Un’altra recensione su Lithica

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Approfittando di un attimo di respiro, do visibilità al parere di un mio lettore abituale su Lithica

Bel romanzo, molto complesso e ben congegnato, scritto da un autore con una cultura come minimo enciclopedica. Detto questo, a me è piaciuto un po’ meno del precedente, forse perché non amo particolarmente Lovecraft (e c’è molto di questo scrittore in Lithica) e magari anche per il fatto che imho i protagonisti hanno un po’ troppo la tendenza a vomitare (o peggio) durante le scene madri…

In ogni caso, un libro da consigliare.

Dunque, sono contento che il romanzo sia stato definito ben congegnato, perché la trama non lineare ha reso perplessi diversi lettori (non però al livello di Noccioline da Marte... Anche se le sue recensioni, che variano da “boiata galattica” a “capolavoro degno di Solaris”, mi hanno confuso assai le idee sul suo valore).

Trama che è stata frutto, più che di un omaggio al Connettivismo, di una precisa scelta stilistica: da una parte la volontà di osare, mostrando come nella letteratura di genere si possano usare meccanismi del romanzo “alto”, senza perdere di leggibilità. Dall’altra, la complessità della trama è uno specchio della complessità della realtà con cui i personaggi devono confrontarsi e a che stento riescono a comprendere nella sua pienezza.

Sugli appunti, questione di gusti personali: io non vado matto per la cassoeula, ma ho tanti amici milanesi che ne vanno pazzi… Per cui, capisco come Lovercraft possa non essere gradito…

Tra l’altro, l’immaginario del solitario di Providence, che forse apparirà nel seguito delle disavventure di Beppe e Andrea, svolgendo un ruolo alla Philip Marlowe, è strumentale al romanzo, non solo perché Lithica si svolge in contemporanea a Il richiamo di Cthulhu.

Il filo conduttore del romanzo è nella lotta tra i personaggi e i propri abissi che qualcuno vince, che altri perdono e che Beppe esorcizza con il disincanto. Ho pensato che non ci fosse metafora più potente dei Grandi Antichi, per narrare le proprie paure e insicurezze più profonde….

Sul fatto che i miei protagonisti vomitino, presi dal terrore e dal disgusto, beh è un tocco di naturalismo, che cerca di non renderli simili ai tanti manichini, sempre perfetti e con i nervi saldi, che popolano la narrativa di genere…

Sir Francis Grenfell

Capitò tutto in Irlanda, dalle parti di Galloway… Io, Luca, Claudio e Livio stavamo annoiandoci a visitare una casa torre; decidemmo di fare la solita foto scema da italiani in vacanza, facendo scattare l’allarme generale.

Mentre cercavamo di fare i vaghi, assumendo un’aria innocente, mi trovai davanti a un quadro ingombrante, un ritratto di un tizio con i baffoni e dal petto stracarico di medaglie.

Lessi una targhetta: era un certo sir Francis Grenfell… Il commento di Livio, accanto a me, fu:

“Che barbaciano…”.

Per qualche strano motivo, il nome di questo tizio mi rimase impresso nella mente. Anni dopo, in vacanza a Malta, in un ristorante di Mellieħa, mi ritrovai davanti lo stesso ritratto. Il cameriere, tra la perplessita di mia moglie, mi spiegò come la persona rappresentata fosse uno dei tanti governatori inglesi dell’isola.

Impegnato nella stesura di Lithica, interpretai il tutto come un segno del destino…

Così comincia a documentarmi su sir Francis, per introdurlo nel romanzo, e rimasi affascinato dalla sua strana e complicata personalità. Deve ammettere che su di lui, ho inventato ben poco: mi sono semplicemente a limitato a raccontare le sue idee e le sue manie.

Comunque, per i più curiosi, che ci faceva il ritratto di sir Francis in Irlanda ? Nel 1904, nella nostra storia, venne nominato comandante in capo delle truppe britanniche nell’isola di smeraldo e come Garibaldi in Italia, pare abbia passato il tempo a dormire in ogni casa nobiliare di quella nazione…

L’eterno barocco

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Ieri pomeriggio, in attesa di prendere i biglietti per il film sui Minions, per ammazzare il tempo, sono andato a vedere la mostra di David LaChapelle. Senza giri di parole, è stta un’illuminazione.

