Il carcere dell’Ucciardone

L’antica Palermo, come tutte le città in epoca pre-moderna era strapiena di carceri: i motivi, erano essenzialmente tre. A quei tempi, molte infrazioni che oggi sono punite al massimo con una multa, invece portavano diretti al gabbio. Al contempo, gli edifici carcerari, la cui concezione era ispirata ai conventi, erano assai più piccoli degli attuali, quindi è facile comprendere, che per imprigionare un numero maggiore di detenuti, ce ne volessero assai di più. Infine, i carceri tendevano a essere distinti per tipologia sociale.

Ad esempio, sino al 1820 il Palazzo arcivescovile ospitò celle per gli ecclesiastici colpevoli di delitti e, dunque, sottratti alla giurisdizione statale per via di antichi privilegi. Nei pressi della chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio (piazza Bellini) c’erano le carceri della Corte del Pretore, altre si trovavano dentro l’odierno Palazzo Municipale denominate le “Carboniere”. Secondo il Marchese di Villabianca, nel 1553 furono impiantate altre carceri nei pressi di Porta Carini. Tutte queste erano dedicate alla borghesia e agli impiegati statali, soprattutto colpevoli di malversazione e corruzione.

Castello a mare fungeva da carcere per i nobili, che ovviamente godevano di trattamenti di favore, e per chi complottava contro lo Stato. Nonostante le comodità, i detenuti, a causa della connotazione militare della struttura, qualche rischio lo correvano: con l’esplosione della polveriera del Castello, sul finire del 1593, persero la vita, compreso il poeta monrealese Antonio Veneziano. Nel XVIII secolo, dentro l’Arsenale, furono costruite celle per una categoria di detenuti particolari, i debitori insolventi e gli evasori fiscali, condannati al “remo” e alla “catena” sulle galee militari. Al famigerato Steri, dove probabilmente sarebbe finito il sottoscritto, vi erano le celle per i prigionieri dell’Inquisizione. All’interno del Quartiere di San Giacomo, invece, vi erano le carceri militari, chiamati “Bomba”.

Ma i peggiori, come spesso accade erano le carceri a cui erano destinati i morti di fame, la Vicaria, costruito nel 1578 come dogana, essendo nei pressi di Piazza Marina, ma che rapidamente cambiò funzione. Divenne prima sede dei Tribunali, poi dal 1593, carcere.

Qui, i detenuti, sia uomini, sia donne, vivevano in condizioni inumane: ammassati in enormi cameroni senza le minime condizioni igienico sanitarie. Rimanevano inoperosi tutto il giorno, perciò passavano il tempo giocando a carte, dadi, o divertendosi col gioco del pidocchio, consistente nell’introdurre uno o più pidocchi dentro una specie di cerbottana e soffiando li lanciavano sui passanti.

Il resto della giornata stavano appiccicati alle inferriate che davano sul Cassaro, in attesa di parlare con i parenti e gli amici. Quelli che si provavano a piano terra, allungando la mano fuori dall’inferriata chiedevano l’elemosina o per acquistare qualcosa dai venditori ambulanti che stazionavano sul posto.

Anche i detenuti che si trovavano nei piani alti, usando una cordicella attaccata ad una “coffa” (cesto di vimini) acquistavano il necessario. La notte, le guardie di ronda facevano scorrere un bastone di legno lungo le grate di ferro giorno e notte, per controllare che fossero integre. Cosa che provocò infinite proteste da parte degli abitanti della zona, che si lamentavano di non poter dormire.

Nel 1627, per alleviare le sofferenze dei carcerati fu fondata la Venerabile Opera di Nostra Signora di Santa Maria di Visita Carcere allo scopo di provvedere ai bisogni di “quei miserabili che gemono nelle carceri di questa felice e fedelissima Città”. I Deputati di questa Opera avevano le loro stanze al pianterreno della Vicaria e si occupavano del vitto, del vestiario e della salute dei detenuti.

Nel cortile all’ingresso della struttura, oltre all’alloggio del boia, pare che vi fossero accatastati gli strumenti di tortura, tre forche, scale e gli steccati per gli atti di giustizia, ed esternamente ai due lati del fabbricato pare che ci fossero due fontane.

Il prigioniero che entrava alla Vicaria era tenuto a pagare, di tasca sua, “i diritti dei carcerati” pari a due tarì e quattro grana quale compenso per il Castellano (il dirigente del carcere) e delle guardie. In più, doveva pagare nove grana come contributo per l’olio della lampada

Se, per ipotesi, non era in grado di pagare, perché non possedeva soldi, veniva depredato di quei pochi capi di vestiario che aveva addosso, rimanendo completamente nudo anche durante l’inverno. Il “Rancio” era appena sufficiente alla sopravvivenza. La spesa per il vitto era a carico delle casse regie, tuttavia la maggior parte del denaro che serviva per l’acquisto del cibo per gli “ospiti” della Vicarìa finiva nelle tasche del Castellano e dei suoi aiutanti. Venivano cucinati normalmente soltanto legumi … La carne la si vedeva raramente, in occasione delle grandi festività o della visita di qualche Autorità assieme alla sua Corte, e comunque per non più di un oncia a testa, di pessima qualità e malamente cucinata. Infine, mancava del tutto l’infermeria: se un detenuto si sentiva male, doveva pagare di tasca propria il trasferimento all’Ospedale Grande di Palazzo Sclafani.

Benché a fine Settecento, cominciassero ad arrivare le prime ordinanze da parte dei vicerè, per rendere queste carceri più umane, il 19 settembre 1773, a seguito di moti popolari, danneggiò tutto l’edificio, compresa una pila di pietra (ove si suppliziavano i detenuti) che, per la sua funzione, aveva dato origine ad una brutta imprecazione “chi putissi vidiri la pila!” (che possa andare in galera!).

Ora a seguito delle continue lamentele dei nobili che avevano i palazzi sul Cassaro, nate più per motivi di decoro urbano che per ragioni umanitarie, i Borboni decisero di prendere di petto il problema. L’occasione fu data nel 1806 dall’ennesimo memoriale di protesta dei detenuti: re Ferdinando, che per colpa di Napoleone, si era trasferito a Palermo, volle apparire come magnanimo difensore dei diritti dei sudditi più malridotti.

Per prima cosa, le detenute, furono trasferite allo Steri, sequestrato all’Inquisizione: per non fare apparire il rimedio peggiore del male, l’intero complesso fu ristrutturato, le celle furono ampliate e furono costruite delle infrastrutture, come l’infermeria e la messa, per renderlo più vivibile.

Poi, decise di fare realizzare un nuovo carcere, le Grandi Prigioni Centrali o Vicaria Nova, che avrebbe dovuto rispondere ai più avanzati principi illuministici. Ferdinando, infatti, era rimasto affascinato dall’idea del Panocticon di Bentham, che il filosofo utilitarista, oltre ad averlo propagandato in diversi saggi, aveva applicato nella sua fabbrica, in cui faceva lavorare dei carcerati

Il principio base di tale carcere è ben descritto in “Bentham ed il Panopticon“ di Andrea Friscelli

Il modello Panopticon non fu soltanto un semplice prototipo architettonico ma un vero e proprio metodo educativo/pedagogico. Questi non sarebbe altro che un carcere ideale, progettato in modo che le celle, disposte a raggiera, avessero pareti trasparenti davanti e dietro non sui lati, cosicché i detenuti non potevano vedersi e la luce consentisse al guardiano, posto su una torretta situata al centro dell’edificio simile a un faro, di osservare e controllare in ogni ora del giorno e della notte le loro attività. Il sorvegliante osservava i carcerati attraverso persiane schermate, le quali non permettevano a questi ultimi di sentirsi controllati. Questa strategia li costringeva a tenere comportamenti moralmente corretti (primo presupposto per un pentimento e ravvedimento), al punto che non era necessaria la presenza costante di un controllore, poiché la stessa struttura carceraria così come configurata garantiva da sola la massima sicurezza.

Bentham era convinto, infatti, che le percosse e le angherie, all’ordine del giorno nelle carceri, si potessero sostituire con l’isolamento e la pervasiva certezza che qualcuno ti osservava. Il modello carcerario “panottico” migliorò il trattamento dei detenuti, rappresentando anche un tentativo di riabilitare velocemente soggetti per il ritorno in società e al lavoro. Si può discutere se il metodo dell’isolamento portasse davvero dei miglioramenti nella psiche e nella coscienza dei detenuti, inducendo in loro una revisione della condotta di vita, in ogni caso va riconosciuto a Bentham di aver provato a migliorarne la condizione, garantendo almeno una reclusione non violenta.

I Borboni, convinti della sua validità, oltre che al carcere di Palermo, lo applicarono a quello dell’isola di Santo Stefano, a quello di Avellino e di Campobasso. Per prima cosa, Ferdinando scelse il luogo della nuova struttura, ben lontano dal centro della città, per evitare le lamentele dei residenti.

Fu scelto così il Piano dell’Ucciardone, delimitato dal borgo e dalla chiesa di Santa Lucia da un lato, dal convento della Consolazione dall’altro, mentre nei restanti versanti si trovavano campi coltivati e cave di pietra. Il nome Ucciardone con tutta probabilità proviene dal francese “Le chardon”, ovvero il cardo spinoso, che abbonda nei terreni incolti di tutta la Sicilia. Secondo un documento del 1549, conservato presso la Biblioteca Comunale, in cui il terreno è appunto menzionato come “planus cardonum” cioè piano dei Cardi, qui vi si portavano i buoi a pascolare.

Poi Ferdinando mise in piedi una commissione tecnica d’avanguardia, costituita dagli architetti Luigi Speranza, Nicolò Puglia e Vincenzo Di Martino, che presentarono almeno tre progetti: l’ultimo, che presentava due possibili ipotesi per il muro di ronda del carcere, segnato ai vertici da torrette, uno ad andamento ottagonale e con fossato dinanzi all’ingresso e l’altro, invece, ad andamento mistilineo, secondo la forma degli edifici in cui si articola il penitenziario, con palesi rimandi alla Maison des jeunes détenus parigina.

Quest’ultima ipotesi è di particolare interesse poiché il muro di recinzione in corrispondenza dell’edificio dell’ingresso si prolungava a formare una esedra monumentale conclusa da piloni, quasi una vera e propria piazza, posta a inquadrare la facciata monumentale del carcere, assegnando così una spiccata valenza urbana al nuovo complesso, in previsione di una possibile espansione della città. Proprio questo disegno venne sottoposto all’approvazione personale di Ferdinando II, che dato il suo spiccato interesse per l’architettura carceraria, lo revisionò ulteriormente.

