Infinity War

Thanos

La grande intuizione del Marvel Cinematic Universe, che ne costituisce il fascino, è l’avere trasposto in un altri media tutta la struttura del suo mondo fumettistico: la creazione di un mondo che appare a prima vista coerente, con richiami tra una serie e l’altra, intervallati da crossover, in cui di solito i vari personaggi si incontrano, per combattere il cattivone di turno.

Nel caso specifico del MCU, il ruolo dei crossover nel cinema è stato svolto dai vari film degli Avenger e per le serie Netflix, da Defenders.

Ora, per i lettori di fumetti, come il sottoscritto, gente semplice dai gusti semplici, c’è sempre un rapporto contraddittorio con i crossover: da una parte c’è un’attesa spasmodica, al fanciullino che è dentro di noi piace sempre vedere Capitan America, Star Lord e Iron First, cito tre nomi a caso, che prendono a mazzate, che ne so, Dottor Destino, salvando il mondo,

Dall’altra però, i crossover non sono mica tanto semplici, da buttare giù: bisogna dosare con il bilancino trame e personaggi, dando il giusto peso e la giusta luce a tutti, trovare una storia sensata e avvincente, con un antagonista di spessore, capace di colpire l’immaginazione.

In caso contrario, viene fuori un pastrocchio mica da poco.A questo, nel cinema, si aggiunge anche il problema del rapporto con l’originale su carta: se troppo fedele, si rischia da parte del lettore di fumetti, lo sbadiglio, figlio dell’effetto,

“Ma tanto l’ho già letto”

Se troppo eversivo, può capitare, ma non è il caso del sottoscritto, il fenomeno opposto del tipo

“Ma nel numero xyx di Capitan America lo scudo era differente, brutti traditori infami”

Tutti questi rischi sono stati evitati dai fratelli Russo in Infinity War, ispirata alla miniserie il Guanto dell’Infinito, che all’epoca, ma ero giovincello, non è che mi avesse entusiasmato così tanto; invece, i Russo hanno tirato fuori dal cilindro il cosiddetto filmone.

Dosano alla perfezione i vari tono narrativi, dal comico, al tragico, all’epico, rispettando la natura dei personaggi e mostrandoli a volte sotto nuova luce: penso al Bruce Banner capace di essere eroe anche senza Hulk o al complicato rapporto padre figlia che lega Thanos, personaggio complesso, malthusiano, a Gomora.

E sanno, nascondendo qualche piccola ingenuità narrativa, del tipo perché diavolo nessuno amputa quel maledetto braccio, creare aspettativa, con un paio di colpi di scena mica male, riuscendo persino a fare vedere sotto una nuova luce e fare rivalutare quella porcata di Thor Ragnarok; il tutto, poi, in una festa visiva e di colpi di scena mica male.

Insomma, non sarà un film dal profondo spessore intellettuale, ma mi ha fatto divertire, appassionare, commuovere… E come direbbe il buon Li er Barista…

Che voi de più dar cinema ?

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Amantea islamica

Byzantines_under_Nikephoros_Phokas_capture_Amantia

Devo essere sincero: la cosa che mi ha fatto più ridere, delle diatribe sulla preghiera del venerdì a Piazza Vittorio è il fatto che uno dei suoi più accaniti contestatori abbia come origine Amantea, in Calabria. Ora, essendo stata nel Medio Evo Al-Mantiah sede di uno strano ed eccentrico stato islamico, non escluderei a priori il fatto che i suoi antenati si siano inginocchiati verso la Mecca con altrettanto fervore di chi aoggi critica con tanta energia.

A valle di questo preambolo, la storia dell’Amantea araba è altrettanto interessante, anche ancor meno nota al grande pubblico, delle vicende dell’emirato pugliese. Per prima cosa, Amantea, nonostante ciò che si legge su qualche sito locale, non è stato un emirato, avendo avuto un’organizzazione molto peculiare e a, differenza di Bari, non avendo mai avuto un riconoscimento ufficiale dal Califfo o dai suoi rappresentanti.

Non era neppure una ribat, una fortezza finalizzata ad ospitare volontari che potessero assolvere al contempo al dovere di difendere le frontiere dell’Islam e al rafforzamento della fede islamica grazie a esercizi spirituali e devozionali. Era invece un’importante e ricca stazione commerciale: nonostante i revisionisti, le cui opinioni sono più legati a pregiudizi ideologici che a dati reali, il dominio islamico in Sicilia corrisponde a un periodo di boom economico.

Boom che si riflette anche sul Thema di Calabria: sappiamo che il suo commercio della seta, prodotta in grandi quantità, grazie alla coltivazione del gelso e degli allevamenti dai monaci basiliani ed esportata a Balarm, dove veniva tessuta nel Tirza dell’emiro, per essere esportata in Egitto, Nord Africa, Al Andalus e Nord Italia, fruttava circa quattro milioni di dinari, pari all’imposta fondiaria percepita dal califfato famitide in tutti i suoi domini.

Il tarì d’oro fatimide era tra l’altro la moneta corrente: la difficoltà da parte dell’amministrazione bizantina di gestire al meglio tale crescita economica e a inserire nel governo del thema le élites calabresi, che volevano vedere riconosciuto prestigio e concesso potere, è stata una delle principali dell’irrequietezza politica dell’area. In tale commercio, Amantea ricopriva un ruolo fondamentale: da una parte, era uno dei punti di raccolta delle materie prime calabresi (cedri, legna, seta) che venivano esportate a Balarm. Dall’altra fungeva da importante snodo delle rotte che univano Al Andalus con Costantinopoli e il Nord Africa con Amalfi, Salerno, Napoli, Gaeta, Pisa e Genova. Proprio questo la fa citare nell’opera del grande geografo arabo Ibn Hawqal e comparire in diverse mappe islamiche dell’epoca.

Per cui, era di fondamentale importanza impadronirsene da parte degli Aglabiti; dopo un primo tentativo, fallito, nel 827 d.C. la conquista avvenne nel 846. In realtà, sin dall’inizio, il dominio di Balarm fu assai labile, date le continue guerre civili che funestavano l’emirato di Ṣiqilliyya, già intorno all 850 a.C. Amantea di autogovernava, con il potere affidato a un’assemblea di notabili e ricchi commercianti, i quali ovviamente, a tutto pensavano, tranne che a guerreggiare contro i partners commerciali bizantini.

