L’acquedotto di Ficarazzi

Come raccontato altre volte, una delle basi dell’economia palermitana del Medioevo era la coltivazione e la lavorazione della canna da zucchero, la cannamele. Questa coltura fu introdotta con successo dagli Arabi; sotto il regno dei Normanni si ebbe una fase di ulteriore sviluppo a cui seguì la crisi del XIII secolo, dovuta alla concorrenza cipriota. Nel Quattrocento seguì, invece, un periodo di impetuosa crescita, che fu una sorta di canto del cigno: l’industria saccarifera entrò progressivamente in crisi per due motivi.

Il primo, la concorrenza delle piantagioni dei Caraibi e del Sud America. Il secondo, meno scontato, fu il cambiamento climatico: la piccola era glaciale del Seicento e del Settecento, oltre ad abbassare le temperature medie, diminuì l’evaporazione media del Mediterraneo, diminuendo di conseguenza le precipitazioni e rendendo molto più arida la Sicilia: questo fece crollare la produttività delle piantagioni di canna da zucchero siciliane, pianta che un clima caldo, molta acqua e lavorazioni accurate, prerogative che inizialmente l’assimilano agli orti “urbani”, dove, soprattutto a Palermo, se ne sviluppò la coltura.

Tanto era diffusa, che parecchi la riguardano diversi termini del dialetto parlermitano: così ne parla l’Enciclopedia della Sicilia di Franco Maria Ricci

Ha una vita triennale e per ciascun anno prende un nome diverso (“gidida”, “cannamela”, “stirpimi”). Quindi veniva estirpata (“stirpuniari”) e sostituita con le piantine (“chiantimi”) ricavate dai germogli. L’impianto si effettuava in marzo, il taglio in novembre, imponendo un sistema di irrigazione complesso e la costruzione di acquedotti

Raccolta in “fasci” e trasportata nell’impianto industriale, “trappeto”, veniva macinata da una ruota idraulica, ottenendo un impasto messo in “sacchi”, spremuto da “stringitori”, presse a vite, mossi da uomini. Il liquido, fatto bollire in grandi caldaie di rame che conferiva all’ambiente un aspetto “infernale”, era posto quindi in vasi dalla forma conica,”furmi”. da cui le impurità, scorrevano attraverso un foro in altri vasi a forma cilindrica, “cantarelli”, dove si raccoglievano per una successiva lavorazione. Raffreddati e raggiunta una consistenza solida, i “pani” di zucchero venivano lasciati ad asciugare per 40 giorni su scaffali (“scaffe”).

Come si può ben capire la sua lavorazione richiedeva una notevole mano d’opera, tanto che Palermo, per decenni, fu tra i principali mercati per gli schiavi del Mediterraneo, ricordiamo che uno dei protettori della città, San Benedetto il Moro, era il figlio di due ex schiavi etiopi, sia una notevole disponibilità di acqua, cosa che costringeva a notevoli investimenti nell’ambito dei canali e degli acquedotti.

Un esempio è l’acquedetto di Ficarazzi, nella valle del fiume Eleuterio: nel febbraio del 1441 tre illustri “cavalieri nobili et famosissimi”, nomi altisonanti della Palermo dell’epoca, Pietro Speciale (già pretore di Palermo), Aloisio del Campo (barone di Mussomeli), e Ubertino Imperatore, membro di una delle famiglie più potenti della città, acquisirono in enfiteusi da donna Eulalia Talamanca, vedova di Ubertino La Grua barone di Carini e Misilmeri, una vasta area agricola nel territorio di Ficarazzi, nell’agro bagherese, proprio per impiantarvi una piantagione di canna da zucchero.

Successivamente, nel 1443, i suddetti maggiorenti, dopo aver ottenuto dalla corona il diritto di censo sulle acque del fiume Eleuterio, affidarono all’ingegnere spagnolo Antonio de Zorura e al magister fabricatorum palermitano Nicolaus de Nucho i lavori per la realizzazione di un imponente ponte-acquedotto sul corso del fiume Eleuteri, sia per irrigare la piantagione, sia per alimentare le ruote dei mulini, caratterizzati daalla posizione orizzontale dell’unica macina rotante su un basamento fisso.

Antonio de Zorura era uno dei principali ingegneri idraulici dell’epoca, mentre Nicolaus de Nucho era capomastro del Senato Palermitano, impegnato nella progettazione e nella direzioni dei principali cantieri di opere pubbliche della città: questo perché l’opera, oltre al valore “industriale”, doveva testimoniare sia la ricchezza, sia l’importanza dei committenti.

Il primo ottobre del 1443, vennero assunti un gran numero di maestranze, muratori, “muqqunì” (maestri d’acqua) e maestri lapicidi alle dipendenze dei due progettisti costruttori; nel 1444 l’opera poteva considerarsi compiuta ed essere ufficialmente inaugurata. L’opera, ovviamente colpì la fantasia dei contemporanei: l’umanista Pietro Barzano lo descrisse così

“Pietro Campo un poco innanti (edificò) lo conducto di lo quali essendo edificati multi et assaissimi archi altissimi et a vidirsi mirabili, undi indussi lo curso di l’acqua multo amplissimo chiamato Bacharia di uno vocabulo arabico; opera certo tanto nobili, chi non senza causa si purria equiparari ali antiquissimi operi di qualunque generationi li quali perfina a lo presenti ormai durano sei miglia lontano di Termini…”.

paragonandolo all’acquedotto romano di Termini Imerese. E ne aveva ben donde: l’accquedotto di Ficarazzi, nonostante la forma monumentale e la sua struttura possente, si caratterizza per la sua essenzialità composta ed eloquente. Presenta 17 eleganti campate a sesto leggermente acuto che poggiano su pilastri a pianta quadrangolare. Nel pennacchio di due arcate del lato orientale del ponte campeggia lo stemma marmoreo con le armi della famiglia Campo, uno scudo bipartito con tre piccole aquile in basso sormontato da elmo e cimiero.

Nel 1468 lo Speciale appalta ad un certo Perosino De Jordano la costruzione di una grande torre , manufatto di difesa del trappeto “suprano” e dell’annesso baglio. Dopo lo Speciale, il Trappeto passò al genovese F: Doria che lo lasciò per testamento in eredità ai Padri Teatini di Palermo. Questi dopo il fallimento della coltivazione della cannamela vendettero tutto al nobile Luigi Giardina che trasformo la Torre nell’attuale Palazzo detto “ Castello”di Ficarazzi prolungando l’ala est e nobilitando la costruzione con una superba monumentale scalinata d’accesso. Nel XVI sec. fu costruita la Torre Compagnone eretta a difesa della foce del fiume ma anche per tutelare gli interessi agricoli connessi alla coltivazione della cannamela. Oggi la torre è in parte distrutta ma la sua struttura originaria è ancora leggibile. E’ di piccole dimensioni con una pianta quadrata;presenta una base leggermente più ampia marcata da una modanatura e pregevoli cantonali in pietra d’Aspra. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale la foce del fiume venne considerato un punto strategico da difendere visto che furono realizzati dei bunker di cui ancor vi è traccia.

L’acquedotto, nonostante la coltivazione della canna da zucchero terminasse nel Seicento, fu utilizzato sino agli anni Sessanta, per irrigare agrumeti e limoneti e le serre dedicate agli alberi da frutto.

Il sacello degli Augustali di Miseno

Nel febbraio 1968, il proprietario di un terreno situato a Miseno, tra Punta Terone e le pendici sud-orientali di Punta Sarparella, nella striscia di terra che ospita anche la caratteristica chiesetta dedicata al martire Sosso e, anticamente occupata dai principali edifici pubblici della città militare di Miseno, iniziando i lavori di sbancamento per la realizzazione di due villette private, trovò un incredibile tesoro.
Rinvenne infatti delle strutture appartenenti ad un edificio di età imperiale che, dall’iscrizione

“TEMPLUM AUGUSTI QUOD EST AUGUSTALIUM”,

si capì che si trattava di un tempio voluto a sede degli Augustales, destinato al culto degli imperatori. Questo diede il via a una campagna scavi archeologici, guidati dall’allora Soprintendente alle Antichità di Napoli e Caserta, il Professor Alfonso de Franciscis, che durò fino al 1972 quando fu sospeso per la precaria staticità dell’edificio a causa della falda acquifera che ancor oggi sommerge in parte le strutture.

Vi furono trovate statue di Vespasiano, Nerva, Tito, dell’Abbondanza, e di alcune divinità tra cui, Asclepio, Apollo e Venere, una del tipo della Piccola Ercolanese ed un’altra su delfino, poi asportate ed ora esposte nell’apposita sala dedicata al monumento all’interno del Museo Archeologico dei Campi Flegrei.

Cosa erano questi Augustales ? Nelle provincie dell’impero romano, nei municipî e nelle colonie il culto dell’imperatore Augusto fu esercitato fin da quando egli era in vita, per motivi di propaganda, ma per evitare problemi con il Senato, fu associato al culto della Dea Roma; questo perché sembrasse agli oggi dell’opinione pubblica, più che un’esaltazione della personalità di Ottaviano, un’espressione di lealismo nei confronti della Res Publica. Di conseguenza, sia per convinzione, sia per arruffianarsi il potente di punto, vi fu una sorta di corsa, da parte delle istituzioni locali e dei cittadini più facoltosi, ad erigere a loro spese nei municipi templi e sacelli a Roma e ad Augusto. Ovviamente, un tempio ha bisogno pure dei sacerdoti: questi erano ovviamente gli Augustales e l’investitura del loro ufficio si disse augustalitas. Formavano un collegio di sei membri attivi (seviri augustales), che duravano in carica un anno, mantenendo il titolo anche dopo lo scadere della loro carica ufficiale

A Roma, sempre per non irritare i senatori, tale culto fu celebrato solo alla alla morte di Augusto, avvenuta in Nola il 19 agosto del 14 d. C. ; celebrata la sua divinizzazione e apoteosi, fu istituito un collegio di sodales augustales, composto di 21 membri, tutti appartenenti all’ordo senatorius, presieduto da tre magistri, i quali si sostituirono così ai membri della gens Iulia, quale depositaria del culto gentilizio degli Iulii. Questo collegio celebrava i suoi riti, nel tempio dedicato ad Augusto alle falde del monte Palatino, costruito da Tiberio e dedicato da Caligola, esastilo in stile ionico con sculture sul tetto, sul basamento e sul frontone, decorato con ghirlande. Tempio restaurato da Antonino il Pio, che lo trasformòin un tempio ottastilo in stile corinzio, con ricco frontone e acroteri, contenente due statue, di Augusto e Livia.

Gli augustales romani avevano anche l’incarico di organizzare una volta l’anno a Boville sulla via Appia, la piccola cittadina di origine della gens Iulia, per dirla tutta, erano burini, giuochi pubblici in onore del divo Augusto, molto frequentati dal popolo di Roma. Augusto aveva permesso che anche ia Roma al pubblico culto dei Lari fosse associato quello del suo genio (Genius Augusti); ad entrambi vennero preposti i vicomagistri, già addetti al solo culto dei Lari compitali, le divinità, forse di origine etrusca, preposte a vegliare e proteggere gli incroci stradali: insomma, lo aveva affidato a una sorta di sacerdoti di serie B

Nelle provincie, invece, gli Augustales formarono in breve tempo una nuova casta di rango elevato nella gerarchia sociale, benché di origine plebea. Ciò poté avvenire perché, non essendo numerosi poterono meglio mettersi in vista fra i cittadini dei municipia, ove non esisteva una vera e propria aristocrazia. La nuova casta venne a porsi tra l’ordo decurionum, i membri cioè dell’alto consesso cittadino che dava adito alle supreme magistrature, e la plebe municipale.