La pietra necessaria per costruire il maestoso edificio fu cavata dalla tenuta Terre Rosse appartenente ai Baroni Lanza di Trabia. Gli enormi buchi, furono successivamente trasformati in un giardino all’inglese che è ancor oggi uno degli angoli più belli di Palermo, di cui parlerò nei prossimi giorni.

Tuttavia, i tre architetti dovettero affrontare un problema imprevisto: sotto l’area centrale del progetto scorreva l’antico letto fluviale del torrente Passo di Rigano, chiamato nel passato Rio Lisciardone, che era stato deviato qualche decennio prima, sulla costa dell’Acquasanta per evitare l’interramento del porto con i suoi sedimenti, avendo proprio lì a Santa Lucia la sua foce. Peccato che nessuno aveva avvertito i tre architetti del problema, che scavando le fondamenta, invece del tufo si trovarono bensì da sedimenti plastici e cedevoli di limi argillosi e torba. Di conseguenza, sin dall’inizio, gli edifici cominciarono a sprofondare. Per evitare il disastro, Luigi Speranza, Nicolò Puglia e Vincenzo Di Martino furono cacciati a pedate e sostituiti dal buon Emmanuele Palazzotto, che nonostante i suoi gusti estetici peculiari, aveva una formidabile formazione ingegneristica. Emmanuele, tra l’altro, per i casi della vita, era impegnato nel trasformare il vecchio carcere della Vicaria di Palermo nel Palazzo delle Reali Finanze, innestandovi nella facciata un incongruo portico dorico-siculo, ispirato al Tempio di Segesta. All’Ucciardone, ovviamente, non prese iniziative così strampalate: rafforzò le fondamenta, alleggerì la struttura, abbassò la torre centrale, che rischiava di fare la fine di quella di Pisa, modificò la disposizione a raggiera dei corpi di fabbrica destinati alla celle.

Terminati questi benedetti lavori, all’Ucciardone venne assegnato il seguente personale:

• 1 Comandante di 1^ classe con ducati 25 al mese di soldo;
• 1 Meritorio con ducati 4;
• 1 Cappellano con ducati 16;
• 1 Comite con ducati 13;
• 2 Algozini con ducati 10 per ciascuno;
• 12 Custodi con ducati 9 per ciascuno;

In tutta la sua vita, di brutte storie all’Ucciardone ce ne sono state a iosa, come l’omicidio di Gaspare Pisciotta o l’omicidio di Vincenzo Puccio e dal suo interno, tante volte, è partito l’ordine di eliminare qualcuno. Però, vorrei concludere questo racconto, con una storiella divertente, ossia quando nel carcere fu scoperto il petrolio.

A quanto pare, negli anni Sessanta, sotto i pavimenti di alcune sezioni del carcere passava un oleodotto che portava benzina già raffinata dal deposito dell’Uditore alle cisterne del porto; ebbene, alcuni detenuti riuscirono a trivellare, a forare l’oleodotto e a tirar su la benzina con una pompa di fortuna. La benzina veniva poi travasata in bidoni e portata fuori dal carcere.

Faillo di Crotone

Pochi se ne ricordano, ma il prossimo 29 settembre si celebreranno i 2500 anni della battaglia di Salamina. Battaglia il cui ruolo storico è forse esagerato, è assai più importante Platea, combattuta l’anno successivo: poi, in fondo, se Serse avesse vinto e conquistato la Grecia, forse sarebbe cambiato ben poco, nella nostra Storia.

I Persiani, dovendo gestire un impero in cui c’era di tutto e di più, delegavano molto al potere locale e tendevano a mettere bocca il meno possibile sulle abitudini e credenze dei loro sudditi, a patto che pagassero con regolarità le tasse ed evitassero di scannarsi tra loro. Per cui, in un’Atene persiana, ci sarebbe stata una democrazia, ma di certo non l’incubo delle guerre del Peloponneso: forse un Socrate, pur discutendo in piazza della natura del Bene e del Giusto, avrebbe evitato di brindare con la cicuta.

Poi diciamola tutta, i Persiani hanno influenzato la nostra civiltà tanto quanto i greci: la nostra etica, il nostro pensiero religioso ed escatologico più che di Abramo, è figlio di un profeta tanto geniale, quanto sottovalutato, il buon vecchio Zarathuštra o Zoroastro, come preferite chiamarlo. Ebraismo, Cristianesimo e Islam, in tutte le forme che assumono, non sono che variazioni sul tema della sua predicazione.

Ora, le poche opere di narrativa che cita tale battaglia, Xerxes di Frank Miller o 300 – L’alba di un impero, non citano però uno dei personaggi più affascinanti che parteciparono a quell’epopea, Faillo di Crotone.

Faillo, benchè non partecipasse alle Olimpiadi, era un fervente pitagorico e tra le tante stranezze del filosofo di Samo vi era una cordiale antipatia per questa manifestazione sportiva, trionfò più volte nei Giochi Pitici, che si tenevano in onore di Apollo a Delfi; all’inizio, questi erano unicamente delle competizioni musicali ma poi vennero estese anche al canto ed alle performances strumentali. Successivamente vennero aggiunti anche giochi ginnici e competizioni come le corse dei carri. Grazie al buon Pausania, sappiamo che

Nei Giochi Pitici ne riportò tre; due del pentathlon (o quiiiquerzio) , ed una terza nella corsa dello stadio. La sua celebrità era dovuta ai record atletici che infranse: saltò una lunghezza pari a 55 piedi (circa 15 metri) e lanciò il disco ad una distanza di 95 piedi (circa 26 metri). Se la distanza del salto è notevole anche per i tempi moderni, la distanza del lancio sembra piccola rispetto agli standard odierni. Questo dipende da due cose: il maggiore peso del disco, pari a circa 5 kg e dal diametro di 30 cm e la diversa tecnica di lancio.

Filostrato, autore che visse tra il II ed il III sec. d.C.,nella sua opera Le Immagini la descrive, parlando di un quadro che raffigurava la morte di Giacinto. Da questo documento sappiamo come l’atleta compisse una torsione a destra piegando il braccio con cui reggeva il disco, per poi lanciarlo con una semirotazione. La statua di Mirone fotografa l’attimo precedente il lancio, in cui l’atleta concentra al massimo le sue energie che confluiranno nell’azione del getto del disco.

Le imprese di Faillo furono così famose, che un secolo dopo vennero citate nelle commedie di quella linguaccia di Aristofane. Negli Acarnesi dice infatti

Oh, me infelice, maledetta la vecchiaia! (Anfiteo) non mi sarebbe sfuggito al tempo della mia giovinezza quando io, anche se portavo un carico di carbone, correvo e tenevo dietro a Phayllos

mentre nelle Vespe

Quando ero ancora giovane inseguii e presi il corridore Phayllos.

In più, il nostro eroe fu addirittura ritratto in diversi vasi a figure rosse della sua epoca: insomma una vera star. Ma la vera gloria, come detto, la raggiunse durante la Seconda Guerra Persiani. I greci, disperati, avevano provato a chiedere aiuto alle loro colonie in Italia e in Sicilia, ricevendo come risposta quantità industriali di pernacchioni.

L’unica eccezione fu Faillo, che da privato cittadino, armò un trireme e, nonostante avesse superato la cinquantina, lo condusse in battaglia a Salamina, al fianco degli altri greci, coprendosi d’onore, tanto da essere citato dallo stesso Erodoto

Dei popoli che vivono fuori da questi limiti, gli unici ad aiutare la Grecia in pericolo furono i crotoniati, con una nave comandata da Faillo, tre volte vincitore ai giuochi pitici. I crotoniati sono di stirpe achea

L’impresa scaldò tanti i cuori degli Elleni, che gli dedicarono una statua a Delfi nel recinto sacro di Apollo. Gli Ateniesi, poi, che come xenofobia e puzza sotto al naso non erano secondi a nessuno, gli dedicarono un tripode sull’Acropoli, proprio davanti al Partenone, accompagnato con un’iscrizione rinvenuta nel 1889, che pur nel suo stato frammentario, è stata integrata e ricostruita nella parte centrale e che l’esegeta Moretti nel 1953 così tradusse:

“… Phayllos dedicò, tre volte vincitore nell’agone pitico e vincitore delle navi che l’Asia spedì (contro la Grecia)“.

Negli anni ’30, lungo la spiaggia tra Capo Colonna e Capo Cimiti si recuperò casualmente un cippo, con ogni probabilità, la metà di un’ancora iscritta, variamente datata tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C su cui era incisa l’epigrafe

Zeus Melichio,
Phayllos eresse

Un ex voto per Zeus facile da invocare e dolce come il miele, che Faillo ringraziò, per il buon esito della spedizione a Salamina.

Infine, sappiamo dal solito Plutarco che, in onore di quest’unico greco d’Occidente che corse in aiuto della Madre Patria, Alessandro Magno inviò più tardi a Crotone parte del bottino frutto dello scontro decisivo sostenuto con i Persiani a Gaugamela

Il Complesso Callistiano (Parte II)

Ovviamente, il cuore del Complesso Callistiano, è scontato scriverlo, è costituito dalla catacombe di San Callisto. Queste a dire il vero, ebbero un’origine pagana: erano infatti una sorta di cimitero privato della famiglia dei famiglia dei “Caecili”, come testimoniato il rinvenimento dei numerosi frammenti di sarcofagi nei quali ricorreva frequentemente il loro nome. Famiglia, questa, faceva parte della gens Caecilia, un’antichissima famiglia romana plebea ma importante e ricca. I membri di questa gens vennero citati nella storia fin dal V secolo a.c., ma il primo dei Caecilia ad ottenere il titolo di console fu Lucio Cecilio Metello Denter, nel 284 a.c.

Nel II secolo, uno membro ignoto dei Caecili si convertì al cristianesimo e decise di donare il relativo appezzamento di terra alla Chiesa di Roma: una proprietà triangolare che si estendeva dalla Chiesa del “Domine quo vadis” e delimitato dalle attuali vie Ardeatina, Appia Antica e delle Sette Chiese. Terreno che inizialmente fu utilizzato soprattutto a scopi agricoli: vi furono scavato solo due piccoli ipogei sepolcrali.

