Dromedari

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Uno dei tanti personaggi dell’Esquilino, prigioniero di guerra in Australia, raccontava come da quelle parti vi fossero in giro più dromedari che canguri. Noi ragazzotti sorridevamo saccenti; era cosa risaputa che quei quadrupedi fossero tipici dell’Arabia e del Sahara. Per cui Duilio o ci stava prendendo in giro, oppure il troppo sole degli antipodi gli aveva dato alla testa.

Dopo anni, vedendo un documentario, scoprii che aveva ragione: la saga dei dromedari in Australia ebbe origine nel 1837, quando il governatore del Nuovo Galles del Sud, che forse aveva alzato troppo il gomito, ebbe l’idea di trasformare gli aborigeni in beduini, fornendo loro un’acconcia cavalcatura. All’inizio, a Londra, saputa la cosa, gli risero in faccia: ma tanto fece, che nel 1839 riusci a ordinarne una mezza dozzina, proveniente da Tenerife.

Di questi, sopravvisse solo il famigerato Harry, sbarcato nel 1840 e divenuto subito famoso per il caratteraccio e per la leggendaria mira nello sputare, che lo rese un incubo sia per gli umani, sia per gli emù, bersagli preferiti della sua saliva, cosa degna di nota, vista la pervicace ignoranza di quegli uccellacci.

Dato che Harry da solo, però, serviva a ben poco, l’anno successivo fu raggiunto da due femmine provenienti dall’Imam di Muscat, con cui applicò il dettame biblico del crescete e moltiplicatevi.

Così, nel 1860, benché nessun aborigeno divenne la versione locale di Lawrence d’Arabia, vi erano abbastanza dromedari per supportare la costruzione delle ferrovie che avrebbero attraversato le zone desertiche centrali.

I dromedari furono anche arruolati nell’esercito, tanto che fu costituito Australian Camel Corps che nella Prima Guerra Mondiale combatté in Egitto e Palestina: in una gara di corsa, dopo la conquista di Amman, i quadrupedi degli antipodi umiliarono quelli al servizio degli Ibn Saud. Il fatto che i dromedari australiani siano ottimi corridori, è testimoniato anche oggi dalla Camel Cup ad Alice Springs.

Però, con la diffusione dei camion, l’australiano medio perse interesse per i dromedari che tornando allo stato brado, sono diventati una piaga per i pascoli e la coltivazioni.

Tra l’altro, il governatore del Nuovo Galles del Sud, ebbe un emulo americano, il sottotenente dell’Esercito degli Stati Uniti durante la Guerra contro gli Indiani, George H. Crosman, che tanto brigò, che il 2 marzo 1855 ottenne dal Congresso i fondi per introdurre i dromedari in America.

Nacque ufficialmente il “U.S. Camel Corps”. Il 3 giugno 1855 una spedizione americana si imbarcò per l’Africa. In Egitto fu possibile acquistare delle ottime cavalcature e fu anche possibile reclutare un piccolo gruppo di esperti cammellieri. Rientrati negli Stati Uniti i dromedari furono collocati a Camp Verde, a circa 60 miglia ad ovest di San Antonio per un periodo di acclimatazione. Nel giugno del 1857 allo U.S. Camel Corps fu assegnato il compito di esplorare l’allora sconosciuto territorio fra El Paso e il fiume Colorado.

La spedizione consisteva di 25 cammelli, 44 soldati, e 2 arabi oltre a numerosi cavalli e muli. I primi test sul campo riportarono risultati esaltanti: 6 soli dromedari erano stati in grado di trasportare lo stesso peso affidato e 12 muli, ma risparmiando ben 42 ore di tempo. Altri test ed esplorazioni confermarono questi risultati. Gli animali africani si facevano preferire sia per la capacità di resistenza fisica che per l’adattamento a lunghi periodo di mancanza di acqua.

Il problema è che i dromedari puzzavano e avevano un pessimo carattere, tranne che con gli indiani contro cui dovevano essere impiegati. A Virginia City fu persino approvata un’ordinanza che proproibiva ai padroni di cammelli di far circolare gli animali nelle strade della città, tranne che tra la mezzanotte e l’alba, quando gli altri animali rimanevano chiusi nelle stalle.

Il Governo quindi decise di non dare seguito al progetto dello U.S. Camel Corp e di vendere tutti i dromedari. Nel corso di un’asta pubblica le bestie furono cedute a privati per pochissime decine di dollari a capo e finirono nei circhi, negli zoo e qualcuno tra i cercatori d’oro prima di essere liberati nel deserto del Nevada. Sembra che l’ultimo esemplare sia morto nel 1934.

