I fratelli Lupinus

Pier Luigi Manieri è tante cose: curatore di eventi, ai suoi tempi è stato capace di trasformare l’Elsa Morante, trascurato dall’attuale amministrazione, in uno centri propulsivi dell’avanguardia romana. Saggista e cultore della materia cinematografica, ad esempio ha scritto l’affascinante monografia “La Regia di Frontiera di John Carpenter”, scrittore, suo è “Roma Special effects -di vampiri mutanti supereroi e altre storie” una raccolta di racconti ambientati ovviamente nell’Urbe, curatore di antologie.

Per un suo progetto, dedicato all’ucronia, di futura pubblicazione, ho cominciato a scrivere Io,Druso… Ahimè, purtroppo, mi sono lasciato prendere la mano e quello che doveva essere un racconto, si è trasformato in un romanzo.

Oltre a fornire il la alla sua scrittura, Pier è importante per un altro motivo, in questo romanzo… Anni fa, quando il poverino si trovò trascinato nel mio matrimonio, tra un brindisi e l’altro, vedendosi entrambi in ghingeri e piattini, cominciammo a scherzare e straparlare.

Così ci inventammo due personaggi letterari, due piccoli delinquenti romani, di epica cialtroneria, che, per darsi un tono, si atteggiavano a gangster, addirittura americanizzando il loro cognome: i fratelli Wolf.

A mo di scherzo, sia io, sia Pier, li abbiamo infilati in quasi tutti le nostre fatiche letterarie: ovviamente, Io, Druso non poteva fare eccezione: così, ho ricreato la loro versione nel mondo di De Bello Alieno, i famigerati Lupinus.

Di seguito, il primo dei brani in cui appaiono questi fenomeni da baraccone

Con tutta sincerità, i primi giorni furono assai noiosi: non è che si notasse così tanta differenza dalla Campania Nova, trascurando il fatto che si vedessero sempre meno conifere e sempre più latifoglie. In più, gli aborigenes locali, intimoriti dal nostro spiegamento di forze, badavano bene dal farsi vedere in giro. Le cose cambiarono dopo una decina di giorni. Eravamo appena sbarcati in una piccola baia. Annoiato, decisi di prendere in giro Ordenius.

“Certo, questo è un posto per pescare assai migliore di quello per cui avevamo ai ferri corti a Misenus Novus…”.

Mi aspettavo un sorriso o un insulto, non certo il gesto di tacere.

“Guarda là, Claudio”.

Diressi lo sguardo nella direzione indicata dal frisone, trovandomi davanti il fumo di un focolare.

“Grazie agli dei! Ero stanco di non vedere un’anima viva”.

Ordenius scosse il capo, di fronte al mio entusiasmo.

“Calma, non abbiamo idea di cosa ci potremmo trovare davanti”.

Attaccai a ridere senza ritegno.

“Sì, qualche indigeno ancora più strano della media!”.

Dinanzi alla mia ostinazione, Ordenius cedette e diede ordine ai frisoni, armati di tutto in punto, di avanzare. Io mi posi alla loro testa, quando qualcuno pose una mano sulla mia spalla. Era Valeria.

“Claudio, ha ragione il nostro amico veterano… Potrebbe essere pericoloso”.

I nostri ausiliari, sentendo le sue parole, si fermarono di colpo. Per rassicurare tutti, cercai di parlare con tono pacato.

“Ho i miei dubbi… Con me ci sono uomini coraggiosi, armati sino ai denti… Poi, al massimo, incontreremo qualche aborigeno spaurito. È la buona occasione per capire chi possa abitare queste terre, anche se, a essere sincero, non mi aspetto grandi sorprese. Potranno parlare strano, avere tra i capelli penne di altri uccelli, tatuarsi il viso in maniera differente, ma sempre iperborei sono, no?”.

Rincuorati dalla mia battuta e dal mio procedere spericolato, anche gli altri tornarono a seguirmi, con maggiore cautela, finché non ci trovammo in una radura, dove due cacciatori, uno alto e magro, l’altro basso e tozzo, erano impegnati nell’arrostire un cervo. Il profumo mi fece venire l’acquolina in bocca. Per presentarmi, feci il segno che indicava

Vengo in pace

Presso le tribù iperboree, accompagnato, a scanso di equivoci, da una decina di fucili puntati. I due cacciatori ci guardarono perplessi, per poi agitare le braccia come ossessi, in segno di saluto.

