Guerra dei Fiori in Palestina ?

Premessa per i lettori: è un post politicamente scorretto, per cui, se volete, potete anche evitare di leggerlo

Nonostante il mio difetto, di aprire bocca su tutto e tutti, ho evitato di pontificare sulla questione Gaza, visto che la ritengo troppo complessa per essere liquidata dalle poche righe di un post.

Però, dato che il lo sfracellamento di cabasisi da parte di amici e conoscenti ha raggiunto livelli inimmaginabili, alla fine ho deciso di dare la mia chiave di lettura che è tutto, tranne che una verità assoluta.

E’ innegabile che la strategia israeliana, a lungo termine, abbia avuto successo: tutto si può dire, tranne che Gerusalemme sia attualmente accerchiata da nemici capaci di eliminarla.

La stessa Gaza, dal punto di vista militare, è poco più che una seccatura… Allora perchè Israele si ostina a seguire un rituale di escalation e rappresaglie che è di fatto strategicamente poco produttivo, non eliminando gli avversari e danneggiando la sua immagine internazionale ?

Dal punto di vista costi-benefici, sarebbe paradossalmente più utile una guerra asimmetrica, come quella condotta negli ultimi anni contro Hezbollah, ossia una seria di attentati contro i leader politici e militari di Hamas.

Lo stesso vale per Hamas: se non si vuole scendere a negoziati, ci sono mezzi più efficaci per danneggiare il nemico del lanciare a caso razzi di scarsa precisione e poca efficacia.

Sospetto che entrambi i contendenti stiano combattendo una sorta di xochiyaoyotl, la guerra dei fiori: gli aztechi combattevano delle battaglie rituali con vicini, a scopi religiosi, fornitura di prigionieri da sacrificare agli dei e da mangiare in un pasto sacro, e politici.

Questi erano soprattutto:

1) Mostrare la propria potenza agli avversari, per spaventarli in modo da evitare un aumento di intensità nei conflitti. Di fatto è quello che fa Israele. Il mostrare i muscoli a Gaza fa passare dalle mente strane idee a vicini rissosi

2) Aumentare la coesione sociale, con l’invenzione del nemico: senza la guerra continua, i conflitti tra le varie anime dell’ebraismo israeliano potrebbero accentuarsi e senza la scusa della lotta all’entità sionista, Hamas, corrotta e incapace come la maggior parte dei governanti palestinesi non avrebbe nessuna legittimità a governare

3) Assicurare una mobilità sociale e ricadute economiche dovute al bottino: gli effeti del moltiplicatore keynesiano legato alle spese belliche di Israele sono una componente importante della sua economia, mentre Hamas, senza la retorica della guerra continua, avrebbe una forte riduzione degli aiuti che in buona parte riempiono i conti in banca dei suoi leader.

Per cui, per cui siamo al paradosso in cui entrambe le leadership guadagnano più dalla guerra che dalla pace…Se si vuole risolvere la questione alla radice, per evitare anni e anni di stragi inutili, è necessario trovare un modo di rovesciare questo stato di cose.

Francesco Ferdinando e Villa d’Este

Il governo Salandra, nato il 21 marzo 1914, subentrando al IV gabinetto Giolitti (dimessosi per l’uscita dei radicali dalla maggioranza), si trovò da subito a fronteggiare scioperi e ostruzionismo parlamentare. Il 28 giugno, una domenica, nella “quiete del lungo pomeriggio festivo”, nel suo ufficio di Palazzo Braschi, il primo ministro fu raggiunto da una telefonata del Marchese di San Giuliano, titolare del dicastero degli Esteri che gli comunicava dell’attentato di Sarajevo, in un modo alquanto particolare.

La prima frase del ministro fu infatti

“Sai, ci siamo liberati di quella noiosa faccenda di Villa d’Este”

La bella villa di Tivoli era infatti oggetto di una complessa disputa economico legale tra il governo Italiano e Francesco Ferdinando.

Nel 1803 Ercole III d’Este morì senza lasciare eredi maschi. La proprietà passò alla figlia Maria Beatrice, andata in sposa a Ferdinando Carlo, figlio dell’imperatore d’Austria. Villa d’Este divenne quindi patrimonio degli Ausburgo di Modena

Con la morte di Francesco V Asburgo -d’Este, ultimo duca di Modena, nel 1875, si estinse il ramo maschile di questa famiglia. Il duca aveva lasciato in eredità gran parte delle sue proprietà private a Francesco Ferdinando, a certe condizioni, fra cui l’adozione del nome degli Este.

Però nel 1859, il ducato di Modena era stato annesso al regno d’Italia: la questione era se Villa d’Este di Tivoli fosse un bene demaniale del Ducato e quindi passata di proprietà automaticamente al regno d’Italia o proprietà privata del Duca e quindi parte dell’asse ereditario di Francesco Ferdinando.

Provvisoriamente la soluzione era stata di compromesso: la villa era stato concessa in in usufrutto al Cardinale Hohenlohe. Alla morte del cardinale, che pare avesse trascurato la manutenzione della villa, il problema si ripropose.

Nel 1910 il tribunale di Tivoli diede ragione a Francesco Ferdinando sul fatto che Villa d’Este fosse sua proprietà privata.

L’Arciduca però, dato che Francesco Giuseppe, a causa del suo matrimonio morganatico con Sophie Chotková, gli aveva ridotto al minimo l’appannaggio, era bisognoso di denaro.

Approfittando di questo, il governo italiano gli fece una proposta di acquisto: ma Francesco Ferdinando deciso a fare cassa, chiese oltre due milioni di lire, cifra che Roma esorbitante dato lo stato della villa e avrebbe richiesto un provvedimento di legge.

Così le trattative andavano per le lunghe, con l’ambasciatore imperial-regio Merey che raggiungeva livelli di petulanza incredibili, nel sollecitare la conclusione della vicenza.

Con la morte dell’Arciduca, i suoi figli, In base alle regole asburgiche, i loro figli non potevano quindi ereditare la villa di Tivoli, che poteva essere espropriata con un tozzo di pane

L’indomani, lunedì 29 giugno, alle ore 14,05, nella tornata (come allora si chiamavano le sedute) CXVI della Camera, il San Giuliano comunicava ai deputati l’assassinio dell’Arciduca ereditario, vittima di un “esecrando attentato”, e, formulando la speranza che il “Venerando Sovrano” Francesco Giuseppe sapesse superare la grave prova, ne lodava la saggezza  come “uno dei più alti presìdi della pace e della calma operosa e fidente”

Subito dopo, Camera e Senato cominciarono a discutere della durata delle loro ferie estive…

Gavrilo Princip

In questi giorni, a Sarajevo è stata dedicata una statua a Gavrilo Princip, l’assassino dell’arciduca Francesco Ferdinando: ebbene, dopo un secolo, il monumento sta scatenando una serie di polemiche, tra chi lo considera un terrorista e chi un eroe.

