Sulla Legge e sulle Tasse

 

Viaggiando, viaggando, Prisco riuscì ad aggregarsi al seguito di Attila, cosa che lo portò a raggiungere il villaggio della khanato unno, dove, lo storico, con i suoi non detti, ha evidenziato tutti i suoi pregiudizi su tale popolo, capace di civilizzarsi, solo imitanto i romani

Essendoci ritrovati insieme in quel viaggio, quindi, attendemmo che Attila ci passasse avanti e poi con tutta la folla lo seguimmo da vicino. Attraversammo alcuni fiumi ed entrammo in un villaggio molto grande, in cui, come ci fu riferito, Attila teneva la sua dimora, dato che era un luogo più importante di altri. Il palazzo era stato assemblato con legni lucidi e tavole, e circondata da una palizzata di legno, concepita non per la sicurezza, ma per la bellezza. Accanto alla dimora del re che secondo il parere di Onegesius era splendida, vi era anche una lunga palizzata, ma non era stata abbellita con torri, così come la reggia di Attila. Non lontano dal recinto vi era un grande bagno che Onegesius, che aveva un potere secondo solo ad Attila tra gli Sciti, avevano costruito, andando a prendere le pietre dalla terra di Pannonia. Non vi erano, infatti, né pietre né un alberi tra i barbari che vivono in quelle parti, ma essi usano legname importato. Il costruttore del bagno, preso come prigioniero da Sirmio, pensava che avrebbe riavuto la sua libertà come premio per il suo lavoro geniale. Ma rimase deluso e cadde in un disagio maggiore della schiavitù, tra gli Sciti, perché venne soprannominato uomo vasca da bagno, e dovette attendere, lui e la sua famiglia, ai bagni [del re].”

Pregiudizio che si evidenziano anche nella descrizione dell’etichetta reale, che il senatore dell’epoca, avrebbe paragonato, con quella, assai più solenne e complicata, del palatium imperiale

“Maidens venne ad incontrare Attila mentre entrava in questo villaggio, avanzando prima di lui, in fila, sotto sottili bende bianche stese ad una lunghezza tale che, sotto ogni capo, che che veniva tenuto [teso] dalle mani delle donne, ad entrambi i lati, potevano camminare sette ragazze a anche di più. Vi erano molti gruppi di donne sotto quelle bende, e tutte intonavano canti Sciti. Quando fu giunto presso la casa di Onegesius, per la strada che va verso il palazzo, la moglie di Onegesius uscì con molti servi, alcuni manicaretti di carne e altri vini, e (questo è il più grande onore fra gli Sciti) lo salutò e gli chiese di prendere il cibo che aveva portato per lui con cordiale ospitalità. Per compiacere la moglie del suo amico intimo, mangiò seduto sul suo cavallo, e i barbari che lo accompagnano sollevarono il piatto d’argento per lui. Dopo aver assaggiato il vino offerto si recò al palazzo, che era superiore alle altre case, e situato in un luogo più elevato.”

“Rimanemmo nella casa di Onegesius, dal momento che lui stesso ci invitò, perché era tornato con il figlio di Attila. Pranzammo lì, e sua moglie con i membri della sua famiglia ci ricevettero, lui stesso dopo il suo ritorno si recò subito a conferire con Attila per illustrargli i risultati dell’attività per la quale era stato inviato, e l’incidente che aveva colpito il figlio di Attila (infatti quest’ultimo era scivolato e si era rotto la mano destra), e così non ebbe agio di cenare con noi. Dopo cena abbiamo lasciato la casa di Onegesius e piantato le tende vicino alla casa di Attila in modo che Massimino, quando avesse dovuto recarsi da Attila, oppure andare in conferenza con altri uomini della sua corte, non si trovasse troppo distante da loro.”

Il giorno dopo, Prisco, che probabilmente era tra le persone più sensate di quel caravanserraglio, fu spedito da Onegesius, per trattare sulla possibilità di incontrare il khan unno

“Trascorremmo la notte nel posto dove avevamo posto i nostri quartieri, e quando fu giorno Massimino mi inviò da Onegesius per presentare i doni che egli aveva recato e quelli che l’imperatore aveva inviato, e per accordarci su dove e quando avrebbe conferito con lui. Quando giunsi con i servi che trasportavano questi doni, attesi con pazienza, a porte ancora chiuse, fino a quando qualcuno fosse uscito a comunicare il nostro arrivo.”

Facendo anticamera, avvenne l’episodio per cui Prisco è normalmente citato sui libri di scuola; episodio, probabilmente inventato di sana pianta, dato che è costruito come una diatriba retorica, in cui l’obiettivo è esaltare lo ius come base della società, in contrapposizione alla presunta libertas dei barbari

“Mentre ero in attesa e passeggiavo di fronte al recinto della casa, un uomo in abito Scita che ritenevo essere un nativo, mi si avvicinò. Ma lui mi salutò nella lingua ellenica, dicendo: “Salve”(χηαιρε), e mi meravigliai che uno Scita parlasse in greco. Essendo una miscela di popoli, oltre alla propria lingua barbara, coloro che hanno rapporti con i Romani coltivano anche la lingua degli Unni e dei Goti, ma anche quella dei latini; ma non è facile per nessuno di loro di parlare nella lingua ellenica, ad eccezione di quelli portarono come prigionieri dalla Tracia e dal litorale dell’Illiria. Ma quando ci si reca in quei luoghi, costoro sono facilmente riconoscibili per gli stracci e lo squallore dei loro volti, di uomini che hanno incontrato la sfortuna. Ma quest’uomo era come uno Scita ben vestito, di quelli che vivono nel lusso, e aveva i capelli tagliati tutto intorno.”

“Dopo averlo salutato a mia volta gli chiesi chi fosse e da dove fosse venuto in questa terra barbara, per passare la una vita da Scita. Egli, a sua volta, mi chiese perché fossi così ansioso di sapere questo. Risposi che il motivo della mia curiosità era la lingua ellenica che parlava. Poi ridendo, rispose che era un greco di nascita, e che si era recato per commercio a Viminacium, la città della Mesia sul fiume Danubio, era vissuto lì per molto tempo e aveva sposato una donna molto ricca. Ma quando la città passò sotto i barbari era stato spogliato della sua ricchezza, e, insieme ai beni che erano appartenuti a lui era, stato consegnato ad Onegesius nella distribuzione del bottino. Infatti l’elite degli Sciti, dopo Attila, aveva preso per sè i prigionieri selezionati tra i benestanti, perché sarebbero stati riscattati per somme più alte. Aveva combattuto con coraggio nelle battaglie successive con i Romani e la nazione degli Akatiri, e, dopo aver dato al suo padrone barbaro, secondo la legge degli Sciti, quello che aveva guadagnato durante la guerra, aveva ottenuto la sua libertà. Aveva sposato una donna barbara e avuto dei figli, era partecipe della tavola di Onegesius e conduceva, ora, una vita migliore di quella che aveva in precedenza.

“Tra gli Sciti, così disse, gli uomini sono abituati a vivere a proprio agio dopo aver partecipato ad una guerra, e ciascuno gode di quello che ha, con pochi problemi, o nessuno, e senza tribolazioni.Tra i romani, invece, gli uomini facilmente si rovinano in guerra, in primo luogo perché ripongono le loro speranze di sicurezza negli altri, dal momento che a causa dei tiranni non tutti gli uomini sono autorizzati ad usare le armi. Per coloro che le usano, la vigliaccheria dei loro generali, quando non possono sostenere l’andamento della guerra, è ancor più pericolosa. In tempo di pace, inoltre, le circostanze sono più gravi dei mali delle guerre, a causa delle tasse molto pesanti e delle ingiustizie subite per mano degli uomini malvagi, dal momento che le leggi non sono imposte a tutti in egual modo.

