Santa Maria della Catena

La mia passeggiata palermitana di oggi è dedicato al capolavoro di un grande architetto, noto più all’estero che in Italia: Santa Maria della Catena alla Cala, frutto del genio di Matteo Carnilivari, forse sorta sul luogo di un’antica chiesa normanna. La infatti un privilegio concesso da Federico III di Sicilia nel 1330.

Il nome di tale chiesa deriva assai banalmente dell’estremità della catena che chiudeva il porto della Cala, per impedire improvvisi raid nemici; l’altra era posta sulle mura di Castello a Mare. Nel 1392, ai tempi di Martino I, il luogo entrò all’improvviso nel cuore dei palermitani, grazie al leggendario miracolo della Vergine, che fece sciogliere al sole le catene di alcuni prigionieri condannati ingiustamente. Miracolo così raccontato, nel suo stile tipicamente barocco, dal buon Mongitore

Regnando in Sicilia il Re Martino, furono tre infelici giovani condennati a morir sulle forche: e per eseguirsene la sentenza già eran condotti al patibolo, circondati dalla turba de’ Ministri della Giustizia.

Eran già vicini alla gran piazza della marina, in cui dovean fare di loro stessi tragica scena a’ riguardanti concorsi, quando la Vergine, riguardando con occhi di pietà quegli sventurati; o ne fosse cagione la loro innocenza, ingiustamente di non commesso delitto incolpata, o il fervore delle preghiere, che commosse la clemenza della Gran Madre a protegerli, fece, che in un momento ricopertosi di folte nebbie il Cielo, si scaricasse un’improvvisa tempesta.

Alla pioggia dirotta, al vento, che soffiava terribile, allo spesso balenar dell’aere, ai tuoni, e folgori spaventevoli, che assordavano il tutto, ognun de’ Ministri, non solo non ebbe pensiero di proseguire il cammino, ma atterrito cercò il dove fuggire, per ripararsi dall’imminente pericolo.

Quindi tutti frettolosamente entrarono nella vicina Chiesetta dedicata alla Vergine, che dall’essere sul destro braccio dell’antico porto, avea allora il nome di S. Maria del Porto, e portaron seco i tre Condennati, che all’entrar della Chiesa concepirono viva speranza di scampare la morte; invocando in loro soccorso il potentissimo ajuto di Maria.

Non cessando però la tempesta, anzi vie più avanzandosi, non fu permesso a’ Ministri il partire in tutto il resto del giorno: onde furono astretti a restarsi la notte in quella Chiesa, e differire al seguente giorno l’esecuzione della sentenza.

Quindi per ben custodirsi i Rei si raddoppiaron le guardie, e s’accrebbero a gl’infelici grosse catene. Ma potean anche con maglie di diamante incepparli, poiché era in vano spesa la diligenza; e non ad altro giovevole la loro vigilanza nel fortemente legarli, che ad accrescere maggiormente il prodigio, che doveasi operare dalla Santissima Vergine.

Mentre dunque avanzata la notte le guardie intorno a’ condennati profondamente dormivano, gli afflittissimi Tre, così carichi di catene, com’erano, si strascinarono innanzi l’altare di Maria, ove una sua Immagine s’adorava, e con lagrime copiose, e preghiere, tratte dal più profondo del cuore, supplicarono la pietà della Gran Reina, a degnarsi di soccorrerli in quella estrema calamità, a conceder loro lo scioglimento delle catene, e in dono la vita.

Continuarono per buon tratto di tempo le ferventi preghiere, accompagnate da copiosissime lagrime i poveri Rei: onde il benignissimo cuore di Maria commosso a compassione, concesse loro la grazia; poiché nel mezzo della notte si sciolsero a tutti Tre le ligature, e gli caddero con maraviglia di sè stessi le catene d’intorno, senza che strepitassero alla caduta.

A questa maraviglia s’aggiunse altro portento, e fu, che si spalancò da sè stessa la porta della Chiesa; e parve loro che uscissero dalla Sacratissima Immagine queste parole. Partite alla libera; nè v’opprima alcun timore di morte: a mia intercessione già il mio divino Figliuolo, che porto in braccio, v’ha sciolto dalle catene, e v’ha concesso la vita.

Destati però all’aprir del giorno le guardie, vedendo nel pavimento le catene, e spalancata la porta della Chiesa, sopraffatti dal timore d’essere incolpati d’affettata trascuratezza nel custodire i delinquenti; e che averebbe ricaduto sul loro capo il gastigo preparato a’ condennati, uscirono sollecitamente da quel luogo per andare in traccia de’ fuggiti.

Nè fu difficile il trovarli; poichè ben presto l’ebbero nelle mani: ed ancorchè sentissero della loro bocca il miracolo operato dalla Gran Madre delle misericordie, nulladimeno rilegati furono condotti al Presidente. Innanzi di esso raccontarono francamente il ricevuto favore; e alla narrazione d’un tanto prodigio commossi quanti si trovaron presenti, apriron mille bocche a benedire la gran pietà di Maria.

Fu portata la notizia di questo avvenimento al Re Martino, e operò in sì fatta maniera il prodigioso racconto nel suo animo, che dichiarò d’un subito affatto liberi d’ogni pena i Tre condennati: giacchè erano stati aggraziati dalla Sovrana Imperatrice.

Indi si portò con la Reina Consorte per venerare l’effigie di Maria, operatrice di sì alti portenti: e con esso loro tutti gli abitatori di Palermo; avendosi divulgato da per tutto il caso maraviglioso. Molti infermi concorsero alla Chiesa della Vergine, tratti e dalla fama del miracolo, e dal desiderio della sanità; e quante furono varie le infermità, che esposero sotto gli occhi benigni della Vergine, così altrettanto varie furon le grazie, che abbondevolmente dispensò la Gran Signora a beneficio de’ suoi divoti.

Per questo gran miracolo perdè la Chiesa l’antico nome di S. Maria del Porto, e cominciò a chiamarsi della Madonna della Catena. In oltre in un Quadro, che oggi si vede collocato su la porta del sinistro lato della Chiesa, si delineò distintamente il miracolo

Il miracolo fece nascere la relativa confraternita, sia per incrementare la devozione alla Vergine, sia per gestire i proventi delle elemosine e delle donazioni dei fedeli: o perché queste non abbondavano o perchè i confrati erano in tutt’altre faccendo affaccendate, la chiesa non fu mai rimordernata. Le cose cambiarono a fine Quattrocento, quando, nella confraternita entrò lo smodatamente ricco Francesco Abatellis, il quale decise di pagare di tasca sua i lavori di ricostruzione della vecchia chiesa.

Per prima cosa, comprò una casa e un magazzino adiacenti alla vecchia chiesa, in modo che potessero essere demoliti, per fornire lo spazio alla nuova costruzione: poi ingaggiò un architetto che conosceva bene, Matteo Carnilivari, figlio illegittimo di un nobile di Noto, che aveva compiuto la sua formazione nel cantiere di Castel Nuovo a Napoli, sotto la guida di Napoli, sotto la guida di Guillem Sagrera.

Abatellis, qualche anno prima, in maniera assai rocambolesca, aveva commissionato a Matteo la costruzione del proprio palazzo: l’architetto aveva lasciato Palermo nel 1495 e si era trasferito a Cefalù, dove sino al 1499, era stato responsabile del restauro del Duomo. Dinanzi alla proposta del ricco panomormita, Matteo non si tirò indietro: avendo gli anni precedenti approfondito lo studio dell’architettura normanna, decise di stupire l’ambiente artistico locale, con un’operazione che oggi chiameremmo “postmoderna”: riscrivere un chiave gotica la Cappella Palatina,con una navata centrale ritmata da preziose colonne di spoglio, ma integralmente coperta da crociere reali; l’altezza del santuario (una porzione di fabbrica interpretabile come una hallenkirke), in relazione alla sezione dei sostegni, doveva apparire quasi proibitiva.

Allontanandosi dai modelli locali, Matteo aveva persino fatto ricorso lungo la navata ad archi estremamente ribassati, collocati su alti soprassesti; la dimensione dell’arco, rispetto alla sezione del sostegno, è di 1:10 e arriva a 1:12 nel santuario. Si trattava di una sorta di implicita dichiarazione di pieno dominio sulle forze della struttura. Per molti versi la chiesa della Catena costituisce la superba risposta costruttiva di un maestro chiamato a confrontarsi con la tradizione siciliana.

Per un progettista del tempo l’unità di misura da sfidare era la colonna; la sua altezza e la sua sezione condizionavano l’intera costruzione. Quando si doveva fare ricorso a colonne di spoglio (e questo era il caso della Catena), la dimensione delle campate diventava pressoché obbligata; gli esempi di fabbriche secolari, una lunga tradizione e alcuni intuitivi calcoli geometrici consentivano di procedere nella costruzione senza particolari rischi.