Nel 860 d.C. un avventuriero locale, una sorta di Brancaleone islamico, As-Sinsim ,Cincimo, nella sua forma latinizzata, tentò di prendere il potere, ma il suo golpe finì malissimo, tanto che dovette fuggire dalla città, per nascondersi in un luogo imprecisato della riviera dei Cedri, alcuni storici parlano di Fuscaldo, altri di Intavolata, altri ancora di uno dei vari casali da cui si originerà Acquappesa, dove organizzò un esercito con truppe locali, per ritentare l’impresa.

Alcuni storici descrivono As-Sinsim come una sorta di Spartaco, capace di guidare i contadini alla rivolta contro i potenti latifondisti bizantini: in realtà, data la diffusione nell’area della piccola e media proprietà terriera, questa ipotesi è da scartare.  Probabilmente, si accordò con i possidenti, sfruttando a suo vantaggio le spinte centrifughe, il malumore contro l’amministrazione bizantina e il desiderio di avere una fetta maggiore dei proventi del commercio con Balarm, che forse erano presenti nell’area. Così nel 862 a.C. si realizzò lo strano caso di un musulmano, a capo di un esercito di cristiani, che conquistava una città cristiana governata da altri musulmani: insomma, cosa che farebbe venire il mal di testa a parecchi commentatori sui gruppi social dedicati all’Esquilino.

As-Sinsim, data la sua, come dire, peculiare condizione, evitò di proclamarsi emiro o di farsi riconoscere come tale, visto che a Balarm o in Nord Africa, avrebbero potuto avere parecchio da ridire sulle sue iniziative: però, sia per soddisfare la sua ambizione, sia per venire incontro alle richieste dei suoi alleati calabresi, lancio una politica espansionistica.

Da una parte, conquistò Tropea e Santa Severina, altre stazioni mercantili musulmane, in modo da monopolizzare i commerci dell’area; dall’altra, cominciò a sottrarre sempre più territori all’amministrazione bizantina, arrivando a controllare la costa da Diamante a Ricadi.

Nell’871 l’emiro di Bari, Sawdan, assediato dai Franchi dell’imperatore Ludovico II, disperato, visto che considerava As-Sinsim poco più di un predone, gli chiese aiuto: As-Sinsim se ne sarebbe rimasto volentieri fuori, da quella disputa, ma i suoi alleati calabresi, temendo di fare la stessa fine della Puglia, stretta dalla morsa franco bizantina, lo costrinsero a intervenire. Così organizzò una spedizione di soccorso, sempre a capo di un esercito cristiano e di lingua greca, marciando sulla valle del Crati alla testa delle sue truppe.

Venuto a conoscenza dei piani di As-Sinsim , l’imperatore gli inviò contro un contingente di cavalleria pesante al comando del conte Ottone di Bergamo. Rinforzato da truppe di fanteria locale reclutate dai vescovi Osco e Gheriardo, il conte si trincerò tra le rovine dell’antica Pandosia (l’attuale Castrolibero nei pressi di Cosenza) da cui controllava il valico del Potame che dava accesso alla valle del Crati. Cincimo forzò i tempi ed il suo esercito apparve in vista delle milizie imperiali prima del previsto. Il conte, alla vista del nemico, decise di impedirgli di attaccare Cosenza e scese dalle alture per affrontarlo in campo aperto. La battaglia si svolse in un luogo imprecisato tra Castrolibero e Mendicino e si risolse con la disfatta dell’emiro che, salvata a stento la vita, fu costretto a riparare ad Amantea, dove per il resto della vita, si tenne ben distante da tali dispute.

Alla morte di As-Sinsim, per la difficoltà di mantenere una collaborazione tra i notabili musulmani e cristiani, il suo dominio si sfaldò: così i bizantini ne approfittarono per organizzare la rivincita. Un primo tentativo di riconquista bizantina fu nell’882-83 quando il basileus Basilio I il Macedone inviò un corpo di spedizione al comando dello stratego Stefano Massenzio, ma questi, dopo essere stato costretto a togliere l’assedio ad Amantea, che ricevette aiuti dai vecchi alleati calabresi, fu sconfitto rovinosamente sotto le mura di Santa Severina e, costretto a sospendere la campagna, venne richiamato in patria dall’imperatore, che lo sostituì nell’885 con Niceforo Foca il vecchio, generale di ben altra pasta.

Niceforo, per prima cosa, capì che per riconquistare Amantea, bisognava per prima cosa farle terra bruciata attorno: per cui si accordò con i possidenti locali, concedendo loro sia sgravi fiscali, sia la partecipazione al governo locale, per poi organizzare la campagna. Niceforo distribuì le forze a sua disposizione, rinforzate da contingenti di truppe scelte provenienti dall’Oriente, in tre colonne che lanciò all’assalto di Amantea, Tropea e Santa Severina, guidando personalmente l’assedio di quest’ultima. Le tre città caddero una dopo l’altra e nell’anno 886.

Ma l’importanza di Amantea, per il commercio con Balarm, era tale che pochi anni dopo si rifecero vivi in forze: l’emiro Abu’-Futùh Yussuf al Kalbi, poco prima di cadere malato, guidò personalmente la riconquista della città. Stavolta, però, per evitare strane iniziative come quelle di As-Sinsim, i Kalbiti ne mantennero stretto il controllo, sino alla definitiva vittoria bizantina, nel 1031, che approfittarono dell’ennesima guerra civile nell’emirato siciliano