Io, personalmente, lo reputo un’idealista, vittima di un gioco molto più grande di lui. Dopo il colpo di stato del 1903, il governo di Belgrado aveva l’obiettivo politico di estendere la sua influenza nei Balcani.

Al di là delle dichiarazione di facciata, la Serbia estesa “dalla vetta del Triglav al Mar Nero” come scriveva Garasanin o “dalla Dalmazia a Salonicco”, come istigava il rappresentante diplomatico dello zar, barone Hartwig, l’obiettivo concreto era di portare sotto la propria sovranità le aree a maggioranza serba sotto l’Austria Ungheria e annettere, in maniera più o meno formale, il Montenegro.

Obiettivo che però contrastava con le ambizioni austriache e italiane nel Balcani; per la sua realizzazione concreta, dato che l’opzione militare sembrava poco realistica, a Belgrado si confrontavano due linee politiche.

La prima, attendista, era capeggiata dalla corte: l’idea è che prima o poi l’impero austrugarico, essendo un organismo decrepito, sarebbe caduto in una guerra civile, con la Serbia pronta a raccoglierne i frammenti

La seconda, azionista, invece era capeggiata dall’esercito e dai servizi segreti: aiutare e finanziare i gruppi indipendentisti e nazionalisti che operavano nell’impero e creare instabilità con attentati e omicidi mirati, in mdo causare una spirale repressiva da parte degli austriaci che a sua volta avrebbe spinto i popoli slavi a ribellarsi o, nella migliore delle ipotesi, il loro protettore russo a intervenire con le buone, imponendo a Vienna una conferenza di pace, o con le cattive.

In mezzo il governo, capeggiato da Pasic, che si barcamenava con ambiguità tra le due.

Come strumento operativo, i servizi segreti serbi avevano creato la cosiddetta Mano Nera, al cui capo vi era il colonnello Dragutin Dimitrijevic, ma era più noto con il suo nome di battaglia: Apis, come la divinità egiziana raffigurata come un toro. Apis era scapolo, comandava i servizi segreti dell’esercito e nel 1914 aveva 36 anni. Quando ne aveva 25 aveva partecipato alla congiura durante la quale venne ucciso il re di Serbia.

Per completare il suo curriculum nel 1911 aveva organizzato un attentato per uccidere Francesco Giuseppe e parte della famiglia reale austriaca, in occasione delle nozze di Carlo e Zita, attentato fallito, per fortuna degli Asburgo, in maniera fantozziana, con le bombe a mano esplose nelle mani dei potenziali assassini.

Apis aveva un grosso problema: Francesco Ferdinando, che nonostante i suoi limiti e il suo caratteraccio, era l’unico a Vienna, con i suoi progetti di riforme che avrebbero dato autonomia agli slavi, ad aver trovato un’alternativa politica agli intrighi serbi

Poi, l’Arciduca, il 28 giugno 1914 aveva deciso di andare a Sarajevo, per celebrare lontano dalla corte l’anniversario del giuramento morganatico con cui, dopo tanto penare, aveva ottenuto il permesso di sposare la sua amata, Sofia Chotek (slava di nascita e di rango molto inferiore), in cambio del giuramento che i figli nati da questa unione non fossero mai saliti al trono.

Probabilmente, Francesco Ferdinando non si era neppure reso conto come quella data corrispondesse al 15 giugno del calendario giuliano, festa di San Vito, il Vidovdan , in cui si commemora la battaglia della Piana dei merli.

Per cui, quello che doveva essere un suo svago, veniva visto dai nazionalisti serbi come grave provocazione.

Alla notizia della visita, Pasic incaricò il proprio rappresentante diplomatico a Vienna di protestare contro lo svolgimento di manovre militari sul confine serbo e di avvertire il governo austriaco di come, in caso contrario, la vita dell’Arciduca fosse stata in pericolo.

Il diplomatico serbo non riuscì a farsi ricevere dal ministro degli Esteri, ma parlò con quello delle Finanze al quale fece – inascoltato – un discorso che alludeva a possibili reazioni popolari

“qualche soldato bosniaco potrebbe mettere nel suo fucile un proiettile vero al posto della cartuccia a salve”

e concludeva con le parole:

“Sarebbe ragionevole che l’Arciduca Francesco Ferdinando non si recasse a Sarajevo”.

Dati i pessimi rapporti tra governo viennese e Francesco Ferdinando, l’arciduca non fu avvertito e continuò imperterrito.

Così la Mano Nera decise di organizzare un’azione dimostrativa: il maggior Vojin Tankosic, su ordine di Apis, incontrò un piccolo gruppo di terroristi serbo-bosniaci membri della Giovane Bosnia, che si ispirava a Giuseppe Mazzini, con tanto ideali e poco addestramento. Tra l’altro uno dei loro membri era Vaso Čubrilović che poi divenne teorico dell’allontamento degli Italiani dall’Istria e della pulizia etnica nei confronti degli albanesi del Kossovo (di fatto, uno dei tanti cattivi maestri di Milosevic…)

Tankosic consegnò ai bosniaci quattro pistole, sei bombe e alcune capsule di cianuro per suicidarsi, nel caso fossero stati catturati, dicendo loro di attentare alla vita dell’Arciduca, accusandolo di essere nemico dei slavi.

I membri della Giovane Bosnia, compreso Princip, che avevano idee poco chiare sull’Arciduca e sulle sue idee, neppure sapevano che fosse accompagnato dalla moglie e che avesse figli, accettarono.

Che l’azione fosse probabilmente solo dimostrativa, è dimostrato dal fatto che il compito fosse stato affidato a degli incompetenti: l’Arciduca si sarebbe soltanto preso uno spavento e irritato dal comportamento dei sui sudditi bosniaci, avrebbe cambiato linea politica.

Tankosic, poi incontrò Pasic, per riferirgli del progetto: il primo ministro serbo, secondo la testimonianza di Jovanovic, accosentì, convinto che Francesco Ferdinando non corresse rischi concreti e diede l’ordine a Tankosic di distruggere le prove del coinvolgimenti di Belgrado; nel caso fossero catturati vivi o morti, si sarebbe dovuto evidenziare il loro legame con gli anarchici, all’epoca molto attivi nell’eliminazione fisica di politici e teste coronate, invece che con il nazionalismo serbo

Per maggior sicurezza e depistare eventuali indagini austriache. fu emesso un mandato di cattura per i membri della Giovane Bosnia.

Così quando Mehmed Mehmedbašić non sparò e Nedeljko Čabrinović lanciò una bomba sbagliando auto, gli agenti della Mano Nera si fregarono le mani soddisfatti.