Matteo, però invece di andare sul sicuro, adottando l’arco acuto o quello a tutto sesto, utilizzava un audacissimo arco policentrico, ispirato ai loggiati che aveva realizzato nei suoi due grandi palazzi palermitani, l’Abatellis o l’Aiutamicristo, che tuttavia reggevano un peso di gran lunga inferiore ed erano contravventati lateralmente da robuste fabbriche. Per alleggerire il carico statico che dovevano sopportare, li intervallò di traverso con archi ogivali

Lo stesso mix tra citazione del passato e sperimentazione strutturale si ritrova nella facciata e nel transetto; nella prima, Matteo reinterpreta a modo suo, con l’esuberanza degli archi con le nervature policrome, dalle fantasiose reinterpretazioni dei capitelli ionici e dagli apparati scultorei minori, dovuti ai Gagini, sia le logge dei mercanti dell’epoca, sia il loro archetipo, la facciata del duomo di Cefalù.

Nel transetto sopraelevato e bipartito Matteo citava le basiliche di età normanna, associandolo però alle costolonature sfaccettate delle volte a crociera, all’audace tiburio coperto da volta stellare e alle leggiadre le absidi coperte da volte ad ombrello: elementi che modulano la luminosità interna, accentuandone l’armonia strutturale.

A questo Matteo associò una serrata correlazione tra interno ed esterno, grazie alle decoratissime bifore, con le tre navate sono coincidenti con i tre portali esterni e con la zona la zona absidale è caratterizzata da un complesso gioco di spazi a base ottagonale, coordinati dalla concezione unitaria.

Morto Matteo intorno al 1504, il cantiere fu affidato ad altri due grandi architetti, Antonio Belguardo e di Antonio Scaglione che rimasero fedeli al progetto originale. Nel 1581, Il Viceré di Sicilia Marcantonio Colonna, prolungando il Cassaro sino al mare, cambiò notevolmente la topologia della zona, creando un dislivello tra il piano stradale e la chiesa: per colmarlo, fu realizzata una prima scalinata a due rampe e una loggetta laterale al portico centrale.

Ulteriori modifiche furono introdotte dai teatini, i quali, da una parte costruirono il loro convento, che nel 1812 divenne ospedale e dal 1844 sede dell’Archivio di Stato, dall’altra cominciarono a “barocchizzare” l’interno; furono così dipinti una serie e fu commissionata ai Serpotta la decorazione a stucco.

Nel 1845 furono eseguiti i primi restauri: la scalinata assunse l’aspetto attuale e fu demolita la loggetta. Nella parte sinistra della chiesa subì un ripristino a opera del buon Giuseppe Patricolo, che, per una volta, non si fece prendere come suo solito la mano, inventandosi le cose dal nulla. Ben più importanti furono i restauri a seguito dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

Entrando nella chiesa, laa prima cappella che si incontra dedicata a Santa Brigida e ospita al centro una tela del XVII sec. attribuita al pittore trapanese Andrea Carreca che raffigura la santa in gloria, mentre ai lati e sul soffitto dominano degli affreschi risalenti al XVIII secolo ed eseguiti da Olivio Sozzi (1690-1765) che raffigurano la Vergine che incorana S. Brigida (sinistra), il Cristo che mostra il suo costato insanguinato (destra) e la Santa in gloria (alto).

La seconda è la Cappella dedicata alla Madonna della Catena e corrisponde alla cappella votiva su cui fu edificato il resto della costruzione della chiesa. In corrispondenza ad essa, sull’altro lato, si trova la porta, oggi chiusa, che costituiva l’antico l’ingresso.

L’affresco che caratterizza la cappella risale al XIV sec. ed è quello al quale i prigionieri chiesero la grazia. In esso è raffigurata la Vergine che allatta il Gesù bambino ed è riemerso dopo il restauro del 1990 che ha eliminato il dipinto che vi era sovrapposto e del quale sono conservate le parti laterali dell’affresco stesso. L’iconografia originaria fu proibita dopo il Concilio di Trento della seconda metà del Cinquecento. La particolarità del dipinto sono le caratteristiche maschili adulte nel volto del bambino, secondi i canoni tipici bizantini che credevano in un Cristo già saggio e maturo sin dai primi giorni di vita.

Ad incorniciare l’affresco, il baldacchino realizzato in porfido di alabastro. Ad impreziosire ancora la cappella, le sculture dei Gagini che raffigurano Santa Barbara, Santa Margherita e due delle antiche patrone di Palermo Oliva e Ninfa.

La Cappella della Madonna delle Grazie è la terza cappella e fu magistralmente decorata dalle opere di Antonello e Vincenzo Gagini. Dei Gagini è l’altare marmoreo con il rilievo della “Crocifissione”; sopra di esso, la predella con i rilievi “La consegna della chiavi a Pietro” a sinistra, e “La conversione di Paolo” a destra.

Di scuola gaginiana anche l’edicola con l’ “Incoronazione della Vergine” (XV sec.). Quest’ultima proviene dalla demolita chiesa di San Nicolò alla Kalsa, fortemente danneggiata dal terremoto del 1823, e conserva ancora i residui dei colori classici della tradizione mariana (oro e azzurro) con cui era originariamente decorata.

Furono, invece, realizzate nella seconda metà del ‘700 le cornici, i puttini e gli stucchi. Di questo periodo anche gli affreschi di Olivio Sozzi che raffigurano sulla pareti i due santi Pietro e Paolo, e sulla volta il Cristo che li benedice.

La quarta è la cappella della Natività con al centro la tela del XVII secolo “Natività con Adorazione dei Pastori” (XVII sec.) di un ignoto autore, probabile imitatore del Caravaggio per l’uso che fa delle luci. Sulla parete destra si trova l’affresco “La strage degli innocenti” mentre, sul lato opposto, una particolare raffigurazione del Cristo circonciso, rara espressione di un rito ebraico all’interno di un contesto cattolico.

A mia moglie

Se fossi un poeta
nei versi ti ritrarrei
rosa delicata e aspra
che al vento sussurra
sogni e incanti.

O viola timida e gioiosa
che infinita nasconde
la bellezza che
ordinaria appare.

O ruvida ginestra
che coraggiosa esiste
nell’arsa stagione
e nel colore esplode

Ma poco servono poesie
verbose e prolisse

Ogni tuo gesto
risuona d’amore,
tenera canzone
che ci mormora
il destino.

Sei il faro
che naufrago mi salva
dalla mia bufera.

Ti amo.

Volterra e Public Cloud

Il grande professor Picardi, uno dei papà dell’esplorazione spaziale italiana, uomo capace di coniugare un genio senza pari a una straordinaria umanità, era solito ripetere

Scambiare un modello matematico con la realtà, è come andare al ristorante e mangiare il menù invece che le pietanze; ma senza menù, non hai più pallida idea di cosa ordinare al cameriere e rischi di collezionare fregature

Il prof aveva ragione: i modelli matematici matematici non devono essere un fine, ma uno strumento utile a comprendere la realtà e prendere le relative decisioni. Consideriamo le equazioni di Volterra: un ambito interessante di applicazione è il peculiare mercato del Public Cloud, che come raccontato in passato, è una peculiare forma di oligopolio.

Possiamo ipotizzare di avere tre tipologie di prede, corrispondenti ai segmenti di mercato: x(k) ossia gli small office, y(k) ossia PMI/Pubblica Amministrazione Locale e z(k) ossia i Clienti TOP/Grandi Enti Statali.

Al contempo, possiamo ipotizzare nel modello tre diversi predatori, i principali Provider di Public Cloud, m(k), n(k) e o(k) caratterizzati da un’offerta tecnologicamente omogenea, con un analogo modello di pricing e una range di differenze di listini oggettivamente assai ridotta.

Questo oligopolio è rappresentabile dal seguente sistema di equazioni di Volterra discrete.

x(k+1)= ax(k)+ b(k)x(k)- cx(k)x(k) – dx(k)m(k) -ex(k)n(k)- fx(k)o(k)

y(k+1)= a1y(k)+ b(k)y(k)- c1y(k)y(k) – d1y(k)m(k) -e1y(k)n(k)- f1y(k)o(k)

z(k+1)= a2z(k)+ b(k)z(k)- c2z(k)z(k) – d2z(k)m(k) -e2z(k)n(k)- f2z(k)o(k)

m(k+1)= gm(k)+ m(k)x(k)+ m(k)y(k)+ m(k)z(k)

n(k+1) = hn(k) + n(k)x(k)+ n(k)y(k)+ n(k)z(k)

o(k+1) = io(k) + o(k)x(k)+ o(k)y(k)+ o(k)z(k)

Sistema, che, se i valori dei coefficienti sono compresi in un range ridotto, entro una fascia del 5%, genera un insieme di soluzioni stabili: le variazioni delle prede sono sincronizzate con quelle dei predatori, che si spartiscono il mercato in quote che non variano nel tempo.

Nell’ipotesi che i tre competitor fossero entrati nello stesso istante TO, a regime a regime si sarebbe raggiunto un equilibrio perfetto, con ognuno associato a un terzo del mercato. Le differenti quote di mercato sono correlate al diverso momento in cui hanno cominciato a cacciare le prede.

Ma che succede se entra un ulteriore predatore ? Possiamo formulare due diverse ipotesi operative. La prima è che nel mercato entri un nuovo Cloud Provider, che non introduca nessuna innovazione tecnologica o di modello di pricing, ma semplicemente “sbrachi” sui prezzi.

