Cento Scale

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Nella Bibbia si narra di Giacobbe che, durante il suo viaggio essendo giunto in un certo luogo, e volendo riposarsi dopo il tramonto del sole, prese una delle pietre che stavano per terra e, ponendola sotto la testa, dormì in quello stesso luogo. E vide in sogno una scala che poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo, e vide anche alcuni angeli che vi salivano e vi scendevano.

Immagine che ricorre anche nella tradizione islamica, Maometto vide una scala che saliva nel Tempio di Gerusalemmw fino al Cielo, con gli angeli a destra e a sinistra; sulla scala le anime dei giusti salivano verso Dio, e in Dante che nel nel cielo di Saturno, descrisse una scala d’oro innalzarsi vertiginosamente fino all’ultima sfera celeste, sulla quale salivano le anime dei beati.

Simbolo forte la scala, che Guénon, immagina a come immagine dell’ascesi verso il Divino

Gli angeli rappresentano propriamente gli stati superiori dell’essere; a essi corrispondono quindi più particolarmente i pioli, il che si spiega con il fatto che la scala dev’essere considerata con la base poggiata a terra, cioè, per noi, è necessariamente il nostro mondo il «supporto” a partire dal quale si deve effettuare l’ascensione.

Ma in una società sempre più laica come la nostra, è ancora possibie parlare di dimensione spirituale ? E’ una delle domande che si pone Ignazio Fresu con Cento Scale, la spettacolare installazione che verrà inaugurata questo pomeriggio lle ore 19 nel giardino Buonamici a Prato. L’opera potrà essere ammirata tutti i giorni dalle 19 alle 2 di notte, esclusa la domenica, fino al 16 settembre.

Il punto di partenza di Ignazio è nella poesia di Montale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

in cui si evidenzia come la Realtà vada al d là dell’apparenza fenomenica, ma consista in un mistero inspiegabile.

E la Spiritualità, in questi giorni è qualcosa di più e di diverso dell’affidarsi a certezze fideistiche; è interrogarsi di continuo sulla Natura dell’Essere, cercando un senso fragile e fallibile, alla propria vita, sognando di arrampicarsi versi l’Infinito, sempre incerti se trovarvi il Tutto o il Nulla….

Turing Test

Qualche annetto fa, curai una mostra a Milano, intitolata Turing Test per la defunta galleria New Ars Italica, in cui si affrontava il tema dell’Intelligenza artificiale.

Nonostante l’ingratitudine di qualche artista, che ha applicato la damnatio memorie sul mio lavoro, nonostante abbia continuato a usare a destra e manca il testo del mio catalogo, posso dire di esserne stato molto soddisfatto.

Qualche giorno fa mi è tornato sotto gli occhi un video del buon Ignazio Fresu, in cui si presentava Oracolo, una sua opera, bella e suggestiva, presentata in quell’occasione.

Mi è venuta un poco di nostalgia… E soprattutto debbo ringrazia Ignazio perchè mi ha permesso di recuperare il testo della presentazione di quella mostra che pensavo definitivamente perduto… Eccolo qui…

Dalla sua nascita, The New Ars Italica ha sempre avuto l’ambizione di essere qualcosa in più di una semplice galleria d’arte: una factory creativa e di incubatrice di idee, capace di dar voce alle idee forti ed eretiche della cultura italiana.

Voci differenti, contrastanti, ma accomunate dallo sforzo eroico di andar oltre la crisi del Postmoderno. La politica culturale di The New Ars Italica è porre gli artisti dinanzi a temi culturali forti, dando possibilità di riflettere e portare avanti senza condizionamenti la loro ricerca.

In questo continuum si pone la mostra Turing Test, realizzata in collaborazione con la società Your Voice.

Collaborazione fondata sul fatto che entrambe le aziende, nel loro ambito specifico, sono focalizzate sulla ricerca, sul coraggio e sull’innovazione, cose purtroppo rare in un’Italia sempre più apatica e ripiegata in se stessa.

Turing Test è specchio immediato di tale collaborazione, essendo una mostra basata sul concetto che Scienza ed Arte, pur avendo in comune il soggetto e l’oggetto della propria ricerca, sono riflessioni dell’Essere su se stesso, son di fatto mutuamente irriducibili l’una all’altra come linguaggio e paradigmi.

Questa alterità non genera mutismo, perché vi è una cosa che le accomuna: l’Io, permette la loro contaminazione negli ambiti della Teknè, gli strumenti che l’Uomo utilizza per dar forma e senso al mondo, sia la Prassi, l’azione.

