targa e di altri artisti, che immortalarono con segno raffinato e leggero angoli e momenti della gara, sottolineando l’eleganza e la bellezza delle signore del bel mondo che la seguivano.

E vi si può pure sfogliare un prezioso album di caricature della famiglia e della Targa stessa, Macchiette e profili di Casa Florio (1902), del francese Georges Goursat, detto Sam, famoso durante la Belle Époque, che visse a Parigi a partire dal 1900.

Ma vi sono anche gli arazzi e i paliotti tessuti con fili d’oro e d’argento nei laboratori della Tessoria del Pegno, antica filanda di cotone, oggi Istituto dei Ciechi Florio, voluto da Ignazio. Nell’anti-cucina invece svettano sulle pareti i molti quadretti di Vincenzo Florio, che, amico di molti artisti, si dilettava di pittura proprio quando viveva in questa sua bella dimora,1 come faceva, per altro, anche Lucie.

La casa della vita, che custodisce anche le reliquie dell’antica attività dei Florio, l’insegna della prima Drogheria di via Materassai con un leone in bassorilievo ligneo disteso sulle quattro zampe, opera di Francesco Quattrocchi, l’armadio con i cassettini dove venivano conservate droghe di ogni genere, due grandi vasi a motivi floreali della fine dell’’800, esemplari unici della fabbrica della ceramica Florio, il servizio di porcellana con decorazioni liberty realizzato dalla Fabbrica Ginori per Vincenzo con le sue lettere iniziali (VF) e ancora i libri dei conti, vari preziosi documenti, la scrivania di Vincenzo senior e tanti tantissimi altri quadri, compresi i ritratti di Vincenzo jr. e della moglie Lucie di Giacomo Grosso (1917).

Ma vi si possono anche ammirare numerosi oggetti etnici provenienti da tutte le parti del mondo, statue orientali e reperti del mare del Madagascar, pescati in gioventù da Cecè Paladino una grossa e vecchia tartaruga marina nella vasca del giardino e pappagalli ormai sbiaditi per l’età in cucina…

Insomma un viaggio nella memoria, per ricordare le glorie della Palermo che fu

Dieci anni dopo

tempo

Oggi è il giorno in cui mi ritrovo un anno più vecchio e, come ogni volta, mi ritrovo sempre sorpreso da quanto persone abbiano dedicato un istante del loro tempo per farmi gli auguri.

Passeggiando, mi sono ritrovato a pensare a 10 anni fa: ero a Milano, in un locale trendy sul Naviglio Pavese, mi pare fosse il Maya, ma non ci metterei la mano sul fuoco, la memoria comincia a perdere colpi, e avevo invitato una quindicina di persone a un aperitivo dedicato alla “seconda volta che compivo diciotto anni”.

C’era la comitiva che frequentavo a Milano, Thomas e Paolo che facevano gara a fare battute sceme, Giampiero, il mio capo dell’epoca, una wikipedia umana, che filosofeggiava sui numeri primi, Massimo, ancora lontano dallo scoprire il male che ce l’ha portato via troppo presto.

Dieci anni fa la mia vita sembrava così diversa: non c’era Manu, il mio lavoro era diverso, e anche se non ho raggiunto i risultati di lavoro che speravo, certo non avrei mai immaginato di diventare un’autorità riconosciuta in un paio di campi tecnologici innovatici, con la consapevolezza, a differenza di altri, di non fare chiacchiere, ma fatti.

Erano vive persone a cui tenevo, Massimo, i miei nonni, Elena, ed alcune amicizie non si erano ancora sciolte ed altre erano lungi dal nascere. Lavoricchiavo a Il Canto Oscuro, ma non avrei pensato di riuscire a pubblicarlo.

Mi dedicavo all’Arte, curavo mostre in un paio di gallerie meneghine e scrivevo su riviste, ma tutto avrei pensato, tranne di innamorarmi della Street Art. E non avevo la più pallida idea di cosa fossero la Danza e la Musica popolare. Al massimo andare a bisbocciare al Tocqueville, al Loolapaloosa e all’Alcatraz, o a sentire concerti a Le Biciclette, a Le Scimmie o al Dazio Art Cafè… Chissà se esistono ancora, questi locali… Ero una persona diversa, forse meno ruvido, con più ideali e sogni, ma più egoista e sicuramente non avrei combattuto tante battaglie che affronto ogni giorno…

Insomma, di tempo ne è passato tanto, con le tutte le sue ferite… Ma non cambierei nulla, dei giorni che ho vissuto…

La Stoà di Via Giolitti

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Il punto di forza del progetto di street art all’Esquilino, rispetto ad altri interventi artistici, magari più velleitari, ma di certo più transitori, è nella sua capacità di ridefinire lo spazio urbano e darne un nuovo significato.