Se il trasgressore della legge appartiene alla classe facoltosa, è improbabile che egli paghi la pena per il suo misfatto, e se invece dovesse essere povero e ignorante su come gestire il processo, sicuramente avrà inflitta la pena secondo la legge – se non finisce la propria vita prima della fine del processo. Infatti il corso di questi procedimenti si protrae sempre a lungo, e per loro bisogna spendere una grande quantità di denaro. Probabilmente la sofferenza più grave di tutte è quella di dover ottenere, spesso, i diritti della legge a pagamento. Nessun uomo offeso sarà mai garantito in un tribunale se non mette da parte un po’ di soldi per il giudice e i suoi assistenti.”

I brani riportati nei testi di scuola, normalmente si chiudono qui, ma è interessante riportare la risposta di Prisco, per evidenziare la visione del mondo di un membro del ceto senatoriale e su come giustificava le contraddizioni, soprattutto fiscali, del suo tempo, di cui, da uomo colto e intelligente, era perfettamente consapevole.

“Gli risposi, mentre stava proponendo questo e molti altri argomenti, suggerendogli che avrebbe dovuto ascoltare anche le argomentazioni dalla mia parte. Poi dissi che i fondatori della costituzione romana furono uomini saggi e nobili, con il risultato che gli oggi le varie questioni non amministrate a casaccio. Vengono nominati magistrati per essere custodi della legge e altri per prestare attenzione alle armi e praticare le esercitazioni militari, e sono incaricati di nessun altro compito diverso da quello di essere pronti per le battaglie, e di andare in guerra con fiducia, come si va ad un esercizio familiare, essendo stata eliminata in precedenza la paura attraverso la formazione. Altri sono impegnati nell’agricoltura e la cura del territorio, e sono stati nominati per sostenere se stessi, e coloro che combattono per loro conto, attraverso la raccolta della tassa militare. E altri ancora sono assegnati per provvedere a coloro che abbiano subito un torto – uomini che si prodigano a sostegno delle richieste di coloro che non possono, a causa di una carenza nella loro natura, far valere i propri diritti, e giudicano per imporre il rispetto della legge; e non si trascura dunque in nessun modo l’assistenza per coloro che si presentano dinanzi ai giudici – tra questi uomini ve ne sono di coloro che fanno in modo che chi ha ottenuto una sentenza dai giudici possa ottenere il suo risarcimento, e che l’unico condannato per illecito non debba essere costretto a pagare più di quanto la decisione dei giudici abbia sancito.

Se coloro che hanno l’incarico di tenere tali questioni sotto la loro cura non esistessero, e le ragioni di entrambi non fossero esattamente valutate nella stessa causa, il vincitore di una causa potrebbe procedere contro il suo nemico troppo severamente, oppure colui che abbia ottenuto una sentenza negativa persisterebbe nella sua tesi sbagliate. Viene stabilita, inoltre, una somma fissa di denaro, per tali uomini, dovuta da chiunque muova una causa, come quella pagata dagli agricoltori ai soldati. Non è giusto, risposi, sostenere colui che ti viene in aiuto e ripagare la sua gentilezza ? Proprio come il provvedere al proprio cavallo è un vantaggio per il cavaliere, la cura dei suoi animali per il pastore, dei suoi cani per il cacciatore, e di altre creature agli uomini che ne traggono la propria protezione e assistenza. Quando gli uomini pagano il prezzo per accedere alla giustizia e perdono la causa, sono soliti attribuire questa disgrazia ad una ingiustizia subita, e a nessun’altra cosa.”

“Per quanto riguarda il tempo impiegato per le cause, che è ritenuto troppo a lungo, se ciò dovesse accadere, è dovuto piuttosto alla preoccupazione per la giustizia, perché i giudici non potrebbero agire con giustizia, operando in modo sbrigativo. È meglio che, riflettendo, emettano una sentenza in ritardo, piuttosto che commettano una ingiustizia per la fretta, offendendo la persona, ma anche Dio stesso, che è il fondatore della giustizia. Le leggi sono imposte a tutti, anche l’imperatore vi è sottoposto, e obbedisce, e non è vero che il benestante può oltraggiare i poveri impunemente, a meno che qualcuno non sfugga alla punizione eludendo il pagamento. Questa fuga non è solo una prerogativa dei ricchi, ma ogni povero potrebbe anche ricorrervi. Infatti, anche se sono colpevoli, potrebbero non ottenere la giusta punizione a causa della mancanza di prove, e questo avviene tra tutti i popoli, non solo tra i Romani. Per la libertà che aveva ottenuto, dissi poi, che lui avrebbe dovuto ringraziare la fortuna, e non il suo padrone che lo aveva condotto alla guerra. In effetti, per inesperienza, avrebbe potuto morire per mano del nemico o, in fuga, sarebbe stato punito dal suo proprietario. I romani sono abituati a trattare i loro servi in maniera migliore. Essi mostrano l’atteggiamento dei padri o degli insegnanti nei loro confronti, in modo da condurli dalle abitudini volgari a quelle più sobrie, e ciò che si prefiggono viene pensato come un bene per loro; ma i loro padroni li castigheranno per i loro peccati come farebbero con i propri figli. Non è lecito infliggere la morte su un servo, come lo è per gli Sciti. Ci sono anche molti altri modi per conferire la libertà, dei quali chiunque può beneficiare, non solo quando sono ancora in vita, ma anche quando muoiono, dopo aver organizzato le loro proprietà come vogliono. E qualunque cosa l’uomo progetta per i suoi beni, alla sua morte, è giuridicamente vincolante.”

“Il mio interlocutore, piangendo, affermò che le leggi erano eccellenti e così la costituzione dello Stato romano, ma che i governanti stavano mandando tutto in rovina, non avendo provveduto adesso come i loro predecessori. Mentre stavamo discutendo queste cose qualcuno, dall’interno, giunse ed aprì le porte del recinto

Ogni tanto, bisogna vantarsi

CRUI

Ogni tanto, mi tocca scrivere anche del mio lavoro, cosa, detto fra noi, non è che ami tanto, dato che preferisco tenere separata la mia attività professionale, ciò che mi fa guadagnare il mio pane quotidiano e mandare avanti la baracca, da ciò che faccio nel mio privato, dalla scrittura alla street art, dalla musica popolare alle tante strampalate iniziative che porto avanti per l’Esquilino.

Stavolta, faccio un’eccezione, per soddisfare la mia umana vanità, sia per rendere onore al team di persone con cui ho lavorato, che, cosa rara, sanno coniugare competenza, creatività, dedizione e spirito di corpo, virtù rare, in un campo, quello del Multi Cloud, in cui i ciarlatani abbondano.

Se tutte le chiacchiere ho sentito sul tema nei troppi convegni a cui ho assistito in questi anni, diventassero per miracolo petrolio, in Italia saremmo assai più ricchi dell’Arabia Saudita; grazie a Dio, noi di TIM avremo uno sproposito di difetti, li conosco bene, ma in questo caso specifico, preferiamo lasciare la parola ai fatti, visto che quello che per altri è lontano futuro, per noi è realtà quotidiana.

Per questo, do visibilità al progetto di Multi Cloud per CRUI, per chi non lo conoscesse, è la Conferenza Rettori Università Italiane, che, tra le tante cose, funge anche da centrale d’acquisto per le Università e i Centri di Ricerca Italiane: progetto importante non solo per i volumi in gioco, anche se, come dice bene Li er barista

Li sordi so’ sordi

Da una parte, questo progetto ha permesso la nascita della TIM Cloud Dashboard, piattaforma vertical di brokering e di gestione ordini progettata da TIM in partnership con Microsoft, tra le prime al mondo a essere realizzata appositamente per ambienti di Cloud Pubblico, che sfrutta pienamente tutte le potenzialità dei PaaS di Azure. Cosa che ha permesso di:

  • ridurre al minimo le componenti di componenti di codice, tutte sviluppate secondo la metodologia DevOps;
  • semplificare al massimo tutte le operazioni connesse alla sua portabilità.