Dromedari che era diffusi nella Sicilia Araba, con qualche apparizione nella Roma Medievale e in tempi più recenti, in Toscana, a San Rossore. Il primo esemplare, posto sotto la custodia di uno schiavo, arrivò nel 1622 grazie al Granduca di Toscana Ferdinando II de’ Medici, convinto che il clima pisano potesse essere adatto a questo genere di animale. Contro ogni previsione, l’esperimento riuscì e col tempo lo stesso Granduca ne introdusse altri provenienti dall’Africa, che vennero sfruttati per i lavori agricoli e per il trasporto del legname.

Un buon numero di dromedari venne donato alla Tenuta Granducale dal generale Arrighetti, che li aveva sottratti ai Turchi durante la battaglia di Vienna, nel 1683. Grazie a successive aggiunte, il numero delle bestie raggiunse quota 196 nel 1789, per poi calare progressivamente nel corso del XIX secolo, al cui termine era possibile contare la presenza di ancora un centinaio di animali.

Finché giunse la Seconda Guerra Mondiale e i quadrupedi finirono nello stomaco delle truppe mongole al seguito dell’esercito tedesco che, dopo l’8 settembre 1943, si era accampato nella Tenuta. Da quel momento, in poi, si sono seguiti diversi tentativi per riportarli a San Rossore, con scarsi risultati..

Così è rimasto, a differenza dell’Australia, è rimasto solo il ricordo dei dromedari toscani..

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O’ Gran Mogol

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Con un poco di ritardo, con Manu ce ne siamo andati per il weekend in un agriturismo dell’alto Lazio, scoprendo angoli sconosciuti del Tevere, avevamo proprio bisogno di staccare e goderci un poco di meritato riposo, visto quanto passato da agosto in poi, riprendo a parlare dei potenziali eroi dei romanzi steampunk italiani.

In particolare, mi dedico a uno dei più misteriosi e sfuggenti, Catello Filosa detto o’ Gran Mogol, di cui non si sa bene né la data di nascita, alcuni documenti riportano il 1740, altri il 1749, e il cognome, dato che alcuni autori lo citano come Filose.

Di certo sappiamo che nacque a Castellammare di Stabia, nel rione Fontana Grande, da Gennaro di professione marinaio e Agnella di Capua e che per citare uno storico locale di inizio Novecento, fosse un uomo

uomo dotato di una fervente fantasia e di uno grande spirito avventuroso

Secondo la leggenda, parti da Castellammare appena sedicenne: si racconta che assieme a un gruppo di amici, giocando sulla spiaggia nel pressi della Villa Comunale, avesse trovato un cofanetto con delle monete d’oro (il posto fu poi denominato “California”, terra dell’oro, per antonomasia).

Solo che questo misterioso tesoro fu sequestrato dalle autorità locali: Catello, per rivalsa, gridò loro che sarebbe tornato assai più ricco. Così il 1764 si imbarcò su una nave francese, vagò per un quinquennio in giro per il mondo, finché, lo sappiamo per certo da una citazione di un commerciante spagnolo, che parla dell’arrivo di una nave da lui capitanata, nel 1769 sbarcò a Calcutta. Da quel momento in poi, si hanno le idee vaghe su cosa abbia combinato.

Lascio la parola a un altro storico locale, il Rispoli

Sopra lo stabilimento delle acque minerali, dirimpetto la porta principale del Real cantiere miransi in un vigneto due torrette fabbricate dal cittadino di Castellamare Catello Filosa. Costui nato da onesta famiglia partiva dal nostro regno verso la metà del secolo scorso con oscuro nome, e la sua inclinazione lo portò nel Mogol ov’egli si diresse in cerca di prospera fortuna. Come fosse entrato in quel regno, e quali mezzi avesse adoperato per guadagnarsi la benevolenza di quel Monarca è a tutti ignoto, ed egli stesso ne fece un mistero. Certo si è che seppe talmente guadagnarsi l’affezione in quella terra straniera che addivenne milionario. Vi è chi dice: aver egli imparato in quelle milizie l’uso del cannone sopra lo affusto, avendo ivi trovato l’uso del cannone immobile. Il certo si è che ritornava ricchissimo col grado di Colonnello Portoghese, di Generale delle imperiali guardie del Gran Mogol e col decoroso titolo di Palaquin. Ritornato in Castellamare largì molto danaro per opere pie, e fece molti acquisti di case, e di terre e tra queste fu quel vigneto in cui miransi le suindicate torrette.