Nel sistema precedente si avrà un’ulteriore equazione

p(k+1) = lp(k) + p(k)x(k) + p(k)y(k) +p(k)z(k)

se l è molto più piccolo di g, h e i è abbastanza intuito comprendere come i precedenti predatori perdano quote di mercato: in proporzione, il più danneggiato non è il Provider dominante, ma quello che possiede la quota minoritaria. Se l è molto più piccolo di i, proprio questo rischia di estinguirsi, ossia di uscire dal mercato del Cloud.

La seconda ipotesi è entri un nuovo Provider che lanci una Killer App o in termini di servizi tecnologici o di pricing. L’equazione sarà lievemente differente rispetto alla precedente, dato che introduce un termine in più, per modellizzare l’impatto dell’innovazione disruptive.

p(k+1)= lp(k) + p(k)x(k) + p(k)y(k) +p(k)z(k) + d p(k)x(k)y(k)z(k)

Anche qui avremo un provider soggetto ad estinzione: in questo caso, però, si tratta di quello dominante, che avrà un proporzione una perdita percentuale assai maggiore di quella dei concorrenti. Ma se Sparta piange, Atene non ride. Anche gli altri provider, avranno una diminuzione del giro d’affari di circa un terzo.

Per cui, i Cloud Provider, per non avere problemi futuri, più che a limare i loro listini, devono puntare sull’innovazione.

La villa di Massenzio

Come accennato in altri post, la basilica di San Sebastiano era parte del più ampio complesso della villa imperiale suburbana di Massenzio, la quale, a sua volta, ha una storia assai lunga e complessa. Il complesso, infatti, nacque in piena età repubblicana, intorno al II secolo a.C. come Villa Rustica, al centro di una tenuta dedicata alla produzione del vino, dell’olio e del grano.

A causa della crisi della produzione agricola del Latium Vetus, dovuta alle importazioni di grano provenienti dalla Sicilia, dall’Africa e dall’Egitto, il complesso all’epoca Giulio Claudia cambiò destinazione d’uso, diventando la residenza di un senatore, probabilmente imparentato con la gens Servilia, il cui sepolcro, di età augustea, è adiacente alla villa.

Sepolcro è costituito da un basamento quadrato in calcestruzzo sormontato da un tamburo a nicchie, al cui interno la camera funeraria, sufficientemente ben conservata, è decorata da stucchi. Allo stesso risalgono i due ninfei orientati verso la via Appia, a uno dei quali – ancora visibile e recentemente riscavato – si addossò molto più tardi un casale. Nel II secolo poi la villa subì una radicale trasformazione ad opera di Erode Attico che la inglobò nel suo Pago Triopio.

La proprietà passò poi nel demanio imperiale: così, intorno al 310 d.C. fu oggetto dei grandi lavori voluti da Massenzio trasformò la villa in residenza imperiale, con la realizzazione di ambienti prestigiosi coma la basilica, l’apertura di un nuovo ingresso monumentale e l’aggiunta di un circo e di un mausoleo.

I geniali architetti al suo servizio, ispirandosi al Sessoriano e ai palazzi imperiali di Milano e di Tessalonica, progettarono i tre edifici furono realizzati assecondando la morfologia del territorio, sia per risparmiare, evitando grossi lavori di sbancamento e colmatura, sia per sfruttarne al meglio le caratteristiche: così il palazzo venne edificato sui resti delle costruzioni precedenti ed il circo, adagiato nell’avvallamento che dall’Appia Antica risale gradualmente verso l’attuale via Appia Pignatelli.

La sconfitta di Massenzio ad opera di Costantino determinò probabilmente il precoce abbandono dell’impianto, tanto che indizi fanno pensare che il Circo non sia stato neppure mai utilizzato. Costantino, dato che il suo parentado preferiva risiedere nel Sessoriano, a Villa dei Gordiani e Ad Duos Lauros, si liberò del complesso, donandolo alla Chiesa di Roma.

Così il fondo divenne parte del Patrimonium Appiae, che provocò parecchi mal di testa da papa Gregorio Magno, dato che i suoi amministratori all’epoca avevano la strana abitudine di scappare con la cassa. Il circo – detto «Girulum» – è citato in un documento di permuta di terreni tra soggetti ecclesiastici dell’850, che ne diede la proprietà al Monasterium ss. Andreae et Bartholomaei, quod appellatur Honorii papae, che sorgeva dove oggi è il Policlinico San Giovanni.

Una cinquantina d’anno dopo, la tenuta fu in pratica occupata, modello squatter, dai Conti di Tuscolo, che non solo se ne guardarono bene dal restituirla ai legittimi proprietari. Dopo numerosi passaggi di proprietà, nel Quattrocento, nell’area si estendeva la proprietà dell’Ospedale del San Salvatore ad Sancta Santorum, che, sulla fine del Cinquecento, vendette parte del fondo, chiamato all’epoca “tenuta di Campo di Nove”, alla famiglia Cenci.

A questa famiglia si deve la costruzione del monumentale arco di accesso, situato sulla via Appia – che ancora conserva la decorazione con le mezze lune appartenenti allo stemma dei Cenci – e secondo il Tomassetti la costruzione di una villa di cui non resterebbe traccia, che ora funge d’accesso all’area archeologica.

I Cenci vendettero la tenuta ai Mattei, che eseguirono i primi scavi e, a metà Settecento, fecero costruire un casale al posto del pronao del mausoleo di Romolo; il resto del complesso antico – allora indicato come Circo di Caracalla – era pressoché totalmente interrato, se nel 1763 Giuseppe Vasi poteva descriverlo così:

Rimane solamente di questo Circo, che da alcuni viene stimato per opera di Gallieno, un masso di materia laterizia che era l’ingresso principale, ed il piantato d’intorno al Circo, in mezzo del quale fu ritrovato l’obelisco egizio che ora si vede sul nobilissimo fonte di piazza Navona

Poco dopo, nel 1825, la tenuta fu acquisita da Giovanni Torlonia che incaricò Antonio Nibby di compiere una ricerca archeologica in grande stile. Alla fine di otto mesi di difficile scavo (in un terreno – annota il Nibby nella sua Dissertazione – «maligno e sì duro che il tufa stesso sarebbe sembrato più molle» il circo era interamente riemerso fino alla Porta trionfale sulla via detta Asinaria. E proprio nei pressi di quella porta furono trovate due iscrizioni, una delle quali indicava Massenzio come committente e il figlio Romolo come dedicatario del monumento. Nel descrivere lo scavo, Nibby nota minuziosamente la mediocre qualità delle murature e delle stesse lastre di marmo delle iscrizioni, che data perciò al IV secolo. Egli sottolinea, inoltre, come la fabbrica non sia mai stata restaurata, in antico. I Torlonia continuarono poi a far scavare lungo tutto l’Ottocento.

Il complesso archeologico venne infine acquisito per esproprio dal Comune di Roma nel 1943; nel 1960, in occasione delle Olimpiadi di Roma, si provvide allo sterro di tutto il circo nonché al consolidamento delle murature perimetrali, cui seguirono lo scavo parziale degli edifici del palazzo, il restauro della spina, del quadriportico e del mausoleo. Varie altre campagne di scavo e consolidamento si sono susseguite da allora, nel 1975-77, nel 1979 e nei primi anni 2000. Dal 2008 la Villa di Massenzio fa parte del sistema dei Musei in Comune. Da Dicembre 2012 il sito fa parte del progetto Aperti per Voi del Touring Club Italiano.

Il Palatium di Massenzio, come accennato in precedenza sorgeva su un’altura opportunamente regolarizzata ed adattata con un terrazzamento sostenuto da un criptoportico lungo 115 metri a due gallerie parallele, divise da pilastri e coperte con volta a botte, illuminate da piccole finestre a bocca di lupo. Il criptoportico, pertinente alla fase originaria della villa, venne successivamente interrotto da un gruppo di tre ambienti mentre alle due estremità furono aggiunti due padiglioni panoramici in forma di torre. Al di sopra del terrazzamento, verosimilmente aperto verso la valle con un portico, si trovava il palazzo, del quale sono riconoscibili vari ambienti disposti ai lati di una grande aula absidata di metri 33 x 19,45 che era l’ambiente più importante di tutto il complesso, destinato alle pubbliche riunioni, alle udienze ed alle cerimonie e per questo motivo anche riscaldato, come dimostrano i tubi di terracotta inseriti nelle pareti.

Davanti all’aula si vedono pochi resti di un atrio mentre sul versante settentrionale si trova una cisterna, lunga e stretta, ad est della quale un ambiente, in origine probabilmente rotondo e coperto a volta, può essere identificato con l’ingresso monumentale al palazzo. Questo, con un lungo ambulacro, un prolungamento del portico sovrapposto al terrazzamento, era collegato al Circo. Di fatto, questa pianta, nelle sue linee generale, presenta molte similitudini con il Sessorianum: gli architetti di Massenzio, passati al servizio di Elena, nella sua ristrutturazione, applicarono le soluzioni sperimentate sull’Appia.

