San Tommaso in Formis

Facciata chiesa

San Tommaso in Formis, situato a margine della Villa Celimontana, fu fondata intorno all’anno 1000, come chiesa abbaziale di un monastero benedettino. Il suo ingresso è presente in via di San Paolo della Croce 10, accanto all’Arco di Dolabella e Silano, che sostiene le grandi arcate dell’Acquedotto Neroniano: infatti il termine “in formis” significa proprio “presso l’acquedotto”.

La prima traccia documentaria della chiesa, però, risale al 1207, quando l’intero complesso fu donato da papa Innocenzo III al santo catalano Giovanni de Matha, fondatore dell’Ordine dei Trinitari, dedicato all’opera di liberazione dalla schiavitù, in particolare il riscatto dei cristiani caduti prigionieri dei mori.

Nel 1209 Giovanni adattò parte del monastero ad ospedale per assistere poveri, infermi, pellegrini e schiavi riscattati, secondo gli scopi propri dell’Ordine; ospedale che nelle cronache dell’epoca è noto come “Tommaso iuxta formam claudiam”, ossia “presso l’acquedotto Claudio”. Proprio quell’anno, San Francesco di Assisi si recò a Roma per ottenere l’autorizzazione della regola di vita, per sé e per i suoi frati, da parte di papa Innocenzo III. Giovanni de Matha, vedendolo mendicare fuori del Laterano in attesa che il Papa lo ricevesse, lo accolse nella sua chiesa di san Tommaso dove lo rifocillò. I due Santi divennero così amici. Successivamente Francesco dimorò più volte nel monastero annesso alla chiesa ospite dei Trinitari.

Le spoglie di Giovanni furono tumulate nella chiesa alla sua morte, il 17 dicembre 1213, per poi essere trasportate solennemente in Spagna nel XVII secolo. Nel 1217 papa Onorio III con la bolla Ordine Sanctissimae Trinitatis dotò la chiesa di San Tommaso e San Michele Arcangelo de Formis di vari beni a Roma e nei dintorni e e Urbano IV nel 1261 nominò protettore dell’Ordine il cardinale Riccardo Annibaldi della Molara.

Nel 1379 i Trinitari dovettero abbandonare Roma ed il complesso di San Tommaso, cacciati da papa Urbano VI per la loro adesione all’antipapa Clemente VII; in quell’occasione, il papa nominò amministratore dell’ospedale e dei suoi beni il cardinale Poncello Orsini. Dieci anni dopo, sotto Bonifacio IX, ospedale, chiesa e monastero passarono al Capitolo Vaticano, che dapprima vi tenne un proprio custode e poi affittò gli immobili. Nel 1532 si pose mano ad un primo restauro del complesso; nel 1571 Pio V restituì la chiesa, l’ospedale e il convento ai Trinitari, che li persero nuovamente alla morte del papa. Nel 1663 la chiesa fu completamente ricostruita nelle forme attuali dal Capitolo Vaticano

Dopo alterne vicende, nel 1898 il Capitolo Vaticano, per il centenario della fondazione dell’Ordine, lo restituì ai Trinitari che tuttora ne dispongono. Tuttavia, quando la chiesa fu finalmente riaperta al culto (1926), le strutture dell’Ospedale erano già state completamente distrutte per la costruzione della sede dell’Istituto Sperimentale per la Nutrizione delle Piante (1925), che era nato come Stazione Agraria Sperimentale nel 1871, assumendo poi la denominazione di Stazione Sperimentale di Chimica Agraria nel 1880.

Per chi non lo sapesse, quest’ente di ricerca si occupa di sviluppare le conoscenze sui problemi legati al suolo agrario e a una sua buona gestione politico-amministrativa. Tra i suoi obiettivi c’è lo sviluppo delle tecniche per il miglioramento della crescita delle piante e delle produzioni agrarie, basate su progressi della fisiologia vegetale, ma anche progetti di studio e salvaguardia del suolo, nonché di informazione e divulgazione scientifica, con l’utilizzo delle tecnologie informatiche in agricoltura.

Nella sede di Roma, tra l’altro, è tra l’altro presente una straordinaria biblioteca legata alle tematiche dell’agricoltura, la cui consistenza, tra libri, opuscoli, periodici e qualche manoscritto, ammonta a circa 20.000 unità, che coprono il periodo dal 1700 al 1950. La Biblioteca vanta, oltre che testi antichi e moderni di particolare valore storico-scientifico, libri rari e di grande pregio, pubblicati sia in Italia che all’estero nel corso dei secoli XVIII e XIX.

Tornando alla chiesa di San Tommaso in Formis, percorrendo lo stretto andito scoperto che conduce all’ingresso vero e proprio si può notare come questa sfrutti in basso un muro in opera mista di reticolato e mattoni di epoca romana, poi sopraelevato in epoca medioevale a tufelli. Ulteriori sopraelevazioni della chiesa si ebbero nel sec. XVII, quando furono chiuse le antiche finestre e aperte tre finestre rettangolari per parte; allora fu anche rifatta la facciata spartita da lesene con porta unica e sovrastante finestra.

Sulla porta è scritto:

Divo Thomae apost(olo) d(icatum).

Sulla destra della facciata è murato un emblema di san Bernardino (sec. XV) con il Nome di Gesù in lettere gotiche entro un cerchio radiante. La costruzione antica, visibile da Villa Celimontana, aveva apparentemente solo due finestre a sesto semicircolare per parte; esse furono ridotte di ampiezza in alto e lateralmente con murature a strombo; la parte restante era occupata da una transenna in travertino. L’abside semicircolare termina con una cornice a mensole. All’interno, ad un’unica navata, nulla rimane della decorazione medioevale.

Sull’altare maggiore spicca un dipinto moderno di Aronne del Vecchio raffigurante Gesù che invia san Giovanni de Matha. Le sette vetrate che riempiono di luce la chiesa sono opere moderne di Samuele Pulcini collocate qui nel 2000, in occasione del Grande Giubileo.

Sopra l’Arco di Dolabella è la Cella, oggi trasformata in oratorio, dove Giovanni de Matha, secondo una tradizione che risale al sec. XVIII, abitò dal 1209 e nella quale si spense il 17 dicembre 1213; erano in origine due vani cui si accede da una scaletta a chiocciola terminante in una piccola loggia, il tutto ricavato in un pilone dell’acquedotto neroniano.

L’Ospedale consisteva in una lunghissima corsia illuminata da ventisei finestre; unico superstite, sulla testata è ora il grande portale marmoreo a sesto semicircolare su via della Navicella (ora è stato ridotto di proporzioni per l’inserimento di una porta rettangolare), del tempo di Innocenzo III, firmato sull’estradosso da Iacopo e dal figlio Cosma (+ Magister Iacobus cum filio suo Cosmato fecit hoc opus). Sopra il portale è una edicola, pure in marmo, con due colonnine, che racchiude l’emblema a mosaico dell’Ordine dei Trinitari sormontato da una croce: Cristo in trono con ai lati due schiavi liberati, uno bianco e uno nero; intorno è la scritta:

Signum Ordinis Sanctae Trinitatis et Captivorum

Del Monastero invece resta una parte della facciata laterizia medioevale con finestrelle rettangolari in marmo e una porta a sesto acuto in peperino, al numero 2 di via della Navicella.

Mille (e non più mille) di questi mondi

Holonomikon

E così ci siamo. L’attesa è finita. Preceduto dal libro evento del 2019 (asso pigliatutto all’ultima edizione del Premio Italia), annunciato in pompa magna, accompagnato da una campagna promozionale come raramente se ne vedono in Italia quando si parla di fantascienza (e chissà perché ancor più quando si tratta di fantascienza italiana… se non quando la fantascienza è il pretesto per allenare la consolidata virtù italica del velleitarismo coloniale), è il momento del Millemondi dell’estate 2020: Distòpia.

Curata ancora una volta da Franco Forte, impreziosita come sempre da una cover memorabile di Franco Brambilla e completata da una postfazione di Carmine Treanni sulla strana attrazione che esercita “il peggiore dei mondi possibili”, l’antologia dedicata alla fantascienza scritta da autori italiani si è concentrata questa volta su un tema che, all’origine, nessuno si sarebbe di certo aspettato sarebbe stato così d’attualità al momento dell’uscita…

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Il memoriale Sangallo

I lavori di costruzione di San Pietro

Subito dopo la morte di Raffaello, Sangallo fece un gesto che, vuoi o non vuoi, non è che gli renda proprio onore, dal punto di vista umano: scrisse infatti un memoriale, diretto a Leone X, in cui espose tutte le sue critiche alle parti di San Pietro realizzate o progettate fino a quel momento. Parti concepite sì da Raffaello, ma in cui l’artista fiorentino aveva dato un contributo fondamentale.

Infatti, oltre che per il coro del Bramante e la cupola pesantissima, Sangallo si scandalizzò soprattutto per il corpo longitudinale, le nicchie di 40 palmi e i deambulatori, tutte cose di cui aveva contribuito a definirne la statica e i particolari decorativi.

In particolare evidenziò la navata centrale

… sara lunga e stretta e alta che pareva uno vicholo”

che le porte comprese tra nicchie sarebbero sembrate “balestriere”

per poi stroncare i deambulatori in questo

l’emicichlo che e fanno nelle teste delle chrosi è falso in quest’opera; non che al lavoro non sia perfetto in se solo e bello […] ma non seguita e compagna l’opera”:

La sua critica colpisce infine il cornicione dell’imposta delle grandi arcate e quello aggettato delle nicchie, che, expressis verbis, attribuisce a Raffaello, quando invece erano sue idee

Secondo il Sangallo il cornicione dell’imposta non avrebbe dovuto avere la forma di una trabeazione tripartita non essendo sostenuto da un proprio ordine, mentre il cornicione marmoreo delle nicchie

non vole esser vi le risalte che vi sono”.

Cornicione, tra l’altro, che Sangallo aveva adottato nel suo progetto esecutivo di Villa Madama. Nel frattempo, nell’agosto 1520 Sangallo fu affiancato da Baldassare Peruzzi in qualità di coadiutore. Leone X lesse il memoriale e anche se non ne era proprio così convinto, nella primavera del 1521 diede l’incarico a lo strano due Sangallo e Peruzzi di presentare l’ennesimo, nuovo progetto.

Come nei precedenti disegni del Sangallo, anche lì il corpo longitudinale venne ridotto a tre campate, illuminato da una propria cupola e allargato. Nelle cappelle laterali furono eliminate le nicchie di 40 palmi e le sacrestie d’angolo, a pianta poligonale, sporsero dalla muratura. Benché non coordinasse il cornicione tripartito dell’imposta in travertino con un ordine preciso, il Sangallo convinse il papa sulla opportunità di continuare lo zoccolo negli ambienti adiacenti.

Nel progetto, però, non c’era nessuna indicazione sulla forma della cupola principale e della facciata, che nonostante tutte le lamentele del memoriale, sarebbero state forse molto simili alle idee di Raffaello. Nel frattempo, Peruzzi fece propria la critica del Sangallo al corpo longitudinale e rispose ritornando all’idea del corpo centrale, che aveva perso attualità dopo l’inizio dei lavori di costruzione, ma che sarebbe tornata in auge sotto Paolo III.

Ma al di là di tutte queste polemiche, come erano messi i lavori nel 1521 ? Grazie al cielo, ne abbiamo una testimonianza in una veduta anonima della collezione Ashby che mostra la basilica da sud-ovest.

In primo piano a sinistra è visibile il coro di Bramante provvisto di volta, con il suo ordine dorico gigante, le sue grandi finestre ad arcata rimaste vuote, attraverso le quali è visibile l’interno dell’edificio, e la sua trabeazione frammentaria. Si vedono i pilastri di sud-est e di sud-ovest della cupola collegati dal grande arco con intradosso a cassettoni. Osserviamo che l’estradosso dell’arcone di crociera non è ancora coperto a 2 spioventi. E’ già armata e dotata di un primo getto di calcestruzzo la volta a rosoni di fronte la nicchia di Fra Giocondo, ossia la volticella a botte di contrafforte tra il pilastro di sud-ovest della crociera e l’antistante contropilastro.