Da altri racconti, pare che in India si facesse chiamare col nome di Michele (nome che poi darà ad un figlio), così che per gli “indigeni” divenne “Mukel”. Comunque che sia possibile che abbia fatto fortuna come soldato da quelle parti, viste le vicende di Avitabile e di Ventura, non è da escludere.

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Neppure che fosse diventato un funzionario dell’amministrazione Moghul, potrebbe non essere una balla, come quelle di Solaroli: non esisteva il titolo di Palaquin nell’India dell’epoca, ma potrebbe essere anche una deformazione di palanquin, l’indiano palangki, la lettiga su cui si facevano portare in giro i membri della corte di Delhi.

La mancanza di informazioni sulla sua vita, può sembrare strana: in realtà, dato il disinteresse dei nostri storici sulle imprese degli avventurieri italiani in India, quel poco che sappiamo su di loro lo dobbiamo agli inglesi: se uno non avesse avuto a che con loro, colpendone la fantasia oppure gli fosse stato cordialmente antipatico, difficilmente ne avremmo notizia.

In ogni caso, qualunque cosa abbia fatto da quelle parti, nel 1799 Catello tornò a casa in fretta e furia e ricco sfondato, mantenendo la promessa fatta da ragazzo, portando con sé tre dei suoi 5 figli, Michele, Margherita e Nicola (al suo rientro rimasero in India, si dice, gli altri due che continuarono lì la sua avventura).

A Castellammare, Catello si comportò come una sorta di Giano bifronte: da una parte, appariva come uno stimato possidente. Comprò ville e vigneti, diede parecchie regalie alla chiesa locale, tanto da vedersi donare la cappella di san Nicola, sita nella navata di destra della Cattedrale, si iscrisse a una delle principali confraternite cittadine.

Dall’altra, con alcuni suoi atteggiamenti originali, colpì la fantasia dei suoi concittadini. In una sua tenuta, posta sopra le Terme, fece costruire una villa nelle cui mura furono incluse due torrette, dette ancora oggi “del Gran Mogol”, i n cui mise di vedetta, due scugnizzi, vestiti come sepoys, che dovevano scrutare il mare in cerca di vele provenienti dall’Oriente.

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Sempre nella stessa villa, fece innalzare un idolo dalla testa di elefante, immagino si tratti del buon Ganesha, a cui bruciava incenso, offriva ghirlande di fiori e libagioni a base di latte. Idolo che poi fu poi distrutto dai suoi figli. Pare inoltre che nelle sue uscite cittadine, si facesse precedere da schiave che distribuivano petali di fiori; è inoltre documentato che costituì un vero e proprio harem, posto in un palazzo in riva al mare, che ancora oggi è chiamato del Gran Mogol.

Il 3 aprile 1820, Catello morì, portandosi i suoi segreti nella tomba: fu sepolto, vestito come un principe indiano, nella chiesa delle Anime del Purgatorio. Nel testamento donava tutte le sue fortune alla Chiesa.

Secondo la leggenda, però, nelle notti d’inverno il suo spirito inquieto vaga sul molo, in prossimità della sorgente dell’Acqua Rossa. Se capitate da quelle parti e incrociate un vecchio vestito da Sandokan, con uno spiccato accento napoletano, non perdete occasione di farvi raccontare la sua storia…

Kurt Vonnegut: come scrivere un racconto breve

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Kurt Vonnegut è stato uno degli autori più importanti nel panorama della fantascienza e della letteratura postmoderna del secolo passato. Con romanzi come Ghiaccio-nove (Cat’s Craddle) del 1963, è entrato nella storia della fantascienza, con il suo inconfondibile stile: usando un linguaggio semplice ma incredibilmente efficace. A parte i romanzi, però, Vonnegut ha saputo anche scrivere dei racconti brevi eccellenti. Nella registrazione che segue, l’autore statunitense ci fornisce appunto dei consigli su come fare per scrivere dei racconti brevi di qualità. Chi volesse leggere la traduzione del testo, può cliccare qui.

