Riflettendo su Esquilindo

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Ieri, dopo una settimana intensa e piena di eventi, si è concluso Esquilindo, iniziativa nata anche come reazione al profondo disagio del rione nei confronti delle istituzioni, alla sensazione di essere stati traditi e abbandonati.

E i motivi di questo disagio ve ne sono a bizzeffe: dalla storia della riqualificazione del giardino di Piazza Vittorio, mesi di discussioni e progettazione partecipata, con cui il il Campidoglio si è riempito la bocca e si è fatto bello, su cui molte persone ci hanno messo fatica, impegno e faccia, gettati nel cesso con tratto di penna, senza che nessuno dei politicastri del comune abbia avuto il coraggio di prendersi la responsabilità della decisione.

O la cialtronata di villa Altieri: inaugurazione tre anni fa in pompa magna, del cosiddetto “Palazzo delle Culture e della Memoria Storica della Provincia di Roma” che secondo lo Zingaretti politico, avrebbe dovuto essere un luogo di aggregazione culturale in un Rione strategico della città: vicino alla Stazione Termini, percorso da notevoli pressioni multirazziali, ad oggi giace ancora chiuso, al massimo utilizzato per convegni ad uso e consumo della Casta.

O il continuo degrado del decoro e della pulizia di piazza Vittorio, sempre più abbandonata a se stessa.

Per reagire a tutto ciò, per affermare l’orgoglio di vivere all’Esquilino, è nato Esquilindo: non solo una festa, utile a costruire un’identità e rafforzare la rete sociale o uno strumento per riqualificare il rione con il verde pubblico e la street art, ma anche la proposizione di un nuovo modello bottom-up per vivere e costruire lo spazio urbano, basato su una rete di piccoli progetti partecipati, diffusi nel territorio, promossi e portati avanti dai cittadini.

Un modello, non alternativo, ma complementare a quello dei grandi interventi di riqualificazione, di cui cui deve costituire non una supplenza, ma un volano e un pungolo.

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Sognando il Futuro

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Nell’ambito di Esquilindo, ho aiutato la Casa dei Diritti Sociali, mettendola in contatto con Mauro Sgarbi, affinché la loro sede fosse decorata da un murales, che riqualificasse l’area e che diventasse un simbolo per il rione.

Mauro ha realizzato una splendida opera, che ha riscosso applausi e consensi… Le pochissime obiezioni sono legate all’idea che la street art non sia adatta a un rione ottocentesco come l’Esquilino.

Al di là del fatto che chi afferma questo, si dimentica di come le ville barocche della zona, come ad esempio Villa Conti o Villa Palombara, avessero facciate e mura di cinta decorate con affreschi e graffiti, quindi l’opera di Mauro rispetta pienamente la tradizione locale, costituendo un ponte tra il Passato dimenticato e il Futuro, anche io ritengo che, per rispettare il contesto locale, siano necessari interventi non invasivi.

Il mio modello, anche se è difficile imitarlo, è il MAU di Torino. Per chi non lo conoscesse, il Museo d’Arte Urbana di Torino primo progetto in fase di concreta realizzazione, in Italia, avente come scopo il dar vita ad un insediamento artistico permanente all’aperto collocato all’interno di un grande centro metropolitano, con in più il valore aggiunto di essere iniziativa partita non dall’alto ma dalla base, complice il consenso ed il contributo fondamentale degli abitanti.

Il nucleo originario del MAU è sito nel Borgo Vecchio Campidoglio, un quartiere operaio di fine ’800, collocato tra i corsi Svizzera, Appio Claudio e Tassoni, e le vie Fabrizi e Cibrario, non distante dal centro cittadino; di fatto risale allo stesso periodo dell’Esquilino, anche se  architettonicamente più simile a via Luzzatti che a Piazza Vittorio.

Poichè il suo spazio urbano, che si salvò dagli dagli sventramenti operati dal Piano Regolatore del 1959, ha mantenuto la sua struttura a reticolo costituita da case basse con ampi cortili interni dotati di aree verdi, suddivise da vie strette.

Nel 1991, partì il progetto di riqualificazione urbana, che nel 1995 si allargò anche alla sfera artistica: da quell’anno in poi sono stari realizzati murales, installazioni, statue, trasformando il quartiere in un’incubatrice dell’arte in tutte le sue forme.

Il sogno è di replicare la stessa esperienza all’Esquilino, operando sugli assi di Via Giolitti per la street art e Mercato Esquilino, Piazza Vittorio, Piazza Dante con il giardino dei poeti per le installazioni, in modo che il lavoro di Mauro non sia la fine di un progetto, ma l’inizio di un lungo cammino

Nicola Lagioia a I Libri del Cielo

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Come forse ricordate, un paio di settimane fa ho inaugurato la rassegna I libri del Cielo, presso l’associazione culturale Il Cielo sopra l’Esquilino, in via Galilei 57, con la presentazione del mio Lithica, accompagnato da Pier Luigi Manieri e Sandro Battisti.

