Zanna

A voi il testo del reading all’Hula Hoop, in occasione dell’inaugurazione della mostra Il Vuoto e l’Azione di Mauro Sgarbi, dedicata al grande Andrea Pazienza

Vomito. Un giorno la mia testa rimarrà bloccata nel cesso.  Affogherò. Che cazzo di morte. Mi immagino la faccia di Roscio, se dovesse trovare il mio cadavere. Una grossa risata, per poi spostarmi a pedate. O pisciarmi addosso.

Barcollo sino alla camera da letto. Non vedo l’ora di sbracarmi, a quattro di bastoni.  Evito di guardarmi allo specchio. Non mi va di contare le occhiaie. Sobbalzo. Passi nel corridoio.

“Roscio, e smettila con i tuoi scherzi idioti”

Non risponde. Che coglione.  Prendo il cuscino, per sbatterglielo in testa.  Esco sul corridoio, gridando come un ossesso. Non c’è nessuno.

Un topo. O un ladro. Trattengo il respiro. In punta di piedi, mi trasferisco in cucina. Da qualche parte, dovrebbe esserci una padella in ferro. Nello scolapiatti, no, non c’è. Apro un paio di sportelli a caso. Eccola. Stringo forte il manico. Non è una spada, ma dovrebbe fare il suo dovere.

Nel salone è vuoto.  Ok, sto diventando paranoico. Mi butto sul divano. Dunque, un paio d’ore fa, credo, mi sono fumato due o tre dosi di salvia divinorum. Nel foglietto di istruzioni,  c’è scritto

La Salvia storicamente per gli sciamani Mazatec impersona una divinità femminile, individuata poi con l’arrivo dei Conquistadores nella Vergine Maria, da qui il nome Maria Pastora (entità femminile guida di un culto divenuto sincretico). Veniva utilizzata nei tempi più remoti come oracolo, ci si rivolgeva alla divinità per chiedere consiglio, per sapere dove ritrovare oggetti smarriti o rubati.

E poi bla, bla, bla

L’assunzione rende  possibile il distacco tra psiche-soma e l’esperienza del viaggio astrale

Stronzate. A me ha fatto venire soltanto un gran mal di testa e vomitare tutta le cena.  E pure un poco di tachicardia. Si dice così quando il cuore batte all’impazzata.

Mi alzo, altrimenti comincio a russare e domani mattina avrò tutti dolori al collo. L’Aulin è pure finito. Mi sa che prendo qualche fumetto dalla libreria. Mi concilia il sonno.  Vediamo un po’.

L’Uomo Ragno non mi ispira. Neppure Superman. Le pagine di Toppi mi fanno male agli occhi. Sturmtruppen, ecco che ci vuole. Mi faccio due risate e passa la paura. E questo che è ? Mo <Roscio che s’è comprato ?

Andrea Pazienza, perché Pippo sembra uno sballato

Come buttà i sordi. ‘N Eternauta no eh ? Troppa fatica, portarlo  a casa.  Se proprio doveva prendere qualcosa di Pazienza, poteva comprare una raccolta delle storie di Pentothal o di Zanardi.

Perché Pippo sembra uno sballato. Che domanda scema. Perché è uno sballato. Vorrei vedere chiunque, ad avere che fare la mattina e la sera con gatti, topi e paperi parlanti. Esci scemo. Altro che trip di LSD.  Finisci a scrivè  Valis, come Philip Dick.

Però se Pippo è uno sballato, allora che è Snoopy ? Cioè, se domani vado in ufficio con un casco d’aviatore della Prima Guerra Mondiale, mi metto seduto sulla scrivania, comincio a fare il rumore della mitragliatrice con la bocca e poi a gridare

Non mi avrai mai Barone Rosso

Come minimo chiamano la neuro e mi fanno internare. E buttano pure la chiave nel Tevere. Guardo l’orologio. S’è fatta ‘na certa.  Speriamo che smetta questo dolore alla bocca dello stomaco. Mai più cose sciamaniche, promesso. Prendo una mela dalla fruttiera. Pare che sia una mano santa, contro l’acidità. Almeno così diceva mia nonna, pace all’anima sua.  Poveraccia: se sta su una nuvoletta, tra l’angioletti e qualche santo, si starà vergognando di un nipote come me. Oppure no, mi voleva troppo bene.