Omar Khayyam, figlio di Ibrahim, costruttore di tende

Omar

Nell’anno 506 si trovavano a Balkh, nella via dei venditori di schiavi, nel palazzo dell’amir Abu Sa’d, l’imam Omar Khayyam e l’imam Mozzafar Esfazari, ed io anche ero con loro. In una piacevole riunione sentii dire alla “prova della verità” Omar: “la mia tomba sarà in un luogo tale, che ad ogni primavera il vento del nord farà piovere fiori sulla terra del corpo mio”. Mi sembrò strana questa predizione, ma sapevo che un uomo come lui non poteva dire sciocchezze vane. Quando nel 530 capitai a Nisciapur, era già qualche anno che quel Grande aveva nascosto il viso sotto il velo della terra, e questo mondo basso era rimasto orfano di lui. Poiché era stato mio maestro, e pertanto avevo verso di lui dei doveri, volli, un venerdì, andare a visitare la tomba, e condussi con me qualcuno che mi indicasse dove fosse. Mi portò fuori, al cimitero di Hire: voltammo a sinistra e vidi la sua tomba ai piedi del muro di un giardino. I peri e gli albicocchi sporgevano i loro rami oltre quel muro, nel cimitero, e avevano ricoperto la tomba di Omar  di un tappeto di fiori. Mi ricordai allora di quelle parole che nella città di Balkh gli avevo sentito dire, e mi vennero le lacrime agli occhi

Badi’ oz Zaman Khorasani

Omar Khayyam, figlio di Ibrahim, costruttore di tende è uno di quegli uomini dal multiforme ingegno, che purtroppo godono presso il volgo di una fama ben minore di quella che meriterebbero

Poeta, musicista e matematico, la sua data di nascita è stata fissata al 18 maggio 1048, utilizzando la mappa dello zodiaco realizzata da Abu al-Hasan al-Bayhaqi, il grande e pedante giurista islamico, il quale conosceva personalmente Omar.

Cosa legasse due personalità così diverse, Abu al-Hasan, religioso, pedante e scettico sulla capacità della ragione umana di comprendere il Creato e Omar, curioso indagatore di tutti gli aspetti dell’esistenza, è uno dei tanti misteri dell’animo umano: l’unica cosa che sappiamo è che, nonostante le differenze, la loro amicizia era forte e sincera…

Non si sa molto della vita del giovane al-Khayyam. Nacque probabilmente a Nishapur, una grande città nel nord dell’Iran, crocevia di carovane, ammirata per le sue biblioteche e le sue scuole. Non sappiamo se Omar abbia seguito da giovane il mestiere del padre, ma in una sua poesia racconta

Khayyam che cuciva le tende della scienza
È caduto nella fornace della disgrazia ed è
stato subito bruciato, le forbici del Fato han
tagliato le funi della tenda della sua vita e
l’agente della speranza l’ha venduto per niente

Una leggenda, raccontata dal grande Borges, come Omar fosse compagno di scuola di Nizam al-Mulk, che diventerà il gran vizir dell’Impero Selgiuchide, protettore delle arti e della cultura e autore del Libro del Governo, l’apice raggiunto dagli scrittori musulmani nel genere di filosofia politica durante l’epoca d’oro islamica e Hasan al-Sabbah, colui che sarà il Vecchio della Montagna,

Una sera, davanti a un focolare, i tre strinsero un patto: se uno di loro fosse diventato una persona potente ed eminente, si sarebbe avvalsa dell’aiuto degli altri due. Niẓām al-Mulk fu il primo ad assurgere alla notorietà quando fu nominato vizir dello Shahanshah selgiuchide Alp Arslan. Per onorare il patto, egli avrebbe offerto ai due amici posizioni e rango adeguato nella corte selgiuchide di Isfahān.

Omar rifiutò l’offerta, chiedendo invece che gli si dessero i mezzi per continuare indefinitamente i propri studi. Cosa che Nizām al-Mulk fece, come pure di costruirgli un osservatorio astronomico. Sebbene anche Ḥasan, come ʿOmar, avesse deciso di accettare la nomina propostagli, dovette però fuggire dopo aver complottato contro il vizir per deporlo. Di conseguenza, Ḥasan passò alla politica militante e conquistò la fortezza di Alamūt, in cui si stabilì, minacciando da lì il mondo sunnita e creando la setta a
lui totalmente devota degli Assassini.

In ogni caso, dovette avere una formazione d’eccellenza, dato che All’età di 17 anni, aveva già acquisito una profonda conoscenza della storia, della filosofia, della medicina, della filologia e della musica, studiando con dedizione le opere, tradotte in arabo, degli antichi intellettuali greci.

All’epoca Omar scrisse il suo primo trattato di matematica che comprendeva, tra le altre cose, la formula per l’espansione di un binomio che abbia per esponente un numero reale positivo, cosa che lo rese subito noto tra i dotti islamici e che rischiò di fargli fare una precoce, pessima fine, dato che un paio di suoi rivali, rosi dall’invidia lo accusarono di dedicarsi all’alchimia e di credenze religiose non ortodosse.

A salvarlo da guai peggiori fu gran giudice Abu-Taher, che dando retta ad Abu al-Hasan, invitò Omar a trasferirsi a Samarcanda, vicenda che ispirerà un romanzo del pluripremiato scrittore libano-francese Amin Maalouf.

In verità a Samarcanda la vita Omar fu assai più noiosa di quanto narrato da Maalouf, dato che si concentrò soprattutto nella stesura del libro Trattato sulla dimostrazione dei problemi di algebra, nella cui prefazione scrisse, pensando forse alle precedenti disavventure

Mi era difficile dedicarmi all’algebra con la concentrazione necessaria, a causa dei disordini del tempo,  che mi crearono molti ostacoli. Siamo stati derubati delle conoscenze che erano state salvate affinché un gruppo, piccolo di numero, tra mille difficoltà, potesse tentare, nei rari momenti di pace, di dedicarsi alla ricerca e all’approfondimento delle scienze. La maggior parte delle persone, che imitano i filosofi, confondono il vero con il falso, e non fanno altro che ingannare e pretendere ocnoscenza, usando quel poco che conoscono delle scienze soltanto per propositi spregevoli e materiali. E quando vedono una persona che ricerca il bene e preferisce la verità, facendo del suo meglio per rifiutare il falso e l’errore e vivere al di fuori dell’ipocrisia e della disonestà, lo ritengono un folle e lo deridono.

La fama di questo trattato fu tale che a 26 anni, Omar fu invitato a Iṣfahān dal sultano Malik Shah, figlio del grande Alp Arslan. Se questi era un generale più fortunato che abile, straordinario politico capace di sfruttare al meglio le debolezze dei nemici, generoso e clemente con i nemici sconfitti, Malik era di ben altra pasta, combattente implacabile, violento feroce e crudele.