Peculiarità che hanno convinto Microsoft a proporre a TIM un proprio percorso di certificazione finalizzato al co-selling: la dashboard potrà essere venduta ad altri clienti in modalità revenue-sharing sul Marketplace di Azure.

Dall’altra, cosa che mi rende particolarmente felice, il progetto ha dato un contributo importante al Sistema Italia, favorendo la digital transformation delle nostre Università, migliorando, ad esempio con l’uso di chatbot mirati, i servizi agli studenti, e permettendo ai nostri ricercatori, sempre in affanno per mancanza di finanziamenti, di accedere a capacità computazionale a basso costo e di usufruire di Vertical evoluti di Intelligenza Artificiale.

Roma non è Milano

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Sempre più spesso, nelle ultime settimane, sulla pagina Facebook di Roma fa schifo, appare un elogio dei progetti urbanistici che stanno cambiando il volto di Milano, evidenziando come al contempo noi siamo provinciali, burini e passatisti, perché non riempiamo il nostro panorama di grattacieli.

Ora, senza pensare male, di certo una ripresa in grande stile delle costruzioni a Roma non dispiacerebbe a uno degli editori di tale blog, il problema è che, nella loro comunicazione populista, Tonelli e collaboratori evitano di spiegare i motivi che hanno portato alla diversa evoluzione urbanistica delle due città.

Motivi che sono certo dovuto alla miopia politica romana e al malaffare, ma che, come molte cose, hanno importanti radici storiche.

Roma e Milano, partono, ai tempi dell’Unità d’Italia, da condizioni analoghe; entrambe sono, per gli standard di oggi, poco più che cittadine. Nella Roma pontificia vi erano circa 190.000 abitanti, mentre a Milano, nel 1861 vi vivevano 169.100 abitanti. Entrambe le città erano separate dalla campagna dalle proprie mura, perduta la funzione difensiva, serviva come confine daziario e come pubblico passeggio.

Roma, rispetto alla città lombarda, molto più raccolta, aveva un modello di popolamento diffuso, caratterizzato da una serie di insediamenti separati tra loro da grandi spazi verdi. Spazi verdi che invece circondavano Milano: fuori dalle sue mura, vi era una campagna con sparsi chiese e cimiteri – i “Corpi Santi” – cascine e poche altre costruzioni, che erano parte di un loro comune autonomo. A nord, fuori porta Orientale ora Venezia, sorgeva il grande quadrato quattrocentesco del Lazzaretto e, lungo le principali arterie di collegamento con le altre città lombarde, i “borghi”. Le fortificazioni stellari attorno al Castello Sforzesco erano state demolite, all’inizio dell’Ottocento, in periodo napoleonico, creando una apertura verso nord-ovest, non a caso orientata verso la strada per la Francia. In questo spazio furono realizzate la piazza d’Armi, trasformata in seguito nel parco Sempione, e l’Arena, dedicata agli spettacoli e ai pubblici intrattenimenti.

Se la crescita demografica di Roma prima si concentrò sulle aree verdi interne, portando ad esempio alla distruzione di Villa Ludovisi e delle ville dell’Esquilino, per poi proseguire nel suburbio, quella di Milano si orientò sin da subito verso la campagna: nel 1873 i Corpi Santi furono aggregati a Milano. Nel 1918 fu il turno del comune di Turro, seguito nel 1923 da Affori, Baggio, Chiaravalle, Crescenzago, Gorla, Greco, Lambrate, Niguarda, Musocco, Trenno e Vigentino.

Parallela a questa espansione, fu elaborata una serie di piani regolatori, molto più arretrati, come concezione rispetto a quelli di altre città italiane, come Torino, Palermo e la stessa Roma.

Perché se uno sviluppo radiale e privo di decentramento, di concezione napoleonica, poteva essere ragionevole per una Milano di 425.000 abitanti (1891), con un aumento stimato fino a 525.000 nell’arco di 25 anni, non lo era di certo più per una città la cui popolazione era cresciuta in soli venti anni fino a 600.000 abitanti, che nel 1934 si avvicinava a 1 milione di abitanti e nel 1951 a 1,3 milioni.

Per ovviare ai problemi connessi a tale impostazione, nel 1945, a seguito del blocco del piano regolatore del 1934 da parte della giunta di solidarietà democratica (sindaco il socialista Antonio Greppi), fu bandito un concorso di idee per il nuovo piano regolatore in cui diversi progetti e su tutti il Piano AR (Architetti Riuniti che riuniva gli architetti di avanguardia milanesi: Franco Albini, Lodovico Belgiojoso, Piero Bottoni, Ezio Cerutti, Ignazio Gardella, Gabriele Mucchi, Giancarlo Palanti, Enrico Peresutti, Mario Pucci, Aldo Putelli, Ernesto Rogers) proposero modelli di sviluppo alternativo.

In particolare, Nel piano AR la rottura del modello radiocentrico era ottenuta con il contenimento della popolazione residente a 850.000 abitanti, con il decentramento progressivo da Milano di un terzo dei posti di lavoro nell’industria, con uno sviluppo in quartieri dislocati all’esterno. Tale decentramento era sostenuto oltre che da un sistema di ferrovie e metropolitane, da due grandi assi attrezzati (autostrade urbane). All’incrocio dei due assi, a lato di corso Sempione, erano situati il nuovo Centro direzionale e la nuova Fiera, mentre gran parte del settore ovest era destinato a un grande parco urbano, costellato di attrezzature per lo sport e per spettacoli.

Tutto bello e interessante, ma che si scontrava con due immensi problemi: il primo, gli effetti dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Milano, a differenza di Roma, fu una città martire: per fare un esempio, ad agosto nel 1943, erano stati danneggiati il 50% degli edifici della città, i senza tetto erano oltre 250.000 e gli sfollati 300.000.

Così, più di un terzo delle costruzioni milanesi edificate andò distrutto dai bombardamenti, dagli incendi che ne divamparono, o dalle demolizioni, necessarie o avventate, intraprese con la ricostruzione. Ciò portò allo sviluppo di un’edilizia, nelle zone centrali e semicentrali di Milano, di tipo “emergenziale”, allo scopo di dare un tetto a chi lo aveva perso.

In più, nessuno aveva messo mano al regolamento edilizio nel 1921, che permetteva, anche in aree che noi definiremmo tutelate, la demolizione e ricostruzione con cubatura aumentata del 50%, insomma un qualcosa di molto simile a quello che rischia di verificarsi a Roma con i villini storici; la speculazione approfittò in pieno di tale possibilità, cosicché avvenne un aumento esponenziale della densità edilizia sia nel centro storico, sia nell’area compresa tra la prima e seconda circonvallazione, rendendo così Milano, a differenza di Roma, una delle città a minor verde pro capite d’Europa.

Negli anni Settanta e Ottanta, i nodi legati a questa edilizia improvvisata e di bassa qualità, cominciarono a venire al pettine: molti dei loro proprietari si trasferirino fuori città e fu così facile, per gli investitori, comprarle, investire nella loro ristrutturazione o ricostruzione e rivenderle a prezzo maggiorato, facendo partire quell’esplosione di prezzi che da trent’anni caratterizza Milano.

Esplosione che da una parte ha provocato una gentrificazione diffusa della città: di fatto, gli abitanti a basso reddito si sono progressivamente trasferiti nell’hinterland, su cui sono stati scaricati i costi sociali di tale trasformazione.

