Don Pietro Pappagallo

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Come molti sanno, la sezione ANPI dell’Esquilino è dedicata a un prete, don Pietro Pappagallo… Ma chi era costui ? Pietro, che ha ispirato il personaggio interpretato da Aldo Fabrizi (Don Pietro) nel film Roma Città Aperta (1945) di Roberto Rossellini, nacque il 28 giugno 1888 a Terlizzi, in provincia di Bari, quinto di otto fratelli in una famiglia di povera gente. Il papà, Michele, era un cordaio, mentre la mamma, Maria Tommasa Guastamacchia, era una casalinga.

Come succedeva spesso in situazioni del genere, Pietro, che aiutava il papà nella sua bottega, nella speranza che le sue prospettive future fossero un poco più rosee, fu spedito in seminario.

Così Pietro frequentò il ginnasio a Giovinazzo, poi il liceo al seminario vescovile di Molfetta e infine gli studi teologici al seminario di Lecce. Fu ordinato prete il 3 aprile 1915 a Molfetta. Nei primi anni del suo ministero non ricevette alcun incarico specifico, anche a causa dell’elevato numero di preti residenti in diocesi, e svolse quindi impegni occasionali come il vicario nella Parrocchia S. Maria in Sovereto.

Collaborò anche con il convitto Vito Fornari di Molfetta, di cui divenne vicerettore (1922-1923), prima di essere chiamato a rivestire l’incarico di vicerettore economo al seminario Pio X di Catanzaro (1924). Il 26 novembre 1925, con il permesso del suo vescovo, si trasferì a Roma per potervi studiare diritto canonico e svolgere qualche attività pastorale più continuativa. Inizialmente, la permanenza avrebbe dovuto essere semestrale, ma gli fu affidato un incarico, in quella che all’epoca era l’estrema periferia romana; doveva fornire assistenza spirituale agli operai della Cisa Viscosa, l’attuale ex Snia, accanto al mio ufficio di via Gattamelata.

Fabbrica, inaugurata il 5 settembre 1923, in cui lavoravano alla produzione del rayon ben 2500 operai, tra cui parecchi miei parenti, tra cui un prozio, che per la sua antipatia per i cuochi della mensa aziendale, si faceva portare il pranzo da case, per poi mangiare nei giardini di villa Lauricella. Abitudine, tra l’altro, che gli salvò le penne nel grande bombardamento del marzo 1944.

Comunque, a sentire i racconti di famiglia, alla Cisa Viscosa le condizioni di lavoro erano pessime: Pietro ne rimase scandalizzato, tanto da scrivere, monsignor Ferdinando Baldelli, all’epoca responsabile di Curia dell’assistenza ecclesiale ai lavoratori, per invitarlo a intervernire a difesa degli operai

“Il lavoro degli operai in azienda è disumanizzante: i tempi vengono protratti all’inverosimile, il licenziamento scatta automaticamente in caso di rifiuto degli straordinari, il processo industriale che prevede l’applicazione di sostanze chimiche è potenzialmente nocivo per la loro salute, la discriminazione retributiva è evidente al raffronto fra gli operai del Sud e i loro colleghi della capitale. Io non trovo giusto tutto questo. Né possono rabbonirmi le ragioni di opportunità politica, che anzi non mi interessano affatto. So soltanto che la fede e il senso di umanità non possono contrappormi ai miei fratelli, al cui servizio sono stato posto. Se lei non è con loro, posso solo dire che rimango sconcertato e nella confusione”

La proprietà però, assai ammanicata con il Fascismo, non solo fece orecchie da mercante, ma riusci a fargli togliere l’incarico. Per dargli un contentino, le alte gerarchie ecclesiastiche dell’epoca gli concessero di restare nella diocesi di Roma in modo stabile ed a settembre viene nominato viceparroco della Basilica patriarcale di San Giovanni in Laterano, con lo specifico compito di amministrare il battesimo in San Giovanni in Fonte, dove due anni e mezzo fa è stato battezzato il mio nipotino Valerio.

Il 19 Novembre 1929, Pietro ottenne un nuovo permesso di permanenza in Roma per lo studio del Diritto Canonico e fu nominato padre spirituale e cappellano delle suore Oblate del Bambino Gesù, residenti nel grande istituto di via Urbana 1, nei pressi di Santa Maria Maggiore; così spostò la sua residenza in quella zona di Roma e si stabilì in via Urbana 2.