Alla fine, mi prendo sto coso su Pippo.   Entro nel corridoio.  Mi pare più lungo. Il sonno fa brutti scherzi. Specchio, specchio delle mie brame. Quanto sono scemo.  Oddio, ma quello non sono io. Non è il mio volto. Non ho i capelli biondi, lunghi e lisci. Il mio viso è tondo, mica spigoloso.  E il mio naso è tutto, tranne che aguzzo.

E’ un incubo. Sto dormendo sul divano e sogno di andare in giro, come il tizio con la farfalla. Prima o poi Roscio mi scuoterà e sarà tutto finito.

“Zavaglio, hai visto Pietra e Colas ?  Soccia ieri che al clubbino han fatto una gran busseria.. Se passa la Madama, fa un gran ripulisti”

“Ehm ?”

“Buson, hai la cassa adosso ?”

Ho un sospetto sul senso delle sue parole

“Non ne posso più ! Che schifo di vita. Pure gli incubi me ‘nsultano”

“Oh cinno brisa strazzer i maron”

“Ma non rompe ”

Se è la salvia a fare effetto, mi aspettavo qualcosa di molto diverso. Non penso che gli sciamani litigassero con la propria immagine riflessa.

“Ciocapiatti, non ti permettere. Io sono Zanna”

“E io Charlie Brown”

Leggerò meno fumetti. Leggerò meno fumetti. Leggerò meno fumetti.  Se lo ripeto un numero sufficiente di volte, magari mi convinco a farlo.

“Io sono Morte, Frantumatore di mondi. Io sono il buco nero nascosto nel tuo animo.  Io sono l’Armaggedon”

“Io sono la Speranza”

Va bene, non seguirò più i consigli der Pinna.  Niente cose esotiche, dai nomi strani. Solo buon vecchio fumo. Almeno mi fa dormire tranquillo

“Io sono te. Il Vuoto che riempie ogni tua azione”

“Sei un fattone imbecille che sogna personaggi dei fumetti, invece che donnine ignude di facili costumi ? Da retta a me, sei proprio ridotto male…  C’è di meglio in giro !”

“Non hai torto. Ma sono il Male che è dentro di te. E tu sei mediocre anche nella cattiveria.”

“Sarò mediocre, ma non cattivo”

“ Il male compiuto verso gli altri è l’unico modo per fare del bene a sé stessi. E tu non fai neppure questo. Poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”

“Non mi parlare di vomitare, te prego…  Io sono io. “

Cose da fare domani. Cercare uno psicanalista, ma uno di quelli bravi, per farmi spiegare il perché delle mie discussioni con i personaggi dei fumetti. Roscio però sta messo peggio. Sono anni che si sogna ogni notte Toro Seduto, che lo guarda accigliato. E manco gli piacciono i film western

Ogni volta Roscio prova a parlare a Toro Seduto e lui gli risponde in lakota. Ovviamente, Roscio non capisce un tubo. S’è pure messo a studiarla, la lingua degli Apache

“Io vengo come l’avaro Tempo per cogliere e accogliere nelle Mie ardenti fauci i deboli timorosi”

“No, tu sei debole”

“Non dire boiate”

“Io sono un mediocre, ma tra poco questo incubo finirà. Domani mattina, se vorrò, potrò cambiare la mia vita. Niente più canne, niente più alcool, un gesto carino a chi ti sta accanto. Niente più rancori o paure. Raccoglierò i frammenti della mia vita. Io sono libero. Tu sei prigioniero di una vignetta, condannato a essere sempre uguale. Io sono migliore di te”

“E se fossi anche tu un fumetto ?”

“Nahhhh… Nessuno mi leggerebbe”

“Pure tu hai ragione…”

Si accende una sigaretta

“Cambierò”

“Ho i miei dubbi…Devo andare a casa che c’ho un ciapino da fare”

Scompare dallo specchio, lasciandosi dietro una risata amara

Il Vuoto e l’Azione, retrospettiva su Andrea Pazienza

Il vuoto

 

Venerdì 22 febbraio, c’è un’alternativa intelligente allo sbraitare per la chiusura della campagna elettorale.