Se però Alp Arslan era umile e di gusti semplici, Malik amava il lusso, l’arte e la cultura: Omar desideroso di pace, accettò la sua proposta, entrando così nella cerchia delle persone più vicine al sultano, godendo di una fama ben meritata come indovino e astronomo con il dono speciale della profezia.

Nonostante il suo pessimo carattere Malik aveva particolare simpatia per Omar, tanto da chiudere un occhio sul fatto che fosse diventato amante di una sua concubina.

Cosa che invece, scandalizzò il buon Abu al-Hasan, il quale, pieno di fervore religioso, corse a fare un predicozzo moralista all’amico, che così rispose

“Che male c’è a rubare per una notte una delle quaranta mogli del sultano? Ne ha talmente tante, che non può neanche accorgersene”.

Ma a cosa lavorava, di così importante Omar a Iṣfahān ? Il buon Malik Shah, tra i suoi tanti difetti, aveva anche un pizzico di megalomania; il suo sogno era sostituire il calendario islamico, basato su una scansione del tempo puramente lunare e che prende le mosse dal venerdì 16 luglio 622, in cui fu compiuta l’Egira dal profeta dell’Islam Maometto, con uno più razionale, su base solare, che avrebbe avuto come anno 0 il giorno della sua nomina a sultano.

Omar prese molto sul serio il suo compito: nel 1083, servendosi di una meridiana, un orologio ad acqua e un astrolabio, Omar Khayyam misurò la lunghezza dell’anno solare con una precisione incredibile, coincidente col valore attuale fino alla sesta cifra decimale: 365,24219858156 giorni. La differenza può essere imputata al progressivo rallentamento della rotazione terrestre, che provoca un aumento della durata del giorno di 2 millisecondi ogni secolo.

Poi dopo anni di studio e di osservazioni astronomiche, partendo dall’antico calendario persiano, Omar arrivò alla definizione del cosiddetto calendario di Jalal, con un anno di 12 mesi, i cui primi sei sono di 31 giorni, i successivi 5 di 30, l’ultimo mese è di 29 giorni negli anni normali e di 30 giorni in quelli bisestili, identificati con un sofisticato procedimento di intercalazione; inoltre fissa l’inizio dell’anno in un fenomeno naturale, il verificarsi dell’equinozio di primavera da osservare di anno in anno con osservazioni astronomiche.

Ovviamente, per non scatenare una serie di rivolte religiose, Malik dovette mantenere a malincuore come anno 0 quello dell’egira. Dopo la morte del sultano, nel 1092 il calendario non fu più utilizzato sino al 1922, quando fu reintrodotto in Persia grazie agli Kay Khosrow Shah Ruh. L’Afghanistan ha adottato questo calendario nel 1957, ma servendosi della lingua araba invece che della persiana per denotare i mesi mediante i segni dello zodiaco.

Dopo la morte di Malik, per Omar cominciò un periodo tormentato: l’impero selgiuchide fu scosso dalla guerra civile e lo studioso ricevette numerosi critiche dai religiosi più conservatori: anche questa volta fu salvato da guai peggiori da Abu al-Hasan, che per dimostrare l’ortodossia religiosa del suo amico, più con le cattive che con le buone lo costrinse ad andare in pellegrinaggio a la Mecca.

Nel 1118 Sanjar, terzogenito di Malik, che aveva ereditato la magnanimità e l’intelligenza dal nonno, la ferrea volontà, l’energia e l’amore per la cultura dal padre, riunì nelle sue mani l’impero selgiuchide; per celebrare la vittoria, fondò a Merv un centro di studi, in cui venne invitato Omar, il quale affrontò la sfida matematica più grande, la risoluzione di una particolare classe di equazioni cubiche, non risolvibili con i metodi geometrici degli antichi greci, ossia con le costruzioni eseguite con riga e compasso, ma con le coniche.

Partendo da questo, impostò in maniera generale i problemi connessi alla trasformazione dei problemi geometrici in problemi algebrici, scoprendo una cosa, la presenza di soluzioni multiple, che a noi sembra banale, ma a che all’epoca fu una rivoluzione: in Europa ci si misero tre o quattro secoli per digerirla e comprenderla a pieno

In parallelo, Omar, oltre ad approfondire la questione del Triangolo di Tartaglia, affrontò anche le difficoltà poste dal V postulato di Euclide e dimostra, inconsapevolmente, alcune proprietà delle geometrie non-euclidee. Studiò poi i problemi dei rapporti giungendo a dimostrare l’equivalenza tra uguaglianza dei rapporti secondo Eudosso ed Euclide e quella dovuta ad al-Mahani, basata sulle frazioni continue.

Con il peggiorare della salute, tornò a a Nishapur nel 1131 all’età di quasi 83 anni. Nel XII secolo, i suoi nipoti costruirono una mausoleo a lui dedicato, oggi considerato una delle più belle tombe del mondo arabo.

mausoleo_omar

Nonostante questo, Omar fu presto dimenticato, finché nella seconda metà del XIX secolo, un europeo talentuoso, il grande mistificatore irlandese Fitzgerald, sentì parlare di un vecchio poeta persiano ignorato che paragonava la volta del cielo a una coppa rovesciata; è all’incirca tutto ciò che sapeva del testo originale: prese lo slancio — e che slancio! — a partire da quel solo dato, e pubblicò nel 1859 un Rubayat d’Omar Khayyam, una delle opere più belle della letteratura inglese ed uno dei più inammissibili tradimenti mai commessi nei confronti delle letterature orientali.

Fiztgerald impose la struttura a quartine, cambiò il senso, rovesciandolo, di diverse poesie e pur rendendo famoso Omar, ne diffuse un’immagine falsata di uomo scettico, pessimista ed irreligioso, e quindi rivolto al passeggero godimento delle gioie materiali della vita, soprattutto all’amore e al vino.

La realtà è forse molto più complessa: le poesie di Omar comprendono una varietà di temi che vanno dalla meditazione originale sulla morte e sui limiti della ragione umana “impotente” di fronte al mistero dell’esistenza al rimprovero, spesso rancoroso, a Dio, il cui progetto creativo è accusato di irrazionalità e incoerenza; dal feroce attacco al bigottismo e all’ipocrisia alla profonda e insoddisfatta fame d’infinito.

