La storia di Cuma

Così piangendo disse: e navigando
Di Cuma in vèr l’euboïca riviera
Si spinse a tutto corso, onde ben tosto
Vi furon sopra, e v’approdaro alfine.
Volser le prue, gittâr l’ancore; e i legni,
Sì come stero un dopo l’altro in fila,
Di lungo tratto ricovrîr la riva.

Così Virgilio, nella traduzione di Annibal Caro, raccontava l’approdo di Enea sul litorale di Kýmē, la nostra Cuma, che Strabone,nella sua Geografia così definisce

Cuma, colonia antichissima dei Calcidesi e dei Cumani, la più antica fra quelle di Sicilia e d’Italia. Ippocle cumano e Megastene calcidese, i quali guidavano la spedizione, convennero tra loro che agli uni sarebbe stata attribuita la colonizzazione, degli altri la colonia avrebbe assunto il nome; ecco perché la città si chiama Cuma, mentre si parla di fondazione calcidese

Molti accusano Strabone di aver scritto una balla, poiché il primo stanziamento greco in Italia è Pithecusa, nell’isola d’Ischia, fondata dai recenti scavi archeologici intorno al 800 a.C. Però Pithecusa, in origine, non era un colonia di popolamento vera e propria, ma un emporio commerciale multietnico, dove vivevano numerose minoranze di etruschi, fenici e punici.

La nascita di Cuma, invece, è legata a un vero e proprio trasferimento di popolazione: Eusebio e Velleio, tra l’altro, lo fanno risalire all’anno 1050 a.C. Con le attuali ipotesi relative alla revisione della cronologia greca arcaica, qualche studioso sta cominciando a rivalutare questa notizia, che però si scontra con una dato di fatto, difficilmente aggirabile. La più antica documentazione archeologica associabile al sito greco risale al 725-720 a.c. Di conseguenza, la colonia deve essere stata fondata intorno al 750 a.C.

Secondo la leggenda, gli ecisti Ippocle e Megastene scelsero di approdare quel punto della costa perché attratti dal volo di una colomba o secondo altri da un fragore di cembali, il che implica come il luogo fosse già abitato. Lo attestano, ad esempio, ritrovamenti su Monte di Cuma, sulla quale sorse l’acropoli, dove durante il Bronzo Finale e la prima Età del Ferro (XI-IX sec. a.C.) esisteva un villaggio di una popolazione di cultura appenninica.

Oscuro e incerto è il periodo delle origini della città, documentato più che altro dai corredi di alcune tombe di carattere orientalizzante e da poche ma preziose iscrizioni arcaiche che attestano come ai Greci di Cuma si debba l’introduzione dell’alfabeto calcidese e la sua adozione da parte delle altre popolazioni italiche. Di fatto, l’alfabeto latino è una variante di quello calcidese usato a Cuma.

Qualche anno, negli scavi di Osteria dell’Osa, il futuro ager di Gabii, fu ritrovato un graffito in alfabeto greco su un vaso di produzione locale, risalente al 770 a.C. assieme a materiale riconducibile all’area meridionale tirrenica, in particolare all’ambito della cultura delle tombe a fossa di Campania e Calabria.

Secondo Adriano La Regina, che per primo ne diede l’edizione, il processo di alfabetizzazione sarebbe avvenuto in Campania (zona di Cuma) durante contatti commerciali fra Greci e gente locale e da lì sarebbe stato trasmesso nel Lazio (zona di Gabii) e successivamente a Roma. Questo confermerebbe la tradizione di Dionigi di Alicarnasso, secondo la quale Romolo e Remo si recarono a Gabii ad apprendere le lettere, e comporterebbe come la diffusione dell’alfabeto sia avvenuta attraverso vie interne (non toccate da rotte costiere) e nelle fasi di precolonializzazione, senza la mediazione etrusca, come si era ipotizzato in precedente.

Comunque, fra il sec. VII e il VI, il dominio della polis campana si estese rapidamente a tutta la regione flegrea e i porti naturali di Capo Miseno e tutto il golfo di Puteoli vennero a far parte ben presto dello stato cumano: seguì la fondazione di Neapolis con la quale si stabilì un’effettiva egemonia cumana su tutto il litorale della Campania, giungendo sino a Punta Campanella, all’altezza di Massa Lubrense, dove i coloni greci edificarono un tempio alla dea Atena, l’Athenaion, la cui fondazione mitica è attribuita a Ulisse.

Ma contro Cuma si allearono le popolazioni italiche della Campania, i Dauni, gli Arunci e gli Etruschi di Capua, per i quali ultimi soprattutto l’egemonia marittima dei Greci costituiva il maggior ostacolo all’espansione economica e politica. E si ebbe così la grande battaglia del 524 a. C. Secondo Dionisio l’esercito etrusco sarebbe stato composto da 500.000 fanti e 18.000 cavalieri: cifre evidentemente esagerate. I Cumani invece, sotto il comando di Aristodemo, detto il Malaco, eufemismo per dire gay sarebbero stati forti solo di 4500 fanti e 600 cavalli.

I Cumani attaccarono battaglia in luogo assai favorevole, fortemente accidentato, con laghi e alture, dove batterono pienamente i nemici che non poterono schierare le loro forze. Né mancò ben presto ad Aristodemo favorevole occasione di far sentire agli Etruschi tutto il peso dell’ostilità cumana, ché, alleatosi con i Latini, intervenne al loro fianco quando gli Etruschi minacciati dalla lega latina assediavano Aricia e, assunto il comando, riuscì a battere per la seconda volta i Tirreni e a liberare la città.

Tutto era conseguenza del tentativo di espandere il dominio cumano nel Latium Vetus, approfittando del caos che si era scatenato a seguito delle faide interne tra Tarquini. Ma né le vittorie conseguite né il favore popolare assicurarono ad Aristodemo una pacifica dittatura; una congiura, tramata da profughi politici con il favore del partito aristocratico, portò alla rivoluzione e alla morte di questo tiranno, a cui si deve il consolidamento della potenza e della grandezza di Cuma.

Ucciso Aristodemo, travagliata la città da discordie interne, gli Etruschi tentarono la riscossa, e Cuma ricorse per aiuto a Gerone, potente principe di Siracusa, il che portò alla battaglia navale del 474 a.C.

La vittoria sugli etruschi e la decadenza delle loro polis campane, ebbe però due effetti indesiderati sul Cuma: i Tirreni locali si erano dedicati, come base economica, alla cerealicultura estensiva: questo aveva portato al ferreo controllo degli osci locali, che fungevano da braccianti e coloni. Alla notizia della sconfitta, questi si ribellarono in massa. Secondo quanto racconta Dionigi di Alicarnasso,

Non acquisirono la terra secondo giustizia quando la occuparono la prima volta, ma accolti come ospiti dai Tirreni che la abitavano e uccisi tutti gli uomini, presero le loro donne e sostanze e città e la terra ambita

Rivolta, che oltre a mettere in crisi i commerci, si estese anche ai territori greci. Al contempo, sorse il problema sannita, che all’epoca stavano perfezionando la loro economia basata sull’allevamento ovino e sulla transumanza: le loro greggi, che in estate stanziavano sugli altipiani appenninici, d’inverno avevano bisogno di pascoli in zone temperate ed il territorio dell’agro capuano si presentava tanto a portata di mano da rappresentare la migliore soluzione per soddisfare le esigenze degli allevatori sanniti.

Gli etruschi avevano trovato un compromesso con i Sanniti, adottando una sorta di primitiva rotazione delle cultura: un anno un campo veniva coltivato a grano, l’anno successivo destinato a pascolo e affittato agli allevatori e viceversa. Con crollo tirrenico, gli accordi saltarono e le greggi sannite dilagarono ovunque, mettendo in crisi la produzione agricola locale e gli approvviggionamenti delle polis greche.

Al contempo, i Sanniti miravano anche a controllare le rotte commerciali in mano delle polis campane: per cui, iniziarono una politica espansionista che tra il 440 e il 420 a.C. portò alla conquista sannita di Cuma, che pur conservando culti e costumi greci, diventò una città osco-sabellica, con tutte le stranezze di questo melting pot.

Con l’occupazione romana della Campania, Cuma ebbe da Roma la civitas sine suffragio (anno 334) e tutto il distretto dell’agro cumano e capuano venne sottoposto alla giurisdizione dei praefecti Capuam Cumas (anno 318). Durante l’invasione annibalica, dopo la battaglia di Canne, a Cuma si combattè una battaglia assai aspra tra romani, campani e cartaginesi.

Tutto nacque dal tentativo dei Capuani di trascinare dalla parte di Annibale la città di Cuma, sollecitando dapprima i Cumani ad abbandonare l’alleanza con i Romani, e poiché non riuscirono a sortire alcun effetto, provarono ad impadronirsene con l’inganno. Tutti i Cumani dovevano celebrare periodicamente un sacrificio nelle vicinanze del santurario di Hamas, dedicato alla dea Madre, posto a tre miglia da Cuma. Il senato campano chiese a quello cumano di radunarsi insieme presso questa località e procedere ad un comune accordo, affinché entrambi potessero avere gli stessi alleati o nemici (tra Romani e Cartaginesi). I Cumani, seppure sospettassero la frode, non rifiutarono l’incontro, ritenendo di poter porre rimedio a tale inganno

Contemporaneamente il console Tiberio Sempronio Gracco, aveva passato in rassegna l’esercito, che si era radunato a Sinuessa, e dopo aver attraversato il Volturno aveva posto i suoi accampamenti presso Liternum. Qui il console dispose di esercitare soprattutto le reclute appena arruolate, in maggior parte volones, ossia schiavi che aveva accettato di diventare legionari in cambio della libertà, ad effettuare le dovute manovre, per abituarli a seguire le insegne e riconoscere i propri reparti sul campo di battaglia; ad istruire i legati e i tribuni, impedendo che le reclute potessero essere vilipese e dove il veterano fosse equiparato alla recluta ed il libero cittadino allo schiavo.

A Tiberio Gracco venne inviata un’ambasceria, informandolo di ciò che i Campani stavano tramando nei confronti dei Cumani e che, tre giorni più tardi, avrebbero dovuto recarsi presso Hamas ad incontrare il senato e l’esercito riunito campano. Gracco allora consigliò ai Cumani di raccogliere più provviste possibili all’interno della città e di rimanervi. Egli intanto mosse l’intero esercito verso Hamas il giorno prima della celebrazione del sacrificio.

I Campani erano giunti numerosi e con loro il meddix tuticus, il magistrato supremo Mario Alfio, insieme a 14.000 armati, più intenzionato a preparare la cerimonia religiosa che a fortificare il suo accampamento.

Si trattava di una cerimonia notturna, compiuta prima della mezzanotte. Gracco, poste le sentinelle a guardia delle porte dell’accampamento perché nessun traditore potesse uscire e avvertire il nemico, obbligò i soldati a dormire durante il pomeriggio (dall’ora decima, vale a dire le 16.00), in modo da poterli radunare di notte e mettersi in marcia nel silenzio più totale, giungendo all’ora opportuna presso Hamas.

Quando giunse ad Hamas attorno a mezzanotte, assalì da tutte le porte, nontemporaneamente, l’accampamento dei Campani, impegnati nella cerimonia religiosa. Uccise molti che erano andati a dormire, altri che tornavano inermi dalla cerimonia. Molti morirono. Livio scrive che furono uccisi più di 2.000 Campani, oltre al loro stesso condottiero, Mario Alfio. Molti furono fatti prigionieri e furono prese 34 insegne militari.Le perdite romane furono invece meno di 100. Gracco poi, una volta impadronitosi dell’accampamento nemico, si affrettò a ritirarsi dentro le mura di Cuma, per timore che Annibale potesse giungere rapidamente presso lo stesso, essendo posizionato sul Monte Tifata, poco a nord-est di Capua.

Previsione che non era campata in aria: un paio di giorni dopo Annibale si presentò baldanzoso sotto le mura di Cuma, per assediarla la pose sotto assedio, dopo aver saccheggiato l’agro cumano ed aver posto gli accampamenti a mille passi dalla città. Tiberio Gracco mandò un messaggero a Fabio Massimo il Temporeggiatore, che aveva il castrum presso Cales, il quale, tutt’altro che intenzionato ad affrontare il cartaginese, fece orecchi da mercante.

Sempronio venne così assediato, nel frattempo le macchine dei punici cominciarono ad essere approntate. Il console romano, per rispondere ad una grandissima torre di legno avvicinata alla città, ne fece sorgere un’altra sulle mura, più alta, essendosi servito dell’altezza del muro, appoggiandovi la torre su solide travi. Da questa i combattenti romani potevano difendere la città e le mura, lanciando sassi, e dardi di ogni genere.

Quando videro che la torre dei Cartaginesi era ormai giunta sotto le mura e vi era appoggiata, i soldati romani lanciarono contro la stessa tizzoni ardenti che provocarono un grande incendio. Dinanzi a questo incendio, i soldati cartaginesi cominciarono a gettarsi spaventati dalla torre, fuggendo verso l’accampamento. I romani ne approfittarono per una sortita, facendone grande strage. Livio commentò l’evento

«[…] in quel giorno il Punico [Annibale] apparve più simile ad un assediato che ad un assediante.»

Alla fine della battaglia 1.300 Cartaginesi furono uccisi e 59 presi vivi. Tiberio Gracco, prima che il nemico potesse reagire, diede il segnale di ritirarsi dentro le mura di Cuma. Il giorno seguente, credendo Annibale che il console Gracco, imbaldanzito dalla vittoria, avesse voluto combattere una battaglia campale, dispose il suo esercito in ordine di combattimento, tra i suoi accampamenti e la città. Tiberio Gracco, che scemo non era, rispose a pernacchioni, per cui, dati che stavano finendo i viveri, Annibale decise di togliere l’assedio e far ritorno al Monte Tifata.

Per questa sua fedeltà, Cuma ebbe nel 180 a. C. il diritto di servirsi della lingua latina negli atti ufficiali, e poi, già prima, è da credere, della guerra sociale, i pieni diritti di cittadinanza. Nella guerra civile fu una delle piazzaforti di Ottaviano che, con il valido ausilio di Agrippa, poté fare di Cuma, del lago d’Averno e di Miseno, una formidabile base navale da opporre alla flotta di Sesto Pompeo. Ebbe da Augusto una colonia militare. Dopo la vittoria di Ottaviano, essa diventò posto di riposo e di quiete, un rifugio dalla vita tempestosa ed agitata di Puteoli, città tanto tranquilla che Giovenale, nella III satira, non può fare a meno di invidiare ad un suo amico.

Alcuni studiosi hanno formulato l’ipotesi che a Cuma, in epoca paleocristiana, sia stato scritto nella prima metà del II secolo Il pastore di Erma, un libro di gener apocalittico, che ebbe un successo strepitoso tra i primi cristiani, tanto che alcuni Padri della Chiesa lo considerarono Sacra Scrittura.

Il libro, il cui contenuto è sintetizzabile in

“Sozzi peccatori pentitevi”.

è costituito da cinque visioni, dodici prediche e dieci parabole e prende il nome dal personaggio principale della Visione V, l’Angelo della Penitenza, il quale appare ad Erma nelle vesti di pastore. Nel frattempo, però, Cuma viveva una forte recessione economica: da una parte era isolata dalla principale arteria di traffico, la via Domitiana, a causa anche della Selva Gallinaria, che era un ottimo nascondiglio per ladri e briganti, dall’altra, cominciò a essere circondata dalle paludi, con i relativi problemi di malaria.