Nell’angolo fra il coro di Bramante e la nicchia di Fra Giocondo è rappresentata una gru con una grande ruota a pedali alla base, che sembra essere utilizzata per trasportare il materiale su una piattaforma antistante la volta a rosoni e sul colmo del pilastro sud-occidentale della cupola. Sul pilastro opposto della cupola, quello sud-orientale, viene disegnata un’altra gru, forse per la volta a rosoni della cappella del Re verso est.

Sotto il probabile ponteggio a sbalzo della volta a rosoni sono accennati i profili del cornicione d’imposta di Raffaello e più in basso le nicchie frammentarie della sacrestia del coro iniziata da Fra Giocondo. Si erge ancora il diroccato muro frontale del transetto del vecchio San Pietro; dietro ad esso sono chiaramente riconoscibili il corpo longitudinale della basilica costantiniana e il campanile. A destra è visibile la rotonda di Santa Maria della Febbre, dietro la quale spunta l’obelisco del circo di Nerone.

Emerge la calotta della nicchia meridionale di 40 palmi del contropilastro di sud-ovest, del quale sono disegnate la cornice e le paraste. L’emiciclo esterno è in costruzione: si vedono nella loro struttura grezza le calotte delle prime 2 nicchie interne del deambulatorio del 1519; la parte occidentale del muro esterno è priva ancora del paramento; dietro una casa bassa si può invece distinguere l’articolazione della parte meridionale della parete esterna, ovvero lo zoccolo ed i fusti delle semicolonne dell’ordine di 9 palmi. Il disegno mostra inoltre le 3 nicchie orientali della parete interna del deambulatorio e la nicchia meridionale del contropilastro di sud-est con parte delle relative paraste sul lato occidentale. Probabilmente è raffigurata la sommità di una colonna dell’emiciclo interno davanti il contropilastro di sud-est

Pirro (Parte I)

Pirro

Una delle figure più sottovalutate della storia classica è quella di Pirro: di solito, anche da persone di media cultura, è ricordato solo per le sue vittorie “inutili” e per avere utilizzato gli elefanti contro i romani.

In realtà, Pirro è ben di più: un uomo dalla vita avventurosa, che sembrerebbe incredibile se raccontata in un romanzo, e uno dei grandi generali dell’antichità: fu di certo un tattico meno geniale di Annibale, ma rispetto al cartaginese, fu assai più innovatore, introdusse una serie di riforme tattiche che misero una pezza ai tanti limiti della falange macedone, ottima contro alcune tipologie di nemici, ad esempio i persiani, ma capace anche di mediocri prestazioni: basti pensare a tutte le volte che dal 280 a.C. in poi fu letteralmente fatta a pezzi dai guerrieri celti.

E soprattutto, Pirro, rispetto ad Annibale, aveva una visione strategica assai superiore e soprattutto aveva chiari, con tutti i limiti dell’epoca, i problemi legati alla logistica: a differenza di tanti laureati in Storia dell’Università italiana era consapevole di come la guerra non fosse un campionato di calcio, in cui chi vince più partite, vince anche lo scudetto, e di come questa dovesse sempre confrontarsi con il vincolo delle risorse finite: i soldati, per combattere bene, debbono avere lo stomaco pieno, i soldi non crescono sugli alberi e un combattente non si addestra in un giorno. Come Alessandro, Pirro era poi un uomo dallo straordinario coraggio, ma, a differenza del Macedone, non eccedeva nei vizi e di certo non era altrettanto psicopatico.

Pirro, il cui nome significa “il colore del fuoco, rosso biondo” legato probabilmente alla sua capigliatura, apparteneva alla dinastia degli Eacidi, che secondo la leggenda, Essi vantavano di discendere dal leggendario Eaco, considerato fondatore della dinastia, padre di Peleo, nonno di Achille. Dinastia a cui apparteneva Olimpiade, mamma di Alessandro Magno, cosa che trascinò il giovane Pirro nel caotico succedersi di guerre, tregue ed alleanze che seguirono la morte del Macedone a Babilonia.

Pirro nache nel 318 a.C. da Eacide, sovrano dell’Epiro, e da Ftia, di stirpe tessala, e la sua giovinezza fu tutto fuorché quieta. Il padre, salito sul trono dopo la morte del cugino Alessandro il Molosso avvenuta in Italia nel 331 a.C., nel tentativo di crearsi un regno in Magna Grecia, Nel 317 a.C. supportò Poliperconte nel tentativo di far risalire sul trono di Macedonia la cugina Olimpiade e Alessandro IV di Macedonia, il figlio di Alessandro Magno, che era stato messo da parte dai Diadochi.

L’anno seguente Eacide marciò per aiutare Olimpiade, minacciata da Cassandro, tuttavia i suoi soldati, corrotti dal generale macedone si rivoltarono contro di lui cacciandolo dal regno che passò a Cassandro. Pirro, che aveva allora solo due anni, venne salvato con difficoltà da alcuni servi. Nel 316 a.C., quindi, Pirro, insieme alla madre e alle sorelle, fu accolto da Glaucia, capo della tribù illirica dei Taumalanti, la cui moglie, Beroea, discendente degli Eacidi, si assunse il compito di educare il bambino. Di conseguenza, il bambino crebbe in un ambiente che di greco aveva ben poco.

Cassandro, non aveva nessuna voglia di governare l’Epiro, cosicché vendette il regno a Neottolemo II, figlio di Alessandro il Molosso, che, per pagare il dovuto al re di Macedonia, riempì di tasse i suoi sudditi. Gli Epiroti si stancarono presto di questa situazione e richiamarono Eacide nel 313 a.C.. Cassandro, che nel frattempo aveva fatto fuori tutti i parenti prossimi di Alessandro Magno gli inviò immediatamente contro un’armata comandata da Filippo, anche perché, in teoria, Eacide poteva considerarsi, a seguito della strage, il legittimo pretendente alla corona macedone. Il padre di Pirro venne sconfitto dai macedoni in due battaglie, perdendo peraltro la propria vita. Cassandro, eliminato questo potenziale pretendente, si rese conto che, per governare l’Epiro, era più la spesa che l’impresa, quindi se ne lavò le mani dei potenziali sudditi: i quali, non volendo tornare a pagare le tasse esose di Neottolemo II, proclamarono re Epiroti richiamarono Alcetas, zio di Pirro, che era stato diseredato dal padre, per il suo carattere intrattabile: il che, visto che i regnanti dell’epoca, per i nostri standard, sarebbero matti come cavalli, vuol dire che Alcetas, per avere questa pessima fama, doveva somigliare al fratello cattivo di Vlad l’impalatore.

Benchè Alcetas non avanzasse nessuna pretesa sul trono macedone, Cassandro, per non sapere né leggere, né scrivere gli inviò contro un esercito sotto il comando di Licisco, che fu sonoramente battuto: ma gli Epiroti stanchi del comportamento oltraggioso e opprimente che il nuovo aveva nei loro confronti, fecero presto a insorgere uccidendo lui e i suoi due figli. Di conseguenza, richiamarono sul trono Neottolemo II, il quale, seguace dell’errare è umano, perseverare è diabolico, riportò in auge tutte le sue tasse.

Qualcuno dei Molossi, stanco di pagarle, si ricordò come Pirro se stesse in esilio tra gli Illirici: pensando che peggio di un sadico sanguinario e di un forsennato tassatore non poteva essere, gli epiroti lo andarono a prendere da Glaucia, lo accolsero con tutti gli onori e cacciarono a pedate Neottolemo.

Così, nel 306, Pirro divenne Hegemon d’Epiro, scontrandosi presto con il solito problema della sua famiglia: Cassandro, ormai convinto sostenitore della teoria

L’unico Ageade, anche acquisito, buono è quello morto”.

Così l’Epiro fu invaso di nuovo dai macedoni nel 302, Pirro scappò in esilio e il solito Neottolemo tornò di nuovo sul trono. Come potete ben capire, per gli Eacidi questo balletto di colpi di stato e fughe non poteva più andare avanti: per cui, dato che le forze dell’Epiro erano quelle che erano, serviva un forte alleato per riportare a miti consigli Cassandro. Dato che sua sorella Deidameia aveva sposato Demetrio Poliercete, fu abbastanza facile per Pirro allearsi alla fazione degli Antigonidi.

Antigono I Monoftalmo e Demetrio Poliercete erano due ottimi generali, ma alquanto scriteriati come politici, che avevano combattuto, con alterne fortune, contro tutti i loro colleghi diadochi. In quel periodo, avevano il ghiribizzo di fare le scarpe a Cassandro. Cosa non proprio semplice, dato che Demetrio, nonostante le sue abilità belliche, fu un ottimo insegnante per Pirro, era, come dire, un tizio alquanto peculiare.

Uno dei suoi scandali era la passione nutrita per un fanciullo, Democle. Il giovane continuò a respingere le sue attenzioni, finché un giorno si trovò messo alle strette alle terme. Dal momento che non poteva sfuggire né resistere al suo corteggiatore, Democle tolse il coperchio dal calderone dell’acqua bollente e vi saltò dentro. In un’altra occasione, Demetrio annullò una multa di cinquanta talenti nei confronti di un cittadino in cambio dei favori del figlio di quest’ultimo, Cleeneto. Cercò anche le attenzioni di Lamia, una cortigiana greca. Richiese 250 talenti agli ateniesi; poi consegnò la somma a Lamia ed altre cortigiane affinché comprassero cosmetici.

Però, strategicamente, a Demetrio faceva comodo avere un saliente che potesse costituire una potenziale minaccia per la Tessaglia e la Macedonia: per cui, non ebbe problemi ad appoggiare Pirro. Però, tutti i progetti di riconquista dell’Epiro, andarono a ramengo, a causa delle ambizioni di Antigono: nonostante avesse più di ottanta anni, il terribile vecchio, invece di godersi gli ultimi anni di vita, continuava a sognare di riunire nelle sue mani il regno di Alessandro Magno, sconfiggendo una volta per tutte i suoi antichi rivali: Tolomeo, re dell’Egitto, e Seleuco, che controllava il territorio dalla Siria all’Indo.

Approfittando del fatto che Tolomeo era occupato in una campagna in Siria proprio contro Seleuco, Antigono si alleò al figlio Demetrio al fine di dare una decisiva prova di forza in Anatolia. In vista di ciò Seleuco si alleò con Lisimaco, re di Tracia, e provocò Antigono a dargli battaglia ad Ipso; gli eserciti in campo furono di dimensioni impressionanti da entrambe le parti, ma Seleuco disponeva di un numero nettamente maggiore di elefanti.

La battaglia non durò molto, Demetrio Poliorcete guidò una potente carica di cavalleria travolgendo l’ala sinistra nemica, tuttavia non poté poi convergere al centro perché Seleuco lo anticipò bloccandolo con alcuni elefanti, impedendogli sia di portare aiuto ad Antigono, sia di ripiegare in caso di sconfitta. Lo scontro decisivo si svolse al centro, dove la fanteria di Antigono, subissata dalle frecce e dai giavellotti dei Seleucidi, cominciò a ripiegare; quando Antigono stesso cadde trafitto da un giavellotto fu la disfatta.

Con la morte di Antigono, Demetrio, che in fondo voleva solo crearsi il suo regno in Grecia e non aveva ambizioni di dominio universale, trovò un compromesso con i rivali: si riconciliò con Seleuco, cui diede in sposa la figlia Stratonice. In più , per fornire a Tolomeo un pegno della sua buona volontà, gli inviò Pirro come ostaggio ad Alessandria. Il nostro eroe, si trovò talmente bene, che oltre a diventare amico intimo di Tolomeo e ad approfondire le strategie e tattiche di Alessandro il Macedone, rimase ad Alessandria dopo la morte di sua sorella Deidameia.

Che tale soggiorno fosse in buona fede, o il nostro eroe stesse complottando per defenestrare Tolomeo e proclamarsi re d’Egitto, è difficile a dirsi: tuttavia Tolomeo, da vecchia volpe quale era, decise di anticipare le mosse di Pirro. Per prima cosa, gli fece sposare la sorella Antigone, poi per toglierselo definitivamente dalle scatole, lo mise a capo di una grande flotta, che, nel 297 a.C., fece capolino sulle coste dell’Epiro

Neottolemo II, trovandosela davanti, dato che Cassandro era morto l’anno prima e i suoi eredi, Alessandro e Antipatro, erano più intenzionati a litigare tra loro che a correre in suo soccorso, decise di scendere a miti consigli, accettando sia di ridurre le tasse, sia di condividere il trono con il cugino Pirro. Una diarchia che non durò molto, se è vero che Neottolemo morì avvelenato dopo qualche mese…

I musei civici di Vasto

Palazzo d’Avalos

Jacopo Caldora è assai poco noto, come capitano di ventura, eppure fu, a inizio Quattrocento tra i più famosi e rispettati condottieri: fu, ad esempio, colui che sconfisse e uccise Braccio da Montone e catturò Niccolò Piccinino ed il Gattamelata nella guerra dell’Aquila.