Dall’altra ha reso appetibile, ai grandi gruppi immobiliari internazionali, investire a Milano: cosa favorita, a differenza di Roma, che ha sempre avuto, rispetto alla città meneghino, un tessuto produttivo di minore entità, incentrato sul terziario e sull’hi-tech, fenomeno della deindustrializzazione, che fece emergere con evidenza il nodo del recupero delle fabbriche dismesse, più o meno sette milioni di metri quadrati.

Recupero spesso architetti stranieri, archistar, che soli si ritiene siano in grado di garantire quell’appeal superficiale che assicura la funzione pubblicitaria troppo spesso ormai assegnata all’architettura, capace di garantire la vendibilità al alto prezzo delle cubature, che ha portato a interventi tanto spettacolari, quanto alieni dal contesto e dalla realtà locale.

Per quanto ami Libeskind e Zaha Hadid, i loro grattacieli potrebbero stare, senza alcuna variazione, sia a Milano, sia a Pechino o Rio de Janeiro: il che rende la loro bellezza in un certo modo aliena e anonima.

Insomma, il modello Milano, non è universale, ma frutto di specifiche e locali contigenze storiche, ben diverse da quelle vissute e subite da Roma. Replicarlo nell’Urbe, a meno che non si voglia fare un favore a qualche grande immobiliarista, è alquanto sciocco e privo di senso.

La vera sfida di Roma, per cui la classe dirigente locale da anni si sta mostrando drammaticamente inadeguata, è trovare il suo specifico modello di sviluppo urbanistico, capace di proiettarla verso il futuro. Modello che non deve certo essere basato sui cordoli o sulle piste ciclabili progettate a capocchiam, ma una visione partecipata e condivisa, che metta la tecnologie della smart city al servizio dell’Uomo e del Bene Comune.

La scomparsa dei Neandertal ?

neandertal

Uno dei misteri che mi hanno sempre affascinato, è stato quello della scomparsa dei Neandertal; le ipotesi tradizionali, un genocidio o un’epidemia entrambi causati dai Sapiens, si scontra con un dato di fatto.

Entrambi i gruppi umani hanno convissuto per circa 5000 anni, un tempo abbastanza ampio da rendere poco credibili entrambe le ipotesi. In compenso la genetica ci ha fornito, negli ultimi anni, una serie di informazioni interessanti.

La prima è legata al fatto che Neandertal avessero una variabilità genetica minore rispetto a quella degli uomini moderni, pari a un quarto di quella esistente oggi tra gli africani, e un terzo di quella che c’è tra gli europei o gli asiatici.

Ciò implica due cose: la prima e che i Neandertal vivessero in piccolo gruppi, che si incontravano forse in periodi limitati di tempo, per scambiare beni e informazioni e praticare matrimoni esogamici. La seconda come il tasso di crescita della loro popolazione fosse molto, molto limitato.

La seconda è la questione dell’ibridazione tra Sapiens e Neandertal: si stima che in media dall’1 al 4 per cento del genoma di un non africano sia costituito da sequenze ereditate dai Neandertal; per cui ci sono stati una serie di incroci distribuiti nel tempo. Il che fa pensare come le due specie umane non si percepissero come diverse e aliene tra loro. Infine, sempre dalle genetica, sembra come i figli degli uomini sapiens e delle donne neandertal, fossero fertili, mentre non si verificava il contrario.

Partendo da questi dati, per gioco mi sono costruito un semplice modellino matematico, basato su questi assunti.

  • Una popolazione iniziale dei Neandertal pari a cinque volte quella dei Sapiens.
  • Un tasso di crescita della popolazione Neandertal del 1% annuo.
  • Un tasso di crescita dalla popolazione Sapiens del 3% in analogia a quello delle popolazioni di cacciatori e raccoglitori.
  • Un tasso di ibridazione uomo sapiens/donna neandertal pari al 3% in linea con il genoma ereditato.
  • L’intervallo temporale di una generazione pari a 20 anni.

Facendo i conti:

  • Dopo 77 generazioni, 1540 anni, il numero dei Sapiens supera quello dei Neandertal.
  • Alla generazione 161, 3320 anni, la popolazione dei Neandertal puri smette di crescere e comincia il suo declino, dovuta alla progressiva sostituzione con gli ibridi con i Sapiens.
  • Alla generazione 241, 4820 anni, la sostituzione dei Neandertal con gli ibridi è completa.

Cosa indica il modello ? Che i Neandertal non si siano estinti, ma si siano fusi con i nostri antenati, diventando parte delle complesse radici che ci rendono umani

Il Santuario di Ercole Curino

 

La sacralità che pervade i luoghi dei celestini, è assai precedente ai tempi di Pietro da Morrone; come tanti luoghi d’Abruzzo, risale ai giorni dell’Italia preromana. Infatti, a Sulmona, nella località Badia, esisteva un importante e primogenio santuario, di cui però se ne era persa la memoria.

Le poche rovine su cui cadeva l’occhio, erano collegate dalla credenza popolare, fino agli anni ’50, a un’ipotetica “Villa di Ovidio”; così nel 1957 – 58, furono intrapresi gli scavi diretti da Valerio Cianfarani, con l’obiettivo proprio di riportare alla luce la casa del grande poeta latino, che rischiò un coccolone, quando invece si trovò davanti un grande complesso sacrale, dedicato a Ercole Curino.

Le ricerche portarono alla luce le strutture del grande complesso templare, ma il profondo sterro, condotto con pochissima attenzione ai rapporti stratigrafici, provocò la perdita della maggior parte dei dati concernenti la successione delle strutture murarie e dei livelli di vita del santuario.

Perché Ercole Curino ? Sulla dedica al figlio di Giove, c’è poco da dire; nel mondo sabellico, questo è visto come il protettore delle greggi e il custode delle sorgenti, di solito associato, con un ruolo di partner subordinato a una delle diverse forme assunte dalla Dea Madre.

E il santuario di Sulmona, soddisfa entrambe le condizioni: da una parte sorge sulla strada che collega i due tratturi, usati per la transumanza, di Celano-Foggia e dell’Aquila-Foggia, dall’altra sorge in connessione con una serie di sorgenti situate alle pendici del Morrone

Per quanto riguarda l’attributo Curino, questo deriva da Quirinus, dio dal multiforme aspetto: è l’antenato tribale dei Sabini, il loro primo re sacrale, Modio Fabidio, fondatore di Cures, è suo figlio; i romani, tra l’altro, quando costruirono ai tempi dei re etruschi la storia sacra della città, per evidenziare la componente sabellica della loro origini, non solo lo integrarono nel loro pantheons, ma adattarono a Romolo il mito di Fabidio.

Quirinus è il signore della curis, la lancia usata dai Sabini, custode del popolo in armi e il protettore delle Curie, le assemblee degli uomini liberi. Per cui, l’aggettivo curino è legato alla dimensione politica del santuario, come simbolo dell’identità dell’etnos sabino.

Dal punto di vista storico, sono state individuate almeno tre fasi principali nella vita del santuario. Mattiocco ipotizzò una prima fase non edilizia, in cui il culto sarebbe stato concentrato in una grotta naturale soprastante, come in tanti altri santuari abruzzesi di età arcaica, ma non sono stati rinvenuti indizi sufficienti ad avvalorare la tesi

Citando uno studio dell’archeologa Anna Dionisio, che ha studiato a fondo il sito la storia del santuario può essere determinata come descritto in seguito.

Una prima fase, databile tra il IV e il III secolo a.C., è testimoniata da quello che è stato definito volta per volta “alto podio templare” o “terrazza superiore”, in opera poligonale, rivolto a meridione, con una gradinata di accesso collegata alla via sacra a sud; il podio sorgeva su un terrazzamento del pendio naturale sostenuto da un muro in poligonale a occidente, oggi quasi del tutto inglobato all’interno del piazzale. A questo periodo dovrebbero fare riferimento alcuni bronzetti rinvenuti nel sito e databili al IV secolo a.C.