Ma fecero i conti senza l’oste: Gavrilo Princip si era allontanato per comprare il cibo per i membri del gruppo, vide l’auto aperta di Francesco Ferdinando e sparò a bruciapelo, non per uccidere l’arciduca, ma il governatore generale della Bosnia Potiorek, l’unica personalità che era riuscito a riconoscere

Invece, successe il finimondo: un primo proiettile trapassò la fiancata dell’auto e colpì Sofia Chotek all’addome, mentre il secondo colpì Francesco Ferdinando al collo, dove non era protetto dal giubbetto antiproiettile che indossava.

E non fu l’unico imprevisto: a quanto pare, a Sarajevo avevano un’idea diversa dell’Arciduca rispetto a Belgrado; scoppiò un pogrom antiserbo che diede l’occasione alla polizia austrungarica di scoprire tutta la rete bosniaca della Mano Nera…

Così, mentre Princip e Cabrinovic subivano un regolare processo, ed essendo minorenni si salvarono dalla condanna a morte, poco più di un centinaio di persone, agenti segreti serbi o presunti tali, furono impiccati senza tante formalità per il sospetto di essere stati complici dell’attentato. Milan Ciganović, il braccio Dragutin Dimitrijevic si salvò dall’arresto per il rotto della cuffia, fuggendo in Serbia, dove Panic gli diede un salvacondotto, i primi di luglio del 1914, in modo che potesse fuggire negli USA.

I risultati delle perquisizioni, più la confessione di Trifko Grabez che fece nomi e cognomi, fecero così saltare il tentativo di depistaggio, portando agli eventi della crisi di Luglio…

Il Piano XVII

Se il piano Schlieffen è stato sviscerato dagli storici in ogni sua parte, minore attenzione è stata dedicata alla sua controparte francese.

Se all’inizio gli Alti Comandi di Parigi, nonostante i timori di Moltke senior, a tutto pensavano tranne che ad attaccare la Germania, anzi, i loro piani erano difensivi, fondati nell’ipotesi che i tedeschi replicassero la strategia del 1870, le cose cambiano con la Duplice Intesa del 1891

Da quel momento in poi, l’esercito francese cambia idea: lasciando ai russi il compito di marciare su Berlino, è necessario però impegnare quante più possibili armate germaniche, in modo che non possano essere impegnate sul fronte orientale

Nasce così nel 1898 il cosiddetto Piano XIV che prevedelo schieramento sul confine franco-tedesco di cinque armate concentrate tra Saint-Dizier e Epinal in una formazione a diamante; queste avrebbe dovuto fungere da esca per il comando tedesco che così avrebbe impegnato più truppe possibile ad Occidente. Nel caso che le cose si fossero messe bene, per le vittorie russe in Prussia Orientale, l’esercito francese sarebbe passato alla controffensiva.

Piano che tra l’altro faceva buon gioco alla strategia prevista da Moltke senior e che viene rafforzato nel 1903 dal Piano XV che prevede di schierare cinque armate tra Verdun e Epinal, dietro munite forticazione; una armata sarebbe posizionata in avanti a Nancy mentre le altre, schierate sui due fianchi interverrebbero in modo flessibile sulla base dei movimenti dei tedeschi o per fungere da riserva tattica in caso di controffensiva

Nel 1904, però il Deuxième Bureau, il servizio segreto dell’esercito, viene a conoscenza delle linee fondamentali del piano di guerra adottato dallo stato maggiore nemico, grazie alle sensazionali rivelazioni della spia tedesca Le Vengeur, un ufficiale dell’esercito germanico di cui non si è mai riusciti a scoprire l’identità che durante una serie di rocamboleschi incontri con emissari francesi, presenta, dietro il pagamento di una forte somma di denaro, un’importante documentazione che svelava la prima versione del cosiddetto Piano Schlieffen, priva però della descrizione del previsto contributo italiano.

In pratica, i francesi si trovano davanti alla possibilità di subire un’offensiva in grande stile secondo l’asse Olanda Belgio, con l’Alsazia sguarnita.

Così comincia la revisione dei piani bellici: la prima è il Piano XV bis che prevede la costituzione di una armata da riserva da trasportare a nord in caso di effettiva violazione tedesca della neutralità belga, da affiancare a un corpo di spedizione britannico, che sarebbe sicuramente intervenuto.

Nel maggio 1907, viene presentato il Piano XV ter che che prevede, oltre ad un raggruppamento principale di tre armate in Lorena, un’armata schierata in copertura a nord-est di Saint-Dizier con due corpi d’armata e due divisioni di cavalleria; i servizi segreti francesi danno sempre più credibilità a Le Vengeur, visto che attorno Acquisgrana sono costruite numerose linee ferrovie, utili solo ai fini bellici.

Sulla base di queste valutazioni e considerando anche che le teorie strategiche preferite storicamente dai generali tedeschi si basavano su vaste manovre aggiranti, nel 1909 il generale Henri de Lacroix, in quel momento comandante in capo designato dell’esercito francese, imposta il piano XVI.

De Lacroix, però sia per motivi logistici, sia per la questione dell’Alsazia Lorena sguarnita, considera il piano Schiefflen irrealizzabile e sospetta che tutto sia un inganno, orchestrato dai servizi segreti tedeschi. Dopo lunga riflessione, ipotizza come i tedeschi attacchino attraverso le Ardenne per sbucare con due masse separate a Verdun e a Sedan e poi convergere verso il mare, per imprigionare in una sacca le truppe francesi poste a protezione del Belgio, intuendo paradossalmente ciò che accadrà nella Seconda Guerra Mondiale con il Fall Gelb.

Così prevede come la massa principale dell’esercito sia schierata tra Verdun e l’Alsazia, e che notevoli forze di riserva sarebbero state tenute indietro, a Châlons-sur-Marne, per intervenire, dopo aver riconosciuto l’effettiva direzione dell’attacco principale tedesco, sia a Verdun che a Epinal o a Sedan

Il suo successore, il generale Michel, però sospetta che le considerazione di La Croux siano campate in aria e decide di considerare valido il Piano Schlieffen; in previsione dell’offensiva tedesca attraverso il Belgio, propone nel 1911 il piano XVI bis, in cui dispone lo schieramento francese verso ovest fino alla costa della Manica e di manovrare offensivamente verso Anversa, Bruxelles e Namur, in modo da sfidare gli avversari in una battaglia d’incontro.

Per vincerla, però, è necessario avere più forze in campo dell’avversario: a tal scopo, Michel il generale propone di modificare la struttura dell’esercito inserendo in prima linea anche le truppe di riserva aggregando ad ogni reggimento regolare un reggimento di riserva.

