So Close/Così Vicino

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Area 35, la giovane e brillante galleria milanese situata in via Vigevano 35, ha lanciato il progetto New Talent, per esplorare le nuove frontiere dell’Arte e dare una vetrina ai giovani talenti.

In tale ambito, è stata inaugurata la mostra So Close/Così Vicino del giornalista e storico Matteo Ceschi che durerà sino al 2 ottobre

Così Vicino è un sezionare l’anima, riscoprire tramite l’obiettivo fotografico, le storie nascoste dietro l’apparenze di un volto; è un creare empatia, un dialogo a tre tra osservatore, fotografo e soggetto, accomunati dalla difficile esperienza di essere uomini.

Una narrazione essenziale, in cui la cognizione del dolore abbandona il transitorio, per fissarsi nella memoria

Come dice Ceschi

There are people so dear”, in questa semplice ed efficace strofa inedita di Jimi Hendrix è racchiusa la mia filosofia. Quando sono dietro l’obiettivo – a essere sinceri, al momento dello scatto mi ritrovo sempre al di là – mi dimentico spesso di cosa stringo tra le mani calamitato inesorabilmente verso l’altro, il possibile soggetto della mia foto. Una curiosità umana, azzarderei pasoliniana, mi dà il coraggio sufficiente di osare e di applicare quella leggera pressione sul pulsante dello scatto. D’altronde, cosa c’è di più naturale che raffigurare un proprio simile nella speranza di ritrovare nell’altro espressioni a noi così connaturate da risultare scontate?

Le 17 foto (30×20) della mostra sono state scattate dal 2009 ad oggi con due differenti camere, la Nikon Coolpix P80 e la mia fedele EOS 1100 D.

I luoghi vanno dalla East Coast statunitense alle capitali europee con una predilezione per Parigi, città a cui io è mia moglie Erica, una storica del Settecento, siamo particolarmente legati.

L’approccio come avrai visto è molto “street” e cerca di cogliere schegge di quotidianità.

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THROUGH THE VIEW

Pontile1

 

Come scritto molte volte, la narrativa cyberpunk è morta perché si è realizzata nel concreto.

Viviamo in un sprawl multiculturale, siamo sempre connessi alla rete, la nostra immagine virtuale è privilegiata rispetto a quella reale, il nostro immaginario è colonizzato da meme e da brand.

La realtà aumentate e i droni ormai sono diventati componenti del nostro quotidiano: il bello è che questa transizione dalla Narrazione al Quotidiano è andata oltre a quanto immaginato dagli scrittori.

Tornando ai droni, nei romanzi degli anni Ottanta erano visti come strumenti di repressione militare e di violazione della privacy: oggi sono anche questo, ma la creatività umana ha individuato altri usi e potenzialità.

Un esempio di questo è il progetto THROUGH THE VIEW della fotografa Veronica Gaido, presentato dal 5 al 27 luglio, nello Spazio Palazzo Quartieri a Forte dei Marmi, in occasione dei festeggiamenti del primo centenario della località turistica, in cui saranno esposti i suoi scatti realizzati tramite drone, ispirati al futurismo e in particolare all’aeropittura dell’artista viareggino Uberto Bonetti

Ispirandosi al saggio “Filosofia del Paesaggio” di Georg Simmel, scritto un secolo fa, Veronica Gaido ritiene che il paesaggio sia un oggetto preciso della riflessione filosofica e che non possa essere adeguatamente compreso e salvaguardato se ci si rifiuta di prendere in considerazione la sua dimensione estetica e storica che non può sfuggire al confronto con la tecnologia contemporanea.

Individuata l’area da fotografare, Veronica ha proceduto con la pianificazione dettagliata del percorso di volo del done, dei soggetti da riprendere, delle scene e delle inquadrature. Per sfruttare al meglio ha scelto anche l’orario e l’altezza/prospettiva dei voli. Il materiale fotografico così ottenuto, è stato poi selezionato e ottimizzato, e nella fase finale proposto in qualità HD.

Through the view è una mostra che insieme a Massimo Rebecchi supporta la Fondazione Andrea Bocelli; l’artista tra l’altro, parteciperà all’inaugurazione che si terrà il 5 luglio alle 18.30

WHITE GOLDEN DARK

ARTIC ARROW, Iceland 2013

 

In occasione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, il fotografo Francesco Bosso esporrà dal 28 giugno a Palazzo Collicola il trittico completo “WHITE GOLDEN DARK”, con il nuovo progetto “After Dark” e i precedenti “White World” e “Golden Light” un’epifania del paesaggio che si trasforma da rappresentazione in visioni, dove l’astrazione onirica danza in mutevoli equilibri con la geometria.