A testimonianza di ciò, nel Satyricon Trimalcione, che era un liberto arricchito, è descritto come Augustales, un modo come un altro, per costrursi uno status sociale riconosciuto. Trimalcione, come detto altre volte, che aveva la domus a Pozzuoli. Lo sappiamo perchè la città di lingua greca è in Campania, dati i riferimenti, perché è prossima a Cuma e a Baia, perchè dotata di un ampio porto, di un Anfiteatro, di un Teatro di una Basilica e di una caserma dei vigili del fuoco, tutte caratteristiche che si mappano con l’antica Puteoli.

Tornando al tempio di Miseno, fu eretto in età augustea, andando al risparmio, essendo costruito con muratura rivestita di stucco. L’edicio conservò questa decorazione anche in occasione dell’arricchimento del Sacello con le statue degli imperatori Vespasiano e Tito di epoca flavia. Fu risistemato alla metà del II secolo d.C., su commissione di Cassia Victoria per onorare il marito L. Laecanius Primitivus, sacerdote Augustale, quando ricevette una maggiore ricchezza dei rivestimenti, tutti marmorei, a testimonianza della posizione economica dei committenti;questa doveva essere probabilmente legata ad attività di commercio marittimo, a cui si riferiscono certamente il rilievo con la nave e il delfino che occupava gli spazi angolari del frontone.

Nonostante questo restauro, il tempio ebbe però vita breve: alla fine del II secolo d.C. forse a causa di un terremoto collegabile con il bradisismo, le strutture crollarono e furono in parte schiacciati dai massi staccati dal costone retrostante. Ma che aspetto aveva, questo tempio ? Semisommerso per effetto del bradisismo, il santuario è composto da tre ambienti affiancati, in parte costruiti in muratura e in parte ricavati dalla roccia, che ne forma le pareti laterali e di fondo.

L‘edificio centrale, il vero e proprio sacello, consiste in un tempietto a podio di pianta rettangolare davanti al quale è situato l’altare. Mediante una gradinata di marmo, fiancheggiata da due podi di muratura, in origine rivestiti di lastre di marmo e sormontati da statue, si accede al pronao tetrastilo con colonne in cipollino dotate da capitelli di tipo pergameno, sopra il cui epistilio, recante l’iscrizione dedicatoria, era il frontone decorato con rilievi. Oltrepassato tale vestibolo, pavimentato in mosaico con un tappeto a tessere bianche e riquadratura a tessere nere, e varcata la soglia di marmo, si entra all’interno del sacello.

Questo è costruito in opus reticulatum con ammorsature in tufelli, mentre le sue pareti dovevano essere ricoperte da lastre di marmo. Su quella di fondo un’abside con podio, fiancheggiata da due nicchie rettangolari, è intonacata e dipinta di rosso sulla parte superiore della fronte, mentre presenta nel catino una decorazione in stucco con rilievi a soggetto marino. Nel pavimento in cocciopesto con tessere bianche disposte a formare riquadri è inserita una fascia centrale in marmi policromi che ripete lo stesso motivo geometrico. L’ambiente a destra del sacello, costruito in opus reticulatum, era decorato con rivestimenti in stucco ed intonaco dipinto sulle pareti e sulla volta a botte ed a crociera

Le Terme di Tito

Sappiamo ben poco degli architetti preferiti di Nerone, Celere e Severo, tranne che fossero particolarmente antipatici a Tacito, che ne parlò così

“il cui estroso ardire giunse a creare con l’arte e lo sperpero delle ricchezze del principe bizzarrie che andavano contro le leggi della natura”

Eppure, quel poco che sopravvisse alla damnatio memorie del loro datore di lavoro, ci mostra tutto il loro genio. Non solo concepirono quella meraviglia che era la Domus Aurea, ma inventarono il modello edilizio di riferimento delle grandi terme dell’età imperiali. Le grandi novità che introdussero furono la fusione del ginnasio con le terme vere e proprie, la sistemazione degli ambienti lungo un unico asse, piuttosto che come giustapposizione più o meno casuale e l’introduzione stabile del frigidarium, con una o più vasche (piscinae) di acqua fredda, che spesso veniva mantenuta fresca con l’aggiunta della neve.

Paradossalmente, questa invenziona nacque da strutture che, in origine, nonostante le dimensioni, erano dei balnea privati: la prima sperimentazione, in quelle che dopo l’anno dei Quattro Imperatori saranno rese pubbliche e trasformate nella Terme Neroniane a Campo Marzio, fu poi replicata nei Balnea della Domus Aurea, situati alle pendici dell’Esquilino, nel nostro attuale e bistrattato Parco di Colle Oppio, in un’area compresa tra le attuali via Nicola Salvi, via delle Terme di Tito e viale del Monte Oppio.

I lavori dopo la morte di Nerone, dovevano essere incompleti e probabilmente, Vespasiano, non sapendo cosa farne di quella struttura, la lasciò abbandonata a se stessa: Tito, in un’ottica che si potrebbe populista, incentrata nel restituire al godimento pubblico gli spazi urbani privatizzati dall’ultimo esponente della gens Iulio Claudia, decise di completarla e di trasformarla da Balnea in Terme. Questa ipotesi di timeline, spiegherebbe il perché i lavori di costruzione fossero, ai tempi di Tito e Domiziano, straordinariamente rapidi: di fatto non si dovette costruire nulla da zero, ma riadattare un edificio già bello e pronto.

I resti sono piuttosto scarsi (una fronte a semicolonne in laterizio e vari tratti di murature), ma è possibile farsene un’idea precisa anche grazie alla pianta disegnata da Andrea Palladio nel XVI secolo, quando le rovine erano ancora comprensibili. Le terme erano precedute da una grande terrazza-palestra sulla sommità dell’Oppio, accessibile da una scala a doppia rampa coperta da due prospetti, davanti e dietro, con piccole volte a crociera. Secondo il Palladio, che ne disegnò una pianta, la struttura sarebbe stata realizzata da Vespasiano, con un dislivello di 17,5 m. rispetto al Colosseo che fu colmato da una grande scalea.

Sappiamo così che l’edificio termale, a pianta quadrangolare simile a quella delle terme di Nerone, era scenograficamente preceduto da una grande terrazza-palestra, elemento scenografico che in epoca più antica aveva abbellito gli Horti di Cesare sul Tevere, poi seguito nuovamente dalle architetture dell’epoca flavia, come il Foro della Pace, la Domus Augustana e il Foro Transitorio.

Il terrazzamento, con pergolati, tende, tettoie, sedili, tavolini, siepi e fontane, si estendeva sulla sommità dell’Oppio occupando oltre la metà delle terme, delimitata da un alto muro perimetrale, accessibile da una scala a doppia rampa, frontale e tergale, con numerose e piccole volte a crociera, una innovazione architettonica dell’epoca. Stando poi anche alle planimetrie cinquecentesche, le Terme si estendevano su un’area rettangolare di circa 125 x 120 m, con ambienti specularmente disposti ai lati di un asse centrale, di cui oltre la metà, sul versante meridionale, erano costituite da un grande terrazzamento.

Il versante settentrionale invece era occupato dal complesso balneare, con due calidarium come avancorpo, dotati di abside sul lato nord e di vasche sui lati. Da qui si accedeva, tramite un corridoio centrale che li separava, a un piccolo tepidarium rettangolare, oltre il quale si trovava il frigidarium, un grande salone con abside sul lato lungo e vasche laterali. Ai lati delle strutture termali si apriva una doppia serie di ambienti simmetrici: due cortili-palestre, due spogliatoi, due sale di lettura, recitazione, musica, ecc.

Simmetricamente disposti ai due lati di questi ambienti vi erano due grandi cortili porticati seguiti da due serie di tre ambienti minori affiancati. L’ingresso principale doveva essere sul lato settentrionale ma una scalinata monumentale, come sopra menzionato, saliva dalla valle del Colosseo ed immetteva al centro dell’area aperta.

Le Terme di Tito furono restaurate da Adriano e nel 238 da Balbino e Papieno: però, anche per la concorrenza delle più grandi e moderne terme di Traiano, decaddero rapidamente e in età tetrarchica, abbandonate, tanto ché fino al 1895, quando il Lanciani risolse l’errore, si credeva che questi ambienti facessero parte delle adiacenti Terme di Traiano. Come tanti altri monumenti della Roma antica divennero nel Medioevo e nel Rinascimento, in grandi cave a cielo aperto. Ad esempio, vi furono tratti i marmi che decorano le cappelle laterali della chiesa del Gesù o la vasca riutilizzata per la fontana del Cortile del Belvedere, in Vaticano o la vasca di porfido rosso riutilizzata nel museo Clementino sempre in Vaticano.

Porta Asinaria

La via Asinaria era un’antica strada che nell’antica Roma, usciva dalla porta Celimontana delle mura serviane che serviva di congiunzione, con un percorso trasversale da Ovest a Est, fra le vie Ardeatina, Appia, Castrimeniese e Latina, andandosi a ricollegare con quest’ultima nella tenuta chiamata di Roma Vecchia; a riprova di questo vi sono le testimonianze di Procopio di Cesarea e di Rufio Festo, proconsole dell’Africa sotto l’imperatore Valente, che scrisse una sorta di bignami dell’epoca di storia romana.

Probabilmente, parte del suo tracciato doveva coincidere con la nostra Appia Nuova: il suo nome, alquanto bizzarro, ha scatenato, negli eruditi rinascimentali, una ridda di ipotesi sull’origine. Alcuni lo ricollegavano a qualche antico rito religioso, altri a un presunto “foro degli asini”, destinato alla vendita delle bestie da soma, che doveva trovarsi in un imprecisato punto dell’Esquilino. Molto probabilmente, questo deriva da un membro della gens Asinia che costruì la strada verso la fine della Repubblica.

Il proseguo all’interno della città della via Asinaria era, cosa assai peculiare, era un tratto della cosiddetta via Papalis, chiamata così per i cortei pontifici che vi passavano in occasione della cavalcata per la “presa di possesso” che il novello papa effettuava, in qualità di Vescovo di Roma, per recarsi da San .Pietro alla basilica di San Giovanni in Laterano.

Quando furono costruite le Mura Aureliane, dato che la via Asinaria era utilizzata essenzialmente al traffico locale, le fu dedicata una porta che era poco più di una posterula, essendo a era ad un solo fornice tra due torri quadrangolari. L’area su cui cui sorge la porta, fu espropriata a un privato che stava costruendo un’insula: la sua costruzione fu interrotta e quanto eretto interrato, in modo da fungere da fondazione per le mura.

L’insula, a sua volta, era sul luogo di una struttura precedente, più antica (II secolo) e distrutta probabilmente da un incendio: si trattava di un laboratorio di marmorari, dove si realizzavano lastre per opus sectile ottenute rilavorando marmi colorati di scarto. Il ruolo della Porta Asinaria, però, con il tempo mutò radicalmente: da una parte, ci si rese conto che he l’intera area compresa tra la Porta Metronia e la Prenestina-Labicana (oggi Porta Maggiore) non era sufficientemente sicura; dall’altra la vicinanza con la sede papale del Laterano, ne incrementò esponenzialmente l’importanza urbianistica.

Il primo a metterci mano fu Massenzio, che provvide al rivestimento in travertino tuttora visibile sul lato esterno e all’apertura delle finestre per le baliste: il grosso dei lavori fu però eseguito da Onorio, che la monumentalizzò con la costruzione di due torri semicircolari che si affiancarono alle preesistenti torri quadrate, da allora riutilizzate come vani scala. Nel corso di questi lavori, inoltre, venne realizzata una controporta e un cortile di guardia. Come ben documentabile lungo tutto il percorso della cinta difensiva, anche Porta Asinaria venne in questo momento rialzata e l’altezza della costruzione venne quasi raddoppiata, passando da due a quattro piani nelle torri e a tre nella corte interna.