Il 14 Novembre 1930 venne definitivamente incardinato nella diocesi di Roma ed il 9 febbraio 1931 venne nominato chierico beneficiato della patriarcale Basilica di Santa Maria Maggiore. Inizia allora a collaborare col cardinale Bonaventura Cerretti, arciprete della Basilica liberiana, il quale gli chiese di portare a termine delicate missioni diplomatiche presso rappresentanti di Stati esteri con cui la Santa Sede stava definendo rapporti concordatari, e di organizzare il flusso dei pellegrini che nel 1933 raggiunsero Roma per l’Anno Santo straordinario della Redenzione indetto da Pio XI.

Con lo scoppio della guerra, Pietro cercò di dare una mano ai tanti immigrati pugliesi che si erano trasferiti a Roma: da Gennaio a Settembre del 1942 tentò di aprire per loor una scuola popolare, progetto abortito per l’opposizione delle autorità fasciste.

Dopo l’8 settembre 1943, anche su sollecitazione di Gioachino Gesmundo, suo compaesano ed ex allievo, militante del Partito comunista, Pietro mise a disposizione la sua abitazione a militari sbandati, nonché a perseguitati per motivi politici o razziali, offrendo ospitalità e documenti falsificati. In questo impegno, trovò appoggio nelle suore di Nostra Signora di Namur, che avevano una casa proprio in via Urbana.

Il 22 gennaio 1944, a seguito dello sbarco alleato, le SS intensificarono l’attività di infiltrazione nella resistenza ed il 29 gennaio 1944, Pietro fu arrestato dai tedeschi, dopo la delazione della spia fascista Gino Crescentini e condotto nelle carceri di Via Tasso. Fu imprigionato nella cella numero 13 in cui c’erano nove reclusi: quattro militari, un avvocato, un dottore in legge, un pittore, un partigiano. Alcuni testimoni hanno riferito che durante il periodo della prigionia, don Pappagallo condivise il proprio pasto con altri detenuti che non avevano ricevuto cibo. Il breviario fu l’unico oggetto personale da lui richiesto ai carcerieri, che glielo concessero solo dopo qualche giorno.

A seguito dell’attentato di via Rasella, Pietro fu selezionato tra le vittime della rappresaglia nazista. Dopo essere trascinato fuori dalla sua cella, fu legato a Joseph Reider, un medico pacifista austriaco che aveva disertato dalla Wehrmacht ed era stato arrestato sotto nome italiano.

Secondo quanto racconta Raider, mentre i condannati erano condotti alle Fosse Ardeatine per essere giustiziati, gli chiesero una benedizione: per caso, Pietro riuscì a liberare la mano destra e ad impartire l’assoluzione. Reider, approfittando dello scioglimento dei legacci, riuscì a gettarsi in un fossato e a sfuggire alla morte, diventando l’unico superstite delle Ardeatine.

Alcuni soldati tedeschi, interpretando l’evento come una sorta di segno divino posero in disparte il Pietro, per salvarlo ma lui, secondo la testimonianza di Reider, rifiutò chiedendo di morire come gli altri.

Al termine del massacro, i soldati del genio tedeschi minarono gli accessi alle gallerie e fecero esplodere le cariche sbarrando le entrate; in questo modo il colonnello Kappler intendeva mantenere l’assoluta segretezza sull’eccidio. Le esplosioni finali furono udite da alcuni religiosi salesiani presenti nelle vicinanze che fungevano da guide alle catacombe; i salesiani avevano osservato durante l’intera giornata il frenetico movimento di automezzi tedeschi nella zona; nella notte il gruppo approfittò, guidato dal seminarista Giuseppe Perrinella, per entrare nelle cave per vedere cosa stesse succedendo e si trovò di fronte ad uno spettacolo orrendo: all’interno delle cave i cadaveri erano rimasti ammassati in gruppi alti oltre un metro e mezzo.

A trenta giorni dall’eccidio, la sera del 24 aprile 1944, un gruppo di partigiani di Bandiera Rossa volle commemorare i compagni uccisi, andò all’ingresso della cava, disarmò gli uomini della Polizia dell’Africa italiana che erano stati posti di guardia allo scopo di impedire azioni commemorative, ed espose un cartello con scritto:

«I partigiani di Bandiera Rossa vi vendicheranno»

I primi di Maggio, Reider, di nuovo prigioniero in via Tasso e condannato alla fucilazione, riuscì a rendere note all’opinione pubblica romana le vicende di quel giorno. Il 26 luglio, dopo ben 4 mesi dal massacro, il prof. Attilio Ascarelli incaricato del recupero delle salme avvia le operazioni e compie una ricognizione su ciascuna di esse.

Ad agosto, dopo 5 mesi, viene esumata per il riconoscimento e la ricognizione anche la salma di don Pietro Pappagallo, la 114. Sarà riconosciuta dai fratelli Giuseppe e Onofrio, e dal cognato Michele Tangari.

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