Il primo, risalente alla prima metà del II secolo, era formato da una galleria con doppia cripta, che fu poco a poco ampliata e poi approfondita, raddoppiandone l’altezza. Alla fine del II secolo fu realizzato un secondo piano inferiore. Il secondo, di forma simile al primo, fu realizzato nella seconda metà del II secolo.

Le cose cambiarono con papa Zefirino, che probabilmente non era un fine intellettuale, ma certo brillava come diplomatico: oltre a evitare che i cristiani di Roma si scannassero in oscure dispute teologiche, risolse una disputa con Settimio Severo, che rischiava di degenerare.

Il motivo della lite era nel rifiuto della comunità cristiana di partecipare alle cerimonie che erano state istituite per la celebrazione del decennale dell’ascesa al trono dell’imperatore. Settimio Severo se la legò al dito ed emise un decreto che puniva la conversione al cristianesimo con pesantissime multe. Zefirino riuscì a risolvere la crisi, con un compromesso: i cristiani avrebbero partecipato alle sole cerimonie non in contrasto con i principi della loro fede, concetto assai vago e passabile di infinite interpretazioni soggettive.

Ora Zefirino affidò la gestione del fondo sull’Appia a Callisto, un vero personaggio da romanzo, che non avrebbe sfigurato ne La Stangata e che se non fosse Papa e Santo, potrebbe entrare nella Top Ten dei grandi cialtroni della Storia.

Callisto era lo schiavo di un certo Carpoforo, un cristiano della famiglia imperiale. Costui affidò grandi somme di denaro a Callisto, allo scopo di fondare, presso la piscina publica, una banca in cui orfani e vedove potessero portare i loro soldi. Il buon Callisto, invece, dissipò il tutto, dedicandosi alla bella vita e a speculazioni azzardate. Quando Carpoforo si accorse di questo, prese un nodoso bastone, pronto per romperlo in testa all’infedele schiavo; alla notizia, il nostro eroe scappò a gambe levate, per recarsi a Porto, dove si sarebbe imbarcato per l’Egitto. Ma non fu abbastanza lesto: appena vide avvicinarsi Carpoforo su una barca, lo schiavo si gettò in mare, per scappare a nuoto, ma fu preso, trascinato a riva, malmenato e consegnato al padrone, affinché lo punisse.

Carpoforo incatenò Callisto a una macina da mulino, come Conan il Barbaro, per costringerlo a trasformare ad oltranza grano in farina: qualche tempo dopo, tuttavia, spinto con ogni probabilità dal desiderio di togliersi dalle scatole i creditori di Callisto che si rivolgevano a lui per riavere il denaro perduto, Carpoforo lo liberò e lo cacciò a pedate.

Callisto aveva prestato parecchio denaro alla Sinagoga di Roma: per cui, la prima cosa che fece, fu tentare di riaverlo indietro: cosa che scatenò una rissa di dimensioni colossali. Il nostro eroe fu arrestato e condotto davanti al prefetto Fusciano, il quale, anche per suggerimento di Carpoforo, lo spedì ai lavori forzati nelle miniere sarde.

Qualche tempo dopo, Marcia, l’amante di Commodo, convocò papa Vittore e gli chiese se c’erano cristiani in Sardegna. Questi le diede un elenco, senza includere Callisto. Marcia spedì allora un emissario con l’incarico di far rilasciare i prigionieri. Callisto si gettò ai suoi piedi, e lo implorò di portarlo con sé. Vittore appena se lo trovò davanti, per toglierselo dalle scatole lo mandò in esilio ad Anzio, in cambio di un lauto stipendio e della promessa di tenersi lontano da Roma e dai guai. Zefirino, che amava le simpatiche canaglie, non solo lo richiamò a Roma, ma addirittura gli affidò importanti responsabilità.

Callisto si dedicò con inaspettata energia alla trasformazione della tenuta agricola sull’Appia in un coemiterium: unì i due ipogei esistenti, aprì nuove gallerie scavate secondo un piano regolare e vi realizzò nuovi sepolcri, dedicando un’area alla sepoltura dei pontefici; molti furono infatti qui sepolti durante il III secolo.

Nel frattempo, Callisto divenne papa: Ippolito, tanto colto e intelligente, quanto ambizioso e di pesimo carattere, non la prese bene, tanto da iniziare il primo scisma noto della Chiesa di Roma e proclamarsi antipapa. Il fatto che anche lui sia diventanto santo, fa sospettare, come in fondo, non avesse poi tutti questi torti, nel prendersela a male.

Papa Callisto, come Severino, mantenne buoni rapporti con il Potere: l’Historia Augusta afferma che un luogo su cui fece erigere un oratorio fu rivendicato da dei tavernai (popinarii), ma Eliogabalo, che fondo ritenava come il Dio dei Cristiani non fosse che un modo differente di chiamare il suo Dio solare, decise che un luogo per l’adorazione di qualsiasi dio era meglio di qualunque taverna.

In più, data la sua esperienza di vita, che lo rese comprensivo nei confronti delle debolezze umane, assunse poi delle posizioni in materia disciplinare assolutamente in contrasto con il tradizionale rigorismo della Chiesa di Roma, instaurando un rapporto di comprensione e di cristiana indulgenza con i fedeli, ma suscitando aspre polemiche, sempre istigate da Ippolito.

Entrambe queste cose, furono causa della brutta fine di Callisto: fu vittima di un linciaggio durante una rivolta contro Alessandro Severo. Venne infatti percosso con verghe, defenestrato con un sasso legato al collo, e quindi annegato in un pozzo.Nel frattempo la catacomba sull’Appia ricevette il nome di Callisto, lo conservò sebbene questo Papa, dopo il suo martirio, fu seppellito nella catacomba di Calepodio sulla Via Aurelia.

Durante il IV secolo alla catacomba furono aggiunte due nuove regioni e questa divenne uno dei luoghi di pellegrinaggio alle tombe dei martiri più frequentato, ma nel corso del V secolo fu progressivamente abbandonato. Le ultime testimonianze della loro frequentazione risalgono agli inizi dell’Ottavo Secolo, quando furono eseguiti alcuni affreschi nella cripta di Santa Cecilia. Di certo, il pellegrinaggio cessò del tutto dopo l’821, quando Pasquale I traslò le reliquie di tale santa nella sua basilica di Trastevere.

Per riscoprire le Catacombe di Callisto, si dovette attendere l’archeologo romano Giovanni Battista de Rossi che, nell’estate del 1844 – ad appena ventidue anni – assieme al fratello Michele Stefano entrò nella vigna Molinari, che si estendeva sulla via Appia e fu attratto dalla cosiddetta Tricòra Occidentale, ossia dal mausoleo triabsidato, allora ridotto a cantina, che doveva ospitare i corpi dei martiri e dei Pontefici che le fonti riferivano alle catacombe di San Callisto. Dopo l’acquisto dell’area da parte dello Stato Pontificio, l’archeologo iniziò una intensa campagna di scavi che durò molti anni e che culminò, nel 1854, nella scoperta della Cripta dei Papi e che descrisse nei primi tre volumi della sua celebre opera:

La Roma sotterranea cristiana, descritta e illustrata, Roma 1864 – 1877

Michelangelo e la Guerra del Sale

Il progetto di Michelangelo, “che ritirava San Piero a minor forma, ma sì bene a maggior grandezza”, come detto in precedenza, prevede per il braccio meridionale della croce la demolizione dei muri esterni del deambulatorio raffaellesco e la trasformazione di quelli dell’abside interna in parete esterna. Un dettagliato elenco redatto dall’amministrazione della Fabbrica stima a 85563 scudi e 80 baiocchi la spesa per la demolizione. Vasari narra che

“dove prima, per ordine di Bramante, Baldassare e Raffaello, come s’è detto, verso Campo Santo vi facevano otto tabernacoli, e così fu seguitato poi dal San Gallo, Mic[h]elagnolo gli ridusse a tre, e di dentro tre cappelle”

Mediante l’aggiunta della massiccia parete esterna del nuovo perimetro Michelangelo trasforma le nicchie sangallesche del primo ordine in cappelle, chiudendo i 3 passaggi di collegamento tra braccio e deambulatorio. Probabilmente la parete absidale interna costruita da Sangallo non supera l’altezza dei basamenti delle colonne, i cui fusti, ben visibili nell’affresco di Vasari, sono stati già eretti

Lavori, di costruzione e demolizione, che procedono assai spediti come testimonia la veduta di Roma di Pirro Ligorio del 1552: sono parzialmente costruiti gli spiccati del primo ordine e già concluso il “regolone” ossia il massiccio anello che fa da plinto al tamburo e da contrappeso alla spinta dei sottostanti 4 arconi di crociera; il suo completamento viene festeggiato a fine febbraio 1552, come testimoniano le

“spese, fatte per la colatione, datta alli homini della fabrica per l’allegrezza del cornicione finito et serrato il regolone di sopra”

I problemi però sorgono nell’estate del 1555, con Paolo IV che entra in rotta politica con gli esponenti romani del partito filo imperiale: in più pressato da forti difficoltà economiche, anche dovute alle spese imposte da Michelangelo nel cantiere vaticano, Paolo IV prende la decisione (al contempo facile e impopolare) di aumentare al massimo, ed in modo capillare, gabelle, tasse, imposte e dazi, gravando pesantemente sulle già povere condizioni di vita delle popolazioni del centro Italia dominato dall’apparato statale pontificio: a farne le spese sono soprattutto la plebe romana e i ceti contadini laziali e marchigiani.

Tra l’altro, la Camera apostolica aumenta del doppio l’imposizione daziaria sull’importazione del sale che arrivava dalle saline siciliane e quindi dal Regno, provocando le proteste e le minacce di ritorsione da parte del vicereame di Palermo e della Corte di Madrid. I Colonna cercano di mediare, ma rischiano di essere spediti in massa a fare compagnia ai topo di Castel Sant’Angelo. Di conseguenza i Colonna che fuggirono a Napoli, per istigare gli Spagnoli a mettere ancora una volta Roma a ferro e a fuoco.