Questo immeritato oblio dipende forse dal fatto che la maggior parte delle sue imprese militari riguardarono le guerre civili del Regno di Napoli: argomento interessante, degno di un romanzo di Martin, ma che è poco bazzicato a scuola.

Come scrive bene Gothein ne Il Rinascimento nell’Italia meridionale

Caldora superava gli altri per fama di spirito cavalleresco e di magnanimità. Certamente non avea bisogno di procacciarsi la sussistenza, militando sempre ora per questo ora per quello stato; avendo per eredità una grande potenza – la sua casa era la più considerevole negli Abruzzi – poté fin da principio fare una politica propria. Diventò col tempo un forte guerriero, e, condottieri della sua scuola si sparsero e si fecero onore in tutta l’Italia; ma non condusse quasi mai una guerra che non fosse di suo interesse immediato, e che quindi non si combattesse a Napoli o ai suoi confini. Ciò nonostante la maggior parte degli stati gli mandarono stipendi regolari nel suo paese, solo per non essere attaccati da lui.

Da buon uomo del Rinascimento, amava la letteratura e l’arte, tanto da avere un suo architetto personale, il tanto geniale e misconosciuto Taccola, noto inventore di macchine: Caldora, oltre che utilizzarlo per le sue necessità belliche, Taccola era famoso per gli artifici con cui faceva crollare le mura delle fortezze nemiche, lo sfruttò, primo di una lunga serie di signori rinascimentali, per sistemare l’urbanistica di Vasto e trasformarla in una sorta di città ideale.

Taccola concepì il piano regolatore della città, ispirato ai principi di Ippodamo di Mileto, progettò il castello di Vasto, che adattava la pianta tipica delle costruzioni sveve all’architettura a bastioni del Quattrocento e una reggia, per testimoniare la ricchezza e la potenza del suo protettore. Sappiamo che Caldora nel 1427 pagò un indennizzo per i frati agostiniani, per comprare il loro giardino, allo scopo di realizzate il palazzo concepito dal Taccola, che Flavio Biondo, l’umanista autore tre guide documentate e sistematiche alle rovine dell’antica Roma, che gli diedero la fama di essere il primo degli archeologi, definì superbissimo.

Della costruzione originaria non rimangono altre descrizioni né in particolar modo immagini. Comunque l’esame dei muri fa intendere che il palazzo originario avesse all’incirca lo stesso perimetro, la stessa altezza e lo stesso numero di piani dell’attuale palazzo d’Avalos, che ha preso il suo posto. Però, negli ultimi anni i restauri hanno evidenziato come il Taccola tentò di realizzare una sintesi culturale, per l’epoca, audacissima, che è tra i modelli del complesso, variagato e, per colpa del solito Vasari, sottovalutato Rinascimento meridionale. Da una parte impostò un’articolazione degli spazi architettonici ispirata a Vitruvio, analoga a quanto concepito da Brunelleschi nel Palagio di Parte Guelfa a Firenze: dall’altra, adottò audacissime soluzioni strutturali derivate dal gotico catalano e maiorchino, che alleggerendo la struttura, rendeva più economica e veloce la costruzione rispetto ai modelli toscani. A tutto ciò si univa, nelle trifore e nei portali, una ricchezza decorativa ispirata invece al gotico francese.

Il 15 novembre 1439, Caldora fu colto improvvisamente da un’emorragia cerebrale o da un colpo apoplettico che lo portò alla morte:

«…E mentre quelli travagliavano di accordare i soldati, e ei passeggiava per lo piano, discorrendo co’l Conte d’Altavilla [Luigi di Capua], e con Cola di Ofieri, del modo che potea tenere per passar à Napoli, li cadde una goccia dal capo nel cuore, che bisognò che ‘l Conte lo sostenesse che non cadesse da cavallo, e disceso, da molti che concorsero fù portato al suo padiglione, dove poche hore dopò [alle ore 23:00] uscì di vita à 15 di novembre 1439. Visse più che settant’anni in tanta prospera salute, che quel dì medesimo si era vantato, che haveria di sua persona fatto quelle prove, che facea quando era di venticinque anni, fù magnanimo, e mai non volle chiamarsi, nè Principe, nè Duca possedendo quasi la maggior parte di Abruzzo, del contado di Molise, di Capitanata, e di Terra di Bari, con molte nobilissime città, mà li parea che chiamandosi Giacomo Caldora superasse ogni titolo, hebbe cognitione di lettere, e amava i capitani letterati più che gl’altri

Vasto fu lasciata in eredità al figlio primogenito Antonio Caldora, che ottenne dal Re Renato d’Angiò anche il titolo di viceré del Regno di Napoli: con la vittoria aragonese, Antonio perse tutto e il feudo fu affidato alla famiglia spagnola dei Guevara, che a quanto pare, completarono il palazzo. Dopo varie vicende Vasto nel 1496 passò ai d’Avalos, i quali si trasferirono in massa nell’ex Palazzo Caldora, che divenne il centro direzionale e amministrativo della città: oltre ai nobili, vi dimoravano ufficiali, assessori ed altri funzionari oltre al vice-marchese che curava la rappresentanza dei feudatari in loro assenza.

Nel 1456 forse il palazzo fu danneggiato da un terremoto, in seguito passò un periodo di oblio giacché il marchese Alfonso III si recava di rado nei suoi possedimenti abruzzesi. Per contro, nel 1552 furono ordinati dei restauri dal suo successore Francesco Ferdinando, un documento notarile custodito nell’Archivio di Stato di Lanciano attesta che i lavori principali interessarono volta, coperture, solai e tramezzature in legno. Successivamente Francesco Ferdinando, Gran Camerlengo del Regno di Napoli nel 1568, divenuto viceré di Sicilia, prese dimora a Palermo ed entro due anni dopo il palazzo di Vasto era stato distrutto dalle lotte degli Stati cristiani contro gli ottomani. Piyale Pascià, sconfitto l’anno precedente, volle prendersi nel 1566 una rivincita saccheggiando l’Italia meridionale assalendo anche Vasto approfittando dell’assenza del marchese. Il palazzo, quindi, fu assediato ed incendiato dalle truppe del pascià, indi bruciò per dieci ore.

Il palazzo rimase diroccato fino al 1573 quando l’Università, il comune per capirci, di Vasto ottenne da Isabella Gonzaga, vedova del marchese Francesco Ferdinando, il permesso di ristrutturare qualche locale dell’edificio come alloggio dell’ufficiale rappresentante, ma anche per restaurare alcuni ruderi che stavano minacciando di rovinarsi. Il rifacimento cominciò verosimilmente nell’angolo nord-ovest che corrisponde alla chiesa di sant’Agostino, attualmente chiamata chiesa di San Giuseppe, questi locali vennero chiamati, dopo il restauro, “quarto di Sant’Agostino”. I restauri furono continuati dal cardinale Innico d’Aragona fratello di Francesco Ferdinando e tutore del nipote Alfonso Felice, tuttavia, una sua lettera all’Università di Vasto afferma che i lavori non furono ultimati nel 1587. Il progetto della ricostruzione è ancora in fase di discussione, comunque Viti afferma fra Valerio de Sanctis, conventuale di San Francesco.

Il palazzo fu frequentato dai D’Avalos sino all’abolizione dei diritti feudali del 1799: da quel momento in poi cominciò la progressiva decadenza del complesso, che durò sino al 1974, quando il comune di Vasto acquistò il palazzo dalla famiglia d’Avalos ed in seguito l’ha fatto restaurare fondandovi vari musei

Il primo è il Museo Archeologico è uno dei più antichi d’Abruzzo, fondato nel 1849 come Gabinetto Archeologico Comunale di Vasto con manufatti messi a disposizione dai cittadini e ampliato con i reperti raccolti dallo storico direttore Luigi Marchesani nel corso di rinvenimenti in città e nel territorio. Ospitato inizialmente nel palazzo comunale, fu in seguito trasferito al piano terreno di Palazzo d’Avalos. Al suo interno sono conservati reperti archeologici che testimoniano fasi storiche dall’età del ferro al periodo frentano (dal IX al III sec a.C.), dalla fondazione e sviluppo della città romana di Histonium all’Altomedioevo. Da ricordare i corredi funebri delle necropoli del Tratturo e di Villalfonsina, i bronzetti votivi dei santuari locali tra cui il guerriero offerente con corazza anatomica e per la fase romana il sarcofago bisomo di Publius Paquius Scaeva. Quello attuale è il frutto dell’ultimo allestimento del 1998, quando il museo fu riaperto dopo un periodo di chiusura per consentire lavori di restauro e consolidamento del complesso architettonico.

Vi è poi il il Museo del Costume, istituito nel 2000 ad iniziativa del Lions Club Vasto Adriatica Vittoria Colonna, espone preziosi abiti e corredi abruzzesi databili dagli inizi dell’800 ai primi del 900, donati da famiglie vastesi che hanno così voluto contribuire alla costituzione di questa singolare raccolta. L’artista illustratore vastese operante a Genova Pier Canosa ha ulteriormente arricchito la raccolta con una serie di splendide litografie raffiguranti i tradizionali costumi dei centri dell’Abruzzo. Con “costume” si intende l’insieme di abbigliamento, lingérie, tovagliati, lenzuola, dunque il guardaroba di un tempo, e cioè il corredo che accompagnava le donne quando, spose, lasciavano la casa paterna. Ad affiancare il corredo ci sono culle, port-enfants, corredini per neonati, attrezzi da lavoro femminile. Inoltre rivivono sui manichini abiti da cerimonia, compreso un abito da sposa del ‘700, donato dalla famiglia Castelli, e abiti di carattere ufficiale.

Terzo museo è la Pinacoteca storica, fondata per custodire le opere donate alla città nel 1898 da Giuseppe, Filippo, Nicola e Francesco Paolo Palizzi e da alcuni privati. I quattro fratelli, tutti pittori, a partire dal 1836 si trasferirono a Napoli per completare la loro formazione artistica già iniziata a Vasto. Nel fervido ambiente napoletano entrarono in contatto con le idee innovative della Scuola di Posillipo, partecipando ai movimenti che miravano al rinnovamento della pittura di paesaggio rispetto al vedutismo settecentesco e alla pittura aulica neoclassica. Nel corso del tempo, grazie anche ai soggiorni parigini, giunsero tutti variamente a una maggiore aderenza ai modi della realtà, dipingendo dal vero e attraverso la conoscenza e lo scambio con artisti e movimenti europei. Fra le opere esposte ricordiamo di Filippo Palizzi, il più noto dei fratelli, i Due Pastorelli, Olanda, il Muletto. Oltre alle opere dei Palizzi la pinacoteca annovera anche opere di Gabriele Smargiassi, Francesco Paolo Michetti e Giulio Aristide Sartorio.

Infine, sempre nel palazzo è custodita la Collezione di Arte Contemporanea, che trae origine dalla mostra permanente Mediterrania, frutto della donazione Paglione-Olivares alla città di Vasto. Sono ottanta opere di quattro artisti italiani (Bonichi, Carmassi, De Stefano, Falconi) e quattro spagnoli (Mensa, Orellana, Ortega, Quetglas)

A suo modo, costituisce un museo anche lo spettacolare giardino napoletano, rivolto verso il mare, è stato riportato all’antico splendore da un restauro che gli ha restituito l’originale impianto tardo settecentesco. La suggestiva organizzazione del giardino, a croce con pergolato su colonne, è una soluzione molto frequente nei chiostri e nei giardini napoletani dell’età barocca (basti pensare al celeberrimo chiostro di Santa Chiara). Al centro, dove ancora si trova un pozzo fra quattro sedili ricoperti in maioliche (da restauro), sorgeva un padiglione sorretto da colonne, oltre a due fontane ornamentali con giochi d’acqua. In origine esisteva anche un ninfeo, nel piccolo ambiente che si apre sulla destra, coperto a volta, con due piccole nicchie laterali in origine rivestite in conchiglie. Lo spazio del giardino prosegue nel giardinetto, terrazza panoramica rivolta verso il mare.