In età tardo-imperiale si cristianizzano i templi e gli edici pagani: simboli cristiani si conservano sulle pareti del cosiddetto Antro della Sibilla e i due templi maggiori dell’acropoli si trasformano in chiese; non mancano inumazioni ad sanctos nel pavimento dei templi, un battistero e un probabile martyrion nel cosiddetto Tempio di Giove e un riuso di parti dell’Antro della Sibilla e della Crypta Romana come catacombe.

Come raccontato nelle vicende di Narsete e dei Franchi, Cuma tornò ad avere un ruolo strategico durante la guerra gotica, cosa che portò a un certo rifiorire della città. Abitazioni altomedievali e resti di un’officina che produceva ceramica a bande larghe (V-VII sec. d.C.) confermano la persistenza dell’abitato sull’acropoli, mentre la città bassa si ruralizza. L’economia e la circolazione monetaria sono attestate da un tesoretto di duecentotredici monete bronzee rinvenuto negli sterri della Crypta Romana e databile nel VI sec. d.C. Ma negli anni a seguire Cuma divenne pressoché disabitata. L’interramento delle acque del Clanis e del Volturno fece in modo che la città ed il suo territorio, soprattutto
nella parte bassa, diventassero un immenso pantano.

Le scorrerie dei Saraceni le diedero il colpo di grazia. Insediati sull’acropoli dove potevano trovare un rifugio sicuro nelle gallerie del monte, i pirati seminarono a lungo il terrore nel golfo di Napoli, finché i Napoletani nel 1207 sotto il comando di Goffredo di Montefuscolo, riuscirono a porre fine alle razzie e alle incursioni, stanando i Saraceni nei loro covi, mettendo però fine alla vita di Cuma.Numerosi cumani fuggiaschi trovarono ospitalità a Giugliano, insieme con il Clero ed il Capitolo Cattedrale, trasferendovi anche il culto di San Massimo e Santa Giuliana.

Per secoli vi fu lungo tutto il litorale di Licola una palude, infine bonificata dai Borbone con la costruzione dei “Regi Lagni” (la denominazione di Regi Lagni è dovuta all’omaggio fatto alla dinastia regnante che commissionò i lavori di riassetto idraulico del territorio; infatti il Clanis, che in antico sfociava nel Lago di Patria, fu irregimentato e portato a sfociare 9 km più a nord, a Pinetamare).

primi scavi, occasionali e saltuari, vengono eseguiti per conto del Viceré Alfonso Pimentel all’inizio del 1600, mentre dalla metà del 1700, nel fervore archeologico sollevato dalla scoperta dei Pompei ed Ercolano, il territorio di Cuma diventa oggetto di scavi finalizzati ad arricchire le collezioni dei nobili napoletani e puteolanidi preziosi reperti.

E’ solo tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800 che la ricerca archeologica comincia ad assumere un carattere sistematico e documentario. Tra gli studiosi più noti, De Jorio effettua scavi in vari punti della città, ne localizza i confini e restituisce una delle prime piante, in seguito tenuta in conto anche da Beloch nel suo lavoro sui resti archeologici di tutta la Campania; Paoli e Morghen compilano dei veri e propri atlanti di vedute dei monumenti meglio conservati, che ancora oggi evocano la suggestione delle rovine archeologiche che tanto attrassero i viaggiatori del Grand Tour.

Gli importanti scavi del Conte di Siracusa Leopoldo di Borbone a metà ‘800 producono ritrovamenti spettacolari: quello più famoso è forse il Mausoleo delle teste cerate, una tomba monumentale di età romana nella quale due defunti avevano due maschere di cera al posto della testa, che solleva nelle pubblicazioni dell’epoca dei bellissimi dibattiti tra studiosi sull’interpretazione storica e archeologica di questo costume funerario.

L’altro fondamentale scavo di fine ‘800 è quello del Colonnello Emilio Stevens, che effettua numerose campagne nella necropoli di Cuma, il cui grande pregio è stato quello di documentare in maniera puntuale le tombe scavate, la loro localizzazione e i relativi corredi. Dai taccuini dello Stevens Gabrici trasse gran parte del materiale per il suo volume sulla necropoli di Cuma del 1913.

I ritrovamenti di questi due grandi scavi vengono acquisiti dallo Stato e trasferiti al Museo Nazionale di Napoli dove trovano ancora oggi sede e in parte sono esposti al Museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia.

Nel 1902 un’altra sensazionale scoperta desta l’attenzione della comunità scientifica: il fondo Artiaco, poco distante dalle mura settentrionali della città antica, restituisce la monumentale Tomba a tholos, che all’epoca fa scalpore perché viene confrontata con le tipologie omonime di tombe micenee e una tomba principesca della seconda metà dell’VIII sec. a.C. (Tomba 104) che fornisce una straordinaria testimonianza del rituale della sepoltura eroica associato a un capo indigeno.

Nel 1912 s’iniziarono i lavori di scavo sull’acropoli della città, e sulla terrazza inferiore apparvero gli avanzi imponenti del tempio di Apollo; mentre gli scavi ripresi fra il 1924 e il 1930, con più vasto programma d’esplorazione e di sistemazione, hanno messo completamente in luce il grandioso Antro della Sibilla, la via d’accesso all’acropoli e, sulla vetta del colle, il tempio attribuito provvisoriamente a Giove. Scavi che continuano ancora oggi…

Le origini della Guerra del Peloponneso

Come detto altre volte, il problema geopolitico principale di Sparta era il controllo delle pianure della Messenia: senza il suo grano, la polis sarebbe morta di fame. D’altra parte, dato il limitato numero di guerrieri lacedemoni disponibili, la struttura politico e sociale della città, a differenza di Roma, ne limitava la crescita delle risorse umane, non era pensabile, nonostante la loro qualità, impegnarsi in continue guerre in sua difesa, rischiando il loro logoramento.

Le élite spartane, per risolvere il problema, cosa paradossale per una società guerriera, si impegnarono a lungo in una politica “pacifista” e favorevole al mantenimento dello status quo. Lo strumento con cui ottenne tale obiettivo fu la Lega del Peloponneso, strumento di soft power assai light: in origine, infatti, era costituita da una serie di trattati militari bilaterali, in cui le città alleate, si impegnavano a fornire contingenti militari in caso di guerra e concedere il comando militare a Sparta.

Non dovevano pagare tributi e ospitare guarnigioni lacedemoni: nel limite del possibile, Sparta evitava di mettere bocca negli affari interni degli alleati. Ben diversa era la situazione della Lega di Delo: nata inizialmente come strumento di deterrenza nei confronti dell’espansionismo persiano, con il tempo si era evoluta in un impero marittimo dove gli alleati vennero obbligati a rinunciare alle proprie flotte e a pagare tributi in oro ad Atene per garantirsi la protezione. Alcuni, come la città di Nasso, tentarono di sottrarsi ma vennero repressi brutalmente da spedizioni punitive.

La rete commerciale, inoltre, consolidò i legami economici tra le città dell’“Impero Ateniese”. Come detto, i motivi di tale evoluzione erano strutturali alla democrazia attica: questa si basava infatti sulla costruzione di un consenso condiviso tra élite e cittadini poveri. Per garantirlo, venivano distribuiti sussidi a pioggia a larghe fasce della popolazione.

La partecipazione all’Ecclesia e alle altre assemblee era pagata con due oboli per ogni giorno di seduta (quanto bastava per acquistare il minimo cibo giornaliero); mentre i marinai erano pagati tre oboli per ogni giorno di servizio sulle navi. Stessa cifra era pagata ai dikastai, i giudici dei tanti tribunali cittadini, ruolo che come satireggia Aristofane nelle Vespe, era spesso in carico ad anziani, fungendo così da sostituto della nostra pensione.

Ovviamente, dato che le dracme non crescono purtroppo sugli alberi, questo flusso di denaro da qualche parte dovevano saltare fuori, tenendo anche conto di tutte le stranezze del sistema fiscale ateniese. Per cui, ci si doveva affidare ai sussidi forniti dai ricchi, che prosperavano sull’espansione commerciale, e alle risorse sottratte ai vicini, dovute all’espansione territoriale. Per cui, l’imperialismo era una necessità vitale.

Ora Sparta, dato che Atene non aveva nessuna mira sulla Messenia, questo stato di cose poteva anche andare bene: il problema è che nella Lega del Peloponneso erano presenti alleati, come Megara e Corinto, i cui interessi commerciali erano danneggiati dalla politica attica. Per cui, o i lacedemoni intervenivano a loro difesa, oppure l’alleanza rischiava di saltare, portando il caos nel Peloponneso. Ovvio che Sparta scegliesse la seconda opzione, tanto da farsi trascinare dagli alleati in quella che, impropriamente, è nota come la Prima Guerra del Peloponneso, dato che si tratta di un’accozzaglia di battaglie senza né capo, né coda, prive di un filo conduttore, cominciate nel 460 a.C. che però videro numerosi successi da parte di Atene, che arrivò a occupare diversi territori del Peloponneso.

Il più importante era Megara e il suo porto sul Golfo di Corinto, Pege, al quale i rematori ateniesi potevano essere trasportati via terra e molto probabilmente ospitava un numero significativo di navi; inoltre, permetteva, anche un contingente ridotto, di bloccare la strada ad ogni esercito spartano proveniente dal Peloponneso.

Il possesso di Megara, inoltre, permetteva di imporre un blocco navale al Peloponneso, bloccando le importazioni di grano dalla Sicilia, che stava diventando sempre più importante, per l’economia lacedemone. Per fortuna di Sparta, Atene si impegnò in un’impresa ancora più folle e megalomane della spedizione siracusana, l’invasione dell’Egitto, in appoggio della ribellione del capo libico Inaro, che voleva restaurare lo stato faraonico.

Spedizione che si concluse con una batosta colossale, a cui seguì la rivolta della Beozia. Pericle, in un momenti di lucidità, rendendosi conto dello stress delle forze ateniesi, decise di chiedere la pace a Sparta nel 446 a.C.

Atene fu obbligata a rinunciare a tutti i suoi possedimenti nel Peloponneso, che includevano i porti megaresi di Nisea e Pegae, più Trezene e Acaia in Argolide, mentre gli Spartani acconsentirono a permettere agli Ateniesi di mantenere Lepanto. Il trattato vietava ai membri delle rispettive alleanze di cambiare schieramento e di interferire negli affari delle rispettive sfere d’influenza.

Le polis neutrali nella precedente guerra, potevano scegliere se aderire alla lega del Peloponneso o a quella di Delo, Nel trattato Atene e Sparta si erano accordate di affrontare possibili controversie con incontri bilaterali e, se non fossero riusciti a giungere ad un accordo, le due parti avrebbero dovuto risolvere il contenzioso attraverso un arbitrato, coordinato da una parte neutrale.

La pace diede il vantaggio a Sparta e Atene di concentrare le proprie risorse nelle rispettive sfere d’influenza. Sparta ridusse le proprie spese militari, mentre Atene al contrario mantenne la propria flotta in attività nel Mar Egeo, continuando a riscuotere i tributi in oro dalle sue città alleate, accumulando una riserva strategica di circa 6.000 talenti d’oro a cui si aggiungevano 1.000 talenti di rendita annuale.

Dopo qualche anno, questa situazione, ovviamente, preoccupò i lacedemoni: visti i precedenti, nulla vietava che l’espansionismo ateniese alterasse profondamente l’equilibrio di forze nel loro cortile di casa. Per cui, Sparta cominciò a ipotizzare un attacco preventivo contro Atene. La prima occasione fu nel 440 a.C. quando Samo, stanca dei tributi, si ribellò alla polis attica, con l’aiuto persiano.

L’occasione, però, non venne sfruttata, dato che i litigiosi alleati dei lacedemoni, non si misero d’accordo tra loro. La cose però cambiarono nel 432 a.C. quando proprio gli alleati a trascinare gli spartani in guerra.

Il primo nodo del contendere era una zona della Grecia che, sino a quel momento, era marginale, l’Acarnania, che stava trasformandosi però nel principale hub per i commerci con l’Italia, sui cui avevano mire sia i corinzi, sia gli ateniesi.

Qui scoppiò una disputa locale, tra Corcira, la nostra Corfù, e la sua colonia Epidamno, la nostra Durazzo. Ad Epidamno un colpo di Stato democratico aveva cacciato dalla città gli aristocratici, i quali, dopo essere stati esiliati, fecero ritorno e massacrarono quelli che erano rimasti in città. I democratici di Epidamno si rivolsero così a Corcira, loro madrepatria, perché mettesse pace tra loro e gli esiliati e facesse cessare le violenze. I Corciresi però rifiutarono di prestare aiuto e così gli Epidamni si rivolsero a Corinto, che a loro volta avevano fondato Corcira

I Corinzi accettarono di prestare aiuto agli Epidamni, cosa che provocò l’ira dei Corciresi: dopo un ultimatum, cinsero la città d’assedio. Scoppiò la guerra tra le due città e lo scontro sul mare vide vittoriosi i Corciresi, cosa che alimentò ira e risentimento nei Corinzi, i quali, nell’anno successivo allo scontro, si prepararono al meglio al successivo conflitto. Sapendo dei preparativi dei nemici e temendo un ulteriore scontro, i Corciresi, che non erano alleati né con Atene, né con Sparta, decisero di rivolgersi ad Atene per avere aiuti.

Pericle si trovò davanti a un dilemma: se i Corinzi avessero preso il controllo della flotta corfiota, il numero delle navi avrebbe equiparato quello flotta attica e Atene avrebbe perso il suo predominio sui mari. Però, un’azione diretta, avrebbe forse portato alla guerra con Sparta.

Per cui, decise di muoversi con cautela. Per prima cosa, stipularono un’alleanza puramente difensiva con Corcira: nonostante questo, e il fatto che l’adesione alla lega di Delo di una polis neutrale non violasse i termini della pace, Corinto protestò con Atene. Poi, come strumento di dissuasione, mandò all’alleato una flotta simbolica di 20 navi, sotto il sotto il comando di Glaucone.

Il quale, però, interpretò in modo estensivo il suo mandato: non solo partecipò alla battaglia di Sidonia, ma si schierò a difesa dell’isola. Quando i corinzi arrivarono, si ritirarono, temendo che le che fosse solo l’avanguardia della flotta della lega di Delo, il giorno seguente inviarono un’ambasceria per conoscere le intenzioni ateniesi, i quali dichiararono di voler solo tenere sgombra la rotta per Corcira (ciò non andava contro il trattato di non belligeranza), ma impediva la presa della città.

A peggiorare il rapporto con Corinto, fu la questione Pontidea, città della Calcidica membro della lega delio-attica, ma colonia corinzia. Atene le impose di di non accogliere più gli epidemiurghi, i magistrati che annualmente Corinto inviava a Potidea a scopo di controllo e supervisione, e di abbattere le mura che congiungevano la città al mare, per mettere pressione politica alla rivale. Se Pontidea avesse accettato, Pericle avrebbe proposto a Corinto il ripristino degli epidemiurghi e quindi di un parziale controllo sulla polis, in cambio di un accordo sulla questione Corcira. Purtroppo per Pericle, Pontidea rispose picche, per cui, per non perdere la faccia con gli alleati, Atene dovette inviare sul luogo una flotta che aveva dato inizio all’assedio della città, il che fu visto da Corinto come un’ennesima provocazione.

A complicare una situazione già tesa di suo, si aggiunse la crisi del Decreto di Megara che Pericle, nel 432 a.C, emanò nei confronti della polis, colpevole di aver dato asilo a schiavi fuggiti da Atene e di una vicenda, che, agli occhi di noi moderni sembra demenziale.

Alcuni terreni, nei pressi di Eleusi, per una sorta di antico tabù risalente all’età micenea, non potevano essere coltivati: un cittadino di Megara, ignaro della cosa, affittò un lotto di terra in quella zona comprendente anche una particella di questi terreni sacri che destinò alla coltivazione del grano e delle lenticchie.