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Padrone di casa

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Devo essere sincero: ho seguito poco la vicenda della palazzina di via Ticino, per cui, non credo di essere la persona più adatta a esprimere un parere. Al limite, se devo fare un considerazione pro domo mea, se una Sovraintendenza non è capace di salvare dalla demolizione una palazzina degli anni Venti, dubito che possa mai dare retta i grillini, specie quando difendono interessi poco chiari, nel volere cancellare il murale di Mauro Sgarbi al Mercato Esquilino.

Però, posso raccontare una piccola esperienza: la mia padrona di casa milanese, forsennata leghista, se mai salterà fuori una foto di me con Salvini, sappiate che non è un fake, ma il frutto dei tentativi di entrambi di scroccare a tale sciura il pranzo della domenica, essendo lei un’ottima cuoca, si trovò in una situazione simile.

La palazzina dove abitavo, in zona Conchetta, era stata costruita come albergo poco nel 1912: nonostante non fosse di gran lusso, era frequentato da artisti o presunti tali. Danneggiato dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, fu acquistato da uno che si era arricchito borsa nera, che nel 1946, fece fare in frette e furia del lavori di ampliamento per trasformare tutto in case economiche per i lavoranti della Darsena.

Con il declino del ruolo del Naviglio come autostrada d’acqua, i barconi carichi di pietre e ghiaia fecero l’ultimo viaggio nel 1979, anche la palazzina decadde e non fu mai soggetta a manutenzione: quando la comprò la mia padrona di casa, negli anni Novanta, si trovò davanti a un bivio o demolire tutto, dati i problemi di statica e ricostruire un edificio nuovo, oppure procedere a un restauro conservativo, per recuperare l’aspetto originale.

Mi raccontava come, in termini di costi, tempi e permessi burocratici, le due soluzioni fossero equivalenti: dopo aver girato tra diversi studi di architettura, non trovando mai un qualcosa di suo gusto, decise per il ripristino.

Ora, immagino che i proprietari di via Ticino, trovandosi davanti a un dilemma analogo, abbiano optato per la seconda scelta. A priori non li condanno: a differenza della Naim, che detto tra noi, nella vicenda parla a titolo personale e per farsi un pochino di pubblicità, visto che il quartiere Trieste tutto è, tranne I Municipio, considero la città un organismo vivo, che muta e cambia a seconda delle esigenze di la vive.

Il problema è che la nuova costruzione non è brutta, ma anonima, priva di qualsiasi guizzo di creatività, incapace di dialogare o imporsi rispetto al contesto urbano che la circonda. E mi fa sospettare come la mia ex padrona di casa, nonostante le sue stranezze, possa dare lezioni di buon gusto a qualsiasi immobiliarista romano…

Vecchietti

Maam

Quando ho letto l’articolo del buon Tonelli sul Macro, in cui la nomina di Giorgio De Finis a direttore, secondo me unica scelta sensata di una politica culturale sgangherata, specchio di un’amministrazione sempre più avvitata su se stessa, veniva paventata come una nuova discesa degli Unni, sono stato tentato dargli del piccolo borghese e del provinciale. Oppure di sbattergli in faccia gli articoli in cui su Art Tribune si lodava l’esperienza del Maam.

Poi, a un certo punto, sono scoppiato a ridere.

E sì, perché io e lui, siamo due sopravvissuti, a quello strano mondo che è l’Arte degli anni Duemila. Il mondo di Exibart, in cui le signore di buona famiglia consideravano aprire improbabili gallerie un ottimo modo per impiegare il proprio tempo. In cui, come nella Cacania di Musil, bastava poco per sentirsi un genio.

Un mondo dove tutti potevano dirsi pittori, pur senza mai aver tenuto un pennello in mano, fotografi, solo per avere conosciuto, anche per sentito dire, l’esistenza di photoshop, curatori, per la grandi doti di reggere bene l’alcol, piantare senza troppi danni chiodi nei muri ed essere vanitosi, senza apparire troppo pieni di sé, critici, per sapere mettere assieme una frase con soggetto, verbo e complemento.

In cui bastava avere un portafoglio pieno per esporre e per meritarsi, a prezzo onesto, una lenzuolata su qualche free press. Un mondo, diciamola tutta, in cui ho conosciuto tanti amici, vissute tante belle esperienze e che ricordo con allegra malinconia.

Che a volte vorrei ci fosse ancora, per sentirmi più giovane, ma che è stato spazzato via dalla crisi economica. Così l’Arte, da giochino per Peter Pan annoiati, è tornata a essere una cosa drammatica e seria.