 

Qui alcune delle sue quartine, tradotte dal grande orientalista Alessandro Bausani

10
Oggi potere alcuno non hai, no, sul domani,
E ripensare al domani non è che tristezza.
Non perder quest’attimo dunque se il cuore tuo non è
folle:
Di questo resto di Vita non si vede il Valore.

12
O Ruota crudele del cielo, dall’odio tuo viene la Morte
E l’ingiustizia fu sempre lo stile tuo antico ed eterno.
O Terra, se il petto tuo squarciassero gli uomini
Quante preziose perle vedrebbero entro il tuo seno!

29
Poi che null’altro che vacuo vento ci resta d’ogni cosa
ch’esiste,
Poi che difetto e sconfitta colgono al fine ogni cosa,
Considera bene: ogni cosa che è, è in realtà nulla;
Medita bene: ogni cosa ch’è nulla, è in realtà tutto.

39
Giorni di primavera e rive d’un rivo e lembo di prato,
E ancor qualche bella fanciulla docile dolce d’angeliche
forme.
Porgi la coppa allora, ché chi beve vino al mattino
Non cura pensier di Moschea, è libero d’ansie di Chiesa.

42
Mi dice la gente: «Gli ubriachi andranno all’inferno!»
Ma son parole queste prive di senso pel cuore:
Se dunque andranno all’Inferno i bevitori e gli amanti,
Vedrai il Paradiso domani nudo come il palmo di mano!

93
Mai l’intelletto mio si distaccò dalla scienza,
Pochi segreti ci sono che ancor non mi son disvelati,
E notte e giorno ho penato per lunghi settantadue anni,
E l’unica cosa che seppi è che mai nulla ho saputo.

202*
L’amata, che il cuore m’ha fatto malato d’amore,
Ella stessa altrove è caduta in preda agli affanni.
Come posso sforzarmi a cercar la mia cura
Quando colui ch’è il mio Medico è caduto malato?

230
Quando son sobrio, la gioia mi è velata e nascosta,
Quando son ebbro, perde ogni coscienza la mente,
Ma c’è un momento, in mezzo, fra sobrietà e ubriachezza…
Per quello tutto darei, quello è la Vita Vera!

234
Fin quando farò ancora sfoggio della mia sciocca igno-
ranza?
Oh, mi si stringe il cuore per l’impotenza mia!
Mi cingerò d’ora in poi con il zunnâr  la vita,
Ché del peccato mio e del mio islâm mi vergogno!

243
O Tempo, tu stesso la tua ingiustizia confessi,
Nel monastero di tiranna Oppressione arcigno t’apparti.
Richezze doni agli abbietti, agli uomini retti tormento:
Uno dei due hai da esser tu, asino o sciocco.

282
Puri venimmo da Nulla, e ce ne andammo impuri.
Lieti entrammo nel Mondo, e ne partimmo tristi.
Ci accese un Fuoco nel cuore l’Acqua degli occhi:
La vita al Vento gettammo, e poi ci accolse la Terra.

Io sto con il MURo

Come sapete, da quando le Danze di Piazza Vittorio hanno lanciato il progetto Street Attack, basato sull’utilizzo del linguaggio della street art per la costruzione di un’identità condivisa tra le tante anime dell’Esquilino e di un ponte tra le tante culture che lo popolano, si sono dovute scontrare con l’opposizione pregiudiziali di  alcuni intellettuali e artisti, chiamiamoli così, per farli contenti, del Rione.

Opposizione i cui motivi, poco chiari e trasparenti, non sono mai stati chiariti, data la tendenza di tali soggetti a fuggire a gambe levate, ogni volta che si profilava ogni minima occasione di confronto.

In questi anni ci siamo dovuti confrontare con pseudo lettere aperte, in cui quei tizi, con la poca onestà intellettuale che li contraddistingue, hanno spacciato il loro punto di vista, numericamente trascurabile, per quello di un’intera associazione, con chiacchiere al limite della diffamazione e interrogazioni al municipio compiute da loro amici politicanti…

Eppure, siamo stati fortunati, sia per il continuo appoggio degli abitanti del Rione, sia perché, grazie a Dio, non siamo mai stati vittima di brutti episodi come quelli accaduti ai ragazzi del Progetto MURo,Museo di Urban Art di Roma che, per chi non lo sapesse, è museo a cielo aperto di Street Art, nato nel 2010 grazie ai primi murales realizzati da Diavù nell’area storica del quartiere Quadraro, all’incrocio tra il V e il VII Municipio del Comune di Roma, e ha attualmente opere visitabili in molti altri quartieri.

Il MURo è un progetto site-specific, ovvero ideato per far relazionare gli artisti con la conformazione e la storia dei luoghi di convivenza sociale dove realizzano le proprie opere e community-specific, ovvero mira a percepire e rispettare lo “spirito dei luoghi” e della comunità in cui interviene ed è condiviso coi cittadini, si confronta con le loro idee e le loro storie (soprattutto con coloro che vivono o frequentano le aree interessate dalle opere.

Per capire ciò che è successo, lascio la parola ai protagonisti

La sera di martedì 10 aprile 2018 l’artista David Diavù Vecchiato nonché direttore artistico e ideatore del progetto M.U.Ro. Museo di Urban Art di Roma, ed un nostro associato ed assistente esecutivo del progetto, Giorgio Silvestrelli, sono stati vittime di un’aggressione violenta mentre ultimavano dei ritocchi a un murale in via Decio Mure, nel quartiere Quadraro.

L’aggressione è stata perpetrata da un personaggio già noto alle forze dell’ordine che in passato aveva minacciato di morte Vecchiato ed aveva già aggredito il nostro associato Silvestrelli. Ebbene questa volta, sempre il medesimo soggetto, è passato alle vie di fatto anche nei confronti del noto artista, al quale ha provocato un trauma facciale e un trauma in regione cervicale.

L’aggressore ha addirittura motivato il proprio comportamento in quanto, a suo dire, vuole decidere i soggetti raffigurati nelle opere d’arte del progetto MURo e vuole inoltre ricavare benefici economici – per sé e per altri cittadini del quartiere da lui non meglio specificati – da parte della nostra Associazione Culturale.