Trascurando le considerazione politiche e delle polemiche tra ufficiali, Gallieni, il futuro eroe della Marna, evidenzia come tale modifica generi un grosso casino organizzativo, rendendo di fatto inefficace l’esercito francese per tre o quattro anni; inoltre avrebbe appesantito notevolmente la logistica, replicando lato francese i problemi tedeschi,distendendendo su una linea troppo estesa l’esercito e rischiando di indebolire pericolosamente il centro e l’ala destra

Quindi il Ministro della Guerra Messimy, dopo aver cacciato a pedate Michel e provveduto alla riorganizzazione dell’alto comando concentrando in una stessa persona l’incarico di capo di stato maggiore dell’esercito e quello di vice-presidente del Conseil e comandante in capo designato in caso di guerra, decide di affibbiare questo ruolo a Joffre, la persona sbagliata al momento sbagliato, sostenitore della teoria della cosiddetta offensiva ad oltranza.

Strategia che invece che su considerazioni militari, era basata su idee misticheggianti: considerava fondamentale prendere l’iniziativa in guerra e sfruttare le caratteristiche positive del soldato francese che, naturalmente portato all’attacco e dotato di slancio (elan) e coraggio (cran) superiore ai soldati degli eventuali nemici, avrebbe avuto la meglio in grandi battaglie offensive in campo aperto.

Come implentare tutte queste chiacchiere nella pratica ? Joffre ha inizialmente un’idea genialoide: visto che i tedeschi passeranno per il Belgio, noi li anticiperemo, violando per primi la neutralità di Bruxelles e prendendoli di sorpresa.

Il generale inglese Hughes Wilson lo riconduce, il 27 novembre 1912, alla ragione, evidenziando l’inutilità militare di tale manovra e ricordando come, in caso di violazione francese, la Gran Bretagna sarebbe intervenuta, ma al fianco del Kaiser.

Così Joffre si macera per mesi cercando di capire dove diavolo scatenare la sua offensiva, capace di anticipare la manovra tedesca: grazie a Foch, ci si accorge del presunto buco dell’Alsazia.

Così nasce il 18 aprile 1913, il cosiddetto Piano XVII: cinque armate sarebbero state messe in campo mentre in un documento segreto allegato al piano XVII illustrava i dettagli del previsto intervento di un corpo di spedizione britannico sul fianco sinistro dell’esercito francese, a ovest di Mézières. In linea generale il progetto del generale Joffre prevedea che la 1ª e la 2ª Armata, concentrate sull’ala destra dello schieramento, attacchino in Lorena verso Sarrebourg e Saarbrücken; più a nord la 3ª Armata passerebbe all’offensiva verso Metz e Thionville. All’ala sinistra il piano prevedeva il raggruppamento della 5ª Armata che potrebbe penetrare in Lussemburgo oppure, “alla prima notizia della violazione del territorio belga da parte della Germania”, supportare l’esercito belga, rallentando l’azione tedesca e permettendo ai francesi la conquista della Renania, azzerando così il potenziale industriale avversario, ignorando sia la possibile presenza italiana, sia le contromisure di Moltke junior.

Così cominciò il disastro della battaglia delle frontiere

 

Ucronia bellica

Dedichiamoci a un’ucronia: se i politici italiani fossero stati fedeli alla Triplice Alleanza, con il supporto italiano i piani di Moltke Junior avrebbero avuto successo ?

Non ne sono proprio convinto: La mattina del 1º luglio 1914 moriva improvvisamente il generale Alberto Pollio, stroncato da un infarto. Il 27 luglio Luigi Cadorna, su indicazione e designazione di re Vittorio Emanuele III, prendeva possesso degli uffici del capo di stato maggiore, ereditando un esercito che, a causa della guerra di Libia, era abbastanza carente di materiale bellico e in pieno marasma organizzativo

Un esercito che secondo gli accordi, entro il 24 agosto deve terminare lo schieramento di due divisioni di cavalleria e tre corpi d’armata in Alsazia, utilizzando le ferrovie austrungariche e tedesche, già stressate dal trasferimento dei loro soldati.

Un’impresa difficilmente realizzabile: quindi Moltke junior, se non vuole rimanere scoperto a Sud, permettendo il successo del Piano XVII francese, deve predisporre le truppe in tempi rapidi secondo quanto avvenuto nella nostra storia.

Al contempo, ammettendo che Cadorna applichi il piano di Cosenz e di Pollio e non tiri fuori qualche sua genialata, allora avremo i seguenti scenari:

1) Occupazione della Corsica con sbarco dalla Sardegna: dovrebbe avvenire senza grossi problemi: nell’ipotesi remota che la flotta italiana la utilizzi come base per mettere in difficoltà il trasferimento delle truppe coloniale da Marocco e Algeria, von Kluck dovrebbe avere meno perdite, ma non risultati strategici migliori della nostra Time Line. Per von Bulow non cambia nulla, mentre la pessima figura di Foch nelle paludi Saint-Gond si trasforma in disfatta: bisogna vedere quanto la rotta dell’ala destra 9ª Armata francese influisca sull’esito complessivo della battaglia.

Ad esempio Il generale von Kluck fino alla fine della sua vita mantenne l’opinione che, senza l’ordine di ritirata finale, egli sarebbe stato in grado di raggiungere la vittoria nel suo settore e conquistare Parigi, anche se ammise che neppure questo successo avrebbe potuto essere sufficiente in caso di crollo del fronte tedesco sulla Marna

2) Offensiva sulle Alpi: trascurando l’alto tasso di perdite umane, ai fini della Marna è totalmente inutile: nelle nostra realtà, l’Armata delle Alpi, smobilitata dinanzi alla dichiarazione di neutralità italiana, giunse a giochi fatti

3) Sbarco sulla foce del Rodano: è il più problematico a realizzarsi, dato che presuppone un rapido annientamento della flotta anglo-francese del Mediterraneo, con tutti i rischi del caso.

Quindi, nonostante l’aggressività del Duca degli Abruzzi, probablmente non si sarebbe fatto nulla.

Di conseguenza, a breve termine, poco sarebbe cambiato: l’impatto dell’intervento italiano, si sarebbe forse visto a medio termine, affrettando la caduta della Russia, dato che l’Austria doveva combattere solo sul fronte orientale e moltiplicando gli effetti dell’Operazione Gericht con le offensive sul fronte alpino, portando al collasso dell’esercito francese sognato da Falkenhayn

Confusione nella Triplice

Se gli alti comandi tedeschi, nell’elaborazione dei loro piani di guerra, avevano ben chiaro i ruoli degli alleati e le possibili alternative, Austria Ungheria e Italia cosa conoscevano del Piano di Moltke Senior, di quello Schlieffen e di quello di Moltke Junior ?

