Pirro (Parte VII)

Pirro, nel dichiarare guerra a Roma, aveva scommesso su due ipotesi di scenario: il primo è che l’Urbe avesse maggiore interesse nell’espandersi ai danni degli Etruschi e dei Galli. Il secondo è che non avesse sufficiente risorse umane da potere combattere diversi nemici su più fronti. Purtroppo per lui, entrambe le ipotesi si rilevarono errate.

I Romani, infatti, mobilitarono otto legioni. Queste comprendevano circa 80.000 soldati divisi in quattro armate: la prima armata, comandata dal solito Barbula, si stanziò a Venosa per impedire ai Sanniti e ai Lucani di congiungersi con le truppe di Pirro. La seconda fu schierata a protezione di Roma nell’eventualità che Pirro tentasse di attaccarla, con un colpo di mano. La terza, comandata dal console Tiberio Coruncanio, aveva il compito di attaccare gli Etruschi per scongiurare che si alleassero con Pirro. L’ultimo, invece, comandata da Publio Valerio Levino, avrebbe dovuto attaccare Taranto ed invadere la Lucania.

Pirro, dinanzi a tale spiegamento di forze, essendo anche privo di adeguate artiglierie d’assedio, invece di marciare con un rapido raid verso Roma, per intimorire il Senato e costringerlo alla pace, decise di azzardare un diverso piano strategico; avanzare per linee interne, battendo separatamente e in momenti distinti le diverse armate romane. Le perdite inflitte all’Urbe l’avrebbero così costretta a scendere a patti.

Nel frattempo, però il console Levino invase la Lucania allo scopo di raggiungere due distinti obiettivi strategici: impedire alle armate dei Lucani e dei Bruzi di unirsi all’esercito di Pirro e bloccare la sua avanzata verso sud, scongiurando in questo modo una sua alleanza con le colonie greche di Calabria. Ovviamente, Pirro, in vista della sua prossima campagna contro i Cartaginesi e poi contro i Macedoni, aveva proprio necessità dei mercenari italici e del denaro italiota. Di conseguenza, per lui era necessario eliminare dallo scenario per prima l’armata di Levino.

Per cui, il re dell’Epiro decise di accamparsi e di attendere i Romani nella piana lucana situata tra le città di Eraclea, la nostra Policoro e di Pandosia, la nostra Anglona, frazione di Tursi, dove fu ucciso Alessandro il Molosso, nei pressi della riva sinistra del Sinni, all’epoca navigabile, in modo da sfruttare il fiume a proprio vantaggio contando sulle difficoltà che i Romani avrebbero avuto per attraversarlo.

Dato che però il suo obiettivo principale era la Sicilia ed era abbastanza consapevole delle difficoltà di rimpiazzare suoi veterani caduti in battaglia, Pirro cercò in qualche modo di trovare un compromesso con i Romani. Inviò quindi alcuni diplomatici al cospetto del console romano Levino per proporgli una mediazione nel conflitto tra Roma e le colonie della Magna Grecia. Se ci fosse stato un altro generale, probabilmente un compromesso si sarebbe trovato; ma Levino era a libro paga del partito filo campano, per cui, qualsiasi accordo, pena la scomparsa politica di tale fazione, era impossibile.

Pirro, udito ciò, cavalcò lungo il fiume per spiare i nemici. Meravigliandosi della disciplina militare romana e dell’ordine con cui era disposto l’accampamento, si voltò verso Megacle, uno dei suoi più fidati ufficiali, esclamando, secondo Plutarco

Questa disposizione dei barbari, Megacle, a me non pare barbara, ma vedremo le opere loro

Inoltre, da buon tattico, si era anche reso conto come le salmerie romane scarseggiassero: di conseguenza, il tempo lavorava a suo favore. Le truppe romane consistevano infatti in circa 19.000 soldati suddivisi in:
a) 2 legioni di cittadini romani e 2 alae di socii, composte ciascuna da 4.200 fanti per un totale di 16.800 combattenti.
b) 600 cavalieri legionari e 1.800 alleati pari a 2.400 complessivi, alcuni dei quali posti a difesa dell’accampamento e che non presero parte ai combattimenti iniziali.

Pirro invece, invece disponeva di circa 28000 uomini, così articolati:
a) 3.000 hypaspistai (“scudieri”), opliti scelti armati con una lancia un po’ più lunga della consueta dory in uso agli opliti greci ed una spada, che proteggevano i fianchi della falange sotto il comando di Milone di Taranto. A differenza degli altri diadochi ed epigoni, che abolirono tale corpo, Pirro, imitando Alessandro Magno, lo mantenne in piena efficienza, per aumentare la flessibilità strategica del suo esercito.
b) 3.000 cavalieri: “Amici del Re”, Epiroti, mercenari dell’Ellade e alleati d’Italia
c) 14.000 fanti Epiroti e Macedoni disposti a falange
d) 2.000 arcieri cretesi
e) 500 frombolieri di Rodi, ossia soldati armati di una particolare fionda che scagliava proiettili anche a 400 metri di distanza. In genere portavano con sé una borsa a tracolla con i proiettili di pietra, argilla o palline di piombo a forma di prugna del peso di 20-50 grammi, la cui forza d’urto poteva anche sfondare un elmo, arrecando ferite letali agli avversari.
f) 3.000 opliti (“scudi bianchi”) di Taranto
g) 3.000 peltasti mercenari Messapi, una sorta di opliti leggeri, che potevano fungere anche da lanciatori di giavellotti.

Infine, la sua arma segreta: 20 elefanti da guerra

Nell’ipotesi, assai razionale, che i romani volessero evitare uno scontro combattuto in condizioni di grossa inferiorità numerica, Pirro si convinse che gli sarebbe bastato aspettare, affinché la fame, li costringesse a sloggiare. Il problema è che per Levino, per motivi di politica interna, non fare perdere la faccia ai suoi padrini politici, non poteva certo ritirarsi senza combattere: per cui, il console decise di agire proprio secondo lo scenario che Pirro riteneva meno probabile, ossia dando battaglia.

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