L’oratorio di San Mercurio

Interno

L’oratorio dedicato alla Madonna del Deserto (o della Consolazione) in San Mercurio si trova all’estremità sud-occidentale del Centro Storico della città di Palermo, a monte del quartiere dell’Albergheria, tra due complessi monumentali di grande importanza che sono quelli del Palazzo dei Normanni (a nord) e degli Eremiti (a sud). Secondo la divisione seicentesca della città in quattro parti dette Mandamenti, si tratta del margine estremo del Mandamento Palazzo Reale, ai limiti del tracciato delle mura cinquecentesche, in un’area che confinava con la Galka, il centro del potere sia arabo, sia normanno.

Oratorio che è l’unico esistente dei due che erano posseduti dall’antica compagnia della Madonna della Consolazione in San Mercurio fondata nel 1572 e che svolge un ruolo importantissimo nella storia dell’arte palermitana: secondo Donald Garstang, uno dei massimi esperti della famiglia Serpotta, è la prima importante commissione di un Giacomo poco più che ventiduenne; il putto tipico di Giacomo qui è nella sua fase primordiale

con testa grossa, capelli soffici e ricciuti, arti paffuti e addome pronunciato.

Nell’oratorio di San Mercurio si nota la commissione in più anni secondo le disponibilità economiche della Compagnia della Madonna del Deserto; esso comunque rappresenta il summa dell’operato, nell’arco di 100 anni e a cavallo tra due secoli, della bottega Serpotta (Giacomo, il fratello Giuseppe, il figlio Procopio e il genero di quest’ultimo Gaspare Firriolo).

In epoca punica e romana, in cui Panormos era delimitata in quel lato dal letto del fiume Kemonia, l’area in cui sorge l’oratorio era di fatto campagna: le cose cambiarono progressivamente in epoca paleocristiana e bizantina. Da una parte, essendo isolata, garantiva la zona garantiva un minimo di tranquillità a monaci ed eremiti, dall’altra la ricchezza della presenza di sorgenti, permetteva di risolvere il problema di rifornimento idrico dei vari cenobi.

Di conseguenza, non più tardi del IV secolo dovrebbe essere stata edificata una chiesetta che occupava approssimativamente il sito dell’attuale San Giuseppe Cafasso, ossia San Giorgio in Kemonia, di cui parlero in futuro, un convento dedicato a Sant’Ermete, dove è il nostro San Giovanni degli eremiti, convento ampliato e ristrutturato da papa Gregorio Magno e la chiesa della Pinta, voluta da Belisario.

Ai tempi di Balarm, la zona divenne parte di un ribat, i cui ghazi, combattenti per le fede islamica, provocarono uno sproposito di grattacapi agli emiri locali.Durante il periodo normanno l’area, a causa della vicinanza al Palazzo Reale, crebbe d’importanza, diventando sede di un importante cimitero destinato alle persone di corte con la sola esclusione dei re e dei principi ereditari, alla cui sepoltura era riservata la cattedrale.

I Normanni si preoccuparono inolte di racchiudere la città in una cinta muraria più ampia proteggendo i borghi sorti frattanto fuori le mura. Tale cinta muraria fu nel tempo variamente rinforzata e munita di torri e di nuovi accessi; tra questi, era la porta Mazara, che aperta nella prima metà XIII sec. fu restaurata nel 1326 da Federico d’Aragona, di cui parlerò le prossime settimane

Da questo momento, le mura che correvano lungo il fronte verso la campagna sud-occidentale cominciarono a rappresentare un motivo unificante per la frangia estrema del tessuto edilizio cittadino, allo stesso tempo, contrapponendosi alla direzione del torrente Kemonia, come una cesura – non ancora definitiva – tra la parte alta del fiume (la cosiddetta Fossa della Garofala) e quello che era stato il suo letto naturale fino alla foce.

All’interno delle mura normanne, nel 1148, per volontà del Re Ruggero II, il complesso di San Giovanni degli Eremiti fu riedificato sulle rovine del precedente monastero di Sant’Ermete ed affidato ai Benedettini. La chiesetta di San Giorgio in Kemonia dopo essere stata

“profanata e rovinata da’ saraceni fu da Principi Normanni riedificata e data a monaci Basiliani Greci”

e dal 1307 divenne gancia dei Cistercensi.

Le cose cambiarono ulteriormente nel Cinquecento, sia per gli interventi idraulici per regolare il corso del Kemonia, sia per la costruzione dei bastioni spagnoli. Così, quando nel 1557, per celebrare il ritrovamento di un’antica icona bizantina, venne monumentalizzata un’antica chiesetta ipogea di epoca paleocristiana dedicata a San Mercurio che sostituì l’antro di epoca romana dedicato al dio Hermes, protettore della salute, la nuova struttura si adeguò all’andamento delle mura. Chiesa, quella ipogea, attualmente inaccessibile, dato che nel 1782 ne fu murato l’ingresso, con la costruzione dell’attuale pavimento.L’oratorio di San Mercurio era, a metà Cinquecento di proprietà della Compagnia degli Infermi, che aveva il compito di aiutare a ben morire gli ammalati del vicino Spedale Grande.

Altre trasformazioni seguirono in zona: la chiesa del convento di San Giovanni degli Eremiti, già in decadenza, fu inglobata in un nuovo edificio che occupava l’area dell’attuale giardino; nel 1620 sorse la chiesa della Madonna dell’Itria o della Pinta, riedificata nel 1670. Sul fronte opposto della via dei Benedettini, nel corso del XVII sec., furono edificati il Convento e la chiesa dell’Annunziata e, nel 1680, fu fondato il reclusorio femminile detto “Ritiro delle Zingare”, rinnovato nel 1749. Nel 1765, i padri Olivetani dello Spasimo, succeduti ai Cistercensi, riedificarono la chiesa di San Giorgio.

Nel frattempo, nel 1640, la compagnia di San Mercurio fece costruire un secondo oratorio, parallelo alle mura: se quello più antico fungeva da luogo di custodia e devozione per l’antica icona bizantina, il nuovo edificio svolgeva il ruolo di sede sociale. Nel 1670 l’incarico di decorare l’altare del nuovo oratorio a Giovan Battista Firrera, impegnato nella realizzazione di diverse statue nella cattedrale: nel contratto è specificato come l’artista sia incaricato di realizzare stucchi, colonne tortili e decorazioni dell’arco trionfale. Il tutto sarà perduto nel XVIII secolo.

A quanto pare, Firrera morì intorno al 1675: per il completare il lavoro, la compagnia ingaggio nel 1677 Antonio Pisano, il quale, però dopo un paio di mesi, tirò le cuoia. Dato che si era sparsa la voce tra gli artisti palermitani che tale commissione portasse iella, i confrati dovettero sudare le sette camicie per trovare degli stuccatori. Alla fine, si rassegnarono a ingaggiare a Giacomo Serpotta e al fratello Giuseppe Serpotta, all’epoca perfetti sconosciuti, i quali terminano il lavoro nel 1682.

Dato che, per i successi professionali, Giacomo stava diventando esoso, nel 1686 l’incarico di decorare l’antioratorio fu affidato al solo Giuseppe Serpotta. Nuovi lavori furono eseguiti nel 1719. Sempre per colpa del solito Kemonia, il piano stradale si abbassò di colpo: di conseguenza, per accedere all’oratorio, fu costruito lo scalone monumentale. Inoltre, l’anno successivo, Procopio Serpotta, figlio di Giacomo, decorò la controfacciata.

Nel 1851, l’oratorio più antico, quello dell’icona bizantina fu reso impraticabile dall’alluvione del Kemonia: grazie a Gaspare Palermo, che nel 1858 cità i due oratorio

“in sito basso contiguo al Monistero di San Giovanni degli Eremiti e l’altro dirimpetto al primo

quello più antico dovrebbe coincidere con il nostro pub lo Spillo, cosa non c’entra nulla, che consiglio per la birra. Dalle piante della seconda metà dell’Ottocento, parrebbe che, poco prima del 1890, sia stata realizzata l’attuale piazzetta la relativa ristrutturazione della facciata, che non è quella originale barocca.

In San Mercurio, come negli altri oratori serpottiani, troviamo lo schema architettonico tipico degli oratori del periodo, nonostante leggere variazioni dovute perlopiù alle esigenze degli spazi urbani. La tipologia adottata è molto semplice e standardizzata, ma dal punto di vista architettonico è interessante scoprire come, proprio a partire da una scatola muraria sempre uguale, costituita una semplice aula unica rettangolare (oratorio), preceduta da un vestibolo d’ingresso (antioratorio) e seguita da un vano minore che ospita l’altare (presbiterio), si sia riusciti ad inventare maniere nuove di cadenzare lo spazio e di rapportare questo alla veste decorativa.

L’antioratorio, dotato di un ingresso posto sempre ad una quota superiore al livello stradale, è disposto in modo trasversale rispetto all’aula, sulla quale si apre con un doppio ingresso, realizzato da due porte simmetriche. L’aula unica aveva sia una funzione di culto, durante le celebrazioni, che una funzione laica, come spazio di riunione per le Confraternite. Queste due funzioni influenzavano l’articolazione e la fruizione dello spazio interno. Infatti, sebbene oggi spesso siano andati persi alcuni arredi, sappiamo che tra le due porte si trovava un seggio dei superiori della Confraternita, mentre sui lati lunghi erano simmetricamente disposte le panche lignee per le assemblee; al di sopra delle panche correva una cornice continua in aggetto che delimitava lo schienale, solitamente rivestito in stoffa.

Al di sopra di tale alta finitura basamentale si aprivano ampie finestre, 3 o 4 per lato, sebbene l’ostruzione da parte di altri edifici abbia a volte costretto a realizzare su di un lato delle false finestre per rispettare comunque la simmetria della navata. L’aula unica con unica copertura, la disposizione delle panche fronteggianti e la luminosità diffusa facevano di tale spazio un perfetto luogo di confronto tra pari (i confratelli), con la sola eccezione dei superiori. D’altra parte, il vano che ospitava l’altare rimaneva distinto dall’aula dietro un’apertura riproducente il motivo dell’arco trionfale; oltre a ciò il presbiterio era impostato su di una quota leggermente superiore ed aveva una copertura a parte (volta o cupola) ed una illuminazione indipendente (diretta o indiretta a seconda della soluzione architettonica scelta). Al momento della celebrazione, invece, lo spazio interno doveva essere vissuto con una maggiore direzionalità longitudinale, secondo l’asse ingresso-altare.

Come si declina questa struttura in San Mercurio? Purtroppo, a causa delle complesse vicende dell’oratorio, molti elementi sono poco leggibili. Ad esempio, l’antioratorio è parzialmente occupato da un ingombrante meccanismo di collegamento verticale, costituito da una scala in legno e da un ponte, realizzato per permette l’accesso all’organo, che ha alterato i rapporti spaziali originali. Lo stesso si può dire per l’oratorio vero e proprio, in cui parte della cornice fu interrotta, dall’introduzione di altari laterali, oggi non più presenti.

Ora, rispetto altri oratori, la decorazione serpottiana è assai più sperimentale: sia perché l’artista doveva maturare il suo peculiare linguaggio, sia perché, probabilmente, doveva in qualche modo tenere conto di quanto realizzato dai precedenti decoratori. Sperimentalismo che si nota ad esempio dal fatto che la decorazione in stucco sia parzialmente slegata alla struttura architettonica dell’aula, utilizzando come riferimento solo le finestre e, cosa rarissima per Giacomo, per la presenza di una sorta di policromia, con la presenza di elementi decorativi color antracite.

L’articolazione delle pareti laterali è basata sul modulo ripetitivo della decorazione delle finestre, con doppie paraste ioniche, che reggono elaborate cornici accennando ad un movimento rotatorio, il quale fa dell’elemento verticale più interno quasi un pilastro a base romboidale: modulo che sappiamo essere stato impostato da Andrea Pisano e che Giacomo arricchisce e varia con l’introduzione dei suoi putti, che, con i loro diversi atteggiamenti, evitano la monotonia.

Abbiamo quindi

Prima finestra di destra: mostra un puttino impaurito aggrappato ad un angelo che scaccia i pericoli.

Seconda finestra di destra: mostra un puttino impaurito sostenuto da un angelo che preserva dal male.

