San Filarete l’Ortolano

Diffusione del dialetto Greco-Calabro

Nell’immagine con cui apro questo post, è raccontata, meglio di mille parole, la progressiva scomparsa della lingua greca in Calabria. In età angioina, questa veniva usata in una vasta area, compresa tra Seminara, Taurianova, la valle del Mésima e l’altopiano del Poro. Verso la metà del XVI secolo la lingua greca era stata eliminata nel bacino del Petrace, in particolare nell’alta valle del Duverso e del Tasi. Nel corso del secolo successivo il fenomeno regressivo interessò talune valli del versante occidentale dell’Aspromonte che incombono sullo Stretto di Messina, come ad esempio le fiumare di Catona e di Gallico.

Nel corso del XIX secolo la perdita dell’antico idioma interessava centri come Pentedattilo, Africo, Brancaleone, Motta San Giovanni, Montebello Ionico, San Lorenzo; aree del versante ionico dell’Aspromonte. Nei primi decenni del XX secolo il fenomeno regressivo ha interessato i comuni di Palizzi, Staiti, Cardeto, Roccaforte del Greco, Amendolea e Condofuri. Alla sostituzione linguistica con i dialetto romanzo, favorita dalla politica e dalle gerarchie ecclesiastiche, si è associata anche un’operazione di cancellazione della memoria storica e culturale, volta a fare cadere nell’oblio il ruolo avuto da Rhegion e dal ducato di Calabria nell’impero dei rhomanoi. Così, parlare dei santi greco calabri è anche recuperare questi frammenti perduti della Storia.

filarete

Oggi è il turno di Filarete l’Ortolano; come avviene spesso in questi casi, i vari biografi non sono concordi sulle sue origini. i cattolici e una minoranza di ortodossi sostengono che fosse di origine palermitana; alcuni apologeti sostengono che egli sia nato nella zona del Val Demone, territorio ricompreso tra la provincia montuosa di Messina, Caronia e Catania, il cui nome deriva dall’iqlīm di Dimasc, un’unità amministrativa che prendeva il nome dalla perduta città di Demenna.

Secondo lo studioso e orientalista Michele Amari sarebbero da ricercare nella lingua greca, in particolare egli suppose che potesse derivare dal nome con il quale erano indicati gli abitatori di quel territorio, durante la conquista araba e cioè “perduranti” o “permanenti” (forse nella fede o nell’Impero), in quanto deriverebbe dal participio presente del verbo διαμένω (permanere, perdurare) del greco bizantino, ossia tondemenon, termine che diede nome al vallo e al contempo ad un fortilizio divenuto in seguito città in seguito chiamata Demona o Demenna. Significativo il fatto che una gola presso Rometta, capitale del thema di Sikelia non ancora dissolto, viene chiamata in un documento del 963 “Dimnasc” (la quale pronuncia sarebbe dimnaʃ) Per cui Filarete sarebbe nato in una delle persistenti aree ellenofone della Sicilia sotto la dominazione araba.

In ogni caso, dal bios scritto dal monaco Nilo, sappiamo che nacque intorno al 1020 e come battezzato con il nome di Filippo, in omaggio al grande esorcista di Agira, detto appunto “scacciaspiriti”. Inoltre è probabile che, con la sua famiglia, dovunque fosse nato, a un certo punto si fosse trasferito a Balarm. Ora, sulla tolleranza dell’emirato di Ṣiqilliyya sono stati sprecati fiumi d’inchiostro e questa, a seconda del clima politico e delle paturnie dell’epoca è stata valutata in maniere differente.