Non l’avesse mai fatto! Gridando al sacrilegio, il podere fu assalito da una torma di cittadini ateniesi infuriati, messo a ferro e fuoco e il malcapitato si salvò a malapena dal linciaggio, scappando nella sua città natale. In un mondo normale, la vicenda sarebbe finita qui. Ma l’ateniese medio, come scoprirà a sue spese Alcibiade, sulla questione Eleusi aveva i nervi a fior di pelle. Tanto protestarono nell’assemblea cittadina, che Pericle fu costretto a mandare un’ambasciata a Megara, chiedendo la consegna del malcapitato, che sarebbe stato sacrificato a Demetra e Kore e il pagamento di una multa, che sarebbe servita a erigere un donario a perenne memoria della vicenda.

Pericle era ben conscio che a Megara entrambe le richieste sarebbero state accolte a pernacchioni: per cui, dopo un poco di moina, si sarebbe accordato di una donazione simbolica al santuario e della mediazione da parte della polis sulla crisi con Corinto, per scongiurare la guerra. Ma l’ambasciatore ateniese insultò pesantemente i megaresi, i quali lo ammazzarono seduta stante.

Pericle si trovò in una situazione che non avrebbe mai voluto. L’assemblea cittadina voleva attaccare Megara, covo di infidi miscredenti, raderla al suolo e spargere il sale sulle rovine. Però, questo avrebbe significato la guerra con Sparta.

Così, con un colpo di genio, impose l’embargo alla città: a Megara, infatti, veniva vietato l’ingresso in tutti i porti della lega delio-attica. Il che implicava una severa punizione ai senzadio, senza violare la pace. Embargo che ebbe un successo sin sopra le aspettative, portando i megaresi in pochi mesi alla fame nera: per cui, assieme ai corinzi, questi chiesero la convocazione del consiglio straordinario della Lega del Peloponneso per decidere le misure drastiche da prendere contro Atene.

Il vecchio re spartano Archidamo II, il quale, con lungimiranza, aveva ben chiaro come una guerra di grandi proporzioni e di esito incerto, qualunque fosse stato l’esito, avrebbe mutato la società lacedemone, minandone le basi, tentò di proporre una mediazione con Atene.

Da parte, però, Corinto e Megara, esasperati, minacciarono di abbandonare la Lega peloponnesiaca, cosa che Sparta non poteva permettere; dall’altra, tra i lacedemoni prevalse il sentimento ben descritto da Tucidide

Il motivo più vero, ma meno dichiarato apertamente, penso che fosse il crescere della potenza ateniese e il suo incutere timore ai Lacedemoni, sì da provocare la guerra

Per cui, dopo tanti discutere, fu spedito ad Atene un ultimatum, che intimava ad Atene di ritirare i decreti contestati e di risolvere i contrasti con Corinto e Megara. Pericle, pena la sua fine politica e il relativo ostracismo, non poteva accettare. Così cominciò quello che sempre Tucidide definì

il più grande sommovimento che sia mai avvenuto fra i Greci e per una parte dei barbari e, per così dire, anche per la maggior parte degli uomini

L’ultimo tratto dell’Appia Antica

Poco prima del Mausoleo di Gallieno, di cui ho parlato in un altro post, si trova sull’Appia Antica la cosiddetta Ruzzica d’Orlando si identificava, una struttura cementizia relativa alla copertura di una tomba circolare posta sulla sinistra della Via Appia. In quest’area trovava sede anche la mutatio ad nonum, una stazione per il cambio dei cavalli della quale si ha notizia nell’Itinerario Burdigalense, descrizione di un pellegrinaggio da Bordeaux a Gerusalemme del 333 d.C. Strutture come la mutatio ad nonum erano molto diffuse nell’antichità, soprattutto lungo le vie principali. Si dividevano in mutationes, adibite al cambio dei cavalli, poste di solito a circa 10 miglia l’una dall’altra, e mansiones, dove oltre al cambio dei cavalli si offriva anche ristoro e alloggio ai viaggiatori; queste ultime si trovavano ogni 20 miglia circa.

Superato il Mausoleo di Gallieno, sulla destra all’altezza del IX miglio, si nota il cosiddetto Sepolcro a tumulo “Monte di Terra”: si tratta di un mausoleo a pianta circolare, commissionato da un ricco senatore nella seconda metà del I secolo a.C.

Il sepolcro è costituito da un grande basamento quadrangolare in peperino, sui cui si imposta una struttura del diametro di circa 30 metri, con una forma conica che anticamente lo faceva somigliare a un tumulo; di questa resta l’imponente massa del nucleo cementizio di lava basaltica, ricoperto di terra e vegetazione, da cui deriva la denominazione “Monte di terra”.

L’opera cementizia era utilizzata nell’architettura romana come nucleo interno degli edifici, che poi venivano rifiniti esternamente. Qui, come nella maggior parte dei sepolcri dell’Appia Antica, il rivestimento originario, in pietra, è stato asportato, lasciando a vista la muratura interna. I numerosi blocchi in peperino, alcuni dei quali decorati, che si trovano lungo il basolato dell’Appia Antica, appartengono verosimilmente al mausoleo. L’accesso alla camera funeraria avveniva sul lato opposto al fronte stradale.

Oltrepassata la moderna via Capanne di Marino, il percorso della via Appia Antica prosegue al di là di un cancello. Sul lato destro si conserva un sepolcro circolare in laterizio con camera funeraria rettangolare, caratterizzato al suo interno, al di sotto del piano pavimentale, da un sarcofago in pietra calcarea, fornito di “cuscino” per la deposizione del capo del defunto. La tomba, databile all’età imperiale sulla base della tecnica edilizia, fu in una fase successiva riutilizzata come ossario.

Poco più avanti ancora a destra sono stati rimessi in luce i resti di un un monumento funerario a pianta quadrangolare, di cui si conserva il conglomerato cementizio in lava basaltica con cortina laterizia. Tramite gradini di pietra calcarea si accede alla camera funeraria con nicchie rettangolari su tre lati, contenenti le olle cinerarie: lo scavo ne ha restituite una in vetro, contenente i resti di due defunti e una in ceramica,con le ceneri di un fanciullo. Tale tipologia funeraria è attestata a partire dal III sec.d.C.: la datazione alla piena età imperiale è stata inoltre confermata dalla scoperta, avvenuta durante gli ultimi scavi del 2005, di un edificio termale attribuito all’epoca adrianea, demolito in parte per la costruzione del sepolcro, che ci fornisce dunque un terminus post quem per la costruzione del monumento.

Sul lato opposto della via, quasi completamente nascosto dalla vegetazione, si conserva un notevole sepolcro a tumulo, caratterizzato da un basamento quadrato in blocchi di peperino, delimitato superiormente da una cornice sporgente, a cui è sovrapposto un nucleo cementizio di forma conica, di circa 3 metri di altezza.

Il fosso di Fiorano che segna il confine tra i Comuni di Ciampino e Marino, è noto anche come quello del Cipollaro, per via della coltivazione di cipolle che avveniva qui fino agli anni ‘80 del Novecento. Il corso d’acqua, oggi purtroppo abbandonato all’incuria, si riversa nel Tevere, nella zona sud ovest di Roma, all’altezza del quartiere Tre Fontane.

All’inizio del XI miglio della via Appia, circa 400 metri dopo l’attraversamento del fosso di Fiorano (o del Cipollaro), sulla crepidine destra della strada, si incontrano i resti di un sepolcro, del quale si conserva solo il nucleo cementizio: esso è del tipo a corpi sovrapposti, riconoscendosi nell’elevato un elemento piramidale impostato sul dado di base nel quale fu ricavata la cella funeraria, accessibile dal lato opposto alla strada. Lungo l’Appia si incontrano diversi esempi di questa tipologia architettonica funeraria, sempre tuttavia ridotti a stato di rudere o quantomeno spogli del rivestimento originario. A riprova della varietà degli elementi che venivano scelti per la loro costruzione, basta ricordare il sepolcro a corpi sovrapposti posto all’inizio del V miglio, poco dopo il cosiddetto sepolcro di Seneca, costituito da un dado di base sormontato da un prisma ottagonale e, a coronamento, un elemento cilindrico, alto complessivamente 13 metri.

La ferrovia Roma-Velletri è nata alla metà dell’800 come prima tratta del progetto di collegamento tra Roma e Napoli. Il suo promotore fu papa Pio IX, salito al soglio pontificio nel 1846 che, in nome del progresso, decise di avviare la costruzione di quattro linee ferroviarie. La prima, con tratta da Roma a Ceprano, al confine con il regno borbonico, fu portata a termine nel 1862, e nel 1864 fu raccordata alla linea ferroviaria che giungeva a Napoli.

La prima fermata era a Ciampino, dove la ferrovia si biforcava: un binario raggiungeva Frascati, l’altro Ceprano, dove si incontrava con la ferrovia napoletana. La linea in origine funzionava con trazione a vapore, mentre dal 1948 fu attivata la linea elettrica. Il tratto realizzato fino a Cecchina fu inaugurato e percorso il 3 luglio del 1859 da Pio IX con il suo nuovo treno, oggi esposto alla Centrale Montemartini.

Si tratta di una vera e propria opera d’arte su ruote, costata all’epoca 140 mila franchi. Il treno, utilizzato da papa Pio IX dal 1859 al 1870, è costituito da tre carrozze estremamente lussuose, una allestita a loggia per le benedizioni, la seconda ad appartamento privato con salotto e trono, la terza a sontuosa cappella. All’epoca della realizzazione della ferrovia, tra il 1856 e il 1859, fu costruito il ponticello e il sottopasso pedonale che taglia il tracciato della Via Appia Antica a Santa Maria delle Mole.

La Commissione delle Antichità del tempo si oppose fortemente alla realizzazione dell’opera perché rompeva l’unità e la visione d’insieme della Via Appia Antica da poco ristabilito. Il tratto di basolato dell’Appia in questo punto è ancora oggi ben conservato; esso è costituito da grandi lastroni di basalto e ha una larghezza di circa 4 metri; lateralmente sono ben visibili i marciapiedi, rialzati, larghi circa 3 metri ciascuno. Nel 1957 sono state chiuse le tratte Velletri – Colleferro e Velletri – Priverno lasciando, quindi, attive solo le tratte Roma – Velletri e Priverno – Terracina.

Al X miglio, proprio in prossimità della linea ferroviaria, si trova il Mausoleo della Mola, un enorme sepolcro a pianta circolare con un diametro di ben 23 metri. Si tratta di un monumento di età augustea (fine I secolo a.C. – inizio I secolo d.C.) forse originariamente sormontato da una struttura a forma conica e dotato di gradini per accedere alla sommità. La camera sepolcrale all’interno è accessibile da un ingresso rivolto verso la strada, secondo uno schema inusuale, ed era realizzata in blocchi di peperino. Essa contiene tre celle disposte a croce greca ossia con i due bracci della stessa lunghezza.
I disegni ottocenteschi del mausoleo permettono di ipotizzare l’aspetto del basamento in mattoni del sepolcro, che doveva essere decorato con eleganti motivi a semicolonne che incorniciavano nicchie rettangolari e semicircolari alternate. Tra “La Mola” e la ferrovia, gli scavi del 1985 hanno messo in luce alcune strutture in blocchi di peperino identificate come un recinto funerario.

Pochi metri dopo il ponte della Ferrovia per Velletri, sulla sinistra, è stato individuato uno scarico di blocchi di peperino, che riempiva un ambiente forse costruito in età medievale. Nel butto sono emersi due grandi leoni in peperino accovacciati, frammentari, il più integro dei quali ha una testa di cerbiatto sotto la zampa. Probabilmente provenienti da un sepolcro smantellato, i leoni sono stati attribuiti in via ipotetica al I sec. d.C.

Tra il ponte della ferrovia e via della Repubblica è stato rimesso in luce un tratto di basolato
della via, ben conservato, di circa 100 metri, a sud-ovest del quale si apre un piazzale lastricato su cui si affaccia un edificio termale, articolato in almeno quindici ambienti.
Vani provvisti di impianto di riscaldamento con tubuli di terracotta e suspensurae e vasche con tracce di rivestimento marmoreo fanno ritenere che si trattasse di un complesso di terme pubbliche aperte sulla strada. I materiali rinvenuti durante gli scavi attestano un ampio arco cronologico per l’ utilizzo dell’impianto, dalla fine del I alla metà del III secolo d. C. Si ipotizza che l’edificio termale sia da collegare con la presenza nella zona di una notevole attività idrotermale evidenziata da numerose sorgenti di acque mineralizzate, alcune calde e ricche di gas e da diffuse emissioni solforose. L’attività estrattiva dello zolfo era effettivamente praticata in età romana imperiale, così come l’utilizzo delle acque termali.

Sulla sinistra, dopo l’attraversamento di viale della Repubblica, sono visibili alcune strutture,
messe in luce a partire dal 2000 dal Gruppo Archeologico Romano, interpretate come tabernae, forse pertinenti ad una stazione di posta per il cambio dei cavalli. Le strutture sarebbero sorte nel corso del II sec. d.C. e poi abbandonate verso la metà del V sec. d.C.

Superato viale della Repubblica, l’Appia Antica inizia a salire in direzione dei Colli Albani, finché all’altezza di Frattocchie – pressappoco all’XI miglio dell’antico tracciato – si congiunge con la via Appia Nuova. Alcune centinaia di metri prima di questa convergenza, sulla sinistra si possono vedere i resti di alcuni recinti funerari e il cosiddetto “Sepolcro con torre”.

Il monumento, che non conserva più nulla del rivestimento originario, presenta un basso basamento quadrangolare in calcestruzzo di selce, al centro del quale si apre la camera sepolcrale anch’essa rivestita all’esterno in opera cementizia. Alla cella si accede da un breve corridoio, attualmente chiuso da un cancello, che si apre sul lato meridionale della tomba. La camera sepolcrale è a pianta quadrata con volta a botte in blocchi di tufo; su ciascuna delle pareti, eccetto quella di entrata, è ricavata una nicchia in cui trova posto l’urna per accogliere le ceneri del defunto. La presenza delle urne funerarie e alcune caratteristiche architettoniche (pianta della cella, uso dell’opera quadrata) fanno datare il sepolcro presumibilmente al I sec.

La struttura fu utilizzata nel 1751 dai padri gesuiti Boscovich e Maire come caposaldo finale delle misurazioni geodetiche eseguite lungo la via Appia antica, il cui punto iniziale era collocato presso il sepolcro di Cecilia Metella al III miglio.

Tra il 1854 e il 1855 Padre Angelo Secchi rieseguì tali misure. L’operazione geodetica lungo l’Appia Antica nasceva da una trpla necessità: per prima cosa, verificare la precedente misura, la cui correttezza era stata criticata dagli ingegneri militari francesi tra il 1809 e il 1810, poi avere una nuova misura di riferimento per il disegno della cartografia dello Stato Pontificio e dell’Italia meridionale. Infine, supportare lo studio di Luigi Canina, che, basandosi sul ritrovamento delle pietre miliarie, voleva calcolare al meglio l’equilenza tra il miglio romano al metro. Per fare questo, Padre Secchi utilizzò come caposaldi la torre di Capo Bove e quella di Frattocchie, quest’ultimo ritrovato nel 2013, a seguito di una ricerca sia archivistica che georadar dell’Università di Roma Tre.