Terza finestra di destra: mostra un puttino che rischia di cadere mentre un angelo lo salva legandolo con la propria veste e rischiando lui stesso di precipitare.

Prima finestra di sinistra: mostra un angelo che stimola al bene nell’azione di spingere un puttino indeciso. Ai lati due puttini in posizione particolare tentano di baciarsi, in riferimento alla frase contenuta nella Bibbia, Salmo 85, 11 Giustizia e Pace si baceranno.

Seconda finestra di sinistra: mostra un angelo e un puttino che indicano il cielo e richiamano a guardare in alto. Un cartiglio riporta la data 1678, scoperta da Donald Garstang.

Terza finestra di sinistra: mostra un angelo che rassicura un puttino; entrambi convergono legati da una veste.

Al di sopra delle finestre corre un’alta trabeazione decorata con dentelli ed ovuli, in un corretto stile ionico chiuso da una cornicetta lignea nera, su cui si imposta la volta del soffitto. Sulla parete dell’ingresso rigira il motivo dei lati lunghi e si intravvede un timido tentativo, poi riproposto in modo estremamente più consapevole a San Lorenzo, di strutturare il supporto murario coinvolgendolo nella decorazione con la presenza di una parasta angolare in leggero aggetto, poggiata su di un risvolto della cornice delle panche, prolungata fin sotto all’architrave ed avente aggettanti ripercussioni sulla trabeazione ionica.

Procopio Serpotta completò la decorazione mostra un organo dipinto con attorno angeli musici (che suonano un violoncello e un cembalo) e putti cantori con spartiti. La cantoria in ferro battuto sovrasta un cartiglio, con inciso l’appello di unità che San Paolo rivolge ai cristiani di Efeso, e una nicchia che ospita lo scranno dei superiori della Compagnia.

Sul lato opposto,invece, il presbiterio si apre sull’aula con un arco trionfale su di una parete che poco ha in comune con la sistemazione degli altri tre lati: sono qui eccezionalmente presenti motivi dorati (questo fatto può essere, però, conseguente al restauro) e modanature notevolmente semplificate.

Le decorazioni dell’arco trionfale e delle pareti attigue fu infatti realizzata da Gaspare Firriolo, genero di Procopio Serpotta e raffigura festoni che intrecciano Palme del martirio, lance, altre armi ed ulteriori emblemi di San Mercurio. Al centro dell’arco vi è un cartiglio con inciso in latino ”di lui è la cura per voi”, frase di protezione da parte del Santo che allude anche alla missione principale della Compagnia della Madonna della Consolazione. Di fatto, la semplificazione dell’apparato decorativo, ispirato a quello di Santa Cita è una testimonianza del passaggio della sensibilità rococò a quella neoclassica.

A completare il tutto, il pavimento, risalente al 1714, realizzato in maioliche da Lorenzo Gulotta (o Maurizio Vagolotta) e da Sebastiano Gurrello, purtroppo danneggiato dallo scorrere del Tempo.

La tomba di Seti I

Affreschi di KV17

Il vecchio faraone Horemheb, il generale asceso al trono, era stato un nobile senza legami di parentela con la famiglia reale e, partendo dall’esercito, si era fatto strada nella corte come consigliere di Tutankhamon e del suo successore, il vecchio Ay: non avendo figli, decise di scegliere come successore un altro esponente della classe militare, Paramesse.

Questo apparteneva famiglia della aristocrazia guerriera oriunda del delta del Nilo, probabilmente della città di Avaris, l’antica capitale degli invasori hyksos e centro del culto di Seth, che si era fatta strada sia nella burocrazia, sia nell’esercito. Era figlio di un comandante di nome Seti, capo degli arcieri. Suo zio, l’ufficiale Khaemuaset, era marito di Tamuadjesi, una parente del viceré di Kush e donna a capo dell’harem di Amon.

Lo stesso Paramesse ricoprì parecchie cariche prestigiose quali: Comandante delle truppe, Capo degli arcieri, Capo dei carri di Sua Maestà, Soprintendente della cavalleria, Capo delle fortezze di Sua Maestà, Soprintendente delle Bocche del Nilo, Scudiero di Sua Maestà, Scriba reale, Capo dei giudici, Luogotenente del Re dell’Alto e Basso Egitto, Messaggero del Re per tutti i Paesi stranieri.

Alla sua accessione al trono, Ramses assunse il nome regale mn-pḥty-r‘, traslitterato Menpehtira, che significa Ra è durevole di forza. È comunque conosciuto con il suo nome di nascita, Ramses (r‘-ms-sw), traducibile come Ra Lo ha generato. Nomi che indicano una precisa scelta politica religiosa: nelle generazione precedenti, l’Egitto era stato sconquassato dallo scontro tra l’avido e ambizioso clero di Amon, il dio protettore di Tebe e la dinastia regnante, che appoggiava una riforma religiosa, incentrata sul culto del dio del disco solare Aton.

Paramesse propose una terza via, rilanciare le divinità tradizionale del Delta, a cui la sua famiglia era alquanto devota. Strategia perseguita anche dal figlio e successore Seti I, il cui noem è traducibile come Uomo di Seth, per porsi sotto la protezione di tale dio. Come ogni faraone, Seti aveva numerosi nomi. Al momento della ascesa al trono assunse il nome regale Menmaatra (mn-m3‘t-r‘), che significa Stabile è la Giustizia di Ra. È comunemente noto con il suo nome di nascita, Seti, che per esteso era Seti-Merenptah (sty mry-n-ptḥ), traducibile come Uomo di Seth-amato da Ptah. Tutte divinità tradizionali, altrettante alternative ad Amon, di Aton.

Seti I inaugurò una politica, basata sul rafforzamento del potere militare, sulla difesa delle preminenza egiziana nella Siria meridionale e sul culto della personalità, che sarà portata all’eccesso dal figlio Ramses II.

Nel suo primo anno di regno, Seti guidò le sue truppe lungo la cosiddetta via di Horus, la strada militare che partiva dalla fortezza egizia di Tjaru, nell’estremità nord-orientale del delta del Nilo, e terminava in Palestina, nell’odierna Striscia di Gaza; la strada era costellata di fortezze e pozzi, che figurano dettagliatamente nelle rappresentazioni belliche del tempio di Karnak. Marciando attraverso il Sinai, l’armata combatté contro i beduini locali, chiamati Shasu, che avendo come dio tribale Yhw, ad alcuni studiosi ha fatto balenare l’ipotesi che si trattasse degli antenati del popolo ebraico

Nella regione di Canaan, Seti I ricevette i tributi di alcune Città-Stato che ebbe modo di visitare. Altre, come Beit She’an e Yenoam, dovettero essere assediate e furono espugnate con facilità. Mentre esistono rappresentazioni della presa di Yenoam, non risultano immagini simili per Beit She’an, poiché il faraone non vi partecipò, preferendo inviare una divisione. La spedizione del 1º anno di regno si spinse poi fino al Libano, dove il re ricevette l’atto di sottomissione dei sovrani locali che furono costretti a donargli, come tributo, molto pregiato legname di cedro.

In un momento imprecisato del suo regno, Seti I sconfisse di alcune tribù libiche – Tehenu, Libu, Mashuash – che avevano invaso il confine occidentale dell’Egitto. Infine, resosi conto della difficoltà logistica di mantenere il possesso della città siriana di Qadeš e del vicino regno di Amurru, si rassegnò, a differenza dei predecessori a stringere un accordo con il re Muwatalli II; il faraone, in cambio della pace, accettava che tali località fossero parte della sfera d’influenza ittita. Cosa che non fu accettata dal figlio Ramses II, cosa che gli fece subire una grossa sconfitta proprio a Qadeš.

L’attività di costruttore di Seti I fu poi notevole, tra le opere più importanti: il completamento della sala ipostila di Karnak ed il suo tempio funerario ad Abido dove fece realizzare un rilievo in cui egli stesso compare mentre compie un omaggio nei confronti di 76 suoi predecessori; è questa la famosa “Lista reale di Abido” che inizia da Narmer ed una delle fonti di maggior importanza per la cronologia dei sovrani egizi. Promosse la realizzazione di obelischi in onore di Ra per abbellire il tempio di Eliopoli, di cui resta l’obelisco flaminio, che sarà completato dal figlio Ramses II e poi trasportato a Roma da Augusto.

Paradossalmente, uno dei suoi monumenti più noti è la KV17, la sua straordinaria tomba nella valle dei Re, che fu scoperta da quel grandioso personaggio che era Belzoni. Nel settembre 1817, il padovano aveva già scoperto, al servizio del console Salt, tomba di Ramesse I. Invece di tornarsene ad Alessandria, appagato dal successo, Belzoni aveva continuato a scavare.

Il 17 settembre gli operai avevano asportato altri tre metri di ciottoli e ghiaia quando, verso sera, si imbatterono con grande sorpresa in un blocco di roccia compatta che sembrava l’architrave di una porta. L’indomani mattina, il 18 ottobre, in quello che Belzoni definì «il giorno più bello della mia vita», gli scavi misero alla luce l’ingresso di una tomba.

Dopo aver praticato un pertugio e averlo allargato in modo tale da permettere il passaggio alla sua colossale figura, Belzoni, brandendo una fiaccola, penetrò all’interno dell’ipogeo trovandosi all’interno di un lungo corridoio che, con il soffitto decorato da immagini di un avvoltoio con le ali spiegate in segno di protezione, scendeva nel cuore della montagna tebana. Aveva scoperto l’unica tomba della Valle in cui tutte le pareti, dei corridoi e delle camere, erano ricoperte di decorazioni e che presenta il panorama completo dei testi religiosi connessi al culto dei defunti.

Le Litanie di Ra, unite a capitoli dell’Amduat, a ricordo della devozione della sua famiglia appaiono sulle pareti dell’ingresso e del primo corridoio e non solo nella camera funeraria. Nel secondo corridoio proseguono testi delle Litanie e dell’Amduat. Il pozzo, come in altre tombe, presenta dipinti parietali del re Seti I in presenza di alcune divinità.

Nella prima camera con quattro pilastri, subito oltre il pozzo, sono rappresentati capitoli del Libro delle Porte e si trova una cappella dedicata ad Osiride. Su una parete la descrizione della Quinta ora del Libro delle Porte in cui in lunghissimo serpente attraversa personaggi rivestiti di bianco identificabili come mummie resuscitate; su un’altra la barca di Ra nella sua navigazione notturna.

La camera a due pilastri annessa alla precedente, venne denominata da Belzoni Sala dei disegni poiché le pareti sono ricoperte da disegni, relativi ancora all’Amduat, non portati a compimento. Sono rappresentate le ore Nona, Decima e Undicesima dell’Amduat ed il re Seti I in presenza di Ra-Horakhti. Nel terzo corridoio, che dalla camera a quattro pilastri porta verso la camera funeraria, sono rappresentate scene della Cerimonia di apertura della bocca e degli occhi; scene che proseguono nel passaggio successivo. L’anticamera è decorata con scene di divinità.

Nella camera funeraria, il soffitto a volta, di un blu intenso, è decorato con la riproduzione del cielo, degli astri e delle maggiori costellazioni. È questa, peraltro, l’unica decorazione della tomba non realizzata in bassorilievo. Alle pareti, capitoli del Libro delle Porte e dell’Amduat, nonché varie rappresentazioni di divinità tra cui: Nephtys, tra i cartigli reali, che distende le sue ali a protezione del defunto; raffigurazioni relative alla Seconda e Terza ora del libro dell’Amduat che descrivono il viaggio della barca solare nel mondo dell’aldilà; la barca di Ra nel suo percorso notturno nel mondo sotterraneo; Anubi che effettua la cerimonia di apertura della bocca alla presenza di Osiride. Nel piccolo annesso laterale la Quarta ora del Libro delle Porte in cui geni minori alimentano il fuoco dei pozzi ardenti nel quale saranno precipitati i dannati che non supereranno il giudizio degli dei.