Nella seconda fase, databile tra III e II secolo a.C., il terrazzamento venne racchiuso da un muro in pietre sbozzate; il piano di accesso al santuario venne raccordato con il livello del tempio (di cui oggi resta solo il sacello anteriore) per mezzo di una gradinata.

Pochi decenni dopo, in pieno II secolo a.C., venne edificata la scalea monumentale, dalla parte S della terrazza superiore, le cui due file di gradini, con orientamento rispettivamente W ed E, furono interrotte da un ampio piazzale lastricato. Il muro di prima fase in poligonale divenne parete di fondo di un portico colonnato, di cui restano tracce consistenti; lo stilobate del portico era rialzato dal piazzale con due file di blocchi di pietra. Infine il piazzale di ingresso venne esteso verso occidente con l’ausilio di grandi sostruzioni in opera cementizia; i lati N e S dello spazio centrale vennero coperti con portici. Essi erano occupati da ambienti forse di servizio, di cui sono stati recentemente rinvenuti frammenti di decorazioni parietali, nei quali si trovavano le gradinate di comunicazione tra il piazzale e i locali voltati sottostanti (interpretati come locali di servizio, una sorta di tabernae). Contemporaneamente, l’accesso meridionale venne sostituito con uno posto a nord, in connessione con una diversa strada di accesso dalla valle.

Nel complesso, quest’ultima fase rappresenta un tentativo di preservare le architetture già esistenti per inserirle in un contesto di maggiore monumentalità ed imponenza, e soprattutto con un maggior rispetto della simmetria analogamente a quanto accade nelle fasi tardo-ellenistiche di tutti i grandi santuari a terrazze italici, quali quello della Fortuna Primigenia a Palestrina, di Ercole Vincitore a Tivoli, nonché della fase più recente del santuario di Pietrabbondante, soprattutto per quanto riguarda la volontà di conferire simmetria ed equilibrio all’insieme delle strutture, nonché l’estrema permeabilità del mondo italico agli influssi ellenistici, nonostante i contatti del tutto indiretti con l’ambiente greco. Si può osservare inoltre, come già è stato affermato dal Wonterghem, una certa affinità dispositiva con il santuario di Demetra a Pergamo e con quello di Giove Anxur a Terracina

La scalinata monumentale separava l’area più sacra dagli altri spazi del santuario. Il luogo più importante del culto si trovava in cima ad un percorso che si configurava come “ascesi”: prova ne è la successione tra il donarium per le offerte, alla base della scalinata, la fontana per la purificazione, in cima ad essa, e infine il sacello, che doveva essere l’anticamera della cella vera e propria (perduta).

La decorazione del sacello destò da subito un grande interesse: soprattutto il mosaico pavimentale, decorato con un motivo ornamentale centrale in bianco e nero, contornato da 4 fasce esterne, anch’esse in bianco e nero ma con bordure rosse di tre file di tessere l’una. Il lato corrispondente all’entrata del sacello è raccordato con esso mediante una sorta di “tappeto”.

Il disegno centrale è molto articolato: un rosone bianco e rosso, raffigurato in modo da dare l’illusione di due rosoni sovrapposti; sulle fasce di contorno, dall’interno all’esterno, un motivo ad onde correnti, molto comune ma con l’insolito particolare di una palmetta al centro di ogni lato che lo divide in due parti simmetriche; uno a torri merlate, che secondo l’ipotesi del Becatti deve avere origine nelle decorazioni delle stoffe e dei tessuti; uno a delfini (asimmetrico, sul lato sx vi sono soltanto due delfini) e uno a fregio vegetale. Per i legami con Delo e per i caratteri di questo mosaico, che lo pongono in una fase di transizione tra quelli ellenistici policromi e quelli romani in bianco e nero, il Wonterghem data il mosaico alla prima metà del I a.C. circa.

Le decorazioni parietali sembrano invece ricalcare in modo semplificato il secondo stile pompeiano, con pannelli policromi; tale stile riproduce con mezzi pittorici le decorazioni a stucco del primo stile, databile nella prima metà del I a.C.

I manufatti, secondo le cronache di scavo degli anni ’50, erano distribuiti su tutta l’estensione del santuario, con una concentrazione nei pressi dell’ingresso a nord (quello più recente) e di quello meridionale; le cosiddette “botteghe” erano stranamente quasi prive di materiali, mentre svariati oggetti furono rinvenuti nei pressi del sacello sulla terrazza superiore. In corrispondenza dell’ingresso settentrionale si rinvennero soprattutto frammenti ceramici a vernice nera e rossa, lamine bronzee, un unguentario, votivi fittili a forma di bovino e le statuette di Ercole; in più pesi da telaio e un coltello, e vari oggetti di uso comune (votivi per trasformazione). Vicino all’ingresso più antico, invece, erano presenti manufatti in quantità minore, brocchette in ceramica, grappe, chiodi e frammenti metallici.

All’esterno del sacello, davanti all’ingresso, fu rinvenuta un’ara in bronzo, testimonianza preziosissima; le pareti esterne erano invece completamente ricoperte da graffiti con dediche alla divinità.

L’interno del sacello conteneva pochi ex- voto: secondo i resoconti, solo la statuetta di Ercole l’Ercole cubans in marmo; inoltre una colonnina marmorea con graffiti, oggi al Museo Nazionale di Chieti, che destò immediatamente l’interesse perché recava una firma di un Naso. L’analisi paleografica confermò che i segni dovevano essere stati tracciati proprio in un periodo compreso tra l’età augustea e tutto il I secolo d.C., fatto che non mancò di impressionare i contemporanei.

fig.1ercole

In particolare la statuetta di Ercole, realizzata in bronzo, raffigura l’eroe nudo in posizione stante, appoggiato con il lato sinistro alla clava da cui pende la leontea, la pelle del leone. Il braccio destro è piegato dietro la schiena e la mano doveva reggere i pomi delle Esperidi, ora perduti. Le gambe esprimono movimento ed energia: la gamba destra è tesa mentre la sinistra è piegata ed asseconda l’abbandono del corpo sottolineato da una leggera torsione.

A riposo dalle sue fatiche l’Ercole assume una dimensione umana. Il volto pensieroso è contornato da una folta capigliatura mossa da ciocche e barba riccia e appena disordinata; gli occhi sono grandi e quasi sbarrati, il naso è appena arcuato e la bocca, piccola e carnosa, è semiaperta.

Per le sue caratteristiche veristiche e di notevole pregio, la statua è stata ritenuta “una copia d’autore” che ripete l’opera del grande maestro greco Lisippo, vissuto nel III sec. a.C. Sulla base circolare, realizzata con una lega diversa rispetto alla statua, è leggibile un’iscrizione in argento “M(arcus) Attius Peticius Marsus v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito)”, che testimonia il dono a Ercole da parte di un personaggio appartenente ad una famiglia (gens) importante di epoca augustea dedita ai traffici commerciali nel Mediterraneo.

La parte superiore del santuario venne sepolta da una frana antica verso il II secolo d.C. legata a un grande terremoto che distrusse all’epoca la Sulmona roman; la frequentazione del sito però non si interruppe del tutto, date le testimonianze del culto del Sol Invictus tra il III e il IV secolo d.C. e l’innesto di una chiesa in epoca cristiana, a ridosso della scalea meridionale.