Proprio questo è l’ambito della Mostra: il confronto tra ricerche estetiche, tra le più disparate, e la tecnica, i prototipi di Robot generati dall’Industria e dalla Ricerca, generando metafore ed assonanze.

Perché il Robot, l’Intelligenza Artificiali, non sono che immagini che noi costruiamo dell’Altro, specchi delle nostre paure e sogni

P.S. anche se all’epoca non avrei mai pensato di diventare scrittore di fantascienza, ne subivo già il fascino 😀

IGNAZIO FRESU – Quel che resta ad Arte Genova 2013

quel che resta

 

L’installazione già realizzata per la biblioteca Lazzerini di Prato verrà presentata in occasione di ArteGenova e sarà accompagnata dalla serie di trasposizioni pittoriche su tela di Quel che resta

Reliquiae temporis acti: i libri sono testimonianze di eventi, azioni, fatti, accadimenti, gesti svolti nel tempo e consegnati al genere umano.

Sono composti non per la morte, ma raccolti come atti di vita.
Nell’opera qui allestita, i libri non sono presentati nella loro perfezione estetica, nella loro bellezza patinata quanto piuttosto nell’ immagine di reperto archeologico, rivestito di fragilità ma anche di indomita forza.

Sono presentati quasi nella loro forma di fossile che ha resistito, Resistito nel Tempo, senza morire, conservando sotto la cenere il fuoco della conoscenza, nell’insopprimibile bisogno di conservare e tramandare contro la barbarie della distruzione (e perfino –titanicamente- contro la morte) il primato umano del proprio bisogno di esistere, di essere-per-comunicare, di andare oltre l’oblio. I libri sono un prodotto dello spirito dell’uomo e come tale lo accompagnano simile ad un seme fecondo.

Attilio Maltinti

Giovedì 14 Febbraio 2013 verrà inaugurata l’installazione di Ignazio Fresu Quel che resta nello spazio centrale del padiglione C superiore e presentate le trasposizioni pittoriche su tela presso lo stesso padiglione nello stand 32 della IX mostra mercato d’Arte Moderna e Contemporanea di Genova (15 – 18 Febbraio 2013)

Fiera di Genova – Piazzale J. F. Kennedy, 1 Genova 
orari:
venerdì 15, sabato 16 e domenica 17 Febbraio – 10.00-20.00
lunedì 18 febbraio – 10.00-13.00

Ignazio Fresu è nato a Cagliari nel 1957 – vive e lavora a Prato. La sua attività espositiva si svolge in Italia e in varie nazioni estere. Il tema della transitorietà di ogni cosa, si riflette nell’attività dello scultore. La sua poetica si prefigge di dare un volto alla bellezza dell’effimero e di ritrarre l’eterno inganno perpetrato dal tempo. A tal fine le sue opere giocano di continuo sulla percezione della reale consistenza delle strutture esposte.

Estetica dell’Entropia

 

Cos’è l’entropia ? Un concetto ampio e poco amato da intellettuali e artisti, perchè sintetizza tutto ciò che temono.

L’entropia è misura del Tempo e del Caos. Ci ricorda che siamo mortali e che tutto ciò che ci circonda è vano e transitorio.

Ci evidenzia come l’Universo, nella sua intima natura, è incoscibile. Il Reale non è Razionale.

L’entropia è anche la misura del degrado dell’energia, l’impossiblità che una parte di questa possa essere trasformata in lavoro. La contestazione di ciò che è la società moderna, dove tutto è lavoro e consumo, dove l’ozio è una sconfitta, il non generare denaro, non la possibilità di riflettere su se stessi.

Per questo l’entropia è ignorata e temuta; perchè rappresenta la negazione di tutte le strategie che inventiamo per sfuggire alla paura di esistere e di morire.

Però, l’Arte non è solo consolazione. E’ presa d’atto della nostra condizione esistenziale. Tale presa d’atto non deve essere limitata, sezionando parti del Reale e ignorando le altre, ma globale.

L’Entropia è anche misura dell’informazione di un sistema e della possibilità di mutare, autostrutturandosi, in un ciclo di catastrofi e autopoiesi.

Accettare la Realtà nella sua completezza, vivere il mutamento. Solo così può svilupparsi una nuova estetica.

 

1994

 

L’argomento della mia installazione esposta non senza polemiche nell’Archivio di Stato di Novara, è connesso all’anno 1994. Anno cruciale della storia recente tra i 150 anni dell’unità d’Italia (in realtà viene da chiedersi quale non lo sia), è l’anno della “discesa in campo”, o più correttamente dell’ingresso nella politica attiva di Silvio Berlusconi.

