La guerra di Corinto (Parte V)

La sconfitta di Cnido e la distruzione della flotta spartana, ovviamente, mise in crisi tutti i piani strategici lacedemoni sulla chiusura, in tempi rapidi della guerra in Grecia: senza le navi era impossibile mettere pressione su Corinti ed Atene, per farle ritirare dalla Coalizione. L’unica parte che rimaneva praticabile del piano originale era quella di costringere i tebani a una battaglia di annientamento, in modo da farli ritirare dalla coalizione. Ben poco, rispetto al progetto originale, ma sempre meglio che niente.

L’esercito d’invasione della Beozia, che Agesilao aveva condotto dall’Asia, era lievemente diverso da quello classico spartano: la maggior parte dei soldati erano infatti peltasti, fanti leggeri armati di giavellotti, provenienti dalle città della Ionia, un contingente di Neamodi, iloti liberati, con diritti civili, ma non politici, che costituivano una sorta di oplita leggero, senza l’armatura completa, un contingente di mercenari traci e di cavalieri tessali.

La fanteria oplita pesante, minoritaria, era costituita da una mora di spartiati, 600 soldati, contingenti alleati di Orcomeno e della Focide, nemici storici di Tebe, e un particolare contingente di mercenari: si trattava di alcuni dei reduci della spedizione dei 10.000, guidati non da Senofonte, ma da Eurippa.

L’esercito nemico, che fronteggiava gli spartani nella pianura sovrastata dal Monte Elicona, era ancora più variegato, essendo formato da Beoti, Ateniesi, Argivi, Corinzi, Euboici e Locresi.In tutto gli alleati contavano probabilmente su 20.000 opliti; Agesilao invece aveva a disposizione 15.000 opliti. Le forze di cavalleria delle due schiere erano quasi uguali ma Agesilao disponeva decisamente di più peltasti.

Prima della battaglia alcuni uomini dell’esercito di Agesilao furono turbati dal ricordo di un presagio a cui avevano assistito alcuni giorni prima, quando il sole era apparso a forma di mezzaluna, probabilmente a causa di qualche eclisse parziale. Per rassicurare i suoi uomini, Agesilao per prima cosa fece ricordare la recente eh, vittoria spartana a Nemea. Poi, mentendo sapendo di mentire, disse loro che il navarco spartano Pisandro era stato ucciso in una battaglia vittoriosa contro la flotta persiana. Queste rassicurazioni, tuttavia, riportarono alto il morale del suo esercito permettendogli di cominciare la battaglia.

L’esercito alleato riunitosi ai piedi del monte Elicona attendeva l’esercito del re spartano e mosse le sue file verso la pianura di Coronea; dopo la sconfitta patita a Nemea Argivi e Corinzi dubitavano della loro forza, mentre negli Ateniesi era ancora troppo vivo il ricordo della lunga e disastrosa guerra contro Sparta ed il fatto che i Persiani volessero cambiare le alleanze non li incoraggiava molto. Solo i Beoti sembravano sicuri della vittoria finale.

L’enfasi con la quale Senofonte narra la battaglia è dovuta alla sua presenza nelle file lacedemoni. Lo storici presenta l’armata al comando di Agesilao così disposta: all’estremo fianco destro del suo schieramento i veterani dei Diecimila, accanto gli Spartani, i Greci asiatici e le truppe di Eurippa al centro, poi venivano i Focesi, e i soldati di Orcomeno all’estrema sinistra. Gli alleati disposero: i Tebani a destra, quindi si trovarono ad affrontare gli Orcomeni , i loro tradizionali nemici; gli Ateniesi assieme alle truppe corinzie, eniane, euboiche e locresi al centro a fronteggiare gli asiatici, mentre gli Argivi all’estrema sinistra si trovavano di fronte gli Spartani.

Entrambi gli eserciti avanzarono in totale silenzio. A circa 200 metri i Tebani lanciarono il loro grido di guerra e cominciarono a correre. A circa 100 metri i veterani dei Diecimila caricano, impegnando il nemico frontalmente, mentre i peltasti ionici provvidero a una manovra di accerchiamento. Mentre questa manovra era in corso, gli Argivi si diedero al panico ancora prima che gli Spartani potessero iniziare a combattere e fuggirono sul monte Elicona. Dinanzi a questa prova alquanto imbarazzante, i mercenari vicino ad Agesilao proclamarono che la battaglia era finita e gli porsero una ghirlanda per commemorare la sua vittoria

Proprio in quel momento arrivò la notizia che, dall’altro versante, i Tebani avevano sfondato la linea degli Orcomeni e ignari della grande fuga argiva, si erano convinti di avere vinto la battaglia ed erano già arrivati alle salmerie, saccheggiando il bottino catturato in Asia. Agesilao immediatamente fece ruotare la sua falange e si diresse verso i Tebani. In quel momento i Beoti si accorsero della fuga dei loro alleati sul monte Elicona, sudarono freddo, rendendosi conto che avrebbero passato un pessimo quarto d’ora provando quindi disperatamente di sfondare le linee di Agesilao per ricongiungersi al resto del loro esercito.

Agesilao, poco intelligentente, decise di impegnarsi in uno scontro frontale, posizionando la sua falange proprio nel loro tragitto, invece di colpirli una volta lasciati passare alle spalle o sul fianco, una decisione che potrebbe essere stata influenzata dall’ostilità dimostrata dai Tebe nei confronti della sua campagna di guerra in Asia. Tra l’altro, lo stesso Senofonte gli da dello scemo

In questa occasione si può parlare senza possibilità di contestazioni del coraggio di Agesilao; in ogni caso non scelse la via più facile

Risultato, quella che doveva essere una facile vittoria spartana, divenne uno dei peggiori bagni di sangue della storia delle battaglie oplitiche. Sempre Senofonte ricorda

Così lottarono, scudo su scudo, uccisero e furono uccisi a loro volta

e Plutarco aggiunse.

si scatenò una battaglia tremenda per tutto l’esercito, ma la più tremenda dove si trovava Agesilao insieme ai cinquanta giovani, il cui zelo e ardore sembra sia stato importante per il re e addirittura la sua salvezza…serrandosi davanti a lui uccisero molti nemici, ma molti di loro caddero sul campo

Decisione idiota, perchè Sparta, a differenza dei nemici, aveva enormi difficoltà, per ragione demografiche, a sostituire i caduti: sia perchè ferito, sia per non essere linciato a seguito dell’inutile carneficina a cui aveva condotto i suoi uomini, Agesilao si decise finalmente a lasciare ai tebani un corridoio nel quale passare e successivamente inseguirli e decimarli. Alla fine pochi Tebani arrivarono al monte Elicona, ma, come sappiamo dalle parole di Senofonte:

Molti trovarono la morte nella ritirata

Solo 80 di loro riuscirono a scampare al massacro rifugiandosi nei pressi del tempio di Atena Itonia ottenendo salva la vita grazie al valore dimostrato. Il giorno seguente dopo i rituali per la consegna dei cadaveri se ne contarono 600 tra le file dell’alleanza e 350 nel contingente del re spartano.. Agesilao ordinò al polemarco Gilis di schierare l’esercito in formazione di battaglia e una volta consacrata una decima parte del bottino ad Apollo, inviò Gilis in Locride per effettuare saccheggi, ma venne ucciso assieme a 18 spartiati

Ora Coronea, come Nemea, fu una vittoria tattica, ma non strategica: Tebe, visti anche i danni subiti dagli spartani, rifiutò qualsiasi trattativa di pace e Agesilao si vide costretto a ricondurre il proprio esercito nel Peloponneso, per impegnarlo nell’inutile assedio di Corinto

Sambuca di Sicilia



Distrutta Adranone, completamente rasa al suolo nel 250-240 a.C. dai Romani, gli abitanti superstiti si spostarono più a valle dove fondarono il Borgo rurale di Adragnus che, durante il periodo paleocristiano, si elevò a Casale di Adragna, a testimonianza del processo di ruralizzazione della Sicilia bizantina, che portò, ad esempio, allo svuotamento di Panormos. Le cose cambiano con la conquista araba, quando l’emiro Zabuth fortifica il borgo. Sambuca conserva ancora le tracce di questa sua matrice islamica nel “quartiere arabo”, costruito da un impianto urbano che si sviluppò attorno a sette “vicoli saraceni” (li setti vaneddi), trasformati in un museo vivente di storia arabo-sicula e nella fortezza di Mazzallakkar, A ridosso delle acque del lago Arancio, nel territorio di Sciacca.

Si trova nella zona dei Mulini, chiamata così per la presenza di diversi mulini funzionanti grazie alle acque di Rincione, tra la collina Castellazzo e la Torre Cellaro che si estende nella parte bassa del territorio di Sambuca di Sicilia. Fino agli anni cinquanta, anche se adibito al ricovero di greggi e armenti, il fortino si trovava in ottime condizioni. In seguito alla costruzione della diga Carboj resta sommerso parzialmente dalle acque del lago Arancio per almeno sei mesi all’anno. Il fortino ha una forma quadrangolare; in ogni angolo si eleva un torrione di forma circolare, coperto da una cupoletta in pietra calcarea con un ornato cuspidale che forse fu a forma di fiamma o di mezza luna. i torrioni sono dotati di feritoie e l’altezza delle mura raggiunge circa 4 metri.