All’Hula Hoop, la fucina dell’avanguardia romana, in via De Magistris 91/93, zona Pigneto si inaugura la mostra

Il Vuoto e l’Azione, retrospettiva su Andrea Pazienza

di Mauro Sgarbi, dove il pittore reinterpreta il luciferino Massimo Zanardi.

Il tutto a cura di Togaci

special guest

Associazione culturale Artmerlino

arte e oreficeria di Rita Ciarapica e Marco Addamiano.

sculture dedicate ad Andrea Pazienza

Reading di Alessio Brugnoli (potevo perdermi un’occasione del genere ?) e Patrick Gentile

Di seguito, il testo che ho scritto per la presentazione della mostra

Avevo quattro anni, almeno credo. Ero affacciato alla finestra di quella che, parecchi decenni dopo, diverrà casa mia. C’era una cosa che mi colpiva: Viale Manzoni, sempre trafficata, era vuota. All’improvviso sentii dei canti. Mi girai incuriosito. Era una manifestazione. All’inizio rimani stupito dalle bandiere e dagli striscioni dai colori accesi e vivaci. Poi vidi le facce, piene di rabbia e dolore. Mi allontanai spaventato.

Un anno dopo, sempre nella stessa casa e nello stesso salone, ero seduto su uno scassatissimo divano rosso cardinalizio. Qualcuno accese una di quelle televisioni in bianco e nero, a valvole e con il telaio in bachelite e l’alimentatore esterno. Servivano un paio di minuti per fare apparire l’immagine. C’era un edizione del Telegiornale. Avevano rapito un certo Aldo Moro. Sentii un paio di parolacce.

Sono alcuni dei ricordi più vividi della mia infanzia che rendono l’immagine degli anni Settanta che mi ha perseguitato per anni e che ogni tanto faceva capolino nei miei incubi: un periodo buio, pieno di paura e di rabbia.

Finché, ai tempi dell’Università, conobbi Giulio: proveniva da una famiglia in cui il lavoro di ingegnere era diventato congenito, con i tutti i pregi, all’epoca ne vedevo pochini però, e i difetti del caso.

In quella famiglia vi era però una pecora nera. Uno zio fricchettone, Diego soprannominato Valis, che secondo Giulio si era fumato l’infumabile. Diego aveva una casetta dalle parti di Re di Roma, dove andavamo a studiare Analisi e Fisica II. Feci subito amicizia con lui… E mi fece scoprire l’altro lato degli anni Settanta: quello eretico, utopico e anarchico, che tanto ha influenzato la mia crescita spirituale.

Una sera rimanemmo a cena da lui. Mentre Diego ci propinava la sua stranissima cucina, che oggi chiameremmo fusion, mi cadde l’occhio su una foto. Era lui da giovane, in tenuta ufficiale da figlio dei fiori, accanto a un ragazzo dai capelli neri, vestito con maglietta chiara. Benché tentasse di accennare un sorriso, il suo sguardo sembrava essere malinconico o annoiato.

“Chi è?” chiesi

Diego sospirò

“E’ il Paz”

Si accorse della mia espressione perplessa. Così aggiunse 

“Andrea Pazienza, fumettista ?”

“Ah, lavora per la Marvel ?”

Rischiai di prendermi un “han yan” in piena fronte. In compenso, così nacque la mia passione per Andrea, un testimone dei suoi anni e un profeta di quello che saremmo potuti diventare. E forse proprio il peso di questa consapevolezza, lo schifo che vedeva nascosto nel perbenismo bonaccione dell’Italia, gli ha fatto dire addio alla vita

Ho amato e apprezzato tutti i suoi fumetti, compreso quel grande bastardo dal naso aguzzo che è Massimo Zanardi. Ora, immagino che vi aspettiate qualche sproloquio, sul fatto che il Zanna sia vittima della società, della borghesia degli anni Settanta ossessionata dal consumismo e priva di ideali o metafora del proletariato oppresso.

Nulla di tutto questo. Zanardi è malvagio e la sua cattiveria trascende il tempo e lo spazio. Avrebbe compiuto danni nell’Antica Roma, nella Firenze del Rinascimento o in qualsiasi altra situazione si fosse trovato.