I due piani inferiori delle torri semicircolari sono ciechi (e l’ambiente inferiore della torre orientale non è di fatto accessibile), mentre gli altri due piani sono forati ciascuno da cinque finestre arcuate. I piani sono marcati da due o tre filari di mattoni che sporgono dalla muratura. Le torri quadrangolari, che come detto risultano utilizzate come vani scala, presentano feritoie (torre occidentale) o feritoie e finestre (torre orientale). La Porta, che si apre nel corpo centrale, era ad un solo fornice rivestita di travertino e la fronte si sviluppava su tre piani, corrispondenti ai due camminamenti di ronda coperti e ad un corridoio scoperto merlato, oggi completamento scomparso. In corrispondenza dei camminamenti, poi, si aprivano delle finestre: cinque al primo piano e sei al secondo. In prossimità delle finestre del primo piano ad est del fornice sono ancora visibile le tracce dei merli originari della struttura aureliana, poi obliterati dai lavori di restauro successivi. Gli ambienti soprastanti la Porta erano utilizzati – oltre che come camminamenti – come camera di manovra per il funzionamento della saracinesca che chiudeva il fornice. Verso l’interno, invece si aprono una serie di finestre di varie grandezze, mentre le due grandi aperture arcuate che si aprono sulle torri semicircolari verso l’interno sono forse da collegare con lo scomparso camminamento di ronda scoperto.

Il 17 dicembre 17 dicembre 546, durante la guerra gotica, i soldati di Totila entrarono nella città, che poi saccheggiarono, proprio da Porta Asinaria. Non perché non fosse solida ma per il tradimento di alcuni soldati isauri, che si erano accordati col nemico. Così racconta l’evento Procopio di Cesarea

Totila, appena si fece notte, messo in armi tutto l’esercito, lo menò alla porta Asinaria, ed ordinò a quattro Goti distinti per coraggio e gagliardia di salire per le funi insieme agli Isauri sui merli, cogliendo, s’intende, quel momento della notte in cui a quegli Isauri toccava la guardia di quella parte delle mura, mentre agli altri toccava il turno di dormire. Costoro, entrati dentro alle mura, scesero dalla porta Asinaria senza che alcuno di loro si opponesse e con le scuri ruppero il legno che, innestato nel muro da ambo le parti, tien chiusi i battenti delle porte, come pure tutti i ferramenti nei quali i guardiani, introducendo le chiavi, chiudevano le porte o al bisogno le aprivano; e così, spalancata a lor piacimento la porta, facilmente fecero entrare in città Totila e l’esercito dei Goti

Nel Medioevo la porta era nota anche come Porta Lateranensis, Porta S. Johannis Laterani o Porta de Laterano. Nel 1084 passarono da qui anche l’Imperatore Enrico IV e l’antipapa Clemente III per scacciare l’allora papa “legittimo” Gregorio VII, il cui liberatore, Roberto il Guiscardo, mise a ferro e fuoco tutta l’area lateranense, arrecando gravi danni alla porta e alle mura circostanti. Nel 1122 Callisto II vi condusse l’Acqua Mariana, che azionava ben quattro mulini, i cui resti sono stati trovati durante i lavori di costruzione della metro C. Anche il re Ladislao I di Napoli entrò da qui nel 1404, e quattro anni dopo ne ordinò, per la prima volta, la chiusura per motivi difensivi. Ma fu riaperta dopo solo un mese.

Nel corso del Medioevo prima e del Rinascimento poi, la Porta subì una serie di adattamenti legati alle nuove tecniche di difesa: da notare le finestre del primo piano del corpo centrale ristrette per l’uso delle nuove armi da fuoco. A seguito del progressivo innalzamento del livello del suolo circostante, la porta venne abbandonata e chiusa nel 1574 e sostituita dalla vicina Porta S. Giovanni che venne inaugurata l’anno seguente in occasione del Giubileo. Prima del completo abbandono, il fornice della Porta venne completamente spogliato del rivestimento in travertino e delle soglie.

Alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, si effettuarono degli importanti lavori di restauro che permisero il recupero della struttura: la Porta venne allora completamente liberata dall’interro che l’aveva parzialmente sepolta, venne realizzata una nuova decorazione in travertino del fornice (in sostituzione di quella asportata nel XVI secolo) e si rimise in luce la controporta, nota fino ad allora soltanto dalla documentazione grafica precedente al 1574. Tra il 2004 e il 2006, infine, è stato eseguito un intervento di restauro, pulizia e consolidamento delle cortine murarie esterne dell’intera struttura monumentale.

Nei pressi della porta venne rinvenuta una delle “pietre daziarie”, sistemate nel 175 e scoperte in tempi differenti nelle vicinanze di alcune porte importanti (ne sono state trovate solo altre due, vicino alla Salaria ed alla Flaminia; erano poste ad individuare una sorta di confine amministrativo, dove si trovavano gli “uffici di dogana”. Ma se questi uffici provvedevano alla riscossione delle tasse sulle merci in entrata e in uscita dalla città, in epoca medievale, dal V secolo e almeno fino al XV, vennero adibiti anche alla riscossione del pedaggio per il transito dalle porte, alcune delle quali, secondo una prassi divenuta normale, erano addirittura di proprietà di qualche ricco possidente o appaltatore.

In un documento del 1467 è riportato un bando che specifica le modalità di vendita all’asta delle porte cittadine per un periodo di un anno. Da un documento del 1474 apprendiamo che il prezzo d’appalto per la porta Asinaria era pari a ”fiorini 74, sollidi 19, den. 6 per sextaria” (“rata semestrale”).

La nascita della Svizzera (Parte II)

La vittoria degli svizzeri sugli austriaci nella Battaglia di Morgarten sconvolge gli equilibri regionali. Le città come Lucerna o Zurigo, fino a quel momento tendenzialmente alleate ad altre grandi città come Costanza, vedono nella ribellione un’opportunità di affrancarsi dal dominio delle grandi famiglie, mentre ai vicini territori rurali si apre la prospettiva, entrando a far parte di un’alleanza soggetta solo al diretto (e lontano) potere imperiale, di sottrarsi al dominio signorile e delle città regionali.

Per cui ci fu una sorta di ridistribuzione del potere e delle alleanze a livello locale: ad aprire le danze fu nel 1332 Lucerna, che stava vivendo una tumultuosa crescita economica, a causa della sua posizione strategica per il passaggio delle crescenti attività commerciali dalla rotta del Gottardo, e i cui cittadini ritenevano esagerati i dazi imposti dagli Asburgo. Ciò rendeva possibile ai confederat di navigare liberamente sul Lago dei Quattro Cantoni, da quel momento racchiuso completamente nei territori sotto il loro controllo.

A partire dal 1291 il Consiglio di Zurigo era presieduto in larga maggioranza dai ricchi commercianti locali . Questi trattavano con l’Italia e la Germania, manipolando a loro piacere i prezzi, la valuta e le finanze cittadine, facendo così aumentare il malcontento della popolazione, soprattutto degli artigiani.

Il 7 giugno 1336 gli artigiani, alleatisi con la vecchia nobiltà terriera e militare, rovesciarono il Consiglio cittadino e bandirono o dichiararono ineleggibili gran parte dei consiglieri (quasi esclusivamente appartenenti alle ricche famiglie del patriziato mercantile). In seguito, il capo della rivolta, Rudolf Brun, egli stesso consigliere e di antica famiglia ministeriale, venne eletto dall’assemblea cittadina primo borgomastro di Zurigo e capitano a vita, con il diritto di scegliere quattro nomi tra i quali sarebbe stato scelto alla sua morte il suo successore. Nella riforma varata il 16 luglio 1336 si davano pieni poteri al borgomastro con durata vitalizia, si riconoscevano tredici gilde (corporazioni di artigiani) e si creava la camera dei connestabili (organizzazione nobiliare). Il Consiglio, con poteri esecutivi, veniva aperto pariteticamente alle corporazioni e ai nobili.

Ovviamente, i commercianti non si rassegnarono e chiesero aiuto agli Asburgo, guidati dal duca Alberto II lo sciancato, che era impegnato in un complesso gioco diplomatico per aumentare i suoi domini: sì scatenò così un’escalation militare, che nel 1351 portò alla demolizione del a demolizione del castello di Rapperswil, che era una roccaforte austricaa da parte delle truppe di Rudolf Brun. Per rappresaglia, Alberto II mise sotto assedio Zurigo e Brun, per non fare una pessima fine, si alleò con i confederati.

I confederati reagirono occupando i territori asburgo di Glarona e Zugo. Glarona fu annesso alla Confederazione con il «Bösen Bund» (il cattivo patto), che rendeva il cantone un protettorato della Confederazione e non un membro a pieno titolo. Gli abitanti di Zugo invece chiesero aiuto all’imperatore ma questi rispose che non aveva interesse a difendere la città. Dopo aver tentato di respingere con la forza gli invasori, la città firmò l’alleanza coi confederati nel 1352. Dato che però, Alberto come militare e politico era di gran lunga migliore di Leopoldo II, i confederati cominciarono a vedere i sorci verdi e per evitare guai peggiori dovettero restituire agli Asburgo Zugo e Glarona.

Anche Berna si trovava in una difficile situazione militare. Nel 1339 un’alleanza formata tra gli altri dai ducati di Basilea, Friburgo e Losanna, sempre appoggiata dagli Asburgo, dichiaro guerra alla città. Per tutta risposta, le armate bernesi occuparono la cittadina di Laupen, sotto la guida del generale Rudolf von Erlach. I due eserciti erano composti da circa 6000 uomini ciascuno, comprese le numerose armate di cavalleria degli asburgo, che vennero pesantemente battute dalla fanteria bernese. Però, per evitare ulteriori rappresaglie, i bernesi si allearono con i confederati.

La struttura formatasi viene chiamata Confederazione degli otto cantoni. Va però notato che essa non era molto unita ma si trattava piuttosto di un agglomerato di patti tra diversi partner, ognuno dei quali manteneva una notevole autonomia politica e diplomatica: per evitare l’anarchia, nel 1370, è stipulata dai sei cantoni che controllano il traffico del Gottardo: Zurigo, Lucerna, Zugo, Uri, Svitto e Untervaldo, la cosiddetta “Carta dei Preti”.

Nella Carta dei preti per la prima volta i cantoni si identificarono come unità territoriale, parlando di “nostra Confederazione” (unser Eydgnoschaft). La convenzione prescriveva agli ecclesiastici abitanti nei territori convenzionati di giurare obbedienza all’autorità locale. Fu così proibito loro di rivolgersi a tribunali stranieri o ecclesiastici, fatta eccezione per cause matrimoniali ed ecclesiali. Inoltre fu vietata la faida e i cantoni si impegnarono a mantenere la pace sulla strada da Zurigo al passo del San Gottardo.

La causa immediata per la stipulazione della convenzione fu un fatto accaduto a Zurigo, dove il prevosto della cattedrale (Grossmünster), Bruno Brun, catturò illegalmente lo scoltetto (borgomastro cantonale) di Lucerna Petermann von Gundoldingen. Il prigioniero fu liberato e Brun fu bandito, ma il prelato, al servizio degli Asburgo, si rifiutò di riconoscere la giurisdizione del tribunale secolare di Zurigo e invocò la protezione austriaca.

