Così parlò Zoroastro (Parte I)

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Se dovessimo essere cattivi, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam, più che abramitiche, dovrebbero essere definite religione zoroastriane, dato che queste riprendono e ampliano i concetti e le idee del grande mistico e saggio Zarathuštra, di cui ahimé, purtroppo, sappiamo ben poco.

Abbiamo addirittura idee ben confuse quando sia nato: di fatto, gli studiosi pur concordando sul luogo della sua nascita, la Battriana, quando si tratta di fissere una data, si divertono a tirare i numeri. La maggior parte di loro, lo colloca tra l’XI e il VII secolo a.C.

Altri, con parecchia fantasia, ritengono addirittura plausibile una sua collocazione nell’Età del Bronzo tra il XVIII e il XV secolo a.C.

Delle tante ipotesi sulla sua vita, cito forse quella, dal punto di vista letterario, più affascinante, scritta da Gerhard Schweizer

Oggi – dopo complessi studi linguistici e comparazioni di testi antico-iraniani – la maggior parte dei ricercatori è arrivata alla conclusione che Zarathustra dovrebbe essere nato attorno all’anno 630 prima dell’epoca cristiana nella città di Battria. Di conseguenza non era un persiano bensì un battriano, come allora si chiamavano gli abitanti della regione. Ma apparteneva come i persiani agli Arya, la grande stirpe indoeuropea che a partire dal terzo millennio prima di Cristo si era spinta ininterrottamente dall’Asia centrale verso sud. Il nome Arya (oggi arii o ariani) se lo erano scelto gli stessi bellicosi nomadi; significa “i nobili” e doveva rendere evidente il distacco che volevano frapporre tra loro e i popoli sottomessi. Alcune tribù erano penetrate in India attorno al 1900 prima dell’epoca cristiana ed avevano fondato nel corso di dieci generazioni il sistema di caste degli indù, altre tribù erano confluite nello stesso periodo nei grandi altipiani disabitati, con steppe e deserti, montagne e fertili valli, in quel paese che alla fine si chiamerà “Iran”, “paese degli ariani”. Il nome di Zarathustra rivela la sua discendenza da una famiglia di ricchi allevatori, tradotto significa “l’uomo dai vecchi cammelli”. Suo padre si chiamava Porushaspa, “quello dei destrieri balzani”, come sta scritto nei frammenti a noi pervenuti dell’Avesta, la bibbia di Zarathustra. Se si vuole prestar fede alla leggendaria tradizione dell’Avesta, Zarathustra fu il terzo figlio di una distinta famiglia nobile, gli Spitama, che ebbero cinque figli. Il padre sembra esser stato sacerdote di un clan di nobili allevatori che non avevano alcun tempio e offrivano i loro riti sacrificali all’aperto, nella steppa. Influenzato spiritualmente dalle tradizioni nomadi della sua tribù e dalla vita cittadina di Battria, fu destinato, ancora molto giovane, a seguire le orme del padre, a diventare lui pure sacerdote. Ma di quale religione? Le testimonianze scritte del tempo sono poche, ma bastano a delineare un quadro sufficientemente chiarificatore. Gli iraniani dai battriani ai medi fino ai persiani – suddividevano i loro dei in due classi: le divinità superiori della luce che abitavano nel cosmo, gli ahura, e gli spiriti inferiori che dimoravano nella terra, nel vento, nell’acqua e nel fuoco, i daeya. Nessun uomo però si sentiva in grado di comprendere razionalmente l’autorità di tali dei, talvolta li si percepiva senza un motivo ben identificabile come amici e soccorritori, altre volte crudeli e distruttori. Mancava ancora un profeta che, col suo messaggio, delineasse in quell’insondabile complesso di divinità un ordine profondo e illuminante.

Gli iraniani potevano solo sperare di rendere clementi quegli dei misteriosi e inquietanti tramite canti di lode e doni sacrificali. Nei loro solenni rituali doveva scorrere abbondante sangue di tori e di buoi, per lenire il terrore di un destino incommensurabile. I sacerdoti e il popolo bevevano, in determinate occasioni, una bevanda inebriante che portava il nome del loro dio dell’estasi, Haoma, e con danze ritmiche interminabili cadevano in trance per percepire, sia pur per brevi momenti, l’incantevole ebbrezza dell’immortalità, come i loro dei. Zarathustra si accorse ben presto dell’inadeguatezza di tali rituali, dato che all’età di vent’anni abbandonò la sua patria e parti in solitudine. Lui, che si nominava uno zaotar, poeta sacro e predicatore, voltò le spalle al mestiere di sacerdote. Dieci anni, forse anche vent’anni, dovettero durare le peregrinazioni del religioso viandante. Nell’Avesta troviamo scritto soltanto che alla fine, sul fiume Daitya, gli apparve un angelo e si sarebbe verificato uno dei più fecondi avvenimenti per la storia delle religioni. Zarathustra ebbe la visione della lotta cosmica tra le forze del bene e del male, tra Dio e Satana; poi della resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale e della continuazione dell’esistenza dopo la morte, nel paradiso o nell’inferno – tutto ciò molto prima che i profeti di altre religioni annunciassero gli stessi principi.