Tralasciando l’assurda pretestuosità delle predette affermazioni che denotano la matrice intimidatoria dell’attacco, l’aggressore sta inoltre diffamando noi e il nostro progetto sui social network, coperto da falsa identità, e promuovendo con minacce e autocompiacimento il proprio operato violento ed intimidatorio nei nostri confronti.

Sembra in questo modo voler infangare il grande contributo che il progetto M.U.Ro. ha dato a tutto il quartiere del Quadraro Vecchio e i benefici che questo ha portato al suo interno.

Infatti il progetto MURo nasce al Quadraro vecchio nel 2010 grazie a un’idea di David Vecchiato, in arte Diavù. L’artista, internazionalmente noto nell’ambito dell’Urban Art, è un abitante del quartiere romano, così come lo erano i suoi nonni materni già dagli anni 50 del 1900, e per spontanea volontà di portare alla luce alcune delle storie del territorio e di iniziare un processo di valorizzazione culturale e artistica dello stesso, Diavù dipinge nel corso di questi otto anni 7 opere di Street Art al Quadraro e 6 a Torpignattara (di cui 9 donazioni e 4 su commissione). Già dal 2011 l’artista inizia con altri cittadini un percorso di autofinanziamento e di volontariato che permetterà la nascita dell’Associazione Culturale MURo e il coinvolgimento di 32 artisti di tutto il mondo e di fama internazionale*, di cui molti ben quotati sul mercato artistico, per realizzare altre 27 opere di Urban Art nei due quartieri periferici di Roma, di cui 24 nell’area del Quadraro Vecchio. Molte di queste opere vengono realizzate a titolo completamente gratuito e nascono grazie al confronto tra alcuni cittadini del quartiere e gli artisti che Vecchiato presenta loro, e che in alcuni casi ospitano nelle proprie abitazioni, e allo stimolo che questi ultimi offrono ai primi. Queste peculiarità faranno definire dalla stampa il M.U.Ro. un progetto artistico “community specific”, che verrà poi imitato in molti altri progetti simili altrove. Alcune delle opere del M.U.Ro. del Quadraro e di Torpignattara sono state protagoniste di due documentari di Sky ARTE, di 50 minuti ciascuno, nel 2013 e nel 2015.

Grazie a queste iniziative volte alla realizzazione di 40 opere d’arte su 24 pareti private e 10 muri pubblici nel corso di questi otto anni, il Quadraro per l’opinione pubblica viene sempre meno ingiustamente additato come covo di ripetuti episodi di cronaca nera e viene sempre più considerato un quartiere della Città Eterna di rilevante importanza ed è recensito dai più importanti media nazionali ed internazionali come un luogo assolutamente da visitare, ricco di Arte e di Storia.

Tornando a quanto accaduto lo scorso 10 aprile 2018, l’opera muraria a cui l’artista Diavù stava dando gli ultimi ritocchi è stata commissionata alla nostra Associazione dal VII Municipio di Roma. L’opera vede come protagonista una delle vittime della deportazione nazifascista del Quadraro avvenuta il 17 aprile 1944: il cittadino del quartiere Sisto Quaranta, deceduto da qualche mese e conosciuto personalmente dall’artista, che ha voluto dedicare questo omaggio a tutti gli abitanti del quartiere che furono vittime di quell’episodio crudele e traumatico della nostra Storia.

Anche in questo caso quindi David Diavù Vecchiato, insieme all’Associazione MURo, stava realizzando un progetto artistico con l’intento, ancora una volta, di dare prestigio al Quadraro ed alle persone che ci vivono, attraverso la valorizzazione della Storia del quartiere e al recupero delle memorie del territorio. E questa volta su mandato istituzionale.

Giunti a questo punto noi associati prendiamo atto del clima sfavorevole che si è venuto a creare e riteniamo che sia diventato pericoloso proseguire con il nostro lavoro a causa delle gravissime aggressioni verbali e fisiche accadute lo scorso anno e, da ultimo il 10 aprile scorso, ai nostri associati e all’artista Diavù.

Riteniamo infatti che dal momento che non vi è più la necessaria serenità, tranquillità e soprattutto sicurezza per poter proseguire con altre iniziative, sia necessario ed urgente prendere provvedimenti sperando siano utili ad interrompere queste aggressioni che ogni volta diventano sempre più gravi e preoccupanti.

Abbiamo infatti il fondato timore che questi spiacevoli episodi di violenza si possano ripetere nel tempo con ben altre e più gravi conseguenze.

Comunichiamo quindi l’immediata interruzione di tutte le opere d’arte realizzate a titolo gratuito nel quartiere. Non dipingeremo pertanto più murales al Quadraro Vecchio finché non riterremo il pericolo completamente rientrato.

Nel frattempo invitiamo ufficialmente tutte le Associazioni e le altre organizzazioni che periodicamente realizzano Street Art Tour nell’area del Quadraro di prestare molta attenzione alla propria incolumità poiché riteniamo attuale il pericolo di potenziali aggressioni anche nei loro confronti.

Consapevoli che l’interruzione della nostra attività artistica rappresenta una vittoria per l’aggressore, ottenuta attraverso una feroce violenza finora rimasta impunita, riteniamo che la sconfitta non sia solo nostra, ma dell’intero quartiere.

Certi dell’ottimo lavoro che è stato fatto dal M.U.Ro. e di quello che si potrebbe ancora fare, ma anche consci della profonda cicatrice che l’incivile comportamento di questo individuo sta lasciando a tutta l’Associazione, per tutelare noi e le nostre famiglie non possiamo far altro che chiudere qui quest’esperienza di 8 anni, augurando al Quadraro di mantenersi un quartiere sempre più fiero della propria identità.

Quel “quartiere che non abbozza” che di violenza e soprusi nella propria Storia dovrebbe averne visti abbastanza.