Il Circo di Massenzio (nel medioevo conosciuto, impropriamente, come Circo di Caracalla) si allunga nella valle, da est ad ovest, per circa 520 metri, con una larghezza, nel puntopiù ampio, di circa 92 metri. Sul lato corto occidentale, delimitato da due torri, come a Milano, a tre piani, alte 16 metri e tonde verso l’esterno, si trovavano i carceres, i 12 ambienti chiusi da sbarre alla cui apertura partivano i carri per le corse. L’insieme in antico assumeva l’aspetto imponente di una forticazione, tanto da meritare l’appellativo di oppidum. Sulle volte di cementizio dei quali si impostano le gradinate per gli spettatori, si apriva la maggiore delle porte d’ingresso all’edificio in forma di grande arco

Al centro di questo stesso lato si apriva la maggiore delle porte d’ingresso all’edificio in forma di grande arco. Un’altra porta, la “porta trionfale”, pure ad arco, si apriva sul lato opposto orientale, curvo,addossato ad un banco di tufo sul quale si adagia una ripida gradinata. Qui fu rinvenuta nel 1825 dall’archeologo Antonio Nibby la lapide dedicatoria a Romolo che permise l’identificazione del complesso, una copia della quale è collocata oggi all’interno del fornice della porta stessa e che così recita:

“Divino Romolo, uomo di nobile memoria, due volte console ordinario, figlio del nostro signore Massenzio invitto e perpetuo Augusto, nipote del divino Massimiano”.

In realtà, nonostante i solenni appellativi e le cariche, all’epoca della morte Romolo era poco più che un bambino. Sul lato nord si apre il Pulvinar, il palco imperiale collegato al palazzo da un lungo criptoportico, sul lato sud sono i resti delle costruzioni relative al palco dei giudici di gara, il Tribunal Iudicum. Il tracciato del circo, diviso in due settori dalla “spina”, struttura centrale lunga 296 metri, pari a 1000 piedi romani, era ornato da vasche d’acqua oltre che da sacelli ed opere scultoree che, tutte insieme, formavano una sorta di canale (euripus): al centro si ergeva l’obelisco in granito, trasportato da papa Innocenzo X nel 1650 a Piazza Navona allo scopo di decorare la “Fontana dei Fiumi” del Bernini. La “spina” era delimitata alle due estremità da corpi di fabbrica cilindrici, le metae che assumevano la funzione tecnica di punti di svolta per le corse.

Il terzo elemento della villa è il Mausoleo di Romolo, morto nelle acque del Tevere nel 307, che presumibilmente fu qui sepolto. L’edificio fu posto al centro di un’area cinta da un quadriportico di metri 107 x 121, con pareti in opera listata e pilastri in laterizio e coperture con piccole volte a crociera. Il quadriportico, che si apre direttamente sulla via Appia, aveva in passato un’apertura, oggi scomparsa, che metteva in comunicazione quest’area con il palazzo costruito sulla collina retrostante. La tomba era costituita da un edificio circolare del diametro di metri 33 preceduto da un avancorpo, o pronao, rettangolare, in tutto simile a quello del Pantheon. Di pianta rettangolare di metri 21,50 x 8,60, il pronao aveva sei colonne sulla fronte ed era formato da due ambienti, il primo dei quali sottostante la gradinata frontale.

Seguiva quindi la grande “rotonda”, che al pianterreno era costituita da un monumentale corridoio anulare disposto attorno ad un enorme pilastro dal diametro di metri 7,50 e coperto con volta a botte. Nel muro perimetrale si aprivano due ingressi contrapposti, sull’asse longitudinale, e sei nicchie, alternativamente rettangolari e semicircolari, destinate ad ospitare i sarcofagi. Altre otto nicchie, alternate secondo lo stesso schema, si aprivano nel pilastro centrale. Al piano superiore un ambiente, quasi completamente scomparso, era riservato al culto funerario e doveva essere coperto da una gigantesca cupola, forse aperta al centro da un “occhialone”.

Volterra e le sue equazioni

Umberto D’Ancona, il grande biologo marino fiumano, durante i suoi studi aveva, per ovvi motivi, spesso a che fare con i pescatori dalmati, i quali, una volta, gli chiesero spiegazioni per una questioni che li aveva lasciati alquanto perplessi.

Durante la guerra e i casini provocati da D’Annunzio, i pescherecci che osavano uscire dai porti erano assai pochi: i coraggiosi che ci provavano, data la scarsa concorrenza, ipotizzavano di potere tornare a casa con le reti strapiene. Invece, la realtà era ben diversa: non solo di pesce se ne prendeva poco, ma questo era costituito essenzialmente da squali, assai poco mangiabili e ancor meno vendibili. Per cui, il gioco non valeva la candela.

Umberto, nonostante fosse scettico, decise di verificare la storia, esaminando i dati sulla pesca di varie specie in diversi porti del Mediterraneo tra il 1914 e il 1918. Grande fu la sua sorpresa quando si accorse come i pescatori avessero ragione. Nel 1914, la percentuale di squali sul totale del pescato era pari a 11,9%, mentre nel 1918 era salita al 36,4%.

A quanto pare, la sospensione della pesca aveva modificato l’equilibrio biologico a favore delle specie predatrici, che si trovavano di fatto meno concorrenti, e a svantaggio di quelle che si alimentavano di vegetali o piccoli invertebrati. Per cui, paradossalmente, una pesca moderata determinava un equilibrio biologico marino molto più favorevole, per l’economia umana, di quello naturale.

Il problema era modellizzare le regole matematiche che determinavano questo equilibrio: per sua fortuna, era genero di uno straordinario matematico, Vito Volterra il matematico dell’unità d’Italia, essendo nato il 3 maggio 1860 ad Ancona, da una famiglia ebraica assai povera. Orfano all’età di due anni del padre, mostrò sin da bambino una straordinaria passione per la geometria tanto che ad appena undici anni aveva già letto la Geometria di Adrien Marie Legendre e due anni dopo, nell’ambito della meccanica razionale, si cimentava con il difficile “Problema dei tre corpi”, di cui propose un’originale soluzione approssimata. A 13 anni, dopo aver letto Dalla Terra alla Luna di Jules Verne, calcolò la traiettoria di un proiettile sotto gli effetti del campo gravitazionale della Terra e della Luna

Dopo la morte del padre, la famiglia si dovette trasferire prima a Torino e poi a Firenze, dove Vito studiò alla “Scuola tecnica Dante Alighieri” e in seguito all’Istituto tecnico “Galileo Galilei”. Sarebbe stato costretto a sospendere gli studi per le difficili condizioni economiche, se all’istituto tecnico che frequentava non avesse incontrato Antonio Roiti, celebre fisico e professore all’Università di Firenze, il quale, riconosciute le eccezionali doti scientifiche del giovane, lo aiutò materialmente offrendogli il posto di “preparatore” nel suo Istituto di Fisica. Grazie a tali aiuti e a quelli di uno zio, l’ingegnere Edoardo Almagià, nel 1878 Vito potè iscriversi alla Facoltà di Scienze Naturali dell’Università di Firenze. L’anno dopo vinse il difficile concorso d’ammissione alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove nel 1882 si laureò in fisica con una tesi di idrodinamica e l’anno successivo, diventò professore di meccanica razionale.

Fu membro del consiglio direttivo del Circolo matematico di Palermo, che, fondato da Giovan Battista Guccia nel 1884, è la più antica associazione matematica italiana.

Nel 1892 ebbe l’incarico per l’insegnamento della fisica matematica, divenendo anche preside della facoltà di scienze. L’anno dopo fu invitato dall’Università di Torino ad occupare le cattedre di meccanica razionale e meccanica superiore lasciate vacanti dalla morte di Giacci. Nel 1897, per suo interessamento, venne fondata la Società Italiana di Fisica, di cui fu il primo presidente, e nel 1899 fu nominato socio nazionale dell’Accademia dei Lincei.

All’inizio del nuovo secolo, la morte del grande Eugenio Beltrami aveva reso vacante la cattedra di fisica matematica a Roma; Volterra fu chiamato a ricoprirla, grazie anche all’appoggio del fisico Pietro Blaserna.

Di forti sentimenti patriottici, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale fu favorevole all’ingresso in guerra dell’Italia ed egli stesso, all’età di cinquantacinque anni, si arruolò volontario col grado di tenente nell’arma del Genio, dove più poteva essere utile con le sue altissime capacità scientifiche e il suo spiccato spirito organizzativo. Si occupò di dirigibili, a livello sia teorico sia costruttivo, ottimizzandone le prestazioni, sostituendo l’idrogeno (infiammabile) con l’elio. Si dedicò al calcolo balistico per i pezzi d’artiglieria imbarcati sui dirigibili e sviluppò anche ricerche sulle rilevazioni fototelemetriche, per le quali più volte fu operativo in zona di guerra, guadagnandosi sul campo la promozione a capitano e l’assegnazione della Croce di Guerra.