La Basilica Martyrum di Mediolanum

La Basilica Martyrum ai tempi di Ambrogio

Non era molto che la chiesa di Milano aveva introdotto questo rito carico di suggestione e conforto, con l’intensa partecipazione dei fratelli che cantavano in armonia di voci e sentimenti. Era un anno o poco più che Giustina, madre dell’imperatore bambino Valentiniano, perseguitava Ambrogio, quest’uomo tuo, a causa dell’eresia in cui s’era lasciata trascinare dagli ariani. Il popolo cristiano vegliava in chiesa, pronto a morire con il suo vescovo e tuo servo. Là mia madre, ancella tua, ai primi posti nelle veglie e nello zelo, viveva di preghiere. Noi, benché ancora poco sensibili al calore del tuo spirito, ci sentivamo tuttavia coinvolti nello smarrimento e nell’emozione di tutta la città. Fu allora che si introdusse l’uso delle regioni orientali di far cantare gli inni e i salmi, perché il popolo non si adagiasse nell’inerzia dello sconforto: un uso che da allora ai giorni nostri molti hanno già adottato e che quasi tutti i tuoi greggi imitano, in tutto il mondo.

Tu allora con una visione rivelasti al tuo vescovo il luogo in cui erano nascosti i corpi dei martiri Protasio e Gervasio, che per tanti anni avevi conservato intatti nel tesoro del tuo segreto, per tirarli fuori al momento opportuno a mo’ di argine alla rabbia di una femmina, sì, ma potente come un re. Furono esumati, e durante il trasporto che se ne fece con i dovuti onori alla basilica di Ambrogio, non solo guarivano gli indemoniati – per esplicita confessione degli stessi demoni – ma accadde anche che un uomo cieco da molti anni, conosciutissimo in città, fattasi dire la ragione di quell’esplosione di gioia popolare, balzò in piedi e si fece portare sul posto. E là ottenne di essere ammesso a toccare con un fazzoletto le spoglie della morte dei tuoi santi, preziosa ai tuoi occhi. Lo fece, si accostò il fazzoletto agli occhi, e subito questi si aprirono. La fama si diffonde, a te si leva un coro altissimo e raggiante di lodi, quell’avversaria tua si vede, se non indotta a credere, almeno a soffocare la sua furia di persecuzione. Grazie a te, Dio mio! Da dove l’hai cavato questo mio ricordo, e dove lo porti ora che anche questi eventi mi hai fatto confessare? Son grandi cose: come avevo potuto trascurarle, dimenticarle? Eppure allora, quand’era così intenso il profumo dei tuoi unguenti, non correvamo dietro a te, e perciò il mio pianto di ora, quando ascoltavo cantare i tuoi inni. Avevo sospirato per te un tempo, e ora finalmente respiravo – per poco che si possa aprire all’aria, al vento, una dimora d’erba.

E’ una dei brani delle Confessioni di Agostino, in cui si parla delle origini di una delle chiese più famose di Mediolanum, la Basilica Martyrum, la nostra Sant’Ambrogio. Il nostro Ambrogio, rispetto ad altre sedi episcopali, aveva un grosso problema, che ne minava il prestigio e la credibilità: la diocesi milanese soffriva di una grossa carenza di martiri da venerare.

I motivi erano abbastanza immediati: da una parte, la percentuale di cristiani nella città era sempre stata bassa, dall’altra, Massimiano, a differenza di Diocleziano, preferiva colpire i loro portafogli, piuttosto che eliminarli fisicamente. Nonostante questo, Ambrogio decise di fondare un basilica dedicata ai poco prestigiosi caduti per la fede di Mediolanum, attorno al 380, accanto a una necropoli fuori porta Vercellina (il coemeterium ad martyres): il suo scopo originale era probabilmente quello di fungere da mausoleo per la sua famiglia, cosa che lo fece sbeffeggiare in lungo e in largo dagli ariani locali.

Non per pensare al male, ma in una situazione del genere, un tizio alquanto cinico come il sottoscritto, avrebbe applicato il principio

“Se proprio manca un martire, costruiamolo a tavolino”.

Invece a quanto pare intervenne la grazia divina, con l’improvvisa scoperta dei corpi di Gervasio e Protasio, due fratelli gemelli, presunti figli di san Vitale e santa Valeria. Secondo una tradizione, alquanto tarda, tutta la famiglia si sarebbe stat convertita al Cristianesimo, assieme ai loro genitori, dal vescovo di Milano san Caio, ai tempi di Nerone. Più probabile invece posizionare temporalmente le loro vite nella metà del III secolo, durante le persecuzioni nei confronti dei cristiani di Decio o Valeriano.

Durante il V secolo un autore anonimo ne ha composto la Passio, dalla quale è possibile ricavare alcune notizie sulla loro esistenza, rimanendo però sempre al limite tra leggenda e realtà. La Passio racconta che anche i loro genitori furono martiri della cristianità. Il padre Vitale di Milano venne ucciso mentre si trovava a Ravenna e la madre Valeria fu assassinata sulla via di ritorno per Milano. Appena venuti a conoscenza della morte dei genitori non pianificarono nessuna vendetta, anzi decisero di vendere tutti i beni di famiglia per distribuire il ricavato ai poveri di Milano. Passarono poi dieci anni della loro vita a pregare, meditare e professare tutti i dettami della cristianità. Quando il generale Anastaso passò con le sue truppe nella città, li denunciò come cristiani e li additò come persone da punire e da redimere. I due fratelli furono arrestati, torturati ed umiliati. A Protasio fu tagliata la testa con un colpo di spada, mentre Gervasio morì a seguito dei numerosi colpi di flagello ricevuti.

La loro memoria era totalmente dimenticata, finchè i loro corpi furono ritrovati il 17 giugno 386 nell’antica zona cimiteriale, che oggi è compresa tra la caserma Garibaldi della Polizia di Stato e l’Università Cattolica, grazie ad uno scavo commissionato dal vescovo Ambrogio di Milano. Nessuno, ovviamente, conosceva l’identità delle due spoglie. Sappiamo anche il luogo preciso del ritrovamento, ante cancellos Felicis et Naboris, davanti l’ingresso della basilica dei Santi Nabore e Felice,su cui venne in seguito costruita San Francesco Grande. Probabilmente nel 378, Ambrogio aveva deposto nello stesso cimitero il corpo del fratello Satiro, la cui iscrizione sepolcrale ricordava come fosse stato sepolto “alla sinistra” di un martire, quasi certamente Vittore.

Paolino di Milano, segretario e biografo di Ambrogio, narra che i due corpi furono riconosciuti grazie a una rivelazione che lo stesso Ambrogio ebbe; in realtà Ambrogio, nelle lettere alla sorella Marcellina, affermò di avere avuto un presentimento e non una vera e propria rivelazione:

Penetrò in me come l’ardore di un presagio. In breve: il Signore mi concesse la grazia. Nonostante che lo stesso clero manifestasse qualche timore, feci scavare la terra nella zona davanti ai cancelli dei santi Felice e Nabore

Ambrogio descrive il ritrovamento dei corpi di «due uomini di straordinaria statura», dei quali «tutte le ossa erano intatte, moltissimo era il sangue». All’immediato concorso dei fedeli seguì la profumazione dei corpi e il trasferimento nella basilica di Fausta, fatta erigere dalla sorella di Massenzio e moglie di Costantino, sulla sua collocazione a Mediolanum, è uno dei tanti misteri della città.

Il giorno successivo le salme vennero traslate nella Basilica Martyrum, che finalmente potè onorare il suo nome. Con la deposizione delle reliquie di Gervasio e Protasio nella nuova basilica Ambrogio introdusse, per la prima volta nella tradizione della Chiesa occidentale, la traslazione dei corpi dei martiri a scopo liturgico, secondo quanto già in uso in Oriente. Egli stesso racconta nei suoi scritti che alla traslazione delle reliquie partecipò una grande folla e che durante la traslazione avvenne la guarigione di un cieco di nome Severo, che affermò di avere riacquistato la vista dopo avere toccato la veste che copriva una delle reliquie. Il 19 giugno Ambrogio consacrò ufficialmente la Basilica Martyrum con l’elezione a santi di Gervasio e Protasio e con la deposizione delle loro reliquie in un grande loculo posto sotto l’altare, accanto.

Probabilmente, qualche tempo dopo il corpo di Vittore fu traslato nella Basilica Martyrum. Alla morte del fondatore, avvenuta nel 397, le sue spoglie furono collocate sotto l’altare maggiore, a fianco di Gervasio e Protasio, così come aveva lui stesso disposto. Nel 400, anche la sorella Marcellina venne sepolta “confidando nella compagnia del riposo dei fratelli”, chiudendo così il cerchio di una serie di depositi funebri di carattere accentuatamente parentale.

Le prime modifiche la basilica le subì nel V secolo, quando era vescovo di Milano Lorenzo I di Milano, che decise di elevare il pavimento del presbiterio dotandolo di lastre di marmo accostate con la tecnica di opus sectile e di realizzare due cappelle funerarie absidate, una della quali è il sacello di San Vittore in ciel d’oro, che è giunto sino a noi, originariamente indipendente rispetto alla basilica

Nel 784 l’arcivescovo di Milano Pietro I fondò un’abbazia benedettina, approvata da Carlo Magno nel 789. A questa fu aggiunta una canonica, che doveva servire le necessità della comunità laica della città. Il vescovo Angilberto II (824-859)fece aggiungere una grande abside, preceduta da un ambiente sovrastato da volta a botte, sotto il quale si svolgevano le funzioni liturgiche. Nello stesso periodo, il catino dell’abside venne decorato da un grande mosaico ancora esistente, il Redentore in trono tra i martiri Protasio e Gervasio e con gli arcangeli Michele e Gabriele, corredato da due episodi della vita di Sant’Ambrogio. A questo periodo risale il campanile di destra (quello più basso) ispirato a quello della Basilica di San Pietro a Roma costruito qualche tempo prima. Al ciborio, di epoca ottoniana, vennero aggiunti quattro fastigi con timpano, decorati con stucchi nel X secolo ed ancora eccellentemente conservati. Sotto il ciborio venne collocato l’altare di Sant’Ambrogio, capolavoro dell’oreficeria carolingia, in oro, argento, pietre preziose e smalti, quale vistoso segnale della presenza delle reliquie dei santi, collocate al di sotto dell’altare stesso e visibili da una finestrella sul lato posteriore.

Ora, tra il 1088 e il 1099 la basilica, sulla spinta del vescovo Anselmo III da Rho, venne radicalmente ricostruita secondo schemi dell’architettura romanica, per cui, della fase paleocristiana è rimasto ben poco e dell’aspetto originale dell’edificio abbiamo idee abbastanza vaghe, anche a causa degli scavi ottocenteschi dell’abate Rossi, che compromisero irrimediabilmente il deposito stratigrafico paleocristiano. L’unico appiglio alle ipotesi interpretative, ancora oggi discusse e incerte, è dato però dai risultati delle indagini effettuate dall’architetto Landriani all’interno della basilica nella seconda metà del XIX secolo, che consentirono l’individuazione dei basamenti di un colonnato più antico verosimilmente quello originario, utili alla ricostruzione dell’orientamento dell’edificio primigenio.

Fu infatti proprio alla luce di questa scoperta, e degli scavi che lo stesso architetto effettuò lungo il perimetrale della chiesa, che la critica successiva ipotizzò che la ricostruzione romanica avesse ricalcato il perimetro della basilica paleocristiana, nonostante il Landriani non avesse mai pubblicato i rilievi delle fondazioni messe in luce nel corso di quegli interventi. Dell’impianto originario è stato poi ipotizzato che siano sopravvissuti un tratto del perimetrale laterale nord del settore absidale e lo stesso arco trionfale sorretto da due colonne di marmo caristio sul quale si imposta quello più recente della ricostruzione romanica. Un ruolo fondamentale nella storia degli studi, che ormai da circa duecento anni concentrano la loro attenzione sull’evoluzione del monumento, ebbero poi certamente gli interventi di restauro coordinati da Ferdinando Reggiori a cavallo del secondo conflitto mondiale che contribuirono a convalidare l’estraneità del corpo absidale rispetto al corpo longitudinale, oggi comunemente ritenuto posteriore.

