I mercenari dell’Armageddon jihadista: Malhama Tactical

Holgersson

Dalle polveri e dalla confusione della guerra in Siria, che ha accentrato per anni combattenti di ogni tipo, emerge nel 2016 la prima realtà mercenaria del jihad, un gruppo di combattenti molto ben equipaggiati e addestrati che si fa chiamare Malhama Tactical (MT), un nome presente nell’Hadit in riferimento alla battaglia di Costantinopoli che si potrebbe tradurre con il termine apocalisse o grande guerra. Proiettato in un contesto moderno viene utilizzato per indicare una ipotetica guerra definitiva, o WW3, tra gli infedeli e i musulmani:

The Prophet (ﷺ) said: Malhama Alkubra (the greatest war), the conquest of Constantinople and the coming forth of the Dajjal (Antichrist) will take place within a period of seven months. (Abu Dawood 4295)

قَالَ رَسُولُ اللَّهِ صَلَّى اللهُ عَلَيْهِ وَسَلَّمَ: «الْمَلْحَمَةُ الْكُبْرَى، وَفَتْحُ الْقُسْطَنْطِينِيَّةِ، وَخُرُوجُ الدَّجَّالِ فِي سَبْعَةِ أَشْهُرٍ

I private military contractor (PMC), i mercenari del Malhama Tactical, formano un…

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L’epitafio per i morti alle Termopili (Simonid. fr. 531 PMG)

Studia Humanitatis - παιδεία

di F. FERRARI, La porta dei canti. Storia e antologia della lirica greca, Bologna 2000, pp. 318-320; cfr. ID. et al., Bibliothèke. Storia della letteratura, antologia e autori della lingua greca. Per il Liceo classico. Con espansione online – vol.1. Ionia ed età arcaica, Bologna 2012, pp. 725-726.

Gli ultimi giorni alle Termopili. Illustrazione di P. Connolly.

Del celeberrimo carme, imitato anche dal giovane Leopardi nella Canzone all’Italia, tutto si discute: dall’autenticità all’occasione, dal genere poetico all’ideologia. Difficilmente esso sarà stato cantato sul luogo del glorioso evento: lo esclude lo stesso ἐν Θερμοπύλαις iniziale in luogo di un ἐνθάδε, «qui», o simili. Ma neppure trova serio appoggio nel testo la fortunata ipotesi di Wilamowitz (1913, 140 n. 3), che, facendo pausa dopo ἀνδρῶν ἀγαθῶν (v. 6), anziché dopo χρόνος in fine di v. 5 (così da connettere il genitivo ἀνδρῶν a ἐντάφιον del v. 4)…

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Tamburello e sciamanesimo

tamburello

Può sembrare strano, ma le attestazioni del tamburo a cornice in Magna Grecia sono abbastanza tarde: risalgono infatti al V secolo a.C. soprattutto in Puglia e in Sicilia, con minore intensità in Campania e in Calabria. Forma, dimensioni relative (quali si possono ricavare nelle arti figurative dal rapporto con l’immagine del suonatore), decorazioni sulla cornice e sulla membrana appaiono simili a quelle odierne, mentre solo sporadicamente – e in particolare nelle attestazioni apule – paiono trovarsi i cimbali affissi in finestre aperte sulla cornice, talvolta sostituiti (o accompagnati) da campanelli e/o sonaglini.

In particolare, tali rappresentazioni sono connesse a una sorta di ex voto, consistenti in miniature in bronzo, dedicate alle divinità ctonie e a Demetra, per ricordare il rito dei Misteri Eleusini, in cui con il suono del tamburo a cornice si imitava l’invocazione di aiuto di Persefone trascinata via sul cocchio di Ade.

Tale relazione è documentata anche dalle statuette fittili di suonatrici di tamburello, ampiamente diffuse nell’Italia meridionale e in Sicilia, in particolare tra il IV e il III sec. a.C che rappresentavano probabilmente delle sacerdotesse.

Quest’ambito, però fa pensare come la dimensione religiosa del tamburello sia assai più arcaica: il culto di Demetra è infatti una sorta di fossile vivente del complesso mondo spirituale minoico e miceneo, caratterizzato da una spiritualità di tipo sciamanico.

Così, il ritmo del tamburo a cornice, assieme alla danza sincopata, aiutava il fedele a entrare in trance, per fondersi nel Trascendente, il Numen dei latini, ed esplorare gli Abissi del proprio Io. Tale approccio al Sacro, per suo aspetto eversivo, che sfugge a ogni tentativo di vincolarlo a norme e dogmi, e per la sua dimensione individuale, in cui il rapporto con l’Assoluto è diretto e non mediato da strutture ecclesiastiche, è stato progressivamente emarginato.