L’installazione è formata da 3 apparecchi televisivi di quegli anni, apparentemente di ferro rugginoso tipo cor-ten, sovrapposti l’uno sull’altro come un totem che ricorda il monolite di metallo della scena introduttiva del film di Kubrick, 2001 Odissea nello spazio. Intorno a queste/o, invece degli ominidi protoumani del film, un gruppo di una trentina di nani da giardino tra i 30/50 cm di altezza realizzati in vetroresina ricoperta di granulato di pietra da sembrare tali.

Così Ignazio Fresu descrive la sua opera che giocando con gli archetipi della nostra cultura popolare, ci strania, costringendoci a riflettere su chi siamo e sulla nostra realtà.

Se il monolite di Kubrick e di Arthur C. Clarke è l’irrompere dell’Assoluto nelle nostre vite che ci costringe a mutare e rimetterci in discussione, il totem di televisori è quello del Banale che ci svuota della consapevolezza di essere.

Banale che ci riduce a larve e pupazzi, facilmente manovrabili da qualsiasi potere

Oggetti Smarriti

 

Ignazio Fresu mi perdonerà, ma tutte le volte che incrocio una sua opera, non posso fare a meno di parlarne, perchè hanno lo straordinario dono di scavarmi nel profondo e di farmi riflettere.

Non smetterei di ammirare la sua installazione Oggetti Smarriti, di vetroresina ferro e ruggine, perchè mi rapporta al senso ultimo della vita e della morte.

Un viaggio verso una meta ignota, in cui incrociamo altri viandanti, chi per un istante, chi per tutto il cammino.

Alcuni, dopo leghe e leghe, ci pugnalano alla schiena. Altri, dopo appena un passo, ci impediscono di cadere o ci aiutano a rialzarsi.

Ci carichiamo di cose inutili, dimenticando spesso quelle necessarie… E alla fine abbandoniamo un bagaglio di sogni, esempi ed esperienza, nella speranza che non vada perduto e qualcun altro possa raccoglierlo.

 

 

Il Sabato del Villaggio

Qual’è la differenza tra Filosofo e Artista ? Entrambi sono cercatori di Verità, interrogandosi sull’Uomo e sul suo ruolo nel Mondo.

Ma se il Filosofo lo fa con parole e concetti astratti e a volte contorti che possono confondere la Ragione, l’Artista lo fa con l’immediatezza della sua creazione, diretta al cuore.

Ignazio Fresu è un grande artista: nella sua ricerca affronta temi difficili e complessi, che però traduce in sculture che parlano all’anima di ognuno.

Ne Il Sabato del Villaggio, scultura esposta all’Art Festival di Cerreto Laziale, Ignazio si confronta con complesso tema del Tempo.

Del Presente che ci sfugge sempre, del Futuro figlio della Speranza e il Passato che il ricordo salva dal perdersi nel vortice del Nulla…

E questo recuperando gli oggetti della nostra infanzia che vengono resi eterni, simili alla pietra, eppure sempre capaci di scuotere il cuore

Ignazio Fresu a Gradisca

Più invecchio, più sono convinto che l’Italia non meriti l’Arte Contemporanea. E quanto è successo a Ignazio Fresu a Gradisca d’Isonzo conferma sempre più la mia opinione.

Cerco di riassumere la vicenda per chi non la conosce. Ignazio, in collaborazione con l’associazione “Gradisc’Arte”, che gestisce la galleria d’arte La Fortezza ha realizzato lungo la via Bergamas, un’installazione di cinque pannelli, evoluzione di quanto presentò al Viandante e la sua Ombra, con protagonisti panni e indumenti adagiati come fossero stesi ad asciugare.

Pannelli che vogliono fare riflettere sulla caducità dell’uomo, sugli sprechi della società globale, sui drammi quali l’Olocausto, le vittime dell’amianto, l’immigrazione.

Non l’avesse mai fatto: il parroco della cittadina, invece di occuparsi della cura delle anime, ha aizzato una canea contro le opere d’arte, chiedendo la loro rimozione, al grido di

L’arte è anche provocazione, ma dovrebbe ispirarsi al bello e non alla depressione

Data la mia formazione, mi è già difficile introdurre il concetto di etica nell’Arte… Ma quello di depressione, secondo me, è veramente una forzatura…

Che avrebbe detto il parroco dinanzi alle opere di Grunewald, ad esempio, con tutto quel sangue e quel dolore ? Non è anch’essa deprimente ?

In verità, Ignazio, con i simboli archetipi che crea, apre delle finestre sugli abissi della nostra anima. Per guardarli, bisogna avere coraggio… Cosa che forse manca a chi lo contesta.