L’area della basilica in cui, più che altrove, è stato possibile ricostruire le principali trasformazioni è proprio quella del settore presbiteriale, occupata dalla depositio dei santi e per questo oggetto di interesse privilegiato e di trasformazioni nei secoli. Gli scavi condotti principalmente nel secolo scorso e la documentazione lasciata da Rossi e dal Biraghi, hanno consentito alcune riflessioni in merito all’evoluzione dell’area che, a partire dalla fine del IV secolo, fu destinata ad accogliere le sepolture dei martiri Gervasio e Protasio e dello stesso Ambrogio, anche se il progetto iniziale doveva prevedere la sola sepoltura del vescovo e dei suoi famigliari. Tra le ricognizioni nell’area dei sepolcri, la più antica, verosimilmente attribuibile ad un intervento del vescovo Lorenzo, è documentata archeologicamente dal ritrovamento, segnalato dal Biraghi, di alcune monete di età teodoriciana e dal recente riesame, effettuato da Claudia Perassi, di un’altra moneta bronzea rinvenuta nel contenitore con i resti prelevati nell’800 dal sepolcro dei santi. L’intervento più monumentale è però certamente quello promosso dal vescovo Angilberto II quando, nella prima metà del IX secolo, fece traslare le reliquie dei martiri e del santo all’interno di un sarcofago in porfido rosso posto orizzontalmente sugli avelli più antichi e destinato ad essere rivestito dall’altare d’oro di Vuolvino. Ad età carolingia deve poi essere datato anche il livello pavimentale in sectile rinvenuto durante gli scavi del Rossi nei pressi dell’altare, che non presenta affinità con le tipologie documentate a Milano nel IV-VI secolo e che sigillava una tomba intonacata e dipinta nell’area prospiciente l’altare d’oro

Per cui, la Basilica Martyrum era una basilica colonnata, ad andamento longitudinale, con due file di tredici colonne per parte che la ripartivano in tre navi, di cui la centrale, maggiore, ampia il doppio delle laterali (12,50/6,22 m). Assai probabilmente la copertura era lignea, a doppio spiovente per il corpo centrale e a spiovente singolo per quelli laterali. All’interno è ancora visibile la base originaria di una delle colonne della navata sinistra (nella seconda campata, presso la colonna del serpente). Di livello altissimo era ancora l’ornato della porta in legno d’ingresso della basilica di età ambrosiana: i due pannelli superstiti, ora esposti al Museo Diocesano, comprendevano ciascuno quattro formelle intagliate con il ciclo delle storie di Davide, scelte da Ambrogio in un momento di durissimo scontro con l’imperatore Valentiniano II.

Alla fase più antica della Basilica Martyrum, appartiene anche il cosiddetto “sarcofago di Stilicone”, attribuito dalla tradizione al generale dell’imperatore Teodosio, ma probabilmente commissionato da un personaggio della corte milanese. Il marmo è scolpito a bassorilievo su ognuno dei quattro lati, con scene che rappresentano episodi della vita di Gesù e con numerosi rimandi simbolici alla vita di fede. La decorazione del coro era a tarsie marmoree, della quale si conservano le gure di un agnello e di un angelo, ora visibili nell’Antiquarium del Tesoro della Basilica. La zona dell’altare era delimitata da una balaustra in marmo, decorata “a giorno” con un motivo a squame e recante il cristogramma con Alfa e Omega (anch’essa conservata nell’Antiquarium). Anche le quattro colonne di porfido, che tutt’oggi sostengono il ciborio sopra l’altare, sono elementi pertinenti all’antico arredo paleocristiano.

Infine, come ipotizzato da Cagiano de Azevedo e di recente ribadito da Visonà, i tituli ambrosiani, 21 coppie di esametri di paternità ambrosiana, potevano nelle intenzioni essere destinati a una decorazione parietale con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Un accenno merita infine la colonna con capitello corinzio collocata in piazza Sant’Ambrogio presso l’ingresso della basilica, denominata dai milanesi “del diavolo”, a causa di due fori che secondo la leggenda sarebbero stati provocati da una testata del Maligno alle prese con il vescovo Ambrogio. Il manufatto, in realtà, fu rinvenuto durante le indagini di ne Ottocento quando fu messo in luce un nucleo di sepolture nelle sue immediate vicinanze. La colonna era allora interrata fino a metà del fusto e inclinata verso ovest: secondo gli
archeologi essa era stata reimpiegata come segnacolo di una tomba.

Mosaici San Vittore in Ciel d’Oro

La principale testimonianza paleocristiana della Basilica è il sacello di San Vittore in ciel d’oro, noto con questa intitolazione almeno dal XII sec., come detto era in origine indipendente dalla basilica ambrosiana, ma controversa è la sua origine, destinazione e cronologia. In generale se riconoscono due fasi: la prima con copertura piana a capriate e due finestre nei muri nord e sud, attribuita alla committenza di Merocle (inizi IV sec.) e la seconda con il riempimento delle precedenti aperture e la realizzazione di quattro finestre per lato, la copertura con volta in tubuli fittili e la realizzazione del rivestimento musivo, ai tempi del vescovo Lorenzo (V-VI sec.), dì cui sono committenti Faustino e Panecirya, personaggi di incerta identità forse di età gota, che si propongono come organizzatori del culto di Vittore e poco modesti continuatori dell’operato di Materno e Ambrogio: organizzatori del culto dei martiri.

La cappella presenta pianta trapezoidale ed è fornita di una cripta. La struttura era originariamente indipendente dalla basilica e chiusa da un’abside. I muri, poco spessi, sono costituiti da un alzato con paramento a lari di laterizi e nucleo in conglomerato. La splendida decorazione musiva costituisce una delle poche testimonianze sopravvissute di un’arte che doveva abbellire frequentemente le grandi basiliche milanesi. La volta brilla ancora oggi delle tessere dorate che fanno da sfondo al busto di VICTOR (Martire Vittore), incorniciato da un nastro con un grande rubino e coi frutti delle quattro stagioni (che simboleggiano l’anno solare). Sulle pareti laterali, decorate di un blu intenso, appaiono le immagini del vescovo Ambrogio, tra i Santi Gervasio e Protasio, e del vescovo Materno, tra i Santi Nabore e Felice.

Sotto il sacello di San Vittore in Ciel d’Oro e accessibile mediante una piccola scaletta è la cripta cosiddetta di San Satiro, fratello di Ambrogio.Qui sono custoditi numerosi sarcofagi, tra i quali uno di IV secolo d.C., utilizzato per più sepolture: questo fatto ha contribuito ad identicare questo luogo come cella memoriae dei santi Satiro e Vittore. La deposizione fu interpretata come il risultato di una traslazione avvenuta nel IX secolo delle spoglie dei due santi milanesi dalla collocazione originaria nei pressi della chiesa di San Vittore al Corpo. L’unico tratto di muratura originario ancora in alzato è visibile sul lato sinistro guardando verso l’abside. Esso è conservato per un’altezza di poco più di 3 metri. Sebbene in alcuni tratti sia poco leggibile a causa dell’intonaco non originale che lo ricopre, si può riconoscerne la tecnica muraria che utilizza mattoni sesquipedali legati da malta. I laterizi sono disposti sia a filari orizzontali regolari sia a lisca di pesce (opus spicatum), secondo un uso comune in quest’epoca

Nei presso della basilica, il toponimo di via Santa Valeria custodisce nella sua memoria la presenza della chiesa omonima, sorta sul lato sud della strada, poco oltre l’incrocio con via Necchi: quest’area del suburbio occidentale era occupata in epoca paleocristiana dal cimitero ad Martyres. L’edificio di culto viene citato più volte nelle fonti antiche milanesi, a partire dal VII secolo: concessa nel XVI secolo al Convento delle Convertite, la chiesa fu infine demolita nel 1786. La vicenda del culto di Valeria, santa milanese, è piuttosto complessa: Ambrogio, a differenza degli figli, non le diede mai giusta evidenza.

Anche l’aspetto altomedievale dell’edificio risulta problematico e non è stato ancora identicato; è stata invece confermata la sua origine paleocristiana, anche grazie alle strutture tardoantiche rinvenute negli anni Sessanta. Si tratta essenzialmente di un grande ambiente rettangolare di 7,50 x 7,25 metri incorniciato da vani a probabile destinazione funeraria. Le strutture presentano nella maggior parte dei casi fondazioni in conglomerato di ciottoli e alzati a filari regolari di mattoni. Oltre ai resti di strutture murarie furono rinvenuti altri reperti purtroppo asportati durante le prime indagini, come sepolture in mattoni coperte da lastroni in serizzo, una tomba alla cappuccina e un sarcofago non decorato. Ancora da questa area della città provengono numerose epigrafi sepolcrali sia pagane sia cristiane. Spesso in questi manufatti compare il nome della gens Valeria, tanto che è lecito
ipotizzare che la basilica cristiana si sia sviluppata da un mausoleo o cella memoriae di questa famiglia, tra le più ragguardevoli a Milano e tra le prime convertitesi alla nuova fede.

Villa Madama (Parte III)

Come raccontato la scorsa settimana, abbiamo un’idea precisa del progetto iniziale Villa Madama grazie proprio a una lettesa scritta dallo stesso Raffaello. Ora, nell’agosto del 1522 il conte Baldassarre Castiglione, autore de Il Cortigiano e grande amico dell’Urbinate, scrisse a Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino:

Ho ricevuto una […] lettera di Raffaello dove egli descrive la casa, che fa edificare monsignore Reverendissimo de Medici: questa io non la mando perché non ho copia alcuna qui, perché mi restò a Mantova […] ma questi dì si è partito di qua D. Jeronimo fratello cugino del Prefato Raffaello, il quale stimo che abbia copia di essa lettera e Vostra Excellenza potrà da lui essere satisfatto: perché partito per venire a Urbino […]

Per secoli, queta lettera di Raffaello fu ritenuta perduta, per essere riscoperta nel 1967 da Forster, Il destinatario eraprobabilmente Castiglione stesso; il vocativo frequente, usato nel testo, «Vostra signoria» fa pensare, infatti, a un personaggio nobile del suo calibro. Eventuali dubbi sulla paternità di Raffaello sono, invece, sgombrati dalle allusioni a precise scelte architettoniche e dall’intima conoscenza dello stato della progettazione nella primavera 1519: quasi tutte le parti descritte trovano riscontro sia nel primo progetto, sia nella rielaborazione esecutiva di Sangallo

Le fonti a cui Raffaello si ispirò nella progettazione, facilmente identificabili attraverso la lettera descrittiva, sono Vitruvio, l’Alberti e Plinio. Dall’Alberti e da Vitruvio deriva l’accuratissima scelta della collocazione della villa e di ciascuno dei suoi ambienti rispetto ai venti dominanti e all’esposizione, cosi descritta dall’Urbinate

La Villa è posta a mezzo la costa di Monte Mario che guarda per linea recta a greco (NE). Et perch’el monte gira, dalla parte che guarda Roma scopre il mezzodì et da la opposita scopre maestro (NO) et alle spalle del monte restano lybicco (SO) et ponente (O), et greco et tramontana (N) et maestro; a che V.S. può considerare come gira il sityo. Ma per porre la villa a venti più sani ho volta la sua lunghezza per diretta linea a syrocco (SE) et a maestro, con questa advententia che a syrocco non vengano finestra né habitatione alcune se non quelle che ànno di bisogno del caldo.

Ancora da Vitruvio deriva la struttura di molti ambienti e in particolare dell’atrio ionico; da Plinio e precisamente dalla descrizione delle sue ville contenute nelle lettere familiari deriva invece l’impostazione generale del rapporto villa-giardini, la differenziazione degli ambienti estivi da quelli invernali, l’idea dell’ippodromo che doveva estendersi verso Est e degli ambienti termali.

La lettera si dilunga soprattutto nella descrizione dei vari ambienti e delle parti del giardino e permette di ricostruire una sequenza di spazi interni coincidente con il primo progetto degli Uffici

El secondo cortile ch’è in nel mezo dello edificio è tondo e ‘l suo diametro è di 15 canne et à da man dextra una fran porta dritta a greco, simile a quella della entrata in epso, la quale porta da ogni lato trova una scala trianghulare et la largheza è 11 palmi, la quale salita ha intrata nel mezo d’una bellissima lhoggia, la quale guarda dritto a greco et è per longheza 14 canne, largha tre et alta 5. Da omne capo de questa loggia vi è uno belissimo nichio. La faccia è partita in tre archature. L’archo del mezo è tutto vano et esci fora sopra un poco de uno turrione quadro con li parapetti intorno […]. Da questo loco si può vedere per retta linea la strada che va dalla villa al Ponte Molle, el bel paese, el Tivere et Roma.