In realtà, non bisogna fare di ogni erba un fascio: il rapporto tra musulmani e cristiani è mutato più volte, a seconda delle valutazioni politiche dell’emiro di turno, delle contrasti politici e militari tra sunniti e sciiti locali e per ragioni economiche, provocando uno spostamento continuo di popolazione tra le due sponde dello stretto di Messina. All’epoca kalbita, sia per i commerci crescenti con l’Italia del Nord, sia per la necessità di incrementare la produzione agricola, i rapporti tra le due religioni erano parecchio amichevoli, per cui, Filippo non dovette forse passarsela così male, ovviamente con
tutte le limitazioni a cui erano soggetti i dhimmi

Le cose cambiarono al raggiungimento dei suoi diciotto anni, quando l’imperatore di Costantinopoli Michele IV Paflagone (1034-1041) con una invasione condotta dal grande generale macedone Giorgio Maniace cercò di liberare la Sicilia dal giogo musulmano che si concluse con la vittoria temporanea di Troina del 1040. Date queste vicende, l’atmosfera per i cristiani di Balarm sara diventata assai pesante, per cui poteva sembrare un’idea attraente il cambiare aria.

Così, Filippo di trasferì prima a Rhegion, poi a Sinopoli, dove decise di dedicarsi alla vita monastica: a 25 anni si ritirò nella valle delle Saline, che oggi è identificabile con la zona di Seminara (RC) e dintorni. Qui il santo ricevette l’ordinazione monastica ad opera dell’igumeno Oreste del Sacro Imperiale monastero delle Saline, fondato da Sant’Elia il Giovane nell’880, originario di Enna, a cui appunto l’imperatore Leone IV il Sapiente gli conferì il titolo “imperiale”. Tale monastero era il principale insediamento religioso in un’area che secondo taluni studiosi vedeva tra eremi, skiti e piccoli cenobi, circa
un centinaio di luoghi vissuti unicamente da monaci e che senza alcun dubbio diedero vita ad un’importante scuola monastica da cui uscirono molti santi italo-greci. L’igumeno diede a Filippo il nome di Filarete, che secondo la tradizione latina significa “pescatore”, mentre secondo quella greca significa “amante della virtù”

Filarete, probabilmente non era un grande intellettuale o un fine teologo, ma di certo non mancava di voglia di lavorare: all’inizio si dedicò alla pastorizia, aiutando con l’occasione coloro che si erano persi o si erano infortunati in montagna, al punto da divenire il loro padre spirituale. Successivamente fu un instancabile agricoltore per conto del monastero, quando gli fu assegnato un appezzamento di terra, che lui coltivava avendo sempre addosso una pesante catena, che gli doveva tener viva in mente l’idea della schiavitù del peccato e per l’afflizione del corpo, vestito unicamente di una tunica di paglia. Attività che lo ha portato ad avere, nel calendario ortodosso, l’appellativo di ortolano

Dato che Filarete amava spaccarsi la schiena a zappare, il suo duro lavoro rendeva molti frutti che donava anche ai poveri che in quel tempo si erano moltiplicati esponenzialmente per via delle guerre che infuriavano in quel periodo. L’ascesi di Filarete, come tradizione dei monaci greco calabri si basò inoltre in lunghe veglie ed estenuanti digiuni, spesso si nutriva di erbe bollite, con il dispensiere del convento che gli lesinava, sale, vino e pane.

Come accade spesso in Italia, chi lavora senza lamentarsi, invece di essere elogiato, viene trattato da scemo: Filarete non sfuggì a tale sorte. Infatti, quando egli si ammalò gravemente, i confratelli lo portarono nel monastero e fattolo distendere sul letto lo lasciarono riposare, credendo che avesse energie sufficienti per poter vivere, per cui lo privarono della necessaria assistenza ed il santo morì abbandonato e solo , così come condusse la sua vita. Il giorno seguente i confratelli gli celebrarono il funerale frettoloso, senza tener conto del profumo che emanava il suo corpo,

Il buon Filarete ebbe però una sua soddisfazione postuma: racconta il bios che una donna affetta da cecità, a seguito di una grave emorragia celebrale, si recò sulla tomba ad implorare l’aiuto di Sant’Elia il Giovane, che era estremamente vivo nella devozione dei fedeli a causa dei suoi innumerevoli miracoli, per ricevere un’intercessione. In una visione gli apparve il santo che gli disse di rivolgersi alla tomba di San Filarete, che era in grado di guarirla. La donna chiese ai concittadini del santo, ma questi risposero con boh e, quindi, si recò presso il monastero chiedendo di potersi recare sulla sua tomba, ma i monaci, provarono a cacciarla a male parole.