Tre parole da ognuno dei cicli che compongono il trittico; tre visuali interiori che si condensano nel ritmo dinamico dei colori: il bianco che accende la pienezza ottica e sospende la fisica degli elementi, l’oro che aggiunge la preziosità atavica dei luoghi, la loro memoria di lunghissimo corso, la resistenza mineralizzata che scavalca l’umano, l’oscuro che aggiunge l’odore della notte, il mistero del lato nascosto, la profondità dietro ogni luce accecante, dietro ogni magia preziosa.

WHITE WORLD è il ciclo della saturazione, la vertigine del bianco siderale, l’estasi che porta verso il buio necessario. Gli spazi narrati confermano il pittoricismo di Bosso e la sua coscienza astratta, un codice espressivo che cerca l’ideale platonico oltre la superficie, l’emozionalità oltre l’apparenza oggettiva, l’atto poetico oltre il fatto narrato.

GOLDEN LIGHT è un’immersione figurativa nel paesaggio islandese con cui Bosso ha stretto una sintonia alchemica; un dialogo di preziose intonazioni che si esprime nel rigore sacrale dell’atmosfera, nei volumi plastici delle montagne, nella densità oleosa dell’acqua, come se tutto fosse mercurio che trattiene la luce, irradiando riflessi metallici e raggi solarizzati. Qui la luce esprime un apice modellante, diventa materia solida che profila i volumi del paesaggio, al punto da rendere il colore una somma epidermica e muscolare.

AFTER DARK prosegue idealmente la ricerca di “Golden Light”, lungo una discesa graduale nei toni più scuri, nelle modulazioni minuziose del grigio, tra contrasti marcati e la decisa astrazione dell’inquadratura. Qui tutto è pura essenza, archetipo di forme mentali, geometria siderale che varca il ciclo organico della figurazione naturistica. L’immagine si purifica da qualsiasi scoria iconografica, seguendo l’imprinting architettonico di Cartier-Bresson, creando visioni sublimi che si allontanano dal terreno e disegnano immaginari.

Francesco Bosso da sempre predilige il bianconero modulare, fatto di molteplici variazioni del grigio e delle scale tonali intermedie. La sua espressione ragiona in modo pittorico, dentro il naturismo potente del paesaggio incontaminato. Una visuale metodica e lentissima, frutto di lunghe attese nei posti prescelti, di materiali pregiati su cui stampare, di tecniche dalle calibrature infinitesimali. Il risultato dei suoi cicli è un viaggio sospeso, uno stadio gassoso dello sguardo, pura astrazione dentro la potenza del cammino intrapreso.

Scrive Marziani nel libro “White World”: “Le opere di Bosso sono figlie di un approccio rispettoso, intriso di esperienza viva e senso delle radici. Comprendi che nel suo mondo convivono macchinari preziosi per storia, antiche tecniche di elaborazione e stampa, carte raffinate su cui prende corpo lo sguardo atemporale dell’autore. Senti l’eco di alcuni maestri come Edward Weston, Ansel Adams, John Sexton, Irving Penn, in generale senti le tradizioni senza tempo di un approccio fotografico oltre le mode, oltre le pure tecnologie, oltre i facili effetti mediatici”.

ATMAN

Afrodite,  2013, 100x150 Veronica Gaido jpg

 

Sempre in occasione del a MIA – MILAN IMAGE ART FAIR, la fiera internazionale d’arte dedicata alla fotografia, Veronica Gaido, artista, ritrattista e fotografa di moda, sarà presente dal 23 al 25 maggio con il progetto ATMAN, un caleidoscopio fluido di colori e di forme dai toni pastello che nasce dall’unione di due elementi fondamentali come l’anima e l’acqua: l’intento è mettere a fuoco la realtà perduta per abbandonare il peso delle delusioni vissute e cominciare un nuovo viaggio verso la salvezza dell’anima.

Progetto che nasce nel 2012 a un tour tra India, Bangladesh e Africa per poi diventare una mostra itinerante curata da Enrico Mattei e Roberto Mutti, che toccherà Pietrasanta, Milano, Londra, Parigi e New Delhi. Prima dell’inizio di MIA – MILAN IMAGE ART FAIR l’artista presenterà il progetto “ATMAN” in una preview che si terrà giovedì 22 Maggio alle ore 18.00 presso lo spazio espositivo della Galleria Photo&Contemporary (Central Point, stand 20) – SUPERSTUDIO PIÙ, Milano.