Presentazione che, giocando in casa, ha avuto un grande successo di pubblico: domani 11 novembre, alle ore 19.00, c’è il nuovo appuntamento della rassegna, con un autore ben più importante del sottoscritto: Nicola Lagioia, anche lui scriptor esquilinus e vincitore del Premio Strega 2015 con il suo ultimo libro: “La ferocia”.

Con Lagioia saranno presenti anche Carlo Bonini, scrittore e giornalista, e Michele Masneri, scrittore.L’incontro sarà moderato da Elisabetta Gramolini, giornalista e direttrice del nostro giornale rionale “Il Cielo sopra Esquilino”.

Mi raccomando, partecipate numerosi !

Chiacchiere steampunk

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Oggi posto un poco di chiacchiere steampunk. Per prima cosa, complimenti al buon Roberto Cera, per Vaporosamente: è stato un successone… Non posso che ringraziarlo, per l’impegno che mette ogni giorno nell’organizzare “eventi a vapore”.

Tra l’altro pare che il raccontino su Beppe e Toro Seduto sia piaciuto: il che oltre a farmi pavoneggiare un poco, mi rende felice sull’aver dato un buon contributo a una buona causa.

Poi, ricordo come il prossimo mercoledì, il 21, ci sarà, alle ore 21, poi non dite che non sono appassionato di cabala, la presentazione del mio Lithica, presso la sede dell’associazione Il Cielo Sopra L’Esquilino, in via Galilei 57.

A farmi compagnia il buon Sandro Battisti e di Pier Luigi Manieri, che oltre ad essere saggista, è anche romanziere…

Vi raccomando però di venire un poco prima, dato quella sera, sempre nella stessa sede, in collaborazione con Noi di Esquilino, ci sarà anche l’inaugurazione di un angolo di Pagine Viaggianti, iniziativa dell’Associazione Libra che ha lo scopo di salvare i libri e rimetterli in circolazione.

Si potranno prendere, portare, scambiare libri e soprattutto, cosa, più importante, leggerli !

Per chi è interessato, ci vede alle 20.30: l’inaugurazione sarà accompagnato da un piccolo aperitivo…

Di martedì

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Con “Il Cielo in una stanza”, l’inaugurazione dell’opera di Massimo Livadotti, il festival Di Martedì ai Giardini si avvia verso le battute finali, in attesa della conclusione che avverrà domenica alle 17.00 con le Danze di Piazza Vittorio.

L’esperienza del Festival, cominciata il 7 giugno, con la festa di strada di Via Machiavelli, con le sue aree di miglioramento, penso al una comunicazione più pervasiva o a una diversa programmazione settembrina, è stata sicuramente positiva.

Con un budget limitato e senza pesare sulle magre finanze del Municipio, per tre mesi i giardini di piazza Vittorio sono stati teatro di un’esperienza di cultura partecipata dal basso, che ha creato spazi di socialità e dialogo tra i diversi popoli che abitano l’Esquilino…

Un atto d’orgoglio, che ha permesso di valorizzare il bello di questo rione, troppo spesso dimenticato dal Campidoglio e che si spera di replicare in meglio l’anno prossimo….

Un grazie di cuore a tutti coloro che l’hanno resa possibile…

La guerra delle immagini

Censimenti

Come detto tante, tante volte la narrativa cyberpunk è morta poichè il suo Immaginario si è degradato a quotidiano: la politica si è subordinata all’economia, siamo pervasi dal Network e si è scatenato il duello tra Reale e Virtuale.

Sotto certi aspetti, l’Esquilino, con la sua pluralità di storie e culture, è un osservatorio privilegiato per capire questo fenomeno che, bisogna anche ammetterlo, non è certo indolore.

Fenomeno che può essere compreso e incanalato oppure demonizzato e combattuto inutilmente: la prima è la strada di chi ogni giorno cerca di creare una coscienza civica condivisa tra le diverse anime del rione, la seconda è di chi crea quella che i sociologhi chiamano “economia del degrado”, lo sfruttare a proprio vantaggio i problemi di un’area urbanistica, invece di cercare di risolverli.

L'”economia del degrado” funziona secondo un circolo perverso: si creano disagi, si scaricano colpe su un capro espiatorio, si genera paura, si raccolgono i dividendi.

Per realizzarla si agisce sul piano concreto, boicottando i tentativi di mutare in positivo le cose e sul piano dell’immaginario, diffondendo percezioni distorte del Reale.

Ed è quello che sta avvenendo in questi giorni nel Rione, con la diffusione di dati falsati sulla sua sicurezza e sulla sua demografia, da parte dei quotidiani.

Sulla prima, si è risposto abbondantemente. Sulla demografia, si può lavorare, con un minimo di serietà sulla tabella, integrandola con i dati più recenti:

Nel 2001 i cittadini italiani dell’Esquilino erano 23.100, nel 2010 23.114, nel 2013 23.694.