Santa Cristina la Vetere

 

Uno dei luoghi più affascinanti e meno conosciuti di Palermo è la chiesa normanna di Santa Cristina la Vetere, la vecchia, dedicata a una delle sante, che, sino all’avvento di Rosalia, era una delle protettrici della città, in Via dei Pellegrini, 2, nei pressi della Cattedrale

La leggenda narra come, nel 1099, al tempo delle crociate, alcuni pellegrini francesi in viaggio verso la Terra Santa avessero fatto sosta a Bolsena e avessero lo scheletro della santa per portarlo con loro in Palestina; durante il viaggio, si fermarono a pernottare in un paesino del Molise, Sepino, dove furono scoperti dalla gente del posto durante la notte, cosicché le reliquie sarebbe rimaste in questo piccolo paese.

Alcune delle ossa della santa furono donate a privati mentre, alcuni decenni dopo, buona parte delle reliquie furono donate conte Ugone del Molise tra il 1169 e il 1171 all’arcivescovo di Palermo Gualtiero Offamilio, uomo tanto affascinante e potente, quanto misterioso.

Arcidiacono di Cefalù, dal 1161 fu l’istitutore dei figli di Guglielmo I di Sicilia e Margherita di Navarra. Alla morte di Guglielmo I (1166), l’erede al trono Guglielmo II aveva solo tredici anni, quindi la madre Margherita assunse la reggenza fino al 1171, affidando il figlio alle cure del prelato. Quando poi Guglielmo assunse il potere, Gualtiero fu una delle figure più vicine al re.

Eppure, di lui non sappiamo neppure come si chiamasse effettivamente; probabilmente di origine inglese, fu per anni identificato con Walter of the Mill, Gualtiero Anglico, poeta e cappellano del re inglese Enrico II.

Ma la lingua inglese del XII secolo ignora il genitivo introdotto da “of”. Secondo un’altra più dotta ipotesi, suffragata dai documenti conservati nel Palazzo reale di Palermo quando ci si riferisce a Gualtiero il testo in greco riporta “A familiou” – dove l’alfa con il segno grafico in alto a destra significava primo e “familiou” è un genitivo epesegetico o dichiarativo. Pertanto la corretta lettura darebbe Walter πρωτοφαμιλιάριος (primo della famiglia) nel senso di primo della Curia regis, qualcosa come Walter il primo ministro.

Tornando alle reliquie di Santa Cristina, queste giunsero per mare a Palermo, poi, invece di essere sbarcate alla Kalsa, la nave che le trasportava, risalì il fiume Papireto, interrato nel 1591 su disposizione del viceré Diego Enriquez Guzman, conte di Albadalista, ma all’epoca navigabile, e per un errore del timoniere si incagliò nei pressi di una torre delle mura arabe di Porta Rota, la Bab-ar-Rutah fatimide,oggi non più esistente, presso cui erano, nel sec.X,

parecchi molini in fila l’un presso l’altro

Oltre il Papireto, infatti, vi era il Rutah, un ruscello alimentato dalla fonte di Ayu Abi Sa ‘Idin detto Abu Said, il Walì di quel tempo e numerose pozze d’acqua, le guille, che diedero il nome a quella porzione del quartiere del Capo.

Per evitare guai, l’equipaggio della nave disse che l’incagliamento fosse frutto della volontà divina, che la stessa Santa Cristina avesse preso il timone della nave e comninciarono a gridare al miracolo a destra e manca.

Così Gualtiero Offamilio dovette fare buon viso a cattivo gioco e decise di trasformare la torre in una chiesa: decisione, narrata sia dalle fonti dell’epoca, sia dalla tradizione, che ha anche delle evidenze concrete.

Da una parte, vi è l’orientamento anomalo di Santa Cristina, nord ovest, che avrebbe avuto senso in struttura difensiva, rispetto alle altre chiese normanne dell’epoca, orientate a est. Dall’altra, la mancanza di cupola, il contrasto tra la pesantezza dell’esterno e lo straordinario movimento svettante degli archi a sesto acuto, maggiori e minori, e peculiarità della struttura muraria, che ricordano le torri Gioaria e Pisana di palazzo dei Normanni.

La chiesa, affidata ai Cistercensi, si trovava in una posizione strategica, all’incrocio tra la via «Via Coperta», un camminamento protetto che dalla Torre Pisana e la Sala Verde del Palazzo Reala attraverso la contrada della Guilla conduceva al primitivo Palazzo Arcivescovile e la “Magna via Francigena” adiacente alla Loggia dell’Incoronazione a pochi passi dalla Cattedrale.

Via Francigena che collegava la città di Palermo al sistema della viabilità pellegrina che i viaggiatori nazionali e internazionali potevano compiere per giungere a Messima, dove poi si imbarcavano per dirigersi massimi luoghi sacri del cristianesimo: Gerusalemme, Roma e Santiago de Compostela, e che seguiva l’itinerario dell’antica via Valeria, la litoranea documentata dall’Itinerarium Antonini e dalla Tavola Peutingeriana (III-IV sc d.C.)

Dal racconto di Beniamino de Tuadela, rabbino, geografo ed esploratore di origine spagnola, sappiamo che tra Palermo e Messina vi erano cinque ospizi, in cui i pellegrini potevano mangiare e riposarsi, situati a Termini, Cefalù, Tusa, Acquedolci, Brolo, Tindari e lo Muto, vicino a Camaro e che il percorso, a dorso di mulo, durava due giorni e mezzo.

La posizione strategica di Santa Cristina la Vetere portò alla nascita di un vero e proprio distretto dell’accoglienza: accanto alla chiesa nacque un ospizio, che poi diventerà l’oratorio dei Pellegrini, in cui i viandati era rifocillati coi Viscotta a lievitu (farina, uova, sugna, zucchero, lievito, limone), passati nella tradizione pasticciera locale.

Fonti non documentate attestano che accanto alla chiesa, sul lato destro, era addossato un corpo di fabbrica su due elevazioni, costruito in pietra arenaria, destinato a struttura di sostegno della chiesa stessa. Nell’ambiente del piano terra erano, si racconta, due vasche, utilizzate perl’abbeveraggio dei cavalli dei pellegrini che qui si fermavano ,mentre l’ambiente del piano superiore serviva da alloggio. In seguito, il locale con le due vasche sarebbe stato utilizzato dalle massaie del luogo prima come lavatoio e poi come tintoria.

Inoltre, nei pressi della chiesa vi erano anche un ospedale per i pellegrini e una commenda dei Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, i nostri Cavalieri di Malta, che si occupavano di erogare sia i servizi medici, sia curare l’ordine pubblico.

Nelle complesse vicende del passaggio di potere tra Altavilla e Svevi, i Cistercensi si schierarono con la fazione perdente, e l’imperatore Enrico VI di Hohenstaufen li cacciò a pedate, affidando la chiesa di Santa Cristina al capitolo della cattedrale di Palermo.

Nel 1401-2 Nicolò di Magio, pittore senese, venne incaricato dal canonico Pietro Belvedere di realizzare un trittico dipinto su tavola da apporre sopra l’altare maggiore raffigurante la Vergine Maria,Santa Cristina e Santa Caterina, oggi conservata al museo di Palazzo Abatellis

La Compagnia della Santissima Trinità dei pellegrini detta anche dei «Rossi», per via del colore della cappa indossata dai confrati, nel 1570 acquisisce la disponibilità della chiesa. Questa Compagnia aveva il compito di dare sepoltura ai poveri del quartiere e di offrire ospitalità per tre giorni a pellegrini e mendicanti ,compito che si era prefisso anche l’importante Comunità religiosa della SS. Trinità sorta a Roma grazie a San Filippo Neri, e alla quale quella di Palermo venne affiliata nel 1579 con una bolla di Papa Gregorio XIII

I nuovi titolari della chiesa, dopo avere demolito nel 1586 l’originale abside normanna e realizzato un nuovo presbiterio, che anticipa già il barocco nel soffitto decorato a stucchi, nell’altare e nel pavimento in marmo, sostituirono il trittico di Nicolò di Magio con con una tela di dimensioni maggiori dipinta da Giuseppe Salerno, meglio conosciuto come lo Zoppo di Gangi (1570-1632)che rappresentava la Madonna dell’Itria con i SS. Cristina, Calogero e Ninfa.