Zanna è un personaggio shakespeariano. E’ l’amante segreto ideale di Lady Macbeth, oppure il compagno di giochi e di bevute di Iago. Dotato di virtù, intelligenza e coraggio, è però perseguitato, come ben diceva Pazienza, dal vuoto che ha dentro il cuore.

E’ un buco nero che assorbe ogni emozione e a cui è impossibile sfuggire: una cappa di piombo sull’anima. Nascondersi nelle regole e nelle ipocrisie con cui ogni giorno ci circondiamo per tirare avanti e non scannarci a vicenda, inutile. 

Fare il bene, non da nessuna soddisfazione. Anzi è doloroso, perché mostra come il marcio non sia solo dentro di noi, ma in tutto ciò che ci circonda. Rimane il Male, non per il piacere che dona nel compierlo, ma nel tentativo di rendere gli altri simili a noi.

Dare voce a un’icona di questo, a suo modo titanica, è un’ impresa da far tremar le vene ai polsi. Lo stesso Andrea Pazienza confessava di esserne atterrito. Per raccoglierne il testimone, bisogna avere qualcosa di più del coraggio: la sublime incoscienza del genio.

Dote che non manca a Mauro Sbarbi, pittore che come Ulisse è pieno d’ardore nel

divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore.

Mauro, nato a Petaling-Jaya in Malaysia, da una famiglia di artisti italo francesi, si è formato tra Roma e Vancouver, esplorando i misteri del fumetto e della pittura e dedicandosi a una pluralità di linguaggi espressivi, dal disegno all’arte digitale.

Un mediocre si sarebbe limitato a scopiazzare le tavole di Andrea Pazienza, al massimo riproducendole in grande. Mauro ha seguito un sentiero più difficile e complicato: ha studiato a fondo l’opera del Paz, l’ha inglobata nel suo animo, ricreandola in forma nuova e sublime, secondo l’accezione data dal buon Schopenhauer: il piacere che si prova osservando la potenza o la vastità di un oggetto che potrebbe distruggere chi lo osserva.

Nei quadri di Mauro, che attualizzando la tensione sperimentale dell’arte del Paz, si evidenzia il segreto del potere che Zanardi ha su di noi: il fatto che con tutte le sue ambiguità, sia uno di noi. La sua desolazione è la nostra: a volte vorremmo essere come lui, pura irruzione del caos nel Mondo, ma ce ne manca il coraggio.

Oppure, come ci suggerisce Mauro con la sua pittura, a nostro modo, siamo più forti di lui, dato che guardiamo i nostri demoni senza esserne dominati. Le sue opere ci invitano alla speranza che Zanardi possa cambiare, ritrovando se stesso, magari come il personaggio del re Lear, godere di un istante di consapevolezza, in cui dire:

“Eppure Edmund fu amato”

Speranza che è in tutti noi, quella di riscattarci dai nostri limiti e dalle nostre debolezze: di smettere di vagabondare senza meta su una vespa, di abbruttirci su un divano o di meditare vendette e scherzi crudeli, per scoprirci un attimo cavalieri in splendida armatura o semplicemente persone che provano a fare, nel loro piccolo, qualcosa di Giusto.

Ma nonostante questo, se Zanardi non si redime e vive in noi, come un cancro che ci divora l’anima, come possiamo affrontarlo e vincerlo ?

Andrea Pazienza e Mauro Sgarbi, con le loro creazioni, ci suggeriscono come l’unica via sia l’Arte. Proiettare sulla tela o sul foglio i nostri abissi e sfidarli in un eterno duello, senza vincitori né vinti. Perché distruggerli è distruggere noi stessi.

 

L’amor che move il sole e l’altre stelle

Loverismo 2

 

Il testo del reading loverista di ieri sera..

Atene, duemila e cinquecento anni fa. In una Grecia in cui la dignità dell’Uomo non è ancora offesa dal Potere e dalla fame di Denaro,  un gruppo di amici si reca a un banchetto, per scacciare con buon cibo, vino e chiacchiere il freddo della notte.