Il Papa, dinanzi a tale minaccia non si fa trovare impreparato: arruola più soldati possibili, stringe un’alleanza difensiva con i francesi, con cui Enrico II si impegna a fornire allo Stato pontificio un esercito di 12000 uomini, scomunica Ascanio e Marcantonio Colonna, li priva di Paliano e di altri feudi, che vengono riuniti nel nuovo ducato di Paliano e conferiti a Giovanni Carafa, suo nipote e conte di Montorio

Il 16 agosto 1556 Camillo Orsini, generale delle truppe pontificie e incaricato dal papa il 18 luglio di provvedere alle opere di difesa di Roma, riferisce in Campidoglio che Fernando Àlvarez de Toledo, terzo duca di Alba e viceré di Napoli, è già partito da Napoli e chiede il denaro necessario per gli urgenti lavori di fortificazione. Per sostenere le spese vengono imposte ulteriori nuove tasse; si rinforzano le mura, si demoliscono gli edifici attorno ad esse, anche ville, chiese e conventi, e si barricano le porte.

La Curia tassa anche la Fabbrica e le stesse maestranze di San Pietro sono costrette ad abbandonare il cantiere per i lavori delle fortificazioni. Vasari narra che Michelangelo

“fu adoperato, al tempo di Paulo Quarto, nelle fortificazioni di Roma in più luoghi”,

data la sua esperienza nell’assedio di Firenze

Tramite un messo straordinario il 27 agosto il duca d’Alba manda un ultimatum al papa, ma l’1 settembre entra con le sue truppe nel territorio pontificio senza dichiarazione di guerra. Il grosso dell’esercito spagnolo occupa facilmente Veroli, Alatri, Frosinone, Ferentino ed Anagni, mentre un’altra colonna al comando di Don Garcia de Toledo prese Castro e puntò su Terracina e Piperno.

Marcantonio Colonna, comandante in capo dei tercios che puntava su Roma attraverso la valle del Sacco, non ha reagito in alcun modo alle prepotenze della soldataglia commesse sui civili di quei territori; ma quando, dopo Anagni, le colonne degli spagnoli entrano nei suoi feudi puntando su Paliano e Palestrina, comincia ad ordinare ai comandanti di reparto che impedissero i saccheggi, gli stupri e le devastazioni ai danni dei suoi sudditi.

Così Cave viene risparmiata ma Palestrina è saccheggiata; e se nei feudi colonnesi il comandante si preoccupav dei danni, nella zona costiera l’altro capitano, Don Garcia de Toledo, lascia che Terracina, Santo Stefano, Prossedi, San Lorenzo siano “coscienziosamente” saccheggiate. Per questi ultimi territori, il duca d’Alba decide di costituire un Governatorato per la Marittima ponendoli sotto amministrazione spagnola con un corregidor residente in Piperno.

Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre il cardinale Guido Ascanio Sforza di Santa Fiora inizia con il cardinale Carafa delle trattative segrete per una tregua. Dopo la conquista di Ostia da parte degli spagnoli, il 18 novembre il cardinale Carafa riesce a negoziare con il duca d’Alba un armistizio fino al 9 gennaio 1557 in vista di un possibile accordo.

Il conflitto riprende a gennaio del 1557 ma avviene allora un fatto nuovo ed inaspettato: le popolazioni della Marittima, stanche di vessazioni e soprusi, si sollevano contro gli occupanti ed il governatore spagnolo è costretto a fuggire da Piperno. In quel frangente le truppe pontificie si scuotono dalla loro apatia e Bonifacio Caetani da Sermoneta, comandante di quelle milizie, avanza sino a Santo Stefano.

Nonostante gli spagnoli, tramite cardinale Juan Àlvarez de Toledo, gli abbiano promesso protezione, Michelangelo, come sua abitudine, applica l’antico principio che la miglior difesa è la fuga. Dopo aver affidato la custodia della casa a Macel’ de Corvi al lombardo Pietro Antonio il 26 settembre, quando il duca d’Alba mette a ferro e fuoco Tivoli, abbandona Roma, con la scusa di andare in pellegrinaggio a Loreto. Si nasconde così negli eremi dei boschi di Spoleto, dove viene fatto riprendere per le orecchie a fine ottobre dal Papa.

Alla fine di gennaio Enrico II rompe i rapporti diplomatici con Filippo II di Spagna e si prepara a combattere gli spagnoli; con l’aiuto della Francia il papa ora spera di vincere. Intanto all’inizio del 1557 Pietro Strozzi, comandante delle truppe pontificie, riconquista Ostia, Tivoli, Vicovaro e altri luoghi. Nel mese di marzo in aiuto di Paolo IV entrano nel territorio pontificio i francesi al comando di Francesco di Guisa. La mancata presa da parte dell’esercito franco-papale di Civitella del Tronto assediata dal 24 aprile al 15 maggio, la presa di Valmontone da parte di Marcantonio Colonna il 29 giugno e l’avvicinarsi a Roma dei suoi soldati all’inizio di luglio, la completa sconfitta dei pontefice a Paliano il 27 luglio, ma soprattutto la grande vittoria ottenuta dagli spagnoli sui francesi a Saint-Quintin il 10 agosto, che costringe Guisa a ricondurre le sue truppe in Francia, risolveranno la guerra in favore degli ispano-napoletani.

Il 25 agosto il duca d’Alba e 3000 soldati sono fuori Porta Maggiore per tentare un assalto notturno, ma trovano l’Esquilino illuminato e sentono entro le mura grida di comando e rulli di tamburo: non è che un bluff, tra l’altro organizzato dai celestini di Sant’Eusebio, che costringono i loro mezzadri a fingersi soldati, ma gli spagnoli credono che i romani si siano preparati alla difesa e quindi si rifiutano di combattere: così il duca decide di ricondurre l’esercito verso Paliano.

Il suo nuovo tentativo di marciare su Roma, una decina di giorni dopo, viene fermato da Filippo II, preoccupato dei costi eccessivi della guerra. Così 12 settembre 1557 a Cave viene stipulato l’accordo di pace tra le parti. Papa Carafa riconosce Filippo II sovrano di Spagna, rinuncia all’alleanza con la Francia e dichiara la neutralità dello Stato pontificio; Filippo II restituisce i territori spettanti alla Chiesa.

Alle clausole pubbliche si aggiunge un accordo classificato riguardante il futuro del Ducato di Paliano (in pratica i feudi colonnesi) che è posto sotto il governo di un Consiglio fiduciario, composto da personalità delle due parti, senza specificarne la sorte definitiva.

Questa invece è determinata dal Trattato segreto, che stabiliva che in futuro (alla morte di papa Paolo IV) quelle terre saranno restituite al dominio di Casa Colonna. Nel trattato palese comunque il pontefice fa includere una clausola riguardante la condanna a morte di Marcantonio ed il sequestro dei suoi feudi; pene che restano in vigore, anche se solo nominalmente. La Spagna, tuttavia, non può abbandonare e deludere il suo più fedele e capace alleato italiano, per cui il cardinale Carafa, all’insaputa del papa, è obbligato a sottoscrivere il citato accordo classificato che impegna lo Stato Pontificio alla cancellazione della condanna nei confronti dei Colonna ed alla restituzione alla casata di tutte le prerogative e dominanze sui possedimenti, riuniti due anni prima nello Stato di Paliano.

Il 19 settembre il duca d’Alba entra a Roma non da vincitore, ma solo per inginocchiarsi e chiedere perdono al papa. Ovviamente tutto questo casino, provoca il rallentamento dei lavori, sia per mancanza di fondi, sia perché gli operai sono impiegati per rafforzare le mura aureliane

Il Palazzo Ducale di Acquaviva

Altro edificio simbolo di Atri è il palazzo dei Palazzo dei Duchi Acquaviva. In origine, durante il governo di Federico II di Svevia, questo era la sede del capitano regio, il responsabile amministrativo dell’Abruzzo Ulteriore, ossia la porzione del Giustizierato che era a nord del fiume Pescara. Lo Stupor Mundi, nel suo tentativo ideologico di proporsi come diretto erede dell’Impero Romano, nella costruzione di questo palazzo riutilizzò i resti delle antiche terme e materiale edile recuperato dal teatro romano.

Al tempo degli Angioini, non essendo più Atri sede amministrativa della circoscrizione, il palazzo decadde progressivamente: le cose cambiarono nel 1381, quando fu incoronato re Carlo III di Durazzo, il quale promosse immediatamente uno dei suoi capitani, Antonio Acquaviva, come giustiziere d’Abruzzo. Antonio decise di porre la sua dimora ad Atri e ovviamente, dovette rendere abitabile il vecchio palazzo del capitano regio, ottenendo sempre da Carlo III il permesso di ristrutturarlo e modernizzarlo.

Nel 1395, Ladislao di Durazzo, indebitato sino al collo con gli Acquaviva, concesse al figlio di Antonio, Andrea Matteo, di trasformare l’Abruzzo Ulteriore nel ducato della sua famiglia: il che, per gli Acquaviva, fu un ottimo affare.

Infatti, tra i maggiori cespiti economici tradizionali del ducato vi erano i proventi derivanti dalla transumanza del bestiame ovino che d’estate risaliva sui pascoli appartenenti al ducato posti sul versante orientale dei Monti della Laga e veniva indirizzato in buona parte durante l’inverno nelle “Poste di Atri” e in alcuni dei “Regi Stucchi” inclusi nel territorio del ducato, nell’ambito del sistema fiscale della Doganella d’Abruzzo e la coltivazione del riso (Atri, Colleranesco, Bellante, Poggio Morello, Sant’Omero ecc.)

Così, quella che era una sede amministrativa, divenne così un palazzo di rappresentanza, che nel Quattrocento, subì almeno tre grosse ristrutturazioni: la prima in gotico provenzale, la seconda in gotico catalano, la terza in stile rinascimentali. In tutti questi interventi, come materiale edile furono utilizzate le pietre delle antiche mura megalitiche della città.