Cosa visitare in questa chiesa ? L’esterno, con il paramento murario prevalentemente costituito da conci di pietra da taglio ben squadrati, presenta una struttura a forma di cubo ai cui lati, in origine, vi erano quattro aperture ad arco a sesto acuto e doppia ghiera; l’unica sopravvissuta nella forma originaria si può vedere sul lato sud-occidentale, ora parzialmente tompagnata. La facciata principale, che si apre sul lato meridionale, caratterizzata unicamente dal portale d’ingresso alla chiesa, è stata ristrutturata nel XVI secolo.

L’interno del piccolo manufatto architettonico, spoglio e austero, si presenta a pianta quadrata e croce greca con navata centrale e due navatelle laterali. In corrispondenza degli angoli del quadrato originario, si innalzano quattro massicci pilastri collocati simmetricamente da cui muovono grandi arcate a sesto acuto che si intersecano nella copertura centrale a crociera. Sono pure a crociera le piccole volte agli angoli delle navatelle; a botte, invece, quelle ai lati del transetto.

In fondo alla navatella sinistra, si trova una nicchia dove nell’intradosso sono visibili i resti di affreschi (necessitano di restauri) che raffigurano i Santi Pietro e Paolo, mentre al centro della volta troviamo una piccola colomba, simbolo dello Spirito Santo. Nella parete sinistra troviamo un antico tabernacolo che essendo posto troppo in alto testimonia che il livello del pavimento non è più quello originario.

Sul lato destro della chiesa, accanto all’ingresso si trova un magnifico sarcofago funerario del XV Sec. e un po’ più avanti, nel vano originario, è collocata una porta in legno finemente intagliata, databile tra il XVII e il XVIII secolo che un tempo serviva a separare la chiesa dai locali destinati alla cura dei pellegrini.

Nel pavimento compaiono diverse lastre tombali, molto probabilmente, di confrati della compagnia della S.S. Trinità, mentre al centro della navata centrale un lastra di marmo chiude quella che un tempo doveva essere una cripta sepolcrale o un ossario.

A spasso per la Pannonia

 

Così, partito quel fenomeno da baraccone che era Bigilas, la situazione dell’ambasciata di Prisco migliorò notevolmente, tanto che i nostri eroi intrapreso una sorta di giro turistico nello stato unno

Quando Bigilas partì, attendemmo il giorno dopo la sua partenza, e il successivo ci muovemmo con Attila per le parti settentrionali del paese. Avanzammo con il barbaro per del tempo e poi voltammo lungo una strada diversa, gli Sciti che erano di guida ci ordinarono di fare questo,mentre Attila si era recato in un certo villaggio dove voleva sposare la figlia di Escam. Egli ha avuto molte mogli, ma era intenzionato a prendere anche questa donna, secondo l’uso degli Sciti. Da qui procedemmo lungo una strada pianeggiante che attraversa una pianura con fiumi navigabili e incrociati, dei quali il primo, dopo il Danubio, era il Drecon, così chiamato, il Tigas, e il Tiphesas. Ci siamo spostati attraverso di essi con imbarcazioni [realizzate] in un unico pezzo di legno, come quelle in uso lungo i loro fiumi, e abbiamo attraversato gli altri fiumi su zattere che i barbari portano sui carri per utilizzarle nei luoghi paludosi

Da buono storico, Prisco esamina le differenze tra gli usi alimentari dei romani e degli unni: questi ultimi preferiscono il miglio, per la sua migliore conservabilità e maggiore velocità di crescita, rispetto al grano e essendo oltre il limite climatico della vite, sono costretti a utilizzare bevaned alcoliche alternative, tra cui la birra

“Il cibo ci venne fornito con generosità nei villaggi; miglio invece di grano, e idromele, come viene chiamato nella lingua madre, invece di vino. Gli assistenti che ci seguivano erano riforniti dimiglio e di una bevanda a base di orzo che i barbari chiamano ‘kamon.’ Dopo aver completato il lungo viaggio, nel tardo pomeriggio ci accampammo presso un lago dall’acqua dolce, e da dove gli abitanti del vicino villaggio attingevano la loro acqua.

Ovviamente, i nostri eroi non smisero di comportarsi in maniera fantozziana, combinando un casino colossale durante una tempesta: solo il buon senso dei locali, che, svegliati bruscamente in piena notte, invece di impalarli, vennero loro in aiuto, evitò loro guai peggiori

Il vento e una tempesta si alzarono all’improvviso, accompagnati da frequenti tuoni e fulmini, e da un rovescio di pioggia, che non solo abbatté la nostra tenda, ma scagliò anche tutto il nostro bagaglio nell’acqua del lago. Terrorizzati dal tumulto che pervadeva l’aria e da quello che era successo, lasciammo quel posto e ci separammo gli uni dagli altri, in modo che, nel buio e nella pioggia, ognuno di noi prese qualunque strada riteneva che sarebbe stata per lui praticabile. Quando arrivammo alle capanne del villaggio – poiché tutti vi eravamo giunti per strade diverse – ci riunimmo nello stesso posto e cercammo, gridando, di recuperare le cose di cui avevamo bisogno. Gli Sciti accorsero nel tumulto e accesero le canne che utilizzano per il fuoco, e, dopo aver fatto luce, ci chiesero perché avessimo sollevato un tale clamore. I barbari, con noi, risposero che tutto era stato messo in confusione dalla tempesta, e così ci accolsero nelle loro capanne, accesero di un gran numero di canne, e ci concessero rifugio.

Piccola nota a margine: che la moglie di Bleda non solo fosse in vita, ma svolgesse anche un importante ruolo amministrativo, è un indizio del fatto che morisse per cause naturali o per un incidente e non per un omicidio ordito dal fratello Attila.

Una donna che governava il villaggio – che era stata una delle mogli di Bleda – ci inviò delle provviste e delle donne di bell’aspetto per confortarci. Si trattava di un complimento Scita, ma noi, quando i viveri vennero disposti, ci mostrammo amichevoli, ma rifiutammo il rapporto con loro. Rimanemmo nelle capanne fino all’alba e poi iniziammo a cercare il nostro bagaglio. Ritrovammo tutto, in parte nel luogo dove ci eravamo accampati, in parte sulla riva del lago, e in parte nell’acqua stessa. Trascorremmo quel giorno nel villaggio, per asciugare tutte le nostre cose, in quanto la tempesta era cessata e il sole splendeva. Dopo aver preso cura dei nostri cavalli e degli altri animali, ci recammo dalla principessa, la salutammo e ringraziammo con dei regali, tre coppette d’argento, pelli rosse, pepe dell’India, frutti di palma, dolci e altri doni molto stimati dai barbari, perché non è facile per loro procurarseli. E la ringraziammo per la gentilezza della sua ospitalità.

Strada facendo, Prisco e i suoi compagni incontrarono una seconda ambasciata, proveniente dall’Impero d’Occidente, a cui partecipano alcuni dei protagonisti della sua caduta, legata al fatto che Attila, pur essendo un grande condottiero e politico, aveva qualche difficoltà nel raccapezzarsi nella complessità della legislazione romana.

