Sulla riunificazione tedesca

Do visibilità ad un intervento di Mia De Schur sulle dinamiche della riunificazione tedesca.

Compulsivamente obbediente al nuovo sistema, la Repubblica democratica tedesca entrò nella riunificazione della Germania con pose e slogans ripetuti tratte dal dogma comunista: ma questi non erano che una maschera.

La DDR, sotto la nomea del comunismo, non ha fatto nient’altro che riproporre nella modernità le dinamiche della struttura feudale.

Sulla base della piramide, i lavoratori sottomessi ed ubbidienti. A metà, una classe media che fingeva di sostituire i valori acquisiti durante il nazismo con quelli imposti dai Russi.

Al vertice, i nuovi Junker che invece dalla proprietà terriera feudale, acquisivano la loro legittimità dall’appartenza al partito.

Nel frattempo, il governo della Deutsche Demokratische Republik si è comportato come la monarchia che aveva incoraggiato lo sviluppo del capitalismo industriale nel secolo XIX.

Questo ha creato un paradosso: la classe media, esclusa dal potere, accumulava capitali che non poteva spendere in beni di consumo. Di fatto accumulava liquidità.

Con l’Unificazione, gli Junker hanno perduto la base politica di legittimità. I poveri sono rimasti poveri. La borghesia, invece, con la svendita dei beni di stato, ha avuto l’opportunità di impiegare la liquidità accumulata nei risparmi.

Alla fine della DDR, un tedesco dell’Est poteva comprare enormi proprietà immobiliare nel’Est, per circa 8000 marchi della sua valuta: chi l’ha fatto, dopo la riunificazione, ha approfittato dell’enorme incremento della rendita immobiliare per diventare ricco.

Si è così creata una classa sociale parassitaria, la sua ricchezza non deriva da attività produttive, conservatrice, poichè vede i poveri come suoi nemici e razzista, a causa delle basi culturali naziste.

Aggiungo una cosa…. Questa classe sociale che costituisce un patrimonio di voti per la Markel e ne condiziona la politica: di fatto sono la zavorra che sta affondanto la Germania e l’Europa

Miguel Tio

Come sempre, debbo ringraziare Mia de Schur per avere ancora una volta ampliato i miei orizzonti, facendomi scoprire il pittore Miguel Tio.

In un mondo dell’Arte in cui l’immaginario è sempre più omologato e depotenziato, pensiamo al Pop Surrealism, in cui troppo spesso i quadri sembrano essere stati fatti con lo stampo, Muguel Tio ha il coraggio di essere visionario.

Egli esplora i sogni degli sconfitti e dei reietti della Storia, creando nella pittura delle profezie di un mondo migliore in cui anche gli ultimi, come dice Mia

“Possano riavere i loro colori, espropriati dall’avidità e condannati a vviere in mondi che hanno perso i benefici del sole”

Quadri che sono come i racconti dei morti… Essi parlano, con voce sottile, che i vivi spesso fanno finta di ignorare

Miokovic Dejan.

Come spesso accade, ringrazio Mia de Schur: senza di lei non avrei mai scoperto il pittore serbo Miokovic Dejan.

Non smetterei mai di ammirare le sue opere. Per l’eccellenza tecnica e per il suo essere immaginifico. Miokovic prende i singoli elementi della realtà, che incrociamo ogni giorno e spesso definiamo banali e li ricombina in un’atmosfera altra, in un tempo congelato e trascendente.

Così ci troviamo davanti delle icone, non riesco a trovare termine più appropriato, che parlano al nostro cuore e alla nostra immaginazione con una lingua antica e potente.

Antica, perchè i simboli che nutrono le sue potenti immagini appartengono alle radici del nostro essere uomini.

Potente, poichè come un terremoto ci scuotono dal profondo, con i corto circuiti che creano tra la nostra percezione e la nostra immaginazione.

Corto circuiti che ci costringono a guardare l’essenza delle cose e degli uomini, al di là del velo dell’Apparente.

Italia e Germania

In Italia vi è un aforisma, variamente attribuito, che dice:

I tedeschi amano gli italiani, ma non li stimano. Gli italiani invece stimano i tedeschi, ma non li amano.

Noi italiani abbiamo mille motivi per stimare i tedeschi: perché rappresentano tutto ciò che non siamo e che vorremmo essere. Efficienza, organizzazione, virtù civiche: parole che nel Bel Paese sono poco più che vuoti suoni.