Nel 1375 i confederati dovettero affrontare un problema alquanto inaspettato, la cosiddetta guerra dei Gugler, mercenari francesi e inglesi, disoccupati durante le fasi di stallo della Guerra dei Cento Anni, chiamati così dai loro elmi a forma di cappuccio (ted. Gugel; lat. cuculla/cucullus). A guidarli era l’avventuriero francese Enguerrand de Coucy, che discendeva dagli Asburgo: suo nonno era Leopoldo I d’Austria

Enguerrand arruolò 22.000 uomini con lo scopo di riprendersi l’eredità spettante alla madre Caterina d’Austria, che in parte gli era stata sottratta da Leopoldo III e Alberto III d’Asburgo, in parte occupata dai confederati. All’inizio di dicembre del 1375 i Gugler calarono dai passi del Giura devastando e incendiando le terre lungo l’Aar e accampandosi nei monasteri e nei loro dintorni: Coucy con la maggior parte delle truppe a Sankt Urban, il capitano Jean de Vienne, originario della Francia meridionale, a Gottstatt e il capitano gallese Owen Lawgoch (Yvain de Galles) a Fraubrunnen.

Da quel momento in poi cominciarono a mettere a ferro e fuoco i territorio svizzeri: benché millantino una serie di vittorie in sconti notturni, i confederati non fecero una brillante figura. A salvarli da una pessima fine furono la loro povertà e un inverno particolarmente rigido, che convinsero i mercenari che forse sarebbe stato meglio taglieggiare i più ricchi territori italiani e francesi. Il 9 luglio 1386 a causa delle ripetute invasioni da parte di Lucerna nella provincia asburgo dell’Entlebuch, il duca Leopoldo III si vide costretto ad un nuovo intervento militare.

Alla fine di giugno, la cavalleria austriaca, probabilmente intenzionata a condurre una guerra di rapina contro Lucerna e le sue campagne, mosse verso Sempach, passando da Zofingen, Willisau (che fu saccheggiato) e Sursee. Il 9 luglio incrociò inaspettatamente sopra Sempach le truppe dei cantoni di Lucerna, Uri, Svitto e Untervaldo – Berna non aveva risposto alla chiamata alle armi – provenienti da Zurigo, e si giunse a una battaglia campale. I confederati, numericamente inferiori e sorpresi in una posizione sfavorevole, dopo le difficoltà iniziali sotto la guida di Petermann von Gundoldingen riuscirono ad annientare l’esercito asburgico.

L’esatto svolgimento della battaglia non è conosciuto; sappiamo che però lo stesso duca fu tra i caduti, il che provocò il collasso del dominio austriaco nell’area. La guerrà, però, terminò nel 1393. Nell’aprile di quell’anno, l’esercito austriaco tentò di riconquistare il cantone di i Glarona, espugnando la muraglia difensiva di Näfels, mentre una seconda colonna, comandata dal conte Hans von Werdenberg-Sargans avanzò provenendo dal Kerenzerberg. I circa 400 Glaronesi non si persero d’animo e, rafforzati da piccoli contingenti provenienti da altri cantoni (Svitto e Uri), abbandonarono le mura e si ritirarono verso il fianco occidentale della valle; qui, favoriti dalla nebbia e dalla neve, si riorganizzarono ed attaccarono l’impreparato esercito asburgico che in quel momento era dedito al saccheggio: Glarona riuscì così a scacciare il nemico, provocando anche numerose vittime (qualche centinaio contro circa 50), molte delle quali annegate nel fiume Maag, per via del crollo di un ponte nei pressi di Weesen. Le truppe asburgiche tentarono in seguito di compiere una controffensiva ed arrivarono fino a Mollis, ma alla fine tornarono in patria.

Nello stesso periodo Zurigo stipulò per conto suo un’alleanza con l’Austria: ciò provocò un colpo di Stato favorito dagli altri confederati e perpetrato con il sostegno del ceto popolare zurighese, il cosiddetto affare Schöno. Il borgomastro filoaustriaco Rudolf Schön fu deposto; le nuove autorità rinunciarono così all’alleanza con gli Asburgo. In cambio di questo avvicinamento, gli altri cantoni si impegnarono ad assumere un comportamento più disciplinato sui campi di battaglia, sia nella condotta delle guerre private che di quelle pubbliche. La convenzione di Sempach proibì ogni atto di violenza tra i confederati. Garantì la sicurezza dei commercianti. Le richieste di aiuto militare dovevano essere giustificate da un intento bellico e presentate dalle autorità responsabili (Consiglio o Landsgemeinde). Nelle spedizioni comuni doveva regnare la pace tra gli eserciti, disertori e predatori venivano processati; il saccheggio era autorizzato solo dopo aver conquistato la vittoria ma risparmiando chiese, conventi e donne; il bottino andava diviso dai capitani. Di fatto, questo segnava la nascita di un esercito comune,

Atene contro Siracusa (Parte XV)

Mentre gli Ateniesi si preparavano a svernare, a Siracusa si discuteva assai sulla sconfitta ricevuta. La preoccupazione era tanta, ma a sentire Tucidide, intervenne Ermocrate, a rasserenare le acque e ridare un minimo di lucidità ai suoi concittadini: come detto altre volte, lo storico ateniese utilizza Ermocrate come una sorta di modello per il politico ideale. Questa rappresentazione, costruita a tavolino, lo porta ad accentuarne le doti, a nasconderne i difetti, come l’aspirazione alla tirannide, ancora più spinta di quella di Alcibiade e a minizzarne gli errori.

Ermocrate, sempre secondo Tucidide, evidenziò come la battaglia era stata una sconfitta tattica, anche limitata, visto il numero dei caduti, ma un successo strategico: gli Ateniesi non erano riusciti a distruggere l’esercito siracusano, né a tentare un assalto alla città. Inoltre, i Siracusani avevano perso più per demerito proprio che per merito del nemico

Elaborato questo disegno di massima, gli Ateniesi passarono a Nasso e a Catania con la flotta intenzionati a svernarvi. I Siracusani,seppelliti i propri morti, convocarono l’assemblea. Allora si fece avanti Ermocrate figlio di Ermone, uomo di geniale talento in tutti i casi della vita, a nessuno secondo, che in più aveva fornito prova di possedere una personalità militare spiccata e sicura, per competenza e chiaro valore. Costui ridiede coraggio ai compatrioti e non permise che per lo scacco subito si lasciassero invadere dalla prostrazione. Il loro ardimento era uscito indomito dalla prova: piuttosto la carenza di disciplina li aveva perduti. Eppure avevano accumulato uno svantaggio inferiore a quello che tutte le premesse inducevano a temere: tanto più che avevano affrontato sul terreno i primi in Grecia per abilità bellica, da dilettanti, si può dire, opposti a tecnici della scienza e della pratica militare.

La battaglia infatti aveva mostrato i due grossi limiti dell’esercito siracusano: la fanteria oplitica era di fatto poco addestrata e male armata, nonostante la superiorità numerica, non era riuscita a sfondare il centro avversario, ma se non fosse stato per l’errore di Lamaco, sarebbe stata accerchiata e distrutta e una linea di comando troppo numerosa e frammentata: di fatto valeva il vecchio detto

Con troppi galli a cantare non si fa mi giorno

Per cui, Ermocrate proponeva di utilizzare la pausa invernare per migliorare l’addestramento degli opliti e fornire loro armi e corazze decenti-.

Un elemento di grave intralcio s’era mostrato il numero eccessivo di strateghi e il frazionamento troppo spinto della direzione tattica (i Siracusani avevano in forza quindici strateghi), aggiunta alla sconnessione caotica di una turba di gente sommariamente inquadrata. Disponendo di pochi strateghi, ma valenti, che utilizzassero il periodo invernale per allestire un corpo efficiente di opliti, procurando a chi ne era privo l’armatura, per accrescerne al massimo la forza numerica, e li sollecitassero con rigore costante a ogni specie di allenamento, Ermocrate fidava per Siracusa in una pronta riscossa sul nemico. Essa, potendo già contare sul valore dei suoi uomini, ne avrebbe anche impiegato nei momenti critici l’acquisito senso di disciplina. Qualità destinate entrambe a progredire: la disciplina indurendosi a costante confronto con i pericoli, mentre la virtù naturale del coraggio, sorretta dalla coscienza d’aver raggiunto un livello tecnico di notevole pregio, avrebbe guadagnato in solidità.

In più, molto pro domo sua, ricordiamo come il suo obiettivo era diventare tiranno di Siracusa, propose di semplificare la linea di comando, concentrando la direzione dell’esercito in un numero ridotto di generali, i quali, al termine della guerra, contando su truppe scelte e fedeli, avrebbero potuto orchestrare un golpe

Era inoltre indispensabile nominare un collegio ristrettissimo di strateghi con pieni poteri, e obbligarsi con giuramento a lasciar loro dirigere le operazioni come meglio dettava la competenza militare. Con questo metodo, si sarebbero più sicuramente protetti i segreti strategici, e gli altri preparativi si sarebbero eseguiti con più ordine e prontezza.

Data la drammaticità del momento, i Siracusani, anche quelli più sospettosi delle ambizioni Ermocrate, assecondarono le sue richieste, affidando a lui e due suoi stretti collaboratori la direzione dell’esercito. In più, spedirono ambasciate a Sparta e a Corinto, la loro antica madrepatria, sia per ottenere aiuti, sia per chiedere la riapertura delle ostilità in Grecia: gli ateniesi con la guerra in casa, se ne sarebbero andati più di fretta che di paura dalla Sicilia.

Peccato per i Siracusani che gli Spartani la pensassero esattamente all’opposto: più gli ateniesi fossero stati impegnati in terre lontane, meno avrebbero avuto ambizioni di qualche tipo nell’Ellade.

Siracusani, dopo averlo ascoltato, approvarono senza eccezioni il programma suggerito da Ermocrate, e scelsero lo stesso Ermocrate. Eracleide figlio di Lisimaco e Sicano figlio di Essecesto, limitandosi a questo terzetto. Spedirono poi ambasciatori a Corinto e a Sparta per sollecitare l’alleanza e persuadere Sparta a riprendere con più vigore e senza mezzi termini l’offensiva contro Atene, a loro vantaggio: per strapparla dalla Sicilia o costringerla a sostenere il corpo di spedizione con l’invio a rinforzo di effettivi meno potenti.

Ateniesi che non rimasero con le mani in mano: memori della precedente spedizione in Sicilia, sia per controllare i traffici commerciali sul Tirreno e mettere pressione su Siracusa, sia per convincere Rhegion a schierarsi senza sé e senza ma dalla loro parte, tentarono un colpo di mano su Messina, tentando di replicare quanto fatto in precedenza a Catania. Il partito filo ateniese avrebbe orchestrato una sorta di golpe, aprendo le porte alle truppe di Lamaco e Nicia. Il problema è che cominciarono a palesarsi gli effetti nefasti dello scandalo delle erme: Alcibiade, desideroso di vendetta nei confronti di una patrai ingrata, aveva avvertito dell’intrigo il partito filosiracusano di Messina, che lo sventò. Di conseguenza, gli Ateniesi dovettero tornarsene indietro con la coda tra le gambe.

Intanto le truppe Ateniesi di stanza a Catania passarono rapidamente a Messene, fidando in una resa per tradimento. Ma gli intrighi già avviati non condussero all’esito sperato. Era accaduto questo: Alcibiade, quando aveva rinunciato al comando in seguito al richiamo di Atene, sicuro ormai di subire l’esilio, svelò al partito filo-siracusano di Messene la trama di prossima esecuzione, a lui ben nota. Questo gruppo pensò subito di eliminare gli elementi del complotto e sollevandosi in armi impose in seguito a Messene di respingere gli Ateniesi. Costoro, protratta per circa tredici giorni l’attesa, battuti dalle condizioni pessime del tempo, sforniti di vettovaglie e ormai rassegnati al fallimento del piano, ripiegarono a
Nasso, dove fissarono i confini del campo piantandovi una palizzata e si prepararono a svernare.