Nel 1919 l’istituzione del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che avrebbe dovuto conglobare vari enti di ricerca già esistenti: l’Ufficio invenzioni e ricerche, il Comitato per le industrie chimiche e l’Istituto Aeronautico. Il progetto fu approvato dal Governo Orlando, ma le difficoltà burocratiche fecero iniziare l’attività del CNR ben cinque anni più tardi, con Vito primo presidente

Fin dalle sue prime manifestazioni, Vito Volterra non esitò a mostrarsi contrario all’indirizzo politico del Fascismo, tanto che, nonostante la sua personale antipatia per Benedetto Croce, firmò il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti. Fu poi uno dei dodici professori universitari che non firmarono il giuramento di fedeltà al Fascismo… Come commentò amaramente Gaetano Salvemini dal suo esilio,

“nessuno di coloro che in passato s’erano vantati di essere socialisti aveva sacrificato lo stipendio alle convinzioni così baldanzosamente esibite in tempi di bonaccia”

Fu quindi costretto a lasciare la cattedra di Fisica matematica all’università e nel 1934 decadde anche dall’Accademia dei Lincei per un identico rifiuto. Rimase invece senatore fino alla morte, avvenuta a Roma 11 ottobre 1940, perché quella che fu paradossalmente chiamata “discriminazione regia” esentò i senatori ebrei dalle misure delle leggi razziali del 1938.

Nella sua tomba, nel cimitero d’Ariccia, spicca l’epitaffio che Vito scrisse per sé

“Muoiono gli imperi, ma i teoremi di Euclide conservano eterna giovinezza”

Ahimè, nessuna lapide invece lo ricorda, nel palazzo romano in cui viveva, in via Lucina 17. Tornando al problema della pesca, Volterra cominciò l’analisi del problema posto dal genero suddividendo tutti pesci in due popolazioni: quella delle prede x(t) e quella dei predatori y(t). Poi, ritenne che le prede non competessero molto intensamente fra loro nella ricerca di cibo, essendo questo molto abbondante, a fronte di una loro popolazione alquanto ridotta.

Quindi, in assenza di squali o altri predato, il pesce commestibile crescerebbe in accordo alla legge di Malthus dx(t)/dt = ax(t), per qualche costante positiva a. Inoltre, argomentava Volterra, il numero di contatti per unità di tempo fra prede e predatori sarebbe stato pari bx(t)y(t), per qualche costante positiva b. Analogamente, Volterra concludeva come i predatori avessero un naturale tasso di decrescita −cy(t) proporzionale al loro numero attuale, e che il loro numero invece aumentasse ad un tasso dx(t)y(t) proporzionale al loro numero y(t) e al numero delle loro prede x(t).

Di conseguenza il rapporto tra squali e prede, ad esempio sardine, è riconducibile al sistema di equazioni differenziali

dx(t)/dt = ax(t) − bx(t)y(t)
dy(t)/dt = −cy(t) + dx(t)y(t)

Un sistema analogo fu identificato dallo statistico americano Alfred Lotka, per un ambito ben differente, lo studio delle reazioni autocatalitiche in chimica. Tale sistema prevede soluzioni
prevedono la possibilità di un’oscillazione delle due popolazioni, in accordo con le osservazioni che D’Antona aveva proposto a Volterra di spiegare.

Un difetto delle equazioni originarie di Lotka e Volterra sta nel fatto che suppongono che i cambiamenti di una specie siano influenzati solo dai cambiamenti dell’altra. La mancanza di una delle due specie fa sì che l’equazione che regola il comportamento dell’altra ritorni a essere l’irrealistica equazione malthusiana che preveda in particolare una crescita esponenziale dell’unica specie rimasta in gioco. Volterra ovviò a questo difetto pubblicando nel 1931 variazioni sul tema. La più semplice suppone che i cambiamenti di una specie siano non solo influenzati dai cambiamenti dell’altra, ma anche dai propri.i. Rimanendo nell’ambito dei cambiamenti lineari, si arriva alle più realistiche equazioni

dx/dt = ax(1 − x −y)
dy/dt = by(x − y − 1)

Proviamo a fare un piccolo esperimento mentale: mettiamo il virus Covid-19 al posto del predatore e noi umani al posto della preda. Con alcune modifiche, le equazioni di Volterra descrivono anche l’evolversi delle epidemia, con l’ampiezza delle ondate dipendente dalla disponibilità delle prede, a riprova della necessità di limitare i contatti sociali e la sua scomparsa dalla mancanza di cibo, ossia di tizi da contagiare; per questo è necessario vaccinarsi in massa.

Ma la questione pesca ? Aggiungiamo al precedente sistema un terzo predatore

dx/dt = ax(1 − x −y)
dy/dt = by(x − y − 1)
dz/dt = cz(x − z − 1)

La soluzione prevede se c > b allora il secondo predatore diminuirà drasticamente, molto di più della preda: viceversa, b > c, il secondo predatore crescerà di molto. Se consideriamo z come pescatori, se questi rimangono in porto, allora y, gli squali, aumentano di numero

Parlando di Ucronica con Giampietro Stocco

Come molti sanno, parte della mia produzione letteraria, chiamiamola così, con qualche rara eccezione, è incentrata sull’ucronia, nelle sue diverse declinazioni. Per cui, non potevo che essere entusiasta del fatto che Delos, una tra le principali case editrici della fantascienza e del fantastico in Italia, avesse dedicato a tale genere una collana specifica, Ucronica.

Collana diretta tra l’altro da uno dei decani e massimi esperti dell’ucronia in Italia, lo scrittore e giornalista Giampietro Stocco, autore ad esempio dei romanzi Nero Italiano, in cui si ipotizza che l’Italia fascista non sia entrata in guerra nel 1940 e il regime sia proseguito integro fino al 1975, Nuovo Mondo, con l’America colonizzata da Vichinghi e La Corona Perduta, con un Napoleone ucciso durante la campagna d’Italia del 1796.

Non potevo quindi non fare qualche domanda a Giampietro, per conoscere meglio questo progetto…

Ciao Giampietro, perché Ucronica? Come descriveresti questa collana a un lettore, totalmente ignaro di cosa sia la Storia Alternativa?

Ucronica sarà la casa di una serie di racconti, novelle e anche romanzi che hanno come presupposto il what if, cosa sarebbe successo se. Per non cadere nella banalità che ci accerchia tutte le volte che spieghiamo l’ucronia, immaginate la vostra vita e ripercorretela all’indietro. Se non vi foste laureati, o se lo aveste fatto, se vi foste sposati oppure no. Immaginate tutto ciò che avreste potuto fare e non avete fatto e immaginate di tornare a un punto dove lo fareste. Cosa sareste ora? Come sarebbe cambiata la vostra vita, come quella dei vostri cari? Ci sarebbero ancora? Ci sareste voi? Ecco, girare il senso dell’Ucronia in questo modo forse fa capire meglio le straordinarie potenzialità di questo genere di narrativa fantastica, che dunque non è solo fantafascismo ma molto di più e di diverso. E se magari qualcuno ci inviasse racconti con presupposti ucronici personali e non solo politici, ma letterariamente credibili, potremmo anche inaugurare strade nuove nel genere, chissà?

E’ stato difficile, per Silvio Sosio, convincerti a partecipare al progetto?

Assolutamente no. Anzi, sono molto stimolato e onorato di farlo. Curare una collana che ospiterà tante idee diverse credo sia una ricchezza, un’occasione per crescere anche come autore.

Da scrittore di ucronie a curatore di una collana… Come mai questo cambio di ruolo? Che sfide e difficoltà hai affrontato, nel passare dall’altra parte?

Intanto continuo a essere autore: quest’anno tento l’Urania e pubblico altre mie cose, ucroniche e anche no. Curare una collana come questa è uno stimolo alla fantasia, ci si confronta con altre idee e worldbuilding. Le difficoltà alle volte sono quelle di un qualsiasi editor, rendere tali idee, se buone, più abbordabili al pubblico e smussare qualche angolo di troppo. La sfida complessiva è fare del genere ucronico quel che merita: un luogo di fermento di idee e narrazioni, che non si appiattisca sui soliti luoghi comuni e che mostri magari anche qualche guizzo di imprevedibilità. Dunque, spremete le meningi! 🙂

Al di là del “fantafascismo”, quali sono le peculiarità dell’ucronia italiana? Cosa è cambiato, come stile e tematiche, da quando hai cominciato a dedicarti a questo genere?

E’ cambiato molto. La prima generazione di scrittori ucronici aveva un tema quasi fisso, il fascismo reinterpretato. Io stesso ho cominciato così. Poi ci sono state polarizzazioni politiche sinceramente anche inutili, ma che molto hanno purtroppo contribuito a esaurire il filone e a far venire meno la passione di lettori e autori. L’ucronia invece è un genere vivo e incredibilmente duttile, come dimostra l’originale chiave scelta a suo tempo per esempio da Davide del Popolo Riolo. Auspico nuovi autori ancora più originali e stupefacenti.

L’ucronia è solo un esercizio intellettuale o aiuta a conoscere meglio il nostro presente?

Ovviamente la seconda che hai detto: la storia, e anche la sorella ucronia, ci aiutano molto a capire il nostro presente. Non tanto per i grandissimi temi, ma anche per i medi e per i piccoli: noi tutti siamo delle ucronie ambulanti. Avessimo fatto o detto cose diverse in passato, il nostro presente come sarebbe? Ecco, secondo me si dovrebbe ripartire anche da qui, da questo aspetto psicologico e sociologico della storia alternativa.

Quali sono i programmi futuri di Ucronica ?