* i 32 artisti, oltre Diavù, che hanno realizzato opere di Urban Art nell’area del Quadraro e di Torpignattara dal 2011 ad oggi per il MURo Museo di Urban Art di Roma sono: Jim Avignon (Germania), Nicola Alessandrini (Italia), Gary Baseman (USA), Marco About Bevivino (Italia), Zelda Bomba (Francia), Fin Dac (UK), Dilkabear (Kazakistan), Alberto Corradi (Italia), El Niño De Las Pinturas (Spagna), Ron English (USA), Camilla Falsini (Italia), Malo Farfan (Messico), Massimo Giacon (Italia), Veks Van Hillik (Francia), L7M (Brasile), Lucamaleonte (Italia), Maupal (Italia), Buff Monster (USA), Omino 71 (Italia), Alice Pasquini (Italia), Paolo Petrangeli (Italia), Gio Pistone (Italia), Irene Rinaldi (Italia), Alessandro Sardella (Italia), Beau Stanton (USA), Mr. Never Satisfied (USA), MR. Thoms (Italia), Daniele Tozzi (Italia), Nicola Verlato (Italia/USA), Julieta XLF (Spagna), Raoul XLF (Spagna), Zio Ziegler (USA).

Da parte mia, piena solidarietà ai ragazzi del MURo e l’invito a tenere duro e non arrendersi: capisco bene la rabbia e lo scoramento, la voglia di mandare tutti al diavolo, ma non si può darla vinta a chi antepone il proprio egoismo al bene comune…

Perché il MURo è un modello per tutti noi, insegnandoci come l’Utopia non è un sogno impossibile, ma un obiettivo concreto.

Presentando Cinarriamo

Li Bai

Davanti al letto un raggio di luna
C’è brina sulla terra
Alzo la testa verso la splendente luna
Chino il capo pensando alla mia terra lontana

Da ragazzo mi capitò tra le mani una biografia di Li Bai (all’epoca si usava ancora la forma Li Po, usata dal buon Ezra Pound) e rimasi affascinato dalla figura di questo grande poeta taoista, ribelle, ubriacone, nemico delle convenzioni sociali, tanto da rifiutarsi di partecipare agli esami imperiali di ispirazione confuciana che avrebbero potuto garantirgli una posizione nella burocrazia statale dell’epoca, il famoso posto fisso, e da farsi cacciare a pedate dalla corte dall’imperatore dei Tang Xuanzong, trascorrendo la vita in avventurosi vagabondaggi.

Mi affascina tanto la sua fine: Li Bai, dopo aver bevuto abbondantemente, salì in barca per una gita sul Fiume Azzurro. Era una sera di luna piena e l’astro si rifletteva sulla superficie delle onde. Il poeta, completamente ubriaco, credette che la luna fosse finita nel fiume, si sporse dalla barca per afferrarla, cadde in acqua e annegò.

Me lo immagino così, sul barca, pronto ad afferrare il raggio di luna, cantando una delle sue poesie…

Da una brocca di vino, in mezzo ai fiori,
solo, mi verso da bere,
senza un amico accanto.

Levando la coppa, invito la pallida luna.
Ora siamo in due e,
con la mia ombra,
addirittura in tre.

La luna – è vero – non osa bere.

L’ombra, poi, si limita a seguirmi macchinalmente.
Ma, almeno per un poco ho trovato dei compagni:
la luna, l’ombra,
disposti a fare allegria,
per arrivare alla primavera.

Mi metto a cantare,
e la luna tenta in modo maldestro
qualche passo di danza.

Mi metto a ballare,
e l’ombra si agita scompostamente.

Finché sono stato lucido,
direi che ci siam fatti buona compagnia.

Ma poi ho preso una bella sbronza,
e ciascuno se n´è andato per conto suo.

Ormai legati per sempre,
senza passioni,
ci diamo appuntamento, lontano,
sul fiume delle nuvole.

Una scena che prima o poi farò rappresentare in un murale all’Esquilino… Fu una grande sorpresa, quando scoprii come Li Bai fosse in realtà un Han di seconda o terza generazione, essendo forse la sua famiglia di origine turca.

Il che ne aumenta ulteriormente il fascino, rendendolo un ponte tra mondi differenti, capace di reinterpretare e narrare un’altra cultura, in funzione non solo del suo vissuto, ma di una diversa visione del mondo.

Orientalia

Riscrittura che è alla base del concorso per racconti brevi Cinarriamo, organizzato da Orientalia editrice e da AssoCina, dedicato, scopiazzo senza ritegno,dedicato alle nuove generazioni sino-italiane, nate o cresciute in Italia. L’obiettivo del concorso è quello di dare voce alla narrazione dell’elaborazione identitaria dei sino-italiani nati o cresciuti in Italia attraverso racconti di storie reali o di fantasia. Il concorso è aperto a tutti i sino-italiani nati o cresciuti in Italia che abbiano compiuto 15 anni al
31/12/2017.

La data di consegna sarà il 31 agosto 2018 e i migliori racconti saranno pubblicati in un’antologia…

Concorso che è stato presentato questo pomeriggio da nel Palazzo del Freddo e sia con le parole, sia con il concreto culinario, con un gusto sperimentale di gelato, basato su un dolce tradizionale cinese, elaborato da Andrea Fassi e Sonia Zhou (tra l’altro, se vi fidate del mio gusto onnivoro, molto buono)

Presentazione che è specchio del fascino del nostro Rione, che, con tutti i suoi ormai tradizionali problemi, nasce dalla polifonia di voci e storie differenti, le quali, ogni volta, generano una nuova armonia (comunque, per i brontoloni di professione… Durante la presentazione ho beccato due mie zii che non capitavano nel Rione da tempo immemorabile, che si stupivano di quanto fosse migliorato rispetto agli anni Ottanta)

Per terminare il mio sproloquio, un’altra delle poesia di Li Bai, che mi hanno fatto compagnia nei tanti esili della mia vita..

All’alba lasciai la bianca città del Re con bagliori nelle nuvole,
Il viaggio di diecimila miglia per Jiang Ling, compiuto in un solo giorno,
Su entrambe le sponde le grida dei gibboni è senza pausa,
Mentre la mia leggera barca sfiora migliaia di dirupi.

P.S. mi è appena arrivato un messaggio da Li er barista, intenzionato a partecipare al concorso con un racconto in cui un ultras cinese della Roma si ritrova nella versione esquilina di Grosso Guaio a Chinatown, con l’alter ego letterario del sottoscritto a svolgere il ruolo di Kurt Russell

Trascurando il fatto che non oso immaginare il risultato, è l’occasione, nei prossimi mesi di rifarmi dei preziosi consigli letterari che mi ha sempre propinato specialmente nelle serate buie e tempestose, quando i fulmini lampeggiano, i tuoni rimbombano e la pioggia viene giù in gocce pesanti come piombo.