Inoltre, Nicia e Lamaco, mandarono una richiesta di aiuti ad Atene: fondi per continuare la guerra, il che diede ragione a chi, come Socrate, temeva che la spedizione si trasformasse in una sorta di pozzo senza fondo per le finanze cittadine e visto che il problema tattico si era presentato troppe volte, un contingente di cavalleria.

Inviarono una trireme ad Atene con la richiesta, all’arrivo della nuova stagione, di altri fondi e di un corpo di cavalleria.

Nel frattempo i Siracusani, memori di quanto successo, costruirono una fortificazione avanzata, in modo da impedire agli Atenesi di stringere d’assedio la città e per impedirne un nuovo sbarco. In più, con un raid della famigerata cavalleria, misero a ferro e fuoco il territorio di Catania, compreso l’accampamento ateniese

Durante l’inverno anche i Siracusani elevarono, nei pressi della cinta, un baluardo, seguendo tutta la fascia rivolta alle Epipole e includendovi il colle Temenite, per evitare che, nel caso di una loro sconfitta, il nemico trovasse comodo isolarli erigendo intorno alla città un bastione di breve raggio. Megara ospitò installazioni fortificate e un secondo caposaldo fu allestito al santuario di Zeus Olimpo. Nei punti di facile approdo, aperti a uno sbarco, la riva fu resa irta di palizzate. Sapendo che gli Ateniesi stavano a Nasso per l’inverno, i Siracusani promossero un’offensiva generale contro Catania: ne desolarono il territorio e dopo aver distrutto con il fuoco le tende e il campo ateniese si ritirarono in città.

Il fronte diplomatico non rimaneva inattivo: l’attenzione dei due contendenti era concentrata su Camarina, un’importante colonia di Siracusa, fondata e costruita dai siracusani alla foce del fiume Ippari, nel sud della Sicilia, nel territorio della nostra Ragusa, che era in perenne lite con la madrepatria.

L’obiettivo era da una parte accedere alla ricchezze di Camarina, per coprire le spese della spedizione, dall’altra sfruttare la sua posizione geografica, che permetteva di controllare le rotte con l’Africa, per ottenere ulteriori aiuti da Cartaginese: per fare queste applicava la sua solita strategia di favorire ribellioni tra gli alleati dei nemici, a favorirne l’indipendenza e, come in questo caso, a tentare di stipulare un’alleanza pur di distaccarli dal vero nemico, Siracusa.

Ovviamente Ermocrate, consapevole di questo, non poteva permetterlo…

Informati inoltre che gli Ateniesi, fidando sull’alleanza sancita a suo tempo per i buoni uffici di Lachete, tentavano Camarina per indurla, attraverso contatti ufficiali, dalla propria parte, i Siracusani reagirono con l’invio, a loro volta, di una propria ambasceria. Poiché il contegno di Camarina non appariva limpido: in occasione dello scontro precedente l’invio di effettivi modesti era risultato indizio di scarso impegno. E forse anche per l’avvenire quelli covavano il progetto di astenersi da un sostegno concreto, apprendendo il trionfo ateniese sul campo di battaglia e addirittura, ispirati da quell’antica amicizia con gli Ateniesi, di cogliere quell’occasione per accostarsi a loro. Sicché a Camarina si incontrarono, in arrivo da Siracusa, Ermocrate e gli altri membri della legazione, dal campo Ateniese Eufemo, alla guida del suo comitato

Marcello contro Archimede

Come raccontato nello scorso post, Marcello era abbastanza sicuro di chiudere la questione Siracusa in tempi rapidissimi, contando sulla sproporzione di forze a suo vantaggio. Non si può dire che il comandante romano non mancasse d’ottimismo. Siracusa infatti possedeva 27 km di mura costruite all’epoca di Dionisio I di Siracusa, che le garantivano una completa difesa, sia dalla parte del mare, sia da quella di terra. Proprio per queste difese la città non era mai stata prima di allora espugnata.

Così la descrive Polibio

La città di Siracusa ha sicure protezioni naturali, poiché le sue mura, di forma circolare, sorgono su postazioni elevate e dominate da profonde rupi, di difficile accesso

Il piano di Marcello prevedeva un doppio assalto contemporaneo. Le legioni avrebbero attaccato le mura lato terra all’altezza della Porta di Kexapylon, i cui resti si trovano nell’arera di Santa Panagia nei pressi della ex Cintura ferroviaria.

Questa era la porta principale della polis siciliana da cui partiva la strada che la collegava alle città di Thapsos, Megara Hyblea, Leontinoi, e all’attuale Catania. Da questa porta poi iniziava una grande strada che la collegava all’agorà cittadina: come fa intuire il nome, la porta era caratterizzata dalla presenza di sei aperture.

La flotta romana, invece avrebbe assaltato le mura all’altezza di Akradina, uno dei quartieri della Pentapoli, il cui nome significa “Terra dei peri selvatici”; questa si estendeva a nord di Ortigia sino alla costa est, negli odierni quartieri di Santa Lucia e Grottasanta. Esso era separato da Tyche dalle mura dette di Gelone. Il punto scelto per l’assalto portico dei calzolai, dove le mura poggiano sul molo a picco sul mare.

E poiché i Romani avevano già pronti i graticci, i materiali da lancio e tutto ciò che era necessario, pensarono di poter portare a termine tutti i preparativi per l’assedio in cinque giorni; in particolare, Marcello, contava di sfruttare al meglio la sua arma segrete, le sambuche. Si trattava di alcune scale, protette sui fianchi, posizionate sulla prua delle navi, in modo tale che sporgessero verso l’esterno. Attraverso un sistema di corde, questo lungo corridoio poteva essere sollevato: la nave si avvicinava, il graticcio si abbassava quel tanto che bastava per appoggiarsi alle mura e dall’interno delle sambuche i legionari sarebbero sbucati per assaltare la città.

A sentire Plutarco, ma probabilmente è solo un artificio retorico, i Siracusani era consapevoli della situazione drammatica

I Siracusani, quando videro i Romani investire la città dai due fronti, di terra e di mare, rimasero storditi e ammutolirono di timore. Pensarono che nulla avrebbe potuto contrastare l’impeto di un attacco in forze di tali proporzioni.

Per cui, belli tranquilli, nel giorno stabilito, Appio Claudio Pulcro guidò l’assalto da terra, mentre Marcello, mosse la sua flotta: 60 quinquiremi, con archi, fionde e giovellotti, avrebbero infastidito i difensori, mentre su altri 8 quinquiremi, che erano state legate a coppie, erano state montate le sambuche: tramite queste, i legionari sarebbero saliti sulle mura

Il problema è che Marcello non aveva considerato la questione Archimede, il quale, era figlio di astronomo siracusano di nome Fidia, che un cugino di Gerone II; il che lo rendeva molto invischiato nelle complesse vicende della politica locale. A quanto pare, Archimede, era schierato nella fazione anti romana, per cui, non si tirò indietro quando si trattò di applicare i sui studi teorici sulla leva e sulle macchine semplici agli ordigni bellici.

Per prima cosa riempì le mura di Siracusa di catapulte, per lanciare pietre sfruttando l’elasticità di torsione prodotta da fasci di fibre elastiche, e di baliste, una sorta di grosse balestre: in paricolare,iniziò a utilizzare prima le macchine più grosse e potenti, e poi man mano che si avvicinavano alle mura quelle più piccole, per tenere il nemico sempre sotto il fuoco siracusano, a seconda della lunghezza del tiro. I marinai e i legionari romani, che tutto si aspettavano, tranne che essere vittima di questo tiro a piccione, entrarono in sciopero.

Marcello, preso dallo sconforto, fu costretto a bloccare l’avanzata e ad operare l’avvicinamento alle mura, solo di notte, dato che i difensori avrebbero avuto maggiore difficoltà a prendere la mira. Archimede aveva previsto anche questo, disponendo sulle mura gli scorpioni, balestre mobili di medie dimensioni, a sua volta protette da ampi scudi di legno, per evitare che i lor artiglieri fossero colpiti dalle frecce romane. Appena le sambuche si appoggiarono sulle mura e i legionari cominciarono a salirvi sopra per assalirle, furono accolti con quantià industriali di freccie, senza possibilità di danneggiare il nemico: fu una strage.

E per evitare che i Romani si avvicinassero troppo alle mura con le loro sambuche issate, Archimede inventò le gru, sfuttandole in duplice modo: appena le navi romani si avvinavano troppo, le faceva sporgere dalle mura, e liberare su queste e sulle navi pietre del peso non inferiore a dieci talenti (360 kg) oppure blocchi di piombo.

Gru che potevano essere utilizzate anche in un altro modo, creando il cosiddetto artiglio di Archimede: grazie a uno specifico gancio, attaccato ad una corda in grado di sollevare parzialmente le navi nemiche dall’acqua, per poi farla rovesciare o cadere; tra l’altro Il funzionamento di questa invenzione fu testato nel 1999 all’interno di un programma della BBC, Secrets of the Ancients, e poi di nuovo nel 2005 da Discovery Channel in Superweapons of the Ancient World riunendo un gruppo di ingegneri. In sette giorni riuscirono a testare la loro creazione. Furono in grado di sollevare ed affondare una nave romana.

Tutti questi marchingegni, mai visti prima d’ora dai Romani, generarono non poco sconforto tra le file degli assedianti e nel loro comandante, Marcello, che a detta di Polibio esclamò:

Archimede continua a prelavere acqua dal mare con le navi, quasi fossero dei bicchieri, mentre le mie sambuche sono picchiate come delle estranee e cacciate dal banchetto.

Analoghe traversie dovette subire Appio Claudio Pulcro, con i suoi legionari presi a pietrate, a frecciate o sollevati in aria e fatti cadere a terra dalle gru: per cui, dopo un paio di giorni di questo trattamento, i due comandanti romani decisero di cambiare strategia, cercando di catturare Siracusa per fame, incominciando uno sgradito assedio, perché bloccando a oltranza le legioni, lasciava l’iniziativa nelle mani cartaginesi.

Come potete notare, non ho ancora accennato ai famigerati specchi ustori: spesso e volentieri, questi sono messi in discussione con tre argomenti estremamente validi. Il primo è che non sono citati dalle fonti prossime agli eventi. Alcuni autori antichi, anche alquanto tardi rispetto agli aventi, come Silio Italico, Galeno e Liciano di Samostrata, accennano genericamente al che le navi romane vennero bruciate da Archimede, ma questo poteva avvenire, molto semplicemente, tramite frecce incendiarie scagliate dalle baliste. Gli accenni gli specchi ustori risalgono infatti alla tarda antichità e al periodo bizantino

Il secondo è che i genieri romani adottarono rapidamente in massa tutte le invenzioni di Archimede, tranne questi specchi ustori. Infine è che vari esperimenti, hanno dimostrato che paraboloidi, oltre ai problemi di realizzazione pratica, non potevano essere utili, perché non erano in grado di generare abbastanza calore da incendiare il legno e perché questa concentra i raggi troppo vicino, per avere un utilizzo contro le navi romane.

Ciò non impedì lo sviluppo di un’impressionante letteratura in materia, che a partire dalla tarda antichità attraversò il mondo arabo e il Medioevo latino per arrivare almeno fino al Seicento. Merito di questo mito fu di far sviluppare la ricerca sulle proprietà ottiche delle sezioni coniche.