Intanto il presente: siamo partiti con una novelletta ucronica classica, L’Oro di Napoli di Donato Altomare, specialista del genere, che ci presenta un’ Unità d’Italia molto diversa da come la conosciamo. Poi andremo avanti con una grande sorpresa editoriale di cui non posso anticipare nulla, se non che sarà a mio avviso un bel botto! Seguiteci, dunque.

San Giovanni dei Napoletani

Come accennato altre volte, accanto a Castello a Mare vi era un’antica chiesa normanna, dedicata a San Giovanni Battista, che nel 1178 Guglielmo II di Sicilia affidò ai cistercensi della Chiesa del Santo Spirito, che come loro abitudine, vi fondarono un ospedale, che, come tutte le analoghe istituzioni palermitane, fu affidata all’amministrazione dell’Ospedale Nuovo e Grande di Palazzo Sclafani all’inizio del XV secolo.

A quanto pare, i Rettori dell’Ospedale Nuovo, appena presero in carico la chiesa di San Giovanni Battista, nel vederne le condizioni, si misero le mani nei capelli, essendo alquanto malridotta. Non volendo tirare fuori un tarì per restaurarla, si misero a trovare qualcuno a cui appiopparla.

Gli ehm fortunati furono i membri della Congregazione della Nazione dei Napoletani, provenienti in gran parte da Cava dei Tirreni, ossia dell’associazione di categoria dei mercanti campani, che cercava sia una sede, sia una cappella per celebrare le proprie feste.

Sfruttando la devozione del direttivo della Congregazione per Giovanni Battista, affidarono loro la chiesa nel 1519, con una sorta di contratto enfiteutico capestro. La Congregazione aveva sì in a disposizione la chiesa, a condizione che si obbligasse

“dittam ecclesiam beneficare et augumentare ac meliorare eorum sumptibus et impensis et diebus festivis dici et celebrari facere missas”

ossia si facesse carico di tutte le spese ordinarie e straordinarie e s’impegnasse a pagare ogni anno un’onza e un cero del valore di sei tarì rispettivamente il 15 agosto e per la festa dello Spirito Santo.

Il diritto sulla Chiesa sarebbe venuto meno qualora per un biennio i concessionari non avessero pagato il dovuto, nonostante la consuetudine palermitana che disponeva diversamente. Inoltre era stabilito che non fosse possibile

“creare aliquem beneficialem ditte ecclesie nullo umquam tempore, quovis modo, nisi cappellanum creare, removere et alium de novo iterum creare ad eius libitum voluntatis, reservato consensu et assensu Summi Pontificis”

insomma, che la Congregazione potesse decidere ben poco e che nel caso si trovassero altre rendite oltre a quelle previste dall’atto di concessione, s’intendessero spettanti di diritto all’Ospedale.

A salvare i napoletani da questa trappola mortale, intervenne il governo spagnoli, che nel 1526 decise di rimordernare e ampliare le difese di Castello a Mare. A causa di questi lavori, la chiesa normanna dovette essere demolita.

Date le lamentele della Congregazione della Nazione dei Napoletani, la Regia Curia

“alium locum per oppositum ecclesie Virginis Marie de la Cathena prope menia maritima urbis pro fundando et ad opus costruendi et edificandi per ipsam Naccionem aliam ecclesiam Sancti Ioannis Battiste

Ossia due vecchi magazzini adiacenti la chiesa di Santa Maria della Catena. L’incarico di progettare il nuovo edificio fu affidato a Giuseppe Giacalone; nonostante il finanziamento di 400 onze, offerte dalla città di Palermo, le cospicue donazioni e i proventi tassa che dal 1546 i mercanti napoletani si obbligarono a pagare sulle merci in transito per Palermo e Termini nella misura di grani due per ogni onza di mercanzia, i lavori proseguirono molto lentamente, tanto che finirono nel 1617. A parziale giustificazione del ritardo, vi fu nel 1581 il prolungamento sino al mare del Cassaro, che costrinse alla demolizione di parte di quanto costruito: come conseguenza il portico assunse la sua peculiare forma a trapezio, i cui fornici sono semi-tamponati per motivi statici successivi al terremoto del 1823. Nel corso del XVIII secolo la chiesa fu decorata con stucco bianco e dorato da Procopio Serpotta

La chiesa veniva amministrata con le rendite pagate dagli stessi napoletani e non dipendeva dall’Ordinario ma dal Giudice della Regia Monarchia e nonostante la dedica a San Giovanni Battista, di fatto vi era onorato soprattutto San Gennaro, tanto che i reali borbonici nel 1799 la visitarono proprio nel giorno dedicato a tale santo.

Dal 1925 passò nelle mani della Confraternita della Carità, che la affittò alla Soprintendenza alle Gallerie e Opere d’Arte della Sicilia che la utilizzò come deposito annesso alla Galleria Regionale di Palazzo Abatellis. Recentemente è stata riaperta al culto e affidata all’Ordine dei Cavalieri del Tempio di Gerusalemme.

Se l’esterno, nonostante la splendida cupola ricoperta di maioliche, è alquanto anonimo e passa spesso inosservato al visitatore frettoloso, l’interno è degno di nota; a pianta rettangolare, è a tre navate con transetto e tre absidi; gli archi della navata presentano un lieve sovrassesto che conferisce leggerezza a tutta la struttura; i capitelli delle colonne sono stati realizzati ad opera di mastri intagliatori siciliani e sono diversi l’uno dall’altro.

Da notare la soluzione data al problema della realizzazione della cupola all’incrocio della navata centrale con il transetto, con la conseguente formazione di un elemento ottogonale, la cui costruzione è tipica del periodo rinascimentale.

Il pavimento settecentesco è rimasto soltanto nel transetto ed è realizzato in marmo policromo; l’originario pavimento in cotto può essere osservato in una piccola zona della navata laterale destra. Nel pavimento delle navate, realizzato in marmo bianco in occasione dei recenti restauri, si possono inoltre notare alcune lapidi fra cui quella che copre la sepoltura di un capo della congregazione il cui bassorilievo del busto si trova sulla parete destra.

Nella controfacciata in basso due edicole marmoree cinquecentesche e in alto il letterino per l’organo che era stato realizzato dal celebre organaro Raffaele La Valle, nella balconata si trovavano quindici quadretti con i Misteri del Rosario (oggi non più esistenti come anche l’organo) opere di Vincenzo Romano. Sull’altare maggiore, dove un tempo vi era una tavola con la “Madonna del Rosario”, fu poi posta una “Sacra Famiglia”. Adiacenti al presbiterio vi sono due cappelle: in quella di sinistra vi era il quadro con “L’Annunciazione” e in quella di destra la “SS. Trinità” (oggi alla Galleria Regionale di Palazzo Abatellis) entrambi di Giuseppe Albina detto il Sozzo. Notevoli quattro statue in stucco di Procopio Serpotta raffiguranti la Verginità, la Grazia, la Giustizia e la Fertilità. Nella navata destra vi sono, dietro una bella balaustra in marmi mischi, la cappella con decorazioni anch’esse in marmi mischi di S. Giovanni Battista con la statua in marmo gaginesca trasferita dall’antica chiesa, la cappella di S. Gennaro e quella di S. Rosalia.

Nella volta era un affresco dello Zoppo di Gangi raffigurante il titolare della chiesa. Oggi si presenta spoglia dei quadri che l’adornavano, resta solo la statua del Battista nel suo altare barocco, le statue delle Virtù, alcuni monumenti funerari tra cui quello dei Trabucco benefattori della chiesa e sull’altare maggiore una statua settecentesca lignea raffigurante La Madonna con il Bambino

In prossimità dell’ingresso sono addossate due scale, oggi non più praticabili, una delle quali conduceva alla cantoria, dallo splendido soffitto con travi dipinte.

Resilienza, tolleranza ed etica

Presentazione de Il Pugno dell’Uomo

Resilienza, termine di cui spesso si abusa. In origine, il suo ambito di applicazione era alquanto ristretto, limitandosi alla metallurgia: indica infatti la capacità di un materiale di resistere alle forze che vi sono applicate, l’esatto opposto della fragilità.

Progressivamente, il suo significato si è amplificato, indicando la capacità di un generico sistema complesso, che può essere qualsiasi cosa, la mente umana, un ecosistema, una società, a adattarsi a cambiamenti rapidi e invasivi.

Resilienza, nei giorni della Pandemia, significa accettare con responsabilità i sacrifici necessari per rallentare la diffusione del virus, al contempo sfruttando al meglio gli strumenti e le occasioni che ci sono date, per ricostruire, per quanto possibile, una nuova normalità.

Il mio amico Davide Del Popolo Riolo poteva smadonnare in tutte le lingue, piemontese compreso, per avere vinto il Premio Urania proprio nell’anno in cui non si possono presentare libri e organizzare convention. Eppure non si è perso d’animo e ieri, utilizzando Zoon, siamo riusciti a organizzare, non dico una presentazione, ma almeno una chiacchierata su Il Pugno dell’Uomo.

Chiacchierata in cui abbiamo coinvolto anche l’editor Anna Pullia, per dare visibilità a un lavoro ingrato, necessario e importante, che spesso non è valorizzato, né dagli autori, né dalle Case Editrici. Io con Anna ho lavorato più volte, per i racconti steampunk: ha tutta la mia ammirazione, dato che non sarei in grado di fare il suo mestiere.