Il sospetto è che, nonostante convenzioni ed esercitazioni congiunte, Pollio e Conrad o avevano le idee poco chiare sulle intenzioni tedesche, oppure fecero finta di non capire.

L’offensiva in Galizia di Conrad, trascurando il fatto che fosse condotta con forza inadeguate e senza fare i conti con la mobilitazione russa, per essere efficace presupponeva un’analoga azione da parte tedesca dalla Prussia Orientale, in modo da poter chiudere la Polonia russa in una morsa. Piano compatibile con quello di Moltke Senior, non con quello seguenti..

Lo stesso vale per i piani italiani: i nostri comandi, avevano preso la questione Vosgi più come una dichiarazione di intenti, della serie prima o poi ci schieriamo, che per un obiettivo da raggiungere. Ciò implica l’idea che i tedeschi resistessero a tempo indeterminano in Alsazia.

Al contempo, lo sbarco sul Rodano sarebbe stato possibile solo in caso di superiorità della flotta austro-italiana, con un contributo tedesco, su quella francese: superiorità possibile sono in caso di neutralità inglese che, come era prevedibile, sarebbe saltata in caso di invasione del Belgio.

Per cui, uno dei tanti errori del comando tedesco è stato di aver supporto una comunanza di visione strategica con gli alleati, reali o potenziali, che in realtà non esisteva e di non aver coordinato con i piani d’attacco, dando troppo per scontato.

Genesi

Un argomento che è poco studiata dagli storici anglosassoni è la complessa genesi dei piani di guerra tedeschi della Prima Guerra Mondiale

Il tutto cominciò nel 1880, quando Moltke Senior, si pose un problema strategico, all’epoca alquanto astratto e accademico, vista la politica di Bismark: come avrebbe potuto, l’alleanza austro tedesca, resistere a un attacco combinato franco russo e costringere Parigi e San Pietroburgo a una pace di compromesso.

L’idea che il vincitore di Sedan partorì era abbastanza sensata, partendo dai presupposti del 1870: Moltke era consapevole come il caos della mobilitazione francese avesse aiutato i prussiani, che, nonostante la battaglia di distruzione la guerra fosse continuata per un altro anno, logorando profondamente le armate prussiane e che alla Marna, per un solo colpo di fortuna il generale prussiano aveva evitato di fare la fine di Mac-Mahon.

In compenso, ritenendo l’esercito russo numeroso, ma male armato e peggio addestrato, Moltke pensò di eliminarlo, con l’aiuto austriaco, applicando in grande le idee di Sedan: lo zar, dopo la batosta, si sarebbe seduto al tavolo della pace e con un poco di pazienza e grazie alla mediazione inglese, si sarebbe raggiunto un compromesso con i francesi.

In termini pratici, sul fronte orientale la Prima armata si sarebbe concentrata nella difesa del confine tra la Prussia orientale e la Russia, mente la Seconda e la Terza, sarebbero schierate al confine prussiano meridionale con la Polonia, e avrebbero dovuto attaccare Varsavia da nord.

La capitale polacca era il principale centro di raccolta dell’esercito russo e nelle intenzioni doveva venire avviluppata da una manovra a tenaglia, completata dall’esercito austriaco da sud, proveniente dalla Galizia.

Sul fronte occidentale, invece, il piano prevedeva una difesa in profondità basata su due linee difensive parallele, la prima amcorata a Metz, la seconda trenta chilometri più indietro. Linea difensiva su cui i francesi si sarebbero logorati.

La situazione cambia parzialmente nel 1882, con la nascita della Triplice Alleanza: da una parte, vista la politica di Crispi, il rischio di una guerra con la Francia sembra essere più concreto, dall’altra, dal punto di vista militare sorge il problema di cosa diavolo fare dell’esercito italiano.

Andare all’attacco sulle Alpi, come diceva bene von Clausewitz è lo stesso che pretendere di sollevare un fucile afferrandolo dalla punta della baionetta; per cui, gli italiani devono rimanere sulla difensiva.

Dal punto di vista di Moltke, la cosa va pure bene, aumentando la dispersione delle truppe francesi e incrementando il loro logoramento.

Ma questo non andava bene al governo italiano che riteneva questo ruolo assai secondario: così Crispi nel 1887 propone di fare partecipare 2 corpi d’armata nelle campagna contro la Russia a supporto del contingente austriaco.

Se Moltke è abbastanza scettico, teme infatti che austriaci e italiani finiscano a spararsi tra loro, a Vienna scuotono il capo: la mobilitazione delle proprie truppe metterebbe già al limite le ferrovie austriache e non ci sarebbe possibilità di trasportare gli italiani sul fronte della Galizia. Se Crispi vuole combattere, si trovi lui l’avversario.

Così, sempre Moltke, ha una pensata: dato che è possibile come la Romania si possa schierare a favore della Russia, allora le truppe italiane combatteranno contro quelle di Bucarest.

Ipotesi che però viene archiviata nel 1888, a causa del trattato di amicizia tra Austria Ungheria e Romania che rende poco probabile l’intervento di Bucarest a favore della Russia, vanificando la guerra parallela crispina.

Così, nel 1888, Moltke, in un incontro con il suo omologo italiano Cosenz, ha un’idea, ma se gli italiani costituissero la riserva strategica dietro la seconda linea difensiva, sia per bloccare eventuali sfondamenti francesi, sia per organizzare un eventuale invasione, nel caso che Parigi, dopo il crollo russo, non si volesse sedere a tavolino ?

Cosenz accetta l’idea ed elabora il cosiddetto piano Vosgi: dall’italia partirebbero sei corpi d’armata e tre divisioni di cavalleria per supportare la Germania in Alsazia, entro 20 giorni dalla mobilitazione.

Tutti contenti, tranne gli austriaci che paventano sempre i collasso del loro sistema ferroviario: così Cosenz, senza probabilmente avvertire gli alleati, elabora il cosiddetto Piano S; la violazione della neutralità della confederazione elvetica, per costringere Berna a mettere a disposizione le sue ferrovie.

Ovviamente, appena Roma ci si rende conto delle ricadute diplomatiche di quanto ipotizzato da Cosenz, il generale viene riportato a più miti consigli; così i 20 giorni diventano un intento ipotetico: del tipo, noi mobilitiamo, però arriveremo sul fronte quando Dio vorrà

Nel 1889 Moltke da le dimissioni, godendosi la meritata pensione: Waldersee viene nominato al suo posto e condividendo i presupposti del predecessore, non tocca i piani bellici: però, consapevole che i tempi della mobilitazione italiana sono quelli che sono, chiede all’alleato di diminuire la pressione francese sull’Alsazia, creando un diversivo.