All’epoca della misura di Padre Secchi, il sepolcro non era sormontato dalla torretta oggi visibile poiché essa fu costruita nel luglio 1870 a seguito della partecipazione ufficiale dello Stato Pontificio alla misura del Grado Europeo Centrale, progetto geodetico proposto dalla Prussia nel 1862 per lo studio della forma della Terra. Per tale motivo la torre è stata poi intitolata a Secchi. La torre, alta circa 5.20 m, ha al suo interno un pilastro sul quale gli Italiani collocarono un punto trigonometrico riportato sulle carte. Ancora oggi si osservano i fori che erano sede di una scaletta in legno per effettuare le misure alla sommità.

Il genio di Jan Zizka

Affrontando le vicende hussite, salta subito all’occhio come un esercito improvvisato sia riuscito, più volte, a infliggere pesanti sconfitte a una delle più addestrate cavallerie pesanti d’Europa. Il fanatismo ideologico e religioso degli hussiti, per citare i tempi dell’Università, è stato una condizione necessaria, ma non sufficiente, per ottenere questi successi. La vera differenza è stata fatta dalle innovazioni tattiche introdotte da Jan Zizka, il quale era un generale di lunga esperienza.

Jan nacque intorno al 1360 a Trocnov da una nobile famiglia di piccoli proprietari terrieri, che però, negli anni successivi, fu impoverita dalla crisi economica, tanto i primi atti pubblici in cui appare il suo nome fanno riferimento a debito da pagare o alla vendita ad altri dei propri terreni.

Per cui, per campare, il nostro eroe dovette dedicarsi al mestiere delle armi, tanto che nel 1392, un nuovo documento annuncia la sua nomina a venator domini regis, cacciatore nei domini del re, ossia una sorta di armigero e guardia del corpo, di Venceslao il pigro. Cosa confermata anche da papa Pio II, che nella sua Historia Boemica, definisce la famiglia di Jan povera e al servizio del re e da quanto risulta dall’analisi forense del suo cadavere: a quanto pare, perse il suo primo occhio per una coltellata all’età di circa dodici anni.

Ora, Venceslao non era certo il re ideale per la Boemia dell’epoca, divisa da contrasti etnici, tra tedeschi e locali e sociali: la sua passione per la caccia lo sottraevano ai suoi doveri di monarca, ed il vizio di mangiare e bere smodatamente lo portava a volte a perdere la ragione, con accessi d’ira furibonda, che lo portarono ad agire in maniera avventata, dura e talvolta anche crudele. Di conseguenza, sin da subito entrò in contrasto con i nobili locali che cercarono più volte di detronizzarlo o perlomeno di limitare il suo potere. Ora, nonostante fosse consapevole che Venceslao fosse un idiota, Jan ne era affezionato e più volte gli tirò fuori le castagne dal fuoco

Ad esempio, nel 1394, i baroni boemi catturarono Venceslao nella su residenza di campagna nei pressi di Praga e lo imprigionarono un castello in Austria; i feudatari lo avrebbero liberato in cambio di una serie di concessioni, che però lui non era disposto a concedere. Per cui, lo misero a pane e acqua, nella convinzione che il digiuno portasse a più miti consigli un mangiatore compulsivo come lui.

A salvare Venceslao dalla morte per fame fu un commando, guidato prio da Jan, che dopo tre mesi lo liberò con la forza e con l’inganno: secondo la Histoire ecclésiastique et civile du duché de Luxembourg et comté il re fu aiutato nella fuga da una donna, che compensò con cento scudi d’oro.

Nel 1401, assediarono Praga, ottenendo un trattato che istituiva un comitato di reggenza, che doveva affiancare Venceslao; l’anno dopo i poteri del comitato furono trasferiti a Sigismondo, re d’Ungheria, che decise di tentare un colpo di stato. Sbatté in prigione Venceslao e per maggiore sicurezza, lo fece deportare a Vienna. Anche in questo caso, nel 1403, Jan organizzò sia la grande fuga, sia il ritorno sul trono di Venceslao, arruolando in fretta e furia un esercito mercenario che riconquistò Praga, mettendola a ferro e fuoco. Il che fu causa dell’odio reciproco tra i suoi cittadini e Jan, che in futuro minerà il fronte hussita.

Intorno al 1406, in Boemia le acque si tranquillizzano. Sigismondo, a causa dei turchi, ha altri problemi a cui pensare, rispetto alle diatribe ungheresi; poi sia Venceslao, sia i ribelli hanno le casse vuote e come dice il proverbio

Pas d’argent pas de Suisses

ossia senza denaro non si combattono le guerre. Per cui, si raggiunge un compromesso tra le parti. Uno delle clausole, prevede la testa di Jan che negli ultimi anni è diventato una sorta di castigamatti, che brucia castelli a destra e manca e saccheggia i feudi altrui.

Venceslao, nel suo contorto senso morale, lui Hus non lo avrebbe mai fatto bruciare, non se la sente di tradire il fedele seguace, per cui, per salvare capra e cavoli, lo mette a capo di un contingente spedito in soccorso degli alleati polacchi, impegnati in una delle loro tradizionali guerre contro i cavalieri teutonici.

Cavalieri teutonici che vengono sconfitti pesantemente nella battaglia di Grunwald, in cui cadono come polli nella trappola della “finta fuga”, che Jan replicherà a sua volta più volte in futuro. Jan nella battaglia si comporta da eroe, assieme a Zbigniew Olesnick salva la vita a Ladislao II di Polonia ed è tra coloro che guidano l’assalto decisivo alla Compagnia della Lucertola, provocando il crollo dello schieramento teutonico: per cui, torna a Praga come sua sorta di celebrità, osannato da tutti.

Non solo i nobili rinunciano a chiedere al sua testa, ma ottiene il compito, assai ben pagato di ciambellano della regina Sofia, moglie di Venceslao, e di ufficiale della guardia reale: cosa che da una parte gli permette di comprare un lussuoso palazzo nel centro di Praga, dall’altra di conoscere e apprezzare il pensiero e le prediche di Jan Hus.

Cosa abbia fatto Jan tra la battaglia di Grunawald e la defenestrazione di Praga, è un mistero: leggenda vuole che abbia combattuto al fianco degli inglesi ad Azincourt, però, diciamola tutta, vista l’antipatia di Enrico V, per usare un eufemismo, nei confronti dei lollardi, lo vedo poco probabile. Di certo, ha riflettuto e studiato su quanto stava accadendo nella guerra dei Cento Anni, in cui un esercito appiedato aveva umiliato una cavalleria pesante.

La chiave di volta era nell’arco lungo, che però non poteva essere replicato in Boemia: un arciere per essere efficiente, doveva addestrarsi per anni, ma quello che mancava, era proprio la disponibilità di tempo. Per cui, ispirato dai giannizzeri turchi, si orientò verso l’utilizzo della armi da fuoco, come surrogato, che potevano essere utilizzate con buona confidenza, anche da un contadino boemo privo di esperienza bellica…

Per cui, gli hussiti furono tra i primi europei ad adottare in massa l’archibugio “pistola” (pizťal, cioè “canna”), e un cannone anti-fanteria houfnice (da cui “obice”); il problema però è che un arma da fuoco, all’epoca, aveva una cadenza di tiro troppo bassa. Mettere un archibugiere in campo aperto, non se ne parlava: alla prima schioppettata, o si sarebbe dato alla fuga o sarebbe stato travolto dai cavalieri nemici.

Né una semplice palizzata, sarebbe bastata come protezione: Jan ebbe l’idea di sfruttare al meglio una tattica che i rom dell’epoca adottavano, per difendere le loro carovane dei briganti. In pratica, disponevano i loro carrozzoni come nei film western, quando i pionieri sono assaliti dagli indiani, unendoli con le catene.

Nacque così il tabor, ovviamente dal nome della fortezza hussita, in cui i carri dei contadini erano sistemati ruota a ruota formando un cerchio, con i cavalli e i soldati che erano tenuti al sicuro all’interno del recinto; il lato esterno dei carri e il telaio erano blindati con spesse tavole di legno, con fori attraverso i quali i soldati potevano sparare con archibugi e balestre. Gli spazi tra i carri erano protetti da pavesi o occupati da piccoli cannoni, il che rappresenta il primo uso dell’artiglieria in operazioni campali; a un segnale, i carri potevano essere scansati per consentire alla cavalleria ussita di attaccare a sorpresa il nemico. Jan addestrò le sue truppe ad eseguire queste manovre e istituì un sistema di segnalazioni mediante bandiere per trasmettere gli ordini in battaglia.

Ogni carro aveva un equipaggio di 18-21 soldati: 4-8 balestrieri, 2 schioppettieri, 6-8 picchieri, 2 portatori di scudo e 2 guidatori. I carri formavano solitamente un quadrato, ed all’interno si poneva la cavalleria. Le battaglie avevano due stadi, difesa e contrattacco. Durante la fase difensiva si colpiva il nemico con l’artiglieria.

Quando il nemico si avvicinava al tabor, balestrieri e pistoleri sarebbero usciti dai carri per causare più morti a breve distanza. Nei carri venivano stipate anche pietre da lanciare in caso che i soldati fossero rimasti a corto di munizioni. A questo punto il nemico era demoralizzato. Gli eserciti dei crociati anti Hussiti avevano cavalieri ben corazzati, e la tattica ussita era quella di ferire i cavalli in modo da appiedare i cavalieri rallentandoli, e rendendoli un facile bersaglio. A questo punto poteva iniziare la seconda parte della battaglia. Uomini armati di spade, mazzafrustre, che permettevano di colpire oltre gli scudi nemici, e picche sarebbero usciti per attaccare il nemico indebolito. Assieme alla fanteria, la cavalleria presente all’interno del cerchio sarebbe uscita per attaccare. I tabor avrebbero formato dei quadrati che si sostenevano l’un l’altro. Ogni volta che il nemico caricava tra due tabor, si sarebbe trovato tra due fuochi.

Dopo la fine delle guerre hussite, su Jan cadde la damnatio memoriae. Il suo nome tornò in auge solo nella seconda metà dell’Ottocento, con la rinascita del nazionalismo boemo. Nel 1882 nasce a Praga un’associazione con lo scopo dichiarato di erigere un monumento a Jan sulla collina di Vitkov, per ricordare la sua vittoria. Con qualche difficoltà, dovuta al boicottaggio delle autorità imperialregio, sono raccolti i fondi e nel nel 1912 viene emesso un bando per il concorso che avrebbe potuto portare alla sua costruzione, ma causa Grande Guerra, viene tutto sospeso.

Nel 1918, sei anni dopo, i boemi si svegliano cittadini di uno Stato indipendente, la Cecoslovacchia, e con Praga capitale. L’associazione per il monumento a Jan torna in attività, si fonde con un’altra che ha lo scopo di commemorare la resistenza militare durante la guerra e finalmente iniziano i lavori. Tra il 1927 e il 1933 viene completato il monumento alla base della piazza, ma stavolta a bloccare il tutto ci si mette la Seconda Guerra Mondiale. Insomma, il fondato sospetto che Jan porti iella c’è, anche perché, lo scultore Bohumil Kafka, che non era parente del buon Franz, schiatta per appendicite pochi mesi dopo avere completato il bozzetto di questo famigerato monumento.

Solo nel 1950, sotto la Cecoslovacchia socialista di Klement Gottwald, il progetto arriva a compimento: la statua equestre di Jan a Vitkov viene inaugurata il 14 luglio di quell’anno, nell’anniversario della sua prima grande vittoria, combattuta proprio su quella collina.

Lo scandalo delle Erme

I preparativi per la spedizione siciliana procedevano di gran lena, quando ad Atene scoppiò uno dei gravi scandali politico religiosi dell’epoca, la mutilazione delle Erme, che ricordiamolo, erano delle delle piccole colonne di sezione quadrangolare, di altezza variabile tra 1 e 1,5 m, sormontati da una testa scolpita a tutto tondo, che, nell’antica Grecia raffiguravano Ermes ed erano collocate lungo le strade, ai crocevia, ai confini delle proprietà e dinanzi alle porte delle case, per scacciare il malocchio.

Ecco come racconta la vicenda Tucidide.

Quand’ecco le Erme marmoree erette in città dagli Ateniesi (sono parecchi, secondo la tradizione locale, questi blocchi quadrangolari, nei vestiboli delle abitazioni o nei recinti sacri) ebbero in maggioranza il volto mutilato, in una stessa notte. Sui responsabili il mistero: ma si dava loro la caccia, con ricche taglie promesse dallo stato per la loro cattura. E non bastò: si decise che chiunque fosse disposto, dei cittadini o dei forestieri, perfino dei servi, denunciasse senza paura qualunque diverso atto sacrilego che gli fosse noto. L’opinione pubblica ne fu seriamente scossa: vi si riconosceva un segno infausto per la partenza, collegato forse a torbide trame per sovvertire lo stato e la democrazia.

Cornelio Nepote ci fa sapere come di tutte le erme se ne era salvata una sola

che era davanti alla porta di Andocide. E così quel Mercurio fu detto di Andocide.

Caccia all’uomo, che a un certo punto, degenerò nella paranoia: qualcuno si ricordò come in passato, la comitiva di Alcibiade, avesse organizzato una beffa, in cui modificava il colore di alcune statue di illustri ateniesi. In più, in una festa in cui si era alzato parecchio il gomito, sempre la suddetta comitiva, intrisa di pensiero sofistico e abbastanza scettica sui riti arcaici su cui si basava la religiosità popolare, aveva preso in giro i Misteri Eleusini, le antiche e segrete cerimonie dedicate a Demetra. Così racconta il tutto Tucidide

Finché, ad opera di certi meteci e di alcuni servi, approda all’autorità una denuncia, che pur non avendo nulla da spartire con lo scandalo delle Erme, riguarda certe altre statue sfregiate tempo prima da un gruppetto di giovani ubriachi e in vena di stranezze: in certi ambienti inoltre ci si diverte a scimmiottare i misteri

Ai leader dell’ala sinistra del partito democratico, Androcle e Tessalo, brillarono gli occhi: era forse l’occasione buona per liberarsi dell’ambizioso Alcibiade. Così, il sacrilegio era parte di un misterioso complotto del pupillo di Pericle, pronto a organizzare un colpo di stato e proclamarsi tiranno di Atene. Secondo secondo Tucidide

le accuse non risparmiavano Alcibiade: e furono lesti a raccoglierle quelli cui la personalità di Alcibiade incuteva più geloso fastidio, intralciando la scalata ai seggi più alti e solidi del governo democratico; e pieni di speranza, se lo liquidavano, di ascendere ai vertici della società ateniese, facevano un chiasso eccessivo di quest’affare, tempestando in pubblico che le parodie dei misteri e la mutilazione delle Erme rientravano nel piano criminale di sconvolgere la compagine democratica e che nell’una e nell’altra empietà spiccava evidente lo stile di Alcibiade. Ne adducevano a prova il suo modo personalissimo di vita che calpestava la tradizione: un autentico schiaffo alla democrazia.

Alcibiade, dinanzi a queste accuse, non si perse d’animo, dicendosi disposto a farsi processare seduta stante: ma Androcle e Tessalo erano abbastanza consapevoli, che con le sue abilità oratorie, Alcibiade se la sarebbe cavata senza problemi, per cui complottarono per farlo condannare in contumacia

Alcibiade rintuzzò direttamente l’attacco, aggiungendo ch’era disposto, prima dell’imbarco ad affrontare un processo, perché si facesse piena luce sulle sue responsabilità nei delitti di cui lo si imputava (ormai erano stati aggiunti anche gli ultimi ritocchi alle forze in partenza) e, se risultava colpevole di qualche mancanza, avrebbe pagato; se andava assolto, il comando sarebbe rimasto suo. Li pregava di non dar credito alle menzogne fatte circolare durante la sua assenza, e di fargli giustizia sommaria piuttosto, se era colpevole, e insisteva ch’era assurdo sotto l’incubo di quell’accusa, prima che in tribunale si emettesse un verdetto risolutore, affidargli il comando di una armata così ingente. Ma i suoi avversari, sospettando che le simpatie dell’esercito si orientassero su di lui, se si celebrava un processo immediato, e che il popolo si lasciasse sedurre alla clemenza, riconoscente per il merito d’aver convinto personalmente Argo e qualche reparto di Mantinea a seguire la spedizione, si preoccupavano con ogni zelo di far cadere quella supplica d’Alcibiade.