Un ulteriore restauro, in stile manierista, avvenne a metà Cinquecento. l’imponente struttura fu distrutta nel 1707 dagli austriaci di Carlo III di Borbone, durante le battaglie contro gli Spagnoli per recuperare il Regno. Costoro spogliarono il palazzo degli arredi originari, insieme al Palazzo Ducale di Giulianova, il duca Giovan Girolamo II, che era al comando della guarnigione della fortezza di Pescara, fu privato del titolo di duca di Atri, perse il palazzo e i poteri, esiliato a Roma dove morì nel 1709. Andarono distrutti gli affreschi, trafugate le tele di Tiziano Vecellio, di Paolo Veronese, che aveva un fratello frate nel convento di Atri, che finirono in Germania, Musei di Kassel e di Monaco

Alla morte dell’ultimo duca Rodolfo nel 1755 sposato a Laura Salviati, e di sua sorella Isabella nel 1760, ultima duchessa del suo ramo, sposata a Filippo Strozzi, chiamati alla successione dal loro fratello cardinale Troiano, ma ambedue privi di prole, la Corona, considerata la natura di territorio di confine del ducato, avocò a se l’intero stato; il palazzo fu così venduto ai Pretaroli. Nell’Ottocento, il Palazzo divenne sede del Municipio. La torretta caratteristica è frutto di una ricostruzione del primo Novecento, seguendo lo stile medievale

La facciata che domina la piazza posta al termine del corso che parte dalla cattedrale, è suddivisa in due parti che segnalano la suddivisione del corpo di fabbrica in due fasi. Il fronte principale è in pietra d’Istria, scandito da finestre rettangolari con cornici. Varcato il portale si accede ad un ampio cortile a pianta quadrata, ornato da un largo loggiato d’ispirazione romanico-gotica, come mostrano i poderosi e bassi pilastri e la curvatura degli archi tendenti a tutto sesto. In un angolo è posto un pozzo. Recentemente sono stati riportati alla luce alcuni splendidi affreschi di vita campestre dei duchi ed è stata restaurata e rinnovata la Chiostra del cortile, dove si tengono, soprattutto d’estate, incontri e concerti di musica classica, antica e corale.

L’effetto del gotico invece appare nei quattro archi acuti e nelle slanciate finestre del primo piano. Il salone ducale di rappresentanza, sede del consiglio comunale di Atri, attualmente, era ornato dai ritratti dei duchi, spiccavano le opere di Tiziano, con le immagini delle vicende del ducato. La cappella di ducale di San Liberatore, posta accanto nella piazza, aveva le immagini di 10 papi, 10 cardinali, del beato Rodolfo Martire e del cugino San Luigi Gonzaga. Gli affreschi di Giacomo Farelli che ornavano le sale, con i ritratti dei duchi degli Acquaviva, andarono distrutti nei primi anni del Novecento, per disinteresse del Regno d’Italia (il Ministero per i Beni Culturali), e della famiglia Pretaroli.

Di interesse nella sala consiliare gli affreschi di F. De Felici (1883) con la Disfida di Barletta, in un’altra sala ci sono affreschi sulla disputa degli Ebrei, Cristiani e Musulmani, con paesaggi dei Balcani e del Bosforo. Si conserva inoltre il ritratto della duchessa Isabella Acquaviva d’Aragona, morta nel 1755, e il tondo di Diana cacciatrice, in stile tardo barocco, affresco che avrebbe ispirato la bottega di Francesco Grue, famiglia di illustri ceramisti della vicina Castelli.

Collegato al palazzo vi è uno splendido giardino ornato da piante secolari, accessibile dall’esterno o dallo stesso palazzo attraverso un porticato, al disotto del quale è presenta l’antica cisterna romana, i cui resti, furono scoperti nel 1700 da Nicola Sorricchio. Questa stessa cisterna è collegata con altre stanze presenti al disotto di tutto il palazzo ducale. Si tratta delle ex scuderie, attualmente visitabili solo in parte a seguito di un recente restauro.

Il Mercato di Sant’Agostino

Palermo diversificata in tre settori, ha in sé, per così dire, tre città distinte. Di esse quella collocata in mezzo fra le due estreme, preminente per la grandiosità degli edifici, è da entrambe separata, a destra e a sinistra, dalla smisurata altezza delle mura. Non essendo abbastanza larga si estende però maggiormente in lunghezza, come se qualcuno congiungesse a una sola corda due eguali minori porzioni di cerchi uguali.

La intersecano inoltre tre vie principali che percorrono tutta la sua lunghezza; di esse quella di mezzo, che è detta via Marmorea ed è riservata alle mercanzie, si estende in linea retta dalla parte più elevata della via Coperta fino al Palazzo Arabo, e di là alla Porta Inferiore, accanto all’emporio dei Saraceni. L’altra si allunga dalla Torre Pisana e attraverso la via Coperta fino al Palazzo arcivescovile, accanto alla Cattedrale, subito dopo la Porta S. Agata, e successivamente costeggia le case dell’Ammiraglio Maione e si allunga fino al foro dei Saraceni, per congiungersi qui con la via Marmorea. La terza infine [incomincia] dall’Aula regia che sta sotto il Palazzo, e passando accanto alla casa del Siddik saraceno, si estende fino alla residenza del conte Silvestro [di Marsico] e alla Cappella dell’Ammiraglio Giorgio [d’Antiochia], e quindi si volge obliquamente in basso verso la vicina Porta della città.

La parte destra della città, che ha inizio dal monastero di San Giovanni [degli Eremiti], costruito in Kemonia, presso il Palazzo, è difesa da mura che la recingono fino al mare. Parimenti la parte sinistra, estendendosi poi dal confine dello stesso Palazzo fino al Castello a Mare, si conclude in quell’identico luogo completamente protetta da una possente cerchia di mura. Anche lo spazio che si distende tra la città di mezzo e il porto, dove convergono le rimanenti due sezioni della città, contiene il quartiere degli Amalfitani, senza dubbio rigoglioso per l’abbondanza delle mercanzie forestiere, nel quale sono offerti ai compratori abiti di diverso prezzo e colore, sia di seta che di lana francese

In questo brano del Liber De Regno Sicilie, di Ugo Falcando, pseudonimo utilizzato da questo storico medievale, di cui è ignota l’identità, ma che oltre ad essere coltissimo, era a suo perfetto agio con gli autori classici, sia greci, sia latini, e con quelli islamici, doveva svolgere un importante ruolo amministrativo nella corte alti normanna, vista la competenza tecnico-burocratica, e doveva essere assai vicino a Tancredi di Sicilia, vista la sua posizione antisveva, c’è una delle prime citazioni di uno dei più antichi mercati di Palermo, tanto affascinante, quanto poco noto ai turisti.

Si tratta del mercato di Sant’Agostino, adiacente, ma distinto da quello più famoso del Capo: a differenza degli altri mercati palermitani, non è dedicato alla vendita di prodotti alimentari, ma di vestiti e tessuti.

Mercato che si estende tra due vie: la prima è ovviamente quella di Sant’Agostino, che prende ovviamente nome dalla chiesa. La seconda, invece è via Bandiera, un origine un tratto dell’antica strada di San Marco, che prendeva il nome dalla chiesa della comunità di mercanti veneziani a Palermo, che attraversava in lunghezza, da sud a nord la città antica per immettersi nel grande Piano di San Domenico, nel quartiere dell’Amalfitania, che ricordiamolo, esisteva, con i fondaci dei mercanti cristiani, anche ai tempi di Balarm.

Via che fu interrotta a seguito della costruzione di Via Maqueda e Via Roma: la nostra via Bandiera è quanto rimane del suo tratto a monte. La Via Bandiera è stata popolata tra i secoli XVII E XVIII da pasticcerie, confetterie, atelier ed era chiamata “la strada del Pizzuto” per via di un palazzo che vi prospettava che è stato anche un grande albergo; solo a seguito della ristrutturazione del mercato della Vucciria voluta dal vicerè Caracciolo, vi si trasferirono i negozi di tessuti

Ci sono varie ipotesi, sull’origine del suo nome: la più fantasiosa cita le bandiere esposte per salutare l’ingresso di Pietro d’Aragona, dopo i Vespri Siciliani. Un’altra, contestabile, perchè il mercato è successivo alla diffusione del toponimo, fa riferimento al fatto che in una piazzetta adiacente la strada prospettasse una chiesa di San Pietro davanti alla quale nei giorni di mercato si alzasse uno stendardo, per indicare i giorni di fiera.

Più semplicemente, il nome deriva da una da una bandieruola di metallo che un puttino in marmo bianco teneva tra le mani, fissato a circa dieci metri dal suolo al muro del palazzo che fa angolo fra la suddetta strada e la via Patania, appartenuto fino al 1599 al protonotaro Vincenzo Tantillo; in uno scudo sorretto dal puttino era possibile vedere lo stemma della famiglia Tantillo, una mano in mezzo a due stelle con il motto “EN QUI TANT POTUI”

Già dal Quattrocento, la strada divenne area insediativa privilegiata per l’élite cittadina: sorgevano infatti una accanto all’altro imponenti dimore turrite, ispirate al gotico catalano o raffinati palazzi “alla toscana” di aristocratici, giuristi, banchieri ed esponenti del mondo della mercatura.

Nel 1568 il Senato palermitano sottoponeva all’approvazione del presidentedel Regno don Carlo d’Aragona e Tagliavia la delibera per la rettifica di una delle traverse della strada, veniva chiarito come nel quartiere del Seralcadio vi fosse

«una bella strada dela Bandera, in la quale ci sonno bellissimi et nobili tenimenti dicasi»

E nel 1600 venne stipulato il contratto d’appalto per la pulizia quotidiana delle principali arterie cittadine, si stabilì che il giovedì toccasse alla strada della Bandera

«tirando da Santo Dominico insino alla piazza del Capo»

Intorno alla seconda metà del Quattrocento Antonio Temine, potente aristocratico, pretore di Palermo e giudice della Gran Corte, fissa la sua dimora in via Bandiera, promovendo l’edificazione di un imponente palazzo merlato, la cui torre, la più alta della città alla fine del ‘400, svetta imperiosa rendendo unica la facciata principale abbellita da bifore, monofore e da una delle più rare finestre angolari nel Mediterraneo, tipiche dell’architettura tardo gotica catalana.

Nel 1748 il prestigioso palazzo gotico è venduto dai Termine principi di Baucina ai Marassi duchi di Pietratagliata che decidono dapprima di restauralo e ampliarlo (affidando l’incarico al noto architetto del senato palermitano Francesco Ferrigno) e successivamente, nel 1762, di aggiornarlo stilisticamente secondo le moda del tempo (commissionando un significativo intervento decorativo a Giovanni Del Frago, architetto di spicco del Rococò palermitano, e al più importante pittore del Settecento in Sicilia, Vito D’Anna, per eseguire gli affreschi dei soffitti).