Cosenz, con molta fantasia e probabilmente bluffando con l’alleato, decide di elaborare il cosiddetto piano Rodano: occupazione della Corsica, per assicurare il controllo all’Italia del Centro del Mediterraneo e poi uno sbarco sulla foce del Rodano, per chiudere in una sacca le truppe francesi sulle Alpi.

Waldersee rendendosi conto di quanto è balzana l’idea, lascia correre… Nel 1891 Waldersee è sostituito da Schlieffen; intanto, però, dato che nella vita non si può mai sapere, Cosenz comincia studiare i piani di guerra contro l’alleato austriaco che prevede che in caso di difficoltà, l’Esercito Italiano si debba ritirarei sul Piave. Eppoi contrattaccare.

Nel 1892 tutto quello che sembrava accademia, diventa necessità urgente per i comandi tedeschi, dato l’alleanza tra Francia e Russia. A differenza di Moltke, Schlieffen ritiene la Francia il punto debole dell’alleanza: il problema è come eliminarlo.

Il punto di partenza è spostare da est ad ovest la tenaglia ipotizzata da Moltke, realizzando un’immensa Canne. I presupposti ci sono tutti: le truppe italiane che costituscono il centro, disposte in Alsazia e sulle Alpi, la manovra avvolgente sud del Piano Rodano; manca soltanto la manovra avvolgente da Nord, che porterà Schiefflen a ipotizzare l’invasione dell’Olanda e del Belgio.

E dato che il centro deve assecondare l’avanzata francese, il contingente italiano in Alsazi viene ridotto a cinque corpi d’armata e due divisioni di cavalleria che devono arrivare il giorno M+20.

Nel novembre 1912 scoppia un fulmine a ciel sereno: il generale Alberto Pollio, capo di stato maggiore italiano, manda un suo addetto a informare Moltke junior, che ha sostituito Schlieffe, di come l’Italia non sia in grado di adempiere ai suoi obblighi in base alla convenzione militare del 1888, causa situazione disastrosa in Libia

Moltke junior non si perde d’animo, rielaborando il piano Schiefflen, trasformandolo da piano della Triplice Alleanza a Piano Tedesco.

Un attento studio del piano Moltke ha dimostrato come il generale abbia assegnato ad ogni ala la stessa proporzione di forze prevista da Schlieffen. Questi aveva assegnato il 21,2% delle forze disponibili all’ala sinistra e lo stesso fece Moltke, sostituendo gli italiani con nuove forze tedesche che non erano disponibili nel 1905.

In maniera più audace, Moltke rinforza il lato destro apportando due ragionevoli cambiamenti al piano originale.

Schlieffen aveva pianificato due corpi d’armata sul fianco destro per operare contro l’Olanda e ne aveva assegnati altri cinque per conquistare Antwerp. Moltke cancellò l’invasione dell’Olanda e tolse tre corpi d’armata dalle forze per assediare Antwerp sostituendole con unità di Landwehr.

Sia nella versione di Schlieffen che in quella di Moltke, l’ala destra aveva un totale di 54 divisioni di prima linea o di riserva. Ma la versione di Moltke aumentava le forze veramente disponibili contro la Francia da 47 a 52 divisioni, un aumento di quasi l’ 11%. E allo stesso tempo riduceva le forze nemiche di due corpi d’armata evitando di combattere l’Olanda. Così il piano di Moltke era ancora più “schlieffeniano” di quello di Schlieffen

Nel gennaio 1913, però, Pollio cambia di nuovo le carte in tavola: dato che le cose in Libia sembrano andare bene, l’Italia può fornire il suo aiuto all’alleato tedesco.

Pollio spiega che in caso di guerra l’Italia avrebbe iniziato subito una offensiva sulle Alpi con quattro corpi d’armata e allo stesso tempo ne avrebbe usati 5 per l’operazione anfibia in Provenza.

Un corpo d’armata sarebbe stato utilizzato per la Corsica e i restanti due corpi attivi sarebbero stati pronti per un possibile invio in Germania. Tre corpi avevano il compito di difendere le coste.

Tutto viene perfezionato a gennaio 1914: L’Italia si presta a trasferire la sua terza armata, consistente in due divisioni di cavalleria e tre corpi d’armata – circa 150000 uomini – in Alsazia tra l’ottavo e il ventesimo giorno di mobilitazione, usando ben precise linee ferroviarie italiane, tedesche e autriache.

Entro tre giorni dall’arrivo in Alsazia, la Terza Armata avrebbe cominciato le operazioni in collaborazione con l’esercito tedesco.

La Germania sarebbe stata responsabile per le linee di comunicazione e la sicurezza sui fianchi mentre gli italiani avanzavano in Francia. Dal momento
che il settore italiano includeva le fortezze di Epinal e Belfort, i tedeschi avrebbero prestato otto batterie di obici da 210mm.

Ulteriori clausole obbligavano l’Italia a ridurre di 5 giorni, entro il 1 aprile 1915, i tempi di preparazione per le operazioni in Alsazia e anche di studiare il possibile aumento della forza della Terza Armata.

La riduzione del contingente italiano dai cinque corpi d’armata previsti nel 1888 a tre corpi d’armata, era il risultato del continuo impegno in Libia.

Comunque la riduzione non era grande come sembra, tra il 1888 e il 1914 la forza di un battaglione italiano era passata da 800 a 1040 uomini con un proporzionale aumento delle altre armi.

Così Moltke aveva due possibili piani bellici: quello triplicista, con il contributo italiano e viste la poca affidabilità di Roma, quello minimale, con i tedeschi che avrebbero fatto tutto da soli.

Il mito del Piano Schlieffen

LEGANERD_046375

 

Se vi è una mito della Prima Guerra Mondiale, è il cosiddetto Piano Schlieffen, che avrebbe dovuto portare alla vittoria certa e veloce dell’esercito tedesco, prima su quello francese, poi su quello russo.

Di conseguenza, il Moltke Junior, il capo di stato maggiore tedesco, è spernacchiato da più di un secolo, per non averlo applicato.

A mio parere, invece il piano Schlieffen era una boiata pazzesca, frutto di elucubrazioni mentali di uno stratega da tavolino, tanto valido quanto le simulazioni che per divertimento faccio con i miei amici, che crollerebbero come un castello di carte al primo colpo di cannone.

Ma cosa prevedeva questo piano ?

Una rapida mobilitazione dell’esercito tedesco, che, senza tenere conto della neutralità di Olanda e Belgio, li avrebbe invasi all’improvviso e sfruttando l’effetto sorpresa, avrebbe dilagato attraverso di essi con la sua potente ala destra in direzione sud-ovest attraverso le Fiandre verso Parigi, colpendo la Francia in un settore completamente sguarnito.