Le immagini intendono mettere a fuoco la realtà perduta, pulire la propria anima dalle circostanze negative del vivere per cominciare un nuovo viaggio. Il viaggio non è inteso però solo nella forma materiale di spostamento fisico, ma assume la funzione portante di vero e proprio maestro di vita: l’elemento che rompe la monotonia e porta l’individuo a confrontarsi, nell’abbandono ai piaceri e nella scoperta di una rinascita, con nuove realtà o una nuova vita, che possa allontanare il pericolo della sofferenza, come per i profughi nelle immagini in mostra, dove si legge la circolarità infinita della triade nascita-vita-morte.

Il viaggio che la stessa artista, attraverso la fotografia, percorre, alla continua ricerca di crescita e per ritrovare la sua strada e il suo cammino verso un luogo in cui esista la salvezza dell’anima e si possa abbandonare tutto il peso delle delusioni vissute.

Condizione ideale per la creazione, per Veronica Gaido, deve dunque essere quella dell’atarassia, cioè uno stato di serenità imperturbabile, in cui essere totalmente padroni di se stessi e dominare perfettamente le passioni con la ragione. Da questo stato si arriva all’essenza, all’Atman, al famoso soffio vitale e quella luce, quel sole, che irradia e anima il tutto, una forza maschile in cui Veronica si riconosce al livello di pensiero.

In questo continuo dualismo tra bene e male che domina l’essere umano da sempre, l’acqua funge da scenario principale: incolore e inodore ma fondamentale per la vita e all’origine di essa, l’acqua è la sostanza pura per eccellenza indispensabile per l’uomo, con un profondo valore simbolico legato alla purificazione e alla creazione.

Sono immagini appena riconoscibili quelle che compongono il progetto ATMAN, un caleidoscopio fluido di colori e di forme dai toni pastello. Sembrano più che altro impressioni colte dalla memoria dell’artista, quello spazio interno, psichico, pulsante, intimo, il dentro dell’anima che urge nel corpo, e che raggiunge la superficie espressiva, gli detta il tempo di azione, la stasi riflessiva, la dinamica, il gesto fotografico. Una sola sfera esistenziale che dialoga con il dentro e il fuori che si realizza nello spazio grazie allo scatto impiegato dalle esigenze dell’artista.

La resa di Bucefalo

MELISLOC

 

Sempre in occasione del Photofestival Milano, l’AREA35 Art Factory, oltre che al progetto “the NolaEastman Series” di Niccolò Alberici, di cui abbiamo già parlato, presenta il 29 maggio, alle 18.30, la mostra La Resa di Bucefalo, di Melis Yalvac.

Mostra dedicata al cavallo, specchio dell’Uomo e compagno di mille avventure, la cui resa non è sottomissione, ma dono generoso.

Per conoscere meglio l’artista, lascio la parola a chi la conosce bene

È strano come un giorno ti ritrovi a scrivere la biografia di qualcuno che non conosci. Melis Yalvac è turca, ma parla italiano meglio di me, che sono di Milano, Melis Yalvac è piccola e sottile come un fuscello e la sua macchina fotografica la segue ovunque. Queste sono le cose che so.

Poi ci sono le cose che vedo. Vedo il silenzio delle sue foto, come se fossero prese sempre in quel momento di sospensione prima del boato. Prima dell’azione. Il gatto che prepara un balzo, la città che aspetta il tuono. Non c’è mai bisogno di descriverle, il dettaglio preciso, il momento curioso, sono lì e ti guardano, anche se, a dire il vero, non son o molte le volte in cui qualcuno o qualcosa sta in posa e guarda in camera, più spesso Melis è fotografa d’azione, cose che succedono, gente che si muove, posti.

E poi , ci sono i cavalli. Escono da fondi polverosi come immagini della memoria, creature magiche fatte di ombre, disegnate dal vento, Melis ha un occhio senza malizia che riscopre la natura fiera e sincera dell’animale a prescindere dal rapporto con l’uomo, dalle imbrigliature dell’equitazione, il cavallo alla pari – anche se col morso in bocca – per non so quale alchimia. Lei dice “La perfetta rappresentazione dell’animale nobile che ci ha aiutato a fare il mondo di oggi. Non importa che cavallo sia. Ogni cavallo ha qualcosa da raccontare”. Io dico che è brava e che i cavalli le piacciono perché sono scenografici, vanitosi e non si vergognano se lei li mette un po’ a nudo.