Da notare come Prisco, evidenziando chi fosse il vero detentore del potere in Occidente, evidenzia il nome di Ezio, ma non quello di Valentiniano III

“Dopo aver compiuto il viaggio in sette giorni, attendemmo in un certo villaggio, poiché le nostre guide Scite ci avevano ordinato di fare così, in quanto Attila stava seguendo la stessa strada e che ci conveniva procedere dietro di lui. Lì incontrammo alcuni Romani occidentali, che facevano parte di un’ambasciata ad Attila. Tra di loro c’era Romolo, un uomo onorato con il titolo di conte, Plomotus che governava la provincia del Noricum, e Romano, il comandante di un corpo militare con il grado di duce. Con loro c’era Costanzo, che Ezio aveva inviato ad Attila come suo segretario, e Tatulus, il padre di Oreste, che era con Edeco; questi uomini avevano intrapreso il viaggio non per dovere di ambasciatori, ma per la loro reciproca amicizia. Costanzo, a causa della sua antica conoscenza con questi uomini in Italia, e Tatulus per via della sua parentela. Suo figlio Oreste aveva sposato la figlia di Romolo, che era di Batavis, una città del Noricum.

Stavano conducendo questa ambasciata per placare Attila, il quale pretendeva che Silvano, il direttore della banca di Armius a Roma, gli venisse consegnato perché aveva ricevuto delle coppe d’oro di Costanzo. Questo Costanzo venne elevato [imperatore] dai Galati occidentali o Galli, e si era anche recato da Attila e Bleda come segretario, come Costanzo dopo di lui. Nel momento in cui Sirmio in Pannonia era assediata dagli Sciti egli ricevette le coppe dal vescovo della città, a condizione che le avesse riavute indietro se la città fosse stata presa e ed egli fosse sopravvissuto, oppure, se fosse stato ucciso, per salvare le vite dei cittadini che venivano condotti via come prigionieri. Ma Costanzo, dopo la riduzione in schiavitù della città, tenne conto solo in parte dei suoi accordi e, giunto a Roma per alcuni affari, ottenne dell’oro da Silvano, dandogli le coppe, a condizione che, entro un tempo stabilito avrebbe rimborsato il denaro prestato a interesse, e recuperato le fideiussioni; in caso contrario Silvano le avrebbe utilizzate per quello che voleva. Ma poi Attila e Bleda, sospettando Costanzo di tradimento, lo crocifissero.

Dopo poco, quando la vicenda delle ciotole venne rivelata ad Attila, volle che Silvano fosse consegnati a lui come un ladro dei suoi beni. Pertanto, degli inviati vennero mandati da Ezio e l’imperatore dei Romani d’occidente per riferire che Silvano, dato che era il creditore di Costanzo, aveva avuto quelle ciotole come cauzioni e non tanto come merci rubate, e che aveva dato loro in cambio denaro per i sacerdoti e non per la gente comune: perché non è onesto, per gli uomini, utilizzare per i propri scopi beni dedicati a Dio. Se, tuttavia, Attila non desistesse da questa giusta causa o nel timore che la divinità potesse richiedere le sue ciotole, essi mandarono a dire che avrebbero mandato l’oro al posto loro, ma rifiutarono di consegnare Silvano, poiché non volevano rinunciare ad un uomo che non aveva fatto nulla di male. Questo fu il motivo della loro ambasciata, e ci stavano seguendo da vicino in modo che Attila, il barbaro, potrebbe rispondere e mandarli via.

In verità, il rapporto tra Ezio e Valentiniano era simbiotico, un

simul stabunt, simil cadent

nonostante la loro reciproca antipatia: se il generale era l’uomo forte che difendeva l’impero dai pericoli esterni, l’imperatore era il simbolo attorno al quale si coagulava la lealtà delle province romane. Scomparsi entrambi, il tutto crollò come un castello di carte.

E’ interessante raccontare le vicende della loro morte, che non sfigurerebbero in uno dei libri de Il Trono di Spade.

Secondo lo storico bizantino Giovanni di Antiochia,l’imperatore Valentiniano III vinse al gioco una somma somma spropositata al senatore Petronio Massimo; come pegno per un suo improbabile pagamento del debito, Valentiniano ottenne da Petronia il suo preziosissimo anello, decorato da un cammeo dell’età d’Augusto, realizzato dal grande scultore Dioscuride, a sua volta circondato da pietre preziose

Anello che Valentiniano, essendo un gran libertino, utilizzò per convocare a corte, presso il Sessoriano, la bellissima moglie di Petronio; la donna, credendo di essere stata convocata dal marito, in quanto uno dei cubicularii dell’imperatore le aveva mostrato l’anello di Massimo, si ritrovò con l’imperatore, che la sedusse.

La donna, tornata a casa e incontrando Massimo, lo accusò di averla tradita e consegnata a Valentiniano, e così il senatore, trovatosi becco e presunto ruffiano, cominciò a meditare vendetto. Però Massimo sapeva bene, che per nuocere a Valentiniano, doveva prima eliminare Ezio

Si accordò allora con un eunuco di Valentiniano, il primicerius sacri cubiculi Eraclio, che osteggiava il generale sperando di poterne ottenere il potere: i due convinsero Valentiniano che Ezio lo voleva uccidere, così l’imperatore decise di anticpare le mosse del proprio magister militum.

Il 21 settembre 454, Ezio dopo aver fatto rapporto a Valentiniano nel palazzo imperiale riguardo all’esazione delle tasse, propose di nuovo il matrimonio tra il figlio Gaudenzio e la figlia minore di Valentiniano, Placidia, quando l’imperatore si alzò improvvisamente dal trono accusando il generale di tradimento; prima che Ezio potesse difendersi dalle accuse, Valentiniano sguainò la propria spada e si gettò sul generale, che nel frattempo era stato attaccato anche da Eraclio, uccidendolo. Secondo una tradizione, uno dei servi disse nell’occasione all’imperatore

hai tagliato la tua mano destra con la sinistra

A seguito della caduta di Ezio, Valentiniano fece uccidere anche il suo amico Manlio Boezio e, secondo Idazio, anche altri notabili; fece poi esporre i cadaveri nel foro, e accusò i senatori di tramare un tradimento: tutto ciò lo fece per scongiurare una rivolta dopo la morte di Ezio.

Petronio Massimo chiese a Valentiniano di prenderne il posto come magister militum, forse la vera molla che lo aveva spinto a complottare per la caduta di Ezio, ma l’imperatore rifiutò: Eraclio, infatti, consigliò all’imperatore di non rimettere nuovamente nelle mani di un sol uomo il potere che era riuscito a recuperare uccidendo Ezio.

Così il senatore diede avvio alla seconda parte della sua vendetta, scegliendo come pedine Optila e Thraustila, due coraggiosi sciti che avevano combattuto sotto il comando di Ezio e che erano stati poi assegnati alla scorta di Valentiniano: Massimo li convinse che Valentiniano era il solo responsabile della morte di Ezio, e che i due soldati avrebbero dovuto e potuto vendicare il loro antico comandante; promise loro, inoltre, una ricompensa per il tradimento dell’imperatore.

Il 16 marzo 455, Valentiniano, che si trovava a Roma, si recò nella tenuta imperiale Ad duos Lauros, sulla Casilina, tra Tor Pignattara e Centocelle, in compagnia di alcune guardie del corpo, accompagnato anche da Optila e Thraustila e dagli uomini di questi. Appena l’imperatore scese da cavallo per esercitarsi con l’arco, Optilia gli si avvicinò con i propri uomini e lo colpì alla tempia, mentre l’esercito rimase schierato, immobile ad assistere: Valentiniano, sorpreso, si volse a guardare il proprio aggressore, e Optila gli inferse il colpo mortale; contemporaneamente, Thraustila uccise Eraclio. I due sciti presero poi il diadema e la veste imperiale e li portarono a Massimo, che si auto proclamò imperatore, mentre la testa del defunto imperatore fu posta sopra una lancia e fu portata per le strade dell’Urbe, per  annunciare la sua fine.