Contemporaneamente l’esercito tedesco avrebbe mantenuto un atteggiamento difensivo con il centro e l’ala sinistra nei settori di confine tra Francia e Germania, in Lorena, nei Vosgi e nella Mosella; ciò allo scopo di attirare all’attacco l’esercito francese, il cui Piano XVII, il segreto di Pulcinella dell’epoca, prevedeva l’offensiva contro il secolare nemico tedesco.

Ciò avrebbe permesso ai tedeschi di intrappolare l’esercito nemico in un’immensa sacca: fissato al giorno M l’inizio delle ostilità, Schlieffen prevedeva i aver passato le Fiandre a M+22, ossia 22 giorni dopo, raggiunto la Somme a M+31 e considerava a M+ 42 di essere intorno a Parigi, con l’esercito francese in rotta, e sfruttando le proprie ferrovie, di trasportare le truppe sul fronte polacco, dato che i russi avrebbero potuto mobilitare le proprie truppe tra M+42 e M+56.

Tutto bello ed elegante, ma che presupponeva una serie di assiomi che alla prova dei fatti sarebbero crollati miseramente

1) Che la Francia, protetta dalle fortificazioni, avrebbe mobilitato con un ritardo di un paio di quattro giorni rispetto alla Francia non avendo così tempo di reagire alla manovra avvolgente. In realtà, grazie al generalissimo francese Joffre, le mobilitazioni corsero su binari paralleli e a M+35 Parigi potè schierare le sue truppe a difesa di Parigi

2) Che Parigi, dopo il trauma dell’assedio del 1871, sarebbe stata dichiarata dal governo città aperta: invece fu trasformata un una piazzaforte, armata sino ai denti. Questo la rese il fulcro logistico che permise la vittoria francese della Marna… Tra l’altro, anche se i tedeschi avessero vinto quella battaglia, si sarebbero scontrati con il problema dell’assedio alla capitale francese, che nessuno aveva previsto

3) Che Belgio e Olanda si sarebbero arresi senza combattere, cosa che difficilmente si sarebbe verificata. In particolare, l’invasione dell’Olanda, oltre che a preallertare belgi e francesi, avrebbe avuto l’effetto collaterale dell’apertura delle dighe, con il relativo rallentamento delle operazioni

4) Che i tempi di mobilitazioni russi fossere molto più lunghi di quelli avvenuti effettivamente: l’attacco alla Prussia tedesca e alla Galizia avvenne a M+10, invece che a M+52, e a priori non erano prevedibili i colpi di fortuna tedeschi a Tannenberg e ai Laghi Masuri

5) Che la Gran Bretagna, visto che il piano non prevedeva azioni marittime, sarebbe rimasta neutrale. Invece, con l’azione in Belgio, successe proprio il contrario: in caso di invasione dell’Olanda il contingente inglese si sarebbe mobilitato prima

6) Che l’Austria fosse stata in grado di resistere da sola alla Russia sino a M+52, in he non avvenne

7) Che l’Italia non solo combattesse al fianco della Germania, ma che a M+12 avesse schierato parte delle sue truppe in Alsazia e Lorena, per contrastare le offensiva del Piano XVII francese e M+ 21 avesse fatto la parte rimanente dell’esercito sulla foce del Rodano, in modo da lanciare un’offensiva che avrebbe chiuso in una sacca l’Armata francese dsposta sulle Alpi, il che fa venire profondi dubbi sulla sanità mentale di Schlieffen

9) Che le truppe tedesche mantenessero sempre la velocità di marcia di 32 Km al giorno, cosa che non si è verificata nella realtà storica e che sarebbe andata totalmente in tilt in caso di apertura delle dighe in Olanda

10) Che il treno logistico tedesco, basato ancora sui cavalli, fosse stato adeguato al compito. Nella realtà storica fallì miseramente: allungandosi con il piano Schlieffen le linee di rifornimento, il tutto sarebbe collassato senza rimedio.

Quindi, se nel 1914 il suo piano fosse stato applicato integralmente, avremmo forse avuto questo risultato: a fronte di una situazione analoga nel fronte orientale, in quello occidentale le truppe tedesche si sarebbero impantanate in Belgio, con francesi a spasso per la Renania, la principale regione industriale della Germania.

E senza il continuo rifornimento di armi e munizioni, probabilmente dopo un paio d’anni, le truppe del Kaiser si sarebber arrese

Per cui, bene ha fatto Moltke Junior a modificare il piano originare: l’unico appunto che si può fare è nella mancanza di coraggio nel cestinare le idee di Schlieffen, per cercare una soluzione alternativa

Asinara e Altamura

asinara

Avrei voluto parlare dell’idiozia del Piano Schiefflen, ma parlando dell’epopea dei trentini, è come sempre saltata fuori la questione dei prigionieri austriaci in Italia che, come detto altre volte, pur venendo messi ai lavori forzati, ad esempio alla costruzione della ferrovia Roma Lido, se la passavano complessivamente meglio degli italiani in mani austriache.

Riprova è nel diverso tasso di mortalità: 1 a 6 per i prigionieri italiani, 1 a 80 per quelli austriaci, il che rende bene la differenza di condizioni di vita.

Tuttavia, vi sono due tragiche eccezioni, causate dal solito pressappochismo italico. La prima, più nota è quella dell’Asinara. Nel 1914, mentre Conrad giocava a fare il Napoleone in Galizia, collezionando disastri, le offensive austriache contro la Serbia si erano risolte in sonore sconfitte, portando alla cattura di 76.000 prigionieri imperial regi.

Nel 1915, con l’allentarsi della pressione russa, Austria e Germania poterono concentrarsi sulla Serbia, travolgendola. Per evitare la capitolazione il governo e l’esercito serbo decise di intraprendere la sua anabasi: da Belgrado a Niš, in Montenegro, e poi dal Montenegro al Kosovo. Destinazione finale i porti albanesi di Durazzo e Valona, con il proposito di proseguire poi via mare alla volta di Corfù e Salonicco per riorganizzare le fila

Cominciò così il tragico esodo di 400 mila persone: il re Pietro I, la famiglia reale, la corte, l’’esercito, e un’intera popolazione di donne, vecchi, bambini.

E 50 mila prigionieri, sopravvissuti a un’epidemia di tifo che i serbi avevano voluto portarsi dietro, come ostaggi in caso di strane iniziative austriache.

Una “marcia della morte” di nove settimane che si svolse in pieno inverno, attraverso aspre montagne coperte di neve, su sentieri fangosi, in un condizioni di tregenda e tra popolazioni ostili che difendono le loro poche risorse con bastoni e fucili.

Dei 50.000 austriaci che partirono, ne arrivarono a Valona in 24.000. Secondo gli accordi con gli alleati, la marina militare italiana avrebbe dovuto aiutare i profughi, imbarcarli su piroscafi, scortati da cacciatorpedinieri e trasportarli a Brindisi per poi consegnarli alla Francia.