Tornando a Sambuca, scrive il solito Tommaso Fazello nel 1558 :

“Soprastà al castello della Sambuca, lontano un miglio, il castel di Adragna, il quale era anch’egli un casale di saraceni, ma poi fu abitato dai cristiani ed oggi è deserto e non è conosciuto per altro che per le rovine ….Castel della Sambuca secondo il parlar moderno; ma già anticamente era un borgo di saraceni chiamato Zabut…”

Il Castello di Zabut con il suo Casale dall’alto della collina dominava tutte le contrade del territorio così descritto alla metà del Settecento
dall’abate Vito Amico:

“abbonda d’ogni parte di grandi fiumare che in varie direzioni vi scorrono, è d’aria salubre, ricchissimo in ogni genere”

Vincenzo Navarro scrive:

” Sambuca, ricca ed industriosa comune di Sicilia, nella provincia di Girgenti, vuolsi derivata da Zabut, nome di un emiro saraceno, dato ad un castello che torreggia la sommità orientale di detto comune, il quale or non è più; esistette il detto castello fino al 1819 ridotto a carcere comunale”.

Il Castello di Zabut, con l’attiguo casale, era difeso e fortificato da due torri che, in epoche successive, furono adattate come torri campanarie nella Chiesa di S. Giorgio e in quella della Matrice. Dall’età normanna a quella federiciana, attraverso la stagione dei vicariati, si giunge alla guerra per la successione al regno di Sicilia che comportò la distruzione del casale di Adragna. Nel 1411, finito il conflitto, i superstiti di Adragna insieme agli abitanti di Comicchio Senurio e Terrusio si rifugiarono nella fortezza di Zabut.Successivamente, attraverso una serie di vendite e di investiture, il casale di Zabut divenne Baronia sotto i Peralta, i Ventimiglia e gli Abbatellis, mentre a partire dal 1574 fu Marchesato con i Baldi Centelles e vi rimase con i Marchesi Beccadelli di Bologna fino al XIX secolo.

Dal XV secolo, l’abitato cominciò ad espandersi tanto che Sambuca si elevò da casale ad “Università della Sambuca”, in seguito divenne Comune di Sambuca, a cui fu aggiunto il secondo nome Zabut”. Il nome Sambuca è stato accompagnato da tale appellativo fino al 1923 quando con regio decreto il Consiglio Comunale lo fece sostituire con la specificazione regionale “di Sicilia”.

L’Abate Vito Amico, nel “Dizionario Topografico della Sicilia” descrive con chiarezza la struttura urbana della moderna Sambuca:

“Solide sono le fabbriche, una via grande e diritta stendesi in mezzo all’abitato e s’appella del Corso, le altre più o meno regolari, tranne quelle vicine al castello tortuose e meandriche”;

ed ancora, riferendosi alla nuova via maestra, aggiunge:

Un’ampia via del tutto retta divide da capo a fondo Sambuca situata ad un declivio ad occidente, e divisa ad angoli retti da un’altra più breve a mezzogiorno. Quattro contrade dunque, come quadrati, costituiscono l’intiera città divisa dalle minori vie rette”

Fra il XV e il XVI secolo si registra una significativa espansione edilizia verso Sud. A quest’epoca risale l’edificazione del torrione d’avamposto del castello di Zabut, che, nel secolo successivo, si troverà al centro dell’abitato. Il massiccio torrione del castello venne poi trasformato in palazzo per civile abitazione adattando la struttura quadrangolare alle tipologie edilizie ed esigenze abitative signorili : atrio e cortile interno con scala addossata di antica tradizione catalana. Si ricorda come primo proprietario, fra il XVI e il XVII secolo, il sacerdote Don Bartolo Truncali. Successivamente appartenne ai Panitteri, poi agli Amodei.

Il nome del palazzo si lega a Don Giuseppe Panitteri (1767-1828) Ciantro della Cattedrale di Agrigento, procuratore generale del Marchese della Sambuca, antiquario e collezionista, da Goethe a Schinkel, al Politi, a von Klenze, la sua residenza-museo presso San Nicola ad Agrigento, fu meta di intellettuali, cultori, viaggiatori al tempo del Grand Tour, alla fine del Settecento. Il fronte del palazzo Panitteri si apre sulla strada con il modulo del portale sormontato dal balcone, ricorrente nella architettura palaziale del XVIII secolo. Al piano superiore la facciata è scandita dalla sequenza di finestre con mostre plasticamente decorate. All’opera di maestranze locali si deve la ricca ornamentazione fitomorfa a intaglio lapideo di repertorio tardo barocco come preludio al gusto rococò, sensibile alla decorazione minuta e e ricca di preziosismi.

Gli ambienti interni del piano nobile si snodano ai lati del vano centrale e presentano volte a crociera; di particolare interesse la raffigurazione della volta nel salone delle feste raffigurante l’Allegoria della musica e della danza, databile alla seconda metà del XIX secolo e partecipe di quel gusto eclettico ereditato dalla temperie neoclassica e preludente al liberty, nel simbolismo articolato delle figure femminili (le muse, le maschere teatrali), e nel trionfo della decorazione floreale a corredo degli strumenti musicali e degli angeli musicanti; una teoria di fregi decorativi neo-cinquecenteschi nella cornice alla base della volta, molto probabilmente databile al XVIII secolo e creata sulla traccia di una preesistenza, ripropone inoltre le grottesche, i grifoni affrontati e le ricche rocailles che rimandano alla originaria vocazione tardo-rinascimentale e barocca dell’edificio. Nel salone l’illusionistica decorazione della volta, seppur lacunosa, rivela un impegnativo impianto scenografico che rimanda alle decorazioni a fresco del tardo-barocco palazzo Nicolaci a Noto.

Oggi il secentesco palazzo è di proprietà del comune ed ospita l’ammirevole museo archeologico “Palazzo Panitteri” che accoglie i reperti dell’insediamento greco-punico di Monte Adranone. Inoltre sono presenti anche una sala conferenze, la Taberna, sala attrezzata con cucina per degustazioni e manifestazioni enogastronomiche, ideata da Strade del vino “Terre Sicane”, la mostra dei vini del territorio belicino, un cortile interno con la scala di stile catalano che conduce al museo e un giardino interno con le piante ornamentali mediterranee.

Il percorso di visita del museo archeologico comprende due settori dedicati rispettivamente ai contesti abitativi, cultuali e d’interesse pubblico e alla Necropoli.Dopo l’inquadramento topografico e storico-archeologico del sito (Sala introduttiva), nella sala “Fortificazioni e Acropoli” (Sala 1), vengono esposti i materiali provenienti dai saggi effettuati lungo il circuito murario e quelli rinvenuti sul pianoro sommitale dell’acropoli. I frammenti ceramici e i manufatti esposti si riferiscono soprattutto alle fasi relative all’insediamento indigeno e alla città greca (metà VII-V sec. a.C.) ma non mancano evidenze da mettere in relazione con la ricostruzione punica del IV sec. a.C. (cornice a gola egizia dal Tempio sull’Acropoli) e con l’assedio romano della prima metà del III sec. a.C. (proiettili in pietra dall’Acropoli). Seguono le sale dedicate ai contesti abitativi (sale 2-3), di uso pubblico e cultuali rinvenuti nel I e II terrazzo sotto l’Acropoli e databili tra il IV e la prima metà del III sec. a.C.; in particolare, nella sala 2, vengono presentati i materiali rinvenuti in un complesso (blocco V) per il quale è stata ipotizzata una destinazione pubblica (Pritaneo?). Viene inoltre esposto materiale (utensili di uso domestico, oggetti votivi e rituali) che offre elementi concreti per ricostruire non solo la vita quotidiana ma anche quella religiosa che si esplicava, oltre che nei santuari veri e propri come, ad esempio, il cosiddetto Tempio punico del Terrazzo II (sala 3), anche in forme private e domestiche come documentano alcune suppellettili (louteria, arule, statuette fittili) provenienti da alcuni vani dei blocchi I e III del Terrazzo I (sala 2). L’importanza economica del centro e la portata della presenza punica è rivelata, infine, dalla selezione dei rinvenimenti monetali esposti nella stessa sala 2. Nella sala, dedicata, al cosiddetto “settore centrale” (sala 4) continua l’esposizione di materiali provenienti dai contesti abitativi e da edifici pubblici. Questa prima parte del percorso prosegue con l’esposizione dei materiali rinvenuti nel complesso artigianale detto “Fattoria” e nel Santuario (sala 5), per concludersi nella sala 6 dedicata agli elementi architettonici portati alla luce nel sito. L’ala destra del complesso museale è dedicata alla necropoli con corredi del VI e V sec. a.C. (sale 7-8) e del IV-III sec. a.C. (sala 9). In questa ultima sala vengono infine proposte al visitatore alcune suggestioni di ordine etno/antropologico.