Ha ricominciato a riflettere sul Mondo, a cercare di cambiarlo, lottando contro le sue ingiustizie e contraddizioni: si è insinuata nei non luoghi, per farci riflettere sulle nostre solitudini, ha danzato in un trip cyberpunk, tra Reale e Virtuale.

De Finis è stato artefice e interprete di questa nuova stagione, creando, nella periferia di Roma, un laboratorio universale. Io, con errori e contraddizioni, ho cercato di comprenderla e viverla. Tonelli, ahimè, invece è rimasto ancorato a quel Passato.

Sotto certi aspetti, somiglia a quei pensionati che passano le giornate al bar o a guardare i cantieri, affamati della compagnia del prossimo, a cui ricordano, con insistenza, la bellezza dei tempi andati. Per questo non merita né rabbia, né dileggio, né polemica, ma solo compassione…

L’Eusebio che non era Eusebio

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In questi giorni, sto leggendo un interessante articolo sulle origini del titulus Eusebi. Secondo la tradizione, il titulus è dedicato al prete romano Eusebio, che contestò papa Liberio per essere stato troppo accomodante con l’imperatore Costanzo II, seguace dell’eresia ariana.

L’imperatore non la prese sportivamente e rinchiuse il prete in una stanza di un’insula, costruita dove una volta vi erano gli horti Cycladiani, dove morì di fame dopo sette mesi, il 14 agosto del 353 d.C..; il suo corpo fu sepolto nel cimitero di Callisto dai presbiteri Gregorio ed Orosio, i quali misero sulla tomba anche l’iscrizione “Eusebio homini Dei”

Tomba che era identifica con una vicino a quella di San Gaio, finché Giovanni Battista de Rossi scoprì i resti di una poesia, scritta da papa Damaso, che la decorava.I versi dicono questo

Eraclio non ammetteva che i lapsi potessero far penitenza dei loro peccati.
Eusebio insegnava che questi infelici dovessero piangere i loro peccati (far penitenza).
Il popolo, con l’intensificarsi delle passioni, si divise in due fazioni:
nascono sedizioni, lotte, discordie, liti.
(Eusebio ed Eraclio) sono subito egualmente esiliati dal crudele tiranno.
Poiché la guida (il papa) aveva conservati intatti i principi di pace
egli sopportò lietamente l’esilio, in attesa del giudizio divino.
Lasciò il mondo e la vita terrena sulla sponda sicula

La tomba non era del presunto prete Eusebio, ma dell’omonimo Papa, spedito in esilio da Massenzio a causa dei disordini pubblici connessi al dibattito teologico sul ritorno nella chiesa dei lapsi, ossia dei cristiani che sotto la persecuzione di Diocleziano avevano negato la fede per salvarsi la pelle.

Alcuni studiosi, data anche la vicinanza della memoria liturgica, 14 agosto per il prete, 17 per il Papa, sospettano che Eusebio prete non sia mai esistito e sia un’invenzione posteriore; partendo dal fatto che i tituli dell’epoca prendevano il nome dal proprietario dell’edificio, sostiene che Eusebio sia in realtà l’omonimo eunuco, praepositus sacri cubiculi di Costantino I e Costanzo II, una sorta di gran ciambellano, che vestiva e incoronava l’imperatore.

Sebbene non ne fosse stabilmente un membro, il praepositus sacri cubiculi poteva prendere parte al sacrum consistorium, il concilio imperiale tra l’imperatore e i suoi quattro ministri più stretti. Verso la fine del IV secolo aveva ottenuto il controllo delle proprietà imperiali in Cappadocia.

Il praepositus era anche confidente del sovrano, e nel caso di imperatori deboli poteva diventare una vera e propria eminenza grigia. Raggiunse in taluni casi un potere enorme, decidendo chi saliva e chi scendeva nei favori dell’imperatore accordando o meno udienze. Negli anni 430 san Cirillo pagò una serie di tangenti a ufficiali dell’amministrazione imperiale per far sì che l’imperatore annullasse una decisione favorevole ai suoi nemici nestoriani: la tangente più elevata, 14.400 solidi equivalenti a 200 libbre d’oro, venne pagata al praepositus Chryseros…

Tornando al nostro Eusebio era ariano e trattò con papa Liberio per convincerlo ad accettare i risultati del concilio di Sirmio, in cui i vescovi amici dell’imperatore Costanzo II ribaltarono le conclusioni del concilio di Nicea: proprio questa vicenda potrebbe essere stata distorta dalla tradizione, portando alla creazione dell’Eusebio santo.