Sobillarono così più di un oratore, il quale si fece avanti a proclamare che Alcibiade doveva imbarcarsi subito, senza bloccare la partenza dell’armata mentre al suo ritorno si sarebbero stabiliti i giorni per il processo. L’intento era di gonfiare le calunnie accumulando con più comodo, nel periodo in cui era assente, indizi e prove, e riconvocandolo quindi in patria per risponderne. Così si decretò che Alcibiade salpasse.

Al contempo, si cominciarono a costruire della fake news. Secondo quanto racconta Diodoro Siculo

Presentatosi alla Bulé uno dei privati cittadini dichiarò di aver visto, verso la mezzanotte durante il novilunio, alcuni che entravano in casa di un meteco, e fra questi anche Alcibiade. Interrogato però dalla Bulé in che modo avesse riconosciuto i volti dal momento che era notte, disse di averli scorti alla luce della luna. Costui quindi, avendo smentito se stesso, non venne creduto avendo dichiarato il falso, e fra gli altri nessuno poté trovare neppure una traccia del misfatto.

Insomma, c’erano tante calunnie e niente prove concrete. Né la partenza della spedizione sicialiana aveva calmato le acque. Tornando a Tucidide.

Infatti ad Atene la partenza della spedizione non aveva frenato l’indagine in corso sui responsabili delle empie parodie misteriche e delle Erme mutilate: non si stava ad analizzare la credibilità delle delazioni, via via che affluivano, e in quel clima di sospetto ogni denuncia era bene accetta. Bastava la parola di un miserabile e cittadini d’onesta specchiata subivano l’umiliazione dell’arresto e delle catene. Vigeva la regola, stimata opportuna di scandagliare a fondo le responsabilità per stabilire eventuali colpevolezze, piuttosto che lasciarsi suggestionare dall’affidabilità dubbia di un delatore abietto e consentire a qualcuno,su cui si puntava quel dito accusatore, di scivolare, in virtù di
una reputazione immacolata, tra le maglie di un’inchiesta non sufficientemente rigorosa.

In questo manicomio collettivo, qualcuno si ricordò di Andocide, il tizio la cui erma si era salvata dallo sfregio: con un logico abbastanza forzato, si trovò lui ad essere accusato del sacrilegio e fungere da capo espiatorio. I principali indizi di colpevolezza, agli occhi dell’ateniese medio, erano il suo essere ricco, membro di una delle più nobili famiglie d’Atene ed esponente di punta del partito oligarchico. In un battito di ciglia, l’ateniese medio passò dal sospetto della congiura di Alcibiade, per instaurare la tirannide, al presunto complotto oligarchico, per attirare la maledizione degli dei sulla città, sovvertire la democrazia, e instaurare un regime filospartani.

Così Andocide fu malmenato, sbattuto al gabbio e messo a pane e acqua. Così racconta la sua vicenda Tucidide.

Ogni particolare sembrava un tassello nel quadro di un’organizzazione sovversiva manovrata da ambienti oligarchici e votati a un rilancio della tirannide. Per questa tensione politica raddoppiava l’esasperazione pubblica, e più di un alto personaggio aveva conosciuto il carcere: ora, poiché nessun indizio si poteva notare di una schiarita e anzi, giorno dopo giorno, s’aggravava la spirale dell’intolleranza, né accennava a rompersi la serie d’arresti, uno dei detenuti, proprio quello la cui colpevolezza pareva trasparire da tracce più evidenti, si lasciò indurre da un compagno di cella ad emettere un comunicato, si ignora se veritiero o falso.

Congetture valide entrambe: poiché la verità sugli esecutori del crimine non la poté rivelare nessuno, né allora, né mai. Quel prigioniero convinse il compagno argomentando: fosse pure innocente, in un sol colpo doveva tirar fuori, garantendosi l’impunità, se stesso, e dissolvere la cappa di diffidenza che opprimeva la città. Per lui era più sicuro confessare e ottenere l’impunità che negare e affrontare un incerto processo. Sicché quel tale depose contro se stesso e contro altri, per l’attentato alle Erme.

In Atene si fece festa tra il popolo per le responsabilità finalmente appurate, così si credeva, in quello scandalo, mentre prima si stimava insopportabile e minacciosa l’impotenza di scovare una pista per quell’aperta provocazione agli istituti democratici. Il delatore, e in sua compagnia quanti la sua deposizione aveva risparmiato, riottenne all’istante la libertà. Quelli compromessi dalla denuncia, invece, sottoposti a processo, furono giustiziati in parte – chi era già in mano alle autorità – ma altri, che erano riusciti ad eclissarsi, ebbero la sentenza di morte e una taglia in denaro sulla vita. Così, in questa circostanza, restava in ombra se le vittime avessero pagato ingiustamente: ma senza dubbio il resto della cittadinanza ne trasse, in quel frangente, un concreto sollievo.

Nonostante la sua delazione, Andocide non se la cavò bene: tradire i compagni di eteria era considerato dagli aristocratici il più vergognoso dei crimini. Venne comunque costretto all’esilio a Cipro dopo l’emanazione di un decreto che lo privava dei diritti politici, dove si dedicò con profitto al commercio. Ora, in tutto ciò, Alcibiade sembrava essersela cavata senza un graffio: ma questo non andava giù ad Androcle e Tessalo, che intrapresero un vero linciaggio morale nei confronti del politico. Tornando a Tucidide

Quando poi si credette d’aver scoperto, sullo sfregio delle Erme, la verità autentica, tanto più si rafforzò in Atene la convinzione che a proposito alle parodie misteriche in cui Alcibiade era più direttamente coinvolto, tornasse valida la ipotesi che il suo supposto gesto scaturisse da un identico movente e si proponesse insomma, con un complotto, di rovesciare la democrazia. Si era aggiunta una nuova circostanza, proprio all’epoca in cui la città era in fermento per i motivi esposti: un contingente spartano per il vero limitato, s’era spinto alle frontiere dell’Istmo, per combinare qualche iniziativa con i Beoti. Dunque, si riteneva che quel movimento si dovesse attribuire non all’intesa beota, ma a qualche traffico illecito di Alcibiade: anzi, per buona sorte erano giunti in tempo ad arrestare i responsabili sulla base di quella denuncia altrimenti si mormorava che la città era bell’e tradita al nemico.

Ad ogni modo, per una notte gli Ateniesi bivaccarono armati nel santuario di Teseo, dentro la cinta. Allo stesso tempo, anche alcuni residenti in Argo legati ad Alcibiade da vincoli d’ospitalità, furono sospettati di attentare alla sicurezza dello stato democratico. L’episodio suggerì ad Atene di consegnare subito al governo popolare di Argo per la condanna capitale, gli ostaggi argivi al confino nelle isole. Il cerchio della diffidenza si saldava intorno ad Alcibiade.

Così, come racconta Cornelio Nepote

lo accusarono in contumacia di aver profanato i misteri. Essendogli stato per questo inviato dal magistrato un messaggero in Sicilia, perché tornasse in patria a difendersi, ed avendo una grande speranza di gestire bene l’incarico, non volle disubbidire e si imbarcò sulla trireme che era stata mandata per riportarlo. Trasportato da questa a Turi, in Italia, considerando tra sé molte cose sull’intemperanza smodata e la crudeltà dei suoi concittadini verso i nobili, ritenendo l’evitare l’imminente circostanza la cosa più utile, si sottrasse di nascosto ai suoi guardiani e da lì giunse dapprima in Elide e poi a Tebe.

Dopo che però seppe di essere stato condannato a morte, i beni confiscati, e, cosa che era accaduta, i sacerdoti Eumolpidi erano stati costretti dal popolo a maledirlo e una copia di quella maledizione, perché il ricordo fosse più duraturo, era stata incisa su una colonna di pietra esposta in pubblico, si recò a Sparta

Ma insomma, chi fu il colpevole del sacrilegio, considerando campate in aria sia l’ipotesi della congiura oligarchica, sia qella del tentato colpo di stato di Alcibiade? Dopo secoli, non abbiamo per nulla le idee chiare.

Potrebbe essere un intrigo di Nicia, per togliersi dalle scatole Alcibiade, creando ad arte uno scandalo, e alleandosi con gli estremiti democratici. Oppure, era un attacco proprio a Nicia, dato che era risaputo a tutti della sua superstizione e della sua fissazione sugli oracoli. O un atto di sfregio e di guerra psicologica di qualche infiltrato siciliota, oppure una delle tante proteste contro quella che veniva considerata una spedizione inutile e dannosa per gli interessi della polis…

Ma di certo è un memento su come la paura irrazionale e la paranoia siano gli strumenti con cui la democrazia uccide se stessa..

L’assedio di Akragas del 406 a.C.

Annibale Magone organizzò la spedizione punitiva con estrema meticolosità: arruolò un esercito di circa 60.000 comprendente volontari cartaginesi, mercenari numidi, iberici e delle Baleari e reduci della spedizione ateniese contro Siracusa.

Nicia e i suoi collaboratori, a differenza di tanti espertoni da facebook, era abbastanza consapevole del limiti della falange oplitica: per ampliarne l’efficacia e la flessibilità tattica, aveva arruolato numerosi mercenari sanniti, i quali, vista la mala parata, si erano dati alla macchia, e tiravano avanti, dedicandosi al brigantaggio. Lo stesso facevano diversi opliti ateniesi: a differenza di quanto racconta Tucidide, per calcare i toni drammatici della narrazione, una buona parte dell’esercito di Nicia riuscì a salvarsi. Solo che, per problemi logistici e per non essere usati come capri espiatori da parte dell’assemblea cittadina, preferirono rimanere in Sicilia.

Se gli italici si accodarono a Magone per la paga e la possibilità di bottino, gli sbandati ateniesi probabilmente lo fecero per voglia di riscatto e pura e semplice vendetta. Oltre ad arruolare truppe, Annibale Magone si occupò della logistica, varando un’imponente flotta: per massimizzare l’effetto sorpresa, invece di organizzare un unico convoglio, che sarebbe saltato agli occhi dei siracusani, trasferì le truppe e le salmerie in piccoli gruppi, diretti a Mozia e a Zyz, la nostra Palermo.

Tutto questo traffico nel Canale di Sicilia, però, non passò inosservato a Siracusa: anche se nessuno sospettava una campagna in grande stile, nella città si ipotizzava più una serie di raid dedicati al saccheggio, come strumenti di pressione politica convincere i greci ad abbandonare Selinunte e rispettare il precedente accordo, i greci, per dissuadere i cartaginesi al voler riprendere la guerra, decisero di intervenire, imponendo un blocco navale all’Epicrazia. Così, per violarlo, Annibale Magone dovette agire in grande stile, come racconta Diodoro Siculo.

Mandarono in Sicilia quaranta triremi, alle quali non tardarono i Siracusani di farsi incontro verso Erice con altrettante navi; e venutosi a giornata, dopo aspra battaglia quindici navi africane perirono, e le altre col favor della notte sopraggiunta salvaronsi fuggendo. La qual rotta annunziata a Cartagine, Annibale, comandante supremo , navigò tosto con cinquanta navi, prendendo pronte misure onde e il nemico non potesse trar fruito dalla vittoria, ed egli assicurar potesse il tragitto de’ suoi.

Visti i precedenti di Imera e di Selinunte, il panico si diffuse tra i greci di Sicilia, i quali cominciarono a chiedere aiuti a destra e manca: mandarono così ambasciate a Rhegion e alle altre colonie della Magna Grecia e a Sparta. Entrambe fallirono: i greci d’Italia, che erano stati alleati di Atene, poco si fidavano di Siracusa e avevano ottimi rapporti diplomatici e commerciali con Cartagine, risposero picche. Gli Spartani, sia per gli strascichi delle vicende di Ermocrate, sia perché erano impegnati in un escalation contro Atene, avevano appena perso nella battaglia degli Arginuse, si limitarono a mandare buoni consigli, dicendo di ingaggiare la guarnigione che avevano lasciato in Sicilia, e un in bocca al lupo.

Nel frattempo, Annibale Magone completò il suo sbarco a Mozia nel 406 e in tempi assai rapidi, marciò su Akragas, i cui abitanti però, furono assai più reattivi di quanto il generale cartaginese potesse sospettare. Evacuarono tutto il contado, radunando nella città tutta la popolazione; poi applicarono la strategia della terra bruciata. Come narra Diodoro Siculo

presero l’ espediente innanzi a tutto di trasportare dalle campagne in città, frumento ed altri frutti della terra, e quanto v’era di meglio in dovizie d’ogni maniera; poiché a quel tempo e il contado e la città erano ricchissimi d’ogni cosa

distruggendo ciò che non potevano trasportare. Annibale Magone, che contava sulla sorpresa, a malincuore iniziò i preparativi per l’assedio: fece costruire due campi fortificati, protetti da una fossa e da una palizzata, uno a ovest della città, sulla riva destra del fiume Belice, l’altro sulla sponda sinistra, sulla strada per Gela. Poi tentò un approccio diplomatico: da una parte, Annibale Magone era consapevole che ogni soldato perso ad Akragas non avrebbe combattuto a Siracusa, dall’altra, la città era uno dei principali hub del commercio cartaginese. La sua distruzione avrebbe provocato parecchi problemi economici alle élite puniche.

Per cui, il generale fece due proposte: Akragas o sarebbe divenuto alleato di Cartagine, spartendosi le spoglie di Siracusa, oppure sarebbe rimasta neutrale nella guerra imminente. Però, gli Agrigentini, memori di quanto accaduto a Selinunte, risposero picche a entrambe le proposte. L’intera popolazione maschile di Akragas fu armata e posta sulle mura, i mercenari si radunarono presso il colle di Atena e altre truppe furono poste come riserva per tamponare ogni eventuale breccia da parte dei Cartaginesi. Dopo essersi schierati, i Greci attesero l’assalto.

In più, presero due iniziative che, almeno all’inizio complicarono la vita all’esercito punico: a differenza dei siracusani, che non si fidavano, ingaggiarono il contingente spartano di 1500 opliti che era di stanza a Gela, guidato da Dessippo, che era poco più di un avventuriero, dall’altra corruppero un contingente di 1300 mercenari sanniti dell’esercito assediante, che presi armi e bagagli, passarono dalla parte dei difensori.

Annibale Magone era incerto sul da farsi: la posizione di Akragas sconsigliava un assalto diretto, ma un lungo assedio, oltre a mettere in crisi la logistica cartaginese, avrebbe dato tempo ai siracusani di prepararsi meglio alla difesa.

Per cui, tentò il primo approccio, utilizzando due torri d’assedio sul lato ovest della città. Ordinò di infliggere il maggior numero di perdite possibili ai difensori ma dopo un giorno intero di lotte, i Cartaginesi non riuscirono a penetrare. Di notte, i difensori fecero una sortita e incendiarono le torri.