Eppure, proprio perchè è legato alle radici della nostra cultura, è sopravvissuto, in forme diverse, in tutto il Mediterraneo. Mi limito a ricordare tre esempi: il primo è esicasmo, la pratica ascetica diffusa tra i monaci dell’Oriente cristiano fin dai tempi dei Padri del deserto.

«Esicasta», scrive Giovanni Climaco, «è colui che cerca di circoscrivere l’incorporeo nel corporeo… La cella dell’esicasta sono i limiti stessi del suo corpo: al suo interno c’è una dimora di sapienza»

E questo astrarsi dal sè cosciente avviene tramite la ripetizione continua di una breve preghiera, accompagnata da passi di danze e dal suono ritmato del tamburello.

Il secondo è la straordinaria esperienza dei Dervisci danzanti, fondati dal grande mistico Rumi, colui che scrisse

“Non giudeo sono, nè cristiano, nè ghebro o musulmano!
Nè orientale nè occidentale.
Non di Persia o Babilonia, nè del Khorosan io sono!
Il mio luogo è l’Oltrespazio, il mio Segno è il senza Segno,
Uno cerco, Uno conosco, Uno canto, Uno contemplo!
Dopo la morte, non cercate la tomba mia nella terra,
nel petto degli uomini santi è il mio sepolcro”


Il terzo, probabilmente il più vicino al significato arcaico del rito, è il nostro tarantismo, in cui la musica, la cromoterapia e la danza provocavano la catarsi delle tensioni e pulsioni distruttive presenti nelle persone e nella società rurale della Puglia

Callimaco di Cirene

Studia Humanitatis - παιδεία

di I. BIONDI, Callimaco, in Storia e antologia della letteratura greca. 3. L’Ellenismo e la tarda grecità, Messina-Firenze 2004, pp. 155-167.

Callimaco: la voce più significativa della poesia ellenistica

Il Bello. Ritratto funebre, tavola lignea dipinta, II sec. d.C. ca. dal Fayyum. Moskva, Puškin Museum.

 

Callimaco nacque a Cirene, colonia greca di Thera, a nord della Grande Sirte, negli anni fra il 315 e il 310 a.C., da famiglia aristocratica. I suoi si vantavano di discendere dal fondatore stesso della città, un figlio di Polimnesto, il quale aveva mutato il proprio nome, Aristotele, in quello di Batto, che nel dialetto libico locale significava «sovrano». Il padre di Callimaco portava lo stesso nome dell’antico capostipite; e proprio negli anni in cui nacque il poeta, la famiglia godeva di grande fama e prosperità grazie all’appoggio di Ofella, generale del re Tolemeo I, che…

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Claudio e la Cittadinanza

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Ritornato a Roma, riprendo a parlare del romanzo breve che ho appena terminato di scrivere, il quale a seconda delle decisioni del curatore, potrà essere pubblicato in un’antologia, oppure seguire altre strade.

Come vi accennavo, il suo protagonista è Claudio: uomo coltissimo, tanto furbo da sopravvivere alle faide della famiglia Giulio Claudia, che fanno impallidire quelle de Il Trono di Spade, ottimo amministratore, mal sopportato dai radical chic, capeggiati dal buon Seneca, clamoroso esempio del contrasto tra Scrittura e Vita.

Seneca affermava ipocritamente che il denaro non rendesse felici

quel male che aveva reso penosa la povertà, e che rende altrettanto penosa la ricchezza, sta nell’animo stesso

ma inseguì i soldi e divenne ricchissimo. A differenza di lui, Claudio era assai meno snob e diciamola tutta, assia più moderno di tanti politici contemporanei: ad esempio, nel 48 d.C. si tenne in Senato un dibattito sull’ammissione al rango senatorio di alcuni maggiorenti della Gallia Comata, cosa assai poco gradita alle ologarchie sovraniste dell’epoca..