La chiesa di San Mattia dei Crociferi

Un altro luogo, molto suggestivo, ma poco noto di Palermo è l’auditorium dell’ex noviziato di San Mattia dei Crociferi, alla Kalsa. Il complesso nasce per volontà di Pietro Balsamo e Francesca Ventimiglia, principi di Roccafiorita, nel 1630, sull’area di risulta di palazzo Valguarnera, che i quali decisero di realizzare un complesso, che oggi chiameremmo polofunzianale: da una parte un convento, per guadagnarsi il paradiso, dall’altra un ospedale, per assistere i malati di uno dei quartiere, all’epoca, tra i più poveri di Palermo.

Per questo, con l’appoggio del solito arcivescovo Giannettino Doria, impegnato nel ridisegnare secondo le sue idee, a volte anche bizzarre, la religiosità palermitana, i crociferi, l’ordine fondato da San Camillo de Lellis, furono costretti, anche malvolentieri, dato che la nuova sede era assai spartana a trasferirsi dallo loeo convento vicino a Porta Termini.

Le cose cambiano ulteriormente nel 1686: la principessa Francesca Balsamo, venendo da una parte incontro alle lamentele dei crociferi, pare che nel noviziato piovesse dentro e fosse pieno di spifferi, i costruttori erano andati al risparmio, dall’altra intenzionata a trasformare la chiesa di San Mattia nel mausoleo di famiglia, decise di avviare i lavori di ristrutturazione del complesso. Come architetto, fu scelto Giacomo Amato: essendo l’architetto ufficiale dell’ordine dei crociferi, la principessa ipotizzava di massimizzare il risultato, minimizzando i costi, dato che Giacomo non avrebbe voluto fare brutta figura con i confratelli. Inoltre Giacomo, in generale, era impegnato nella ristrutturazione urbanistica di via Torremuzza, dato che era impegnato in quasti tutti i cantieri presenti su quella vita.

L’idea di Giacomo, nel ristrutturare la via principale della Kalsa, era di realizzare un pezzo di Roma Barocca nel Centro di Palermo: per cui il suo progetto prevedeva, oltre all’ampliamento della Casa del Noviziato e il consolidamento dell’intero complesso, per evitare il linciaggio da parte dei confratelli, la realizzazione del seicentesco scalone elicoidale costituito da 111 gradini atto a raccordare i vari livelli della costruzione, la ristrutturazione della cupola e della facciata della chiesa

Dal 1886 chiesa e il noviziato sono di proprietà comunale, in seguito all’entrata in vigore della legge sulla soppressione degli ordini religiosi, l’intero complesso fu tolto ai legittimi proprietari ed assegnato allo Stato, il quale, dopo aver mutato la destinazione d’uso del sito, lo assegnò, negli anni successivi, ad istituzioni pubbliche o sociali. Fra essi la Croce Rossa, poi il comando dei vigili urbani ed oggi il settore amministrativo della riqualificazione urbana e delle infrastrutture del Comune di Palermo. Attualmente è sede dell’Assessorato al Centro Storico e adibito ad uffici e spazi espositivi per ospitare mostre ed eventi culturali: la chiesa funge sia da auditorium, sia da luogo per la celebrazione dei matrimoni civili.

La facciata presenta il reticolo di paraste e cornicioni – marcapiano in conci squadrati di pietra viva con tre ingressi,le coppie di paraste centrali lievemente aggettanti. Tre finestre sormontano i portali nel primo ordine, altrettante al secondo – quella centrale è un grande oculo. Il timpano superiore include una apertura esagonale. Caratteristico del periodo il medaglione in stucco al di sopra del portale principale, che raffigura San Mattia Apostolo sorretto da due puttini alati. All’interno, la chiesa ha una pianta ottagonale, sovrastato da una enorme cupola circolare. L’interno è essenziale e scarno ma molto suggestivo definito da colonne, pilastri e raccordati da cornicione, quattro palchetti per la musica – due per parete laterale a delimitare le cappelle – pochi affreschi rimasti e una semplice scala a chiocciola che conduce ai corridoi dell’ex convento.

Concerto Campestre

Una storia analoga a quella trittico di Detroit, possiamo ipotizzarla per il Concerto Campestre, un dipinto a olio su tela (118 × 138 cm) conservato al Louvre. Secondo il critico di storia dell’arte Justi – senza alcuna esibizione di documentazione a suffragio, salvo quella dell’appartenenza ai Gonzaga – il dipinto sarebbe appartenuto alla collezione di Isabella d’Este (1474 – 1539). La prima citazione apparve nel 1627, anno in cui venne venduto dalla famiglia dei Gonzaga a Carlo I d’Inghilterra (1600 – 1649), dalle cui collezioni passò, nel 1649, ad Eberhard Jabach, un facoltoso banchiere francese; quest’ultimo lo cedette alla collezione di Luigi XIV (1638 – 1715).

Per quanto riguarda l’attribuzione, che per tradizione era riferita al Giorgione, la vicenda incominciò a complicarsi sin dal 1839, quando il Waagen l’assegnò a Palma il Vecchio, innescando un processo di complicazioni che ancor oggi non si sono affatto concluse. Anche per il Cavalcaselle (1871) l’opera non sarebbe stata autografa del Giorgione ma di Sebastiano del Piombo. Il Morelli, nel 1880, ritornò alla tradizionale attribuzione mentre Lionello Venturi (1913) – in contrasto con il figlio Adolfo che nel 1928 lo riferiva al Giorgione – lo attribuiva a Sebastiano del Piombo. Seguirono altre ipotesi di attribuzione di molti eminenti critici d’arte, ognuna contrastante con altre, e ripensamenti e neppure le moderne analisi, che in Francia, come per i restauri, sono alquanto restii a fare, hanno permesso di chiarire l’attribuzione. A titolo di curiosità, dato che lascia il tempo che trova, i vari sistemi di IA che stanno cominciando a diffondersi per aiutare i curatori a distinguere i falsi, sono propensi ad attribuire l’opera a Giorgione.

Probabilmente, la questione è molto più sfumata: nulla vieta che l’opera fosse commissionata a Giorgione, ma che per la sua morte improvvisa del 1510, sia rimasta incompiuta, in uno stato più o meno avanzato. Il committente, per non ritrovarsi un quadro a metà, ne commissionò il completamento a Tiziano, che intervenne più o meno pesantemente, sopratutto sulle figure. Il quadro, però, era certo noto in quegli anni e ispirò diverse opere più o meno simili.

Il quadro raffigurata due giovani seduti su un prato che suonano, mentre vicino ad essi una donna in piedi versa dell’acqua in una vasca marmorea. Le due donne presenti sono entrambe nude, coperte appena da mantelli che scivolano via, mentre i due uomini, che parlano tra di loro, sono vestiti in costumi dell’epoca. Nell’ampio sfondo si vede un pastore e un paesaggio che, tra quinte vegetali, si distende a perdita d’occhio.

Il soggetto dovrebbe essere un’allegoria della poesia e della musica, con le due donne dalla bellezza ideale, che sono come due apparizioni irreali generate dalla fantasia e l’ispirazione dei due giovani. La nudità dopotutto è legata all’essenza divina e la donna col vaso di vetro sarebbe la musa della poesia tragica superiore, mentre quella col flauto la musa della poesia pastorale. Tra i due giovani, quello ben vestito che suona il liuto sarebbe il poeta del lirismo esaltato, mentre quello col capo scoperto sarebbe un paroliere ordinario, secondo la distinzione operata da Aristotele nella Poetica. Alcuni hanno identificato la rappresentazione anche come un’evocazione dei quattro elementi che compongono il mondo naturale (acqua, fuoco, terra, aria) e del loro relazionarsi armonioso.

Oppure, idea a cui a propengo di più, vista la vicinanza di Giorgione in quel periodo al circolo del Bembo, è una sorta di manifesto del neoplatonismo veneziano. Il dualismo platonico, la netta distinzione tra il mondo sensibile dell’opinione (dòxa) e quello razionale della scienza (epistème) porta Platone a un problema che lo costringere a modificare sostanzialmente la sua “teoria delle idee”: che tipo di rapporto c’è tra le idee e le cose? Infatti se le cose esistono e sono conoscibili solo grazie al fatto che si basano sulle idee e ad esse rimandano (ricordiamo che senza l’idea di cavallo non potremo ne conoscere i cavalli e, nemmeno, questi esisterebbero), resta da definire che rapporto vi sia tra le cose e l’idea che le determina in quanto sua condizione di conoscibilità ed esistenza. Per Bembo, questo legame è definito dall’Amore, che acquista così una dimensione cosmica

Quindi il concerto in primo piano rappresenterebbe il mondo razionale dell’epitestème, mentre il pastore in secondo piano, la realtà concreta della dòxa, che la musica, simbolo dell’Amore, unisce. Ovviamente, Tiziano, meno filosofo di Giorgione, accentuò la dimensione carnale ed erotica del quadro, cosa che probabilmente non piacque al committente, il quale rivendette rapidamente l’opera, che così cominciò a passare di mano in mano.

Sant’Andrea a Vercelli

Uno dei primi esempi di stile gotico in Italia, anche se poco conosciuto al grande pubblico è la basilica di Sant’Andrea a Vercelli, voluta dal cardinale Guala Bicchieri, dalla vita alquanto avventurosa. La sua famiglia proveniva da Vercelli, nella cui cattedrale si trovano i primi testi nei quali viene citato (nel 1187).