Visto il fallimento di quest’azione, Annibale Magone si rassegnò a intraprendere un assedio, ordinando di abbattere le tombe che si trovavano fuori le mura e di utilizzare il materiale di demolizione per costruire dei rialzamenti di terra in grado di pareggiare l’altezza delle mura. Per le condizioni igieniche dell’epoca, però scoppiò un’epidemia che decimò gli assedianti, portando alla morte lo stesso generale, cosa che Diodori Siculo racconta con toni alquanto pulp

Ma Annibale volendo attaccare la città anche da altre parti, ordinò a’ soldati di demolire i sepolcri, e di fare alzate di terra a modo, che giungessero al pari delle mura. Il che, per la grande moltitudine d’uomini che avea, fu prestissimo fatto. Se non che l’esercito venne fortemente preso da religioso rimorso: imperciocché sotto a’ suoi occhi accadde, che un colpo di saetta spezzò il monumento di Terone, opera di mole e di struttura magnifica, i cui rottami essendosi incominciati a levar via, il lavoro fu sospeso da alcuni indovini ch’eran presenti. Ed immantinente ecco la pestilenza entrare nel campo, e molti morirono sull’istante, e molti ancora furono presi da dolori, e da morbi atroci; fra quali lo stesso Annibale, che uscì di vita.

Il suo braccio destro e nipote Imilcone, prese così il comando e per prima cosa, dovette rincuorare i suoi

considerando tutto il volgo spaventato pel terror degli Dei, primieramente cessò dal metter mano a’ sepolcri; indi facendo fare processioni ed orazioni agli Dei, secondo il rito del suo paese sacrificò a Saturno un ragazzo, e moltissime vittime consacrate a Nettuno cacciò in mare

Poi, continuò la costruzione di rampe d’assedio utilizzando i materiali già raccolti, arginò il fiume Belice, nel corso del quale ha fatto agire come un fossato per Akragas, per ottenere un migliore accesso alla città. Visto che i cartaginesi non mollavano, a Siracusa si decise di organizzare una spedizione di soccorso per rompere l’assedio, guidata da Dafneo, forte di 30000 opliti e 5000 cavalieri, accompagnato da trenta triremi.

Imilcone, per non farsi accerchiare, prese con sé i mercenari nel campo orientale per intercettare la spedizione, mentre il grosso dell’esercito rimase nel campo occidentale, mantenendo Akragas sotto assedio. Una battaglia si svolse da qualche parte sulla sponda destra del fiume Imera. L’esercito punico in un primo momento riuscì a creare difficoltà ai Greci di stanza a sinistra della linea di battaglia greca, ma l’ala destra siracusana disperse le loro controparti puniche prima che i Cartaginesi guadagnassero alcun vantaggio decisivo. I Greci infine riuscirono a sconfiggere i Cartaginesi in una feroce battaglia. L’esercito punico fuggì dal campo lasciando quasi 6000 morti dietro di sé. Dafneo scelse di raggruppare i suoi soldati prima di inseguirlo.

Alla notizia, i cittadini di Akragas, chiesero ai loro generali di eseguire una sortita, per sconfiggere definitivamente gli assedianti: ma questi, su consiglio di Dessippo, rifiutarono, temendo qualche trucco da parte Cartaginese. La stessa paura l’ebbero i siracusani, che si limitarono a occupare il campo orientale degli assedianti.

Questa cautela nasceva da quanto accaduto nel 409 a Imera: in una situazione analoga, le truppe siracusane, che stavano inseguendo i punici in presunta fuga, furono presi alle spalle da un contigente nemico, rischiando la disfatta. Nonostante il successo, vuoi o non vuoi l’assedio di Akragas era stato spezzato, il giorno dopo, tra i greci cominciarono accuse, polemiche e recriminazioni.

Si cominciò a diffondere la voce fra i Greci che i generali agrigentini si fossero rifiutati di attaccare l’esercito cartaginese in rotta perché corrotti da Imilcone. Fu riunito un concilio improvvisato in cui i Greci di Camarina accusarono apertamente i cinque generali agrigentini di tradimento; quattro di questi furono quindi lapidati ed il quinto, Argeo, si salvò solo per la giovane età e nuovi generali vennero eletti al loro posto. Dafneo, ora a capo dell’intera armata greca, ispezionato l’accampamento cartaginese principale, bocciò l’idea di un attacco diretto, sia perchè fortificato, sia perché il numero delle truppe puniche era superiore a quello dei greci.

Per cui, decise di applicare a parti inverse la strategia dell’assedio, nella speranza che la fame compisse il suo sporco lavoro. Così l’armata greca tormentò invece i Cartaginesi per tutta l’estate con attacchi di cavalleria e truppe leggere, impiegandoli in continue schermaglie e tagliando le loro linee di rifornimento, mentre la città di Agrigento era rifornita da convogli navali inviati da Siracusa. I Cartaginesi dovettero ben presto affrontare il problema della carenza di viveri e le truppe mercenarie divenivano ogni giorno più irrequiete. Con l’arrivo dell’inverno la situazione si fece ancora più critica per Imilcone, il quale, però, mantenne il suo sangue freddo.

Per prima cosa, bloccò la minaccia dell’ammutinamento dei mercenari sanniti, pagando loro gli arretrati. Per rimediare il denaro sufficiente, sequestrò tutte le ricchezze dei cittadini cartaginesi al seguito del’esercito. Poi, grazie a una spia, seppe che un convoglio di derrate alimentari era in arrivo da Siracusa; per cui chiese supporto alla flotta di Mozia, per cercare di intercettarlo. Quaranta navi accorsero e colsero di sorpresa la flotta siracusana, forse indotta in errore dalla troppa fiducia del controllo del mare. Otto trireme greche furono affondate e le navi superstiti condotte a riva furono catturate con tutto il loro carico. Questa azione ribaltò la situazione a favore di Imilcone, ora che erano i Greci a dovere affrontare la minaccia della fame

Appena la notizia della cattura delle navi rifornimento raggiunse Akragas, dove la popolazione non aveva potuto coltivare i campi durante l’estate a causa dell’assedio, si diffuse il panico tra difensori. Poi, con quindici talenti d’argento, Imilcone corruppe i mercenari sanniti, che all’inizio dell’assedio erano passati dalla parte dei greci, che tornarono così al suo servizio. La stessa cifra fu passata sottobanco allo spartano Dessippo

perciocché fu sollecito a rappresentare ai prefetti degli Itali come bisognava portar la guerra in altro luogo, poiché ivi mancava la vettovaglia; e sotto questo pretesto, que’ capi, come se fosse già finito il tempo del loro impegno, condussero le loro squadre allo Stretto

Nonostante questi intrighi, Akragas resisteva, ma il problema della carenza delle riserve alimentari rimaneva invariato. Così fu deciso, a metà dicembre, di evacuare la città. Tutti i soldati e 40.000 civili presero armi e bagagli e si trasferirono a Gela.

Or come tanta moltitudine d’uomini, di donne, di fanciulli, si disponeva a tal’opera, difficile è dire i pianti e la disperazione, che empivano ogni casa, tanto pel terrore che i vicini nemici inspiravano, quanto pel dolor di lasciare alla depredazione de’ Barbari quelle sostanze, per le quali ognuno dianzi si credeva beatissimo. Ma poiché la cattiva fortuna voleva che si perdesse tanta copia di beni, prudente partito parea il salvare almeno la vita. Se non che vedeasi pure che lasciavansi non tanto le beate ricchezze di sì magnifica città, quanto ancora una gran turba di persone, poiché essendo ognuno inteso alla salute sua propria, gli ammalati eran da’ loro stessi domestici negletti, e i vecchi abbandonati. Molti poi furono, che anteponendo la morte all’andar fuori della patria, di propria mano si uccisero, onde almeno spirare nelle loro case paterne. Però soldati ben armati condussero a Gela la profuga moltitudine. Ogni via così, ed ogni campagna, che guidava verso Gela, riboccava confusamente di un immensa turba di donne e di ragazzi: fra quali le verginelle, quantunque cambiassero le consuete delizie della vita colle fatiche e cogli stenti gravissimi di sì aspro viaggio, pur sostenevano pazientemente ogni affanno, togliendosi al maggiore, che loro recava la paura. Questa tanta quantità di profughi giunse salva a Gela; e poscia per benefizio de’ Siracusani ebbe ad abitazione la città de’ Leontini

Trovando la città indifesa, Imilcone non ebbe difficoltà a catturare e saccheggiare la città semideserta, giustiziando i residenti rimasti

Amilcare intanto, introdotte non senza timore in città le truppe, di quanti ne trovò ivi lasciati, quasi tutti ne fece uccidere; e quelli ancora restarono crudelmente trucidati, che s’ erano rifugiati ne’ templi, da’ cui altari venivano strappati senza misericordia. Lo stesso fine nella ruina della sua patria dicesi che avesse anche quel Gallia, che tutti i suoi concittadini tanto superava nella magnificenza dell’opulento suo stato, e nella integrità della vita: imperciocché avea creduto di potere salvare sè stesso e i suoi amici, col rifugiarsi nel tempio di Minerva, sperando egli che i Cartaginesi sarebbonsi astenuti dal profanare con crudel macello il luogo sacro agli Dei. Ma poiché vide la crudele loro empietà, attaccò fuoco al tempio, e si abbruciò insieme con tutti i sacri tesori degli Dei, con questo solo fatto pensando d’impedire tre mali; l’empietà de’ nemici verso gli Dei, la rapina delle grandi ricchezze ivi accumulate, e quello, che per lui era massimo, la contumelia, a cui altrimente sarebbe stato esposto il suo corpo. Amilcare, fatto diligentemente cercare per tutti i luoghi sacri e profani, e spogliati di tutto, tanta preda ne colse, quanta è facil cosa presumere che ne somministrasse una città abitata da dugento quaranta anni, non mai stata saccheggiata, e che allora passava per opulentissima infra tutte le città greche, spezialmente considerato che i suoi cittadini in singolare maniera amanti della eleganza, dilettavansi d’ogni genere di cose magnifiche. Perciò il vincitore ivi allora trovò moltissime pitture lavorate con sommo artifizio, ed un numero infinito di statue d’ogni specie con particolare ingegno fabbricate. Egli mandò a Cartagine le cose preziosissime, tra le quali era anche il toro di Falaride; e il rimanente fece vendere all’asta. Timeo nella sua storia nega con grande impegno, che mai quel toro abbia sussistito: ma egli viene smentito dall’evento stesso della fortuna: imperciocché Scipione africano quasi dugentosessant’anni dopo questo eccidio di Agrigento, distrutta Cartagine, tra le altre cose che fino a quel tempo eransi conservate, restituì agli Agrigentini anche quel toro famoso, il quale mentre pure componevasi questa storia, rimaneva in Agrigento.

Essendo dicembre, Imilcone, nonostante il successo, decise di interrompere la campagna e svernare ad Akragas. Nel frattempo, i profughi di Agrigento, appena giunti a Siracusa, accusarono Dafneo e gli altri generali di tradimento; questi tumulti furono la causa che provocò dopo poco l’elezione di Dionisio I di Siracusa a tiranno della città.

Villa Tasca

Oggi, nel mio diario palermitano, parlerò di un’esperienza molto particolare, che potrebbe costituire un modello di collaborazione tra pubblico e privato, utile per valorizzare al meglio lo splendido patrimonio culturale locale.

Si tratta di Villa Tasca, il parco che da nome all’omonimo quartiere, anche se la burocrazia palermitana preferisce utilizzae la più contorta e meno immediata definizione “Unità di primo livello”: devo confessare che, da ignaro delle vicende locale, ci ho messo un poco per comprendere il significato di tale perifrasi.

Villa Tasca sorge poco distante dalla strada che conduce verso la cittadina normanna di Monreale, in una località che conserva ancora, in parte, le caratteristiche lodate dal Marchese di Villabianca:

“la contrada è decorata di nobili ville e casene di delizie, con verzieri da per tutto, arricchiti da fonti ed acque”.

Il racconto inizia cinque secoli fa, nella metà del Cinquecento, quando Louiso di Bologna, Barone di Montefalco, decise di costruire un sontuoso palazzo in una zona ricca di sorgenti. Gli eredi che nel tempo si sono succeduti (Camastra, Silvera, Branciforte) hanno apportato diverse modifiche fino a quando, nel Settecento, la Villa di Mezzo Monreale assunse l’attuale aspetto.

I Lanza principi di Trabia e duchi di Camastra trasformarono secondo il gusto neoclassico sia le architetture sia il giardino. L’attuale Villa Tasca diventò così “una delle più belle Ville tenute anticamente dai nostri baroni” come scriveva il Marchese di Villabianca, ed era rinomata anche per le feste che qui organizzava Pietro Lanza di Branciforte, principe di Trabia.

Secondo le testimonianze dell’epoca, il giardino, che era parte di una più ampia tenuta a destinazione agricola, non lontana dal giardino della Società di Acclimazione del Consorzio Agrario delle Province Siciliane e dal solatium normanno della Cuba, era caratterizzata da un’esuberante flora esotica, alternata ad alberi ad alto fusto, di cui rimane solo un platano monumentale, altro più di 30 metri, che ha più di due secoli di via sul groppone e da un alternarsi di labirinti, montagnole, laghetti, ponti, finte rovine, statue neoclassiche e presunti reperti archeologici dell’antichità greca e romana. Di questo assetto, rimangono ancora visibili le quattro fontane circolari, le belle cancellate e il lungo viale di ingresso.

Nel 1855, Beatrice Lanza e Branciforti dei principi di Trabia e duchi di Camastra e il marito Lucio Tasca, ispirati da quanto fatto da Basile nel Giardino Inglese, decisero di ristrutturare il parco, trasformano il parterre geometrico antistante la settecentesca casina progettata da Andrea Gigante. La nuova sistemazione tende a neutralizzare la precedente simmetria articolando liberamente le aiuole di fiori e le sponde di una vasca e lavorando sui bordi con gruppi di alberi.

Rispetto ai modelli originali in terra britannica, il clima mite e soleggiato di Palermo offriva l’ambiente ideale per lo sviluppo e la sopravvivenza delle piante tropicali che diventarono protagoniste assolute del Parco: nel giardini di Villa Tasca crebbero rigogliosi alcuni dei più grandi esemplari cittadini di Cycas revoluta, un pino di Norfolk mozzafiato, e un buon numero di specie diverse di palme.

Le cose cambiarono ulteriormente con la straordinaria figura di Giuseppe Tasca Lanza, grande chimico e sindaco della Palermo liberty nel 1901, dal 1902 al 1903 e dal 1906 al 1907, che modernizzò la città, senza tradirne le radici. Giuseppe, da una parte era un grande imprenditore, trasformò la tenuta di Villa Tasca in una tra le più avanzate tecnologicamente di tutta la Conca d’oro intorno a Palermo e dal 1892 gestì l’ex feudo Regaleali, 1200 ettari nelle campagne al confine tra le province di Palermo e Caltanissetta, con l’azienda vinicola Tasca d’Almerita, fondata dal padre, dall’altra era un’idealista.

Seguace di Marx e di Rosseau, cosa molto strana, per uno degli uomini più ricchi della Sicilia, sosteneva la riforma dei costumi, l’avvento di una società egualitaria e l’abolizione della proprietà privata: a differenza di parecchi radical chic odierni, Giuseppe era un uomo di fatti, oltre che di parole. Appoggiò finanziariamente il movimento operaio dei fasci siciliani, cosa che lo portò ai ferri corti con Crispi e nelle sue tenute, introdusse una serie di rifolerme per migliorare la vita dei coloni.

Nel 1870 Giuseppe decise di trasformare il giardino di Villa Tasca in una sorta di manifesto ideologico: nel far questo, ingaggiò l’architetto borghese per eccellenza, Francesco Paolo Palazzotto, il progettista dell’Ospizio Marino, che continuo a considerare tra i più belli ospedali d’Italia, con i suoi padiglioni, a forma di chalet, posti sulla riva del mare, decorati da disegni geometrici a vivaci colori e disposti attorno ad un piazzale centrale.