Nel 1808 a causa dell’improvvisa scomparsa dell’ultimo Marassi, il palazzo viene ereditato dalla sua unica figlia Maria Cirilla che lo porta in dote, assieme al titolo ducale, al marito Luigi Alliata, terzogenito del principe di Villafranca.

A Fabrizio Alliata duca di Pietratagliata, suo discendente, si deve l’intervento di gusto neogotico dei primi decenni del Novecento che, oltre a interessare le facciate esterne liberate dai balconi d’epoca barocca, ha donato ad alcuni ambienti del palazzo l’attuale elegante decorazione neo medievalista.

Raggiunto il piano nobile si è accolti in una sala d’ingresso calda e accogliente abbellita da una decorazione lignea dove spicca una scenografica scala, il tutto stilisticamente coerente con il cortile. Da questo ambiente si accede al grande salone quattrocentesco straordinario esempio di gusto neogotico di stampo leduchiano. Proseguendo si passa dal Quattrocento al Settecento introducendosi nel primo dei tre ambienti marcatamente rococò che ci accoglie in un tripudio di stucchi, dorature e affreschi, tutti opera di Vito D’Anna (1760). Nel grande salone da ballo si trova uno straordinario lampadario di Murano Cà Rezzonico a 99 braccia che è il più grande d’Europa che fa da prezioso ornamento ad una magnifica volta affrescata da Vito D’Anna e ad un pregevole pavimento settecentesco di maiolica napoletana.

Uno sfoggio di lusso e ricchezza, che contrasta singolarmente con l’atmosfera viva e popolare del mercato che lo circonda: in questo spazio, dominato dalla storia, sono montate e dismesse impalcature architettoniche effimere: tendaggi e ombrelloni vivacemente colorati a strisce, bancarelle volanti, spesso multate dai vigili, a volte troppo severi e banconi di marmo illuminati da lampadine pensili e immagini devote di protezione, fotografie dei propri defunti, ornate da ceri e fiori, su cui risalta al centro il capofamiglia, fondatore dell’attività commerciale, le insegne e i cartelli colorati.

E sempre più di rado, capita di sentire le abbanniate, grida di richiamo dei venditori, che esaltano le qualità della loro merce, tra il continuo brusio delle contrattazioni degli acquirenti.

Le Terme di Baia (Parte II)

Come già accennato, della ricchezza di Baia è rimasto assai poco, per il bradisismo che ne ha fatto sprofondare sott’acqua buona parte dei suoi edifici. Ad ogni modo dalle strutture messe in luce dagli scavi iniziati nel 1941, interrotti causa la guerra e ripresi nel 1950 ad opera di Amedeo Maiuri, si ha già l’idea della sontuosità delle costruzioni. Dai lavori di dragaggio lungo il lido, dal 1923 al 1928, sono emersi numerosi frontoni e manufatti di marmo finemente lavorati che da soli testimoniano il lusso e la sontuosità delle ville che ricoprivano il territorio, che dalle fonti antiche, sappiamo fossero caratterizzate da lussuosi portici furono una caratteristica del luogo che sorreggevano i vasti terrazzamenti che si spingevano verso il mare ed ai fini pratici permettevano agli ospiti di ripararsi dai temporali o dalla gran calura estiva.

Cosa vedere delle Terme di Baia? La visita comincia dal cosiddetto criptoportico, in opus reticolatum, sovrastato da stanzoni che fungevano da magazzini e da cisterne, che nel Rinascimento furono utilizzate come prigioni: sino a qualche anno fa, sul loro intonaco, erano ancora leggibili le iscrizioni tracciate dai condannati, alcune addirittura in tedesco e in arabo. Sul lato destro, una lunga scala porta sulle terrazze superiori ove si notano resti di ambienti residenziali; questa zona, insieme al viale sottostante e agli altri livelli successivi, è l’unica a non avere costruzioni termali ed è stata chiamata “Villa dell’Ambulatio”, chiamata cosi dal nome latino del lungo portico ad esedra presente nelle ville romane, destinato al passeggio, alla lettura e all’otium dei ricchi proprietari, le cui strutture sono in gran parte ancora ben conservate e permettono al visitatore di avere un’idea generale di come poteva essere una tipica villa della Baia romana

L’impianto originale risale alla fine del II sec. a.C., ma il suo aspetto attuale viene generalmente datato al I sec. d.C. per la tecnica costruttiva in opera reticolata. Incorporato in origine come un vasto edificio con funzione termale, fu definito genericamente Complesso delle Terrazze, per la particolare disposizione delle strutture su una serie di basamenti artificiali (basis villae) digradanti verso il mare, secondo una tecnica costruttiva tipica di molte residenze romane.

Solo di recente l’intero complesso è stato identificato come residenziale. La visita dalla prima terrazza situata a monte, da cui si arriva ad una serie di stanze soggiorno tutte disposte sul lato ovest, con pavimenti in opus sectile o in mosaico e pareti originariamente rivestite in marmo; si riconoscono una grande sala panoramica, un peristilio ed un’aula absidata posta all’estremità meridionale, che serviva da sala di ricevimenti,

Dalla scala a sud si può ridiscendere nella seconda terrazza, occupata appunto dall’ambulatorio, checostituiva il basamento (basis) della villa posta al piano superiore e solo in seguito venne trasformata in un portico coperto, diviso longitudinalmente in due navate da una serie di pilastri raccordati con archi. Lungo il lato ovest, centralmente, si apre un’imponente sala a pianta rettangolare con esedra e con tre nicchie sulle pareti laterali, che poteva fungere da triclinio estivo.

Lungo il portico sono esposti numerosi frammenti architettonici, rinvenuti nelle acque del porto di Baia, che costituivano la decorazione marmorea di alcune strutture relative al Palatium imperiale dell’epoca dei Severi (III sec. d.C.). Procedendo verso sud, si scende la scala che delimita l’intero complesso lungo tutto il lato meridionale. Dopo le prime due rampe, si accede sulla sinistra alla terza terrazza attualmente occupata da un giardino, da considerarsi anch’essa un’ambulatio con pilastri che sostenevano la copertura a volta. L’aula posta a metà del lato ovest è in asse con le grandi sale delle terrazze superiori e con un ambiente sottostante, da identificare probabilmente con una fontana. Scendendo ancora la scala sud, si arriva al livello della quarta terrazza , caratterizzata da due corridoi paralleli sui quali si aprono una serie di stanze genericamente interpretate come ambienti destinati al personale di servizio. Le tecniche edilizie usate testimoniano interventi costruttivi avvenuti in epoche diverse. In particolare, per la serie di ambienti relativi ad un epoca sicuramente più avanzata nella vita dell’edificio, si può ipotizzare un carattere “alberghiero”. Sempre dalla scala posta a sud si scendono ancora due rampe di gradini e si arriva al livello della quinta terrazza.

A sinistra si accede direttamente in una stanza , che è la prima di una serie di sale, tutte rivolte verso il mare. Lungo il lato ovest si riconosce il muro originario della basis villae, costituito da un prospetto architettonico con arcate cieche e semicolonne, poi inglobato dagli antistanti ambienti costruiti successivamente. Va notata una sala rettangolare rivestita e pavimentata in marmo, che presenta sui lati corti due banchine decorate con nicchie e semicolonne. Un sistema di scale consentiva di salire al livello superiore, di raggiungere altri vani a nord, oggi distrutti, e di scendere all’ultima terrazza. La sesta terrazza è costituita da un’ampia area aperta, destinata a giardino, con una fila di vani nel lato sud, delimitala ad ovest dal lungo muro di sostegno del livello soprastante. È probabile che in fase più antica il giardino fosse circondato da un peristilio, ma una esatta interpretazione di questo vasto spazio è resa difficile dalle numerose manomissioni subite in epoca tarda, per la ricerca di acque termali sotterranee.

Il Complesso Callistiano (Parte I)

Si definisce complesso callistiano, un’area di circa 30 ettari compresa tra la via Appia Antica, la via Ardeatina e la via delle Sette Chiese, a Roma, che ospita diverse aree funerarie e catacombe: come ovvio, prende il nome dalla catacomba più grande, quella di Callisto, di cui parlerò la prossima settimana

Nel complesso, che risulta essere adiacente a una villa, scavata assai parzalmente a inizio Novecento, che dalla qualità delle decorazioni ritrovate essere o di proprietà imperiale o posseduta da qualche ricco senatore, erano presenti però, oltre alla basilica circiforme di San Marco, almeno altre due catacombe, assai meno note al grande pubblico.

La prima era dedicata ai santi Marco e Marcelliniano: questi, secondo la leggenda, erano due gemelli, figli di due cristiani di Roma, Tranquillino e Marzia; divenuti anch’essi attivi cristiani, vennero nominati diaconi e si erano sposati e avevano avuto figli. Una volta che l’imperatore Diocleziano obbligò i cristiani ad adorare gli dèi pagani, Marco e Marcelliano, che si erano rifiutati di obbedire, vennero arrestati e rinchiusi in carcere.

Il padre dei due cristiani, afflitto dalla loro cattura, aveva pregato il prefetto Cromazio di concedere trenta giorni di riflessione ai suoi figli, in modo da far rivedere la loro affermazione. Marco e Marcelliano erano ormai sul punto di cedere quando San Sebastiano, fece loro visita in prigione invitandoli a non cedere. Mentre rivolgeva queste parole ai due santi, Sebastiano fu avvolto di una luce divina che provocò lo stupore e la successiva conversione di Tiburzio, figlio dello stesso Cromazio, di Nicostrato, ufficiale dell’esercito, della moglie Zoe, muta da sei anni e dello stesso prefetto.

In seguito alla conversione, racconta la leggenda, Cromazio lasciò liberi Marco e Marcelliano e si ritirò in un suo appartamento in Campania. I due fratelli si nascosero presso il buon San Castulo, il domestico o un tesoriere dell’imperatore Diocleziano e marito di Irene, venerata come santa; sì proprio quello delle catacome sfigate al Pigneto… Però il successore di Cromazio, Fabiano, tuttavia, fece arrestare nuovamente i due fratelli e, dato che un tizio molto pulp, li fece stendere a testa giù con i piedi inchiodati a due colonne. Infine entrambi vennero trafitti da due lance nei fianchi.

Inizialmente, questa catacomba era nota con il nome di Basileus, il tizio, di origine greca, che aveva donato alla chiesa di Roma il terreno in cui fu scavata; solo ai tempi di Massenzio, il primo a essere tollerante con i cristiani, fu associata ai due martiri, che a quanto pare, vi erano stati sepolti pochi anni prima.