Entrò nella congregazione dei Canonici regolari di San Pietro in Pavia e si laureò in utroque iure a Bologna. Fu canonico del capitolo della Cattedrale di Sant’Eusebio a Vercelli.Nel 1205 divenne cardinale con il titolo di Cardinale diacono di Santa Maria in Portico Octaviae, servendo come legato pontificio del nord Italia, prima di diventare legato pontificio in Francia nel 1208. Nel 1211 divenne cardinale prete con il titolo dei Santi Silvestro e Martino ai Monti. Papa Innocenzo III lo nominò legato pontificio in Inghilterra nel 1216; la guerra civile ostacolava i piani pontifici per una crociata.

Guala Bicchieri arrivò in Inghilterra nel mezzo della prima guerra baronale, mentre i baroni ribelli tentavano di rovesciare re Giovanni e l’esilio (nonché sospensione) dell’arcivescovo di Canterbury, Stephen Langton, aveva privato la chiesa inglese di una guida. Guala Bicchieri si schierò a fianco di re Giovanni contro i baroni, che appoggiavano le mire del principe francese Luigi (il futuro Luigi VIII di Francia) al trono d’Inghilterra. Morto Giovanni Senza Terra, Guala fu uno dei due tutori (insieme a Guglielmo il Maresciallo) del giovane erede al trono Enrico III, il quale gli sarà talmente grato da affidargli l’Abbazia di St Andrew’s church, Chesterton. La figura del legato pontificio fu determinante per stabilizzare la situazione dopo la fine della guerra e per la nuova stesura della Magna Charta. Oltre a mediare fra i baroni ribelli ed il re, a supervisionare l’elezione del clero ed a punire quello ribelle, amministrare i possedimenti monastici il legato pontificio partecipò all’organizzazione del quarto concilio laterano. Nel 1217 promosse la nomina di Richard Poore a vescovo di Salisbury, in sostituzione del fratello Herbert, appena deceduto..Guala tornò in Italia nel 1219, dopo la firma del trattato di Lambeth, che mise fine alla rivolta dei baroni e in cui i francesi rinunciarono al trono inglese.

L’esperienza inglese convinse il cardinale a costruire nella sua città uun’abbazia dedicata ad Andrea, i cui lavori cominciarono nel 1219, sul luogo di una chiesa precedente più piccola, ma non sappiamo se e in quale misura la disposizione degli spazi possa ricalcare qualche preesistenza. Abbazia che da una parte sarebbe dovuta essere un punto di riferimento per i pellegrini diretti a Roma, sulla via Franchigena, dall’altra una sede di studi e di ricerche teologiche: per questo, invitò a Vercelli il religioso e filosofo francese Tommaso di Gallo che alla fine del 1225 o all’inizio del 1226, Tommaso fu nominato abate del nuovo monastero. Come abate, si dedicò non solo ai compiti amministrativi quotidiani del monastero, ma anche a comporre vari commentari ai libri della Bibbia (un commentario ad Isaia e tre commenti al Cantico dei cantici) e agli scritti dello Pseudo-Dionigi. Intrattenne una stretta relazione con il nascente ordine francescano; i francescani trasferirono il loro Studium Generale da Padova a Vercelli intorno al 1228. Conosceva personalmente Sant’Antonio da Padova. Gallo conosceva anche Roberto Grossatesta che potrebbe avere incontrato nel 1238 quando visitò l’Inghilterra per assicurarsi un beneficio associato alla chiesa di Sant’Andrea a Chesterton. Gallo e Grossatesta si scambiarono alcuni scritti attraverso un discepolo di Grossatesta, il francescano Adam Marsh.

Sfruttando le proprie doti diplomatiche, il cardinale riuscì, negli anni successivi, a proteggere ed aumentare i possedimenti dell’abbazia mediante donazioni e privilegi provenienti dal papa Onorio III e dall’imperatore Federico II (suo è il diploma di protezione emanato nel 1226). Nel 1227, anno in cui il cardinale Bicchieri si spense a Roma, la costruzione della basilica era terminata.

Non sappiamo chi fu l’architetto della chiesa: la tradizione vorrebbe identificarlo con un certo Gian Domenico Brighintz o Brigwithe (esiste un necrologio del Quattrocento che celebra a memoria “Joannis Dominici Brigintii”), ma non ci sono prove e soprattutto, non sappiamo nulla di lui. Certo comunque è che l’architetto fosse una personalità aggiornata che lavorò, come anticipato, mescolando tendenze afferenti a realtà geografiche diverse, proprio per venire incontro alla personalità del committente. Probabilmente Guala Bicchieri chiese un edificio che a grandi linee, ricordasse le abbazie inglesi: per cui l’architetto, sicuramente aggiornato sui quanto stava succedendo Oltre Manica. Per cui impostò una pianta che riprendeva la pianta delle grandi cattedrali britanniche, a croce latina commissa, con tre navate longitudinali formate ciascuna da sei campate; le due navate laterali hanno larghezza ed altezza inferiore di quella centrale, e ne utilizzava diversi elementi strutturali: ad esempio, si osserva come la navata laterale destra sia percorsa da contrafforti dai quali salgono archi rampanti che si appoggiano alla navata centrale. Il transetto, a cinque campate, ha la stessa larghezza ed altezza della navata centrale. Al loro incrocio si innalza un alto tiburio a base ottagonale, sormontato a sua volta da una torre campanaria, anch’essa ottagonale, che termina in una cuspide piramidale in laterizio, che ricorda in piccolo la cattedrale di Salisbury. Oppure l’utilizzo delle due torri campanarie che accompagnano la facciata, tipicamente inglese

Poi l’architetto dovette anche venire incontro ai gusti di Tommaso Gallo: se Guala Bicchieri era lontano, a Roma, Tommaso gestiva il cantiere e soprattutto la cassa, per cui bisognava tenerselo buono. Di conseguenza, nell’edificio si adottarono anche elementi tipici del gotico francese, come i portali strombati e labside è pianta rettangolare, come tipico del gotico cistercense; osservandola dall’esterno essa si presenta fiancheggiata dalle sporgenze absidate (a profilo poligonale) di quattro cappelle che si aprono sui bracci del transetto. Infine il problema più grosso, i mastri muratori, di formazione romanica e di origine emiliana, che di queste manie straniere e innovative, non ne volevano proprio sapere. Dato che il committente metteva fretta e la complicata geopolitica dell’epoca, non c’era neppure la possibilità di sostituirli con maestranze provenienti da Oltralpe e dalla Germania. Quindi, l’architetto dovette rassegnarsi a un ulteriore compromesso.

Lo si vede sin dalla facciata, costruita in pietra verde di Pralungo, in calcarenite del Monferrato e in serpentino della Valsolda, mentre i campanili che svettano sui due lati della facciata, e che si elevano terminando con monofore, bifore e trifore salendo verso l’alto e cuspidi piramidali a chiudere il tutto, si mostrano con i colori del cotto e dell’intonaco bianco. La facciata a capanna, i portali a tutto sesto, le loggette che decorano le due gallerie sovrapposte (Sant’Andrea è una delle poche chiese che ne è fornita: i due campanili laterali peraltro avevano soprattutto funzione pratica di accesso alle gallerie che funzione liturgica) e il grande rosone dalle dodici colonnine che si apre sopra al portale maggiore sono evidenti caratteri di derivazione romanica e in particolare lombardo-emiliana.

Questa dipendenza è testimoniata anche dalla decorazione scultorea, sia della facciata, sia degli interni, dovuta agli allievi di Benedetto Antelami. Non è prudente sostenere che vi abbia lavorato lo stesso Antelami, dato che l’ultimo documento che attesta l’attività del maestro risale al 1216 mentre la posa della prima pietra di Sant’Andrea data al 1219 e il cantiere si prolunga fino al 1230-35, quando non è certo che fosse ancora vivo. Nel corso del XVI secolo – quando già ai canonici di San Vittore erano subentrati i canonici regolari lateranensi – venne rifatto il chiostro del monastero, conservando tuttavia le originali colonnine disposte a gruppi di quattro che ancora oggi si osservano. Il complesso ha subito danneggiamenti legati, oltre che all’usura del tempo, ad alcuni eventi bellici, quali l’assedio spagnolo della città di Vercelli nel 1617. Nel 1818 si costituì una commissione per il restauro del complesso che ne affidò la realizzazione a Carlo Emanuele Arborio Mella; i lavori terminarono nel 1840. Restauro che applicò una serie di tinteggiature all’interno e che permise di ritrovare, nell’intercapedine di un muro del coro, lo scrinium appartenente a Guala Bicchieri, che oggi si conserva a Torino, a Palazzo Madama.