Il giardini di Villa Tasca, detto fra noi, è una delle rare testimonianze delle architetture private di Palazzotto, dato che la maggior parte dei suoi edifici fu distrutto durante il sacco di Palermo. Nella ristrutturazione del giardino, furono così realizzato il Laghetto dei cigni, la “stufa botanica“, una serra di orchidee e fiori esotici, la Grotta rustica con stalattiti della Madonie,sormontata da un tempietto dorico dedicato a Cerere, un piccolo ruscello e yucca e infine, la Collinetta, con qualche percorso impervio che conduce ad un gazebo in ghisa con pagoda, che funge da belvedere su tutto il parco.

Intanto, nel 1881, giungeva a Palermo un vip dell’epoca, Richard Wagner, accompagnato da nove persone al seguito, ossia cinque figli, la moglie Cosima, due domestici e un istitutore. Il viaggio era motivato sia dalla lettura dei diari di viaggio italiani di Goethe, sia dai suoi reumatismi, che, a detta del medico curante, il clima dell’Isola poteva efficacemente combattere, il che, posso testimoniare, per esperienza diretta come sia vero.

Wagner inizialmente si stabilì nel Grand Hotel et des Palmes lo storico e lussioso albergo, situato nella centrale Via Roma al numero 398. Il tedesco, per il suo pessimo carattere, ebbe a discutere con i Whitaker, proprietari dell’albergo e con il vicino di suite, Francesco Crispi, e qui debbo dare ragione a Wagner, data la pessima abitudine del politico di improvvisare rumorosi comizi in piena notte.

Invece di mandare tutti al diavolo e di tornarsene in Germania, però, Wagner, che nel frattempo si era palermizzato assai, tanto da passare più tempo a fare il turista, a mangiare cannoli e fare spesa nei mercati, che a comporre musica, decise di trovarsi una nuova dimora, anche approfittando del fatto che la locale aristocrazia, per motivi di prestigio se lo stava letteralmente litigando. Dopo un paio di tentativi, Wagner prese armi e bagagli e si trasferì a villa Tasca, dove tenne concerti e finalmente riuscì a completare il suo Parsifal. In quel periodo, la villa ospita un altro grande nome: Renoir.

Il pittore, quel periodo era in vacanza anche lui a Palermo: appassionato di musica, dopo due tentativi andati a vuoto, Renoir viene finalmente presentato a Wagner. Siamo a conoscenza dei particolari di quest’incontro grazie ad una lettera che Renoir, il 15 gennaio 1882, scrive ad uno dei suoi amici. Wagner si rivela molto affabile. Complice qualche bicchierino di troppo, i due uomini parlano a pezzi e bocconi per più di tre quarti d’ora prima che il musicista chieda al pittore una breve seduta di posa da effettuarsi il giorno seguente. Ecco come Renoir ha descritto, nella lettera alla quale poc’anzi si faceva riferimento, questo secondo incontro con il grande compositore tedesco

Wagner è stato molto allegro, ma nervosissimo e rimpiangevo di non essere Ingres. Per farla breve, ho sfruttato bene il mio tempo, credo 35 minuti, non sono molti, ma se mi fossi fermato prima, il ritratto veniva bellissimo perché il mio modello alla fine perdeva un po’ di allegria e diventava rigido. Ho seguito troppo i cambiamenti …. Alla fine Wagner ha chiesto di vedere ed ha detto: “Ah! Ah! Assomiglio ad un pastore protestante”, il che è vero. Insomma ero molto felice di non avere fatto troppo fiasco: esiste un piccolo ricordo di quella testa stupenda

Altro effetto collaterale, del soggiorno a vila Tasca, oltre al Parsifal e al ritratto, fu anche il genero palermitano: Wagner riuscì ad appioppare la figliasta Blandine al giovane giovane conte Gravina, cadetto dei principi di Rammacca…

Da qualche mese, i conti Tasca d’Almerita hanno deciso di aprire il parco al pubblico: pagando un biglietto annuale, dal costo assai limitato, 10 euro, si ha diritto di accesso nei giorni e negli orari di apertura e di usufruire dei servizi e degli eventi presenti.

La necropoli di via Celle

Il mio viaggio nelle necropoli romane dell’area flegrea termina con una visita quella che in via Celle a Pozzuoli, poco a oltre la centrale Piazza Capomazza, databile tra il I ed il II secolo d.C. A quell’epoca, il luogo costituiva un importante snodo del traffico locale, coincidendo con l’incrocio tra la via Consularis Puteolis-Capuam e la via Puteolis-Neapolim che, come fa intuire il nome, collegava Pozzuoli con Napoli.

Dell’area sepolcrale è oggi visibile solo un gruppo di quattordici edifici funerari, che fiancheggiano il lato orientale della strada. Nel ’700, ma anche oltre, i colombari venivano in parte utilizzati per ricoverarvi il bestiame, le “celle”, da cui la strada moderna trae il suo nome.

I primi scavi regolari risalgono agli anni Trenta del secolo scorso, ma solo negli anni Sessanta si procedette a liberare l’intero complesso, che comprende varie tipologie di edifici funerari, e anche aree destinate all’esecuzione dei riti connessi al culto dei morti. Si tratta per lo più di colombari – ambienti con volta a botte e pareti traforate da nicchiette destinate a contenere le olle con le ceneri dei defunti, così chiamati dagli eruditi per questa somiglianza con i locali deputati a custodire i colombi – spesso sviluppati su più livelli, per poter accogliere le incinerazioni dei membri di corporazioni e collegia, ma anche di famiglie; più tardi, a partire dal II sec. d. C., subentrato il rito dell’inumazione a quello della cremazione, gli stessi edifici furono occupati da tombe a inumazione, in casse di pietra coperte da tegoloni anche a doppio spiovente (cappuccine), anch’esse disposte su più livelli fono a raggiungere, a volte, la quota d’imposta delle volte. Riutilizzazioni di questo tipo, e diverse trasformazioni, caratterizzano spesso gli edifici, come da tradizione nel mondo romano, rendendo spesso difficile una lettura organica del singolo monumento, viste anche le ristrutturazioni e le distruzioni avvenute in età post-antica. Non mancano, all’interno degli edifici, anche resti del rivestimento pittorico parietale, con semplici elementi vegetali o geometrici a scandire lo spazio tra le nicchie.

All’esterno, si possono notare alcune facciate meglio conservate, come quella in laterizio, scandita da lesene, dell’edificio n.6, che doveva essere certamente ampiamente decorata da stucchi e pitture, o l’edificio. 11, forse il più prestigioso, un vero e proprio mausoleo con camera ipogea su basamento quadrato, sempre in laterizio, con fronte ad esedra verso la strada nonché un tamburo superiore, di cui si conservano alcuni elementi della decorazione architettonica in stucco.

A questi monumenti si aggiunge un edificio interpretato come collegium funeraticium, (associazione i cui membri di modesta condizione, aggregandosi, potevano assicurarsi con poca spesa una sepoltura decorosa) caratterizzato da una pianta rettangolare sviluppata attorno ad un cortile al centro del quale fu eretto un mausoleo. A Nord del cortile si aprono due ambienti, mentre ad Est ed a Sud è un corridoio porticato su due piani, lungo il quale, nell’ala settentrionale, si dispongono una serie di ambienti di servizio su due livelli; mentre, nell’angolo Nord-Est, un piccolo cortile, dotato di cisterna, permette l’accesso tramite una scala al piano superiore, avente la stessa planimetria di quello inferiore. Il braccio meridionale del corridoio conduce, poi, ad un’aula rettangolare aperta sulla strada, decorata da marmi sulle pareti e pavimentata con un mosaico bianco e nero. Ai muri laterali della sala sono addossati i balconi, sotto i quali si aprono degli arcosoli pertinenti ad una fase d’uso successiva, ospitanti sepolture ad inumazione di epoca tarda come quelle presenti nell’ambiente.

Nel suo insieme la necropoli dovette sorgere, in base alle tecniche edilizie rilevabili, a partire dal I sec. a.C., con monumenti isolati che, pian piano, e fino al II sec. d.C., andarono a riempire gli spazi disponibili a ridosso della carreggiata stradale, addossandosi agli edifici più antichi e limitando gli originari spazi scoperti a loro annessi, venendo a creare un continuum percepibile ancor oggi. Mancano totalmente dati sugli arredi funebri, a causa delle spoliazioni post-antiche, dato che i mausolei furono sempre visibili, accessibili e riutilizzati nel tempo.

L’Acqua Tofana

Come raccontato altre volte, parlando della “Vecchia dell’Aceto”, Palermo, in età barocca, godeva della peculiare fama di essere una delle capitale mondiale della produzione e dello spaccio dei veleni. Fama che derivava anche dalle vicende, assai romanzate, della famiglia Tofano: le definisco così, perché, purtroppo, le fonti che ne parlano sono assai tarde.

Si tratta infatti di due testi ben più tardi: I misteri dell’acqua tofana di Alessandro Ademollo (1881) e L’acqua tofana di Salvatore Salomone Marino (1882). I due affermarono di avere trovato i resoconti dei processi alle donne di tale famiglia, che non erano mai stati divulgati prima: non escludo che, per vendere qualche copia in più, abbiano infiocchettato e arricchito i fatti.

La nostra storia comincia nel 1632, quando, a Palermo, ci fu un’improvvisa e inaspettata moria di mariti, che erano accomunati dall’essere vecchi, sgradevoli e ricchi in modo spropositato: preoccupati da questa peculiare epidemia, anche perché poteva toccare prima o poi ognuno anche a loro, i nobili palermitani si impegnarono in indagini degne di Sherlock Holmes, finché, grazie al principe di Butera, che si travestì da sposina infelice, desiderosa di passere quanto prima allo status di vedova, fu individuata la colpevole: Francesca Rapisardi, meglio nota come Francesca La Sarda, accusata di avere fornito a parecchie signore infelici un veleno ad azione lenta e difficilmente individuabile. Il soprannome non deriva dall’origine, ma dal pesce: probabilmente, Francesca doveva essere una donna alquanto magra.

Rinchiusa nelle carceri della Vicaria, è giudicata colpevole, da una giuria di soli uomini e condannata a morte per decapitazione… Perché la sua sentenza sia eseguita, deve fare solo pochi metri, in pratica attraversare il pianoro di piazza Marina e giungere al patibolo, più o meno davanti al vicolo delle Teste, l’attuale vicolo Palagonia all’Alloro.

Sarà giustiziata infatti lì, il 16 Febbraio del 1633. Tutta la popolazione maschile di Palermo, oltre a tirare un sospiro di sollievo, decise di assistere all’esecuzione, tanto che le autorità spagnole, costruirono dei palchi in legno, come di gradinate di stadio, per poter dare una buona visuale dell’esecuzione e cominciarono a vendere i biglietti. Secondo la tradizione, stanca di essere sbeffeggiata dal pubblico, Francesca li maledisse:

Ridete pure, che tra poco mi seguirete all’inferno

Subito dopo, l’esecuzione, per la troppa calca, il palco crollò, uccidendo molti tra gli spettatori. Nonostante la morte di Francesca, però, la moria di mariti continuava: dopo qualche mese fu scoperto un complice della avvelenatrice, tale Pietro Placido di Marco, che ne proseguiva l’attività. Di conseguenza, fu torturato, confessando che la mente diabolica che fabbricava il potente veleno era una certa Thofania d’Adamo e che Francesca “La Sarda” e lui stesso avevano solo il compito di smerciarlo.

Nonostante questo, il 21 giugno 1633 fu garrotato, in pratica strozzato con una corda, su di un palo posto su una barca e squartato in quattro parti. Il 12 luglio 1633 fu infine il turno di Thofania d’Adamo, accusata di uno sproposito di avvelenamenti, compreso quello del proprio marito: nel carcere La Vicaria fu affogata, buttata da un pendio, appesa e squartata.

La storia sarebbe finita qui, se non ci fosse stata Giulia Tofana, che a seconda delle fonti viene identificata come la figlia o la nipote di Thofania: tutte dicono che fosse bellissima, intelligente e affascinante. Giulia rilevò il business familiare e perfezionò, dopo avere sedotto uno speziale, che gli rivelò alcuni segreti della chimica del tempo, il veleno che, in suo ehm onore, fu chiamato Acqua Tofana. Ovviamente, Giulia fu più cauta di Thofana, ma nel 1640 dovette scappare in fretta e furia da Palermo a causa del tentato omicidio del ricco commerciante genovese Ippolito Larcari; un suo concorrente aveva cercato, sbagliando le dosi, di farlo fuori.

La destinazione fu Roma: non è chiaro che mestiere usasse nell’Urbe, come copertura per la sua produzione e vendita di veleni. Alcuni dicono che fosse una sensale di matrimoni, prima faceva sposare le sue amiche, poi le rendeva vedove, in cambio di una percentuale dell’eredità, altri che fosse una prostituta, tenendo conto che nella Roma dell’epoca, circa il 10% della popolazione si dedicava a tale attività.

Vi erano cataloghi pubblici con il prezzo delle loro notti, e il Tribunale curiale rilasciava le licenze dei bordelli e riscuoteva le tasse schedandole. Erano quindi delle contribuenti: dovevano versare un tributo fisso (circa 10 carlini), in cambio della tutela del governo. I soldi ricavati dalle tasse da loro pagate erano spesso spesi per opere pubbliche: per lastricare Via Ripetta o Via dei Coronari per esempio, la costruzione di ponti (Ponte Sisto) o la loro riparazione (Ponte Rotto).

Tornando a Giulia, pare avesse come amante un frate speziale, Padre Girolamo di Sant’Agnese della Basilica di San Lorenzo Damaso, che le procurava l’arsenico. Era protetta da persone di alto rango e per questo morì per cause naturali nel suo letto nel 1651 nonostante avesse ammazzato molte persone. Non ci sono prove sulle dicerie che morì in un convento o in carcere sottoposta a tortura

Destino che non toccò alla figliasta Girolama Spana: questa era rimasta rimase di genitori in Sicilia, vedova di un Carozzi di Firenze, aveva due figli maschi e vantava legami con l’aristocrazia romana. Tra le persone facoltose era conosciuta per essere indovina, “fattucchiera”. Approfittando dell’epidemia di peste, che rendeva difficile l’identificazione delle cause di morte dei mariti, Girolama mise in piedi una vera e propria industria dell’avvelenamento, assumendo addirittura delle collaboratrici: Giovanna de Grandis e Maria Spinola (Grifola), creatrici di veleno, Laura Crispolti e Graziosa Farina, venditrici.

Non è detto però che abbia fatto fuori più di seicento persone: insomma, sotto tortura è facile sparare numeri a caso. Come furono scoperte? Neppure questo è chiaro: chi parla di una confessione, chi di un trucco analogo quello che incastrò Francesca La Sarda, chi racconta che avvenne a cuasa della la contessa di Ceri, che sbagliò le dosì nell’avvelenare il marito.

In ogni caso Il 5 luglio 1659 Girolama fu condannata e giustiziata a Roma, in Campo de’ Fiori, assieme alle collaboratrici. Col tempo altre 41 donne furono strangolate nelle segrete dei palazzi o murate per ordine dell’Inquisizione.