Tutto a fronte di un numero di stranieri residenti pari a circa 5000 nel 2001 e salito a circa 8000 ad oggi.

Ragionando sui danti, nel 1951, quando il Centro storico di Roma si presentava con alti indici di affollamento, l’Esquilino aveva il suo picco di abitanti. La più alta concentrazione demografica compariva intorno a piazza Vittorio, specialmente dal lato di piazza Dante, nella parte intorno piazza Manfredo Fanti (compresa tra via Cavour, via Napoleone III, via Mamiani e via Giolitti) e lungo l’asse di Santa Croce in Gerusalemme.

Tra il 1951 e il 1991, tutti i rioni del Centro storico hanno subito fortissime dinamiche di espulsione di abitanti, per decisioni politiche mutazione economiche.

Paradossalmente, l’Esquilino è stato l’area meno impattata: ha mantenuto il 40% degli abitanti a fronte del 33% medio del resto del Centro di Roma.

In termini percentuali le perdite di popolazione maggiori si sono verificate
proprio nella zona di piazza Vittorio, mentre specialmente nella parte tra viale Manzoni e via Statilia la popolazione ha avuto un lieve incremento.

Il collasso demografico, che replica quello avvenuto nel ventennio tra il 1901 e il 1921, raggiunge il culmine a fine anni Sessanta, dove di immigrati nel rione non se ne vedeva neppure l’ombra. Non è quindi vero che sono gli stranieri ad aver cacciato gli italiani, ma semplicemente, gli immigrati hanno occupato gli spazi vuoti.

Dal 1991 ad oggi, non vi è stata una stabilizzazione della demografia, a differenza di quanto scrive il Corriere, che mente spudoratamente quando parla di espulsione degli italiani.

Ora, io non idea di chi abbia interesse a lucrare sull’economia del degrado: però è necessario non arrendersi a questa, sia continuando a rafforzare il tessuto sociale del rione, con le mille iniziative, non ultima il Festival Culturale che si terrà questa estate, sia combattendo il nemico con le sue stesse armi, mostrando la verità sull’ Esquilino, sui suoi difetti, certo, ma anche sulle grandi esperienze di cui è teatro.

Retake dell’anima

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Dopo un periodo di stasi, legato ai casini al lavoro, alle ultime revisioni di Lithica, che sembra possa uscire a metà giugno e alla raccolta di documentazione per il prossimo romanzo, ricomincio a buttar giù qualche post.

Strano a dirsi, parlerò della vicenda Pao e Linda. Ora, lungi da me demonizzare o irridere l’esperienza del Retake: ho collaborato attivamente con tale esperienza all’ Esquilino e senza timore di essere smentito, posso affermare che la maggior parte dei volontari sono splendide persone, che credono nell’impegno e nella valorizzazione del bene comune.

Il problema che questo calderone di positività è anche una calamita per la peggiore borghesia italiana, priva di orizzonte e incapace di guardare oltre la punta del proprio naso. Proprio l’avere a che fare con loro, con il la pochezza intellettuale e spirituale, mi ha allontanato dal movimento Retake.

Quello di Milano, è un caso, mi si dirà… No, è la testimonianza di un atteggiamento che si replica ogni giorno: è quello di chi si oppone con esposti, per parlare sempre di Milano, alla ricollocazione del «Teatro Continuo» di Alberto Burri a Parco Sempione.

O per parlare dell’Esquilino, che ha definito festa degli “zozzoni” la festa di Primavera di Piazza Vittorio o che guarda con disprezzo gli interventi artistici del Movimento dell’Emancipazione della Poesia.

Atteggiamento che nasce dall’ignoranza, perchè solo persone prive di cultura e senso estetico non sanno distinguere un’opera d’arte, tra l’altro in linguaggio semplice e immediato, da un imbrattamento.

Dalla pigrizia, perché basta navigare con lo smartphone, che non serve solo a pubblicare selfie con il raschietto e la paletto, per avere notizie di un murales citato da libri, documentari, articoli e guide turistiche…

Dalla spocchia, per il rifiuto di confrontarsi con gli abitanti della zona, che raccontavano una realtà diversa da quella da loro immaginata.

Dall’idea che Arte e Poesia siano qualcosa di inutile, fastidioso, da confinare in un museo vuoto o in libro che nessuno legge e non una forza viva che possa irrompere nel Quotidiano, dandogli forma e contenuto.

Dallo scambiare il mezzo, la pulizia, con il fine, ricostruire il tessuto sociale. Da un’idea totalitaria del decoro, in cui il grigiore dell’omologazione deve trionfare sulla diversità del colore, per creare una società di automi, in cui demonizzare ciò che non si comprende.

Per cui il vero retake, la vera lotta contro il degrado non deve cominciare sui muri, ma nelle coscienze: non solo di chi non rispetta il bene comune, ma soprattutto dei talebani che, con la scusa di difenderlo, sfogano sul mondo le loro frustrazioni