Perchè, per ritornare al discorso dei giorni scorsi sugli Universi Visivi... Mi sono innamorato profondamente dei suoi lavori, perchè in lui riconosco una sensibilità barocca molto simile alla mia (con le ovvie differenze qualitative… Lui è un grande artista, mentre io sono un mestierante della penna)

Barocco è confrontarsi con l’ossessione della Morte, esorcizzandola accumulando oggetti o storie, tratte dal passato e dal presente, spesso in contrasto tra loro, sperando che dalle sovrapposizioni nasca una superiore armonia, specchio del caos che ci circonda.

Barocco è avere il coraggio dell’eccesso e dell’immaginifico, del ridere, anche senza eleganza del potere e delle sue forme, affamati di una spiritualità sempre vicina e sempre sfuggente…

Barocco è confusione, disarmonia, ma anche straniamento, accettare la sfida del disordine, per provare a inseguire se stessi…

Barocco è raccontare la nostra società, di memi e immagini, realtà virtuale e pesantezza del metallo…

Forse è una condizione dello spirito umano, sempre pronta a saltar fuori, appena crolla l’illusione dell’equilibrio e della razionalità… E c’è bisogno di pazzi, per tentare di mostrarne un riflesso al mondo..

Universi visivi

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Le riflessioni di ieri mi hanno reso consapevole di quanto la mia narrativa sia influenzata dagli universi visivi degli artisti che frequento e conosco: di fatto ciò è molto legato alla mia modalità creativa.

Prima creo delle immagini nella mia mente, poi tento di tradurle in parole: è ovvio che l’immaginazione non sia green field, ossia nasca dal nulla, ma sia figlia degli stimoli visivi e culturali che mi circondano.

Se per i racconti di Altra Storia tali riferimenti sono immediati, dall’aeropittura a Casorati, e lo stesso per Il Canto Oscuro, da Roesler Franz a Boldini e per Navi Grigie, tutto il magmatico movimento New Pop Contemporaneo, per Lithica, grazie alla sua dimensione onirica, la situazione è più complessa.

Se dovessi ipotizzare dei nomi di artisti che mi hanno influenzato, per le componenti più espressionistiche, sicuramente Ferruccio Lipari, Elisa Rescaldani e Alex Lo Vetro, mentre per quelle più poetico Dorian Rex , Gerlanda di Francia e Chiara Fersini… E senza dubbio, per le suggestioni alchemiche, molto dipendo dal buon Alessandro Bulgarini…

Grazie Max Papeschi

Ieri sera stavo chiacchierando al telefono con un mio amico artista… Tra un pettegolezzo e l’altro, siamo finiti a parlare delle vicende del buon Max Papeschi, concordi nell’esprimere la nostra solidarietà per la questione Dismaland…

Ad un certo punto, il mio amico se ne esce con un

“Mi è piaciuto come hai reso omaggio a Max, in Navi Grigie

Mi gratto la testa, aggrotto la fronte, assumendo un’espressione alla che diavolo stai dicendo Willy…

“Cioè ?”

“Ma come, con quel personaggio, il muride”

Accrocco due o tre parole di circostanza, per non dare dello scemo al mio amico e liquido la vicenda…

Però, il tarlo mi rode la mente: riprendo il mio libro e lo rileggo, scevro da pregiudizi.. E lo scemo sono. A mente fredda, devo dare ragione al mio amico. Le opere di Max hanno influenzato il mio immaginario e la mia scrittura…

Riflettendoci, sarebbe stato strano il contrario ! Max, con la sua arte intelligente, disincanta e sarcastica, racconta una società che priva di senso di sfalda, aggrappata alle sue contraddizioni.

Un mondo in cui i meme hanno sostituito il Reale, in cui una risata amara e grottesca è l’unica ribellione al vuoto multiforme..

Di fatto una cosa molto simile a a ciò che racconto in Navi Grigie… Senza le visioni di Max, il mio romanzo sarebbe stato senza dubbio diverso e peggiore…

Perché Lawrence….