Tra loro vi sono un medico, uno tragediografo alle prime armi, un commediografo di successo. E un tizio strano, figlio di uno scultore e di un’ostetrica che passa il suo tempo a interrogare i cittadini sul significato della parola Virtù.

All’epoca si poteva ancora fare: oggi, in un tempo in cui conta solo consumare e produrre, se provassimo a imitarlo, ci troveremmo subito in prigione o all’ospedale psichiatrico.

Quella sera,  tra un brindisi e l’altro,  si incomincia a parlare di un tema caro ai loveristi: l’amore. Ad un certo punto, quel tizio strano, chiamato Socrate, se ne esce con queste parole

Quando nacque Afrodite gli dèi tennero un banchetto, e fra gli altri anche Poro (Espediente) figlio di Metidea (Sagacia). Ora, quando ebbero finito, arrivò Penia (Povertà), siccome era stata gran festa, per mendicare qualcosa; e si teneva vicino alla porta. Poro intanto, ubriaco di nettare (il vino non esisteva ancora), inoltratosi nel giardino di Giove, schiantato dal bere si addormentò.

Allora Penia, meditando se, contro le sue miserie, le riuscisse d’avere un figlio da Poro, gli si sdraiò accanto e rimase incinta di Amore. Proprio cosí Amore divenne compagno e seguace di Afrodite, perché fu concepito il giorno della sua nascita, ed ecco perché di natura è amante del bello, in quanto anche Afrodite è bella. Dunque, come figlio di Poro e di Penia, ad Amore è capitato questo destino: innanzitutto è sempre povero, ed è molto lontano dall’essere delicato e bello, come pensano in molti, ma anzi è duro, squallido, scalzo, peregrino, uso a dormire nudo e frusto per terra, sulle soglie delle case e per le strade, le notti all’addiaccio; perché conforme alla natura della madre, ha sempre la miseria in casa.

Ma da parte del padre è insidiatore dei belli e dei nobili, coraggioso, audace e risoluto, cacciatore tremendo, sempre a escogitar machiavelli d’ogni tipo e curiosissimo di intendere, ricco di trappole, intento tutta la vita a filosofare, e terribile ciurmatore, stregone e sofista. E sortí una natura né immortale né mortale, ma a  volte, se gli va dritta, fiorisce e vive nello stesso giorno, a volte invece muore e poi risuscita, grazie alla natura del padre; ciò che acquista sempre gli scorre via dalle mani, cosí che Amore non è mai né povero né ricco.

L’Amore, come l’Arte, nasce dalla consapevolezza del nostro vuoto. Dallo svegliarsi ogni mattina, sentendo il peso del proprio vivere. Dal domandarsi se vi è qualcosa in più oltre i gesti meccanici che ripetiamo ogni giorno. Se le risposte con cui il Potere cerca di tenerci  tranquilli, siano sensate, oppure inganni, per tenerci schiavi.

L’Amore e l’Arte sono la fuga dalle nostre catene. Per questo il  Sistema li teme e cerca di svuotarli, sostituendoli con i loro ingannevoli simulacri. L’Amore con il Possesso.  L’Arte con la Decorazione.

Conoscete Van Meegeren ? Un nome che a molti di voi non dirà nulla. Era un pittore olandese, che non riusciva ad avere successo. Ad un punto della sua vita, esasperato, giocò un tiro mancino ai critici. Dipinse un falso Vermeer. Ci caddero tutti.

Van Meegeren continuò. Non per avidità o per gusto della beffa. Perché, così raccontò una volta, avrebbe posseduto la vera essenza del maestro di Delf. Diceva di esserne innamorato, ma questo non era amore

Ricordate il Signore degli Anelli ? Il motto dell’Oscuro Signore

Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli.  Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra cupa scende

E’ questo il possesso, ghermire e incatenare. Il rifiuto che l’altro abbia una sua identità. Che sia diverso da me, complementare, ma distinto.

L’Amore, come l’Arte, è donare. Per dare qualcosa all’altro, bisogna prima averla dentro di sé. Un ideale o semplicemente un grande cuore. Diceva un certo Saulo

L’amore è paziente,

è benigno l’amore;

non è invidioso l’amore,

non si vanta,

non si gonfia,

non manca di rispetto,

non cerca il suo interesse,

non si adira,

non tiene conto del male ricevuto,

non gode dell’ingiustizia,

ma si compiace della verità.