Lo scrinium è stato identificato dagli studiosi come uno dei tre “scrinei operis lemovicensis” commissionati dal cardinale Guala Bicchieri, raffinato collezionista e cultore d’arte, a botteghe orafe di Limoges specializzate nel XII-XIII secolo nella produzione di arredi sacri e profani, decorate con smalti.In questi bauli il cardinale custodiva i documenti più importanti e gli oggetti più preziosi che portava con sé durante i suoi viaggi;il cofano venne realizzato verso il 1220-1225. I medaglioni che ne decorano la fronte sono in rame dorato lavorato a sbalzo, a traforo e a cesello, e raffigurano animali e draghi ereditati dalla tradizione iconografica romanica. Le formelle poste sui fianchi costituiscono invece una preziosa e raffinata testimonianza del naturalismo gotico del primo Duecento: vi compaiono scene di caccia e di duello e momenti di vita cortese, delineati con un linguaggio attento a descrivere l’aspetto dell’uomo, i suoi gesti, i panneggi, la fisionomia degli animali, in linea con i nuovi orientamenti della scultura delle grandi cattedrali gotiche. La serratura, con due uomini-aquila che si affrontano con clave e scudi bombati entro un viluppo di tralci vegetali, è un autentico capolavoro dell’oreficeria romanico-gotica. La tecnica dello smalto champlevé – che prevede l’uso di polvere di vetro di colori diversi, frantumata e collocata entro alveoli scavati nel rame – raggiunge in quest’opera, specie nelle figure di serpenti alati che costituiscono i battenti della serratura, un vertice di qualità ineguagliato nelle creazioni degli orafi di Limoges degli anni successivi.

Tra le opere d’arte presenti nella basilica vi è il monumento a Tommaso Gallo, realizzato da un artista di provenienza emiliana, che adottò all’ambito ecclesiastico la struttura delle tombe dei glossatori di Bologna e affrescato da un maestro lombardo e gli stalli lignei del coro. Si tratta di un’opera realizzata dall’ebanista cremonese Paolo Sacca a partire dal 1511. Gli stalli, danneggiati nel 1802 durante la soppressione degli ordini religiosi, vennero restaurati nel 1829 a cura dell’ebanista vercellese Ignazio Revelli. Venticinque sono le tarsie di Paolo Sacca che si sono conservate: sulla cattedra centrale del coro è posta la tarsia di Sant’Andrea; le altre ventiquattro formano un’interessante teoria di nature morte, di oggetti liturgici e di scorci di paesaggi urbani. Su una di esse trova spazio anche la rappresentazione della facciata della basilica di Sant’Andrea.

Sulla destra della basilica si sviluppava il monastero voluto dal cardinal Guala Bicchier. Degli antichi locali che ancora si possono ammirare si devono soprattutto menzionare la splendida aula capitolare (con quattro colonne centrali che reggono i costoloni delle nove arcate della volta) e, seppur rimaneggiato, il chiostro costruito al centro dei locali del monastero. Una ristrutturazione del chiostro è intervenuta nel corso del XVI secolo ed ha interessato la copertura dei corridoi che originariamente dovevano presentare un tetto spiovente sorretto da capriate in legno; in tale occasione si decise di riutilizzare le colonnine dell’antico chiostro. La struttura del nuovo chiostro realizzata nel XVI secolo è quella oggi visibile: essa si connota per la presenza di archi a tutto sesto e di volte a crociera sostenute dalle originarie colonnine, disposte a gruppi di quattro che poggiano su una sola base. I capitelli sono a crochet, in coerenza con una scelta stilistica unitaria che interessa anche tutte le colonnine che decorano l’esterno della basilica. Negli intradossi degli archi sono presenti i resti di motivi decorativi affrescati, di tipo geometrico ed a grottesca. Risalgono al XVI secolo anche le cornici in cotto che sottolineano piacevolmente gli archi che si aprono sull’ampio cortile con il pozzo.

Un recente restauro ha ripristinato il portale che mette in comunicazione il chiostro con la navata sinistra della basilica. La lunetta del portale (originariamente posta all’ingresso della sala capitolare) mostra importanti rilievi duecenteschi con l’Agnus Dei attorniato dalle figure del Battista e di San Giovanni Evangelista. Di notevole interesse, a destra del portale, è un’acquasantiera con la vasca sporgente da una mensola che regge due coppie di colonnine sormontate a loro volta da un arco trilobo; al centro sopra la vasca è posto un rilievo con motivi vegetati ed una mano che regge le croce di Cristo. Dal chiostro è suggestiva la visione del lato sinistro della basilica, con gli oculi che illuminano la navata laterale della basilica, gli archi rampanti che salgono sulla navata centrale, le cornici in tufo intagliato ed il maestoso tiburio sormontato dalla torre campanaria.

Le catacombe di Novaziano

Di fronte alla basilica di S. Lorenzo sulla via Tiburtina, sotto la collina tagliata per la costruzione del Viale Regina Margherita fu trovato a caso negli anni Ventiun cimitero sotterraneo cristiano, completamente sconosciuto alle antiche fonti storiche e liturgiche delle catacombe romane. La parte scavata si svolge principalmente sotto il detto viale e a sinistra di questo, verso la città. Le gallerie che si estendono nella direzione verso san Lorenzo finiscono tutte nel tufo, di modo che la catacomba nuova non era congiunta con quella di San Lorenzo, ma costituiva un cimitero indipendente e proprio..

La scoperta avvenne solo nel settembre 1926, in occasione di lavori stradali al viale Regina Margherita (oggi Regina Elena), all’angolo con la Tiburtina, durante i quali vennero alla luce alcune gallerie cimiteriali (il livello superiore della catacomba): dato il pessimo stato di conservazione, fu deciso di abbandonare ogni ulteriore indagine, e si ricoprì il tutto.Nel 1929, nel proseguimento dei lavori nello stesso viale, fu scoperta una seconda serie di gallerie (il livello inferiore), molto meglio conservate, che suscitarono subito l’interesse degli archeologi, soprattutto perché completamente sconosciute alle fonti antiche.

Negli anni Trenta, in occasione della costruzione dell’Istituto di Medicina Legale, è venuta alla luce in superficie una necropoli romana, compresi i resti di un mausoleo di età augustea, utilizzato fino alla fine del II secolo. Inoltre, nelle vicinanze dell’accesso originario alla catacomba, è stata scoperta una struttura absidata che ha fatto pensare ad una piccola basilica, collegata probabilmente al culto dei martiri sepolti.

Tra le catacombe romane, quella di Novaziano è quella meglio datata. Infatti, nel livello inferiore, sono state scoperte iscrizioni, con data consolare, ancora integre e perfettamente al loro posto sulle rispettive pietre sepolcrali: due sono datate 266 e le altre due 270. Queste iscrizioni, e la gran quantità di monete della stessa epoca, fanno risalire l’origine del cimitero alla seconda metà del III secolo, quando la vecchia necropoli pagana, abbandonata, fu acquistata da qualche ricco cristiano e riconvertita a nuovo uso; in età costantiniana poi il cimitero si è ingrandito (livello superiore), apparirono i monogrammi costantiniani, si svilupparono cubicoli a carattere familiare. Tra la fine del IV secolo e l’inizio del V secolo il cimitero fu abbandonato e completamente dimenticato. La catacomba, poiché non è menzionata in nessuno degli “itinerari” ad uso dei pellegrini, redatti a partire già dal VII secolo, non fu più frequentata e fu quindi ritrovata inviolata, con la maggior parte dei loculi ancora chiusi.

La catacomba accolse circa un migliaio di inumazioni e copre un’area di notevole estensione, con un’ampiezza di 500 x 50 metri sui due assi e si sviluppa su due livelli: il primo è andato quasi completamente distrutto sia per le estese edificazioni di superficie, sia per le spoliazioni operate in passato; la maggior parte degli ambienti è devastata e non vi è presenza di alcun reperto archeologico; meglio conservato invece è il secondo, dove sono posti i resti archeologici più interessanti e rilevanti dell’intero complesso cimiteriale. La scala di accesso originaria è oggi ostruita dal manto stradale all’incrocio tra viale Regina Elena e via Tiburtina: si accede al cimitero tramite un ingresso moderno.

Il cimitero accolse circa un migliaio di inumazioni e copre un’area di notevole estensione, con un’ampiezza di 500 x 50 metri sui due assi. L’impianto presenta gallerie disposte “a spina di pesce” e “a graticola”. Alcune frane permettono oggi di percorrere solo 800 metri di gallerie. L’altezza di molte gallerie fa ipotizzare un loro ampliamento realizzato scavando il suolo. I riempimenti (solo in parte scavati) che interessano alcune zone più antiche furono effettuati con terra di scavo proveniente da altri settori più recenti. Negli interri, in momenti differenti, furono poi ricavate delle tombe a “forma”. Partendo dai nuovi piani di calpestio furono scavati altri ambulacri i cui accessi, dopo la rimozione degli interri, risultano oggi “sospesi”.