Proprio questa capacità, sotto molti aspetti dirompente e rivoluzionaria, ha reso il tutto oggetto di studi e riflessioni, a cui sono stati dedicati numerosi libri e articoli su giornali e riviste specializzati.

L’esempio concreto è nell’evoluzione che sta avendo il portico di via Giolitti 225: quattro anni fa era un non luogo, uno degli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici, utili solo a permettere un transito veloce, in cui le individualità si incrociano senza entrare in relazione.

I nonluoghi sono incentrati solamente sul presente e sono altamente rappresentativi della nostra epoca, che è caratterizzata dalla precarietà assoluta (non solo nel campo lavorativo), dalla provvisorietà, dal transito e dal passaggio e da un individualismo solitario. Le persone transitano nei nonluoghi ma nessuno vi abita.

L’intervento della street art, come ben raccontato da Mauro Sgarbi, invece sta dando al portico una sua identità, totalmente inaspettata: una versione postmoderna e pop dell’antica Stoà Pecile

Questo era un portico, fatto erigere da Peisianatte, cognato di Cimone, grande rivale di Pericle e figlio di Milziade, eroe della battaglia di Maratona, tra il 475 e il 450 a.C., nella zona settentrionale dell’agorà di Atene. Il portico, costruito in poros, aveva colonne di ordine dorico all’esterno e di ordine ionico all’interno, con i capitelli ionici in marmo; si estendeva in profondità per 12 metri e 60 centimetri su una crepidine dotata di tre gradini che diventavano quattro verso ovest, per coprire il dislivello del terreno.

La peculiarità di questo portico, rispetto agli altri presenti nell’Agora, era la sua decorazione pittorica. Pausania ci racconta dell’esistenza delle seguenti pitture:

  • La Battaglia di Enoe, di autore ignoto, che rappresentava lo storico scontro in cui le forze argive ed ateniesi sconfissero quelle spartane. La peculiarità, sempre secondo Pausania, è che la battaglia non fosse rappresentata al suo culmine, nello scontro delle falange, bensì la preparazione
  • una Amazzonomachia di Micone, in cui Teseo sconfiggeva le Amazzoni di Antiope, che tentavano di mettere a ferro e fuoco Atene
  • Una presa di Troia, che Plutarco attribuisce a Polignoto, incentrata sul tentativo di Aiace di violentare Cassandra.
  • La battaglia di Maratona attribuita dalle fonti a Polignoto, a Micone o a Paneno, divisa in tre episodi: gli Ateniesi ed i Plateesi pronti ad affrontare i Persiani, i Persiani in rotta e la fuga dei nemici verso le navi.

E’ assai probabile, che questi dipinti non fossero murales, ma, almeno secondo la testimonianza del filosofo tardo antico Sinesio di Cirene, dipinti realizzati su pannelli di terracotta o di legno. Ora, la Stoà Pecile era qualcosa di più di un luogo dedicato al passeggio: era la sede di profonde discussioni filosofiche sull’Uomo e sul suo ruolo nel Cosmo, che diede il nome alla scuola filosofica stoica.

Così, il portico, secondo le intenzioni nostre e di Mauro, diventerà una sorta di anticamera, megafono e apertura al mondo della Scuola di Italiano della Casa dei Diritti Sociali, non solo luogo di formazione, ma spazio di dialogo e costruzione di identità condivise.

Servire lo Stato (Sall. Bell. Cat. 3)

Studia Humanitatis - παιδεία

di F. PIAZZI, A. GIORDANO RAMPIONI, Multa per aequora.  Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 1 – Dall’età arcaica all’età di Cesare, Bologna 2004, pp. 353-354.

Fare politica attiva è il miglior modo di servire lo Stato. Ma anche scrivere le gesta altrui può dare fama. Sallustio ricorda che si dedicò alla politica attiva ancora giovanissimo, ma in quel mondo corrotto anche lui fu facile preda dell’ambizione.

3. Sed[1] in magna copia rerum[2] aliud alii natura iter ostendit. pulchrum est bene facere rei publicae, etiam bene dicere haud absurdum est[3]; vel pace vel bello clarum fieri licet; et qui fecere et qui facta aliorum scripsere[4], multi[5] [2] ac mihi quidem, tametsi haudquaquam par gloria sequitur scriptorem et auctorem rerum, tamen in primis arduom videtur res gestas scribere[6]: primum quod facta dictis exaequanda sunt; dehinc quia plerique…

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