Però, forse dovremmo affrontare il problema da un diverso punto di vista. La scienza ellenistica ha una passione smodata per le proprietà ottiche delle coniche. Il primo ad affrontare il problema è stato un geometra alessandrino di cui sappiamo ben poco, Diocle, che usò la cissoide per risolvere il problema della duplicazione del cubo

Oltre alle informazione che ci ha dato nei suoi commentari di Archimede il matematico bizantino Eutocio di Ascalona, possediano alcune notizie su di lui grazie a un antico manoscritto arabo, risalente al 1462, contenente la traduzione della sua opere “Gli specchi ustori”, ritrovato in Iran nel 1970. Testo in cui Diocle non solo affronta le proprietà matematiche degli specchi circolari, ellittici e parabolici, ma parla anche dei loro utilizzi pratici, come ad esempio come utilizzarli per accendere i falò durante i sacrifici agli dei. Purtroppo, il copista, nella sua trascrizione, non ha però riportato gli schemi che corredavano il testo originario.

Nell’introduzione Diocle racconta l’interesse dei suoi contemporanei proprio per gli specchi ustori

Pitia, il geometra scrisse una lettera a Conone per chiedergli come trovare una superficie tale che, posta di fronte al sole, ne rifletta i raggi su una circonferenza. Inoltre quando Zenodoro, l’astronomo, venne da noi, ci chiese come realizzare una simile superficie specchiante tale da concentrare i raggi solari in un solo punto e così produrre fuoco

Ora dato che il brano dell’Arenario che ha permesso di identificare il nome del padre di Archimede è abbastanza corrotto e che siamo certi dei rapporti tra Conone di Alessandria e lo scienziato siracusano, non è detto che Fidia e Pitia non siano la stessa persona. Questo spiegherebbe l’interesse di Archimede per il tema, tanto da scrivere il trattato Catottrica sulla riflessione della luce, perduto, ma su cui abbiamo alcune informazioni indirette.

Apuleio sostiene che era un’opera voluminosa che trattava, tra l’altro, dell’ingrandimento ottenuto con specchi curvi, di specchi ustori e dell’arcobaleno. Secondo Olimpiodoro il Giovane vi era studiato anche il fenomeno della rifrazione. Uno scolio alla Catottrica pseudo-euclidea attribuisce ad Archimede la deduzione delle leggi della riflessione dal principio di reversibilità del cammino ottico; è logico pensare che in quest’opera vi fosse anche questo risultato.

Il primo a parlare degli specchi ustori e di Archimede è Antemio di Tralle (474d.c. – 534 d.c.), famoso per essere stato l’architetto della basilica di Santa Sofia a Costantinopoli nel 532. Antemio scrisse un piccolo trattato in greco “paradossi meccanici”; una trascrizione in arabo dell’opera, recentemente scoperta e risalente al IX secolo, riporta il passo all’impresa di Archimede

Come monteremo un apparato in modo che si verifichi accensione, per mezzo dei raggi solari, in un luogo dato che disti non meno di un tiro d’arco. Se ci basiamo su quelli che espongono le costruzioni dei cosiddetti ustori, sembra quasi che quanto proposto sia impossibile: vediamo infatti gli ustori guardare sempre verso il sole quando producano l’accensione, di modo che, se il luogo dato non è proprio in linea retta con i raggi solari, ma punta da un’altra parte o da quella opposta, non è possibile che si produca quanto proposto per mezzo dei detti ustori; e inoltre prendere in considerazione una distanza sufficiente fino all’accensione comporta necessariamente che anche la grandezza dell’ustorio, se ci basiamo sulle esposizioni degli antichi, venga ad essere praticamente impossibile.

Antemio, che era un valido ingegnere, afferma come Archimede non avesse utilizzato i paraboloidi, ma un altro accrocco che poi provvede a descrivere. Accrocco, che con qualche lieve variante, è descritto anche dallo storico bizantino più tardo Giovanni Tzetzes.

aveva costruito uno specchio a forma esagonale e ad una determinata distanza da questo dispose quattro specchi quadrati del medesimo tipo. Questi ultimi potevano essere mossi mediante cerniere di metallo . Con questo congegno prendeva i raggi del sole di mezzogiorno sia in estate che in inverno. I raggi riflettendosi in quel congegno , causavano una tremenda fiamma che accendeva le navi, che alla distanza di un tiro di freccia venivano ridotte in cenere.

Entrambi facevano quindi riferimento a una comune fonte tardo antica, purtroppo perduta: confrontando i due testi, possiamo ipotizzare la struttura così descritta in un post di Legio III Italica

Alla base del tutto , un grande anello di legno o di metallo ruotante su di una base fissa anch’essa rotonda, simile a una rotaia del treno e della sua ruota e mosso da leva ruotante o da un verricello, per poter mirare l’ obiettivo dello specchio principale esagonale sulle navi in qualsiasi direzione; poi, fissati alla base, sull’anello ruotante, i quattro specchi piani quadrati spostati a due a due a sinistra e destra e di rimpetto al grande specchio in modo da lasciare libera d’ innanzi la sua riflessione e che incernierati sul perno di fissaggio fisso , potevano a loro volta seguire , azionati a mano , lo spostamento del sole , per poter indirizzare i loro raggi sul grande specchio principale , grandi abbastanza da poter coprire singolarmente tutta la superficie dello specchio esagonale principale posto innanzi a loro e anch’ esso fissato sulla grande ruota mobile, il tutto mosso da 4/6 persone ; infine il grande specchio esagonale

Questo non era un blocco unico, ma costituito da sei specchi singoli, probabilmente a curvatura iperboloide, in modo da concentrare i loro singoli fuochi in uno solo. Tale accrocco fu riprodotto, parzialmente da Buffon, che dimostrò come potesse incendiare oggetti.

Ma l’esperimento principale fu eseguito da Giuseppe Venanzio Marvuglia nella Palermo di inizio Ottocento, dove il nostro genialoide architetto, schiavizzando i suoi allievi della cattedra di “Geometria pratica, architettura civile e idraulica” dell’Accademia degli Studi locale e scroccando i fondi ai Borboni, con la scusa di trovare un metodo per difendere il porto cittadino; esperimento eseguito sia sui tetti della Cattedrale, sia sulla torre Pisana, che oltre lasciare perplesso il palermtiano medio, dimostrò tre cose.

La prima è di come la portata dell’accrocco fosse di un centinaio di metri; la seconda è che fosse insufficiente a bruciare il legno, ma lo facesse senza problemi con la tela delle vele; la terza è che un effetto collaterale, che visto le lamentele dei palermitani, portò alla sospensione degli esperimenti, non citato dalle fonti antiche, ossia che era efficacissimo nell’abbagliare il prossimo. Per cui, l’arma era utilizzabile solo contro le navi che si avvicinavano alle mura con la sambuche. Immaginiamoci di essere nei panni del legionario romano che vi era sopra, tra pietre e frecce che offuscavano il cielo con il loro numero, le navi vicine lanciate in aria da enormi gru, vedere all’improvviso e senza apparente spiegazione la vela andare a fiamme e trovarsi accecati: l’impatto psicologico non poteva essere dirompente.

Ovviamente, quest’arma, complicata e costosa da costruire, poteva essere utilizzata in un contesto specifico: proprio questa mancanza di flessibilità, di cui i romani dovevano essere consapevole, a differenza delle altre invenzioni archimedee, ne bloccò l’adozione generale

Palazzo dei Normanni (Parte IX)

Raccontata la storia del Palazzo dei Normanni, oltre alla Cappella Palatina e ai giardini, molto suggestivi, cosa è possibile visitare, dato che, nonostante la maleducazione dei custodi, sarò sfortunato io, ma mi sono trovato davanti sempre dei cafoni epocali, è un luogo che sicuramente merita ?

Allo stato attuale, anche perchè ogni tanto la Fondazione Federico II cambia le carte in tavola, al secondo piano del Loggiato di Cortile Maqueda è permesso l’accesso al Piano Parlamentare che, attraverso il Corridoio Mattarella, consente il percorso fra gli ambienti degli appartamenti reali – secondo le note documentali, gli appartamenti della regina e del principe ereditario – ubicati nel plesso rinascimentale, mentre Sala dei Venti e Sala Ruggero sono dislocati nella Torre Joaria.

Il corridoio Mattarella, dedicato a Piersanti, fratello del nostro Presidente della Repubblica, assassinato il 6 gennaio 1980 a Palermo in Via Libertà dalla Mafia, quando era presidente della Regione Siciliana, uno dei primi fatti di sangue che ricordo abbastanza bene, funge da collegamento tra le stanze in cui è stata divisa l’originaria Galleria ed è decorata da alcuni quadri ad olio ottocenteschi, ad esempio dello Sciuti. Il corridoio è arredato con sette consoles in legno laccato e fregi dorati con piani in marmo bianco, dodici panchette in legno intagliato e laccato con fregi dorati di fattura siciliana del secolo XIX e sei specchi con cornice dorata si manifattura francese, secolo XIX.

Questo porta alla Sala di Archimede, ricavata negli antichi ambienti medievali che collegavano lo scalone d’onore alla cinquecentesca Sala dei Parlamenti, chiamata cosi da una statua di Archimede, molto liberty, commissionata da Umberto I all’artista palermitano Benedetto Civiletti; il gesso della statua si trova alla Gipsoteca di Palazzo Ziino. Questa sala funge da anticamera alla Sala d’Ercole, dove si radunava il Parlamento Siciliano, di cui ho raccontato in uno scorso post le vicende relative alla decorazione.

Parlamento, che risale al 1130 con la convocazione delle Curiae generales da parte di Ruggero II a Palermo, nel Palazzo reale per la proclamazione del primo Re di Sicilia. Il parlamento siciliano era costituito da tre “rami” (“feudale”, “ecclesiastico” e “demaniale”). Il ramo feudale era costituito dai nobili rappresentanti di contee e baronie, il ramo ecclesiastico era formato da arcivescovi, vescovi, abati e archimandriti, mentre il ramo demaniale era costituito dai rappresentanti delle 42 città demaniali della Sicilia.

Si passa poi alla sala dei Vicerè, chiamata così per i 21 ritratti collocati alle pareti raffiguranti rispettivamente: viceré di Sicilia, luogotenenti e presidenti del regno Borbone di Sicilia e delle Due Sicilie, primo sovrano Carlo III di Borbone

La disposizione dei ritratti all’interno della galleria operata dal Manuel de Benavides y Aragón, conte di Santisteban, risale ai tempi del Bernardino de Cardenas y Portugal, duca di Maqueda, e annoverava trentasette ritratti di viceré, da Fernando de Acuña y de Herrera, conte di Buendía, fino allo stesso Manuel de Benavides y Aragón.

Probabilmente fu sostituita l’originale decorazione degli inizi del XVII secolo, come ci suggerisce la descrizione della cerimonia per le nozze di donna Giovanna d’Austria, figlia di Giovanni d’Austria e nipote di Carlo V d’Asburgo, con Francesco Branciforte, principe di Pietraperzia.Più tardi nel 1640 l’ambiente presentava un ciclo di affreschi raffigurante le Storie della vita di San Francesco d’Assisi e Sant’Antonio di Padova, opere realizzate da Pietro Novelli, i cui frammenti superstiti, trasferiti su tela, sono custoditi nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis.

La cerimonia d’incoronazione di Carlo III di Borbone a Palermo del 1735 documentata da Antonio Mongitore, contempla nella Galleria i ritratti dei sovrani da Ruggero II a Carlo II, mentre relega i ritratti dei viceré asburgici nelle restanti sale del palazzo. Il nobile palermitano Francesco Maria Emanuele Gaetani, marchese di Villabianca, riporta che i ritratti delle anticamere sono gli originali raccolti da Manuel de Benavides y Aragón. Il presente ciclo della Galleria fu rinnovato nel 1738 da Carlo di Borbone che ne affidò il compito della realizzazione al pittore fiammingo Guglielmo Borremans. Il fregio che segna il perimetro della sala in direzione della volta, fu realizzato nel 1901 da Salvatore Gregorietti ed evidenzia il simbolo della Sicilia, Trinacria e l’aquila del Senato Palermitano.