Se le supposizioni degli storici sono esatte questo è avvenuto negli anni che vanno dal 610 al 590 prima dell’epoca cristiana. Quindi seicento anni prima di Cristo e mille e duecento anni prima di Maometto, ma seicento anni dopo Mosé. Sul fiume Daitya apparve – cosi raccontano le Gàthà – al religioso viandante, dopo lunghe meditazioni, l’angelo Vohu Manu “animo buono” avvolto in uno splendido mantello di luce che lo condusse al trono del dio Ahura Mazdah “signore saggio”. Zarathustra salutò il dio con un inno che culminava con le parole: “…io bramo, con queste mie parole, conoscerete, di tutti il più saggio, il creatore di ogni cosa per tramite dello Spirito santo”. Passarono diversi anni prima che Zarathustra, dopo quella visione, uscisse dalla solitudine iniziando quindi a predicare nella capitale della sua patria. La gente lo ascoltava senza troppo interesse, i sacerdoti e i nobili lo respingevano duramente. Pochi furono i seguaci che si strinsero attorno a lui e lo accompagnarono nei suoi viaggi di predicazione sulle piazze dei mercati nelle città, nei paesi e negli accampamenti di tende. Dopo anni di delusioni e di persecuzioni lasciò Battria e coi pochi suoi discepoli andò nel regno di Corasmia. Il re Vistaspa lo accolse benevolmente, tenne lunghe conversazioni con lui e si convertì alla nuova fede: fu un successo decisivo. I nobili a corte seguirono ben presto l’esempio del re, così fecero pure i sacerdoti. Zarathustra poté‚ iniziare la sua opera.

Sotto la protezione del re fece costruire davanti alle porte della città il suo famoso tempio del fuoco al cui altare, all’aperto, i sacerdoti intonavano canti e catechizzavano il popolo. Non c’era più bisogno di sacrificare vittime animali per rendere benevoli gli dei. Chi agiva secondo i precetti del “saggio signore”, Ahura Mazdah, cioè rettitudine, laboriosità e onestà, poteva sperare nella grazia divina per l’avvenire. Keshmar divenne la residenza di Zarathustra e in quella città affluirono i curiosi per ascoltare le sue prediche, da lì partirono i suoi allievi come missionari nelle province lontane e in altri regni. Ciò nonostante non mancarono le difficoltà e gli ostacoli. La casta dei nobili sacerdoti, da lungo tempo insediati nella città, rimase testardamente fedele alla religione preesistente e si coalizzò con i principi degli stati vicini contro il riformatore. La guerra che segui fu fatale al fondatore della religione e al suo protettore, il re Vistaspa. Zarathustra rispose ai suoi avversari non meno bellicosamente, come indica un passo delle sue prediche in versi a noi pervenute: “Nessuno di voi presti ascolto alle parole e alle istruzioni del servo della menzogna perché‚ costui getta la casa e il paese, la provincia e lo stato in miseria e rovina. Quindi opponetevi a lui con le armi!”. Si arrivò così alla prima guerra di religione sul territorio persiano. Per Zarathustra terminò in una catastrofe. Le truppe nemiche, quando penetrarono nella capitale, bastonarono a morte il vecchio di settantasette anni prima di doversi ritirare in fuga. Zarathustra mori da martire – come tanti padri fondatori di religioni. Avvenne attorno all’anno 553 a.C.

Brano molto bello, ma che però si scontra con quanto raccontano le fonti greche: è stato infatti Xanto di Lidia a citare per primo, nel V secolo a.C., il profeta iranico nel mondo greco. Utilizzando il nome Ζωροάστρης (Zōroástrēs) derivato da un’alterazione del nome originario. Arnobio sostenne che Ctesia di Cnido indicò in Zōroástrēs un re della Bactriana.

Platone, in un dialogo ritenuto però spurio dalla maggioranza degli studiosi, dice che in Persia:

«A quattordici anni il ragazzo viene affidato ai cosiddetti pedagoghi reali: essi vengono scelti tra i quattro Persiani, nel fiore dell’età, considerati migliori, per sapienza, giustizia, temperanza, coraggio. Di questi, il primo gli insegna la magia di Zoroastro, figlio di Oromasdo (ossia il culto degli dèi) e l’arte di regnare»

Plinio sostenne che il discepolo di Platone, Eudosso di Cnido, erudito e geografo, descriveva la dottrina di Zōroástrēs come fondata sulla morale, precedente a quella degli Egizi, e che tale personaggio visse seimila anni prima di Platone. Per cui, è ipotizzabile che rispetto a quanto ipotizzato da Schweizer, la sua vita debba essere anticipata di almeno un secolo…

2 pensieri su “Così parlò Zoroastro (Parte I)

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