Inizialmente fu identificata nei giornali di scavo della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra come Cimitero anonimo di Piazzale San Lorenzo, poi la svolta avviene nel 1932, quando il il 1° di aprile, un sepolcro con un’epigrafe a minio che così recita:

NOVATIANO BEATISSIMO MARTURI GAUDENTIUS DIAC(onus)

L’iscrizione risale alla seconda metà del IV secolo, quando un diacono di nome Gaudenzio, risistemò, monumentalizzandola, la tomba di questo Novaziano.La galleria su cui si apre la tomba di Novaziano, sebbene abbastanza stretta (80 cm.), si trova in un punto centrale dell’area funeraria più antica della catacomba. Il sepolcro è costituito da una cassa sormontata da un arco in muratura: si tratta di una forma ibrida tra l’arcosolio, dai quali si distingue per le dimensioni ridotte della cassa, e la tomba “a mensa”. La tomba si doveva inizialmente presentare come una cassa parallelepipeda tagliata nel tufo su tre lati e foderata di marmo, chiusa sul davanti da un parapetto in muratura a tufelli e mattoni rivestita da intonaco bianco sul quale è incisa l’iscrizione realizzata da Gaudente in onore di Novaziano. Anche l’arco soprastante, ugualmente realizzato a tufelli e mattoni, era ricoperto in marmo. L’identica tecnica di realizzazione lo fa ritenere contestuale al parapetto e porta a datare il tutto, anche a seguito di ulteriori studi, a non prima della metà del IV secolo. La monumentalità del sepolcro, la sua centralità rispetto al complesso catacombale e le dimensioni contenute della tomba (160 x 35 x 30 cm) fanno pensare comunque ad una traslazione del corpo. Sulla volta della galleria, nelle immediate vicinanze della tomba, è presente uno stretto lucernario. Al momento della scoperta della tomba si ritrovarono anche delle tessere di smalto rosso e marmo verde. Per cui, questo doveva essere il fulcro dei colti che si svolgevano nella catacomba.

Sì, ma chi era questo Novaziano ? Alcuni alcuni studiosi ritengono che si tratti di un giovane martire romano, morto durante la persecuzione di Diocleziano (284-305), e che viene ricordato dal Martirologio geronimiano alle date del 27 e 29 giugno. Per la maggior parte degli studiosi, invece si tratta dell’omonimo antipapa, di cui sappiamo poco e con delle informazioni fornite dal suo avversario, Cornelio, che ovviamente era di parte. Facendo la tara alle fake news, Novazione era molto colto, prima di convertirsi era stato un retore e aveva studiato a fondo la filosofia stoica, ed era una sorta di segretario di papa Fabiano. Incarico che abbandonò, per diventare anacoreta, anticipando il movimento monastico. Le cose cambiano con la persecuzione di Decio: papa Fabiano è martirizzato e vista la mala parata, la chiesa di Roma non riesce a nominare un successore: la sede vacante dura per circa un anno, in cui la chiesa è guidata da una sorta di comitato collegiale, a cui capo è messo proprio Novaziano.

Nel frattempo, la situazione della persecuzione stava diventando tragicomica: Decio aveva imposto l’aut aut ai cristiani… O sacrificate agli dei o finite nello stomaco dei leoni. Dato che la propensione al martirio a Roma era assai bassa, i cristiani locali millantarono in tutti i modi di avere eseguito suddetto sacrificio. Decio, conoscendo i suoi concittadini, malfidato, ordinò che a riprova del presunto sacrificio, fosse rilasciato un certificati dagli impiegati statali: rimedio che fu peggiore del male, dato che portò al boom di certificati falsi e un aumento esponenziale della corruzione da parte dei burocrati addetti alla verifica dell’effettiva esecuzione dei riti.

Nel marzo del 251, con la morte dell’imperatore Decio, la persecuzione inizia a scemare e la comunità romana ritiene giunto il momento opportuno per nominare il successore di Fabiano: la questione centrale della campagna elettora è cosa fare dei lapsi, categoria variegata, che comprendeva sia chi effettivamente aveva effettivamente eseguito il sacrificio, sia una pletora di furbacchioni, che si erano dati malati, finti pazzi o spacciati per manichei o gnostici, e i libellatici, i detentori dei certificati falsi o ottenuti tramite corruzione. La posizione di Novaziano era in linea con la posizione tradizioniale della chiesa: puoi rientrare in comunità, dopo opportuna penitenza. Il suo avversario, il futuro papa Cornelio, invece propose l’amnistia generale. I cristiani romani, ovviamente, la cui voglia di fare penitenza era pari a quella di finire martiri, votarono in massa per Cornelio.

Novaziano, sia perchè considerava la posizione di Cornelio eretica, sia perchè lo accusava di brogli elettorali, si proclamò vincitore delle elezioni: così, dopo Sant’Ippolito di Roma, da alcuni studiosi ritenuto suo maestro, divenne così il secondo antipapa della storia del Cristianesimo. Cornelio, per rafforzare la sua posizione, un concilio di 60 vescovi (probabilmente tutti Italiani o provenienti dai territori vicini) dal quale Novaziano fu scomunicato. Il fatto che parte dei cristiani dell’Impero non fossero molto convinti delle posizioni di Cornelio, è testimoniato dal fatto che Novaziano, nonostante la scomunica, ottenne l’appoggio anche di autorevoli vescovi e intellettuali. Ora, ai tempi di Gaudenzio, la chiesa aveva tutt’altri problemi che la questione dei lapsi, più disciplinare che teologica, in più Novaziano aveva scritto una serie di trattati, che erano utilissimi a difendere la posizione Calcedoniana sulla questione cristologica, per cui ebbe una rivaluzione provvisoria. Appena fu chiusa la polemica sulla natura di Cristo, la chiesa romana decise di mettere una pietra sopra a questa poco edificante vicenda e su Novaziano cadde l’oblio

Oltre alla tomba di Novaziano, da notare inoltre un cubicolo appartenente ad una famiglia di cavalieri, che ha restituito 4 bei sarcofagi, tre dei quali con scene del Vecchio e Nuovo Testamento, databili al IV sec, fra le quali l’Epifania, Lazzaro, Mosè, Adamo ed Eva, Daniele nella fossa dei leoni, la negazione di Pietro. Il grande sarcofago ospita Tulliano e sua moglieeAristia. Gli altri tre i loro figli: Florenzio, morto a nove anni, Aurelio, deceduto a cinque anni, e Atronio Fidelico. Fra i loculi, quello di Antistia Euphanilla, morta a 25 anni, si distingue per una cornicetta in stucco composta di una doppia ovolatura affrontata e di una perlinatura: da un’apertura sul lato superiore si sono potuti osservare, perfettamente conservati, i resti della ragazza, con brandelli della veste e dell’acconciatura a fili d’oro e grossi ciuffi di capelli.

II piano, la parte più antica, conserva in gran quantità iscrizioni dipinte in rosso (minio) direttamente sui laterizi o su fondo bianco, o anche graffite e incise sulla malta fresca posta a ricoprire i molti laterizi di chiusura ancora intatti. La zona tarda è invece caratterizzata da un numero maggiore di iscrizioni incise su marmo. Sono stati anche rinvenuti, affogati nella calce di chiusura dei loculi, figurine in osso con gli arti snodati, piattini metallici, monete, anforette e lucerne in terracotta, ampolline vasi e piattini in vetro, dischetti, quadratini e ovali in pasta vitrea e in osso. Un rettangolino in pasta vitrea riporta la raffigurazione del bue Apis. Singolare, infine, la presenza di alcuni loculi longitudinali alle pareti, con il cadavere coperto da una serie di tegole inclinate che si appoggiano dalla parete al piano.

Jamna

L’idea che gli antenati dei popoli indoeuropei fossero i nomadi della steppa della regione pontico-caspica, che abitavano l’attuale Ucraina, in realtà non è poi così recente, dato che alcuno studiosi tedeschi l’avevano già proposta attorno al 1870: il suo successo, però, presso il grande pubblico, è dovuto ai libri di Marija Gimbutas.Il modello proposto dalla Gimbutas, trascurando la componente ideologica, basata sulla contrapposizione tra una presunta cultura “aborigena” dell’Europa, millenaria e pacifica, con una struttura sociale egualitaria e matrilineare, legata a simbolismi religiosi coniugati al femminile, che in fondo è una delle tante declinazioni del mito del buon selvaggio, e quella gerarchica, patriarcale, bellicosa, di matrice indoeuropea, è in fondo abbastanza semplice.

L’ Urheimat, l’ipotetica patria del popolo che parlava la lingua protoindoeuropea, coincide con la cultura di Srednij Stog, situata precisamente a nord del Mar d’Azov fra i fiumi Dnepr e Don. Uno dei siti più noti associati a questa cultura è Deriïvka, un sito archeologico situato nel villaggio omonimo dell’Oblast’ di Kirovohrad, in Ucraina. Il sito risale al 4500-3500 a.C. circa ed è associato alla cultura di Srednij Stog. Di particolare interesse sono le apparenti evidenze di case recintate. Due cimiteri sono associati al sito, uno del neolitico della cultura del Dnepr-Donec e uno dalla suddetta cultura di Srednij Stog, dell’età del rame. Il sito comprendeva tre abitazioni e sei focolari, ciascuno contenente centinaia di ossa di animali. Di tutte le ossa, circa il 75% apparteneva ad equini, probabilmente sfruttati dagli abitanti solo come alimento di base. Questo sito è noto soprattutto perché i numerosi resti equini presenterebbero remote testimonianze della domesticazione del cavallo, uno degli argomenti utilizzato proprio dalla Gimbutas per identificarli con i nomadi delle steppe antenati degli indoeuropei. Tuttavia le datazioni al radiocarbonio eseguite nel 1997 su una sepoltura con cavallo hanno dimostrato che la sepoltura era intrusiva e databile ad un successivo momento di occupazione rispetto al resto del sito, il cavallo morì infatti intorno al 700-200 a.C.