Io non saprei che altro dire. Mi ha chiesto una biografia ma il problema è che non so di preciso nemmeno dove sia nata e per ricordarmi il quando, nonostante abbiamo festeggiato degnamente insieme, devo guardare facebook.

Chi la conosce molto meglio di me ha raccontato questo:

“In effetti Melis ed io stiamo sempre insieme, perché la seguo ovunque decida di andare. Molto spesso la mattina quando usciamo non so quale sia la meta, spesso è ancora buio, o al contrario c’è quella luce dell’alba, che le piace tanto e che mi acceca. Io sono l’indolente delle due e gli agenti atmosferici mi danno pressoché sempre fastidio, ma potete stare sicuri che a lei non importa e che ogni volta trovo qualcosa che alla fine mi sporca: può essere polvere, come quella volta che facevamo il calendario per la L’Accademia Arte Equestre Spagnola e siamo state due giorni a rincorrere e farci rincorrere da una ventina di cavalli che galoppavano su una sabbia asciuttissima o spuma di mare, e quella dell’oceano, durante il Workshop in Portogallo (tenuto da Paula da Silva) era gelata, oppure l’asfalto di quando andiamo a fotografare le macchine, che è grigio e irregolare e al mio occhio così sensibile sembra pieno di crepe. Ci sono tanti altri esempi di quello che facciamo insieme, a me piace quando andiamo fuori con la Jacky, che è elegante e salta, corre, scappa in così tanti modi che ancora adesso, dopo due anni, mi sorprende. Melis mi ha insegnato che il mondo, un po’ dappertutto, è pieno di cose che vale la pena di avere ben salde nella memoria e io, che sono la sua macchina fotografica, lascio che me le indichi, che me le metta davanti e che le guardi, attraverso il mio obiettivo, finchè non è soddisfatta”.

Mi sembra che sia tutto abbastanza chiaro, Melis è una curiosa e infaticabile fotografa con una macchina fotografica antipatica ma poetica, insieme fanno delle belle foto, sperimentano, si divertono.

Se invece pensate che ci voglia una biografia “seria” per conoscere una persona, eccola:

Melis Yalvac nasce a Gronau (Germania) nel 1984 da genitori turchi, vive in Turchia fino ai 3 anni, torna in Germania a fare l’asilo e poi arriva in italia.
Studia architettura e danza classica. Dopo 3 anni nell’editoria, decide di dedicarsi alla fotografia, e, mentorata da Paula da Silva, si specializza nella fotografia equina.
Oggi vive a Milano, con Jacky il suo cane, la sua Nikon e Navar, il suo cavallo a qualche km fuori città.

Veronica Pagano

AREA35 Artfactory Via Vigevano, 35 20144 Milano. (MI)

The NolaEastman Series

NOLA

 

Con l’avvicinarsi del Photofestival Milano, la galleria AREA35 Art Factory, il cui proprietario, ricordiamolo è un gran fotografo, inaugura una serie di interessanti mostre a tema.

La prima, Giovedì 22 maggio 2014, alle ore 18.30

“the NolaEastman Series” mostra di Niccolò Alberici, fotografo e scrittore o meglio un esploratore dello spirito che viaggia nel Mondo per scoprire se stesso. Così le sue foto divengono un diario spirituale, uno zibaldone di dubbi e mutamenti

E New Orleans, a cui è dedicata la personale, città ambigua e complessa, confine tra il vecchio e nuovo, incerta tra fantascienza e innovazione, dove le ligue si confondono come in una eterna Babele, partorendo sempre qualcosa di nuovo, è perfetto specchio dell’animo umano….

Comunquel lascio la parola ad Alberici, capace molto meglio di me di narrare il suo progetto

Quasi ogni anno mi reco negli Stati Uniti ed ogni volta che sbarco oltreoceano ho una promessa o se vogliamo un debito: devo passare del tempo a New Orleans.
C’è una parola che dà il senso di tutto quello che New Orleans sia: N.O.L.A.

Questa abbreviazione, tipica di una certa praticità americana, non è nient’altro che l’unione di due acronimi: N.O. (New Orleans) e L.A. (Louisiana).

Queste quattro lettere puntate per uno straniero, per di più se semplice turista che si reca a New Orleans per fare baldoria nella tanto famosa Bourbon Street, non significano un granché, di sicuro.