Ma la donna era irremovibile: Sant’Elia gli aveva detto di chiedere la grazia a Filarete e che quindi da qualche parte questo doveva saltare fuori. Alla fine, il dispensiere dal braccino corto, gli venne in mente come l’unico Filarete del convento fosse l’ortolano morto un paio d’anni prima, per cui, con molto scetticismo, l’accompagno a pregare sulla sua tomba, in cui avvenne il miracolo.

Così il nostro eroe si trovò promosso da Filarete chi a grande santo locale e i suoi confratelli, cosa che probabilmente lui avrebbe poco apprezzato, si buttarono a capofitto nel business dei pellegrinaggio, costruendo un oratorio sulla sua tomba. Nel 1133 il monastero venne costruito sulle rovine dell’originario e dedicato ai Santi Elia e Filarete. Però, si assistette ad un fenomeno curioso, in quanto la devozione di San Filarete si sviluppò enormemente al punto che il monastero venne successivamente conosciuto unicamente con il nome del santo ortolano, facendo così vivere alla sua ombra quello del fondatore ovvero Sant’Elia. Risulta essere un paradosso in quanto l’umile ortolano era estremamente devoto del santo fondatore, al punto da portare sempre con sé il libro della sua vita.

Ora la memoria stava progressivamente scemando, come tutti i suoi colleghi greco calabri, finché non ci mise lo zampino Cardinale Giannettino Doria, personaggio molto particolare, in perenne lite sia con i viceré spagnoli, sia con a nobiltà locale, di cui non condivideva le manie autonomiste. Benché amasse la bella vita, sia durante la peste, sia durante le numerose carestie, mise i beni della chiesa al servizio dei poveri. In un periodo di crisi economica, ordinò che tutti, nella sua diocesi, consegnassero l’argento posseduto e proibì alle monache, sotto pena di scomunica, di nascondere l’argento proprio o altrui nei loro chiostri.

Giannettino Doria, poi si impegnò, nel tentativo di rilanciare l’orgoglio civico di Palermo, città sempre più marginale nei domini spagnoli, in un recupero della tradizione greca e normanna. Per questo costruì a tavolino il culto di Santa Rosalia, che sino al 1624 era una perfetta sconosciuta e si dedicò alla promuovere la devozione dei tanti santi panormiti. Di quest’impegno ne ebbe beneficio anche Filarete, che fu inserito nel Calendario Palermitano.

Dopo la distruzione del suo convento nel grande terremoto del 1693, l’abate Generale dell’ordine basiliano di Palermo, Pietro Minniti, chiese la restituzione delle reliquie del santo affinché tornassero nella terra natia, cosa concessa da Clemente IX. La traslazione, con destinazione la cattedrale di Palermo fu celebrata con solenni suppliche il 14 gennaio del 1703. Ed in tale data fu inscritta la celebrazione nel martirologio romano. La festa della traslazione fu celebrata sino al 1929, mentre quella del santo fino al 1958, anno in cui la sua festa fu definitivamente cancellata dal calendario liturgico romano.

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La nostra storia non finisce però qui: lo scrittore Santo Gioffré, appassionato studioso di Barlaam di Seminara, donò intorno al 2000 un suo uliveto, per far costruire la più grande chiesa ortodossa dell’Italia meridionale, dedicata a Elia il Giovane e Filarete, associata a un monastero femminile ortodosso. Nel 2001 il Primate della Chiesa Ortodossa, Sua Santità Bartolomeo I Patriarca Ecumenico di Costantinopoli ha benedetto la sua prima pietra. La chiesa è stata , completata nel arco di un anno e mezzo, è stata realizzata secondo il modello classico dell’arte sacra bizantina e decorata con affreschi eseguiti da un artista greco.

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