Ma non li amiamo, per un unico, semplice motivo: la loro ossessione, al limite del maniacale, di volerci rendere migliori di ciò che siamo. Un italiano è certo di vivere in un mondo imperfetto: tutti i tentativi di emendarlo, di realizzare la perfezione in terra, è tanto inutile, quanto dannoso. A raddrizzare con la forza un legno storto, spesso si rompe.
Quindi ci adattiamo, ridendo dei nostri difetti e cercando, come diceva Italo Calvino ne Le Città Invisibili di trovare nell’ Inferno dei viventi che ci circonda il nostro angolo di Paradiso, lottando affinché duri e abbia spazio nella nostra vita.

I tedeschi, al contrario, vogliono imporre a tutti la perfezione, sinonimo del voler rendere ognuno uguale a loro; noi viviamo questo come una violazione della nostra libertà più grande, essere unici nella nostra follia.

I tedeschi ci amano, perché vorrebbero essere come noi, avere il nostro stesso approccio all’esistenza. Come diceva il buon Goethe a Napoli

Anche a me qui sembra di essere un altro. Dunque le cose sono due: o ero pazzo prima di giungere qui, oppure lo sono adesso

I tedeschi però non ci stimano, perché rappresentiamo l’anarchia, il caos, tutto ciò che nella loro ambizione di rendere razionale il reale aborrono. Il fatto che nonostante tutto continuiamo a vivere e a prosperare, li mette crisi, perché nega nella pratica tutte le loro certezze intellettuali.

Nell’ Arte, l’immagine che rende alla perfezione questo complicato rapporto tra popoli è Italia e Germania di Friedrich Overbeck.

Overberck era l’esempio tipico del tedesco insoddisfatto, schiacciato dal peso delle troppe regole e convenzioni: la sua fuga a Roma, oltre al tentativo di tornare alle radici della Cultura e alla semplicità originaria dell’Uomo, che lo porterà a fondare i Nazareni, i precursori del movimento preraffaellita, era anche il tentativo di respirare l’aria della libertà esistenziale.

E l’essere diviso tra due mondi, la libertà e il senso di colpa per aver abbandonato il dominio dell’Ordine, lo ho portato a dipingere un quadro ispirato all’Amor Sacro e all’Amor Profano di Tiziano. Due figure archetipe, l’ Italia, bruna e incoronata d’alloro, per rappresentare il dominio dell’Arte e della Cultura, e la Germania, bionda e con il capo coronato di fiori, la vicinanza alla Natura e alla condizione adamitica dell’Uomo, privo del Peccato Originale, si guardano e si stringono le mani.

Sullo sfondo, dietro le spalle della tedesca, una città fortificata col campanile gotico, e dietro l’italiana, una chiesa romanica e un paesaggio di colline. Come se fossero mentali, i due paesaggi si fondono e confondono dietro le teste delle donne. Su una balaustrata a sinistra si trova un libro, emblema di storia passata, e a destra vediamo il pilastro di una casa, simbolo del futuro che dovrà essere costruito che Overberck auspica essere comune ai due popoli.

Un’immagine di armonia ? No, purtroppo, perché vi è tutta l’ambiguità del gioco di sguardi. Possessivo quello tedesco, ritroso e perso nei suoi sogni quello italiano, come se Overberck volesse dire all’ osservatore

Questo è il mio sogno, ma sono consapevole che, per i difetti e la diversa identità dei due popoli, sarà impossibile da realizzare.

Lo stesso tema è stato trattato dalla pittrice olandese Mia de Schur, realizzando un dittico di volti femminili che ricordano molto i ritratti del Fayyum. Due icone, apparentemente simmetriche, e complementari dalle infinite chiavi di lettura: rappresentano l’individualità delle due nazioni, specchio l’una delle ombre dell’altra.
Nazioni simili, che condividono le stesse radici, ma al contempo discordi, i due visi hanno dettagli differenti, che dovrebbero però trovare un comune terreno di dialogo e di cammino assieme, superando le loro incomunicabilità.

Nazioni incommensurabili, l’una non è riconducibile all’altra

I loro sguardi non dialogano, come nell’altro quadro, ma sono rivolti allo spettatore, ipotetico giudice di virtù e vizi. Ciò che colpisce è il colore, che cita quello di Overberck, ma che decontestualizzato strania chi osserva il quadro. La Germania è solare, con le tinte che esprimono tutta la loro forza.

E’ la rappresentazione del sogno tedesco di ricreare tramite l’ordine l’Eden, in cui l’Uomo vive senza peccato e in contatto diretto con Dio. L’utopia.

Mentre l’Italia è rappresentata con terre scure. L’immagine della malinconia che combattiamo ogni giorno, la disperazione che nascondiamo dietro un sorriso, la certezza che le nostre opere sono fragili e destinate a essere polvere. L’accettare il Mondo così come è, ricordando che

Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Donna del deserto

Donna del deserto, tenera beduina:
Possa la tua anima pura raggiungere il cielo
Innalzata da infinite farfalle
Per trovare il Dio dell’Universo
E guadagnare la sua benedizione eterna
Che genera pace tra i popoli.