La tappa successiva è costituita dagli appartamenti reali: la visita comincia nella sala di Federico nell’antica Torre Pisana, lo studio del Presidente dell’Ars, che tradizione, probabilmente infondata, afferma essere la sala delle udienze di Federico II.

Da qui si passa alla Sala degli ex Presidenti, dal nome dei ritratti dei Presidenti dell’Ars che la decorano: i saggi effettuati, posteriori al terremoto di Palermo del 2002, hanno condotto alla scoperta di complesse realtà archeologiche relative a stratificazioni di differenti epoche: sono evidenti la costruzione originaria e gli interventi d’epoca borbonica, quando questa parte è stata adibita a saloni di residenza regia, seguendo i canoni del tempo.

Si passa poi alla Sala Pompeiana, che sembrerebbe essere stata dipinta da Patricolo e non da Patania, ispirandosi ai modelli Pompeiani tipici del Neoclassicismo. Il trionfo di Eros e Venere è il soggetto cui si riferisce tutta la decorazione della Sala. Nel medaglione centrale Venere viene raffigurata circondata dagli amorini, mentre le soprapporte e le specchiature delle pareti raffigurano scene mitologiche riferite alla Dea, intercalate da da ghirlande e candelabri. Intorno al soffitto corre un fregio con puntini lucenti tra mascheroni retti da doppie colonne che racchiudono cornucopie, trofei di caccia e vasi cono fiori. Si distingue per la raffinatezza degli arredi che risalgono alla fine del XVIII e XIX secolo. La consolle, i divani, le panche e i tripodi furono realizzati da ebanisti siciliani in legno d’abete intagliato.

Dopo avere dato uno sguardo alla Sala Gregorietti, ambiente adibito a sala lettura per i parlamentari, sul soffitto l’affresco raffigurante l’Allegoria della Primavera decorato dal palermitano Salvatore Gregorietti, si passa alla Sala Cinese.

Dipinta da Giovanni Patricolo, come nella Palazzina Cinese, si ispira alla moda orientale del tempo, anche il lampadario in bronzo con i campanelli; è da ricordare che Re Ferdinando era molto superstizioso e la presenza dei campanelli, allontanava gli spiriti maligni. Tre i tavoli da muro in legno laccato ed intagliato di manifattura Siciliana con ripiano di marmo rosso di Francia realizzate da maestranze Siciliane decorate da Antonio Catalano. I due tavolini “a vela” da the in legno laccato nero con decori in lacca dorata, il piede a fusto centrale è ornato da tre draghi alati. Il paliotto ricamato a fili d’oro e d’argento su velluto bordeaux è un pregevole esempio di artigianato siciliano del secolo XVIII, è inserito nel bancone del bar riservato ai Parlamentari. I vasi in porcellana cinese con coperchio
sormontato da figura di felino orientale, chiamato Pho, che ha dato il nome anche al gustoso piatto vietnamita.

Il salottino del Monetario consente la visione d’insieme di tutto il piano. Il nome deriva daalla presenza del pregevole, grande stipo monetiere in legno ebanizzato a due corpi, decorato con formelle in vetro dipinto con scene bibliche, tarsie in tartaruga di fiume, colonne tortili laccate in rosso finta tartaruga e decori in bronzo di fattura siciliana della fine del XVII secolo. L’olio su tela custodito raffigura il Piano Palazzo nel 1760, il disegno di Pietro Martorana su cartoncino ad acquarello e tempera evidenzia la Campagna palermitana ove fu costruita la casina dei Lombardo, che diventerà la nostra Palazzina Cinese.

La cappellina è invece un delizioso esempio del neogotico siciliano con stucchi bianchi e oro. La pala d’altare è un olio su tela raffigurante la Madonna con Gesù e San Giovanni di gradevole fattura siciliana della prima metà XIX secolo, opera di Pasquale Sarullo. Un Cristo in avorio risalta su una croce in tartaruga e la base impiallacciata in palissandro, d’artista siciliano di fine 1700. Completano le decorazioni due dipinti, olio su tela della scuola emiliana del XVIII secolo, raffiguranti rispettivamente Tobiolo e il padre cieco e Agar e l’angelo.

Dopo avere dato un rapido sguardo alla sala dei Paesaggio siciliani, il motivo del nome è ovvio, e la Sala Bianca, utilizzata dai parlamentari sicialiani per la lettura dei giornali, decorata l’Allegoria della prosperità e delle arti del solito Giuseppe Velasco, si giunge al pezzo forte del Piano Parlamentare.

Per prima cosa, si entra nella Sala dei Venti, l’ntica cappella di Santa Maria Superiore fatta edificare da Roberto il Guiscardo e Ruggero I di Sicilia nel 1071, convertita ad uso profano nel 1520. Restauri della Sala delle Quattro Colonna, così denominata nel XVI secolo quando fu decorata con vetrate colorate da Simone de Wobreck, autore nel 1560 del dipinto Pittura dell’isola di Sicilia, opera documentata nella reggia.

La Sala nel XVII secolo viene descritta così :

“La camera reale, dove i re tenevano le udienze è costruita su quattro colonne molto belle; le mura sono tutte dipinte molto elegantemente e la stanza è sormontata da una cupola molto elegante, cosicché entrando nella camera vedi quanta maestosità sia rappresentata”.

Dopo l’insediamento nel 1713, Vittorio Amedeo II di Savoia ne fa scoperchiare il tetto sistemando al centro della volta lignea a lucernario la Rosa dei venti.In epoca borbonica vi sono documentati l’Appartamento delli marmi e quello di S.A.R. il principe ereditario

I tre portali col fregio mosaicato sono rifacimento di quelle originali. All’interno della Sala troviamo delle preziose cassapanche in noce scolpite e intagliate e una coppia di panche di stile quattrocentesco arredano la Sala.

Da qui si va alla famosa sala di Re RuggeroI mosaici delle stupende decorazioni parietali furono commissionati dal figlio Guglielmo I d’Altavilla detto il Malo. Verosimilmente coeve agli ornamenti delle navate laterali della Cappella Palatina, sono improntate allo stesso stile riscontrabile nei cicli musivi della chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio detta «la Martorana» e della cattedrale di Santa Maria Nuova di Monreale, ma se ne discostano come temi.

Colonnine angolari delimitano alti rivestimenti in marmo sovrastati da ampie superfici a mosaico di grande pregio raffiguranti elementi vegetali (palme e banani) e scene di carattere aulico e venatorio, simboli del potere normanno. Sono raccontate con grande dedizione nell’esecuzione battute di caccia con arcieri e cervi, rappresentati pavoni, cigni, oltre i mitologici centauri, grifi e altri animali esotici tra cui leopardi e tigri fra lussureggiante vegetazione, sottile allusione al Parco del Genoardo, tutto nel tentativo di mostrare un’allegoria della corte normanna. Caratteristica le figure a coppie simmetriche e speculari, arabeschi e girali dall’effetto caleidoscopico immersi in motivi fitomorfi e zoomorfi. Le raffinate rappresentazioni dai canoni sontuosi ma con accenti di rigidità, delineano la chiarissima matrice greco-bizantina dell’opera combinata con l’influenza pittorica dell’Oriente persiano.

Infine, si passa alle sale in cui è stata suddivisa la Galleria originaria, la Rossa, la Gialla, con le decorazione medievaleggianti volute da Leopoldo di Borbone e la Verde.

Spesso, in occasioni di mostre temporanee, sono visitabili anche le sale del Duca di Montalto, Formate da molteplici ambienti, che si trovano al piano terra e nel seminterrato, a fianco e sotto il Cortile Maqueda. Nel 1553 i viceré spagnoli decisero di trasferire la propria residenza dal Castello a Mare al Palazzo Reale dove si realizzarono grandi opere di ristrutturazione. Il piano seminterrato fu destinato a deposito per le munizioni. Nel 1637 il presidente del regno don Luigi Moncada, duca di Montalto, fece affrescare ai più valenti artisti del tempo V l’antico deposito delle munizioni, trasformandolo in sala delle udienze estive del Parlamento siciliano, facendolo affrescare dai più valenti artisti del tempo, tra cui Pietro Novelli, Gerardo Astorino e Vincenzo La Barbera, per trasformare i vani originari in sala delle udienze estive del Parlamento. In fondo, un affresco di Gerardo Astorino mostra una riunione del Parlamento siciliano nel XVII secolo. Di Pietro Novelli, sopra l’oblò che consente una suggestiva visione dall’alto delle Mura Puniche, è il grande affresco staccato che raffigura Pietro Moncada a cavallo, testimonianza dell’alto livello decorativo dell’ambiente, trasformato, sotto Ferdinando III di Borbone, su progetto di Venanzio Marvuglia, in scuderie.

La Piscina Mirabilis

Ottaviano, dopo avere a fatica chiuso la partita contro Sesto Pompeo, che detto fra noi, non mi riesce ad essere antipatico, si era reso conto della necessità di imporre il suo dominio sul mare. Per questo, nel 27 a.C. aveva deciso di instituire a Miseno la base navale della “ Classis praetoria Misenensis”, per il controllo del Mediterraneo Occidentale e a Classe, quella della Classis Praetoria Ravennatis Pia Vindex, per l’Orientale.

Tra i due porti, il migliore era sicuramente quello di Miseno: a Classe le lagune, interne rispetto alla costa, erano separate dal mare da un sistema di dune costiere. Per mettere in comunicazione il porto con il mare, i romani scavarono un canale tra le dune. Un secondo canale, la Fossa Augusta, congiungeva Classe con Ravenna. Prolungata verso nord, la Fossa Augusta collegava Ravenna alla laguna veneta e al sistema portuale di Aquileia.

A Miseno si poteva utilizzare un doppio bacino naturale, quello più interno di circa 3 km di circonferenza (detto Maremorto o Lago Miseno), in epoca antica dedicato ai cantieri e alla manutenzione navale, e quello più esterno, che era il porto vero e proprio. L’infrastruttura poteva contenere circa 250 navi.

Gli storici, sulla base delle testimonianze d’epoca, calcolano che vi fossero non meno di 10.000 militari di stanza a Miseno, Bacoli e dintorni, se poi a questi aggiungiamo donne, bambini e schiavi, e quello che oggi chiamiamo indotto, fornitori vari, servizi e poi trattorie, taberne e popinae, e lupanari, possiamo ipotizzare come la zona fosse densamente popolata.

Per dare da bere a tutta questa mare di gente, Agrippa, curator aquarum a Roma, con l’aiuto di Cocceio, realizzò l’ Aqua Augusta Campaniae, il nostro acquedotto del Serino, il cui percorso partiva dalla sorgente del Serino, la Fontis Augustei a 376 m s.l.m. sull’altopiano carsico irpino nei pressi del monte Terminio, per giungere a Miseno, dopo 96 chilometri.

Era una vera e propria rete regionale, che riforniva otto città e svariate villae: su dieci diramazioni, sette rifornivano i nuclei urbani importanti (Nola, Pompeii, Acerra, Herculaneum, Atella, Pausillipon, Nisida, Puteoli, Cumae e Baiae) e tre portavano l’acqua alle villae. Comprese le diramazioni, la lunghezza totale dell’acquedotto era di circa 145 km, il che lo rende il più lungo acquedotto romano costruito fino al V secolo d.C.

Un’opera così imponente richiedeva una costante manutenzione, per cui importanti interventi si ebbero in età flavia (I secolo d.C.), con la sostituzione di tratti con altri paralleli. All’imperatore Costantino, poi, si deve un imponente restauro agli inizi del IV sec. d.C.