Per cui, i popoli della cultura di Srednij Stog, invece di andarsene a spasso per la steppa, erano popolazioni stanziali e il cavallo, piuttosto che cavalcarlo, preferivano cucinarlo alla brace. Secondo la Gimbutas, la cultura di Srednij Stog si evolve in quella di cultura di Jamna, che è quasi sicuramente nomade, con un’economia basata sull’allevamento ovino e sull’agricoltura taglia e brucia.La peculiarità della cultura sono le inumazioni nei kurgan (tumuli), delle tombe a fossa con il corpo del morto situato in posizione supina e con le ginocchia piegate. I corpi erano ricoperti di colore ocra. Inoltre avevano l’abitudine di sacrificare animali sulla tomba (bestiame, maiali, pecore, capre e cavalli).Probabilmente, sempre dai ritrovamenti in Ucraina, i popoli Jamna avevano domesticato il cavallo, utilizzato per trainare carri. In più, Il sito sacrificale di Luhansk recentemente scoperto è stato descritto come un santuario collinare dove si praticavano sacrifici umani. I manufatti di metallo (attrezzi, asce, daghe appuntite) erano fatti per lo più di rame, alcuni in bronzo arsenicale. Producevano ceramiche a pettine o cordate, ruvide, dal fondo appiattito e a forma di uovo.Ora, per un motivo x, che a seconda delle paure del periodo in cui è stato scritto un articolo sul tema, era identificato con la sovrappopolazione, epidemie, guerre, carestie e altre disgrazie a piacere, i popoli Jamna sono migrati verso l’Europa, dando origine agli indoeuropei.

Gli studi recenti, però hanno evidenziato come questo modello è forse troppo semplicistico: per prima cosa, l’arrivo degli indoeuropei potrebbe essere articolato in più ondate, avvenute in tempi diversi e origini differenti. Poi la stessa natura della cultura Jamna è assai più complessa di quella prospettata della Jumbas. Le analisi genetiche del loro genoma condotte da Allentoft (2015) e Haak et al. (2015) hanno rivelato che gli Jamna erano un misto di tre popolazioni più antiche. L’elemento dominante viene dai Cacciatori-Raccoglitori Orientali (EHG) mesolitici, comunemente associati con gli aplogruppi del cromosoma Y denominati R1a e R1b, che dovrebbero coincidere con i popoli della cultura di la cultura di Srednij Stog.

La seconda componente è derivata dalle popolazione neolitiche caucasiche, riconducibile alla cultura ‘Shulaveri-Shomu’, di cui ho parlato in occasione della domesticazione della vita: una parte consistente di queste tribù migrò nelle streppe, per sovrapporsi con i popoli di Srednij Stog, introducendo forse l’agricoltura e la lavorazione del rame. Il terzo contributo, ancora più sorprendente, è legato alle popolazione pre indoeuropee tanto amati dalla Gimbutas, discendenti degli ultimi Cro-Magnon. Per cui, oltre alle migrazioni da est a ovest, ci furono anche quelle da ovest a est. Ovviamente, essendo la densità dei Cacciatori Raccoglitori Mesolitica, molto bassa, il loro numero, in questa espansione verso le steppe fu assai ridotto

Per cui, il modello di interazione culturale, linguistica e genetico tra popolazioni è probabilmente assai più complesso di quello ipotizzato dalla Gimbutas. Inoltre, nessuna popolazione europea moderna possiede una composizione genetica simile a quella degli Jamna, per cui è difficile ipotizzare una discendenza diretta, mentre al contrario, vi una maggiore correlazione con le mummie del Tarim, in Cina. Per cui, il gradiente di diffusione di quelle popolazione fu maggiore verso Oriente, che verso Occidente.

La guerra di Corinto (Parte IV)

La battaglia di Nemea, come detto, fu un successo tattico, ma un fallimento strategico: le truppe spartane non riuscivano a forzare l’istmo di Corinto, anche perchè l’assedio della città era inconcludente, visto che non si riusciva a imporre un blocco navale e di fatto erano imbottigliate nel Peloponneso. Per rompere questo stallo, Sparta decise di abbandonare la Ionia al proprio destino, ritirando sia l’esercito, sia la flotta. Le truppe di Agesilao, secondo i piani lacedemoni, avrebbero messo a ferro e a fuoco la Beozia, costringendo Tebe ad uscire dall’alleanza. Al contempo, la flotta spartana, sotto il comando di Pisandro, cognato di Agesilao, che tra l’altro non aveva mai avuto un incarico simile prima, forte di 120 triremi, avrebbe imposto il blocco navale a Corinto.

La città si sarebbe finalmente arrese e i due contingenti, sia quello peloponnesiaco, sia quello di Agesilao, sarebbero marciati su Atene, costringendola alla resa: chiusa la partita in Grecia, gli spartani sarebbero ripartiti all’offensiva in Ionia. Dinanzi a tale prospettiva, cosa impensabili qualche generazione prima, Ateniesi e Persiani unirono le flotte, solo quella achemenide era costituita da 80 navi fenicie al comando di Farnabazo e le 10 cilicie. A queste, poi, si unirono anche le navi cipriote di Evagora, altro storico nemico dei Persiani. Di conseguenza, il contingente alleato aveva una forte superiorità numerica: al suo comando fu messo Conone, che aveva il dente avvelenato contro i lacedemoni.

Pisandro era ben consapevole di questo, decise di tentare l’azzardo, attaccando per primo, una flotta che riteneva ancora disorganizzata: la decisione fu favorita anche da uno stratagemma di Conone, che aveva posto davanti alla flotta le navi cipriote, che, come dire, non erano il massimo della disciplina e dell’organizzazione: così lo spartano scambiò la parte con il tutto.

Pisandro avanzò verso la flotta nemica, ma le navi situate sull’alla sinistra del suo schieramento, costituita dagli alleati greci d’Asia, capirono il trucco di Conone e defezionarono in mass, non appena gli equipaggi si resero conto che il loro ammiraglio era realmente intenzionato ad affrontare una flotta più consistente, per giunta composta in gran parte da altri marinai della Ionia.

Il comandante spartano, che tutto si può dire, tranne che non fosse coraggiosa, non si lasciò condizionare da un simile evento, e proseguì il suo attacco, tentando l’abbordaggio con la propria trireme; ma la superiorità numerica di Conone lo costrinse a subire vari speronamenti, per sottrarsi ai quali spinse la sua nave verso la costa. Le altre triremi peloponnesiache, che lo avevano seguito nell’azione, subirono anch’esse la superiorità numerica del nemico, e vennero, anche per la superiore capacità manovriera delle navi al comando di Conone seriamente danneggiate; quindi cercarono anch’esse di guadagnare la costa. Una volta toccata terra, i loro equipaggi si affrettarono a cercare la salvezza abbandonando i vascelli, a parte 500 uomini che finirono prigionieri; non così Pisandro, che cadde combattendo a bordo della sua nave.

Gran parte della flotta – forse una cinquantina di navi – rimase pertanto nelle mani di Conone, e Farnabazo, che in una battaglia dallo svolgimento piuttosto banale, avevano posto fine al breve periodo della supremazia marittima di Sparta, riconducendo la potenza della città lacedemone alla sola dimensione terrestre. Quando ad Agesilao giunse la notizia della sconfitta a Cnido e della morte del cognato, il re spartano si stava accingendo ad entrare in Beozia per dar una svolta al conflitto con i beoti stessi. In seguito a questa notizia in un primo momento egli rimase ovviamente scosso; ma poi, riflettendo sul fatto che la maggior parte del suo esercito era composta da alleati ben disposti a dividere i successi, ma difficilmente propensi a dividere eventuali difficoltà, sparse sì la voce della morte di Pisandro, ma che la flotta lacedemone aveva comunque vinto la battaglia navale.

Ma in Asia era impossibile celare a lungo la reale portata di ciò che era successo a Cnido. Non solo gli spartani erano stati sconfitti, ma gli equipaggi greci si erano rifiutati di combattere per loro, lanciando un segnale che venne immediatamente recepito dalla popolazione delle città ioniche: in breve tempo, incoraggiati dalla flotta di Conone, che navigava ormai incontrastata nell’Egeo, i centri greci d’Asia rovesciarono i regimi filo-spartani e il dominio di questi ultimi si ridusse ai pochi settori in cui Agesilao aveva lasciato delle guarnigioni. In sostanza, Sparta non era stata capace di rilevare Atene nella protezione delle città ioniche, e con un solo combattimento aveva perso tutti i frutti guadagnati con la vittoria sulla città attica.

Conone, ritiratosi ad Atene, dove fu accolto con onori e giubilo dei suoi concittadini, si adoperò per la ricostruzione delle Lunghe mura, grazie ad un cospicuo finanziamento di Farnabazo,e, in onore della vittoria, dedicò un santuario ad Afrodite nel Pireo, dea protettrice di Cnido ed assai rilevante nel pantheon fenicio. La fine dell’egemonia navale spartana, infine, permise all’impero persiano di restaurare il proprio dominio sulle città ioniche. Esse infatti a Cnido fecero capire che preferivano la Persia al dispotismo spartano e l’accordo sarebbe stato definitivamente confermato dalla Pace di Antalcida nel 387 a.