Come lettore di sono bocca buona, non ho né occhio, né orecchio per comprendere e migliorare le sfumature del testo e della trama e non possiedo la pazienza e la tolleranza per sopportare le paturnie di quei bambinoni egocentrici che siamo noi scrittori.

Chiacchierata, quella su Il Pugno dell’Uomo, che ha toccati anche alcune tematiche portanti del romanzo: il primo è il rapporto con il Diverso, tra timore, tolleranza, dialogo e costruzione di un’identità condivisa. Paradossalmente, molte delle idee che ci siamo scambiati ieri sera, mi sono tornate in mente stamane, quando per caso, mi sono trovato davanti alle polemiche su Nadria Tucker, autrice della serie televisiva Superman & Lois che a quanto pare è stata licenziata in tronco per avere proposto che Martha e Jonathan Kent, i genitori adottivi di Sup, fossero di colore.

Se ci pensiamo bene, Kal-El, la cui storia è stata riscritta decine di volte nella sua lunga vita editoriale, è il diverso per eccellenza, l’alieno, proveniente da un pianeta di squinternati psicopatici, che tramite l’educazione adotta e interpreta i valori della società in cui per caso si ritrova per caso a vivere: può l’essere l’America rurale che cerca di reagire in qualche modo alla Grande Depressione, l’URSS di Red Sun, oppure la Germania nazista, come raccontato da Davide in Übermensch.

Se noi siamo legati a un Superman tradizionale, tutto Verità, Giustizia e Compassione, ciò che lo definisce è l’etica kantiana che segue, non chi gliel’ha insegnata: questi possono essere una coppia tradizionale di contadini del Kansas, una coppia gay della piccola borghesia afroamericana, una coppia lesbica coreana, due nativi americani, poco cambia. Anzi, queste variazioni sul tema darebbero spazio a tante, intriganti possibilità narrative: allora perché lettori e fan, invece di essere intrigati, hanno reagito malamente? Perché, sospetto, abbia ragione Davide, quando ne Il Pugno dell’Uomo ci fa sospettare che noi tolleriamo l’altro non per convenzione, ma per abitudine.

Cosa che ci introduce un altro tema fondamentale del suo romanzo, quello della banalità del Male. Concetto che fu elaborato da Hannah Arendt quando fu inviata dal New Yorker per seguire il processo a Adolf Eichmann: invece di trovarsi davanti un mostro assetato di sangue, si trovò davanti qualcosa di ben più inquietante.

Restai colpita dalla evidente superficialità del colpevole, superficialità che rendeva impossibile ricondurre l’incontestabile malvagità dei suoi atti a un livello più profondo di cause o di motivazioni. Gli atti erano mostruosi, ma l’attore – per lo meno l’attore tremendamente efficace che si trovava ora sul banco degli imputati – risultava quanto mai ordinario, mediocre, tutt’altro che demoniaco o mostruoso.

Un uomo banale e scialbo, incapace di comprendere che la sofferenza degli altri è anche la propria e di guardare oltre il proprio “particulare”, che per pigrizia e desiderio di uniformarsi alla media, ha delegato al Potere le sue scelte morali. Per Davide, questa lontananza dalla vera realtà e la mancanza di idee che deresponsabilizza il singolo e lo rende ingranaggio di una macchina, finalizzata a distruggere, è conseguenza dei Regimi Totalitari; ahimè, io sono assai più pessimista di lui e la vedo come una tentazione connaturata alla Natura Umana.

Reagirvi è la base di ciò che chiamiamo Etica…

Il Castello di Baia

Il promontorio che sovrasta Baia, nell’epoca tardo repubblicana, era sede di una lussuosissima villa, che continuò a essere frequentata sino all’età Flavia, cui sono da attribuire rari resti, per lo più piani pavimentali in cocciopesto tessellato e frammenti di intonaco di secondo Stile pompeiano – Padiglione Cavaliere – ed un tratto della rampa a tornanti usata per raggiungerne le pendici

Tanto la tradizione erudita quanto quella popolare tramandano anche i nomi dei proprietari di questa ed altre ville rintracciate in zona, che così vengono attribuite ora all’oratore Cornelio Dolabella, che qui pare avesse una sua dimora, ora a Giulio Cesare che, seguendo quanto tramanda lo storico Tacito, possedeva una villa posta in posizione dominante sul golfo di Baia. Pare che a questa villa vada attribuito anche il complesso di monumentali peschiere, come testimoniato sia dalle scene dipinte raffiguranti l’antica costa baiana, in particolare lo Stagnum Neronis e gli ostriaria, sia sulle cosiddette fiaschette puteolane, le bottiglie di vetro di produzione tardo antica vendute come souvenir ai turisti dell’epoca di passaggio nell’area.

Il luogo rimase abbandonato sino al 1495, quando gli Aragonesi, temendo più la minaccia turca che quella di Carlo VIII, con il senno di poi, possiamo spernacchiarli, ma nel 1480 Otranto era stata saccheggiata dalle truppe ottomane, lanciarono un ambizioso progetto di fortificazione delle coste del Sud Italia, affidato a Francesco di Giorgio Martini, che tra le tante cose, era anche uno dei principali architetti militari dell’epoca.

Francesco costruì, lo sappiamo grazie una xilografia del 1539, una fortezza ben diversa dall’attuale: si trattava di un altissimo mastio merlato a pianta quadrangolare, cinto da una cortina muraria rinforzata da torri angolari quadrate con base a scarpa e merlature. L’eruzione del 1538 del Monte Nuovo causò ingenti danni a questo castello aragonese, tanto che il viceré don Pedro Alvarez de Toledo decise di restaurarlo e rimodernarlo, dando alla pianta l’attuale aspetto a forma di stella e finanziando i i diritti di ancoraggio cioè il pagamento cui erano soggette le navi per ormeggiare nel porto di Baia.

Mai scelta fu più provvida: nel 1544 la fortezza e i suoi uomini riuscirono a respingere l’attacco del corsaro Khair Addin, detto il Barbarossa, forte di 150 vascelli e reduce dalla depredazione di Ischia. Nel 1707, essendo la fortezza difesa solo da 50 soldati, fu facile preda delle truppe austriache.

Il 1799 vedeva il Castello impegnato in una lotta mortale contro gli Inglesi, i quali il 17 giugno, mentre Francesco Caracciolo presidiava il canale di Procida, occuparono astutamente il Forte di Baia, sbarcati da imbarcazioni leggere, senza essere scorti se non quando ormai già troppo tardi.

Il 2 giugno del 1815, all’ombra del Castello faceva ingresso nel porto il vascello inglese “The Queen”, scortato da altre navi, a bordo del quale vi era Ferdinando IV di Borbone che ritornava sul trono dopo la caduta di Gioacchino Murat. Il re rimase a Baia fino al giorno 7 e risale proprio a questo suo soggiorno nella fortezza la nomina dei ministri di Stato e dei capi di corte: le direttive al nuovo assetto politico del Regno venivano tracciate a Baia.

Due anni più tardi, il re riceveva l’imperatore d’Austria Francesco II accompagnato dalla consorte e da un numeroso e qualificato seguito, tra cui vi era il famoso principe di Metternich. Il re offrì in quell’occasione un lauto pranzo nella sua residenza del Fusaro dopo aver fatto visita agli scavi di Cuma e dopo aver fatto ammirare dalla fortezza di Baia le bellezze del paese, delle quali più di tutti rimase ammirato il Metternich. Il fatto è testimoniato da una lettera che il principe mandò alla famiglia, nella quale esprimeva tutto il suo stupore davanti alle bellezze flegree.

Il 23 ottobre 1821 il Direttore della Segreteria di Guerra – Ramo Marina – prospettò al Governatore Militare della Piazza di Napoli la necessità di installare nel Castello di Baia e nell’isola di Nisida un impianto del telegrafo ottico di Charles Chappe, una sorta di antenna a più braccia, i cui movimenti permettevano di comunicare messaggi: benché fosse un’invenzione della Rivoluzione Francese, i Borboni furono tra i più entusiasti nell’adottarla.

Il 6 ottobre 1860 il Castello fu teatro di una delle ultime battaglie tra esercito piemontese ed esercito borbonico: dopo l’Unità d’Italia, con con Regio Decreto del 1887, venne escluso dalle fortezze dello Stato. Durante la Prima Guerra Mondiale, la fortezza fu utilizzata come carcere militare per i prigionieri di guerra austriaci.

Nel 1927 lo Stato ne dispose la concessione – con diritto di godimento perpetuo – al Reale orfanotrofio militare; nonostante questa destinazione d’uso, nel 1943 rischiò di essere demolito dai tedeschi. Secondo una tradizione locale, il Castello si salvò da questo destino grazie al custode, che corroppe i crucchi con venti litri di Falanghina e Piedirosso.

L’orfanotrofio militare rimase fino al 1975, anno in cui l’ente fu sciolto. Passato quindi alla Regione Campania, in occasione del terremoto dell’Irpinia del 1980 il castello fu occupato parzialmente per alcuni anni da famiglie terremotate. Nel 1984 è stato definitivamente consegnato alla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta perché diventasse sede del Museo archeologico dei Campi Flegrei.