Per gran parte del percorso l’acquedotto correva fuori dai centri abitati, nelle campagne, e quindi all’aperto attraverso arcate in laterizio, delle quali resta traccia a Napoli nella zona dei Ponti Rossi, che dalle stesse arcate prende il nome. Tale struttura costituiva l’accesso settentrionale della condotta alla città. Le gallerie si ritrovano invece nelle aree di montagna e nelle aree intra moenia.

La terminazione di tale acquedotto era la Piscina Mirabilis, definita così da Petrarca, che la visitò, quando, anche se non più utilizzata e ormai in rovina, era ancora piena d’acqua e bisognava entrarci con una barca.

Piscina descritta in questo modo nel romanzo Pompei di Robert Harris

“…… si trovava al livello del pavimento della Piscina Mirabilis. L’acqua proveniente dal bacino defluiva sotto pressione superando una griglia di bronzo in una galleria ricavata nella parete, poi attraversava vorticosa la conduttura ai suoi piedi e infine veniva incanalata all’interno di tre tubatura disposte a ventaglio che scomparivano sotto i lastroni di pietra alle sue spalle, rifornendo la città e il porto di Miseno. Il flusso dell’acqua era controllato da una chiusa, incassata a livello della parte e azionata da un maniglione di legno attaccato a una ruota di ferro….”.

In posizione arretrata sul costone settentrionale che domina il bacino esterno del Porto di Miseno, la cisterna fu interamente scavata nel tufo a 8 metri sul livello del mare e non ha nulla di invidiare alle sue omologhe di Costantinopoli, tranne forse il numero dei turisti. L’imponenza della struttura – lunga m 70, larga 25,5 e alta m 15 – e la suggestione degli ambienti interni, ancora in perfetto stato di conservazione, oltre a farla rappresentare nei disegni di Giuliano di Sangallo, la resero una tappa fondamentale nel Grand Tour del Settecento.

La cisterna aveva due ingressi a gradini, negli angoli nord ovest e sud est, il primo dei quali è oggi ripercorso da una rampa in ferro per l’accesso attuale. La sua capacità era pari a circa 12.600 cubi, e si articolavaa pianta quadrangolare, scavata nel tufo con quattro file di dodici pilastri cruciformi che dividono lo spazio interno in cinque navate lunghe e tredici corte, e ne sorreggono la volta a botte, cosa che da l’impressione di entrare in una sorta di cattedrale sotterranea.

Su tale volta è impostata la terrazza di copertura pavimentata in cocciopesto, comunicante con l’interno con una serie di portelli. Le strutture murarie sono realizzate in opus reticulatum con ricorsi di laterizio per le pareti laterali ed in tufelli per i pilastri. Un bacino profondo m 1,10, incavato nel pavimento della navata corta centrale e munito di bocca di uscita ad un’estremità, fungeva da piscina limaria, cioè da vasca di decantazione e di scarico per la pulizia e il periodico svuotamento della cisterna, la cui alimentazione avveniva mediante un condotto d’immissione posto presso l’ingresso del lato occidentale; una serie di finestre aperte lungo le pareti laterali provvedeva all’illuminazione e all’areazione.

L’acqua veniva sollevata sulla terrazza superiore attraverso i portelli con macchine idrauliche e da qui canalizzata. Addossati all’esterno del lato Nord-Est vi sono dodici piccoli ambienti coperti con volte a botte aventi il piano di calpestio m 1,80 più in basso dell’imposta della volta della cisterna, dibiti probabilmente al deposito di utensili eattrezzature idrauliche Costruiti in opus mixtum e listatum, muniti di un cordolo di cocciopesto alla base dei pilastri, questi ambienti rappresentano un intervento di potenziamento dell’impianto idraulico eseguito tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C.

Tra il 1910 e il 1926 avvenne il completamento degli scavi del monumento, seguito dal consolidamento dei muri danneggiati. Nel 1926 fu compiuto un restauro dei danni del secondo e terzo arco di supporto alla volta della prima navata, le superfici dei pilastri furono restaurate con calce di malta e pozzolana locale e le pareti con nuove inserzioni di opus reticolatum.

Nel 1929 furono condotti lavori alla scala d’accesso ricoperta da uno strato di cemento e cocciopesto dello spessore di 3 cm. Nel 1936 l’opera di consolidamento per gli archi danneggiati proseguì con la ricostruzione delle parti mancanti delle volte, riparando poi l’estradosso con cemento e calcestruzzo. Dopo questo restauro, solo nel 2007 un nuovo progetto è stato attuato per consolidare e impermeabilizzare la terrazza sul tetto del monumento.

Le terme di Nerone

Le Terme di Agrippa, ricordiamolo, nacquero come di enorme balneum privata a uso della gens Iulio Claudia: l’averle cedute, a titolo ereditario, al popolo romano, probabilmente, provocò diversi mal di pancia alla corte imperiale. Se Tiberio, detestando abitare a Roma, non si pose il problema, Caligola non ebbe il tempo di affrontarlo e Claudio, ovviamente, riteneva di avere altre priorità da affrontare, rispetto ai bagni caldi dei suoi cortigiani.

Le cose cambiarono con Nerone, che oltre a essere un gaudente, basava la sua politica interna su due pilastri: il primo mantenere la plebe di Roma, piuttosto che con distribuzioni gratuite di cibarie, l’equivalente dell’epoca del nostro reddito di cittadinanza, con una serie di grandi lavori pubblici, in una sorta di politica keynesiana ante litteram. Il secondo, rafforzare il potere, sempre traballante, con una sorta di culto dell’immagine, nel tentativo di trasformare il Principato in una sorta di versione moderna delle monarchie ellenistiche, cosa già tentata e fallita da Caligola.

Per questo, Nerone non si tirò indietro, dinanzi alla richiesta di costruire un Balneum per la corte. Da una parte, per evidenziare sia la continuità del suo operato con quello del bisnonno Agrippa, scelse di costruire questo nuovo edificio proprio accanto alle sue terme. Si trovavano nell’area delimitata dalle attuali piazza della Rotonda, la piazza del Pantheon, via del Pozzo delle Cornacchie e via della Dogana Vecchia, per un’estensione di circa 25.000 mq e misurare circa 190 x 120 m. La scelta, ovviamente, aveva anche un motivo pratico: sfruttare per la loro alimentazione l’Acquedotto Vergine, che già riforniva le Terme di Agrippa.

Dall’altra si rese conto che il progetto di Cocceio, derivato dalle terme campane di Cuma e di Baia, era poco funzionale: per cui incaricò probabilmente gli architetti della corte, Severo e Celere, di ripensare la disposizione degli spazi, articolandoli secondo quello che oggi definiremmo una sorta di percorso salute.

Disposizione che conosciamo più o meno bene, grazie alle piante rinascimentali di Palladio e Antonio da Sangallo il Giovane, da cui si può notare un impianto con al centro, da nord a sud, gli ambienti della “natatio”, dell’aula basilicale, del tepidario e del calidario fortemente absidato e sporgente dal blocco dell’edificio; sui due lati est ed ovest, simmetricamente disposti da una parte e dall’altra, si nota un grande peristilio (all’altezza della “natatio”) identificabile con la palestra, con un’ampia abside verso l’esterno, seguito in asse da una grande aula al fianco del tepidario e da quattro ambienti affiancati ai lati del calidario. Pianta, che avrà talmente tanto successo, da diventare lo standard per questa tipologia di edifici nell’età imperiale. La loro decorazione doveva essere sfarzosa, come testimoniato dai numerosi ritrovamenti di statue durante i lavori di costruzione di Palazzo Giustiniani e dalla testimonianza di Marziale che non trovava nessuno peggiore di Nerone, ma niente meglio delle sue terme

Con l’ascesa al trono di Vespasiano, anche queste terme divennero pubbliche: ai tempi di Alessandro Severo, che ristruttura profondamente l’area di Campo Marzio, furono ampliate, assumendo il nome di Terme Alessandrine. Inoltre, l’imperatore ordinò di demolire alcuni suoi privati edifici privati, che stavano accanto alle terme per crearvi un bosco in cui potessero passeggiare al fresco i cittadini. Infine, le fece alimentare dall’Acquedotto Alessandrino. Secondo la testimonianza di Sidonio Apollinare erano ancora in uso nel V secolo.

Tra il VII e VIII secolo, parte dei loro spazi vengono riutilizzati come chiese e conventi: solo dopo l’anno Mille comincia la massiccia attività spoliativa che compromise, ad esempio, ampi settori dei paramenti originari in mattoni, seguita nel XII secolo da quella delle statue e dei marmi. A questo si associa una sorta di ricostruzione complessiva del tessuto urbano della zona, dovuta a una molteplicità di fenomeni:la maggiore parcellizzazione proprietaria degli antichi spazi monofunzionali, che sembrano ancora conservare però una certa percepibile unità volumetrica; l’incremento del costruito; la diffusione, fenomeno nuovo, di una matrice fortificata sul paesaggio con torri disseminate e la definizione di unità insediative con mura merlate ; una vera e propria invasione di chiese che compongono reti complesse e variabili di proposte devozionali, di afferenze liturgiche e amministrative. Nonostante questo, rimane memoria storica dell’edificio neroniano, tanto che è usato come riferimento per numerosi atti notarili medievali.

Molti avanzi di queste terme permanevano sino ai secoli scorsi. Il Marliano ne scorse i resti dalla chiesa di S. Eustachio fino alla casa di un certo Gregorio Narien. Flaminio Vacca scrisse che ai suoi tempi si rinvennero molti resti di colonne di granito, il cosiddetto granito dell’Elba, in piazza di S. Luigi dei Francesi, e tre vasche di granito accanto alla Chiesa di S. Eustachio, attribuite fin da allora alle terme. Altre grandi colonne si rinvennero accanto alla stessa Chiesa, impiegate da Papa Alessandro VII per rimpiazzare quelle mancanti nel portico del Panteon.

Nel cortile del palazzo Madama rimanevano visibili sino al tempo di Benedetto XIV resti di grandi mura appartenenti alle terme alessandrine e nei lavori della casa che sta all’angolo tra la salita dei Crescenzi e piazza della Rotonda furono scoperti altri muri di queste terme. La Chiesa di S. Luigi secondo lo studioso Nibby fu edificata su una sala delle terme, infatti la pavimentazione conserva parti marmoree di quella romana antica. Alcuni avanzi in forma di abside restano nell’albergo situato sulla piazza Rondanini.

Proviene da queste terme il capitello monumentale conservato attualmente nei Musei Vaticani (Cortile della Pigna), dove fa da base al Pignone. Una cornice e due colonne sono attualmente rialzate presso i resti delle terme a piazza Sant’Eustachio, mentre una ulteriore colonna di granito rosa trovata nella salita dei Cescenzi nel 1875 fu rialzata davanti alla breccia di Porta Pia in occasione del venticinquesimo anniversario della presa di Roma.

Una monumentale vasca, già nelle raccolte di villa Medici, si trova oggi nell’anfiteatro del Giardino di Boboli, a Firenze. Durante i lavori di risistemazione della centrale termoidraulica del Senato della Repubblica fu scoperta alla fine degli anni Ottanta del XX secolo una grande vasca di granito bicromica (nero-rossa, del tipo importato dall’Egitto in epoca imperiale), probabilmente utilizzata per il bagno nel ‘calidarium’ delle terme. Restaurata nei suoi tre punti di frattura, fu donata dal presidente del Senato Giovanni Spadolini alla cittadinanza di Roma con una cerimonia pubblica e collocata – a mo’ di fontana – su di un piedistallo rinascimentale nello slargo da allora ribattezzato ‘piazza della Costituente’, che collega via degli Staderari con via della Dogana vecchia e piazza Sant’Eustachio.