Associata alla catacomba, secondo le fonti, vi erano anche due basiliche: una, sopraterra, dedicata a Marco e Marcelliano, di cui non è rimasta alcuna traccia e una sotterranea, il mausoleo di famiglia fatto costruire da papa Damaso, per sè, per la madre Lorenza e la sorella Irene, i cui resti furono identificati nel 1910 dal tedesco Joseph Wilpert nel cortile dell’attuale istituto salesiano di San Tarcisio.

La catacomba fu utilizzata quindi dall’età di Massenzio sino a alla fine del IV secolo, per cadere progressivamente nell’oblio, dato che il culto dei santi titolari era assai poco diffuso, per essere riscoperta nel 1600 dal grande Antonio Bosio.

Ancora meno nota è l’altra catacomba, quella di Santa Balbina, che però non prende il nome dalla santa della Basilica del Piccolo Aventino, ma della donna, che come Basileus, dono il relativo terreno alla chiesa romana: Balbina era probabilmente una liberta, anche assai ricca, che, dal soprannome con cui è passata alla storia, aveva il difetto di balbettare. Altre ipotesi, che però alzerebbe troppo la datazione, collegherebbe il nome a un podere dell’imperatore Balbino, che certo doveva avere delle proprietà in zona. Pensiamo al suo ritratto in bronzo proveniente dalla vicina vigna Casali, al suo sarcofago ritrovato nei pressi della vicina catacomba di Pretestato e una monumentale iscrizione latina in caratteri greci, associato a quelli di Pupieno e di Gordiano III, trovata nei pressi di San Sebastiano

La catacomba è citata in alcune fonti antiche:

la Depositio episcoporum, che ricorda la sepoltura di San Marco (gennaio-ottobre 336) nel sopraterra in Balbinae;

l’Index coemeteriorum vetus, che parla di un cymiterium Balbinae ad sanctum Marcum;

due iscrizioni epigrafe, in particolare quella di un tale Sabino, che fece preparare il proprio sepolcro in una nuova galleria del cimitero di Balbina (in cymiteriu Balbinae in cripta noba).

Queste indicazioni ci informano dunque del doppio nome del cimitero: il primo in riferimento alla proprietaria del terreno (Balbina) in cui fu scavata la catacomba; il secondo il riferimento al santo principale ivi sepolto, papa Marco. Inoltre, del papa è ricordata la basilica edificata nel sopraterra. Malgrado queste fonti, l’identificazione della catacomba di Balbina è ancora incerta.

Per cui, la scoperta della basilica circiforme di San Marco, voluta da tale papa, aveva fatto sperare di risolvere definitivamente la questione: tuttavia gli scavi non ne hanno trovato traccia, visto l’edificio è stato eretto su un terreno vergine.

Altro dato che lascia perplessi è il numero di sepolture presenti nella basilica: in base al numero dei deposti recuperati nel settore scavato, si può calcolare che l’edificio (di cui – ricordiamo – conosciamo l’intera estensione (m 28 x 66) grazie alle tracce rivelate nel 1991 dall’erba medica) poteva contenere, solo sotto i piani pavimentali, in totale circa 2.350 inumati.

A questo numero si deve poi aggiungere quello dei sepolti nelle tombe sovrapavimentali – arcosoli, nicchioni, tombe a cassone, sarcofagi, recinti –, ben attestati nelle altre basiliche circiformi romane, nonché, gli inumati nelle cappelle funerarie annesse, nel portico tangente all’abside venuto alla luce nelle campagne degli anni ‘90 e nei sepolcri addossati esternamente al lato est della chiesa.

Di conseguenza, papa Marco aveva realizzato un vasto coemeterium, paragonabile, per capacità recettiva a una coeva catacomba romana di medie dimensioni… Perchè ne avrebbe avuto bisogno, se poteva utilizzare l’adiacente catacomba di Balbina?

Il progetto di Michelangelo

Michelangelo, in fondo, voleva tornare ai temi della sua giovinezza, quando, con Giuliano da Sangallo, lavorava al progetto del Mausoleo di Giulio II e Bramante presentava il suo primo progetto, quello basato sul quincux. Per questo, saltando a piè pari decenni di riflessioni e sperimentazioni architettoniche, anche di Bramante, tornò alla pianta centrale a croce greca sovrapposta a un quadrato. Per questo intervenne con l’accetto sul progetto di Antonio da Sangallo, riducendo l’estensione del perimetro della basilica con l’eliminazione di tutto l’avancorpo d’ingresso, delle quattro torri angolari, delle quattro croci minori e dei deambulatori intorno alle absidi.

Soluzione che modificò profondamente sia le gerarchie della luce all’interno, sia i volumi esterni: di fatto, con la nuova plamimetria gli emicicli potevano essere illuminati direttamente, eliminando sia gli angoli bui della chiesa, sia le complesse alternanze di finestre e fonti di luce indirette pensate da Antonio da Sangallo.

Michelangelo pensò quindi San Pietro come una sorta di versione ingrandita di Santa Maria della Consolazione di Todi ossia come un prisma a base quadrata da cui fuoriescono le sole conche absidali, che quasi schiacciate dal peso della cupola appaiono dilatarsi verso l’esterno, trascinando con sé tratti obliqui di parete posti all’attacco delle absidi stesse.

Il progetto prevedeva la trasformazione dei muri interni nelle pareti perimetrali dell’edificio e la realizzazione di tre cappelle, murando i tre passaggi sangalleschi che mettevano in collegamento i deambulatori con i bracci laterali. Rinforzando i quattro contropilastri progettati da Bramante e indeboliti da Sangallo, che vi aveva aperto dei passaggi ai deambulatori degli emicicli, con demolizioni minime Michelangelo potè includervi le rampe a chiocciola, le cosiddette “lumache”, che furono molto utili nei decenni successiv per il trasporto dei materiali da utilizzare nelle zone superiori mano a mano che procedeva la costruzione della basilica. Per rendere agevoli e dirette le comunicazioni tra le varie parti dell’edificio Michelangelo creò inoltre nello spessore murario corridoi che collegavano gli ottagoni del progetto di Sangallo

Le pareti esterne si sarebbero innalzato alla medesima altezza e sarebbeto articolate dallo stesso ordine gigante di paraste binate corinzie dell’interno, spezzato da risalti e arretramenti. La perfetta corrispondenza tra interno e esterno riprendeva così un’idea di Raffaello, che la morte precoce aveva impedito di realizzare.

All’esterno sul possente stilobate si sarebbero sviluppati motivi alternati di paraste binate, accostate a due diverse distanze, che circondavano le 3 absidi e gli smussi di raccordo. Fra le paraste più accostate si sarebbero sovrapposte nicchie, finestre archivoltate e la finestra superiore rettangolare sarebbe stata alta quanto i capitelli dell’ordine gigante. Fra le paraste più distanti si sarebbero sovrapposti due vani con portali con timpani uguali, alternativamente curvi o triangolari da binato a binato; il vano inferiore sarebbe stato una nicchia e quello superiore un finestrone con colonne ioniche e balaustra. Sull’attico in corrispondenza delle nicchie e dei soprastanti finestroni si sarebbero aperti vani dalla prevalente dimensione orizzontale. Ognuna delle finestre sarebbe stata inquadrata da mensole con gocciole e sormontata da conchiglia.

Gli interventi nell’interno sangallesco sono stati meno vistosi. Nelle absidi dei bracci quattro paraste disposte a uguali interassi avrebbero diviso la semicirconferenza absidale in tre spicchi uguali e conseguentemente la parete absidale in 3 parti identiche. Alle paraste scanalate in travertino dell’ordine maggiore corinzio si sarebbero alternati ai loro lati colonne di minore altezza con soprastante trabeazione. I capitelli delle colonne sarebbero stati corinzi, solo la coppia centrale sarebbe stata composita.

Le colonne avrebbero incorniciato le tre grandi nicchie praticate nello spessore murario dell’abside, destinate a altari e che sarebbero avanzate nello spazio della cappella con i superiori risalti di trabeazione. Le paraste avrebbero inquadrato, oltre a tali nicchie, i due ordini di sovrastanti finestre, avendo così, in ogni parte delimitata da tali paraste, la sovrapposizione di una grande nicchia fiancheggiata da colonne e sormontata da trabeazione, un finestrone sormontato dalla trabeazione dell’ordine gigante e una finestra dalle prevalenti dimensioni orizzontali nella volta. I finestroni del secondo ordine dai timpani spezzati sarebbero stati racchiusi in un profondo incasso percorso dalle righe orizzontali del bugnato liscio.

Una significativa novità del progetto di Michelangelo rispetto a quello di Sangallo era proprio la rientranza della parete al livello del secondo ordine. Negli spicchi concavi della calotta le finestre si sarebbero distinte per l’alternanza di doppi timpani, formati da motivi liberamente ideati: nella finestra centrale il timpano a semiarco ribassato sarebbe stato sormontato da quello triangolare molto ottuso; nelle laterali sarebbe avvenuto l’opposto. La calotta absidale in travertino a vista immaginata da Michelangelo verrà ricoperta da stucchi dorati nella metà del XVIII secolo.

Per realizzare tale visione, Michelangelo mutò profondamente i metodi costruttivi del cantiere, introducendo l’uso strutturale del travertino, con i suoi blocchi utilizzati come rivestimento delle strutture portanti, realizzate in calcestruzzo, tufo e laterizi. La scelta del travertino, ruvida e luminosa pietra romana, rivela lo scultore nel Michelangelo architetto. Per il sollevamento dei conci in pietra Michelangelo utilizzò argani e antenne: i blocchi furono sollevati attraverso lunghi canapi, che erano azionati da argani e che scorrevano su paranchi collocati alla sommità di lunghe aste verticali in legno unite da staffe metalliche (antenne) e controventate da robusti canapi. Tale tecnica era usuale nelle cave, ben note a Michelangelo, dove i blocchi erano trasportati in orizzontale e in discesa su scivoli e slitte e sollevati con antenne per porli sui carri e sulle barche.

Nel giugno 1551, quindi, si cominciò un nuovo sistema di pagamento dei sollevamenti (“tiri”) all’argano, passando da quello a cavallo-giornata a quello al singolo tiro con compensi diversi in baiocchi a seconda dell’altezza raggiunta dai conci: ovviamente, questo sfavoriva i vecchi appaltatori a scapito di quelli che avevano Michelangelo a libro paga.

