Museo del Tombolo

Uno delle principali tradizioni artigianali d’Abruzzo è il merletto a tombolo: per chi non lo sapesse, il tombolo uno strumento di lavoro tradizionale usato per la realizzazione di pizzi e merletti.

Si compone di tre parti:

  • un sostegno, eventualmente arricchito di incisioni decorative, alla cui base è sistemato un cassetto nel quale vengono riposti fili, spilli, forbici.
  • un tamburo circolare (il tombolo vero e proprio), appoggiato sul sostegno, imbottito in crine, segatura, gomma piuma, ricoperto di morbido panno e stoffe colorate, è la base sulla quale viene realizzato il pizzo intrecciando i fili e fissandoli opportunamente con degli spilli.
  • i fuselli, piccoli rocchetti dove viene avvolto il filato, sui quali vengono avvolti i singoli fili; il loro numero può variare da poche unità a più di 80 per i disegni più complessi.

Il primo passo per realizzare tale metodologia di tessitura fu legato all’adozione proprio dei fuselli. Questi ultimi, che risalgono almeno ai tempi degli etruschi, ebbero una sorta di rilancio nella tessitura, nel Quattrocento in Lombardia: nel 1476, un documento della famiglia D’Este di Ferrara fa riferimento ad un contratto stipulato a Milano avente come oggetto “una striscia a dodici fusi” per lenzuolo.

A seguito del terremoto del 1456, Pescocostanzo fu ripopolata da immigrati lombardi: questi probabilmente diffusero tale modalità di realizzazione del merletto in Abruzzo. Ne abbiamo infatti diverse attestazioni, sia all’Aquila, sia nello stesso Pescocostanzo, risalenti al 1493.

Il passo successivo fu l’adozione del tombolo: da una prima testimonianza storica sulla predilezione per i merletti da parte di Caterina dei Medici, nel 1547, si passa alla leggenda tramandata dallo studioso francese Lefebure, il quale attribuisce a Venezia la primogenitura di un intreccio di fili che sarebbe stato eseguito con l’ausilio di piombini pendenti da una rete di pescatori, carica, oltre che di pesci, di un’alga con meravigliose ramificazioni pietrificate.

Per cui, è assai probabile che le prime esperienze del merletto a tombolo si siano verificate a Burano. Proprio per opera di Caterina de’ Medici e – in anni successivi – del ministro Colbert, alcune merlettaie si trasferirono in Francia: in pochi anni, le merlettaie buranelle divennero oltre 200, insegnando la loro arte alle colleghe francesi: il giorno della sua incoronazione (14 maggio 1643) Luigi XIV indossò un collare di merletto opera delle merlettaie buranelle, che avevano impiegato due anni per terminarlo.

Nel 1665 il punto in aria – tipico della lavorazione di Burano – divenne point de France, iniziando così una fortissima concorrenza col prodotto di Burano. Nel frattempo, probabilmente tramite i commerci tra Venezia, Ancona e Giulianova, fece diffondere l’uso del tombolo in Abruzzo.

Per cui, nell’area tra Pescocostanzo e l’Aquila, le due tecniche furono fuse, dando così origine a questo artigianato: in particolare, la trina pescolana è realizzata con filo di lino e sovente il lavoro è a filo continuo. Si va da un minimo di sei coppie di fuselli per il pizzo rinascimentale, ad un massimo di trenta per quello sciolto e i motivi caratteristici sono : la giara, l’aquila, il pesce, la rosa.

Per poter tramandare la tradizione alle nuove generazioni il Comune di Pescocostanzo ha istituito nel 1992, presso il Palazzo del Governatore, la “Scuola del Merletto a tombolo”, finanziata con una specifica legge regionale dove i ragazzi possono seguire lezioni gratuite da giugno a settembre. Inoltre è stato fondato un museo dedicato al tombolo a Palazzo Fanzago.

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Questo fu eretto sopra l’antico ospedale della chiesa di San Nicola, oggi semplice cappella che lo affianca. Le famiglie locali finanziarono dal 1624 la costruzione del monastero di Santa Scolastica per le monache Clarisse, commissionandolo all’architetto bergamasco Cosimo Fanzago, colui che progettò a Napoli della Certosa di San Martino

Un documento del 1697 descrive l’edificio già in cattivo stato di conservazione, era a pianta quadrangolare. Il lato opposto al fronte principale doveva essere più lungo degli altri, in modo da dare alla costruzione una forma irregolare di trapezio con i lati convergenti sulla piazza.

Ciò che rimane oggi della struttura originale, anche per via del catastrofico terremoto della Majella del 1706, è la facciata sulla piazza, mentre il resto venne ricostruito in forme nuove da altri architetti, sicché questo prospetto si mostra come una quinta che chiude lo spazio retrostante, e definisce il campo triangolare della piazza municipale. Posta in continuità con la chiesetta di San Nicola, la facciata di Fanzago, presenta un andamento rettilineo e asimmetrico, quando ospitava ancora le Clarisse, prima della soppressione del 1866, la facciata non aveva vetrate, per le regole della clausura, pertanto vi sono delle monumentali nicchie che alternano il timpano di coronamento chiuso a quello spezzato.

Le 6 finestre avevano una duplice funzione, sia decorativa che architettonica, cioè scandire lo spazio lineare del fronte chiuso da due cantonali in pietra. Sono 6 le nicchie timpanate che servivano a movimentare la superficie; sono realizzate in pietra arricchite da lesene affiancate da piatte volute, poggianti su mensole. Il riferimento della scelta di Fanzago è la nicchia con edicola, utilizzata nei fronti delle chiese del tardo Cinquecento, con il motivo ornamentale della conchiglia nel catino, motivo presente anche in molti palazzi gentilizi di Sulmona.

Le nicchie in pietra scura risaltano sul fondo bianco della parete ad intonaco, creando un contrasto cromatico scenografico: a sottolineare il carattere di linearità della facciata, sono le mensole dello sporto di gronda raffiguranti il drago alato. Si tratta di capitelli lignei intagliati e ben lavorati, di cui il maggiore è quello che fa angolo. Il motivo del dragone appare per la prima volta a Pescocostanzo nei bassorilievi della pala d’altare dell’Assunta, conservata nella Basilica di Santa Maria del Colle, nella cappella grande del Sacramento.

L’invenzione del motivo del dragone è da attribuirsi al maestro pescolano Norbeto di Cicco, mentre l’esecuzione potrebbe essere di Palmerio Grasso; evidente è la capacità di Fanzago di conciliare il linguaggio barocco con il classicismo rinascimentale; analogie stilistiche si riscontrano nell’ex convento di Gesù e Maria, alle porte del paese, altra opera del Fanzago, che costituiscono un nuovo linguaggio architettonico, che influenzò la produzione artistica dell’hinterland sulmonese.

Le collezioni esposte a Palazzo Fanzago sono organizzate su due piani. Al 1º piano sono esposti prodotti dell’artigianato artistico locale, come tappeti, ferro battuto, legno intagliato, oreficeria e pietra lavorata.

Al secondo piano il museo del merletto a tombolo è ospitato su due stanze, con lavori storici e realizzazioni recenti, come una composizione detta “Colazione del Principe”, che ricostruisce una tavola imbandita con i prodotti dell’artigianato abruzzese, che vanno dalla tovaglia con il merletto a tombolo di Pescocostanzo alle stoviglie in ceramica di Castelli.

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