Tutto copre,

tutto crede,

tutto spera,

tutto sopporta.

L’amore non avrà mai fine

Ciò vale anche per l’Arte. Ciò nutre il Loverismo

“Scabrosa è la notte”

scabrosa

 

“Scabrosa è la notte”

FRANE LETTERARIE
via san martino ai monti 7/a, rione monti, Roma
00184
READING EROTICO – Primo studio per un Atto Unico irriverente erotico sensuale.

C’è una poesia segreta spesso censurata, che sui banchi di scuola non la si legge,
che ci appare lontana ma che invece rappresenta possibilità espressive infinite, dell’eros e dell’immaginario erotico.

I versi dell’ intrepida poetessa Teodora Mastrototaro, delicati romantici spesso irriverenti a volte osceni perché non conformi alla consuetudine poetica, attraversano un gioco letterario sensuale concedendosi quasi danzando alla voce di Maria Filograsso e alle percussioni di Sabino Santoro, in un gioco ritmico innovativo ed audace.

Eros è una parola di quattro lettere, come i 4/4 utilizzati e traditi nella scansione ritmica delle percussioni che in “ scabrosa è la notte “, si rincorrono per raggiungere l’acme del piacere declamato nei versi .

Infondo le parole veramente oscene sono odio, guerra, bomba poiché enunciazione della contemporaneità ovvero specchio del reale.

“ Scabrosa è la notte “ poesia, suoni e sentimento declamati è un assolo poetico,ciò che da subito si riconosce è la bellezza del verso con il quale voce e ritmo si congiungono eroticamente e nella congiunzione erotica vi è l’impossibilità di recare danno ad un altro essere umano; poesia e suono come se fosse il verso a generali si concedano all’immaginario dello spettatore in una ouverture poetico musicale unica nel suo genere come unico resta l’atto d’amore.

Autrice : Teodora Mastrototaro
Regia e voce narrante : Maria Filograsso
Percussioni mediorientali : Sabino Santoro

Per Sergio e Madame Decadent

 

Domenica pomeriggio, ho partecipato ad un evento a favore di Sergio e Katia Stefani, Madame Decadent

Evento caratterizzato dalla mostra fotografica di Paola Panicola e dagli interventi di tanti, tanti artisti.

Io mi sono commosso, dal vedere l’affetto di tante persone per Sergio e Katia… Ecco a voi, il mio piccolo contributo a quell’evento…

Per Sergio e Katia

Qualcuno doveva aver diffamato Josef K., perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua padrona di casa, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne. Ciò non era mai accaduto. K. aspettò ancora un po’, guardò dl suo cuscino la vecchia signora che abitava di fronte e che lo osservava con una curiosità del tutto insolita in lei, poi però, meravigliato e affamato a un tempo, suonò. Subito qualcuno bussò e entrò un uomo, che egli non aveva mai visto prima in quella casa.

 Era snello eppure ben piantato, indossava un vestito nero attillato che, come gli abiti da viaggio, era dotato di diverse pieghe, tasche, fibbie, bottoni e di una chiusura e che di conseguenza, benché non fosse chiaro a cosa dovesse servire, sembrava particolarmente pratico. “Chi è lei?”, chiese K. sollevandosi a metà sul letto. L’uomo però sorvolò su quella domanda come se si dovesse accettare la sua apparizione e a sua volta disse soltanto: “Ha suonato?”. “Anna mi deve portare la colazione “, disse K. cercando sulle prime in silenzio, mediante l’attenzione e la riflessione, di stabilire chi mai fosse quell’uomo. Ma questi non si espose per molto al suo sguardo, si volse invece in direzione della porta che aveva lasciato socchiusa, per dire a qualcuno che evidentemente stava appena dietro la porta: “Vuole che Anna gli porti la colazione”. Seguì un breve ridacchiare dalla camera accanto, non era chiaro dal suono se non scaturisse da più persone. Sebbene l’estraneo in questo modo non potesse aver appreso nulla che già non conoscesse prima, tuttavia disse a K. col tono di una comunicazione: “E’ impossibile”. “Questa sarebbe nuova”, disse K., saltò fuori dal letto e si infilò rapidamente i pantaloni. “Voglio proprio vedere che razza di gente sta nella camera accanto e come la signora Grubrach giustificherà questa intrusione”.