Museo il cui percorso comincia con le sale dedicate a Cuma, in cui si traccia tutta la storia di una delle principali colonie della Magna Grecia a partire dei corredi tombali del villaggio esistente prima dell’arrivo dei calcidesi.

Alla città greca di metà VIII a.C., con corredi tombali di rango realizzati seguendo un rituale eroico secondo il modello del funerale di Patroclo raccontato nell’Iliade; a quella sannita di IV sec. a.C. ben rappresentata da una monumentale tomba a camera dipinta e soprattutto dal rarissimo fregio composto da un primo in terracotta dipinta con motivo vegetale di girali di acanto a rilievo, seguito da secondo fregio dorico con triglifi e metope dipinte con scende di Centauromachia in chiave sannita, ed un coronamento di antefisse in terracotta raffiguranti una teoria di Danaidi, il tutto proveniente dall’antico capitolium dell’area forense.

Alla fase ellenistico romana, un momento in cui Cuma è oramai pienamente assorbita nell’orbita dell’influenza di Roma, rimandano gli eccezionali reperti scultorei ed architettonici in tufo grigio, sempre provenienti dall’area del Foro, fra cui grande importanza soprattutto per la loro unicità sono i pannelli con maschere tragiche e comiche, trovati in posizione di crollo e provenienti dall’attico del settore sud-occidentale del Foro, lasciando ipotizzare che questo lato del foro potesse essere stato usato come naturale sede per spettacoli teatrali, una sorta di scenografia teatrale inserita permanentemente nell’apparato decorativo della piazza stessa.

Ampio spazio è poi dedicato alla “rinascita” augustea grazie alla quale la città viene a ricoprire un ruolo di primo piano nella storia del profugo Enea e quindi nella storia della gens Julia e di Ottaviano Augusto stesso. Eccezionali sono sia tutti gli interventi marmorei volti a cambiare il volto di Cuma, sia i reperti egizi ed egittizzanti provenienti da un piccolo sacello rinvenuto nella foresta di Cuma, ai piedi dell’Acropoli, sia soprattutto lo splendido gruppo marmoreo di piena ispirazione augustea generalmente interpretato come Psiche ed Eros ovvero Eirene e Plouto (la Pace e la Ricchezza). Le ultime sale di questa prima sezione topografica sono invece dedicate all’ultima fase di occupazione della città nel periodo bizantino, durante il quale l’abitato, fortemente ristretto alla sola acropoli, affronta l’immane colpo della guerra greco-gotica (535-553 d.C.).

Scendendo al primo piano delle ex camerate si entra invece nella sezione dedicata alla colonia romana di Puteoli, dove il percorso espositivo parte dal 194 a.C., anno della deduzione dalla colonia. Si viene subito messi a contatto con una realtà molto diversa rispetto a quella di Cuma. Pozzuoli era il porto di Roma, l’altera Dolus o Delus minor, la Porta dell’Oriente, come testimonia la ricostruzione della Grotta del Wady Minahy nel deserto egiziano, grotta in cui sono state trovate iscrizioni rupestri lasciate da commercianti puteolani o le tante dediche a divinità fenice, a Serapide e a Yahveh.

Nelle sale del Rione Terra sono esposti reperti riferibili alla decorazione architettonica del capitolium ed a quella scultorea di altri edifici pubblici del Foro di età augustea, fra cui figurano ritratti di membri della famiglia imperiale giulio-claudia, ma soprattutto una pregevole copia della testa dell’Athena Lemnia di Fidia e frammenti pertinenti a cariatidi e clipei, che hanno permesso di proporre una ricostruzione molto simile a quella dell’attico del Foro di Augusto a Roma.

Uscendo dalle sale dedicate a Puteoli e salendo verso il torrione di nord-ovest (Torre Tenaglia) si incontra un piccolo edificio, una volta sede della polveriera del castello, oggi riservato alla storia della colonia marittima di Liternum fondata nel 194 a.C. Hanno qui trovato il giusto spazio reperti provenienti sia da vecchi scavi sia quelli nuovi, eseguiti dalla Soprintendenza nelle aree del Foro e dell’anfiteatro, nei quartieri urbani e nelle necropoli.

Le ultime tre sezioni, sono dedicato Sacello degli Augustali di Miseno di cui parlerò le prossime volte, al ninfeo di Claudio e a una sorta di gipsoteca dell’antica Roma: un bottega di scultori di Baia, per motivi di studio e per facilitare la riproduzione di copie, si dedicò a collezionare calchi in gesso di originali greci in bronzo, ora perduti

Si possono quindi riconoscere frammenti della Persefone di Corinto (metà del V sec. a.C.), delle Amazzoni di Efeso (440-430 a.C.), dell’Afrodite tipo Hera Borghese (circa 420 a.C.), dell’Apollo del Belvedere (circa 330 a.C.) e del secondo Gruppo dei Tirannicidi di stile severo (477 a.C.), opera di Crizio e Nesiote. Frammenti che ci hanno permesso di conoscere meglio l’antica scultura greca.

Mangiare nel Paleolitico

Come molti sanno, più di un anno fa ho cominciato una dieta ferrea, seguita ovviamente da un nutrizionista, che mi ha portato a perdere 5 taglie e più di 50 kg. La cosa buffa, in questo periodo, è la quantità industriale di pareri ricevuti da amici, parenti e lontani conoscenti su cosa mangiare o non mangiare.

I più fomentati, con mia somma sorpresa, erano i sostenitori della teoria della dieta paleolitica, una teoria lanciata per la prima volta dal gastroenterologo Walter Voegtlin nel 1975, secondo cui l’uomo avrebbe regolato il suo patrimonio genetico, e quindi la sua fisiologia, mangiando principalmente carne magra e verdure durante il paleolitico (periodo che va da 2.5 milioni a 10 mila anni fa). Con l’avvento dell’agricoltura e dell’allevamento, e l’introduzione massiccia di nuovi alimenti come cereali, latte e derivati, l’uomo non sarebbe riuscito bene ad adattarsi. Da qui avrebbe origine lo sviluppo delle malattie tipiche della civilizzazione, come obesità, diabete e carie.

Tesi che ha un motivo di essere per le peculiarità della dieta americana, in cui i loro carboidrati sono ad alto indice glicemico, basti pensare che in media, negli USA, su 100 grammi di pane ve ne sono 10 di zucchero, ma che oltre a non essere estendibile ad altre culture, si scontra con i dati di fatto provienti dalla Paleantropologia.

Gli ominidi erano uno sproposito di specie, ognuna associata a una specifica nicchia ecologica: per cui, ipotizzare che mangiassero tutti la stessa cosa, è una forzatura eccessiva. Ad esempio, l’analisi delle fitoliti (strutture delle piante che spesso restano intrappolate nei denti), insieme all’esame della composizione chimica dei denti l’Australopithecus Sediba che vive 1,98 milioni di anni fa in Sud Africa ai margini delle prateria, mostrava una dieta variegata e assai simile a quella dello scimpanzè, composta di frutta, semi, noci, foglie, fiori, insetti e miele. Lo stesso si può dire per i suoi predecessori, l’Afarensis, vissuto tra i 4 e i 3 milioni di anni fa, e l’Africanus, vissuto invece tra 3 e 2 milioni di anni fa

L’Australopithecus garhi, che viveva in Etiopia 2,5 milioni di anni fa, invece consumava carne, sia cacciando, sia saccheggiando carcasse in concorrenza con gli avvoltoi e gli sciacalli. L’Australopithecus bahrelghazali che viveva in Ciad 3,5 milioni di anni fa, mangiava probabilmente pesce e molluschi.

I Paranthropus,vissuti in Africa centro-orientale fra i 2,7 e circa 1 milione di anni fa, avevano una dieta vegetariana, molto simile a quella dei nostri gorilla: in particolare il Boisei consumava quantità industriali di tuberi ed erbe tenere.

Passando ai nostri diretti antenati diretti, gli Homo abilis ed Erectus, questi avevano una dieta assai flessibile, dipendente dagli habitat e dalla disponibilità degli alimenti: in pratica mangiavano tutto ciò che capitava loro a tiro: probabilmente questa flessibilità è stata la chiave della loro sopravvivenza evolutiva, anche a fronte dei cambiamenti climatici che hanno messo in crisi il loro parentado.

E lo stesso si può dire dei Neanderthal, che noi immaginiamo sempre impegnati in grandi abbuffate a base di mammuth: a quanto pare, quelli che abitavano nelle foreste erano essenzialmente vegetariani, mentre quelli delle steppe consumavano, dalle analisi delle placche dentali, alimenti ricchi di amido gelatinizzato, una trasformazione che avviene solo quando si cucinano dei cereali.

Infine, i nostri nonni Sapiens Sapiens, grazie alle macine ritrovate in siti archeologici di 30 mila anni fa in Italia, Russia e in Repubblica Ceca, usavano mangiare il pane e le farine migliaia d’anni prima rispetto all’invenzione dell’agricoltura. Per cui, nel Paleolitico, per scherzare, era già praticata la dieta mediterranea…