Nella parola N.O.L.A. sta il senso della città, la città vera con i suoi cittadini che abitano e vivono nei confini della piccola metropoli della Louisiana.

In questa serie sono presenti scatti realizzati un anno fa con un corpo Nikon Fe del 1978 ed un ottica fissa 20 mm. La pellicola è la Eastman Double-X 35 mm a media sensibilità, 250 asa.

Essa si differenzia dalle pellicole tradizionali per applicazioni generali, quali le 400 asa di altri noti produttori, che a fronte di una grande affidabilità pagano una sostanziale uniformità del soggetto ripreso.

La pellicola utilizzata in questa serie, per di più se condotta in una modalità privilegiante la tempistica, fornisce, sia in fase di sviluppo del negativo &d ancor di più in camera oscura e stampa, una notevole differenziazione di tonalità di contrasti. Queste caratteristiche sono rese possibili dal fatto che è stata progettata &d utilizzata per il cinema al fine di ottenere e mantenere un’ampia profondità di campo, stabilità delle componenti strutturali dell’immagine facendole risaltare nella presenza dei contrasti.

Tralasciando i dettagli tecnici, questa serie è stato pensata e realizzata per raccontare New Orleans: a tal fine ho scelto i veicoli espressivi della scrittura e della fotografia.
Si ritrovano la vita per le strade, negli infiniti bar del french quarter e non solo, che poi sono luoghi d’incontro, di conversazione e condivisione, dove anche uno straniero può entrare in contatto con le varie anime delle diverse comunità &ediventare quello che loro definiscono con il termine inglese un “local”, vocabolo che ha un significato molto più pregnante rispetto a come lo traduciamo nella nostra lingua: io suggerirei di tradurlo con la parola indigeno, non con locale.
New Orleans è una di quelle città che con la sua storia, con la sua gente – il suo fortissimo ascendente europeo di estrazione francese, spagnola, inglese, italiana, tedesca, irlandese, scozzese, portoghese etc. – con le sue tradizioni, i suoi culti, con la sua debordante musica onnipresente sia a livello dilettantistico e turistico sia di grande qualità e spessore, con i suoi colori contrastati, con le piaghe continue a cui è stata sottoposta nei secoli – dalla battaglia del 1862 durante la guerra civile al passaggio dell’ ingorda madre omicida passata alle cronache con il nome di katrina – con il suo passato di alti e bassi, riesce a diventare un luogo della mente.
E’ una città sia di passaggio sia di ricovero, magari per gente che dall’Europa vuole iniziare una nuova vita o vuole sposare lo stile di vita americano, tenendo conto che Nola non è un posto qualsiasi sul territorio degli Stati Uniti: essa è più un’eccezione, è un’isola che galleggia, un qualcosa che di per sé sta in piedi con proprie regole; non è rapportabile alle grandi metropoli della East Coast, nè con quelle del Midwest, nè con quelle della West Coast e tantomeno con i piccoli centri dell’America rurale o industriale.

Di fatto è un agglomerato stratificato di quelle parti geografiche degli Stati Uniti che ho appena citato nelle righe precedenti e di ondate migratorie provenienti in maggior parte dall’Europa.

New Orleans, Proud to call it Home.
AREA35 Artfactory Via Vigevano, 35 20144 Milano. (MI)
Tel +393393916899

info@area35artfactory.com –

http://www.area35artfactory.com

In Another Plane

VOL 21

Quale è la differenza tra Filosofo e Artista ? Entrambi si interrogano sul senso ultimo della Natura Umana. Il primo però, lavora per analisi, sezionando con la Parola gli infiniti aspetti dell’Essere.

Il secondo, invece, opera per Epifania, facendo irrompere il Trascendente nel Quotidiano, mostrandone, con immagini e gesti semplici la sua forza dirompente

Gabriele Adami è un poeta. Nella serie In Another Plane, costituita da 3 3 fotografie, numero dall’alto valore simbolico, l’unità che nasce dal trascendere ogni dualismo, in cui si ricollega a Caspar David Friedrich, crea dei portali, in cui la percezione rompe la barriere esistente tra Ideale, il mondo della perfezione platonica e il Reale, caotico e mutevole, in cui siamo imprigionati.

Portali verso l’Eterno, che sempre desideriamo, ma che non riusciamo mai a compenderne il mistero.

Meditazioni sulla nostra fallibilità e solutidine e atti di speranza, perchè, nonostante i nostri fallimenti, non smettiamo mai di osare e comprendere