Pirro X

Per stanare i Romani, Pirro decise di replicare la precedente avanzata sull’Urbe: ritenendo che le legioni fossero state disposte a difesa della Campania, provò a sorprenderle, cercando di aggirarle, contando se non sull’alleanza, sulla neutralità dei Sanniti.

Per questo si diresse a Nord, nel territorio della Daunia, regione pressappoco corrispondente all’attuale provincia di Foggia: da li avrebbe traversato l’Appennino, raggiungendo la nostra Campobasso. Da li si sarebbe spostato a Isernia, da cui avrebbe proseguito lungo la valle del Venafro. Così sarebbe puntato sul Basso Lazio, aggirando le difese romane e avendo la strada aperta verso l’Urbe. Dinanzi a tale rischio, i senatori si sarebbero seduti finalmente al tavolo delle trattative.

Il problema che Pirro non aveva tenuto conto dei coloni romani stabiliti a Venosa, le cui pattuglie si resero subito conto dei movimenti epiroti: di conseguenza, l’informazione fu passata in fretta e furia ai consoli Publio Decio Mure e Publio Sulpicio Saverrione, che essendo abbastanza svegli, capirono rapidamente le intenzioni di Pirro, mobilitarono otto legioni, per un totale di 40.000 uomini, con 37600 fanti e 2400 cavalieri intercettando il suo esercito nella piana tra il torrente Carapelle ed i monti Carpinelli, nei pressi di Ascoli Satriano.

Posto peggiore per Pirro non poteva esserci: la piana era lunga e stretta. Così la sua cavalleria avrebbe avuto grosse difficoltà a manovrare, non c’era lo spazio per schierare tutti gli elefanti e per la disposizione classica della taxis falangitica. Inoltre, rispetto ad Heraclea, il re dell’Epiro non godeva del vantaggio numerico: anche il suo esercito aveva la stessa consistenza di quello romano.

In particolare, era così costituito

Ala destra: 400 cavalieri Sanniti; 300 cavalieri Tessali; 200 cavalieri Bruzi; 200 cavalleggeri mercenari italici.
Centro: I divisione – 3.000 falangiti Macedoni; 3.000 falangiti Ambracioti; 3.000 peltasti mercenari italici. II divisione – 3.000 opliti Tarantini; 3.000 guerrieri Bruzi; 3.000 guerrieri Lucani. III divisione – 3.000 falangiti Molossi; 3.000 falangiti Caoni; 3.000 falangiti Tesproti. IV divisione – 3.000 ipaspisti mercenari greci; 6.000 fanti Sanniti.
Ala sinistra: 300 cavalieri Ambracioti; 200 cavalieri Lucani; 200 cavalieri Tarantini; 400 cavalleggeri mercenari greci.
Riserva: 600 Amici del Re dello squadrone reale; 600 cavalieri dell’Agema d’Italia; 900 cavalieri Epiroti; 2.000 arcieri; 500 frombolieri di Rodi; 20 elefanti.

Ossia, trascurando arcieri, frombolieri ed elefanti, Pirro aveva a disposizione 36000 fanti e 4300 cavalieri. Il re dell’Epiro, vista l’inferiorità nella fanteria e la superiorità nella cavalleria, che era neutralizzata dalla topografia del luogo, alternò picchieri a coorti di alleati e mercenari, cercando di superare l’impostazione classica della falange e realizzando un dispositivo di forze combinato.

La battaglia durò due giorni, interrotta solo dal calar del sole. Il primo giorno, i Romani contennero la coalizione avversaria: la prima legione romana indietreggiò sotto l’urto dell’ala sinistra epirota dotata di elefanti. Il centro dello schieramento epirota, in cui si trovavano anche i mercenari tarantini, gli oschi ed i sanniti, fu spazzato via dalla terza e dalla quarta legione. Nel frattempo i Dauni, con un drappello di uomini, andarono a saccheggiare il campo di Pirro assieme alla prima legione romana, ma vennero ricacciati su un colle dall’azione della cavalleria epirota. Essi, rifugiati nei boschi, non riuscirono ad esser stanati dagli Epiroti. La cavalleria greca venne, a sua volta, attaccata e dispersa da quella romana.

L’indomani, Pirro, all’alba, fece occupare il colle ed il bosco che il giorno prima aveva dato rifugio ai romani. Secondo Frontino, il re schierò a destra i Sanniti (con gli ipaspisti); al centro la falange epirota appoggiata dai Tarantini; a sinistra gli ausiliari Lucani, Bruzi e Messapi. I romani dovettero scontrarsi in campo aperto con gli Epiroti, ma la falange, su un terreno accidentato, non riusciva ad assicurare la compattezza indispensabile a sopraffare le legioni romane

L’indomani, Pirro, all’alba, fece occupare il colle ed il bosco che il giorno prima aveva dato rifugio ai romani. Secondo Frontino, il re schierò a destra i Sanniti (con gli ipaspisti); al centro la falange epirota appoggiata dai Tarantini; a sinistra gli ausiliari Lucani, Bruzi e Messapi. I romani dovettero scontrarsi in campo aperto con gli Epiroti, ma la falange, su un terreno accidentato, non riusciva ad assicurare la compattezza indispensabile a sopraffare le legioni romani.

A questo punto, il console Decio Mure, decise di tenere fede alla tradizione familiare: come il nonno nella Battaglia del Vesuvio e il padre in quella di Sentino, decise di ricorre alla devotio. Questa erana pratica religiosa dell’antica Roma secondo la quale il comandante dell’esercito romano si immolava agli Dei Mani per ottenere, in cambio della propria vita, la salvezza e la vittoria dei suoi uomini.

Il console quindi, indossò la toga praetexta, si velò il capo e pronunciò la seguente preghiera

Oh Giano, Giove, Marte padre, Quirino, Bellona, Lari, Divi Novensili, Dèi Indigeti, dèi che avete potestà su noi e i nemici, Dèi Mani, vi prego, vi supplico, vi chiedo e mi riprometto la grazia che voi accordiate propizi al popolo romano dei Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore, spavento e morte ai nemici del popolo romano dei Quiriti. Così come ho espressamente dichiarato, io immolo insieme con me agli Dèi Mani e alla Terra, per la Repubblica del popolo romano dei Quiriti, per l’esercito per le legioni, per le milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici.

Poi si gettò su nemici, trovando la morte: le legioni, galvanizzate, attaccarono a fondo i nemici: gli italici, che condividevano l’universo spirituale dei romani, sbandarono davanti a tale maledizione. I falangiti, senza avere i fianchi coperti, cominciarono a cadere sotto i colpi nemici.

Dinanzi a tale caos, Pirro non si perse d’animo e tentò il tutto per tutto, facendo caricare le legioni dagli elefanti: però non aveva tenuto conto dell’altro console Publio Sulpicio Saverrione, noto genialoide, che pur non avendo nessuna intenzione di sacrificarsi ai Mani, aveva passato gli ultimi mesi a capire come neutralizzare l’arma segreta nemica.

Saverrione aveva letto, dal solito scritto greco che infiocchettava i fatti con parecchia fantasia, come gli elefanti avessero un terrore panico per i maiali: quindi aveva sequestrato tutti i suini di Roma, se li era portati dietro e appena vide gli elefanti, li scatenò.

Ovviamente, i pachidermi ignorano i poveri maiali: ma questa mossa cretina, un risultato concreto lo ebbe. Pirro, nel tentativo di capire il senso di tutto ciò, fermo le taxis, mentre i suoi alleati italici, smisero di combattere, per cercare di agguantare il più gran numero possibile di suini.

Nonostante questo fallimento, Saverrione non era uomo da perdersi d’animo: scatenò contro gli elefanti la sua grande, nuove invenzione… I famigerati carri ammazza proboscidati, degli accrocchi talmente abominevoli, che ne rimase memoria a lungo: Dionigi d’Alicarnasso, che immagino abbia avuto parecchie difficoltà a mantenersi serio, così li descrisse

Essi erano dotati o di pali trasversali, mobili, montati su travi ritte, che potevano essere fatti girare a comando nella direzione voluta e avevano alle estrimità tridenti o spuntoni a forma di spada o falci tutte di ferro, oppure di ponticelli mobili che facevano calare dall’alto pesanti corvi. A molti carri erano attaccati speciali bracci di fuoco, posti anteriormente ad essi, con stoppa imbevuta di pece che veniva incendiati dai guidatori cquando si erano avvicinati alle belve, con cui si recavano ferite alle loro proboscidi. Sui carri a quattro ruote stavano molti fanti armati alla leggera, arcieri, lanciatori di pietre e di proiettili di ferro e dietro di loro numerose altre truppe

Insomma, una cosa che faceva molto Warhammer… Ora, questi trabiccoli, a funzionare, funzionavano, però ovviamente, erano ancora più lenti degli elefanti: per cui, Pirro, dopo il primo momenti di sconcerto, ordinò alla sua fanteria leggera di supportare i suoi pachidermi, risolvendo alla radice il problema.

Ma Saverrione, dopo avere pensato un Piano A e un Piano B, non poteva certo non concepire un Piano C: tempestò gli elefanti di quantità industriale di giavellotti. Attività in cui si distinse un astato, tale Gaio Municio, che pare riuscisse anche a mozzare una proboscide a un povero elefante. Lo stesso Pirro fu ferito da un giavellotto vagante.

Risultato, mentre i poveri epiroti faticavano le sette camicie nel cercare di calmare gli elefanti impazziti dal dolore, Saverrione ordinò alle legioni di ritirarsi con tutta tranquillità, per evitare problemi ulteriori.

Ora, Ascoli Satriano, in fondo non era stata una proverbiale vittoria di Pirro. Le truppe del re dell’Epiro avevano perduto 3500 soldati, 8,75% delle forze disponibili, mentre tra i romani erano caduti 6000 uomini, il 15%.

Se dal punto di vista tattico, i romani non erano riusciti a logorare ulteriormente l’avversario, strategicamente avevano bloccato la sua avanzata sull’Urbe. Pirro non aveva ottenuto la sua battaglia di annientamento del nemico, gli italici nicchiavano dallo schierarsi apertamente al suo fianco, però, parecchi segnali, i giorni successivi, facevano pensare come si fossero riaperta la possibilità di raggiungere un compromesso con il Senato.