“Demetrio, figlio indegno di un’etera pustolosa, come sei finito in queste terre desolate?”.

Ci girammo tutti verso il mio liberto, che si cominciò a scompisciarsi dal ridere.

“Ma non ci credo! Gaius e Vibius Lupinus, brutti istrici puzzolenti, va bene che dovevate cambiare aria, ma non avete esagerato?”.

Cercando di mantenere un contegno, mi rivolsi a Demetrio, cercando di attirare la sua attenzione

“Ehm, conosci quei due?”.

Demetrio mi guardò come se avessi perso il ben dell’intelletto.

“Ovvio, sono stati miei soci per anni… “.

Il più basso dei due tizi accennò un inchino.

“Vibius Lupinus, per servirvi… Io sono il fratello furbo, mentre Gaius è quello bello e affascinante. Ancora non l’avete gettato ai leoni, quel perditempo di Demetrio?”.

Il mio liberto fece loro una linguaccia.

“Sempre dopo di voi, bastardi”.

Gaius, con aria preoccupata, mi si avvicinò, dicendo

“La vostra presenza non ha nulla a che vedere, con una certa questione relativa a un elisir contro tutti mali e per la ricrescita dei capelli, vero?”.

Vibius quasi sbilanciò il fratello, dandogli un’energica pacca sulla spalla

“Ma cosa dici mai Gaius! Ma ti pare che tali patrizi, nobili esponenti dell’ordine senatoriale, possano sprecare il loro prezioso tempo per una minuzia del genere?”.

Demetrio anticipò la mia risposta.

“Infatti, state sereni amici miei! Abbiamo ben altri pensieri, che gli equivoci di cui sicuramente siete stati vittime. Siamo impegnati, per la gloria della Repubblica, in un lungo viaggio di esplorazione, per scoprire gli estremi confini dell’Iperborea”.

Gaius distese le rughe del viso e Vibius ridacchiò, tornando a parlare.

“Allora siamo colleghi! Anche noi siamo esploratori! Si dice che oltre le Montagne Azzurre, scorra un grande fiume, che pare sia chiamato il Padre delle Acque. Si narra che, sulle sue rive, fenici ed egiziani abbiano fondato città ricche d’oro, di incenso e di avorio. Noi vogliamo raggiungerle, per stabilire dei commerci con queste, per l’onore nostro e la ricchezza dello Stato. Per cui, festeggiamo il nostro incontro e invochiamo il buon esito delle nostre imprese”.

Così cenammo assieme, bevendo e raccontando storie, finché non giunse il tempo di tornare a bordo. Dopo i saluti, mi avvicinai a Demetrio.

“Allora?”

Il mio liberto si fermò, a guardare la luna.

“Sono tra i più grossi cialtroni che abbia mai conosciuto, il che è tutto dire. Non sono neppure convinto che siano veramente fratelli e che quelli siano i loro veri nomi. Lavoravano da me, quando avevo aperto una bisca clandestina a Misenus Novus. Vibius truccava i dadi, Gaius convinceva con le buone o con le cattive i recalcitranti a pagare i debiti di gioco. Poi, quando ho cambiato il mio genere d’affari, loro si sono messi in proprio, impelagandosi in imprese sempre più bislacche. Pensa che almeno ogni due anni, si dirigono verso occidente, alla ricerca di Sesto Pompeo”.

Mi diedi una pacca sulla fronte.

“Hercle , non sono quei tizi del contrabbando di fucili? Me ne accennò una volta Metacomet…”.

Il mio liberto mi rispose con un’alzata di spalle.

“Temo proprio di sì”.

Mi girai a guardare per l’ultima volta quei due tizi, che si stavano preparando a trascorrere la notte nelle braccia di Morfeo.

“Demetrio, in tutti quei viaggi, hanno mai tirato fuori un ragno dal buco?”.

Il mio liberto scosse il capo.