L’Antiquarium di Castel Termini

Il nome Casteltermini deriva dalla contrazione di “Castello [della famiglia] Termini”, dal cognome del barone Giovanni Vincenzo Maria Termini e Ferreri che il 5 aprile 1629 fondò il paese. Il documento che concesse la facoltà di creare un centro abitato nel feudo di Chiuddia era stato concesso dal re Filippo IV di Spagna, tramite il viceré Francisco Fernández de la Cueva, duca di Alburquerque, con provvedimento del 9 febbraio 1629. In data 10 ottobre 1629, con diploma rilasciato dallo stesso re e reso esecutivo con provvedimento vicereale del 25 febbraio 1630, Giovanni Vincenzo Maria Termini e Ferreri venne insignito del titolo di principe di Casteltermini, il 33º in Sicilia, grazie al quale ebbe il diritto di sedere nel braccio militare del parlamento isolano.

Il nuovo paese di Casteltermini, considerate le vantaggiose promesse del principe, fu ben presto popolato da molte famiglie provenienti dai paesi vicini, come Sutera, Campofranco, Mussomeli, Cammarata e San Giovanni. In breve tempo migliaia di persone confluirono a Casteltermini. Per assicurare la serietà delle sue promesse, il principe volle che i patti che avrebbero regolato i rapporti tra il signore e i vassalli (ovvero tra il barone e gli abitanti del paese) venissero stabiliti e fissati in un atto pubblico, come in una legge: così il 5 aprile 1629, giorno sacro a san Vincenzo Ferreri (appartenente alla stessa antica famiglia del barone, la nobile casa Ferreri di Valencia), il barone riunì i maggiorenti del paese e alla presenza del notaio Pietro Chiarelli da Sutera sottoscrisse i “Capitoli della Terra”, concedendo così delle condizioni vantaggiose ai nuovi abitanti.

Gravi lutti familiari e dissesti finanziari fecero però perdere a questa famiglia la baronia di Chiudìa che il 7 gennaio 1636 fu acquistata da donna Paola d’Aragona e Cottone, contessa di Bavuso. Ai Termini rimase invece il titolo onorifico del principato castelterminese fino al 1758. Quasi immediatamente alla contessa di Bavuso si sostituì il duca Diego d’Aragona Tagliavia che nel 1653 rinunciò ai suoi beni in favore della figlia, sua unica erede, Giovanna d’Aragona Tagliavia e Cortes sposata con Ettore IV Pignatelli, duca di Monteleone, uno dei più ricchi e potenti signori d’Italia. Alla morte di Giovanna, nel 1691, fu sua erede la nipote omonima che dal 1709 al 1722 dovette subire la confisca dei beni e il loro passaggio sotto il diretto dominio del re, a causa delle lotte politico-dinastiche del tempo. Dietro sostanziosa ammenda pecuniaria dopo il 1722 alla famiglia Pignatelli Aragona Cortes tornò il possesso di tutti i beni confiscati, compresa Casteltermini, ultimo signore della quale fu il duca Diego II Pignatelli Aragona Cortes.

Casteltermini, che era retta da segretari nominati dal feudatario, ma nel febbraio 1812 il parlamento siciliano, con la costituzione che veniva concessa alla Sicilia, abolì le leggi feudali e quindi la feudalità, le giurisdizioni baronali, i privilegi del mero e misto imperio. Nella seduta del 9 febbraio 1813, il parlamento approvò, inoltre, la parte della costituzione riguardante le amministrazioni comunali, che tra l’altro prevedeva che il popolo, per la prima volta, dovesse essere chiamato a eleggere i suoi amministratori: il 1º settembre 1818, pertanto, gli abitanti di Casteltermini elessero il loro primo sindaco.Il paese ebbe il suo periodo di massimo sviluppo nella seconda metà dell’ Ottocento grazie alla presenza di numerose miniere di zolfo: recentemente, è stato inagurato un antiquarium, nel centro storico del paese, in Via Cacciatore, a due passi da Piazza Duomo, in un palazzo di fine Ottocento di proprietà della famiglia Di Pisa – Guardì, la stessa del regista televisivo Michele,

L’Antiquarium è costituito da tre sale ed espone una selezione di reperti rinvenuti nel corso di scavi e ricognizioni di superficie, grazie ai quali è possibile ricostruire la lunga storia del territorio. Le testimonianze più antiche sono quelle attestate su Monte Roveto, riferibili al Neolitico antico, mentre dalle pendici di Rocca Grande di Roveto provengono ceramiche pertinenti all’intera Età del Rame, dalle fasi più antiche a quelle finali, e all’antica età del Bronzo (fine III millennio XVI sec. a.C.). In contrada Sanfilippo è stato invece portato in luce un complesso costituito da vani-recinti sacri all’interno dei quali si sono rinvenute decine di deposizioni votive databili al VI secolo a.C., costituite da vasellame indigeno e greco, deposto in fossette scavate nella terra. Di grande rilievo i modellini di capanna, gli scudi miniaturistici, la cassettina-larnax, rare tipologie di oggetti utilizzati in ambito sacro, tutti esposti nel museo. Nel sito di Santa Croce-Fontana di Paolo sono state scavate tre grandi cisterne ricolme di materiale di VI-V secolo a.C., tegole e vasellame vario. Di eccezionale qualità la ceramica attica databile nel corso del V secolo a.C. Nel sito di contrada Fabbrica-Santa Maria sono stati identificati i resti di un monumento dolmenico e una grande piattaforma in pietra con vaschette comunicanti. Di contrada Serre sono esposti reperti di età tardoantica, alcuni con precisa caratterizzazione cristiana, come un anello bronzeo con monogramma inciso, manine fittili fra cui una benedicente e monete bronzee.

Oltre ai reperti archeologici, l’Antiquarium espone nella sala d’ingresso una selezione di statue in terracotta di Michele Caltagirone, detto il Quarantino, famoso artista castelterminese (altre sue opere sono custodite presso la Biblioteca Comunale e nella Chiesa Madre)

Villains

Le fiabe sono, dal punto di vista della narrativa, oggetti assai bizzarri, quasi ossimori: da una parte, come evidenziato da Propp, mantengono nel tempo una stessa, invariante struttura base, sia a livello di trama, sia a livello di personaggi, dall’altra cambiano continuamente sia i valori che veicolano, sia il pubblico a cui sono destinate.

Sono, sotto molti aspetti, una sorta di contenitore universale, in cui ogni società riversa i suoi specifici contenuti. Pensiamo alle fiabe dei Christian Andersen, Charles Perrault, dei fratelli Grimm, di Basile e di Pitrà: sono tutti racconti ricchidi riferimenti socio-psicologici, ma anche molto pulp: il loro pubblico non era costituito da bambini, ma adulti. Non servivano alla formazione, ma all’iniziazione, evidenziando tutti i tabù che la società imponeneva di rispettare.

Disney, realizzando i suoi cartoni animati, per bambini, deve per forza edulcorare i contenuti, sminuendone la forza espressiva: per prima cosa, censura tutti gli elemente tragici, sanguinosi e grotteschi, accentando al contempo quelli buffi e innocui. Poi rende le fiabe portavoci dei valori della middle class americana. Infine, le ambienta in un medievo immaginario, che è nulla più che uno specchio comico del nostro Presente

Un’operazione riuscita ? Forse no ! Ne Il mondo incantato Bruno Bettelheim afferma che la moda contemporanea di eliminare dalle fiabe tradizionali gli elementi più perturbanti e orrorifici non permette ad esse di svolgere la loro autentica funzione. Eliminare dal racconto ogni elemento terrificante impedisce ai bambini d’imparare ad affrontare le proprie paure e la propria aggressività inconscia. Secondo Bettelheim le fiabe contengono infatti riferimenti nascosti allo sviluppo psicosessuale ed ai traumi che esso comporta; nascosti alla sfera cosciente, essi comunicano con l’inconscio del bambino attraverso un proprio linguaggio simbolico: pertanto, attribuire ad alcuni personaggi caratteristiche buffe e/o nomi propri per renderli più “umani”, come i sette nani, interferisce gravemente con il loro simbolismo.

Per cui, una fiaba che non turba, che non provoca catarsi, castrata e resa innocua, perde di senso e di valore, invecchiando male. La Disney lo ha capito e a sua volta, a provato a riscrivere le fiabe, dandole una dimensione più adulta: tentativo mal riuscito, perchè, per non perdere pubblico, anche questa volta vengono censurati la violenza, l’erotismo e il sarcasmo dei testi originali.

Recupero che il vero scopo degli scrittori che hanno preso parte all’antologia Villains: non si tratta solo di narrare una fiaba da un punto di vista eccentrico, ma di recuperarne, in una sorta di archeologia narratologica, i valori originali dei racconti… E ognuno lo fa con un tono e un mezzo differente: la commedia, la tragedia, la farsa… Il tutto contribuisce a generare un affresco complesso e barocco, che paradossalmente, con il suo viaggio verso l’arcaico, rispecchia tutte le contraddizioni del contemporaneo.