Perchè Lawrence d’Arabia ? E’ un domanda che mi hanno fatto un paio di lettori di Lithica… La prima risposta, istintiva, è

“Perchè m’è piaciuto er film”.

In realtà, la questione è lievemente più complessa, simile al mio rapporto con i dinosauri. quando me ne sono innamorato da bambino, non erano che lenti e stupidi lucertoloni; con il passare del tempo e le nuove scoperte, si sono trasformati in tacchini giganti.

Ciò non ha tolto loro fascino, ma se possibile, li ha resi ancora più interessanti…. Così Lawrence: da bambino ho visto il film, poco c’ho capito, ma mi sono rimasi impressi i colori, i vestiti e i paesaggi

Poi ho letto i Sette Pilastri della Saggezza, conoscendo Lawrence, con i suoi ideali e

ambiguità. Non uno stratega o un ribelle, ma un uomo inquieto, alla perenne ricerca di se stess e del senso di ciò che lo circonda…

Proprio di ciò che avevo bisogno del romanzo: se Andrea Conti accetta la legge morale come un dato di fatto, razionale e intellegibile, e Beppe, come il fowl delle commedie elisabettiane la irride, mostrandone la vuota apparanze, Lawrence è colui che nel rimpianto ritrova il senso del Bene e del Male.

Discussione sull’Ucronia

In maniera inaspettata, le mie riflessioni sull’ucronia hanno scatenato un dibattito tra vari scrittori del fantastico e della fantascienza italiana.

Il primo a intervenire è stato Davide del Popolo Riolo, autore di De Bello Alieno

Ci riflettevo ieri sera, e mi è venuta in mente questa cosa, non particolarmente originale, credo: chi scrive narrativa ucronica può avere due finalità, può scrivere ucronie come metafora oppure come speculazione. Il primo ha interesse a descrivere il nostro mondo da una visuale diversa ed originale, per cui l’esattezza storica della sua ipotesi, e come si è arrivati al mondo che descrive, gli interessa poco, magari ne dà pochi accenni, ma come per obbligo. E’ un po’ il caso di Dick in The Man in the High Castle. Non credo che gli interessasse spiegare come l’Asse poteva vincere la guerra. Quello che gli interessava era attuare una critica della società americana dei suoi tempi, mettere in crisi le comode certezze, l’ottimismo facilone, attraverso un’ottica sorprendente e spiazzante, penso. Chi invece vede l’ucronia come una speculazione intellettuale non ha metafore da proporre: parte da un’ipotesi più o meno realistica, e cerca di descrivere dove si arriva, rimanendo il più fedele possibile alle realtà storiche conosciute. In quest’ultimo caso, l’esattezza storica è ovviamente essenziale. Poi probabilmente le due finalità a volte si mescolano, ed allora la cosa diventa più complicata…

Aggiungo che dall’ucronia come speculazione intellettuale si può facilmente passare al gioco, al pastiche divertito e citazionista in cui l’autore strizza l’occhio ai lettori e dice: “sì, lo so, non è possibile… ma divertiamoci lo stesso con quest’ipotesi!”, che è un tipo di ucronia che amo… Ucronia castigat mores !

L’idea affascinante, dell’ucronia come ars combinatoria e post moderna, è ripresa da Paolo Ninzatti, autore de Il Volo del Leone 

La ragione per cui, da lettore, ho apprezzato DE BELLO ALIENO. Quasi impossibile, ma mi sono divertito un mondo leggendolo.La medesima ragione per cui ho gradito DALLE MIE CENERI di Giampietro Stocco. La parte fantascientifica inserita nell’ucronia l’ha resa più intrigante. Tutto sommato, quello che mi piace delle ucronie è l’idea per cui, pur rimischiando le carte, il fattore umano rimane lo stesso. Cambiano solo i soggetti. Gli oppressi della nostra TL divengono gli oppressori dellla linea what if. Il prodotto non cambia. Gli umani sono sempre gli stessi.

Un gioco di parti, in cui rimane però sempre valida la domanda dello scrittorie di fantascienza romano Pier Luigi Manieri

Quali confini e libertà può concedersi l’ucronia? Questo è il dilemma..