“Ma quando mai! Ogni volta che ritornano, sporchi di polvere, puzzolenti come maiali e con le tasche vuote, provano a propinarmi una storia diversa, nella speranza che gli conceda un prestito, per intraprendere una nuova demenziale impresa. Claudio, pensa che l’ultima volta mi hanno raccontato come Sesto Pompeo avesse conquistato le sette città d’oro di Cibola, abitate da uomini simili alle scimmie, e stesse raccogliendo un esercito, armato di spade di luce e di cannoni che sparano lava e fiamme dal calore insopportabile. Insomma, tutto possiamo dire di loro, tranne che manchino di fantasia”.

Quasi inciampai, salendo sulla lancia.

“E come ci sono finiti qui, codesti strampalati figuri?”.

Demetrio, che fu assai più agile di me a salire a bordo, riprese il suo racconto.

“Da quello che so io, a Nova Stabia, si spacciarono per medici, proponendo come cura per ogni male salassi e purghe, per ristabilire il giusto equilibrio degli umori”.

Sorrisi, pur essendo sballottato da una parte e l’altra dalle onde.

“Non è che si differenziassero molto da quelli veri”.

Demetrio si spostò nel centro della barca.

“Senza dubbio alcuno, solo che a questi rimedi tradizionali, aggiunsero una sorta di elisir, ottenuto dall’olio di roccia che ogni tanto sgorga nell’entroterra di Campania Nova, dal sapore orribile, che provocò un colossale mal di pancia in tutti gli abitanti di Nova Stabia. Per non essere linciati, dovettero scappare in fretta e furia e non se ne ebbe più traccia, sino a oggi”.

Sospirai, vedendo l’Argo sempre più vicina.

“Quindi la storia dell’esplorazione, Demetrio? Come loro solito, erano alla ricerca del figlio di Pompeo Magno e hanno avuto paura che tu li prendessi in giro?”.

Il mio liberto fece una strana smorfia.

“Conoscendo quelle due teste matte, non lo escluderei a priori… Però, ogni tanto, si impelagano in imprese ancora più folli. Anni fa, entrambi partirono verso Nord, Gaius vestito da uomo medicina, Vibius da suo servitore, assieme al solito carico di fucili, che hanno l’abitudine di tenere ben nascosto nel sottofondo di un carro. I nostri legionari, lo sanno, ma sono ben pagati per girare lo sguardo da un’altra parte.Qualche giorno dopo avere superato la frontiera, entrarono nel territorio degli Abenaki e colsero al volo l’occasione, presentatagli lungo la strada, di partecipare ad una piccola scaramuccia tra tribù rivali.

Schierandosi dalla parte di colori che parevano più deboli e aiutandoli a vincere, li avevano costretti ad accompagnarli al loro villaggio, dove Vibius, per festeggiare la vittoria, aveva inscenato un farsesco omaggio alle divinità locali, millantando una particolare familiarità col feticcio più grande; quindi, domandato a gesti del cibo, aveva accettato solo quello che gli veniva offerto dai sacerdoti e dal capo del villaggio, ottenendo con le sue pantomime di essere creduto un’incarnazione divina. Reclutati ed addestrati alcuni guerrieri e conquistato un secondo villaggio, i due cialtroni si improvvisarono pacificatori e legislatori, autoproclamandosi re e primi oratori”.

Con un poco di fatica, riuscii a salire sull’Argo. Appena Demetrio mi raggiunse, mi rivolsi a lui.

“E perché sono tornati tra noi romani, invece di godersi i frutti delle loro conquiste?”.

Il mio liberto sospirò.

“Perché quei due somari non sapevano che, presso gli Abenaki, vi era l’abitudine di sacrificare ogni due anni i loro capi al Grande Spirito, affinché il loro sangue fecondasse la Terra e la rendesse prospera. Appena se ne accorsero, scapparono più di fretta che di paura”.

Ovviamente, oltre a celebrare un mio antenato, che campava vendendo lunari ed elisir, omaggio uno dei racconti che più ho amato da ragazzo, l’Uomo che volle farsi re di Kipling…

In fondo

Tutto iniziò su un treno, nella tratta che va da Ajmir a Mhow…

Un pensiero su “I fratelli Lupinus

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