Capì subito che non avrebbe dovuto dire questo ad alta voce e che, in tal modo in un certo senso riconosceva un diritto di controllo all’estraneo, ma lì la cosa non gli sembrò importante.

E’ l’inizio, per chi ama i termini dotti incipit, del Processo di Kafka. Immaginatevi la solita vita. Le abitudini. Le piccole cose del quotidiano che disprezziamo, ritenendole banali. Noiose.

La vita di Transpotting

Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita

All’improvviso però tutto questo scompare.  Non vi ritrovate più il vostro maxitelevisore del cazzo. Il caffè che vi prendete mezzi assonnati , primi andare al lavoro che odiate.  Gli amici con cui parlate del calcio o delle corna del vicino.

Diventate un numero.  Siete chiusi in un sgabuzzino sporco, privo di luce. Nessuno si ricorda più di voi. Tutto per un errore. O peggio, per una lucida decisione del Potere

Ma cos’è questo Potere ? Tutto ciò che ci vuole rendere meno umani. Toglierci la capacità di ridere e sognare, per  ridurci ad automi, capaci solo di produrre e consumare

Vi ricordate le leggi della robotica, quelle scritte da Asimov ?

Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.

Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.

Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge

Facciamo un piccolo esperimento. Sostituiamo a robot Uomo a esseri umani Potere

Un Uomo non può recar danno al Potere né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, il Potere riceva danno.

Un Uomo deve obbedire agli ordini impartiti dal Potere, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.

Un Uomo deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge

E’ la nostra vita.  Ci agitiamo come criceti nella ruota, recitiamo una parte che ci è assegnata, moriamo, illusi di essere liberi. Invece, non siamo che burattini.

Se accettiamo questo. Se ci omologhiamo alla media. Se smettiamo di creare e di sognare, il Potere ci lascia in Pace. Anzi, ci loda per essere dei figli modello, degli impiegati operosi, dei bravi cittadini

Se invece seguiamo la nostra strada…. Facciamo la fine di Joseph K.

Ma il potere non può vincere. Perché è lui ad avere paura di noi. E perché può umiliarci, ferirci, imprigionarci, ma non toglierci la cosa più importante che abbiamo. L’amore per la libertà e per la Bellezza

Mio nonno una volta mi disse che imprigionare un’allodola è un delitto fra i più crudeli, perché è uno dei simboli più alti della libertà e felicità. Parlava spesso dello spirito dell’allodola, quando raccontava la storia di un uomo che ne aveva rinchiusa una in una piccola gabbia.

L’allodola, soffrendo per la perdita della sua libertà, non cantava più, non aveva più nulla di cui essere felice. L’uomo che aveva commesso questa atrocità, come la chiamava mio nonno, voleva che l’allodola facesse quello che lui desiderava. Voleva che cantasse, che cantasse con tutto il cuore, che esaudisse i suoi desideri, che cambiasse il suo modo di essere per adattarsi ai suoi piaceri.

L’allodola si rifiutò e l’uomo si arrabbiò e divenne violento. Egli cominciò a fare pressioni sull’allodola perché cantasse, ma non raggiunse alcun risultato. Allora fece di più. Coprì la gabbietta con uno straccio nero e le tolse la luce del sole. La fece soffrire di fame e la lasciò marcire in una sudicia gabbia, ma lei ancora rifiutò di sottomettersi.

L’uomo l’ammazzò.

L’allodola, come giustamente diceva mio nonno, aveva uno spirito: lo spirito della libertà e della resistenza.

Voleva essere libera, e morì prima di sottomettersi al tiranno che aveva tentato di cambiarla con la tortura e la prigionia.

Sento di avere qualcosa in comune con quell’allodola e con la sua tortura, la prigionia e alla fine l’assassinio. Lei aveva uno spirito che non si trova comunemente, nemmeno in mezzo a noi umani, cosiddetti esseri superiori.

Tornate presto Katia e Sergio, ci mancate tanto….