E che non sia mai offesa la tua anima.
Nè udito il tuo grido
Tra le donne che indossano tessuti
Per coprire i loro umili capelli
Nascondendo la dignità sublime
Che corona la bellezza

Mia De Schur

Andy Warhol e la Post Arte

Andy Warhol… Per molti poco più di un pagliaccio, un’icona di un’epoca superficiale come quella della Pop Art.

In verità, chi pensa questo, non è capace di ascoltare e di riflettere sul suo pensiero. Warhol ha detto molte cose interessanti, idee che all’inizio sembravano sciocche, ma che con il tempo hanno acquisito profondità e rilevanza culturale.

Il suo pensiero brilla come un faro in quella nebbia di confusione che è quell’era globalizzata che ci ostiniamo a chiamare Presente.

Warhol ha riconosciuto in una fase precoce dello sviluppo culturale del secolo scorso il fallimentoo dell’idea di iconografia artistica che aveva dominato le élite europee dal Quattrocento in poi: l’arte non è più segno di stratificazione e di distinzione sociale, tra chi la comprende e la commissiona e chi la subisce.

L’Arte non ha più un valore assoluto e trascendente: non vale molto più che del simbolo associato a un prodotto di massa, il marchio di zuppa in lattina. Attraverso Warhol, l’arte è stata democratizzata ed è diventata un patrimonio tanto del ricco quanto del barbone.

Forse Warhol è stato un visionario, con un’improvvisa illuminazione sul senso della produzione di massa; la nuova arte doveva essere fatta per soddisfare il gusto di innumerevoli celebrità di “quindici minuti”.

Non avrebbe più prodotto capolavori singoli e inimitabili, ma si sarebbe moltiplicata come un virus in tutto il mondo, a disposizione di chiunque, vip o no, potesse pagare tra i 20 dollari e i 200 euro per avere una buona copia di tutti i quadri e le fotografie prodotte da chiunque.

Una nuova logica, a prima vista folle, ma che è diventata popolare, perché per lo spirito del tempo sembra più ragionevole comprare l’arte nel barattolo di zuppa che pagare un sacco di soldi per un originale di nulla.

Warhol anche capito che se l’uomo non è eterno, l’arte non può essere eterna: fino ad allora, le religioni avevano fatto credere in immagini come portali verso l’infinito. Ma la fede è decaduta e l’umanità è perplessa e esausta della fede promossa da messaggeri viziosi, incapaci di rendere coerenti parole e azioni.

L’Arte non poteva più far riferimento a modelli intellettuali nati nel Barocco e totalmente consunti. Doveva osare qualcosa di nuovo, tornare nel Mondo. E il nostro mondo è purtroppo dominato dalla cultura e dall’economia del consumo

Warhol è l’inizio della Nuova Era dei iconografia di massa, in cui i valori estetici sono trasferiti agli oggetti di consumo. L’opera d’arte può essere facilmente venduta da Ikea e acquistato dal cliente povero quanto dal riccho, perché è stata demistificatta ed e resa accessibile e facile da combinare con il resto degli oggetti. E’ divenuta pura decorazione, un mobilio transitorio, capace di finire nello sgabuzzino ad ogni cambio di stagione

Warhol, profeta della rivoluzione post industriale, ha polarizzato l’arte in modo così radicale, rompendo le frontiere che la dividevano dal design, da mutarla totalmente.

Ha generato la Post-arte.

Mia de Schur

Italiani

Gli italiani sono difficili da unire. Hanno buon clima, buon cibo, buon vino, buon olio d’oliva, terre buone e una cultura relativamente buona. Così tendono a si diventare viziati. E, hanno trascorso così tanto tempo cercando di inventare il Dio, che tendono ad agire come dei.

Mia de Schur

Sempre su Palazzo Riso


Ieri, ho evidenziato un articolo di Quaz Art sulla contorta vicenda di Palazzo Riso che ha ispirato a Mia de Schur alcune interessanti considerazioni

Il motivo per cui i musei si stanno concentrando su arte concettuale, non solo presso a Palazzo Riso, è che gli investitori non si rivolgono più al vecchio mondo dell’arte, incentrato sui galleristi e sulle aste, ma agli architetti e ai costruttori edili.

Loro sono finanziati, poichè l’Arte non è più pensata per il collezionista o per il Museo, ma come un concetto architettonico da applicare nella costruzione, una sorta di decorazione, capitalismo puro al meglio della sua espansione.