A piè di questa lhoggia se extende lo hypodromo […]. Discontro alla porta del atrio ve n’è un’altra volta verso maestro, la quale intra in una bellissima loggia lunga 14 canne, la quale fa tre vanj, et in quel del mezo è l’intrata. […] Questa loggia verso il monte fa un semicirculo […]. Da questa si va in un xyxto cusì chiamato da li antiqui, loco pieno d’arbori posti ad ordine, il quale xyxto è de longheza et larghezza del primo cortile tal che questa villa è partita in tre, come V. S. ha inteso. Ha il xyxto certe sponde che guardano quattro canne et vede in quella baseza una peschiera longha quanto il sito [xyxto] et largha cinquantacinque palmi con certi gradi da sedervi et distendervi fino in fondo, e vi si viene dal sito con due larghe scale, una da chapo e l’altra da piè.

L’ingresso principale, rivolto verso la città, era compreso tra due torrioni giustificati nella lettera sia con motivazioni estetiche che funzionali:

Et sono nella prima apparentia di là et de qua da questa entrata doi torrioni tondi che, oltre la bellezza et superbia che danno all’entrata, servono ancora un poco de difesa

Varcato il portone si accedeva in un «cortile» rettangolare percorso il quale si entrava in un atrio vestibolo «con sei colonne ioniche con le loro ante» e quindi nell’«atrio alla greca, come quello che li thoscani chiamano androne», un piccolo spazio rettangolare che dava diretto accesso al cortile centrale rotondo.

Attorno a questo ambiente erano disposte sale di forma ed estensione volutamente variata, proporzionate sempre in modo rigoroso con rapporti numerici esatti. L’ambiente su cui la descrizione si sofferma di più prefigurandone poeticamente l’atmosfera è una saletta circolare di soggiorno inserita in una delle torrette. Scrive Raffaello:

Sopra il turrione che è da man diritta della intrata, ne l’angulo una bellissima dyeta vi è collocata, che così la chiamano li antiqui. La forma della quale è tonda et per diametro è 6 canne con un andito per venirne come al suo loco ragionerò, el quale copre detto giardino dal vento greco; da tre parti dello edifitio lo coprono da tramontana et maestro. La dyeta è, come ho detto, tonda et ha intorno finestre invetriate, le quali or l’una or l’altra dal nascente sole al suo occaso saranno tocche et traspaiano in modo che el loco sarà allegrissimo et per il continuo sole et per la veduta del paese et de Roma, perché, come Vostra Signoria sa, il vetro piano non occuperà alcuna parte. Sara veramente questo loco piacevolissimo a starvi d’inverno a ragionare con gentiluomini, ch’è l’uso che sol dare la dyeta.

Un’altra dyeta

fatta per l’hora delli estremi caldi

era situata in posizione appartata e ombrosa e per le comodità più raffinate erano previsti ambienti termali studiati con cura fino a prevedere l’illuminazione dei bagni in modo che il servo potesse lavare il padrone senza farsi ombra. Il teatro, invece, era progettato secondo i dettami vitruviani con il criterio dei triangoli equilateri:

Prima è fatto un circulo tanto grande quanto se ha da fare il theatro, nel quale sono desegnati quattro trianguli equilateri, li quali con le sue punte tochano le extreme linee del circulo. Et quel lato del triangulo che è volto a grecho et fa un angulo a syrocche e l’altro a maestro, quello fa la fronte della scientia [scena]. Et da quel loco tirando una parabella per il centro de mezo, la quale separa et divide il pulpito del proscenio et la regione de l’horcestra, et così divisa et partita l’area sopra a queste misure, ce sono fattj li gradi, la sciena, il pulpito et l’horchestra. Et de là quacede ce sono fatte le stantie dei scenici dove se habbiano a vestire, per non occupare la veduta del paese, il quale si serrerà solo con cose depinte quando se reciteranno le comedie

Infinem, alludendo alla costruzione geometrica Raffaello lo definisce:

un bello teatro fatto con questa mistura e ragione

Lettera di Millawata

Sino a qualche tempo fa, le fasi finali dello scontro tra Ittiti e Achei si ritenevano descritte nella cosiddetta Lettera di Millawata, inviata da un imperatore Ittita ad un sovrano suo vassallo dell’ovest anatolico; è così chiamata perché tra gli argomenti che tratta vi è la definizione dei nuovi confini dello stato di Millawata/Mileto. Il testo, redatto in lingua luvia/ittita, è stato molto probabilmente scritto da Tudhaliya IV, figlio di Hattusili, terz’ultimo sovrano dell’impero Ittita, in carica dal 1237 a.C. al 1209; quanto al destinatario si è a lungo speculato, ritenendo da subito che potesse essere un re di Mira, stato Arzawa che per secoli è stato vassallo degli Ittiti, e la scelta (in virtù dell’accenno ad una ribellione anti-Ittita perpetrata dal padre del destinatario) era inizialmente caduta su Kupanta-Kurunta; in anni più recenti, invece, a seguito della decifrazione dei Rilievi di Karabel da parte di Hawkins, la preferenza degli studiosi si è orientata su Tarkasnawa, nipote di Kupanta-Kurunta, e sovrano di Mira coevo appunto di Tudhaliya IV.

Tudhaliya IV apre ricordando a Tarkasnawa di essere stato lui a porlo sul trono di Mira, lui che era “un uomo ordinario”; il sovrano ricorda la ribellione del padre Alantalli, precedente re di Mira, che attaccò i territori confinanti Ittiti; così Tudhaliya scese in campo, lo sconfisse e lo rimosse elevando a re vassallo, dietro giuramento di fedeltà, il figlio Tarkasnawa. Agli studiosi ciò pare un implicito richiamo alla fedeltà verso un re vassallo probabilmente fin troppo scalpitante. Apprendiamo anche che Alantalli è deceduto, anche se il testo frammentario non ne chiarisce le circostanze né il tempo.

Al momento, e questo pare lo scopo principale della missiva, un certo Walmu, re dello stato anatolico di Wilusa (la Troia dei Greci), si trova presso Tarkasnawa, dopo essere stato cacciato (non è chiarito da chi) dal proprio trono; Tudhaliya ha così inviato un suo rappresentante, tale Kulana-Ziti, con delle tavolette di legno da lui stesso preparate, che attestano la legittimità delle pretese di Walmu su Wilusa ed esorta Tarkasnawa a inviargli quest’ultimo così che egli possa provvedere a reinstallarlo sul trono, affinché possa tornare ad essere il vassallo militare di entrambi com’era in passato.

Tudhaliya IV ricorda, come testimonianza della propria benevolenza, che i confini dello stato di Millawata (confinante a Sud di Mira) sono stati stabiliti assieme (il passaggio significa verosimilmente che il re Ittita ha consultato il suo vassallo prima di stabilire una demarcazione di confine dei territori a lui assegnati dopo la conquista, evidentemente avvenuta di recente, di Millawata, precedentemente in orbita Ahhiyawa e quindi anti-Ittita), circostanza da cui il documento prende oggi il proprio nome corrente.

Un documento, insomma, che ci forniva un’interessante ricostruzione di quanto avvenuto tra il 1235 e il 1230 a.C. Per prima cosa, probabilmente istigata dai soliti Achei, alla morte di Hattusili, ci fu l’ennesima rivolta dei Luvi e dei Lukka. Il Lugal degli Ahhiyawa, non abbiamo ancora sufficienti elementi per identificarlo con il Wanax delle tavolette in Lineare B, ne approfittò immediatamente, per cacciare il re di Wilusa, la nostra Troia, e sostituirlo con un suo alleato.

Tudhaliya IV, dopo avere domato la rivolta, invece di procedere nel modo tradizionale, ossia cacciare l’intruso da Wilusa e trovare un compromesso con gli Achei, decise di agire in maniera differente: strinse d’assedio e conquistò Millawata, la nostra Mileto, che era il centro degli interessi Ahhiyawa sulla costa anatolica.

Ora, il 1230 a.C. è la data stimata dagli archeologici in cui dovrebbero essere avvenuti i torbidi che distrussero la società palatina del Peloponneso: che l’occupazione ittita di Mileto sia stata la causa del crollo “miceneo”, facendo saltare tutti gli equilibri di quella complessa società, o ne sia stato effetto, con gli Achei troppo in difficoltà a causa della crisi, per aiutare la loro colonia, è stato a lungo dibattuto dagli archeologi.

Dopo avere eliminato il centro di potere Ahhiyawa, Tudhaliya IV, incaricò Tarkasnawa, che aveva sostituito al padre probabilmente coinvolto nella rivolta e alleato ndegli Achei, di riportare Walmu sul trono di Wilusa: per anni gli studiosi hanno interpretato questo gesto come un segno di debolezza da parte degli Ittiti, quando poi l’indirect rules era una prassi consolidata di quel popolo.

Anche perchè Tudhaliya aveva problemi ben più grandi che impelagarsi nelle infinite faide dell’Anatolia: durante il regno di Mursili III gli Ittiti avevano perduto parte dello stato vassallo e assai ricco del Mitanni/Hanigalbat per mano degli aggressivi Assiri, da decenni in costante ascesa e giunti ormai a minacciare le due superpotenze dell’era, Ittiti ed Egizi. Dopo pochi anni dall’insediamento di Tudhaliya, ascese al trono mesopomatico Tukulti-Ninurta (1233), con il quale il sovrano ittita provò a intrattenere rapporti migliori dei precedenti sovrani; ma le mire espansionistiche assire furono chiare quando il neo-sovrano (1228 ca.) invase la ricca zona mineraria di Nihriya, nominalmente indipendente ma in realtà vicinissima per influenza politica e collocazione geografica al cuore del regno ittita. Tudhaliya allora rispose militarmente, convinto di poter contare sull’appoggio dei vassalli siriani e dei principati dell’area occupata, che invece non arrivò; lasciato da solo, l’esercito ittita andò incontro ad una cocente sconfitta a Nihriya, sotto il profilo del prestigio internazionale, enfatizzata oltre ogni limite dal sovrano assiro.

Per fortuna degli Ittiti, gli Assiri, invece di approfittare della vittoria per strappare loro la ricchissima Siria, decisero invece di invadere la Babilonia, impresa militare dispendiosa sia sotto il profilo economico che umano, il cui fallimento scatentò una guerra civile tra le loro. Così Tudhaliya ne approfittò per imporre agli Assiri un trattato molto favorevole ad Hattusa.

Però, la sconfitta provocò una nuova ondata di caos in Anatolia… A quanto pare, l’indomabile Mursili III, sempre voglioso di riprendersi il trono rubato da Hattusili, padre di Tudhaliya, si era rifuggiato, assieme al figlio Hartaparu, presso il fratello Kurunta, che svolgeva il ruolo di vicerè ittita a Tarhuntassa. Ora Mursili convinse Kurunta ad appoggiarlo nelle sue prese dinastiche e approfittando della batosta subita contro gli Assiri da Tudhaliya, marciarono entrambi su Hattusa, conquistandola.

Però, come un personaggio di una tragedia elisabettiana, Mursili morì di morte naturale subito dopo la presa della città, tanto che fu Kurunta a proclamarsi imperatore: solo dopo un’aspra e sanguinosa campagna, Tudhaliya riconquistò Hattusa, ma fu sconfitto nel tentativo di imporre il suo potere su Tarhuntassa, che proclamò la sua secessione.

In una tavoletta ittita recentemente decifrata, datata intorno al 1210, ha però mutato la precedente intepretazione dei fatti. Nel documentosono elencati gli alleati del ribelle Kurunta: si citano anche Sipa-Ziti (generale di Mursili III nella guerra civile persa contro Hattusili), Talmi-Teshub (viceré di Carchemish nella parte finale del XIII secolo a.C. e imparentato con la famiglia reale ittita), il “re di Ahhiyawa”, vent’anni dopo la presunta distruzione del regno achei.

Per cui, i torbidi del 1230 nel Peloponneso potrebbero non essere coincisi con la caduta della civiltà micenea, ma con un sanguinoso cambio di dinastia. Il nuovo clan reale, con sede forse a Tirinto o ad Atene, approfittando di una fase di relativo boom economico, riprese la tradizionale politica anatolica degli Achei, provocando la spaccatura dello stato ittita…

Di conseguenza, il collasso miceneo deve essere essere avvenuto, non per invasioni, ma per crisi economica e carestie, intorno al 1290, costituendo un nuovo indizio a favore della provenienza egeo anatolica dei Popoli del Mare.