Claudio, invece, era a favore e il suo intervento, divennel’occasione per un excursus storico sul rapporto tra Roma e gli alleati e sui benefici ricavati dall’estensione dei diritti di cittadinanza. Ecco il testo, rielaborato dal buon Tacito

23 Sotto il consolato di A. Vispanio e L. Vitellio, poiché si discuteva sull’integrazione nel senato di nuovi membri, e poiché i più nobili abitanti della Gallia detta Comata, che avevano già prima ottenuto trattati di alleanza e il diritto di cittadinanza romana, chiedevano la facoltà di esercitare i diritti politici in città e di essere eletti, le opinioni al riguardo erano molte e diverse. E con strategie diverse si cercava di ottenere l’appoggio del principe: c’erano quelli che insistevano sul fatto che l’Italia non era così mal ridotta da non essere in grado di fornire il senato alla sua capitale. Dicevano che un tempo gli autoctoni erano stati sufficienti per governare i popoli dello stesso sangue, e che non ci si doveva pentire degli usi della vecchia repubblica: era anzi possibile ricordare esempi di gloria e virtù, forniti dal carattere romano, secondo gli antichi costumi. Non era forse già abbastanza grave il fatto che i Veneti e gli Insubri avessero fatto irruzione nella curia, senza che con una massa di stranieri si facessero entrare in senato dei, per dir così, prigionieri? Che carriera politica restava per i residui membri della nobilitas, o per un povero senatore di origini laziali, se mai ce n’era ancora qualcuno? Tutti i posti li avrebbero occupati quegli arricchiti, i cui nonni e bisnonni, alla guida di tribù ostili, avevano fatto strage con ferro e violenza dei nostri eserciti, e avevano assediato ad Alesia il divino Giulio. Per non parlare che delle vicende recenti: cosa sarebbe accaduto se si fosse risvegliato il ricordo di quelli che erano morti in difesa del Campidoglio e dell’acropoli della città, abbattuti dagli attacchi proprio di costoro? Si accontentassero dunque di esser considerati cittadini romani: non si dovevano avvilire le insegne dei padri, gli onori delle magistrature.

24. Per nulla turbato da queste opinioni, e altre di questo genere, il principe immediatamente tenne un discorso e, convocato il senato, cominciò così: “I miei antenati, di cui il primo, Clauso, di origine sabina, fu accolto nella cittadinanza romana e fra le famiglie patrizie, mi esortano ad adottare simili decisioni nel governo dello stato, portando qui quanto di egregio vi sia stato altrove. Infatti so bene che i Giulii vengono da Alba, i Coruncani da Camerio, i Porci da Tusculo, e, per non considerare solo stirpi antiche, altri sono stati chiamati in senato dall’Etruria, dalla Lucania e da ogni parte d’Italia. Infine l’Italia stessa ha allargato i suoi confini fino alle Alpi, così che non solo gli uomini, presi singolarmente, ma anche le terre, i popoli, crescessero insieme nel nostro nome. Da quando, fatti entrare nella cittadinanza i Transpadani, si è portato aiuto al nostro dominio indebolito con l’aggiunta delle valide forze dei più validi fra i provinciali, col pretesto di fondare colonie militari in tutto il mondo, godiamo in patria di una stabile pace e siamo prosperi nelle vicende internazionali. Forse ci siamo pentiti che siano venuti qui i Balbi dalla Spagna, o uomini non meno nobili dalla Gallia Narbonese? Rimangono i loro discendenti, e non ci sono inferiori nell’amore verso questa patria. Cos’altro fu rovinoso per Spartani e Ateniesi, benché fossero potenti sotto il profilo militare, se non il fatto che tenevano lontani i vinti, trattandoli da stranieri? Invece il nostro fondatore, Romolo, fu così saggio da considerare moltissimi popoli nello stesso giorno prima nemici, poi concittadini. Abbiamo avuto re stranieri. Affidare le magistrature ai figli dei liberti non è consuetudine recente, come molti ritengono ingannandosi, ma era d’uso anche per gli antichi. Ma abbiamo combattuto contro i Senoni: Volsci ed Equi, di sicuro, non hanno mai combattuto contro di noi! Siamo stati fatti prigionieri dai Galli: ma abbiamo dato ostaggi agli Etruschi e abbiamo subito il giogo dei Sanniti. E tuttavia, se si ripercorrono tutte quante le guerre, nessuna è durata meno di quelle contro i Galli: e dopo la pace è stata continua e sicura. Ora, assimilati i nostri costumi, attività, parentele, ci portino anche il loro oro e le loro ricchezze, piuttosto che, separati da noi, se le tengano per loro. Senatori, tutto ciò che ora ha antichissima tradizione, un tempo fu nuovo. I plebei hanno ottenuto l’accesso alle magistrature dopo i patrizi, dopo i plebei i Latini, e dopo i Latini tutti gli altri Italici. Anche la decisione di oggi un giorno sarà antica, e quello che oggi legittimiamo attraverso esempi del passato, sarà considerato un esempio nel futuro”.