In Italia la situazione è peggiorata da due cose: la crisi di idee, arte in Italia ha anche bisogno di un sacco di aria fresca. Si copia il passato,anche recente, ma che si produce molto di nuovo

E l’inerzia, non solo dei politici, ma delle persone comuni. Protestano per strada, eppure non riescono a trovare un modo efficace per far ascoltare la loro voce a Bruxelles e all’UE.

L’orrore

Condivido un’interessante riflessione della scrittrice Mia de Schur, sull’orrore di essere e sulle sue conseguenze nell’arte

Tutto è nato da una sua battuta, sull’ambientazione romana de Il Canto Oscuro

Penso che non si può evitare di essere un romano! Deve essere un peso spaventoso di vivere in mezzo di tutto questo dramma, costituito da rovine, tradizioni e contraddizioni della Chiesa Cattolica, che avviemene realmente e ogni giorno da migliaia di anni! Come spaventoso, e al tempo stesso, che emozione! Non è possibile annoiarsi!

E’ la sopravvivenza di bellezza e orrore insieme, in una cultura che ha istituzionalizzato l’ingiustizia…

Grazie l’Impero, alla Chiesa e tutti poteri che vogliono renderci schiavi, la cultura è intrappolata nello stupore più disfunzionale. È che tutto ciò che significa, per essere un romano?

Io ho risposto con un

Essere romano è reagire all’orrore con una risata amara

E lei ha così commentato

Molto vicino si giunge all’orrore, così vicino che è impossibile scappare… Quando ho capito il patrimonio di Roma, ho capito il mio orrore latino-americano: abbiamo ereditato tutto ciò che è dall’Impero.

Me ne rendo conto, quando vedo Kukuli dipingere tutto l’orrore di essere donna in una cultura ipocrita, dove la tortura è normale.

Quando mi sento incapace di dipingere altre immagini di quelle di vergini disperate che sentono nostalgia per la loro liberazione dagli angoli stretti di una pittura piatta.

Vergini condannate che non hanno mai scelto di vivere senza la propria umanità, costrette a rimanere nello stampo che altri uomini hanno creato, stampi che sono stati imposti su di noi…

Diventa impossibile non capire la risata amara… Figlia del peso del DNA storico europeo.

Il popolo Italiano ha imparato a ridere l’orrore. la Germania si consuma nel suo orrore. I paesi che sono state fatte da parte dell’Impero romano, sono caduti per l’edificazione della cultura dell’orrore…

L’orrore che tracima oltre la delimitazione delle sue frontiere ideologiche, geografiche e culturali…

L’orrore, che si è tradotto nella linguistica delle arti, deve sempre essere interpretato come “sempre bello….”

The Counts

Mia de Schur ha tradotto in Inglese un mio post, sulla scelta della famiglia nobiliare protagonista de Il Canto Oscuro

La ringrazio per lo splendido lavoro che permette di far conoscere a un pubblico più vasto il mio romanzo

Di seguito la sia traduzione

Hi, folks! These notes by Alessio Brugnoli are too good to miss them. I know that most people don’t understand Italian, so I have translated Alessio’s most recent super-note to English, that we all can enjoy some adventure. You know, Alessio is a Roman. Just imagine the load of adventure, drama and intrigues he is used to on a daily basis. The chamber of that palace looks like in the movies! What a pleasure! Alessio is so spoiled…! O well.. Here’s the note. I’ll be glad if it serves as food for thought to start a fruitful debate. I learn a lot about Rome by translating Alessio. This is a win-win Facebook exchange.

Cheers!

The Counts, Dukes of Poli and Marchesi Guadagnolo. Why, did I choose this, among many other noble families of Rome? Those who know me, would respond with the obvious…

They are the lords in the home where you spent a vacation… You grew up amid their memories and their ruins.

Yes, it is this too, but the truth is less instinctive and more rational. That family descended from *gens Anicia* and the Counts of Tusculum, perfectly reflecting the history of Rome.

Their story is a continuous, failing, heroic struggle against decadence. They were popes, cardinals, soldiers of fortune.

But despite all their efforts, their story ends with the coward Michelangelo, who dies of a heartbreak after the French occupy the building…

In the novel, I decided to give them a second chance… imagining that Michelangelo had more character and was able to lead the Sanfedists against Napoleon, thus being appointed to Prince of Tivoli, and there were children.

In the Prince Father, Torquato Conti III, there are pros and cons coming from the family, like bravery, the love of technology, the greed.

Other values, like the love of art, or indolence, live in Andrea. Lights and shadows of centuries of lives, dreams and disappointments are reflected in their contrasts.

** gens Anizia = one of the noble old families in the Roman Empire. Persons named “Anicius” appear in the II Century with the added name, “Gallus”.