Don’t’ cry for me Venezuela

Maduro willing to meet with envoys of international contact group

Se dovessimo dare uno sguardo cinico alla storia recente del Venezuela, sia Chávez, sia Maduro, non è che siano questa grande novità: rapprentano infatti gli ultimi di una lunga serie di caudillos, che, dai tempi di Bolivar, la dominano in forma dittatoriale, tra un colpo di stato e una presunta rivoluzione locale.

Chávez, a differenza di un Cipriano Castro, nonostante la sua retorica terzomondista e socialisteggiante, è stato abbastanza intelligente da non toccare gli interessi primari statunitensi nel Sud America. In più, con una geniale narrazione politica, che ha come antecedente l’argentino Peron, lui, che era uno dei tanti dittatori militari latino americani, si è creato l’immagine di un populista di sinistra.

Infine, e questo è un suo merito, il ricavato sullo sfruttamento delle commodity estratte a basso prezzo all’interno di un paese e rivendute a caro prezzo ai paesi occidentali, invece di contribuire a riempire i suoi conti esteri, è stato utilizzato per come strumento, assistenzialista quanto si vuole, ma efficace, per combattere la povertà del suo paese.

In 7 anni di governo Chávez il paese si è dichiarato libero dall’analfabetismo e tre milioni di venezuelani sono stati inseriti nell’istruzione primaria, secondaria e universitaria. Diciassette milioni di venezuelani (quasi il 70% della popolazione) hanno rivevuto, per la prima volta, assistenza medica e medicinali gratuiti e, in pochi anni, nelle intenzioni governative tutti i venezuelani avranno accesso gratuito all’assistenza medica. Si sono somministati più di 1 milione e 700 000 tonnellate di alimenti a prezzi modici a 12 milioni di persone (quasi la metà dei venezuelani), un milione dei quali li hanno ricevuti gratuitamente, in forma transitoria. La questione era centrale in un Paese come il Venezuela dove le persone sottonutrite sono cresciute dal 1992 al 2003 del 7%, raggiungendo la cifra di 4,5 milioni. La malnutrizione era scesa dal 14% al 12%. La mortalità infantile si era ridotta al 2%.

Al di là dell’aspetto clientelare di tale politica, sono stati risultati importanti. Poi tutto si può dire di Chávez, tranne che sia stato un corrotto come il suo alleato brasiliano Lula.

Maduro, che scemo non è, ha continuato la politica del predecessore, con un ma grosso come una casa: il contesto economico globale, per tante cose, dalla crisi economica globale al crollo del prezzo del petrolio, dovuto allo sviluppo dei biofuel e alla rivoluzione del fracking, è cambiato e per dirla alla Li er Barista

“So’ finiti li sordi”.

Ossia, tutto il meccanismo di costruzione del consenso tramite la ridustribuzione degli utili petroliferi è entrato in tilt: di conseguenza le conquiste sociali di Chávez sono naufragate nel nulla, le condizioni economiche e sociali sono collassate e il malcontento è esploso in maniera esponenziale. Per tenerlo a bada, ha più volte utilizzato la cosiddetta «Legge Abilitante», che dà al Presidente il potere di emanare leggi senza l’approvazione del Parlamento, in modo da non tenere conto delle opposizioni.

A questo poi, si è aggiunta anche una repressione violenta e feroce del dissenso: Maduro è stato denunciato alla Corte penale internazionale per aver assassinato negli anni 2015, 2016 e 2017 circa ottomila persone, nonché attuato la tortura, la detenzione arbitraria, la violazione di domicilio e la sottoposizione di civili al giudizio di tribunali militari, per ragioni politiche.

Nonostante questa politica repressiva, il 6 dicembre 2015 Maduro è riuscito a perdere le elezioni dell’Assemblea Nazionale venezuelana, il suo Parlamento. Fregandosene della democrazia, per non essere un’anatra zoppa, a quindi chiesto delle Legge Abilitanti che gli sono state concesse dal Tribunale Supremo di Giustizia generando così una crisi istituzionale con il parlamento nazionale.

In pratica, ha esautorato l’Assemblea Nazionale, privandola del potere legislativo e dell’immunità parlamentare dei suoi membri, ottenendo inoltre con una sentenza dello stesso tribunale la facoltà di creare un’assemblea costituente per redigere una nuova costituzione, che si è insediata, a valle di contestissime elezioni il 4 agosto 2017.

L’assemblea costituente, composta interamente da membri del partito di Maduro, è presieduta da Diosdado Cabello, ex presidente dell’Assemblea Nazionale e forte sostenitore del presidente, non è stata, ovviamente, riconosciuta dall’Assemblea Nazionale. A complicare questo casino, già di per sé immane, si sono aggiunti due ulteriori elementi di caos: la progressiva estremizzazione dell’Assemblea Nazionale, con l’emarginazione degli elementi moderati e inclini a una soluzione negoziale e di compromesso con Maduro, e le nuove elezioni presidenziali del 2018, in cui è successo di tutto e di più.

Ai principali oppositori di Maduro è stato impedito di partecipare, c’è stato un’astensionismo da record e brogli in quantità industriale. Lo scorso 10 gennaio Maduro si è quindi insediato per il suo secondo mandato presidenziale e nel Paese le proteste, mai veramente cessate in questi anni, si sono fatte più decise.

Durante un cabildo aperto, l’11 gennaio 2019, l’Assemblea Nazionale ha annunciato che il suo presidente Guaidó, che oggettivamente proprio uno stinco di santo non è, avrebbe assunto il ruolo di presidente ad interim dello stato con l’attuale costituzione (del 1999), annunciando inoltre che il parlamento mirava alla rimozione di Maduro.

Dopo ciò, l’Assemblea Nazionale lo ha proclamato presidente ad interim, specificando, tuttavia, che il potere è nelle mani di un governo illegittimo. L’iter legislativo è stato riconosciuto dal tribunale supremo di giustizia in esilio, ospitato dalla città di Panama. Il 23 gennaio l’opposizione ha organizzato una manifestazione anti-governativa che ha richiamato nelle piazze di Caracas, Barquisimeto, Maracaibo, Barinas e San Cristóbal migliaia di cittadini stremati dalla crisi e dalla povertà dilagante in tutto il Venezuela. Proprio durante la manifestazione, Guaidó, si è auto-proclamato Presidente ad interim del Paese con tanto di giuramento davanti alla folla, applicando l’articolo 233 della Costituzione venezuelana che conferisce al Presidente dell’Assemblea nazionale l’incarico di Presidente pro tempore nel caso in cui sia necessario tutelare l’ordine democratico e per convocare nuove elezioni libere.

Dato che USA e i vicini sudamericani temono che la situazione venezuelana possa degenerare in un focolaio di instabilità permanente e che Maduro ha tutte le caratteristiche per svolgere il ruolo di capro espiatorio, sono corsi in massa ad appoggiare Guaidó. Il problema è che, oltre a dovere trovare una mediazione che eviti un’ennesima guerra civile, chiunque diventi presidente, non ha certo la bacchetta magica.

La crisi economica, il malcontento e le relative tensioni sociali rimarrano sempre: per cui, è necessario anche pensare a qualche forma di aiuto per fare ripartire l’economia venezuelana, per evitare di ritrovarsi, tra due o tre anni, da capo a dodici..

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