Però, a Valona scoppiarono dei casi di colera: qualcuno dei geni della nostra marina, ignaro di geografia, ebbe l’idea, per evitare il diffondersi dell’epidemia di trasferire la massa dei prigionieri all’isola dell’Asinara, destinata a lazzaretto del Mediterraneo nel 1885,dopo l’epidemia di Napoli.

Isola in cui vi erano una piccola stazione contumaciale per i malati, un piccolo ospedale, una direzione sanitaria, quattro baracche, alcuni fabbricati e un forno crematorio e che certo non poteva accogliere 24000 prigionieri

Il colera sterminò altri 2000 prigionieri durante il viaggio: altri 6000 caddere le prime settimande e furono seppelliti in fosse comuni, cosparsi di calce viva. Alla fine l’epidemia passò e il Duca d’Aosta, con uno sforzo straordinario, organizzò i rifornimenti dell’isola, in modo che i 15.000 sopravvissuti evitassero di morire di fame. Nel 1916, rispettando i patti originari, furono poi consegnati ai francesi.

L’altro caso tragico, fu quello di Altamura anche questo dovuto alla nostra tradizionale incapacità di gestire le emergenze sanitarie, in tempo di pace, come in quello di guerra.

I prigionieri erano soldati Austro-Ungarici del 41^ Reggimento fanteria, catturati dall’esercito Italiano il 12 Agosto 1916 a San Martino sul Carso, di Urch e Voh, sul Monte Kolbik, sul Monte Santo e sul Monte Cucco e a Fratta.

Il campo prigionia, realizzato nel 1916 dal Genio Militare di Bari, constava di una trentina di baracche adibite a dormitori, latrine, mense, cucine e dispense, sala convegni per ufficiali e soldati, uffici, laboratori per i prigionieri, sale di lettura e scrittura, ambulatori, farmacia, infermeria, sale di degenza e reparti di isolamento per i prigionieri in contumacia.

Il campo fu abitato dall’estate 1916 all’autunno del 1920. I prigionieri, oltre ad essere nutriti meglio dei contadini locali, tanto che nelle memorie pubblicate nel 1996 da Fasslabend, i salentini spesso andavano a chiedere quanto avanzato dai pranzi e dalle cene, lavoravano e venivano pagati secondo il salario degli operai delle fabbriche del Nord (il che fece alterare notevolmente i braccianti locali, che prendevano paghe di gran lunga inferiori…)

L’inutile strage avvenne nel 1919, quando, per soddisfare le richieste alleate, fu ospitata anche un’intera legione rumena. Nessuno si accorse che vi era tra loro un’epidemia di tifo, che si propaga nel marzo 1919, mietendo 500 vittime tra i prigionieri e 2300 tra i contadini pugliesi….

P.S. all’Asinara finirono pure i trentini… Dal novembre 1918 ai primi mesi del 1919 vi furono rinchiusi circa 300 trentini ex-prigionieri dei russi che, rientrati in Italia per riabbracciare le proprie famiglie, furono bloccati a Innsbruck dall’Esercito italiano in quanto sospettati di propaganda bolscevica, dato che non si erano arruolati nel corpo di spedizione in Estremo Oriente..

Trentini in Siberia

sconta-3

 

In mezzo a tanta sventura, ebbi anche dei vantaggi e precisamente quelli di aver viagiato per mare e per terra e cioè: Austria, Stiria, Carpati, Ungheria, Transilvania, Croazia, Slavonia, Bosnia, Serbia, Ucraina, Russia, Siberia, Manciuria, Corea, Cina, India, Africa, e finalmente Italia. E quello di aver conosciuto tante rasse: Tedeschi, Ungheresi, Crovati, Slovachi, Cecoslovachi, Bosniaci, Serbi, Galiziani, Po- lachi, Rumeni, Dalmati, Bulgari, Ucraini, Russi, Giaponesi, Siberiani, Nanciuriani, Coreani, Cinesi, Fran- cesi, Americani, Inglesi, Olandesi, Finlandesi, Indiani, Arabi

E’ un brano citato da Antonelli ne I dimenticati della Grande Guerra, saggio che parla di uno degli argomenti poco trattati nei libri di testo, ossia dei 55.000 trentini (e con loro migliaia di giuliani), sudditi di Francesco Giuseppe che combatterono con la divisa dell’esercito austriaco, ovviamente, per evitare che prendessero strane iniziative, sul fronte russo invece che su quello italiano.

Se il ritorno a casa dei prigionieri di guerra italiani, che a differenza di quelli austriaci in Italia, se la passavano assai male, fu fantozziano, il nonno di un mio collega, dopo mesi a mangiare farina di ghiande e zuppa di cavoli, una mattina si trovò davanti una delle guardie che gli disse:

“Guerra finita, noi di nuovo amici. Italia in quella direzione. Su, camminare”

quello dei prigionieri trentin e giuliani in Russia ebbe dell’epico: accettato trasferimento in Italia, grazie ad un accordo di collaborazione militare tra Regno d’Italia e Impero russo, furono concentrati nel campo di prigionia di Kirsanov, nel 1916 vennero trasferiti nel porto di Arcangelsk e lì imbarcati per la Gran Bretagna da cui poi, attraverso la Francia, giunsero a Torino.altri 2.500 alla fine del 1917 , bloccati dai ghiacci ad Arcangelsk, vennero trasferiti attraverso la ferrovia Transiberiana nella concessione italiana Tien Tsin.

Alcuni di loro fu imbarcata dai porti dell’Estremo Oriente per gli Stati Uniti, da dove proseguì alla volta dell’Europa.

La maggior parte, invece, fu protagonista di un’altra pagina trascurata della storia d’Italia, degna di Corto Maltese: si arruolarono in massa nella Legione Redenta, guidata dal maggiore dei Carabinieri Reali Cosma Manera, componente del corpo di spedizione italiano in Estremo Oriente che combatté nell’estate 1919 per mantenere attiva la ferrovia transiberiana in Manciuria, che serviva agli Alleati per approvvigionare i “Bianchi” russi contro i sovietici, sconfiggendo l’Armata Rossa a Irkutsk, Harbin e Vladivostok.

Tra questi si distinsero i membri del Battaglione degli Irridenti, o Nero, dal colore delle loro mostrine, costituito da soldati provenienti da Zara e la Brigata Savoia del ragioniere Andrea Compatangelo, commerciante di Napoli e cronista per l’Avanti a tempo perso che innamorato di una delle tante Romanov, radunò 300 prigionieri trentini sbandati, li armò saccheggiando un deposito dell’esercito zarista e con questo piccolo esercito personale, cominciò la sua anabasi per la Siberia.