Pochi giorni dopo si doveva impiccare anche Cecilia Bossi Verzellini, “che eccitò la figliuola ad avvelenare il marito” ma durante l’esecuzione avvenne un curioso aneddoto. I condannati a morte erano accompagnati al patibolo da un frate della confraternita di San Giovanni Decollato che era anche un Barberini principe di Palestrina. Il “principe confortatore” impietosito dai lamenti della condannata raccomandò al boia di far presto, ma questi rispose con insolenza che se il principe voleva poteva occuparsi lui dell’esecuzione ed anzi se ne andò, così avvenne che l’esecuzione fu fatta da un aiutante, ed il boia fu arrestato per ordine del governatore di Roma, frustato e poi condannato alla galera …

Ma in cosa consisteva, questo benedetto veleno, chiamato acqua tofana ? Secondo le cronache tardive, gli ingredienti erano acqua, anidride arseniosa, limatura di piombo, limatura di antimonio e succo estratto dalle bacche della belladonna. L’anidride arseniosa, fatta bollire in acqua, crea un ambiente acido e consente lo scioglimento del piombo e dell’antimonio, dando luogo ad una soluzione incolore, inodore e insapore ad altissimo tasso di tossicità.

Una volta somministrata, provoca in breve tempo vomito e in seguito febbre, facendo in modo che il quadro clinico del malcapitato venga confuso con quello di un normale disturbo intestinale; la morte sopraggiunge entro 15-20 giorni, se viene rispettato il corretto dosaggio. L’acqua tofana avvelena le persone un po’ per volta, facendo sembrare la morte apparentemente naturale (il volto del defunto appare roseo), allontanando così i sospetti di un omicidio.

Il veleno veniva commercializzato, spacciandolo come “manna di San Nicola”, ossia l’acqua trasudata dalle ossa di San Nicola, custodite nella cripta della Basilica di Bari e raccolte ogni anno la sera del 9 maggio con una cannula, che all’epoca spacciata come rimedio cosmetico per eliminare le imperfezioni del viso. Dato che Girolama era assai scrupolosa nel suo lavoro, il “prodotto” era accompagnato dalle istruzioni per l’uso, allo scopo di evitare avvelenamenti accidentali.

Intanto, la fama dell’acqua tofana cominciava a diffondersi anche all’estero: nel 1672, alla morte dell’ufficiale di cavalleria Godin de Saint-Croix, furono scoperti nei suoi incartamenti alcuni scritti che accusavano la sua amante Marie-Madeleine d’Aubray, marchesa di Brinvilliers, di aver avvelenato con l’acqua tofana il proprio padre, i due suoi fratelli e sua sorella per impadronirsi delle loro parti di eredità. La marchesa di Brinvilliers fu sottoposta a processo e giustiziata nel 1676.

L’anno successivo, inchiesta svelò che una certa Marie Bosse aveva fornito dei veleni ad alcune mogli di diversi membri del Parlamento francese, le quali volevano sbarazzarsi dei rispettivi mariti. Marie Bosse denunciò a sua volta la fattucchiera di corte ed avventuriera Catherine “La Voisin” Deshayes assieme ad altre persone, tra cui un certo Adam Lesage.

Le rivelazioni degli accusati condussero a persone di alto rango e il Re di Francia Luigi XIV fu costretto ad istituire la Camera Ardente, un tribunale speciale, volto giudicare, senza possibilità di appello, gli imputati. Furono quindi menzionati personaggi noti e di alto lignaggio, prevalentemente donne, come Antoinette de Vivonne, Claude Marie du Roure, Francesco Enrico di Montmorency-Luxembourg, Jaqqueline du Roure, Maria Anna Mancini, Olimpia Mancini e Pierre Bonnard.

Il luogotenente di polizia Gabriel Nicolas de la Reynie condusse un’indagine accurata da cui emerse che all’accusa di avvelenamento si aggiungevano altri crimini, tra i quali gli omicidi di bambini neonati, accaduti durante le messe nere celebrate da sacerdoti scomunicati, profanazioni di ostie consacrate e contraffazioni di valute.

Ma lo zelo di La Reynie celò la lotta tra Francesco Michele Le Tellier de Louvois, ministro della guerra, e Jean-Baptiste Colbert, ministro delle finanze: un’inchiesta segreta parallela disposta da Louvois per conto del Re svelò che i più illustri accusati erano parenti o amici di Colbert. La Camera Ardente pronunciò contro i personaggi 36 condanne a morte, più altre alla prigionia.

La Voisin fu condannata al rogo e giustiziata il 22 febbraio 1680 in Piazza de Grève. Dopo la sua esecuzione, sua figlia Marguerite Monvoisin chiamò in causa Françoise-Athénaïs di Montespan, la quale aveva intrattenuto rapporti con sua madre per ottenere dei preparati atti a risvegliare l’amore del Re per lei e partecipato ad alcuni esorcismi. Tuttavia la Montespan, per disposizione del Re, fu risparmiata ed i suoi accusatori rinchiusi nelle fortezze reali. La Montespan, madre di sei figli legittimati del Re, rimase a corte ma, caduta in disgrazia, fu relegata in esilio in un modesto appartamento di Versailles, ove visse per dieci anni prima di morirvi. La Camera Ardente fu sciolta nel 1682 per ordine del sovrano.

Tutte queste vicende resero l’acqua tofana il veleno per eccellenza, tanto da attribuirle morte eccellenti, come quella di Mozart o di papa Benedetto XIII e fu citata, anche a spoposito, da intellettuali e scrittori. Il primo fu il francese Jean-Baptiste Labat nel 1709; poi fu il turno di Johann Keysler, della Fellowship of Royal Society, che nel 1730 ne raccontò, con molta fantasia, la storia. Raccontò infatti di una vecchia, chiamata Tofana, che a Napoli aveva avvelenato un centinaio di persone, usando quel veleno.

L’acqua tofana fece capolino anche in diversi romanzi come le Passeggiate romane di Stendhal, Il conte di Montecristo di Dumas, Uno studio in rosso di Conan Doyle. L’ultima citazione che ricordo è ne Il Maestro e Margherita di Bulgakov, in cui, nel Capitolo 6, Giulia Tofana fa capolino nel Gran Ballo.

Tra il Settimo e l’Ottavo Miglio dell’Appia Antica

Riprendendo la nostra passeggiata tra il Settimo o l’Ottavo miglio dell’Appia Antica, lo sguardo cade subito su un rilievo, risalente all’età augustea, su cui sono scolpiti tre busti-ritratto di defunti, di cui non conosciamo il nome, inquadrati tra due pilastrini.

Al centro è raffigurata una donna, affiancata da un uomo più giovane ed uno più anziano. La donna ha il capo coperto da un lembo dell’abito, come segno di religioso rispetto e sacralità, ed è molto vicina all’uomo anziano alla sua destra, il che fa presumere una stretta relazione tra i due. Il suo viso e la pettinatura non sono riconoscibili, ed anche i tratti dell’uomo anziano sono molto rovinati, tanto da poterne riconoscere solo gli spigolosi contorni del capo e le guance scavate. Per quanto riguarda l’uomo più giovane, il suo viso è meglio conservato: si riconoscono la folta capigliatura, la fronte dritta e il viso angoloso. Da notare sul rilievo le mani delle tre figure realizzate in maniera imprecisa mentre le vesti sono riprodotte in maniera dettagliata e curata, ad esempio nelle pieghe e in corrispondenza dei gomiti. Il rilievo può essere datato in età augustea.

Proseguendo più avanti si giunge al punto in cui l’Appia Antica, fletteva una seconda volta, dopo la curva del V miglio. Circa 300 metri prima del punto in cui passava fino al 2000 il Raccordo Anulare, sulla sinistra della via, si individuano i resti della gradinata anteriore di un monumento in laterizio a due piani, con nucleo in calcestruzzo di lava basaltica e camera sotterranea coperta a volta; nel sepolcro fu rinvenuto un prezioso vaso di alabastro cotognino di stile egiziano, databile alla seconda metà del I sec. a.C., che è conservato ai Musei Vaticani.

Superato il sottopassaggio sul Raccordo Anulare, sul lato sinistro della strada, incrociamo una grande esedra in calcestruzzo in lava basaltica, alta circa 9 metri, un tempo coperta da una semicupola, andata perduta. Il rivestimento marmoreo è stato asportato, mettendo in luce il nucleo in cementizio di pietra basaltica. La struttura, a lungo interpretata come luogo di sosta, è stata definitivamente identificata con un sepolcro, eretto tra la fine dell’età repubblicana e la prima età imperiale. Sulla parete interna dell’esedra si trovano tre nicchie rettangolari, destinate ad ospitare le statue ritratto dei defunti, che non sono state rinvenute.

Proseguendo sul lato sinistro della strada, si nota un sepolcro a edicola, che presenta una quinta architettonica in laterizio con nicchia centrale destinata alle immagini dei defunti, eretta su un basamento parallelepipedo nel quale è ricavata la cella funeraria, con accesso dal lato posteriore.

In corrispondenza del civico 320, sorge un esteso complesso noto come Casino di Caccia alla Volpe. La struttura e la tenuta visibile solo dalla strada, sono oggi di proprietà del demanio dello Stato. La costruzione, risalente al 1926, nacque per ospitare un canile per allevamento e addestramento ed è testimonianza della diffusione di questo sport nelle vaste tenute della campagna romana.

La tradizione della caccia alla volpe a Roma risale al 1842, quando Lord George Stanhope VI, conte di Chesterfield, giunto in Italia dal 1836 con sei cavalli da sella e quindici coppie di cani, organizzò la prima battuta, con alcuni amici inglesi e il principe Livio III Odescalchi. Quando Lord Chesterfield ripartì per l’Inghilterra, lasciò i suoi cavalli e cani al principe Odescalchi, il quale ne curò l’addestramento e la riproduzione. La stagione di caccia 1844-45 finì con una corsa agli ostacoli (steeple-chases) che fu ripetuta anche negli anni successivi nella tenuta di Roma Vecchia presso le rovine della Villa di Sette Bassi. Gli eventi politici degli anni 1848-49 causarono un’interruzione dell’attività e Pio IX arrivò a proibire la caccia a seguito di gravi incidenti, ma poi, su pressione dell’aristocrazia, concesse di nuovo lo svolgimento delle attività e nel 1860 nacque la “Società Romana per la Caccia alla Volpe”, di cui Odescalchi fu primo presidente (“Master of Hounds”).

La caccia alla volpe divenne ben presto un rituale di gran moda tra l’alta borghesia e l’aristocrazia fino agli inizi del Novecento. D’Annunzio, che ne era un grande appassionato, la pratica nella Macchia di Centocelle. I cacciatori partivano in carrozza dai palazzi di famiglia, situati nel centro di Roma, seguiti da cavalli, cani e battitori, incaricati di scovare la selvaggina, e si davano convegno presso una delle vie consolari, tra cui l’Appia. Così avvenne per la famosa battuta di caccia del gennaio 1870, alla quale partecipò in incognito anche l’imperatrice d’Austria Elisabetta, conosciuta come Sissi, che ebbe come sfondo gli acquedotti della via Appia Antica e le capanne di pastori, immersi in un paesaggio fuori dal tempo. Altri personaggi celebri che parteciparono alle battute, come le attrici Eleonora Duse e Sarah Bernhardt furono immortalati nei reportage fotografici del conte Giuseppe Primoli.

Tornando ai resti archeologici, dopo altri 100 metri troviamo a destra un grosso torso di sepolcro a pilastro, poi a sinistra un colombario laterizio con due finestrelle rettangolari che illuminavano la camera funeraria. L’ingresso è dal lato opposto alla strada; le pareti accolgono le nicchie per le olle cinerarie, e l’interno è ingombrato dai resti della volta crollata. La parte superiore era forse un’edicola

Superata la moderna via degli Armentieri, sulla destra dell’Appia, in corrispondenza i un tratto di basolato, in cui spiccano i solchi tracciati dall’intenso traffico degli antichi carri, si conserva un grandioso mausoleo a dado, con nucleo in calcestruzzo di lava basaltica in cui sono inseriti numerosi blocchi di peperino del rivestimento originale; l’accesso alla camera funeraria sotterranea è come di consueto dalla parte opposta alla strada: nella cella rivestita di laterizio sono ricavate tre nicchie ad arco per i sarcofagi. Procedendo per un altro centinaio di metri, incontriamo a sinistra due nuclei in calcestruzzo, e sulla destra una epigrafe che ricorda un tal M. Pompeo, che aveva l’impiego di scriba nell’ufficio dei questori (è questo il significato delle lettere SCR Q).

Proseguendo sul lato destro, accanto al civico 400 si incontra un sepolcro a tumulo su basamento circolare in calcestruzzo di lava basaltica, in cui sono ammorsati blocchi di peperino, che avevano la funzione di ancorare il rivestimento, anch’esso di peperino, al nucleo interno. Recenti lavori di manutenzione hanno rivelato la presenza di blocchi a bassorilievo con raffigurazione di tralci vegetali di acanto e fiori, che, sulla base di confronti, consentono un’ipotetica datazione del monumento all’età augustea.

Subito dopo il tumulo circolare, su un’ampia distesa sulla destra della via, 50 metri prima del punto in cui cadeva l’VIII miliario, si nota un’area con tronchi di colonne in peperino, in passato attribuiti ad un Tempio di Ercole, fatto edificare dall’imperatore Domiziano all’VIII miglio dell’Appia, famoso perché questo imperatore vi aveva fatto collocare all’interno una statua colossale di Ercole scolpita a sua somiglianza. . Le indagini archeologiche, però, hanno smentito tale interpretazione, riconoscendo nelle strutture un portico costituito da un colonnato in peperino. Probabilmente esso faceva parte di una statio, una struttura d’accoglienza per coloro che percorrevano la Via Appia. La statio era costituita da un’area porticata, di forma quadrangolare, destinata a luogo di sosta dei viandanti, su cui si
aprivano una serie di ambienti, utilizzati per fini commerciali e produttivi. La doppia funzione dell’edificio appare comprovata dalla pianta e dal ritrovamento di molti frammenti di vasi per derrate alimentari. L’impianto risale ad epoca tardorepubblicana (fine del I secolo a. C.), ma l’area continuò ad essere utilizzata a lungo, come dimostra il rinvenimento di strutture di età imperiale

Proseguento, a sinistra riconosciamo una parete in opera listata, poi una successione ininterrotta di resti di muri, blocchi di peperino, fondamenta di sepolcri; tra questi spicca un sepolcro a edicola, simile alla tomba di Quinto Veridio, di cui ho parlato in un altro post. Le tracce visibili ai lati della nicchia hanno permesso di ricostruire la presenza in origine di due semicolonne, fiancheggiate a loro volta da due paraste, sorta di pilastri inglobati nelle pareti, dalle quali sporgono solo leggermente. Questi elementi architettonici sorreggevano originariamente un timpano.

La tomba è tradizionalmente identificata con quella di Persio Flacco, poeta satirico romano morto nel 62 d.C., per un tumore allo stomaco, nella villa che possedeva proprio all’VIII miglio dell’Appia Antica.

Persio, seguace della filosofia stoica, è sotto certi aspetti un poeta sperimentale nell’ambito della letturaratura latina, il che lo rende particolarmente odiato dagli studenti. Da una parte adotta, anche per esasperare il suo realismo, un sermo humilis, che però sfrutta per costuire complesse e barocche metafore. Dall’altra, costruisce periodi dal ritmo sincopato e dalle sonorità aspre, come se volesse schiaffeggiare il lettore, per risvegliarlo e renderlo consapevole dei tempi mediocri in cui vive.

Ecco un esempio del suo stile

Verba togae sequeris iunctura callidus acri,
ore teres modico, pallentis radere mores
doctus et ingenuo culpam defigere ludi

che in italiano può essere reso con

Tu ti attieni alle parole comuni,
furbo nel far cozzare le parole,
arrotondando con bella maniera la bocca
a segare gli appannati costumi,
e saggio a inchiodare la colpa con lazzo ingegnoso

Nonostante il fascino di tale attribuzione, però le date non tornano, dato che tale tipologia di sepolcro diviene di modo alla metà del II secolo d.C. un secolo dopo la morte di Persio