Consigli del tipo

Mettice du’ marziani, che quelli piacciono sempre

O

Aggiungice Huang Di, l’Imperatore Giallo, che spacca !

Il fantastico mondo dei BlockChain

 

Quello dei bitcoin e delle altre criptovalute è ormai un argomento noto al grande pubblico: un poco meno conosciuta è la tecnolgocia che ne permette tutto questo, il blockchain, che vuoi o non vuoi, ha al punto di vista teorico, una trentina d’anni sul groppone.

La sua realizzazione pratica è di fatto uno degli effetti collaterali dell’avvicinarsi della singolarità tecnologica. Per chi non lo sapesse, ridotto all’osso, il blockchain è un database che, anziché risiedere su un unico server, è strutturato in blocchi distribuiti su diversi nodi di una rete.

Le informazioni che vi sono inserite, invece di risiedere in un unico contenitore, si replicano in tempo reale in tutti i nodi della rete, che ne possono in qualsiasi momento verificarne la validità.

In più, a valle della validazione, le informazioni non possono essere più modificate. Nella blockchain è consentito solo aggiungere informazioni, e non alterare quelle già presenti, il che ne garantisce la massima trasparenza.

Ma come avviene, nel concreto, tutto ciò ? Il primo step, consiste nella definizione di una transazione, con cui due controparti distinte si scambiano informazioni, opportunamente codificate. Il passo successivo, è la trasmissione della transazione alla rete peer to peer su cui è implementato il database distribuito; tutti i nodi di tale rete sono dotati di un’opportuna procedura per verificarne la validità

Quando la rete raggiunge un consenso, la transazione viene aggregate alle altre verificate di recente, creando un blocco, che viene identificato da tre parametri: l’hashing derivato dai dati che contiene, l’impronta digitale del blocco che lo precede e un numero casuale, detto nonce.

A seguito di ciò, alcuni nodi speciali, i famigerati miner, entrano in competizione tra loro per il diritto di aggiungere il nuovo blocco alla blockchain, eseguendo una serie di operazioni matematiche su di esso, in modo da ottenere una soluzione che soddisfi una certa regola stabilita dalla rete.

Il primo nodo che trova questa soluzione, oltre a validare il blocco, ottiene una sorta di premio (nel caso delle criptovalute, ad esempio, un loro gruzzoletto variabile nel tempo… Ad esempio, nel caso dei bitcoin ogni risoluzione di un blocco era premiata con 50 di questi; oggi, il valore del premio è pari a 12.5 bitcoin. Intorno al 2140 il premio si azzererà). Fatto questo, il blocco convalidato è aggiunto al blockchain con un’impronta digitale che contiene anche quelle dei blocchi che la procedono.

Ciò rende il blockchain sempre più sicuro all’aumento del numero di blocchi, perché ogni piccola modifica del contenuto informativo, non altererebbe l’impronta digitale del blocco modificato, ma anche di quelle successivi, permettendo l’immediata identificazione della frode.

Essendo così legata allo scambio di informazioni e alla loro validazione, il blockchain ha una possibile campo di applicazione molto più ampio di quello delle criptovalute

Faccio alcuni esempi di alcune applicazioni già esistenti: nell’ambito delle istituzioni finanziarie, con Ripple sono controllate le transazioni interbancaria, il che ha avuto l’ottimo effetto collaterale di rendere un poco meno creativa la finanza degli istituti di credito teutonici

Negli USA diversi Stati usano meccanismi di blockchain per garantire la validità dei certificati amministrativi e dei documenti legali. Wepower permette l’acquisto e la vendita diretta tra privati di fonti di energia rinnovabili.

Mycelia permette ai musicisti di essere pagati direttamente dai loro fans senza dover rinunciare a una parte consistente delle loro entrate per gli intermediari, come ad esempio iTunes garantendo, al contempo, con la tracciabilità dei metadati associati alle opere creative, il rispetto della proprietà intellettuale… Lo stesso meccanismo, ad esempio, potrebbe essere esteso alle fotografie o ai quadri

La londinese Everledger usa un suo blockchain, come anagrafe distribuito dei diamanti commercializzati nel mercato delle pietre preziose. Una soluzione analoga, per risolvere tutte le diatribe sul diritto di seguito, potrebbe essere utilizzata nel mercato dell’arte, il che faciliterebbe anche l’identificazione delle opere rubate e dei falsi.

Civil, per combattere le fake news, ha invece messo su una piattaforma per il giornalismo inalterabile, senza pubblicità, sostenuto da una rete distribuita di lettori.

Interessanti sono le applicazioni in ambito assicurativo, le cui società hanno tutto da guadagnare nell’avere una base dati di transazioni sicure e decentralizzate, per prevenire le frodi, per gestire al meglio il rischio e avere informazioni certe sui propri clienti, da dare in pasto agli engine Big Data

I blockchain possono facilitare la tracciabilità della filiera agroalimentare, la gestione della produzione e della logistica in ambito manifatturieri o facilitare la comunicazione tra i sensori IoT connessi, oltre a rendere lo scambio di dati più sicuro e veloce.

Più futuribili le applicazioni in altri campi: possono, con sommo scorno dei grillini, costretti finalmente alla trasparenza, rendere verificabile e credibile il voto digitale e tracciabile qualsiasi modifica ai programmi elettorali messi on line.

Un blockchian potrebbe essere utilizzato per certificare con trasparenza e sicurezza transazioni di compravendita immobiliare, permettendoci di mandare in pensione la lobby dei notai. Potrebbe semplificare e automatizzare le procedure di car sharing, eliminando intermediari come Uber (e provocando numerosi coccoloni ai tassisti)

Aumenterebbe la tutela dei dati personali di ogni genere e risma e al contempo, collegando tra loro migliaia di dispositivi personali in una rete P2P e con una blockchain con cui pagare chi mette a disposizione la potenza computazionale, si potrebbero realizzare grid computing decentralizzato.

Analogo modello, potrebbe essere utilizzato dai cloud broker, per permettere ai loro clienti di rivendere a terze parti le VM su public cloud non utilizzate a pieno, per massimizzarne i consumi e al contempo, ribaltare su terzi parte dei canoni dovuti al provider.

Insomma, il limite è solo nella nostra creatività…