Il suo omonimo, infatti, era un personaggio assai poco raccomandabile. Nascose il testamento di Costantino, preparando poi quella specie di notte dei lunghi coltelli, in cui gran parte membri maschili della dinastia costantiniana e degli alti funzionari imperiali che potevano aspirare al trono, furono sterminati. Organizzò il colpo di stato contro l’imperatore Costanzo Gallo.

Si arricchì impossessandosi delle proprietà di coloro che erano messi a morte per essere stati accusati di tradimento. Nel 355, secondo quanto racconta Ammiano Marcellino, Eusebio e il prefetto del pretorio Volusiano Lampadio utilizzarono una spugna per alterare una lettera inviata dal magister militum Claudio Silvano ad alcuni suoi amici a Roma; la lettera corrotta suggeriva che Silvano stesse provando a guadagnarsi supporto in città per un colpo di Stato, e, sebbene gli amici di Silvano riuscissero a respingere le accuse, il magister militum, all’oscuro dell’assoluzione, si ribellò e venne sconfitto.

Così Eusebio potè impadronirsi delle sue immense proprietà, comprese le domus all’Esquilino. Nel 359 fece richiamare il generale romano Ursicino e lo fece sostituire nella carica di magister equitum da Sabiniano, solo perché questi si era rifiutato di regalargli un palazzo ad Antiochia.

Come un uomo del genere potesse andare d’accordo con Costanzo II è un mistero. L’imperatore non era un grande generale come suo padre Costantino. Aborriva le guerre. Ma aveva un grande senso del proprio dovere e si sentiva l’erede del grande genitore per cui,con tutte le cautele e senza arrischiare mai oltre misura,combatteva con coraggio e sacrificio.

Forse la causa di ciò era nei difetti di Costanzo: l’essere senza calore umano,taciturno,malinconico, che nascondeva dietro a una maschera di superbia e arroganza la sua insicurezza e la paura di non essere all’altezza del suo genitore. Questo lo rendeva sensibilissimo alle adulazioni,ne aveva bisogno come l’aria per avere una sorta di rassicurazione per sé stesso e per il proprio operato. Ed Eusebio eccelleva in quest’arte, diventando per dieci anni il vero padrone dell’Impero,tanto che Ammiano Marcellino sarcasticamente scrisse che Costanzo godeva di un certo credito presso Eusebio.

Alla fine, i nodi vengono sempre al pettine e tutti questi intrighi furono ripagati con la stessa moneta:nel 360 il cesare d’Occidente Giuliano, cugino di Costanzo e fratellastro di Gallo, venne acclamato augusto dalle truppe. L’anno successivo Costanzo si mosse dal fronte orientale, dove era impegnato contro i Sasanidi, per affrontare il cugino, ma morì all’improvviso per una febbre mentre si trovava ancora in Asia, a Mopsucrenae con Eusebio al suo capezzale.

Giunto a Costantinopoli, Giuliano istituì un tribunale speciale per giudicare i funzionari di Costanzo, per le loro ruberie e per il loro coinvolgimento nella morte di Gallo: Eusebio venne trovato colpevole e condannato a morte nel 361.

Eusebio si salvò grazie all’intercessione dell’imperatrice Faustina, terza moglie di Costanzo II, e se andò in esilio a Roma, dove abiurò e donò alla chiesa le sue proprietà dell’Esquilino, per cercare di guadagnare un posticino in Paradiso, morendo nel 363. Da questa donazione fu fondato il titulus.

Tutto chiaro ? Il problema è che, al di là del fatto che il nome di Eusebio era diffusissimo nelle classi dirigenti dell’epoca e quindi le omonimie potevano essere anche comuni, è che Ammiano Marcellino e i suoi epitomisti sono abbastanza chiari nell’affermare come praepositus fosse messo a morte nel 361.

Quindi tutte le affermazioni su quanto successo tra il 361 e il 363 sono più degni di un romanzo che della Storia…

Philip K. Dick: la stupenda intervista di Charles Platt

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Philip K. Dick è senza alcun dubbio uno dei più grandi (e originali) autori americani del secolo passato. Oggi vi presentiamo questa intervista, una delle poche che esistono dell’autore californiano, registrata nel 1979. Charles Platt intervista Dick, parlando di tanti argomenti diversi, dagli autori che lo hanno ispirato alle sue esperienze con sostanze allucinogene.  

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